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        <title type="main" level="a">La politicizzazione della questione migratoria tra vecchi e nuovi attori</title>
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            <forename>Sorina Crisina</forename>
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          <resp>This is a section of <title>Migrazioni in Italia: oltre la sfida</title>(DOI: <idno type="DOI">10.36253/978-88-6453-965-2</idno>) by </resp>
          <name>Alberto Tonini, Giorgia Bulli</name>
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        <publisher>Firenze University Press</publisher>
        <pubPlace>Firenze</pubPlace>
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        <idno type="DOI">https://doi.org/10.36253/978-88-6453-965-2.10</idno>
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        <p>This is original content, published for academic research purposes</p>
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        <p>How do right wing populist parties politicize migration in different political, economic and social contexts? The chapter aims to provide an answer to this question by analyzing four parties: the Italian (Northern) League, the Spanish VOX, the German Alternative for Germany and the Austrian Freedom Party. Opposition to migration and negative reactions towards multicultural societies are recurrent arguments in the rhetoric of right-wing populist parties. The authors offer a multidimensional description of converging and diverging patterns of representation of migration in the four countries</p>
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            <item>Migration; right-wing populist parties; refugee crisis</item>
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      <p>It is available online at https://doi.org/10.36253/978-88-6453-965-2.10<ref target="https://doi.org/10.36253/978-88-6453-965-2.10" /></p>
      
      
      <p rend="h1_chapter" >La politicizzazione della questione migratoria tra vecchi e nuovi attori</p><p rend="h1_author" >Giorgia Bulli, Sorina Cristina Soare </p><p rend="h1_indexAbstract" ><hi rend="bold">Abstract</hi><hi rend="CharOverride-1">: </hi>How do parties belonging to the party family of right-wing populism politicize migration in different political, economic and social contexts? The chapter aims to provide an answer to this question by analyzing four parties: the Italian (Northern) League, the Spanish VOX, the German Alternative for Germany and the Austrian Freedom Party. Opposition to migration and negative reactions towards multicultural societies are recurrent arguments in the rhetoric of right-wing populist parties. The inquiry offers a multidimensional description of converging and diverging patterns of representation of migration in the four countries. As traditional direct destinations of migrants’ fluxes, Italy and Spain have been directly challenged by migrants’ and refugees’ arrivals by the sea. During the 2015 migrant crisis, the two Mediterranean countries were still experiencing the impact of austerity policies following the financial crisis of 2007-2008. Germany and Austria were less affected by the impact of the global financial crisis, and the two continental countries – traditional privileged aims of destination due the opportunities provided by their respective Welfare States – reacted differently to the 2015 migrant crisis. After offering an overview of the complex relationship between populism and migration, the chapter highlights the role of the different contexts where old parties (the Lega, the Austrian Freedom Party) and new parties (the Spanish VOX and the German Alternative for Germany) interpret the opportunity of politicization offered by migration in order to strengthen or to gain a relevant place in the respective party system.</p><p rend="h2 ParaOverride-1" >Introduzione</p><p rend="text" >Negli ultimi decenni, i partiti populisti sono passati dallo status di «ospiti occasionali» nelle democrazie contemporanee a quello di «presenze permanenti» nella vita politica europea ed extra-europea (Tarchi 2015). In uno studio recente, Zulianello (2019) ricorda che, su scala europea, il 40.8% dei partiti populisti europei ha esperienze di governo a livello nazionale. La percentuale raddoppia se si prendono in considerazione varie altre forme di interazione cooperativa fra partiti (per es. partecipazione in alleanze preelettorali, appoggio a governi di minoranza, etc.). Il dato è coerente con le dinamiche a livello dell’elettorato: in media, più di 1 su 4 elettori vota ha votato per un partito populista della destra radicale (TAP 2019).</p><p rend="text" >Senza trascurare l’importanza che il contesto (geografico, temporale, politico, etc.) assume per gli esponenti del populismo, consideriamo che questi attori populisti si rifanno invariabilmente a tre elementi definitori: l’eticizzazione del popolo, la denuncia delle élite e l’opposizione alle limitazioni che la democrazia liberale impone al principio della sovranità popolare (Chiapponi 2017). Su questo aspetto occorre però una precisazione; negli ultimi decenni, l’appello al popolo inteso come entità organica contrapposta ad una élite disaggregante si è prestato a diversissime declinazioni (Mudde, Rovira Kaltwasser 2013). Da una parte, emerge l’accento sul popolo come <hi rend="italic">plebs</hi> ovvero quelle classi umili e trascurate della società (Tarchi 2015, 55). In questa chiave di lettura, i populisti propongono una inclusione/integrazione materiale, politica e simbolica di ciò che Tarchi identifica come «il microcosmo dei trascurati» (Tarchi 2015, 55). Dal punto di vista dei riferimenti empirici, la maggior parte dei populismi inclusivi è associabile ai partiti della sinistra radicale (per esempio Syriza e Podemos). Dall’altra parte, sono sempre più diffusi i riferimenti ad un popolo <hi rend="italic">ethnos</hi>; è il punto di riferimento dei cosiddetti populismi della destra radicale, i quali rappresentano il popolo come comunità unita da vincoli di sangue, terra, storia, linguaggio e cultura (Mastropaolo 2017, 62). La loro difesa della comunità organica del popolo, descritta come un’entità moralmente ed eticamente superiore (Chiapponi 2017), identifica spesso nello straniero un elemento potenzialmente destabilizzatore (Ivarsflaten 2008). Con intensità e contenuti variabili, la famiglia populista denuncia l’immigrazione in riferimento a ciò che Reynié (2011) identifica come patrimonio culturale della comunità – omogenea e pura – del popolo ovvero quegli elementi che definiscono il suo modo di vivere caratterizzato da valori (libertà, diritti), tradizioni ed elementi simbolici all’interno di un mondo culturale familiare. Emergono anche riferimenti all’impatto della migrazione sul patrimonio materiale della comunità definito in riferimento al tenore di vita, all’accesso alle politiche sociali e, più in generale, ai servizi pubblici (per es. la sanità, l’istruzione, i trasporti o sicurezza) (Reynié 2011). Lo stesso vale per l’impatto negativo dell’immigrazioni sulla volontà popolare, manipolata, ora anche usurpata, dalle élites politiche in nome della democrazia liberale (Tarchi 2015). Viene così denunciata l’ipertrofia dei diritti individuali e la tutela delle minoranze (in genere), manifestazioni del tradimento degli interessi della maggioranza. Con un focus maggiore sull’immigrazione, viene contestato l’allargamento dei diritti politici agli immigrati.</p><p rend="text" >In questo contesto, nelle pagine che seguono ci proponiamo di indagare le convergenze e le divergenze nel modo in cui viene inquadrato il fenomeno dell’immigrazione in riferimento a quattro partiti della destra radicale populista: la Lega italiana, il partito spagnolo Vox, l’Alternativa per la Germania (Alternative für Deutschland, AfD), Partito della Libertà dell’Austria (Freiheitliche Partei Österreichs, FPÖ). La scelta di prendere in considerazione un numero medio di casi garantisce alla comparazione un equilibrio fra intensità ed estensione della ricerca qualitativa. Nella costruzione del nostro campione abbiamo preso in considerazione sia l’‘età’ dei partiti sia i contesti nazionali nei quali questi attori politici si inseriscono. Così abbiamo integrato nell’analisi due casi di partiti nuovi (AfD e Vox) e due casi di partiti con una lunga storia (la Lega e la FPÖ). Abbiamo considerato anche il contesto economico: il nostro campione ha preso in considerazione il fatto che Vox e la Lega provengono da contesti politici dove l’impatto delle politiche di austerità è stato notevole. Allo stesso tempo, la FPÖ e la AfD provengono da contesti economici che hanno resistito maggiormente agli effetti della Grande Recessione. Se è vero che in tutti i casi l’immigrazione è diventata un tema di dibattito importante, sussistono comunque delle differenze. Sia l’Italia sia la Spagna si sono confrontate negli ultimi vent’anni con crescenti flussi migratori dall’Africa del Nord. Tuttavia se la letteratura ha messo in evidenza tratti condivisi in riferimento al cosiddetto modello meridionale di migrazione, i due paesi hanno perseguito politiche ben diverse nel campo dell’accoglienza, dell’integrazione e dell’esternalizzazione delle frontiere (Frangapane, Minaldi 2018). L’Italia e la Spagna sono infatti per eccellenza porte di ingresso per i flussi migratori in Europa. L’Austria e la Germania sono descritte consensualmente come mete predilette dei percorsi migratori (Spahl <hi rend="italic">et al</hi>. 2017), ed hanno – con particolare riferimento al caso della Germania – una lunga tradizione di accoglienza di richiedenti asilo. Malgrado politiche restrittive nel campo della migrazione per motivi di lavoro, in entrambi i paesi, da decenni, il tasso netto di migrazione è positivo. Negli ultimi anni, le coalizioni di governo hanno approcciato la questione migratoria diversamente, con una dimensione prevalentemente incentrata sull’accoglienza e l’integrazione nel caso tedesco e politiche restrittive nel caso austriaco. I quattro casi da noi analizzati corrispondono a contesti economici, politici e sociali ben diversi. Tuttavia in ciascuno esistono partiti della destra populista. La nostra domanda di ricerca è: come definiscono la sfida dell’immigrazione partiti così diversi?</p><p rend="text" >Al fine di inserire il quesito, di stretta natura politologica, in un contesto di lettura interdisciplinare dell’influenza del fenomeno migratorio sull’evoluzione delle società contemporanee, ci chiediamo come la politicizzazione della questione migratoria in ciascuno dei quattro paesi influisca sulle dinamiche sociali, mediatiche e delle relazioni internazionali che si sono sviluppati in Germania, Austria, Italia, Spagna nel corso dell’ultimo decennio. Per rispondere a questa domanda, nella prima parte della ricerca ci proponiamo di inquadrare il rapporto fra populismo e immigrazione. Proseguiamo con una sintetica analisi del contesto incentrato sul periodo 2015-2019. Il focus su questo periodo è collegato alla politicizzazione della crisi migratoria del 2015-2016 nel contesto europeo (Krzyżanowski <hi rend="italic">et al</hi>. 2018). Nella terza parte procediamo alla presentazione dei quattro casi in riferimento a tre dimensioni: l’immigrazione in riferimento all’ambito politico, economico e culturale/simbolico<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-012-backlink"><ref target="10.html#footnote-012">1</ref></hi></hi>.