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        <title type="main" level="a">Parole pesanti. Hate Speech e comunicazione politica ai tempi dei social media</title>
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            <forename>Marianna</forename>
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          <resp>This is a section of <title>Migrazioni in Italia: oltre la sfida</title>(DOI: <idno type="DOI">10.36253/978-88-6453-965-2</idno>) by </resp>
          <name>Alberto Tonini, Giorgia Bulli</name>
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        <publisher>Firenze University Press</publisher>
        <pubPlace>Firenze</pubPlace>
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        <idno type="DOI">https://doi.org/10.36253/978-88-6453-965-2.08</idno>
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        <p>The process of increased connectivity has made the issue of “hate speech” more and more relevant in the social and political debate. The effects of hate speech and its viral diffusion on most social media are producing deteriorating effects in the contemporary social and political environments, with direct consequences on the quality of the democratic debate and on the level of institutional respect. The chapter suggests that an ethical approach based on values can be much more effective than sanctions and regulations in the contrast to hate speech practices.</p>
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      <p>It is available online at https://doi.org/10.36253/978-88-6453-965-2.08<ref target="https://doi.org/10.36253/978-88-6453-965-2.08" /></p>
      
      <p rend="h1_chapter">Parole pesanti.<hi rend="italic"> Hate Speech</hi> e comunicazione politica ai tempi dei <hi rend="italic">social media</hi></p><p rend="h1_author">Marinella Belluati</p><p rend="h1_indexAbstract ParaOverride-1"><hi rend="bold">Abstract</hi><hi rend="CharOverride-1">: </hi>The process of increased connectivity has made the issue of «hate speech» more and more relevant in the social and political debate. The status of urgency recognized to this issue is due to the linkages of hate speech with practices of discrimination, for a long time restrained at the latent level within the public debate. Recent political and cultural developments have re-activated long-existing social tensions and have facilitated the propagation of aggressive discourse practices. The effects of hate speech and its viral diffusion on most social media are producing deteriorating effects in the contemporary social and political environments, with direct consequences on the quality of the democratic debate and on the level of institutional respect. In this context, sanctions and regulations cannot be the only answers to the diffusion of hate speech. The chapter suggests that an ethical approach based on values can be much more effective in the contrast to hate speech practices. When dealing with the interruption of the process of ‘normalization’ of hate speech, the analysis of mechanisms of its propagation is crucial.</p><p rend="epigraph_inscription_epigraph_2">What is hate speech? It can sometimes be hard to determine what is hate speech. No definition is universally agreed to, but hate speech usually targets groups or individuals due to their personal characteristics, and takes the form of derogatory terms or insults; incitement to hatred, prejudice, or discrimination; attacks on the dignity of individuals or groups; and attempts to oppose groups to one another. (ENAR European networks against Racism)</p><p rend="h2">Alla ricerca dell’<hi rend="italic">hate speech</hi>. L’aspetto normativo e culturale</p><p rend="text">In un mondo sempre più globalizzato e interconnesso, la questione dell’<hi rend="italic">hate speech</hi> è tornata urgente perché sta riattivando processi di discriminazione a lungo rimasti sottesi. I fattori che hanno riportato a galla alcune grandi fratture sociali sono molteplici e intrecciati tra loro. Alcuni sono di natura globale come il deflusso post coloniale, il venir meno dell’ordine geo-politico post bellico e l’affermazione di un sistema economico sempre più di stampo neo liberista (Della Porta, Diani 1997; Ceri 2003); altri sono legati al cambiamento della morfologia sociale sempre più multiculturale, multireligiosa (Crespi, Segatori 1999) e individualizzata (Bauman 2000; Melucci 1994). La crisi economica del 2008 ha però svelato l’equilibrio precario su cui si regge la società occidentale e riacceso vecchi separatismi.</p><p rend="text">La questione dell’<hi rend="italic">hate speech</hi> non è nuova prima di tutto sul piano giuridico; nel secolo scorso si sono avute dimostrazioni evidenti della forza della parola nel legittimare discriminazioni. L’odio espresso, per essere riconosciuto e sanzionato, deve però essere palese ed esplicito, ma proprio su questo punto sorgono i problemi più evidenti (Caielli 2015) perché entrano in gioco non solo elementi normativi, ma anche giustificazioni culturali che rendono più complicata la definizione netta dei suoi confini. L’attivista danese per i diritti umani Jacob Mchangama (2015) ricostruisce l’iter dell’<hi rend="italic">hate speech</hi> come materia giuridica. La sua critica si rivolge alla posizione assunta dal Corte Europea dei Diritti dell’Uomo che, a suo giudizio, risentirebbe di diversi elementi negativi. Il primo è che porre limiti alla libertà di espressione può essere visto come un residuo totalitario, a suo avviso le moderne democrazie dovrebbero