</p><p rend="h2" >Populismo e immigrazione: una scommessa aperta</p><p rend="text" >Uno dei tratti che maggiormente caratterizza il populismo – sia che lo si consideri come più vicino ad una forma ideologica o alla stregua di una strategia comunicativa, è la sua natura camaleontica (Taggart 2000). La capacitò del populismo di adattarsi a contesti ideologici, politici e sociali molto diversi l’uno dall’altro ha garantito una ampia copertura geografica e temporale dei fenomeni associati al populismo. Per questo, gli approcci alla ricerca nell’ambito del populismo sono ampi e diversificati (Tarchi 2015). Per motivi di spazio nelle pagine che seguono facciamo riferimento al populismo come una forma mentis che identifica il popolo come una totalità organica caratterizzata da qualità etiche in netta opposizione con la corruzione morale e giuridica delle élites (politiche, economiche, culturali e sociali) e che rivendica una necessità di garantire convergenza fra la titolarità e l’esercizio del potere democratico (Tarchi 2015, 77). Tale definizione riscontra un numero elevato di referenti empirici. Per circoscrivere il campo di riferimento e definire con maggiore precisione le caratteristiche dei quattro partiti del nostro campione, è necessario ampliare le proprietà di riferimento specificando chi è il popolo di riferimento. Per il tipo di populismo da noi analizzato, il popolo è definito in primis in riferimento ai connotati culturali dell’ethnos. Ciò significa che la venerazione del popolo è giustificata dalla condivisione di legami di lunga durata (culturali, storici, geografici) contrapposta ai valori liberali e multiculturali promossi da élite cosmopolite. Nella maggior parte dei casi non si fanno riferimenti espliciti ad una dimensione razziale.</p><p rend="text" >La difesa della comunità così definita si costruisce sulla base dell’esclusione del portatore di diversità (Mudde, Rovira Kaltwasser 2013). Più precisamente si mira a limitare il suo accesso alle risorse materiali garantite dallo Stato in termini di politiche di welfare, di impiego, di istruzione, etc. Si aggiunge anche un’esclusione basata sulla dimensione simbolica o immateriale. In vista della difesa dello stile di vita dei nativi si descrive come minaccia la tutela delle specificità dei non-nativi, in particolar modo quando ‘gli stili’ di vita sono percepiti come incompatibili con quelli della maggioranza (si veda la giustificazione del discorso islamofobico nel nome dell’incompatibilità fra libertà e Islam secondo Geert Wilders<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-011-backlink"><ref target="10.html#footnote-011">2</ref></hi></hi>). Infine, l’esclusione si rifà anche a una dimensione politica. Si promuove così una limitazione delle possibilità dei portatori di diversità etnica di partecipare alla vita politica. A titolo d’esempio, limitando l’accesso alla cittadinanza, implicitamente si impedisce l’accesso a tutti i diritti politici.</p><p rend="text" >Se la letteratura condivide il fatto che la tribuna di mobilitazione in chiave anti-migratoria diventa molto efficace in tempi di crisi (Tarchi 2015), minore concordia emerge in riferimento ai vari volti della crisi. A livello politico, negli ultimi decenni, la crisi della democrazia rappresentativa (Bosco 2018; Morlino, Raniolo 2018; Ignazi 2017; Mair 2013) ha indebolito il legame fra partiti tradizionali ed elettori, aprendo nuove opportunità per partiti volti a raffigurare l’opposizione al sistema in nome dei «perdenti della globalizzazione». La riorganizzazione della competizione politica ha aperto una struttura di opportunità per partiti che veicolano la difesa dell’insicurezza materiale e immateriale generata dalla crisi economica e migratoria (Caiani, Graziano 2019). Momenti di scarsità di risorse economica forniscono un terreno fertile per la proliferazione di forme di colpevolizzazione dei non-appartenenti al gruppo maggioritario e di diffusione di forme di pregiudizio e discriminazione (Golder 2016). Tuttavia, la letteratura non identifica una forte correlazione fra dati economici (in particolare in termini di disoccupazione) e voto per i partiti della destra radicale (populista) (Golder 2016; Grittersova <hi rend="italic">et al</hi>. 2016; Arzheimer, Carter 2006). In questo contesto, la letteratura ha messo in evidenza anche una pervasiva crisi culturale collegata alla rimessa in questione dei valori stessi delle società occidentali (Golder 2016; Ivarsflaten 2008). Si diffondono così percezioni negative nei confronti degli immigrati, in parallelo con l’aumento del supporto per alternative autoritarie (per es. interventi militari) e leadership forti (Foa, Mounk 2016) Tuttavia le analisi empiriche non arrivano a risultati consensuali. A titolo d’esempio, le analisi di Van Der Brug, Fennema e Tillie (2005) o Ivarsflaten (2008) dimostrano che l’immigrazione è positivamente correlata ai risultati dei partiti della destra radicale (populista), altre analisi non trovano supporto statistico in questa direzione (Caiani, Graziano 2019).</p><p rend="text" >Se l’impatto della rilevanza dei partiti della destra radicale populista rimane ancora da definire in termini di politiche, la letteratura è consensuale nel considerare il nativismo<hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi xml:id="footnote-010-backlink"><ref target="10.html#footnote-010">3</ref></hi></hi> un tratto caratteristico della destra radicale populista e, più precisamente, la preferenza per una visione esclusivista della comunità del popolo. Inizialmente all’Ovest e sempre di più anche all’Est, le posizioni anti-immigrazione sono uno dei tratti caratteristici della destra radicale populista (Arzheimer 2009). Al centro della tribuna della destra populista radicale si ritrovano allora proposte volte a dare la precedenza alla comunità dei nativi e a limitare le politiche di integrazione (Akkerman 2015). Lo slogan «prima i nostri» è un <hi rend="italic">Leitmotiv</hi> delle campagne elettorali degli ultimi anni. Insicurezze varie (disoccupazione, qualità e accesso ai servizi, perdita di identità, etc.) sono utilizzate a supporto di una descrizione catastrofica dell’impatto degli agenti patogeni (i migranti e i loro difensori) a livello della comunità dei nativi. Già nel 2015, i dati dell’Eurobarometro mettevano in evidenza il fatto che l’immigrazione era una delle principali preoccupazioni dei cittadini europei, superata soltanto da aspetti quali la disoccupazione, salute e politiche di welfare (Goncalves Raposo 2018).</p><p rend="text" >Malgrado la diversità dei contesti, ci aspettiamo dunque una forte convergenza nel modo in cui il tema delle migrazioni è inquadrato dal punto di vista della crisi politica, economica e culturale alla quale si rifanno i partiti populisti. Le differenze di età o contesto macroeconomico dei partiti dovrebbero svanire davanti alla raffigurazione di una crisi che minaccia l’esistenza stessa della società occidentale. Dopo un breve inquadramento del contesto, nella parte che segue procediamo all’analisi di come i quattro partiti da noi identificati inquadrano la questione della migrazione e come vengono giustificate le prese di posizione circa l’immigrazione dal punto di vista della dimensione politica, economica e culturale.</p><p rend="h2" >Crisi e immigrazione: un mélange esplosivo</p><p rend="text" >A livello europeo, negli ultimi decenni, i dati demografici hanno messo in evidenza un cambiamento importante. Nel dopoguerra, fino agli anni ‘70, la crescita demografica degli Stati europei era riconducibile all’andamento del movimento naturale della popolazione (numero totale delle nascite meno numero totale dei decessi). A partire dagli anni ‘90, si registra il rallentamento del tasso naturale di crescita demografica e la migrazione è diventata la fonte principale di aumento demografico in Europa (Batsaikhan <hi rend="italic">et al</hi>. 2018). Nel 2015, l’afflusso di più di un milione di richiedenti asilo e migranti (per la maggior parte provenienti da Siria, Afghanistan e Iraq) ha messo in luce le debolezze del sistema europeo di asilo e le difficoltà delle amministrazioni nazionali nel gestire l’accoglienza. Allo stesso tempo, la questione dell’immigrazione riceve una nuova interpretazione in seguito alla perpetrazione di attacchi terroristici di matrice islamica in vari Stati membri. Una ricerca pubblicata da Pew Research Center nel 2016 mette in evidenza il fatto che più della metà degli intervistati considerava che l’aumento dell’immigrazione inducesse un aumento delle probabilità di subire attentati terroristici (Wike <hi rend="italic">et al</hi>. 2016). Secondo la stessa ricerca, le paure connesse all’immigrazione erano riconducibili anche al peso economico e più precisamente all’associazione fra aumento dell’immigrazione e diminuzione dei posti di lavoro e dei benefici sociali per i nativi. In alcuni paesi, come per esempio in Italia e Svezia, l’immigrazione era anche associata all’aumento della criminalità.</p><p rend="text" >Non c’è bisogno di ricordare che i flussi migratori del 2015 e del 2016 sono avvenuti in un contesto europeo di recessione economica. Nel periodo post-2008, quasi tutte le economie degli Stati membri hanno subito una contrazione importante e, in molti casi, rigidi pacchetti di austerità sono stati imposti, con conseguenze drammatiche a livello sociale ed economico (per es. aumento del debito pubblico, della disuguaglianza, restringimento delle politiche sociali, etc.) (Manow <hi rend="italic">et al</hi>. 2018). Se prendiamo in considerazione l’evoluzione del tasso di crescita del Pil reale (Grafico 1), indicatore che ci permette di comparare sviluppi economici fra economie diverse, emergono con chiarezza le tensioni della Grande Recessione. Il rallentamento è osservabile sull’intero periodo di riferimento, con momenti acuti nel 2009, 2012 e 2013, anche se gli Stati membri hanno registrato risultati molto diversi, con la Spagna e l’Italia particolarmente toccate dalla crisi. Gran parte della perdita di crescita è collegata a pressioni esterne, in un clima di elevata incertezza. Fattori interni spiegano tuttavia le reazioni diverse a livello delle economie nazionali.</p><p><graphic url="10-web-resources/image/f11_1_C.jpg" rend="img _idGenObjectAttribute-1" mimeType="image/jpeg"/></p><p rend="caption_figure" >Grafico 1 – Tasso di crescita PIL reale nei quattro paesi di riferimento (2008-2018). Fonte: Eurostat 2019.</p><p rend="text" >In seguito alla Grande recessione, il consenso (neo)liberale che aveva caratterizzato il periodo post-Guerra Fredda comincia a sgretolarsi (Manow <hi rend="italic">et al</hi>. 2018). Le politiche sociali ed economiche sono al centro di interpretazioni divergenti sul ruolo dello stato e dell’Unione europea. I partiti di governo sono penalizzati nelle elezioni post-crisi, in particolar modo nei paesi dove la crisi è più profonda (per es. in Spagna, Grecia, Italia). La letteratura identifica anche un aumento del livello di polarizzazione ideologica all’interno della competizione partitica e della società (Braun <hi rend="italic">et al</hi>. 2019). Come osservato da Drakos <hi rend="italic">et al</hi>. 2019, la relazione fra governi, cittadini e settore economico (e in primis finanziario) entra in un ciclo di colpa e rabbia. Cresce anche la percentuale di voti ottenuta dai partiti radicali, che occupano gli estremi del continuum destra/sinistra (Zulianello 2019). A livello europeo, i sondaggi rilevano un aumento della xenofobia e la moltiplicazione delle voci critiche nei confronti dell’Unione europea (Drakos <hi rend="italic">et al</hi>. 2019).</p><p rend="text" >In riferimento ai quattro partiti da noi analizzati, i dati elettorali raggruppati nella tabella 1 mettono in evidenza la portata del successo elettorale nel passaggio dalle elezioni legislative organizzate prima della crisi migratoria alle elezioni successive. La rilevanza in seggi dei partiti spiega anche il coinvolgimento nelle coalizioni di governo, come si può vedere nel caso del Governo Kurz, nel quale la FPÖ è stato partner minore nella coalizione con il partito della Övp, partito conservatore di destra, fino allo scandalo Strache nella primavera del 2019<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-009-backlink"><ref target="10.html#footnote-009">4</ref></hi></hi>. Lo si osserva anche nel caso del governo Conte, con la delegazione della Lega.</p><p rend="caption_table" >Tabella 1 – Percentuale dei voti nelle ultime elezioni legislative (2011-2019). Fonte: Parlgov.</p><table rend="Nessuno-stile-tabella" xml:id="table001">
				<!--<colgroup>-->
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				<!--</colgroup>-->
				
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						<cell rend="Nessuno-stile-tabella top">
							<p rend="table ParaOverride-2" ><hi rend="italic">Elezioni prima della crisi migratoria</hi></p>
						</cell>
						<cell rend="Nessuno-stile-tabella top">
							<p rend="table ParaOverride-2" ><hi rend="italic">Elezioni post crisi migratoria</hi></p>
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							<p rend="table ParaOverride-2" ><hi rend="italic">Diff. % voti ultime due elezioni</hi></p>
						</cell>
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					<row rend="Nessuno-stile-tabella _idGenTableRowColumn-4">
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							<p rend="table" ><hi rend="italic">FPO</hi></p>
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						<cell rend="Nessuno-stile-tabella base_line">
							<p rend="table" ><hi rend="italic">AfD</hi></p>
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							<p rend="table" ><hi rend="italic">LN</hi></p>
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						<cell rend="Nessuno-stile-tabella down_line">
							<p rend="table" ><hi rend="italic">Vox</hi></p>
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						<cell rend="Nessuno-stile-tabella down_line">
							<p rend="table ParaOverride-2" >10,3</p>
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						</cell>
					</row>
				
			</table><p rend="text" >Sulla base di questo inquadramento generale, nella parte che segue cercheremmo di fornire una visione complessiva della posizione dei partiti da noi indagati sul tema dell’immigrazione e, in particolar modo, l’immigrazione in riferimento alla dimensione politica, economica e social-culturale.</p><p rend="h2" >Il caso della Lega (Nord)</p><p rend="text" >La Lega Nord è stata fondata nel 1989 dal raggruppamento di formazioni autonomiste sviluppatesi negli anni ‘70, in particolare nelle zone bianche del Veneto, Lombardia e Piemonte, in rottura con le identità politiche tradizionali, valorizzando l’opposizione centro e periferia declinata in chiave geografica e culturale (Nord vs. Sud), economica (lavoratori vs. sfruttatori) o addirittura strutturale (società civile vs. partiti tradizionali) (Biorcio 1991; 1997; 2010). In questa chiave di lettura, la genesi della Lega può difficilmente essere ricondotta ad uno stimolo unico (Tarchi 2015; Diamanti 1993), sia esso l’intolleranza verso il Meridione, la denuncia della politica o il rifiuto dei partiti tradizionali ovvero dei partiti quali istituzioni di articolazione, comunicazione e implementazione delle domande dei governati, il richiamo al territorio e l’insoddisfazione verso le politiche fiscali dello stato. La Lega si raffigura dall’inizio in chiave critica attraverso un linguaggio diretto e spesso spregiudicato, attraverso la tribuna un’identità deideologizzata. Condividiamo, infatti, l’analisi di Diamanti in base alla quale la Lega è stata e lo è ancora un </p><p rend="quotation_b" >collettore dei mutamenti e delle tensioni che hanno attraversato la società italiana […] un fattore di logoramento dell’identità politica e del rapporto fra società e partiti […] la Lega può essere considerata come una sorta di imprenditore politico che si alimenta della crisi del sistema politico italiano, del rapporto fra partiti di massa, tradizioni culturali e società civile, così come esso viene vissuto nel Settentrione. La Lega sottolinea anzi, a questo proposito, le trasformazioni che hanno investito questa stessa area: la crisi dei poli metropolitani e della grande industria – tradizionali centri dello sviluppo –, la crescita economica delle zone a industrializzazione diffusa, la loro concomitante modernizzazione e instabilità socioculturale (Diamanti 1993, 103-4). </p><p rend="text" >Punto di convergenza di un ampio malessere, la Lega si costruisce una struttura territoriale diffusa dove si dissolvono, almeno in parte, le identità politiche precedenti. Significativo è il fatto che la cinghia che collegava gli iscritti al CGIL al partito di riferimento a sinistra si è rallentata a tal punto che percentuali importanti di tesserati al sindacato storico di sinistra raggiungono gli iscritti della Lega al Nord<hi rend="CharOverride-3">. </hi>Da questo punto di vista la Lega assume la «funzione tribunizia» che Lavau (1981) aveva attribuita al Partito comunista francese e fa così leva sullo scontento degli elettori che non si sentono più rappresentanti politicamente (Biorcio 2010). Raffigura pubblicamente il tribuno della «nuova plebe» anche se, a differenza del modello originale di Lavau, ha fatto parte dei governi dei governi di centro destra (1994; 2001-2006; 2008-2011) e del governo con il M5S (2018-2019). Durante le varie collaborazioni al governo, la Lega ha gestito una parte dell’agenda politica, senza rinunciare alla sua raffigurazione protestataria.</p><p rend="text" >Da un punto di vista concettuale, l’inquadramento della Lega in una famiglia politica è dall’origine poco consensuale. Mastropaolo, per esempio, mette in risalto la complessità del programma della Lega e lo considera essenzialmente un fenomeno riconducibile all’antipolitico (2005). Lo stesso fondatore della Lega, Umberto Bossi, insisteva sull’identità fluida della lega, un movimento popolare e non un partito (Tarchi 2015; Biorcio 2010). Considerata l’origine della Lega, molti autori mettono al centro della caratterizzazione della lega la dimensione regionalista, con un forte richiamo all’autonomia e una mobilitazione veemente contro la partitocrazia romana. L’etno-regionalismo originario con la sua valenza culturale e identitaria è sfumato (ed addirittura soppiantato) dall’innesto della denuncia della politica tradizionale e della burocrazia statale dello stato centrale. In questo modo, l’identità della Lega muta a favore di ciò che è stato identificato come un populismo a valenza regionalista (McDonnell 2006; Biorcio 2010; Tarchi 2015). Possiamo dire che l’ethnos fondante della Lega ai suoi albori è anzitutto un ethnos localizzato nei confini di un territorio immaginato, la Padania. Ad oggi, nella letteratura emerge con una certa prevalenza l’inquadramento della Lega come partito populista e più precisamente un rappresentante del populismo della destra radicale il cui programma dà voce ad una combinazione di nativismo, autoritarismo e populismo (Albertazzi, McDonnell 2015). </p><p rend="text" >Malgrado cambiamenti importanti nel registro argomentativo, dalla sua creazione del 1989 all’abbandono progressivo dell’identificazione topografica dalla sua appellazione nel periodo post-2014, la Lega (Nord) esibisce una spiccata denuncia della politica dell’establishment; l’elemento-istituzionale assume un carattere sempre più rilevante. Dalla sua creazione del 1989 all’abbandono progressivo dell’identificazione topografica dalla sua appellazione, il ‘popolo’ della proposta leghista ha registrato salto notevole spostandosi da un ethnos in chiave regionalista ad un aggregato malleabile il cui collante è la difesa dalle minacce di agenti patogeni esterni (i.e. le istituzioni europee, le élites, gli immigrati, etc.).</p><p rend="text" >In riferimento alla nostra domanda di ricerca, al centro del discorso della Lega degli anni 1990<hi rend="CharOverride-3"> si ritrova l’opposizione fra noi, gli abitanti del Nord, onesti e laboriosi, contrapposti alla corruzione e alle élites di Roma e al parassitismo dei meridionali (McDonnell 2006). Il criterio che permette la distinzione fra noi e loro parte da una dimensione etnica e culturale (la comunità della gente del Nord) per giustificare un progetto politico, l’autonomia o anche la secessione. In questo contesto, oltre alla denuncia delle élites di Roma, l’esclusione prende di mira i meridionali contrapposti alla gente lavoratrice del Nord, sovraccaricati di tasse e di abusi vari (Biorcio 2010). Negli anni ‘80 e all’inizio della Seconda Repubblica, il tema dell’immigrazione appare già come un ingranaggio importante nella raffigurazione della protesta che incarna la Lega (Biorcio 1991, 2010). La sua rilevanza aumenta nel contesto dell’aumento dei flussi di persone provenienti dallo spazio ex-comunista. Negli anni ‘90, la denuncia dell’immigrazione è giustificata sia in chiave economica (l’immigrazione come fonte di disoccupazione e diminuzione degli stipendi), sia in chiave di sicurezza fisica (l’immigrazione come porta aperta alla criminalità).</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-3">In parallelo con l’aumento del numero di migranti, la critica dell’immigrazione è fatta anche in riferimento ad elementi di </hi><hi rend="italic CharOverride-3">welfare chauvinsim</hi><hi rend="CharOverride-3"> ovvero la denuncia dell’utilizzo delle risorse dello Stato per mantenere gli immigrati (Del Vigo, Ferrara 2015, 187). Bisogna però ricordare che l’immigrazione è al centro della tribuna di lancio della Lega Lombarda negli anni 1980 (Biorcio 1991, 59). Gli attacchi terroristici degli anni 2000 rafforzano la sua importanza all’edificio argomentativo della Lega in chiave anti-immigrazione: si tratta dell’anti-islam. Negli ultimi anni, la Lega utilizza con maggiore insistenza la denuncia del tradimento degli interessi della comunità degli italiani a favore degli immigrati da parte dei partiti tradizionali. Gli immigrati sono definiti come portatori di una minaccia culturale, di sicurezza fisica e economica. In questo contesto, la comunità di riferimento ha subito una modifica importante: l’enfasi su una comunità ancorata nella Padania è stata diluita da un ampliamento nazionale dei confini. Segue anche una riorganizzazione dell’elenco dei nemici dove le istituzioni europee primeggiano proprio in collegamento diretto con le politiche in campo migratorio.</hi></p><p rend="h2" >In nome dell’ordine e della sicurezza: l’immigrazione come minaccia </p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-3">Se prendiamo in considerazione l’aumento della visibilità del tema migratorio nei dibattiti europei nel periodo 2015, due documenti ufficiali del partito redatti in questo periodo (</hi><hi rend="italic CharOverride-3">Un programma per l’Italia, per la crescita, la sicurezza, le famiglie e la piena occupazione </hi><hi rend="CharOverride-3">2018 Forza Italia) e il programma di governo Lega Salvini (2018) descrivono l’immigrazione securitaria: sono frequenti i riferimenti al terrorismo, alla minaccia della clandestinità, alla criminalità organizzata. L’integrazione non è esclusa ma prevede l’adozione delle norme culturali e il rispetto delle leggi.