sostenere il principio della tolleranza e non censurare espressioni diverse, un approccio eccessivamente regolativo potrebbe, per estremo, trasformarsi in strumento di oppressione. Di conseguenza, egli solleva la questione su cosa il legislatore debba realmente intendere come <hi rend="italic">hate speech </hi>e critica sia l’efficacia della sanzione, sia la sua effettiva verificabilità, ovvero la difficoltà di mettere in atto norme capaci di incidere sul comportamento sociale. </p><p rend="text">Il <hi rend="italic">framework</hi> giuridico europeo in materia di <hi rend="italic">hate speech </hi>va in questa direzione rifacendosi all’articolo 10 della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo (ECHR) che, pur sostenendo la libertà di espressione come condizione essenziale per il vivere civile, afferma che questa non debba considerarsi un diritto assoluto e difende il principio della necessità di adottare limitazioni quando l’esercizio di questa libertà viene usata come forma di intolleranza verso alcune minoranze (Weber 2009, 2). A questo si aggiunge l’articolo 14, e prima ancora la raccomandazione n.20 del Consiglio d’Europa, che fanno esplicito riferimento al divieto di discriminazioni<hi rend="italic"> </hi>«fondate sul sesso, la razza, il colore, la lingua, la religione, le opinioni politiche o quelle di altro genere, l’origine nazionale o sociale, l’appartenenza a una minoranza nazionale, la ricchezza, la nascita od ogni altra condizione» non fornendo però una definizione precisa e chiara su cosa si debba intendere per incitamento all’odio<hi rend="italic"> </hi>e<hi rend="italic"> </hi>lasciando il compito di stabilirlo alle singole sentenze.</p><p rend="text">Su un versante opposto, ad ispirare l’azione contro l’<hi rend="italic">hate speech,</hi> si muove invece la giurisprudenza statunitense che richiamandosi al Primo emendamento della sua Costituzione sostiene che le espressioni d’odio e di offesa in democrazia non debbano essere contrastate con sanzioni, bensì con valide argomentazioni ricorrendo a limitazioni solo in casi estremi (Ziccardi 2016, 53-6).</p><p rend="text">Le difficoltà diventano evidenti soprattutto nelle contese internazionali, sempre maggiori nel mondo globalizzato, dove i differenti <hi rend="italic">framework</hi> legislativi spesso non riescono a trovare punti di accordo ed il confronto tra visioni divergenti sul tema è serrato<hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi xml:id="footnote-011-backlink"><ref target="08.html#footnote-011">1</ref></hi></hi>. </p><p rend="text">La questione normativa non è però la sola a rivelare incertezze e asperità, vi è anche una difficoltà semantica su cosa si debba intendere come <hi rend="italic">hate speech</hi>. Prima ancora di diventare materia di legge, il linguaggio d’odio è un problema etico-culturale su cui si fondano i pregiudizi verso persone o gruppi sociali. La dimensione formale della degenerazione linguistica, di fatto, rispecchia le asimmetrie del potere. Le parole d’odio, costituiscono, infatti, le espressioni «peggiori» che si possano usare, soprattutto se si appartiene a un gruppo che esercita il proprio potere su un altro che costituisce una minoranza o che ha alle spalle una lunga storia di discriminazione (gli eterosessuali lo esercitano sugli omosessuali, i bianchi sulle minoranze razziali, gli uomini sulle donne, i cristiani sui fedeli di altre religioni, le persone cosiddette normali sulle persone con disabilità, e così via). Nell’articolo <hi rend="italic">Le parole per ferire</hi> (2016), Tullio De Mauro, in preparazione ai lavori della Commissione Cox<hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi xml:id="footnote-010-backlink"><ref target="08.html#footnote-010">2</ref></hi></hi>, argomentava efficacemente gli inciampi in cui incorre ogni tentativo di sanzionare il linguaggio comune ragionando in maniera comparata sui registri linguistici. Richiamando la definizione di Araon Peckham (2005), De Mauro ricorda che non sono solo le parole esplicite quelle di cui occuparsi, ma tutti gli usi del linguaggio <hi rend="italic">derogatory in nature</hi>, che utilizzano termini per loro natura neutri, ma che provocano offesa per il modo con cui vengono usati. Le parole insultanti non colpiscono solo le persone, ma qualificano negativamente le situazioni; così, spostando l’attenzione dal testo al contesto e alla pratica d’uso del linguaggio d’odio, egli esortava ad ampliare lo sguardo verso una definizione più estesa, quella della «ferita dell’odio», concentrando l’attenzione non soltanto sulla sanzione normativa, ma sulla percezione, rendendo, di fatto, ancora più problematico il quadro. </p><p rend="text">La riflessione di De Mauro si è concentrata sul linguaggio perché è proprio su questo aspetto che può basarsi il contrasto agli <hi rend="italic">hate speech.</hi> Il linguaggio diventa azione e potere, sosteneva il pragmatismo americano di Charles Morris (1948), ed è cruciale per qualsiasi forma di propaganda. Lo sforzo del legislatore e delle produzioni di linguaggio pubblico a cui invitava De Mauro è sostanzialmente di prestare attenzione non solo alle parole esplicite dell’odio, ma anche ai contesti e ai dispositivi di propagazione.