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-3">Guardando da più vicino, il tema non è centrale nel programma elettorale unitario in 10 punti redatto assieme al centrodestra in occasione delle elezioni del 4 marzo 2018 (</hi><hi rend="italic CharOverride-3">Un programma per l’Italia, per la crescita, la sicurezza, le famiglie e la piena occupazione</hi><hi rend="CharOverride-3"> 2018). La parola immigrazione non è indicata in maniera esplicita. Il tema è implicito nel quinto punto dedicato alla Sicurezza e in particolar modo in riferimento alla lotta al terrorismo, al controllo rafforzato dei confini, al blocco degli sbarchi, ad un Piano Marshall per l’Africa e al rimpatrio di tutti i clandestini, l’abolizione della sedicente protezione umanitaria. In un elenco puntato piuttosto asettico</hi> emergono tuttavia delle connotazioni che permettono di specificare meglio il significato del fenomeno per la Coalizione del 2018. Si fa riferimento ad «una ripresa dei confini» alludendo a dei confini catturati dagli accordi con l’Unione europea e più in generale accordi internazionali che amputano la sovranità dello Stato italiano in materia di controllo degli ingressi. Allo stesso modo è denunciato l’abuso di ciò che viene definito come un’anomalia italiana ovvero «la concessione indiscriminata della sedicente protezione umanitaria mantenendo soltanto gli status di rifugiato e di eventuale protezione sussidiari»<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-008-backlink"><ref target="10.html#footnote-008">5</ref></hi></hi>. Questi temi sono tuttavia ripresi e ampliati nel Programma di Governo Salvini Premier (Lega Nord 2018). La Rivoluzione del Buonsenso. Qui il tema dell’immigrazione è centrale: è, infatti, il <hi rend="CharOverride-3">terzo punto nella scaletta tematica proposta nel documento programmatico di una settantina di pagine. In questo testo, la posizione ufficiale è quella di una empatia di principio condizionata dall’interesse degli Italiani e dalla netta distinzione fra «noi» e «loro». Il preambolo del punto dedicato all’immigrazione specifica: «</hi>Nessuno deve sentirsi costretto a lasciare il proprio Paese e le proprie radici per ragioni economiche. Possiamo davvero aiutare le aree del pianeta più svantaggiate sostenendo progetti in loco, non certo accogliendo tutti. L’Africa in Italia non ci sta!»<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-007-backlink"><ref target="10.html#footnote-007">6</ref></hi></hi>. La differenza fra l’identificazione generica dell’immigrazione con l’Africa è problematica se si attiene ai dati Eurostat sul profilo dei richiedenti asilo. A titolo di esempio, in riferimento al 2018, i primi cinque gruppi più popolosi di richiedenti asilo provengono, in ordine, da Pakistan, Nigeria, Bangladesh, Ucraina e Senegal<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-006-backlink"><ref target="10.html#footnote-006">7</ref></hi></hi>. Oltre le proposte di una regolamentazione più rigida dell’immigrazione e la sottoscrizione di accordi bilaterali per rimpatri, il programma denuncia il progetto Triton, si propone l’organizzazione di centri di accoglienza nei Paesi sicuri vicini alla Libia sotto l’egida dell’ONU e, in seconda battuta, la possibilità di istituire centri di accoglienza in Tunisia, in entrambi i casi con finanziamenti europei. In questo contesto, viene esplicitamente formulato il diniego allo sbarco per le ONG, punto cardine dell’attività del Ministro Salvini nel periodo post-giugno 2018. Viene indicata anche la possibilità di prevedere un vincolo di bilancio per le spese per un «rifugiato» calcolato in riferimento alle risorse impegnate per le pensioni d’invalidità al 100% di un cittadino italiano. Lo stesso vale per i contributi per l’accoglienza degli stranieri vincolati in riferimento ai massimali di spesa per il sostegno degli italiani in povertà. Alla declinazione securitaria e in chiave di controllo economico della spesa si aggiunge un riferimento esplicito alla contrapposizione fra islam e valori degli autoctoni. Si denuncia l’abuso della libertà religiosa garantita costituzionalmente e si elencano i punti di frizione fra l’islam e la cultura locale (per es. la poligamia, l’uguaglianza di genere, etc.). Si formula il divieto esplicito di rappresentanza politica attraverso partiti e si conclude identificando l’equivalenza fra vera integrazione e rispetto rigoroso rispetto della legge.</p><p rend="text" >Il caso della Lega nel periodo post-2015 corrisponde alle aspettative della letteratura in quanto prevalgono discorsi incentrati sull’ordine e la giustizia in un quadro nel quale la denuncia dell’immigrazione è declinata anzitutto in chiave securitaria. Così l’immigrazione rappresenta una minaccia all’integrità fisica in quanto associata allo sgretolamento del patrimonio culturale (si veda la tesi dell’incompatibilità fra islam e democrazia) e ad un peso economico per la società italiana a scapito delle necessità degli autoctoni.</p><p rend="h2" >La strada verso la rilevanza: il caso di Vox</p><p rend="text" >Sulla base dell’inquadramento teorico di cui sopra, sappiamo che il nativismo – un nazionalismo manicheo basato sull’esclusione di individui o gruppi ritenuti alieni e patogeni in quanto aggrediscono l’omogeneità della comunità organica del popolo (Mudde 2007) – è un ingrediente centrale della tribuna della destra radicale populista. Sappiamo anche che l’opposizione all’immigrazione, in chiave di difesa del patrimonio cultura (ovvero l’opposizione al multiculturalismo) e del patrimonio materiale (ovvero la promozione di politiche e pratiche di <hi rend="italic">welfare chauvinism</hi>) rappresenta un marker dei partiti della destra radicale. Da questo punto di vista, come l’Italia, la Spagna è diventata un approdo importante nella recente ondata di immigrazione (Fragapane, Minaldi 2018). Malgrado la storia imperiale e i rapporti privilegiati con le ex-colonie, dalla metà del XIX secolo fino agli anni ‘80, la Spagna è stata spesso inserita fra i paesi di emigrazione. La situazione cambia negli anni ‘90 quando la Spagna diventa progressivamente un paese di accoglienza (Romero 2015). Negli anni 2000, la Spagna diventa il più grande ricettore di immigrati in numeri assoluti fra i paesi OECD; 1 su 5 migranti che si sono trasferiti nell’UE-15 nel periodo compreso fra il 2002 e il 2013 è andato proprio in Spagna (Romero 2015); la situazione cambia temporaneamente nel periodo della crisi economica e finanziaria, per riprendere le tendenze precedenti a partire dal 2013 (Forte 2019).</p><p rend="text" >Tuttavia, la Spagna è stata spesso citata come un caso di ‘resistenza’ all’ondata del populismo che diventa visibile in particolar modo a partire dagli anni 2000. Partiti populisti non sono riusciti a spodestare la principale linea di conflitto – la divisione socioeconomica classica – e a problematizzare conflitti in chiave identitaria (Alonso, Rovira Kaltwasser 2015). Le caratteristiche del sistema elettorale che a<hi rend="CharOverride-3">vvantaggia i partiti più grandi </hi>rendevano inoltre particolarmente difficile l’ingresso nella principale arena politica spagnola. Inoltre, come nel caso tedesco, la memoria storica sembrava agire da ostacolo insormontabile per le sirene della destra radicale populista (Betz 2019).</p><p rend="text" >Di fatto, formule populiste (di destra o di sinistra radicale) sono state assenti dall’arena parlamentare spagnola dall’adozione della costituzione democratica del 1978 fino alle più recenti elezioni legislative (Turnbull-Dugarte 2019; Alonso, Kaltwasser 2015). Per la precisione ricordiamo che il cambiamento diventa visibile con le elezioni regionali in Andalucía nel 2018 quando un partito relativamente sconosciuto, Vox ottiene 12 seggi nel parlamento regionale. Prima di inquadrare in maniera più approfondita il profilo di Vox, bisogna ricordare che la famiglia della destra radicale populista nella Spagna post-1978 non era affatto assente. L’analisi di Alonso and Kaltwasser (2015) mette in evidenza un gruppo di partiti (per es. Democracia Nacional, Democrazia Nazionale) o Plataforma per Catalunya (Piattaforma per Catalonia) che rispecchiano le caratteristiche della destra radicale populista con un messaggio anti-elitista e nazionalista. Tuttavia nessuno di questi partiti riesce ad ottenere più dell’1% nelle elezioni a livello nazionale dal 1980 ad oggi (Alonso, Kaltwasser 2015, 23). Da segnalare il fatto che il numero aggregato di voti a favore di questi partiti è stato in crescita dalle elezioni europee del 2004, in particolare per quello che riguarda le elezioni regionali (Alonso, Kaltwasser 2015, 23).</p><p rend="text" >In questo contesto, le elezioni regionali del 2018 mettono in evidenza una breccia nell’immunità del sistema politico spagnolo e, simbolicamente, accade in una regione considerata un feudo di sinistra. Le elezioni svoltesi a dicembre 2018 permettono ad un partito il cui nome evoca il legame viscerale con il popolo, La Voce (implicitamente del popolo) di criticare la corruzione dell’élite politica e combattere le dinamiche indipendentiste e autonomiste diffuse negli ultimi anni. Al centro del messaggio di Vox si ritrova il bisogno di rafforzare la centralità di Madrid nella gestione politica, economica e amministrativa della Spagna. È importante dunque mettere in evidenza che le elezioni regionali del 2018 portano al centro della competizione non soltanto il <hi rend="italic">cleavage</hi> socioeconomico tradizionale ma anche il conflitto centro vs. periferia acutizzato dal referendum catalano del 1° ottobre 2017 (Turnbull-Dugarte 2019). Si aggiunge a questo ampliamento del registro di mobilitazione la crisi migratoria che trasforma anche la Spagna in un punto d’arrivo particolarmente affollato in quanto, nel 2018, il numero di migranti che arrivano in Spagna dall’Africa supera i numeri riscontrati in Italia e in Grecia (Keeley 2018, in Turnbull-Dugarte 2019, 2).</p><p rend="text" >Se nel periodo pre-2018 partiti con un messaggio simile a Vox avevano fallito proprio nel tentativo di scardinare la competizione politica e proporre nuovi temi di mobilitazione, il successo politico di Vox è stato attribuito in maniera consensuale alla capitalizzazione dello scontento della gestione della crisi catalana, accentuato dalla politica di accoglienza messa in opera dal governo Sanchez (si veda il famoso caso della nave Acquarius) (<hi rend="italic">il Post </hi>2018). Il conservatorismo sociale di Vox si declina anche in posizioni antiglobalizzazione che veicolano l’idea di una cospirazione internazionale contro gli interessi del popolo spagnolo. Nel contesto della gestione della crisi di Acquarius, il numero due del partito, <hi rend="CharOverride-3">Javier Ortega Smith, dichiarava: </hi></p><p rend="quotation_b" >Il globalismo controllato da Soros e Merkel e imprese del mondo vuole venderci l’idea di una crisi umanitaria, di una nave alla deriva in mare che necessita di essere salvata. Ma questa è una vera bugia, una menzogna, e loro (n.a. il governo Sanchez) lo sanno perfettamente, perché l’Italia lo ha spiegato (Pardo 2019).</p><p rend="text" >È importante menzionare anche l’investimento strategico nel rompere i tabù della politica. Rappresentanti di Vox hanno proposto la celebrazione della giornata dell’eterosessuale, hanno criticato la discriminazione delle persone ricche aggredite dalle autorità fiscali e i discorsi pubblici, hanno anche espresso perplessità nei confronti del ruolo dell’uomo nel cambiamento climatico, hanno messo in questione l’Olocausto (Betz 2019). In questo contesto, i media giocano un ruolo fondamentale in quanto la visibilità accordata al partito è positivamente correlata all’andamento elettorale (Olalla <hi rend="italic">et al</hi>. 2019).</p><p rend="text" >Vox è un partito di origine recente (dicembre 2013), anche se è stato lanciato da uomini politici di professione, precedentemente attivi nel principale partito di centro-destra spagnolo, il Partito Popolare (<hi rend="italic">Partido Popular</hi>). Dall’origine Vox è associato ad una linea conservatrice del PP a favore di un rafforzamento dei poteri delle autorità locali a scapito delle autonomie diffuse. Benché attivo politicamente già dalle elezioni europee del 2014, fino al 2018, la visibilità del partito rimane bassa. Privo di poteri in seggi, Vox rimane un attore periferico. Oltre alle finestre di opportunità di cui prima, il suo successo è riconducibile al cambio alla dirigenza del partito con l’elezione di Santiago Abascal nel 2014, rappresentante dei cosiddetti hard-liners del nazionalismo spagnolo. Abascal fa anche lui parte della rete del PP, la sua carriera politica inizia a 18 anni. La sua militanza lo porta a diventare rapidamente consigliere a Llodio e, successivamente, ad essere eletto nel parlamento regionale basco. Significativamente, sotto la guida di Abascal, Vox non partecipa alle elezioni regionali della Catalogna del 2017 per mettere in evidenza la sua opposizione alle posizioni indipendentiste. Oltre al contenuto della mobilitazione, la strategia della leadership di Santiago Abascal mette al centro un utilizzo capillare ed aggressivo dei social network (principalmente su WhatsApp, Facebook, YouTube e Instagram). Sono regolarmente denunciate le elite politiche, gli immigrati e i regionalisti (<hi rend="italic">La Vanguardia</hi> 2018). Le posizioni anti-Islam sono rafforzate anche da un conservatorismo culturale, in particolar modo per quello che riguarda il ruolo della donna nella società, la difesa della famiglia tradizionale e l’opposizione ai diritti LGTB. Come ricorda Betz (2019), il successo di VOX è riconducibile alla mobilitazione di un elettorato trasversale: confluiscono nostalgici Franchisti, fondamentalisti cattolici, elettori impauriti dal declino demografico e l’aumento dell’immigrazione. Tuttavia, ad oggi, il suo ancoraggio elettorale non è affine a quello della sinistra. Vox appare vicino alle posizioni liberiste americane o al programma di Jair Bolsonaro e si presenta come promotore di misure fiscali a vantaggio delle classi alte, a scapito dei servizi pubblici (Maestre 2019).</p><p rend="text" >In questo modo, il partito riesce ad accedere non soltanto all’arena legislativa nazionale, ma anche a quella europea marcando in maniera netta l’uscita dalla periferia politica. Con lo slogan inspirato apertamente a quello di D. Trump, <hi rend="italic">Hacer España grande otra vez</hi>, la campagna di Vox ha puntato con successo sulla necessita di ridare il potere al centro, a Madrid. I nemici da combattere sono anzitutto le autonomie regionali più che le istituzioni europee. Più che contenuto intellettuale riconducibile ad un filone ideologico ben definito, il programma di Vox è caratterizzato una certa vaghezza che garantisce una facilità di adattamento al mutare delle condizioni. La forma mentis di Vox gravita attorno ad una triade flessibile dal punto di vista del contenuto: Dio-Patria-Famiglia (Manifiesto Fundacional), ciò che permette l’incorporazione fluida di elementi derivati dai temi dominanti al momento. Il collante è garantito dalla </p><p rend="quotation_b" >estrema necessità delle istituzioni al servizio degli spagnoli, in opposizione a ciò accade per ora quando gli spagnoli sono al servizio dei politici […] Vox è il partito del buon senso, che dà voce a ciò che milioni di spagnoli pensano nelle loro case; l’unico che combatte per la soffocante correttezza politica. In Vox non diciamo agli spagnoli come devono pensare, parlare o sentire, diciamo ai media e alle parti di smettere di imporre le loro convinzioni sulla società (Vox Espana 2019).</p><p rend="h2" >La politica dei muri: resistenza all’immigrazione</p><p rend="text" >In questo contesto, Vox non può essere definito come un partito single-issue, un partito anti-immigrazione tout court. L’immigrazione è tuttavia un elemento chiave del successo della sua mobilitazione. Così la difesa di Dio, della Patria e della Famiglia giustifica la posizione critica nei confronti dell’immigrazione. La campagna elettorale per le elezioni regionali di dicembre 2018 si era svolta con uno slogan particolarmente penetrante, quello della <hi rend="italic">Reconquista</hi> dell’Andalucía. Si rinviava implicitamente alla necessità di riconquistare una regione spagnola dal controllo del PSOE e uno spot elettorale mostrava Abascal a cavallo in territorio andaluso, con in sottofondo la musica del Signore degli Anelli (Repubblica 2018). Si alludeva implicitamente alla storica riconquista del XV° secolo e all’espulsione dei mori riconducibile nella politica contemporanea all’appoggio di Vox alla <hi rend="italic">deportación</hi> degli immigrati clandestini nei Paesi d’origine (<hi rend="italic">l</hi><hi rend="italic">a Repubblica</hi> 2018). Dal 2018 ad oggi, le strategie punitive dell’immigrazione clandestina sono state accompagnate da politiche di isolamento fisico attraverso la chiusura delle frontiere e l’erezione di un muro attorno a Ceuta e Melilla (<hi rend="italic">The Guardian </hi>2019).</p><p rend="text" >Nel programma in 100 punti presentato al Palacio Vistalegre a Madid (2018), programma mantenuto in occasione delle elezioni legislative del 2019, l’immigrazione è un tema centrale (<hi rend="italic">100 medidas para España Viva</hi>). Sono così presentati 8 punti direttamente conducibili al tema: la dimensione punitiva prevale in quanto i primi punti mettono l’accento sulla deportazione degli immigrati clandestini e gli immigrati condannati per crimini gravi o recidivi (punti 14 e 15). Nell’ottica di prevenire l’immigrazione sono identificate come soluzioni: l’aumento dei contributi per i paesi in via di sviluppo e aiuti per i paesi che accettano il rimpatrio di immigrati illegali e criminali (punto 21). La lotta all’immigrazione è collegata anche all’indurimento delle pene per i trafficanti e i loro collaboratori, fra i quali sono esplicitamente indicate le ONG (16). L’accento su sicurezza e ordine rinvia anche alla gestione di mano dura delle opzioni di acquisizione rapida della cittadinanza e, più in generale, l’aumento dei requisiti linguistici, di contributi fiscali e prove di integrazione per la naturalizzazione (Punti 19-20). La gestione della crisi migratoria viene ricondotta anche alle istituzioni europee e la loro revisione per far fronte alle sfide attuali e future e garantire la difesa dei diritti dei cittadini europei (Programa electoral para las elecciones europeas de 2019). A tale scopo viene indicata come soluzione la revisione degli accordi della politica di vicinato, in particolare con il Maghreb e il Medio Oriente, sottoposti ad una clausola di collaborazione alla lotta all’immigrazione illegale sul territorio europeo e all’accettazione dei rimpatri (Programa electoral para las elecciones europeas de 2019, 10). Vengono così riproposti a livello europee i punti declinati nel capitolo immigrazione dei 100 medidas para España Viva (2018): rimpatrio degli immigrati clandestini, degli immigrati condannati per reati gravi o recidivi, etc. </p><p rend="text" >Nel caso di Vox, ritroviamo una denuncia dell’immigrazione in chiave punitiva e l’accento sull’esternalizzazione della lotta all’immigrazione. Benché centrale nell’identità di Vox, il tema dell’immigrazione non è prevalente. Non compare nel Manifiesto Fundacional, dove simbolicamente prevalgono i temi dell’unità nazionale e della difesa della moralità.</p><p rend="text" >Dopo aver analizzato la differente evoluzione della politicizzazione della questione migratoria in Italia e in Spagna, passiamo adesso al contesto nord-europeo, caratterizzato, come si è visto sopra, da una situazione diversa non solo dal punto di vista della tradizione di confronto con il fenomeno migratorio, ma anche da una differente capacità di resistenza del sistema tedesco e di quello austriaco alle conseguenze della crisi economico-finanziaria che ha investito l’Europa nel corso del presente decennio. Anche in questo caso, si è optato per una selezione dei casi in grado di mettere in luce – attraverso la comparazione tra un caso di lunga tradizione populista e il caso di un <hi rend="italic">newcomer </hi>(Decker 2016, 14) – la recente omogeneizzazione del discorso anti-immigrazione nei due contesti, il ricorso a strategie discorsive (Reisigl, Wodak 2005) di criminalizzazione ed emergenza, l’islamofobia e la creazione retorica del pericolo ‘invasione’ intorno al discorso sull’asilo politico, pur in un contesto partitico che mostra sostanziali differenze tra Austria e Germania. In Austria, infatti, come si vedrà tre breve, il partito della FPÖ ha conosciuto l’esperienza di partecipazione al governo fin dai primi anni Duemila, partecipazione reiterata, pur con esiti differenti, in tre occasioni (2000-2003; 2003-2007; 2017-2019). In Germania, invece, considerata analogamente alla Spagna come una sorta di eccezione dal punto di vista del successo dei partiti populisti e anti-immigrazione, la rottura del tabu della rappresentanza parlamentare di un partito alla destra dei democratici cristiani della CDU/CSU è avvenuta solo in occasione delle elezioni del 2017 attraverso il successo del partito della AfD e l’ottenimento della rappresentanza parlamentare per il partito populista di destra. La selezione dei due casi permetterà quindi di gettare luce su una serie di dimensioni di analisi che guideranno l’esposizione nel corso dei due prossimi paragrafi: 1) la genesi dei partiti, con particolare riferimento alla natura del humus ideologico e/o di cultura politica che ha fatto da sfondo alla nascita delle due formazioni; 2) l’evoluzione della FPÖ e della AfD nello specifico contesto dei due sistemi partitici, ovvero nell’interazione con le altre forze politiche (Decker, Adorf 2018, 3 ) la struttura delle opportunità – dovuta in gran parte alle prime due dimensioni indicate, otre che a fattori contingenti come la cosiddetta «crisi dei rifugiati» – che ha permesso alle due formazioni di esercitare influenza nel contesto delle politiche migratorie (con particolare attenzione al caso della FPÖ che ha avuto responsabilità di governo) e in quello della percezione della rilevanza delle <hi rend="italic">issues</hi> legate alle migrazioni in relazione al caso delle affermazioni elettorali della AfD.