</p><p rend="text">Il clima attuale risulta sempre più teso per l’insorgere di formazioni che cavalcano apertamente la profonda crisi sociale e valoriale facendone pratiche discorsive particolarmente remunerative in termini di consenso. La ragione del successo crescente e dirompente di certe forme di risentimento, però, sta anche nel nuovo ambiente comunicativo che si è affermato con la diffusione dei social media (Bennett, Pfestsch 2018). Il fatto che forme di espressione pubblica siano sempre più disintermediate<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-009-backlink"><ref target="08.html#footnote-009">3</ref></hi></hi> e difficilmente gestibili a livello centralizzato, ha generato una tensione tra libertà di espressione e necessità di controllo (Noriega, Iribaren 2011; 2012). I discorsi d’odio si propagano con forza incontrollata all’interno di piattaforme in cui la perdita di confine tra discorsi razionali ed emozionali ha dato libero sfogo a forme di risentimento e di rancore sociale, offrendo, di fatto, un’arma potentissima a formazioni politiche e culturali che usano tale strategia per ottenere visibilità e consenso rendendo più complicato il funzionamento di anticorpi sociali. </p><p rend="text">Nel 2003 la Convenzione di Budapest del Consiglio d’Europa si è espressa affinché venissero adottate sanzioni penali contro azioni discriminatorie intenzionali di natura xenofoba, religiosa o sessista amplificate dai nuovi media. È proprio nello spazio dei <hi rend="italic">new media</hi> che attualmente si aprono le questioni più spinose. Il potenziale ‘liberatorio’ del web dall’egemonia culturale dominate, evocato alla sua nascita, si è in pochi anni trasformato in una minaccia concreta per le democrazie scatenando dinamiche perverse difficili da gestire (McCaughey, Ayers 2003). Il fatto, poi, che le ‘sorgenti’ dell’odio siano difficili da individuare pone, come dice Ziccardi (2016, 69), un problema di giurisdizione e di rintracciabilità delle vere responsabilità. Inoltre, le <hi rend="italic">policies</hi> di controllo dei «gestori» dei social media sono spesso opache e fumose ed anche quando previste diventano difficili da attuare<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-008-backlink"><ref target="08.html#footnote-008">4</ref></hi></hi>. Basti pensare a come i provvedimenti messi in atto da Facebook – attualmente il <hi rend="italic">social media</hi> più diffuso al mondo costretto dalla legislazione europea ad adottare misure di contrasto al linguaggio d’odio – risultino inefficaci nei fatti data la velocità e la viralità con cui si propagano i messaggi <hi rend="italic">online</hi>, di gran lunga maggiore al tempo di verifica e di rimozione dei contenuti. Inoltre il problema dei profili <hi rend="italic">fake</hi> (che non corrispondono a nessuna identità reale) o dei bot (profili autogenerati a pagamento con precisi scopi di disturbo del dibattito) rende ogni misura di contrasto ancora più complicata. </p><p rend="text">Seppure da qualche tempo emergono sforzi che stanno provando ad intervenire ed emendare le violazioni, la situazione non appare migliorare. Il dibattito pubblico e l’attenzione verso gli <hi rend="italic">hate speech</hi> anche in Italia si è sviluppato di recente soprattutto in relazione all’ambiente dei <hi rend="italic">social media</hi> dove stanno diventando sempre più frequenti gli episodi di attacchi e commenti offensivi razzisti e sessisti. Nel 2012 la Commissione Europea Contro il Razzismo e l’Intolleranza (ECRI), istituita dal Consiglio d’Europa, aveva esortato le autorità italiane ad intensificare gli sforzi per contrastare la propagazione di messaggi discriminatori via internet, sostenendo che erano sempre più numerose le segnalazioni di contenuti di odio razziale e di istigazione alla violenza razzista. I dati dell’UNAR ci dicono che nel 2013 in Italia per la prima volta il numero di <hi rend="italic">hate speech</hi> denunciati in rete ha superato quello registrato <hi rend="italic">offline</hi> ed ha confermato che i principali ambiti di violazione sono il campo religioso e razziale e quello legato alle tematiche LGBT (Andrisani 2014). Nonostante gli sforzi, i segnali non sono positivi perché il numero di commenti razzisti e di incitamento all’odio <hi rend="italic">online</hi> è in aumento<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-007-backlink"><ref target="08.html#footnote-007">5</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">La risposta all’<hi rend="italic">hate speech</hi> non può risiedere soltanto nell’intervento sul piano normativo, ma deve fare leva anche su quello etico e valoriale e di comprensione del contesto culturale. Risulta quindi necessario andare maggiormente a fondo dei meccanismi di propagazione e dei suoi contesti, analizzare dove i discorsi d’odio nascono e si sviluppano al fine di interrompere il ciclo di ‘normalizzazione’ dell’offesa e dell’odio all’interno del discorso pubblico.</p><p rend="h2">Da chi viene l’offesa. L’enunciatore e le sue forme di diffusione</p><p rend="text">Per progettare un’azione efficace il problema dell’<hi rend="italic">hate speech</hi> deve essere affrontato nella sua dinamicità, oltre che al contenuto manifesto o latente e alle sue ripercussioni sulle strutture di senso la riflessione deve procedere focalizzandosi sugli <hi rend="italic">haters</hi>, ovvero coloro che seminano messaggi d’odio. In merito al discorso razzista, il linguista olandese Van Dijk (1995) attribuisce una precisa responsabilità politica nella sua propagazione e nel suo contrasto alle <hi rend="italic">élite</hi> che dirigono i processi politici ed il discorso pubblico<hi rend="italic">,</hi> ovvero a quei gruppi che occupando i vertici della piramide sociale orientano le <hi rend="italic">policies</hi> e ne conducono i termini di discussione. In primo luogo, sono la classe politica e gli intellettuali, ma non meno rilevante è anche l’azione dei media, considerando il ruolo centrale che ricoprono nell’orientare la rappresentazione della realtà e nell’influenzare le interpretazioni e le convinzioni sociali, come confermano numerose ricerche (ECRI 2016; Scaramella 2016; Materassi <hi rend="italic">et al.