</p><p rend="h2" >La FPÖ: genesi e natura</p><p rend="text" >Per la particolarità delle sue origini, per la velocità con cui, da partito marginale, si è imposta all’interno di un sistema politico che sembrava destinato alla riproduzione di dinamiche di funzionamento condannate al blocco della democrazia (Papadopulos 2003), per l’attenzione dei media europei puntata sul leader che ne decretò il successo alla fine degli anni Ottanta – Jörg Haider- e per la polemica che le vicende relative alle ‘sanzioni’ comminate nel 2000 dall’UE al momento dell’ingresso del partito nella compagine governativa (Heinisch 2008, 450-1) ha innescato a livello europeo, il caso della FPÖ attira da almeno due decenni l’interesse degli studi sul moderno populismo e sul suo rapporto con le tematiche da esso promosse, immigrazione in primis. Questo interesse è andato accrescendosi all’aumentare dell’influenza del partito, che ha coinciso con le ripetute partecipazioni al governo della FPÖ, sia nella cosiddetta era Haider (2000-2003 e 2003-2007), sia nell’appena conclusasi era Strache (2017-2019)<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-005-backlink"><ref target="10.html#footnote-005">8</ref></hi></hi>. In particolare, in linea con quanto accaduto in altri casi europei di partecipazione dei partiti populisti al governo, l’attenzione degli analisti politici si è soffermata sull’influenza di questi ultimi nell’ambito delle politiche pubbliche (Minkenberg 2001; Akkermann, de Lange, Rooduijn 2016). Non vi è dubbio che un ambito privilegiato di interesse sia quello della verifica delle conseguenze della partecipazione al governo dei partiti populisti di destra nell’ambito delle politiche migratorie. Come mostrato nell’apertura del saggio, infatti, l’approccio anti-immigrazione e il netto rifiuto del multiculturalismo rappresentano elementi di grande rilevanza nella mobilitazione populista, e quindi nella raccolta di consensi elettorali da parte delle formazioni politiche oggetto di questo capitolo. Se concorde è il giudizio sulla capacità di questi partiti di influenzare l’opinione pubblica in merito alla percezione dell’impatto dell’immigrazione sulle società dei paesi dell’Europa occidentale, minore concordia si registra nell’analisi delle politiche pubbliche – a livello locale e nazionale – varate sotto governi a partecipazione populista (di destra). </p><p rend="text" >Il caso della FPÖ è da questo punto di vista paradigmatico. Fondato alla fine degli anni Cinquanta su una base subculturale nazionalista e con legami mai recisi con la destra pangermanica (Manoschek 2002) la FPÖ ha conosciuto un interregno tra la fine degli anni Settanta e l’inizio degli anni Ottanta nel quale la sua cultura politica ha virato verso l’ambito liberale, per poi trovare, sotto la direzione di Jörg Haider (eletto leader del partito nel 1986) la collocazione populista di destra che ne ha caratterizzato l’evoluzione – ivi comprese scissioni e cambi di leadership – e che ha portato il partito alla rinnovata partecipazione al governo in alleanza con il Partito Popolare austriaco (ÖVP) guidato dal popolare Sebastian Kurz sotto la guida di Heinz Christian Strache, leader del partito della FPÖ. Le dimissioni del leader della FPÖ dal governo di cui era vice-Cancelliere e dalla direzione del partito a causa del suo coinvolgimento in un caso di corruzione, hanno coinciso con la conclusione dell’esperienza di governo della FPÖ. </p><p rend="text" >È sugli effetti di questa alternanza tra opposizione e governo che concentreremo la nostra attenzione per verificare se e in che modo la retorica anti-immigrazione di cui la FPÖ è costante rappresentante in Austria da almeno due decenni, abbia agito in direzione dello sviluppo di sentimenti di scetticismo nei confronti della capacità della società austriaca di accoglienza di migranti e richiedenti asilo (Krzyzanowski, Wodak 2009) di polarizzazione politica sui temi delle migrazioni e dei modelli di integrazione ad essi associati (Rossell Hayes, Dudek 2019) Prima di far ciò, però, è necessario, come nel caso degli altri partito selezionati, dedicarci alla ricostruzione dell’evoluzione storica del partito, con l’accortezza di concentrarci sui passaggi che maggiormente hanno influenzato le posizioni della FPÖ sull’immigrazione. </p><p rend="h2" >L’evoluzione populista e il ruolo delle posizioni anti-migrazione</p><p rend="text" >Il sistema partitico austriaco della seconda Repubblica austriaca – nata nel 1945 a conclusione del secondo conflitto mondiale – presentava linee di conflitto sociali, economiche e culturali riportabili alla tradizionale teoria dei <hi rend="italic">cleavages</hi> di Lipset e Rokkan (1967), ma con due tratti di peculiarità: la «completa dominanza sociale e culturale di una cultura basata sul concetto dei «campi politici» (<hi rend="italic">Lagerkultur)</hi> radicata come <hi rend="italic">Weltanschauung</hi> e struttura sociale, e i suoi caratteri di perpetuazione e ampliamento attraverso la colonizzazione partitocratica e l’intreccio tra amministrazione, economia e rappresentanza degli interessi» (Plasser, <hi >Ulram</hi> 1998, 79). In questo contesto, il partito della FPÖ era nato nel 1956, a seguito di scissioni e ricomposizioni incrociate. Difficile stabilire se al momento della fondazione della nuova formazione prevalesse la volontà di creare un partito liberale in grado di colmare un vuoto importante nel sistema partitico austriaco (Livonius 2002, 22), o un soggetto politico che continuasse a rappresentare i sentimenti pangermanici diffusi nella popolazione. Prevalse in prima battuta la decisione di affidare la leadership ad un rappresentante della componente nazionalista. Nel corso degli anni Ottanta, poi, sembrò aprirsi uno spazio per una trasformazione di stampo liberale, tanto che il partito entrò per un breve periodo come partner minore in una coalizione di governo con il partito social democratico della SPÖ (1983-1986). Ben presto, però, si sarebbe assistito ad ulteriori scontri, che ebbero termine solo nel 1986 con l’ingresso di Jörg Haider alla guida del partito.</p><p rend="text" >Dopo le elezioni del 1986, nelle quali la FPÖ ottenne 9,7%, il processo di ‘scongelamento’ dei voti (Luther 1992, 29) e del consenso che aveva cominciato ad investire la SPÖ e la ÖVP proseguì. Su questo momento di apertura dell’offerta elettorale e sui conseguenti risultati elettorali pesò l’emergere di sentimenti antipartitici, in parte convogliati nella scelta di voto per una FPÖ che in campagna elettorale aveva radicalizzato le sue posizioni, puntando sulle ‘classiche’ componenti di un populismo di protesta, oppressione burocratica e fiscale dello stato, lotta per una difesa particolaristica del Welfare State, fino a giungere all’evocazione di tabù simbolici quali quelli del passato nazista. </p><p rend="text" >Se il programma della FPÖ aveva contenuto fino all’avvento di Haider molti elementi provenienti dall’ala liberale del partito, l’influenza del nuovo leader si manifestò chiaramente nella totale disattenzione delle linee programmatiche dettate appena un anno prima della sua elezione a capo del partito. Queste, infatti, vennero sostituite da temi dell’attualità politica di forte richiamo sull’elettorato: scandali politici e finanziari della ÖVP e della SPÖ, denuncia aggressiva dei politici dei due partiti tradizionali e del loro atteggiamento collusivo nel favorire la continuità del sistema partitico incentrato sulle interazioni tra i due principali partiti, fino ad arrivare ad una radicalizzazione, che, a partire dal 1991, si concentrò sempre più esclusivamente e sulla denuncia delle politiche lassiste del governo in merito alla sicurezza e al rispetto dell’ordine pubblico, ma, soprattutto, sulla lotta contro l’immigrazione. Nel 1993 la FPÖ indisse un referendum popolare dall’emblematico titolo <hi rend="italic">Österreich zuerst</hi> – <hi rend="italic">Prima l’Austria</hi> – (Höbelt 2003, 90). Il referendum proponeva di inserire nella Costituzione federale un esplicito riferimento al fatto che l’Austria non dovesse essere considerata come una terra di immigrazione (Riedlsperger 1998, 36). L’iniziativa non ebbe molto successo, ma servì a catalizzare l’attenzione mediatica e politica sul reale significato del nuovo corso intrapreso da Haider. Durante gli anni successivi, la retorica nazionalista di Haider venne sempre più accompagnata da dichiarazioni provocatorie che avevano l’obiettivo di attirare l’interesse della stampa che, inizialmente restia a concedere spazio alle affermazioni scioccanti del leader della FPÖ su passato nazista e su tematiche inerenti all’immigrazione, concesse progressivamente sempre più spazio al partito (Ellinas 2010). In particolare, Haider seppe sfruttare in maniera particolarmente efficace la copertura della stampa boulevard (Heinisch 2008, 76-7). I risultati elettorali ottenuti dal partito dal momento della conquista della leadership di Haider (1990: 16,6%; 1994: 22,5%; 1995: 21,9%) mostrano l’efficacia del nuovo corso populista. In questa strategia, la componente anti-immigrazione assumeva una rilevanza centrale.</p><p rend="text" >Nel programma del 1997 della FPÖ si poteva leggere nel capitolo dedicato all’immigrazione che: </p><p rend="quotation_b" >A causa della sua topografia, della densità della sua popolazione, e delle sue risorse limiate, l’Austria non è un paese di immigrazione.</p><p rend="quotation_b" >Il diritto alla patria non può perciò costituire un flusso incontrollato e illimitato verso l’Austria. […]</p><p rend="quotation_b" >Un ingresso illimitato graverebbe di un peso eccessivo le popolazioni residenti nella loro possibilità attiva di integrazione e dunque danneggerebbe il loro diritto alla difesa e alla protezione della propria patria. </p><p rend="quotation_b" >Si rifiutano esperimenti multiculturali poiché essi accendono intenzionalmente conflitti sociali<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-004-backlink"><ref target="10.html#footnote-004">9</ref></hi></hi>.</p><p rend="quotation_b" >L’interesse alla protezione della popolazione austriaca esige il mantenimento della piena sovranità nelle questioni di diritto degli stranieri.</p><p rend="quotation_b" >L’Austria deve comunque garantire l’asilo politico ai perseguitati per ragioni razziali, religiose o politiche, a meno che questi non entrino nel territorio austriaco passando attraverso un paese sicuro (FPÖ 1997).</p><p rend="text" >Se il richiamo alla densità metteva in evidenza la presenza di forme di «anomia urbana» con riferimento a contesti di tipo urbano, dove maggiori, più visibili e, di conseguenza più politicizzabili sono gli insediamenti immigrati, il multiculturalismo veniva aprioristicamente rifiutato. Nell’interpretazione del partito, l’accettazione del modello multiculturale avrebbe creato tensione in una comunità storicamente e territorialmente omogenea, costringendo i cittadini austriaci a mettere in atto un faticoso sforzo di integrazione. </p><p rend="text" >Nella successiva formulazione del programma (Die FPÖ steht für) le attestazioni di principio rivestivano un’importanza maggiore rispetto alle concrete proposte, concentrate intorno ad una necessità di inasprimento delle regole sulle richieste di asilo, alla costituzione di campi di accoglienza alle frontiere per evitare un’invasione immersione di rifugiati politici, alla costituzione di campi di raccolta di potenziali rifugiati in Ucraina e in Nord-Africa. Ben prima della cosiddetta «crisi dei rifugiati», la centralità della questione immigrazione riguardava dunque già i rifugiati. Nel programma era possibile leggere che «i richiedenti asilo politico che abbiano commesso un reato il cui procedimento di asilo ha avuto esito negativo devono essere immediatamente espulsi. Chiare regole di rimpatrio devono essere decise con gli Stati di provenienza» (FPÖ 1998). In questo programma, la FPÖ avanzava inoltre la proposta di spostare la competenza del giudizio sull’ammissibilità del provvedimento dal livello centrale a quello locale, in modo da garantire una maggiore velocità del procedimento e un contemporaneo abbassamento delle relative spese procedurali. Già alla fine degli anni Novanta, il rifugiato politico era dunque, considerato alla stregua di un costo per la collettività, tanto che l’ultimo dei punti del programma “Die FPÖ steht für” (1998) proponeva che venisse prevista «una figura di reato che identifichi il concorso per sfruttamento della legge sull’asilo politico. Allorché venga offerta una consulenza per sfruttare lacune legislative e per accaparrarsi servizi pubblici, allora questo comportamento deve essere punito» (FPÖ 1998).</p><p rend="text" >L’approccio anti-immigrazione della FPÖ rappresentò in quegli anni uno degli elementi della <hi rend="italic">winning formula</hi> (Kitshcelt, McGann 1995) che garantirono il successo elettorale ai partiti della destra radicale in Europa. La prima partecipazione della FPÖ nella sua veste di partito populista<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-003-backlink"><ref target="10.html#footnote-003">10</ref></hi></hi> al governo avvenne nel 2000, a seguito delle elezioni del 1999 dove il partito aveva ottenuto il 26,9% dei voti – risultato rimasto ineguagliato – sorpassando la SPÖ e attestandosi come secondo partito più votato. L’inserimento nella compagine governativa del partito fu accolto da proteste di massa nella città di Vienna e dall’indizione di procedure di ‘controllo’ e sanzioni sull’azione di governo decise dall’Unione Europea. Nonostante le diffuse preoccupazioni per la prima partecipazione di un partito dai chiari contenuti xenofobi al governo di un paese europeo, l’esperienza della FPÖ al governo fu tutt’altro che semplice. Le difficoltà erano legate all’inesperienza di governo del partito, sia a livello locale a livello nazionale, e al difficile reclutamento di personale politico e burocratico capace di reggere il confronto con la nuova complessa realtà ministeriale (Heinisch, Hauser 2015, 100-2) dalla quale la FPÖ era per decenni rimasta esclusa. </p><p rend="text" >Anche sul piano dell’influenza del partito sul <hi rend="italic">policy-making</hi> nel privilegiato ambito dell’immigrazione, la FPÖ non riuscì ad incidere in maniera commisurata all’intensità dei propri richiami retorici-elettorali. Le valutazioni circa l’impatto dei partiti populisti al governo, specie se in relazione alle politiche sull’immigrazione non sono concordi. Parte della letteratura (Zaslove 2004; Shain 2006) indica una relazione positiva tra partecipazione dei partiti populisti di destra e <hi rend="italic">policy making</hi> restrittivo in ambito migratorio. Questa influenza può essere di natura diretta o indiretta (Minkenberg 2001) attraverso lo spostamento dei partiti con cui i populisti sono al governo su posizioni più severe in ambito migratorio. Secondo altri osservatori (Mudde 2007), invece, il riscontro empirico delle valutazioni di questi studi non sempre prende in considerazione tutte le variabili – ivi compresa la natura delle politiche di immigrazione e di integrazione e la sua evoluzione storica nel contesto analizzato – necessarie ad operare una valutazione dell’effettiva influenza dei partiti populisti al governo. </p><p rend="text" >Per quanto concerne il caso austriaco, gli anni 2000-2007<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-002-backlink"><ref target="10.html#footnote-002">11</ref></hi></hi> rappresentano un territorio privilegiato per la verifica di queste dissonanti interpretazioni. Per analizzare l’influenza della partecipazione al governo della FPÖ in tema di immigrazione, Duncan (2010) prende in considerazione quattro ambiti: il controllo delle migrazioni, le politiche di integrazione dei migranti, le politiche di asilo, e quelle sulla cittadinanza. Se in tutti e quattro questi ambiti le promesse elettorali della FPÖ avevano fatto riferimento a una severa riduzione delle possibilità di accesso, permanenza e integrazione degli immigrati, la dimensione retorica era stata trasformata in disposizioni di <hi rend="italic">policies</hi> in maniera solo parziale, con particolare riferimento all’ambito della cittadinanza – con procedure aggravate per la naturalizzazione – e all’ambito dell’integrazione, con l’approvazione della legge denominata “Accordo sull’integrazione” <hi rend="italic">Integrationsvereinbarung </hi>del 2002 (Krzyzanowsky 2013, 141). </p><p rend="text" >Con la fine della partecipazione al governo e la morte di Haider avvenuta nel 2008, si aprì per la FPÖ un lungo periodo di difficoltà e la necessità di ristrutturazione organizzativa (Heinisch 2016). La nuova leadership di Strache riuscì ad imporsi solo alla fine degli anni Duemila, complice una rinnovata strategia comunicativa basata su mediatizzazione, leaderizzazione e commercializzazione dell’immagine del partito (Krzyzanowsky 2013, 140). A partire dal 2008, la FPÖ riuscì in un recupero di consensi (2008: 17, 5%; 2013: 21,4%; 2017: 25,97%) che, se non eguagliò il picco ottenuto dal partito sotto la guida di Haider nel 1999 (26,7%), ci si avvicinò molto. Ancora una volta, le posizioni anti-immigrazione furono di grande aiuto nel posizionamento ideologico e valoriale del partito. Se i richiami anti-immigrazione e xenofobi parvero in alcuni momenti allontanare l’elettorato (Heinisch, Hauser 2015), la continuità nella mobilitazione anti-immigrazione dette nel lungo corso i suoi frutti. Secondo Wodak e Köhler (2010, 40) la creazione di un rinnovato clima ostile all’immigrazione incentrato su una dimensione internazionale era stato favorito già a partire dal 2008 da almeno tre fattori: l’ampliamento dello spazio Schengen, i negoziati con la Turchia, e la stipula di accordi a livello europeo che regolavano la normativa sull’immigrazione.</p><p rend="text" >Non a caso, il programma del 2011 tornava su questi punti, sancendo che </p><p rend="quotation_b" >L’Austria non è un paese di immigrazione. Per questo motivo la FPÖ persegue una politica basata sulle nascite. Immigrati legali e legittimi che siano già integrati, che conoscano bene il tedesco, che riconoscano i nostri valori e le nostre leggi e che abbiano messo radici culturali nel nostro paese dovrebbero poter rimanere in Austria e ottenere la cittadinanza (FPÖ 2011). </p><p rend="text" >Accanto a queste formulazioni di principio, la strategia comunicativa sulle questioni migratorie della FPÖ a guida Strache è stata caratterizzata dal passaggio da una dimensione nazionale ad una prospettiva internazionale, sovranista e identitaria (Forchtner, Krzyżanowski e Wodak 2013). Se Haider aveva fatto dello slogan «prima l’Austria» il proprio cavallo di battaglia in chiave nazionalista con formulazioni tanto vaghe quanto evocative del tipo «Recht aufs Heimat» («diritto alla patria»), Strache modificò la strategia comunicativa in dimensione antislamica e con un’accentuata vulgata contro l’asilo politico, presente <hi rend="italic">in nuce</hi>, come si è visto, già nella dimensione programmatica della fine degli anni Novanta. </p><p rend="text" >Queste tematiche continuarono ad essere sviluppate per tutto il decennio successivo, improntando sia la percezione dell’impatto della migrazione nella sfera pubblica, sia la discussione in ambito di politiche pubbliche a livello locale e nazionale. Anche nel caso austriaco, la crisi dei rifugiati ha dato modo alla retorica di Strache di portare al massimo livello di crisi la rappresentazione del rischio legata all’invasione dei richiedenti asilo. Definendo la Cancelliera Merkel nell’ottobre del 2016 come la «politica più pericolosa di tutta l’Europa» (Hartleb 2016), Strache riuscì nel doppio intento di drammatizzare e personalizzare la tematica migratoria, elevandola così a euristica di sicuro successo per mobilitazione elettorale del partito. La campagna per le elezioni legislative del 2017 è stata in effetti dominata dal tema della gestione delle migrazioni e della politica dei rifugiati (Wodak 2018), non solo da parte della FPÖ, ma anche da Sebastian Kurz, giovane leader della ÖVP (rinominata “Nuovo Partito Popolare”), poi divenuto Cancelliere con un governo a composizione ÖVP-FPÖ. La competizione tra Kurz e Strache su queste tematiche ha dato luogo a quella che Wodak (2018, 324) ha definito come un fenomeno di ‘normalizzazione’ della rappresentazione dei migranti come minaccia per la sicurezza interna e come peso per lo Stato Sociale. Gli elementi di questa rappresentazione sono riscontrabili anche nel programma di coalizione a firma FPÖ (Regierungsprogramm 2017-2022, 29-35). </p><p rend="text" >La prematura interruzione del governo non permette di effettuare una valutazione delle politiche realizzate dal governo ‘nero-blu’ in materia di immigrazione. La lunga durata dell’agitazione anti-migrazione che ha preso avvio in una cornice nazionale sotto la guida carismatica di Haider ed è proseguita in chiave anti-islamica, identitaria e con la giustapposizione del concetto di «rifugiato» alla pratica di sfruttamento delle risorse dello Stato Sociale sotto la direzione di Strache ha in ogni caso profondamente segnato la percezione delle migrazioni in Austria, ed ha concorso ad un riposizionamento dei partiti tradizionali (Belafi 2017, 380) su queste tematiche. </p><p rend="h2" >La AfD: genesi e natura</p><p rend="text" >Il processo genetico della AfD si distanzia per molti versi da quello che ha visto la nascita della FPÖ sopra descritto, e anche – se pure con qualche circoscritto elemento di somiglianza con la creazione del partito di VOX – dal caso spagnolo. Se si prende in considerazione il gruppo ristretto di persone che può essere considerato come l’iniziatore della fondazione del partito nel mese di febbraio del 2013, non si può non attribuire al fattore economico un ruolo di primaria importanza. In effetti, la nascita del partito è stata descritta (Niedermayer 2015) come il riflesso di una profonda insoddisfazione nei confronti della gestione della crisi dell’Eurozona da parte della Germania. Questa insoddisfazione cominciò ad essere espressa alla fine del 2012 da personalità non politiche raggruppate attorno all’economista e docente dell’università di Amburgo Bernd Lucke. Nei primi mesi di vita del partito – fino alle elezioni del settembre del 2013 che avrebbero portato la AfD alla soglia (mancata per 0,3 punti percentuali) della rappresentanza parlamentare – la AfD ha in effetti puntato su un’impostazione euro-scettica con uno stile tipicamente populista. La contrapposizione manichea tra il popolo e le élites, così come la critica ai meccanismi della democrazia rappresentativa che attraverso la mediazione dei partiti tradizionali tradisce e distorce la volontà dei cittadini fu sviluppata in questa prima fase di attività del partito in chiave sostanzialmente antieuropeista. Lo slogan che fin dalle prime apparizioni del partito aveva segnato i confini della mobilitazione comunicativa del partito “Mut zur Wahrheit” (il coraggio della verità) metteva inoltre l’accento anche sulla critica ai media tradizionali, colpevoli di riprodurre lo status quo del sistema partitico e delle alleanze anti-popolo a livello nazionale e globale. A causa di queste caratteristiche, l’apparizione sulla scena politica tedesca della AfD è stata quasi immediatamente considerata come la conclusione dell’eccezionalità del caso tedesco (Decker, Hartleb 2007) in riferimento alla mancata presenza nel sistema partitico tedesco di una formazione di stampo populista (Berbuir, Lewandowsky e Siri 2015; Decker 2015). </p><p rend="text" >La capacità di penetrazione nel sistema politico tedesco, e quindi di fatto l’esistenza di un potenziale populista nell’elettorato della Repubblica federale, è dimostrato dalla rapidità attraverso la quale la AfD è riuscita a concorrere, dopo appena 7 mesi dalla sua nascita ufficiale, alle elezioni legislative del settembre 2013, ottenendo il 4,7%, un risultato ancora non sufficiente per l’ingresso nel Bundestag e, nel corso del 2014, a tutte le elezioni