</hi> 2016; Maneri 2011; Van Dijk 1995). </p><p rend="text">L’uso crescente della negatività nella comunicazione politica e la conflittualità sempre più polarizzata del discorso pubblico (Bobba <hi rend="italic">et. al.</hi> 2013; Aalberg <hi rend="italic">et al</hi>. 2017) costituiscono evidenze presenti nelle analisi politica che mostrano quanto il clima d’opinione generalizzato sia sempre più permeato da elementi emozionali (Cepernich, Novelli 2018), soprattutto negativi, e da violenze verbali che rendono difficile la ricomposizione delle decisioni collettive (Bobbio, Roncarolo 2016).</p><p rend="text">Come si è già avuto modo di sottolineare, nella diffusione degli <hi rend="italic">hate speech</hi> le responsabilità maggiori sono ricoperte da precise forze politiche e da leader presenti sulla scena pubblica che riescono ad avere presa sul sentimento popolare e che sanno sfruttare anche le nuove opportunità comunicative. Sono in genere le formazioni di estrema destra ad utilizzare linguaggi fortemente discriminatori come strategia di posizionamento politico e questo porta con sé la necessità di individuare un antagonista (o un nemico) contro cui scaricarsi. Le forze politiche populiste di destra individuano negli immigrati e nei rom un facile bersaglio di propaganda elettorale. Una certa parte di pensiero conservatore individua in altre confessioni o nella laicità una minaccia al proprio ordine morale e in omosessuali, donne, disabili, malati di mente il pericolo di sovvertimento di un supposto ordine naturale. Gli esempi, potrebbero essere ancora molti, ma ci fanno capire quanto la contrapposizione «noi» e «loro» sia un meccanismo retorico narrativo da sempre efficace. Dichiarazioni virulente rese pubbliche direttamente dai soggetti politici e rilanciate dai <hi rend="italic">social media</hi> riescono ad ottenere amplia visibilità creando illusoriamente, attraverso il sistema delle condivisioni, delle <hi rend="italic">reactions</hi> e dei commenti, una forma di partecipazione diretta che non genera decisione bensì degenerazione (Bradley 2012). </p><p rend="text">Da questo punto di vista l’odio diventa una categoria di senso materiale e simbolica per definire lo spazio delle relazioni sociali, un collante identitario e, paradossalmente, un fattore di coesione perché riesce a delineare un perimetro attivando meccanismi di esclusione latenti, ma profondi, e ben radicati nella storia e nella cultura occidentale. Occorre avere un nemico su cui scaricare le pulsioni negative, una vittima sacrificale a cui attribuire le responsabilità della storia e della quotidianità. Ritornano sul campo teorico, il concetto di capro espiatorio<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-006-backlink"><ref target="08.html#footnote-006">6</ref></hi></hi> (Girard 1982; Bonazzi 1983) così come quello di <hi rend="italic">moral panic</hi><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-005-backlink"><ref target="08.html#footnote-005">7</ref></hi></hi> (Cohen 1972), entrambi dispositivi retorici narrativi ampiamente studiati e quanto mai attuali (Van Dijk 1987; 1991; Aime 2016; Faloppa 2011).</p><p rend="text">Chi riveste funzioni pubbliche ed istituzionali, non sempre sembra mostrare consapevolezza del potere dei discorsi d’odio e degli effetti che produce all’interno della società o finge di non farlo, e in molti casi affermazioni offensive vengono tollerate ed addirittura brandite appellandosi ad una supposta libertà di espressione (Cohen-Almagor 2014). Proprio in relazione alle logiche di visibilità si va insinuando un meccanismo perverso. Essendo i discorsi d’odio intrinsecamente sensazionalistici, sono quelli che con più probabilità attiveranno l’attenzione dei media. A lungo andare, ciò sta producendo un effetto perverso nell’ecosistema informativo che offrendo maggior risalto agli aspetti degenerativi porta ad alimentare un clima di sfiducia e di risentimento generalizzati. Se ciò è ampiamente compreso e studiato all’interno della teoria organizzativa della <hi rend="italic">media logic</hi> (Altheide, Snow 1979), lo è di meno in relazione all’attribuzione di responsabilità sociale. Inoltre, i già molte volte richiamati effetti delle nuove forme di comunicazione disintermediate, ibride (Chadwick 2013) e <hi rend="italic">spreadeble</hi> (Jenkins <hi rend="italic">et al.</hi> 2013), rivelano quanto poco ancora si prendano in carico le logiche di funzionamento della nuova ecologia comunicativa e delle sue implicazioni con il potere narrativo politico e sociale.</p><p rend="text">In questo processo l’<hi rend="italic">hate speech</hi> viene normalizzato e legittimato, con effetti nella riproduzione e nel radicamento dei pregiudizi. Ciò accade anche perché i discorsi d’odio incontrano sempre meno ostacoli nella loro diffusione per la mancanza, si è detto, di una legislazione e di contro narrazioni efficaci e per una sempre maggiore tolleranza da parte di tutti. Molto spesso, le offese, si concretizzano in allusioni, espressioni ironiche e indirette che faticano ad essere classificate come vere e proprie forme d’odio, soprattutto all’interno di un contesto culturale e politico sempre più permissivo verso forme di intolleranza. Nuovamente siamo di fronte al dilemma tra libertà di espressione e di necessità di contrasto e alla debolezza di un’etica pubblica universalistica in grado di orientare i processi.</p><p rend="text">Una ricerca condotta in Italia sul linguaggio politico adottato nelle sedute di lavoro parlamentare<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-004-backlink"><ref target="08.html#footnote-004">8</ref></hi></hi>, perfettamente in linea con i dati di contesto, conferma che sono soprattutto i partiti populisti o della destra estrema a far maggior ricorso ad un linguaggio di odio. La particolarità che viene messa in luce, sottostimata dagli osservatori sull’<hi rend="italic">hate speech,</hi> è un evidente imbarbarimento dell’ambiente politico nel suo insieme e della qualità del processo decisionale. Ciò a dire che esiste una sempre maggiore propensione politica nell’utilizzare apertamente espressioni negative e violente contro gli avversari, dentro le stanze di potere, che inevitabilmente legittima un clima di conflittualità diffusa entro cui rientrano anche altre violazioni che avvengono fuori. Si tratta però solo di un gioco prospettico perché l’alto tasso di conflittualità e l’attacco verbale come strategia retorica sono da sempre ingredienti dello scontro politico. A cambiare è stato però il contesto comunicativo a seguito del processo di popolarizzazione della politica e della cultura affermatosi negli anni Ottanta in televisione con l’<hi rend="italic">infotainment</hi> (Mazzoleni, Sfardini 2009) e che ora si rigenera sui <hi rend="italic">social media.</hi> La novità non è tanto il fatto che la degenerazione linguistica sia una pratica delle <hi rend="italic">élite</hi>, ma che ne sia aumentata la visibilità fuori dagli ambienti istituzionali; si torna sul tema degli effetti mediali! Il sempre maggior grado di popolarizzazione della politica e, adesso, l’illusorietà che questa sia alla portata di tutti ha reso sempre più fragili ‘etichette’ di comportamento e forme di autocontrollo all’interno delle relazioni di potere. Di per sé questo potrebbe anche costituire un effetto sistemico rigenerativo dell’ambiente sociale, ma l’assenza di forze di intermediazione, per ora, ne mostra solo la potenza distruttiva. È ormai un dato di fatto che il linguaggio politico popolarizzato, mediatizzato proprio della comunicazione spettacolarizzata (Mazzoleni, Schultz 1999), contribuisca sempre di più a sdoganare il <hi rend="italic">trash</hi> e l’insulto diretto come generi di discorso e che questo stia rinforzando un clima generale di per sé già instabile e conflittuale.</p><p rend="h2">Inquadrare il bersaglio. Le categorie e i frame dell’<hi rend="italic">hate speech</hi></p><p rend="text">Perché il linguaggio d’odio risulti efficace occorre la presenza di interpreti capaci di canalizzare il risentimento nei confronti di qualcuno e che attivino dispositivi di propagazione. Questo schema, drammaticamente sempre uguale a se stesso, descritto dalla teoria della deprivazione relativa, sta ritrovando, in questo passaggio d’epoca, rinnovata vitalità<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-003-backlink"><ref target="08.html#footnote-003">9</ref></hi></hi>. La brusca interruzione della curva del benessere e la perdita della sicurezza ontologica dell’occidente date dai processi di globalizzazione descrivono l’innesco e il fatto che alcune categorie marginali ne diventino vittime sacrificali con la conseguenza. La ricerca di un capro espiatorio (Girard 1982; Bonazzi 1983) a cui attribuire le responsabilità delle crisi rappresentano, infatti, dispositivi retorici ampiamente studiati. La natura della discriminazione risulta essere un tratto profondo di ogni società della cui riproduzione dipende la stabilità sociale e di cui sono però responsabili le sue terminazioni apicali, le istituzioni<hi rend="italic">. </hi>Lo stesso Foucault (1998) nella sua definizione di «biopotere» chiarisce, in maniera critica, il principio secondo cui lo stato moderno, per necessità di sopravvivenza e di equilibrio interno, mette in atto forme di «razzismo di stato» per delimitare e mantenere saldi i confini tra gruppi dominanti e dominati.</p><p rend="text">Il meccanismo della propagazione dell’odio funziona in questo modo ed è rimasto pressoché lo stesso, così come le categorie su cui si sono scaricate le colpe del peggioramento della situazione. Sono soprattutto gli stranieri, i non cristiani, coloro che hanno orientamenti sessuali differenti, i rom, le donne, a diventare oggetto sistematico di attacchi d’odio, ed essere messi al centro delle insicurezze collettive. Vi sono sempre state forme di discriminazioni nelle società occidentali a caratterizzarne gli «ismi» ricorrenti, quali sessismo, razzismo, antisemitismo, antigitanismo, e paure generalizzate contro categorie sociali che si discostando da una supposta definizione di normalità quali omosessuali, disabili, criminali, malati di mente, senza tetto. Retoriche xenofobe, razziste e omofobe, largamente diffuse nel dibattito pubblico e politico, che dovrebbero essere contrastate non solamente a livello giuridico, ma anche politico e culturale (Casey <hi rend="italic">et al</hi>. 2012), sono ciclicamente sottoposte ad un processo di revisione<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-002-backlink"><ref target="08.html#footnote-002">10</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">Come già faceva notare De Mauro (2016) la costruzione dello stigma attraverso il linguaggio riguarda categorie e situazioni ben precise intorno a cui vi è stata la costruzione di un lessico denigratorio ampiamente compreso all’interno delle relazioni comunicative che tendono a rimarcare distanze o supposte superiorità. Le parole ‘per ferire’ possono evocare una categoria (negro, finocchio), stigmatizzare luoghi (napoletano, marocchino) o professioni (accademico, politico, strizzacervelli); alcune parole in apparenza neutre diventano ingiuriose quando rimarcano lo scarto da una supposta normalità fisica (gobbo, handicappato, analfabeta) o sociale (povero, straccione, proletario). Ciò che è cambiato è però il contesto politico e comunicativo entro cui il messaggio d’odio si diffonde e la forza legittimante delle argomentazioni in grado di contrastarlo<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-001-backlink"><ref target="08.html#footnote-001">11</ref></hi></hi>. </p><p rend="text">Affinché un messaggio d’odio possa attecchire nel senso comune, oltre all’individuazione del bersaglio d’odio è necessario anche un contesto narrativo che ne potenzi l’efficacia. Per questo anche i <hi rend="italic">frame</hi> entro cui si sono collocate le affermazioni d’odio vanno presi in considerazione, se non viene attivata una cornice di senso più ampia che rende il collegamento plausibile, il meccanismo di semplice indicalità da solo non basta per definire un soggetto o una causa come una potenziale spiegazione del disagio interpretativo (Entman 1993; Barisione 2009; Bruno 2014). La già citata ricerca sul linguaggio di discussione parlamentare insiste sul fatto che il contesto entro cui si collocano le espressioni d’offesa è spesso più importante del suo <hi rend="italic">target</hi>. Sono le retoriche antipolitiche, la richiesta di sicurezza e di difesa del territorio da invasori a dare potenza al messaggio<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-000-backlink"><ref target="08.html#footnote-000">12</ref></hi></hi>, mentre i bersagli si alternano di volta in volta sulla base delle esigenze funzionali del contesto narrativo. In questo gioco di rimandi e di colpevolizzazioni il nemico può diventare anche l’autorità che si prende in carico le categorie marginali indicate come potenziali sovvertitori dell’ordine costituito, può essere lo Stato quando si occupa della dimensione locale (Roma ladrona) oppure le istituzioni sovranazionali quando limitano l’esercizio della sovranità (la colpa è dell’Europa) e via dicendo. Tutti questi attributi di senso in alcune circostanze si coagulano magicamente e se non vengono decostruiti efficacemente, impresa spesso ardua perché si contrappongono argomentazioni razionali e normative a sentimenti di incertezza e di disagio, diventano un’arma di propaganda potentissima nella comunicazione di forze anti-sistemiche.</p><p rend="text">Il meccanismo è semplice e rimanda al gioco semantico tra testo e contesto (Grandi 1992), l’utilizzo dell’offesa come forma di espressione prima di tutto intercetta la presenza di una situazione di disagio, ne addita un colpevole, ne sintetizza le responsabilità e ne costruisce un’argomentazione accettabile.</p><p rend="h2">Conclusioni</p><p rend="text">L’<hi rend="italic">hate speech </hi>rappresenta un oggetto narrativo difficile da maneggiare perché si inserisce in una dinamica complessa di discorso pubblico e politico su cui è difficile intervenire a freddo. L’esistenza di un forte risentimento sociale (contesto) che si scarica su categorie sociali ben precise e a facile portata (bersaglio), la perdita di rilevanza di una pedagogia sociale da parte delle grandi istituzioni regolatrici e di ‘governo’ della società – come la politica, la chiesa, la scuola e la famiglia – (anticorpi), la presenza di forze politiche che ne cavalcano l’onda (imprenditori) e, infine, le potenzialità di nuove forme di comunicazione che amplificano la propagazione dei messaggi (dispositivi di propagazione), raffigurano un combinato disposto che rende difficile ogni azione. </p><p rend="text">I sentimenti d’odio e di ostilità rappresentano pulsioni insite nella natura umana che nel tempo la società e le sue istituzioni hanno cercato di gestire. Il linguaggio comune ne è una dimostrazione palese, il turpiloquio, l’insulto, la parolaccia, lo sbotto d’ira, l’<hi rend="italic">unpolitically correct</hi> rappresentano registri e generi narrativi anche di successo se confinati all’interno di un contesto che li norma e gli dà senso. La psicologia evolutiva ci insegna che i bambini usano la parolaccia come forma di provocazione per sperimentare il concetto di limite all’interno della relazione affettiva. Il <hi rend="italic">black humor</hi> sfida i tabù più profondi usando il linguaggio peggiore con l’intento di spingere a ragionare in modo serio su temi controversi. Le manifestazioni d’odio e le forme di offesa di per loro non costituiscono un male assoluto, ma è il loro meccanismo d’uso a determinarne l’effetto degenerativo.</p><p rend="text">La questione del linguaggio rappresenta solo la punta dell’iceberg, o la cartina di tornasole, su cui riflettere bene. L’utilizzo dell’espressione d’odio o di offesa porta con sé un retaggio culturale latente, quasi necessario, come forma catartica di costruzione del vivere civile, ma le esperienze del passato, e sempre più del presente, mostrano che se non gestite queste possono trasformarsi in un pericolo sociale. L’approccio informale e diretto (disintermediato) delle relazioni sociali, anche per effetto dei media e dei social media, e il suo utilizzo da parte di alcune entità pubbliche, stanno contribuendo a normalizzare l’uso dell’offesa e dell’insulto e a inquadrare i suoi bersagli. Il pericolo è proprio la perdita di limite che sta rendendo accettato e persino desiderabile un certo schema di valori che, per di più, risolve una dissonanza cognitiva latente tra essere naturale ed essere civile e offre una spiegazione accettabile sulle origini del risentimento sociale. </p><p rend="text">La crisi diffusa, materiale, simbolica e politica che stiamo vivendo ha riportato a galla vecchie fratture sociali e vecchi antagonismi non per superarli, ma per oggettivarli di fronte al malessere diffuso. Imprenditori del risentimento e della paura su questo terreno sembrano non incontrare grandi ostacoli e l’argine etico-istituzionale sin qui funzionante si trova ad essere sguarnito di fronte a questa nuova ondata di panico morale. Siamo di fronte ad una minoranza, finora silenziosa, ma che adesso possiede un amplificatore che la fa apparire molto più grande di quella al potere e la legittima agli occhi dell’opinione pubblica (Noelle-Neumann 2002). La controffensiva finora è stata debole, spesso troppo istituzionalizzata e orfana di un discorso pubblico capace di contenere e riportare il risentimento su altri binari. Il contesto storico non aiuta e il discorso positivo sembra non fare presa. Che fare allora? Continuare a lavorare sul disinnesco, ma in modo meno ideologico o eccessivamente censorio, pena il rischio di un’ideologia capovolta, come ricordava Taguieff (1987) a proposito del razzismo positivo, che rischia di essere inefficace e senza presa sul senso comune. </p><p rend="text">Noi oggi siamo più sfidati dal linguaggio d’odio non per il suo contenuto di per sé, ma per il fatto che ci sentiamo meno protetti dalle sue derive e da quegli argini che finora avevano rappresentato una difesa morale. Gli strumenti in nostro possesso sono delicati e stanno nei modi con cui va riaffermata un’etica pubblica e i limiti all’uso del senso comune per spiegare la complessità, ma anche nella forza dei suoi portatori e nella capacità di saper comprendere il nuovo contesto.</p><p rend="h2">Riferimenti bibliografici </p><p rend="bib_indx_bib">Aalberg, T.F., <hi rend="italic">et al</hi>. <hi >eds. 2017. </hi><hi rend="italic" >Populist Political Communication</hi><hi > in </hi><hi rend="italic" >Europe</hi><hi >. London: Routledge.</hi></p><p rend="bib_indx_bib">Aime, M. a cura di. 2016. <hi rend="italic">Contro il razzismo</hi>. Torino: Einaudi.</p><p rend="bib_indx_bib"><hi >Altheide, D.L, Snow, R.P. 1979. </hi><hi rend="italic" >Media Logic. </hi><hi >Beverly Hills: Sage.</hi></p><p rend="bib_indx_bib">Andrisani, P. 2014. “Il perverso intreccio tra odio virtuale e odio ‘virale’”. In <hi rend="italic">Terzo libro bianco sul razzismo in Italia</hi>, a cura di Lunaria: 115-22. Roma: Edizioni Lunaria. &lt;<ref target="https://www.lunaria.org/wp-content/uploads/2014/10/impaginato-low.pdf">https://www.lunaria.org/wp-content/uploads/2014/10/impaginato-low.pdf</ref>&gt;.</p><p rend="bib_indx_bib">Barisione, M. 2009. <hi rend="italic">Comunicazione e Società</hi>. Bologna: Il Mulino.</p><p rend="bib_indx_bib">Bauman, Z. 2000. <hi rend="italic">La solitudine del cittadino globale</hi>. Milano: Feltrinelli Editore (<hi rend="italic">In </hi><hi rend="italic" >search of politics</hi><hi >. 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La relazione finale del 6 giugno 2017, mette di fatto fine ai lavori.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="08.html#footnote-009-backlink">3</ref></hi>	Il termine disintermediazione viene coniato da Paul Hawken (1983) per spiegare la trasformazione dinamica del sistema bancario di fine anni 60 in cui è venuta meno la consolidata separazione tra mediatori finanziari e consumatori. Il termine riprende centralità con lo sviluppo del commercio elettronico che riduce sempre di più la funzione degli intermediari nelle transazioni. Successivamente, il fenomeno investe anche altre importanti istituzioni sociali quali la politica e l’informazione. </p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="08.html#footnote-008-backlink">4</ref></hi>	Risulta complicato contrastare l’<hi rend="italic">hate speech</hi> sui <hi rend="italic">social media,</hi> come sottolinea Russo Russo nell’articolo de Il Post <hi rend="italic">L’hate speech</hi> <hi rend="italic">per i social network</hi> (2013), perché le <hi rend="italic">policies</hi> che regolano i discorsi d’odio sono spesso inadeguate al contesto comunicativo. Sia YouTube (di proprietà Google) che Facebook vietano esplicitamente l’incitamento all’odio ed invitano a segnalare le violazioni impegnandosi ad intervenire entro 24 ore, un tempo infinito per la propagazione sul web; inoltre, l’approccio non è poi così restrittivo perché ammettendo messaggi dai chiari fini umoristi e satirici e affidando ad un team di <hi rend="italic">deciders </hi>il compito di valutare le segnalazioni degli utenti il risultato è spesso insoddisfacente.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="08.html#footnote-007-backlink">5</ref></hi>	Il barometro dell’odio, costruito da un gruppo di ricercatori facenti capo ad Amnesty International, durante le ultime tre settimane della campagna elettorale del 2018, ha riscontrato ben 723 segnalazioni di messaggi offensivi di 129 candidati unici, di cui 77 risultati poi eletti. Il Barometro ha misurato che i politici più offensivi sono stati nel 51% quelli della Lega, nel 27% quelli di Fratelli d’Italia, il 13% di Forza Italia, il 4% di Casa Pound, il 3% di L’Italia agli Italiani e il’2% del Movimento 5 Stelle. Cfr. Conta fino a 10 barometro dell’odio in campagna elettorale &lt;<ref target="https://d21zrvtkxtd6ae.cloudfront.net/public/uploads/2018/02/16105254/report-barometro-odio.pdf">https://d21zrvtkxtd6ae.cloudfront.net/public/uploads/2018/02/16105254/report-barometro-odio.pdf</ref>&gt; (2019-04-18).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="08.html#footnote-006-backlink">6</ref></hi>	Il concetto di capro espiatorio, già presente nelle sacre scritture, viene utilizzato dalla sociologia dell’organizzazione per spiegare la soluzione di conflitti che hanno come obiettivo quello di salvare una struttura sociale. In senso figurato un capro espiatorio è una persona, un gruppo a cui addossare colpe delle quali è totalmente o parzialmente innocente. Vi sono diversi criteri che portano a selezionare un capro espiatorio, quali la differenza percepita della vittima, l’antipatia che essa suscita o il grado di potere sociale che possiede (Girard 1982). </p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="08.html#footnote-005-backlink">7</ref></hi>	La definizione di panico morale viene data da Stanley Cohen (1972) e si adatta a spiegare le situazioni di crisi valoriale delle società occidentali. Il meccanismo di funzionamento è pressoché sempre lo stesso, Qualcuno o qualcosa, vengono considerati come una minaccia rispetto ad un supposto ordine sociale, assumendo il ruolo di «demoni» popolari. Tale minaccia viene racchiusa in un simbolo o in uno slogan facilmente identificabile e utilizzato da cosiddette autorità a difesa della causa.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="08.html#footnote-004-backlink">8</ref></hi>	I dati della ricerca a cui si fa riferimento si possono trovare sul report <hi rend="italic">Odiare a parole. Gli hate speech nella discussione parlamentare</hi> condotta insieme a Silvia Genetti e disponibile su &lt;<ref target="https://www.academia.edu/29942025"><hi rend="CharOverride-3">https://www.academia.edu/29942025</hi></ref>&gt; (2021-11-23). Una sintesi ragionata è invece contenuta in un recente articolo (Belluati 2018). La ricerca ha evidenziato che circa il 21% di turni di parola dei 1.381 analizzati contenevano linguaggi d’odio o politicamente scorretti nei confronti di alcune categorie sociali precise o degli avversari politici. Di questi riferimenti, circa il 40% erano espressi da esponenti della Lega e il 23 % da quelli del Movimento 5 Stelle. A seguire il Partito Democratico 7%, Sinistra e Libertà con 6% e Fratelli d’Italia con il 4%. Ciò a confermare un’abitudine generalizzata anche nei contesti intra-istituzionali e ad utilizzare forme espressive negative ed insultanti.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="08.html#footnote-003-backlink">9</ref></hi>	Il concetto di deprivazione relativa viene formulato per primo dagli studi di Stouffer (1949) a proposito della frustrazione provata dai soldati americani al ritorno dal fronte e ripresa da diversi studi di psicologia sociale; essa spiega il disagio sociale con il fatto che la soddisfazione di una persona o di un gruppo non è collegata ad una situazione oggettiva, ma, piuttosto, alla percezione comparativa rispetto ad altre persone o gruppi.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="08.html#footnote-002-backlink">10</ref></hi>	Cfr. delle rilevazioni europee ed italiane che confermano la presenza costante e ricorrente di precisi bersagli d’odio: Reporting Hate speech in the #EU2014 campaign ENAR (European Network against Racism); Hate crime reporting OSCE-ODHIR 2017; Amnesty International, Barometro dell’odio 2018.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="08.html#footnote-001-backlink">11</ref></hi>	Negli ultimi anni l’attenzione verso la necessità di contrastare l’<hi rend="italic">hate speech </hi>è aumentata anche in Italia. Nel 2010 è stato istituito dal Ministero dell’Interno l’<hi rend="italic">Osservatorio per la Sicurezza contro gli Atti Discriminatori</hi> (OSCAD) e, all’interno del Dipartimento per le Pari Opportunità della Presidenza del Consiglio dei Ministri, è attivo l’<hi rend="italic">Ufficio Nazionale Antidiscriminazioni Razziali</hi> (UNAR). Un dato che giunge dall’esame dell’osservatorio OSCE sugli <hi rend="italic">hate crime</hi>, rivela alcune cose. La prima è che nel tempo le segnalazioni sono aumentate, sono passate dal 2013 al 2017 il numero è passato dal 472 a 1.048 a riprova dell’efficacia dello strumento. La seconda però è che a fare segnalazioni sono sempre gli stessi soggetti, nel 2017 le 1.048 pratiche sono state fatte ad opera di più o meno 8 soggetti unici. La terza è che i dati sulle verifiche non sono robusti, se si prende poi in esame l’anno 2016, l’unico completo di dati, si può vedere che delle 736 segnalazioni sono state prese in carico dagli organi di controllo il 58% e di queste solo il 7% ha prodotto una sentenza, segnale di un meccanismo di verifica inefficiente e inefficace. Cfr. &lt;<ref target="http://hatecrime.osce.org/italy">http://hatecrime.osce.org/italy</ref>&gt; (2019-04-18).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="08.html#footnote-000-backlink">12</ref></hi>	Le frasi d’odio si sono inserite prevalentemente in un frame antipolitico nel 73% circa dei casi, in quello securetario nel 24% in quello etno-nazionalista nel 25% (Belluati 2018).</p>
      
      
      
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