regionali (nei <hi rend="italic">Länder</hi> del Brandburgo, della Sassonia e della Turingia) previste per quell’anno. Al fallito ingresso nel Bundestag aveva fatto seguito un ciclo di risultati positivi inaugurati con il 7,1% nelle elezioni europee e proseguiti con le elezioni regionali<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-001-backlink"><ref target="10.html#footnote-001">12</ref></hi></hi> che faceva della AfD il partito di ‘nuova fondazione’ con il più rapido tasso di successo nella Germania federale fin dagli anni ’50 (Franzmann 2014). La partecipazione a elezioni politiche a tre livelli territoriali diversi (regionale, federale, europeo) con risultati politici più che incoraggianti dava già un indizio di una capacità organizzativa che non poteva basarsi sul solo potenziale degli iniziatori politici raggruppati attorno a Bernd Lucke. In effetti, se è vero che la rappresentanza dell’ala economico-liberale aveva dato l’impulso iniziale alla nascita del partito, è anche vero che fin dai primi mesi di vita della AfD si erano avvicinati alla nuova formazione esponenti di lungo corso di tradizioni politiche conservatrici e ultranazionaliste, la cui presenza spiega la trasformazione di impianto programmatico che il partito avrebbe conosciuto a partire dal 2015, con la virata su posizioni più tipicamente nativiste e anti-immigrazione. </p><p rend="text" >In particolare, l’ingresso nel partito dell’attuale segretario della AfD – Alexander Gauland – con alle spalle una lunga militanza nelle fila della CDU/CSU garantì al partito l’esperienza per la strutturazione di cui la AfD aveva bisogno per affrontare le sfide elettorali e organizzative che la AfD dovette affrontare nei primi mesi della sua vita (Berbuir, Lewandowsky e Siri 2015, 159). Contemporaneamente, il nuovo partito attrasse note personalità dell’ambiente ultraconservatore e nazionalista che provenivano da piccole formazioni (Die Partei, Schill Partei, Freie Wähler) che, oltre al potenziale tematico nazionalista di tipo escludente, garantivano al partito una consolidata strategia di mobilitazione populista. Sul versante della mobilitazione delle risorse conoscitive, tra gli aderenti della prima ora alla AfD si potevano inoltre individuare personalità capaci di fare da sponda tra l’ala liberale e i gruppi di interesse industriale, sia nelle regioni dell’est sia in quelle dell’ovest. Infine, per quanto concerne le strategie di comunicazione politica, personalità di primo rango nel mondo dei media tradizionali, come Konrad Adam, ex membro della CDU e per 20 anni responsabile dell’inserto culturale della Frankfurter Allgemeine Zeituing, garantivano alla AfD capacità di interazione con l’ambiente dei media tradizionali, in quel rapporto ambivalente di attrazione/repulsione nei confronti dei media tipico dei partiti populisti (Aalberg <hi rend="italic">et al</hi>. 2016; Reinemann 2017). </p><p rend="text" >La descrizione della fase genetica della AfD brevemente tracciata sopra dà conto della complessità della natura del partito fin dalle sue prime fasi di vita, sia in termini di risorse organizzative, sia in chiave di cultura politica. La prevalente descrizione del partito come «euroscettico» non dà in effetti conto della coesistenza di almeno due correnti all’interno del partito: quella liberale euroscettica e quella ultraconservatrice e nazionalista che esprimeva tematiche anti-immigrazione e securitarie. Secondo Decker (2015, 2), la coesistenza di queste diverse fazioni all’interno del partito fin dalla sua origine hanno permesso alla AfD di realizzare quella <hi rend="italic">winning formula</hi> (Kitschelt, McGann 1995) dei partiti della destra radicale consistente in una miscela adatta al contesto politico di insediamento di autoritarismo e appelli neoliberali. Al di là di rappresentare un ostacolo, la natura composita del gruppo dirigente – il cui collante era rappresentato per Decker dal populismo – garantiva una migliore capacità di adattamento alle richieste dell’elettorato. Secondo uno studio di Schmitt-Beck (2017), quest’ultimo poteva essere diviso tra una parte (<hi rend="italic">early voters</hi>) che aveva scelto la AfD per la piattaforma euroscettica del partito, e un’altra, che si era orientata verso la AfD negli ultimi giorni della campagna elettorale del 2013, attratta maggiormente dai richiami anti-immigrazione della formazione. Queste <hi rend="italic">issues</hi> divennero le motivazioni di voto prevalenti nelle elezioni regionali tenute nei <hi rend="italic">Länder</hi> della ex Germania dell’est, dove il partito ha ancora i suoi bastioni elettorali. L’analisi di Schmitt-Beck è confermata dagli studi di Jankowski, Schneider and Tepe (2016, 10), secondo i quali il partito ha più successo nei collegi che avevano visto nel passato i partiti di estrema destra registrare successi elettorali. La maggior parte di questi collegi si trova nei <hi rend="italic">Länder</hi> orientali. </p><p rend="text" >Il passaggio nella preferenza di voto per la AfD da motivazioni di tipo euroscettico a motivi xenofobi e anti-immigrazione è avvallato dal risultato di sondaggi di opinione condotti tra il 2015 e il 2016 (Küpper, Rees, Zick 2016) che mostrano un progressivo aumento delle preoccupazioni degli intervistati tedeschi relativamente alla gestione della «crisi dei rifugiati» e alla prospettiva di trasformazione della società in chiave multiculturale. A riprova dell’aumentato livello di allarme nei confronti di queste tematiche si deve richiamare anche il successo del movimento anti-immigrazione PEGIDA (Vorländer 2016) nato nel 2014 sulla base di una piattaforma antielitista, populista e anti-immigrazione (con un focus antislamico). È in questo contesto che si registra la trasformazione in chiave anti-immigrazione del partito. Con l’aumento delle tensioni tra le fazioni interne al partito e la percezione dell’apertura di una promettente finestra di opportunità per la mobilitazione delle paure legate all’immigrazione, si consuma anche il cambio di leadership. </p><p rend="h2" >Il nuovo corso e l’offerta politica anti-immigrazione </p><p rend="text" >Al momento del congresso di Essen del luglio del 2015 che avrebbe decretato la sconfitta del fondatore Bernd Lucke a favore della rappresentante dell’ala nazionalista – Frauke Petry, rappresentante della AfD nel Land orientale della Sassonia – la gestione della crisi dei rifugiati aveva raggiunto un picco di attenzione all’interno della sfera pubblica tedesca. L’elezione di Petry fu unanimemente considerata come il momento di svolta del partito verso posizioni populiste di destra radicale. Un’analisi più accorta mostra però come l’elezione di Frauke Petry fu in realtà una mediazione tra il corso moderato espresso da Lucke e la componente più chiaramente legata alla destra radicale ideologicamente prossima a posizioni estremiste espressa dal rappresentante del Land orientale della Turingia (Amann 2017). L’accordo politico raggiunto nel congresso del 2015 garantì al partito di strutturare e sfruttare la polarizzazione politica che si sviluppò in maniera inedita in Germania a seguito della posizione politica assunta dalla Cancelliera di Angela Merkel sulla crisi migratoria riassunta dall’esortazione – riferita alla capacità della Germania di integrazione del milione di rifugiati cui venne garantito l’ingresso nella Repubblica federale dai confini orientali – «Wir schaffen das» («Possiamo farcela!»). Il cambio di leadership politica coincise con una netta virata della AfD nei contenuti e nella comunicazione politica in direzione di campagne sempre più apertamente anti-immigrazione e, come già evidenziato in riferimento al caso della FPÖ, con veementi contenuti antislamici. Nel programma elettorale per le legislative del 2017, un intero capitolo dal titolo <hi rend="italic">L’Islam in conflitto con l’ordinamento liberal-democratico</hi> (AfD 2017, 34) è aperto dall’apodittica affermazione che «l’Islam non appartiene alla Germania». Accanto al riconoscimento dell’esistenza di sezioni di cittadini di fede islamica integrati nella società tedesca, la AfD punta il dito contro la progressiva influenza di ‘società parallele’ che non riconoscerebbero l’ordinamento costituzionale tedesco, negando l’autorità dello Stato e obbedendo esclusivamente i precetti della Sharia (AfD 2017, 34).</p><p rend="text" >Nel corso della lunga campagna elettorale per le elezioni del 2017, il contenuto programmatico anti-immigrazione venne rafforzato con una sapiente strategia di media management da parte della AfD, che conferma il classico rapporto ambivalente tra media e partiti populisti (Aalberg <hi rend="italic">et al.</hi> 2016; Ellinas 2010). Se infatti questi ultimi lamentano la stigmatizzazione di cui i media li farebbero oggetto, la copertura dei media tradizionale compone un importante tassello della comunicazione politica che riesce accortamente a sfruttare le possibilità offerte dai social media (Pajinik, Sauer 2018). Dalle dichiarazioni di Beatrix von Storch dell’incompatibilità dell’ideologia islamica alla costituzione tedesca all’affermazione di Alexander von Gauland che i tedeschi apprezzano Jerome Boateng (allora membro della nazionale di calcio tedesca) come atleta ma non gradirebbero averlo come vicino di casa, la strategia di comunicazione anti-immigrazione della AfD si sviluppò in questo periodo attraverso i principi della popolarizzazione e della emotivizzazione (Rohgalf 2015) che già erano emersi nell’analisi della FPÖ. Accanto alla critica antislamica, il programma conteneva anche altri due capitoli dedicati direttamente o indirettamente al rifiuto dell’immigrazione. Il primo, dal titolo <hi rend="italic">Sicurezza interna</hi> comprendeva sezioni dedicate al contrasto della «criminalità straniera», in un’ottica securitaria tipica dei partiti populisti di destra. Ad essere trattata con maggior attenzione era però la tematica dell’asilo e dei rifugiati politici (Capitolo 6: <hi rend="italic">L’asilo necessita frontiere. Immigrazione e asilo</hi>). La rappresentazione del fenomeno dell’asilo come conseguenza del boom demografico del continente africano e del benessere delle società europee apriva alle classiche richieste dei partiti populisti di destra: porre fine allo sfruttamento del Welfare State da parte di richiedenti asilo di dubbia autenticità, snellire le procedure di identificazione di migranti e richiedenti asilo, esigere l’adattamento alla cultura del paese di destinazione, e soprattutto, in linea con la natura anti-europea della fase genetica del partito e con le richieste sovraniste di non pochi tra i partiti populisti europei, pretendere che la gestione delle questioni migratorie non venga demandata all’Unione Europea, ma sia di esclusiva competenza nazionale. </p><p rend="text" >La combinazione di proposte anti-immigrazione e richieste tipicamente populiste relative alla necessità di togliere potere alle élite per riconsegnarlo al popolo tradito nelle sue genuine aspirazioni al buon governo nazionale, alla denuncia dello strapotere di media manipolatori della realtà, e alla proposta di misure che rafforzino lo Stato Sociale a beneficio esclusivo di coloro che hanno contribuito a costruirne le basi – secondo il principio della preferenza nazionale (Surel 2019) e dello sciovinismo del benessere– fece breccia nell’elettorato che premiò la AfD con il 12,/6% dei voti, garantendogli un’inedita rappresentanza al Bundestag come terzo partito più votato (dopo i partiti della Cdu/Csu e della Spd). L’analisi dei risultati elettorali mostra una capacità di penetrazione della AfD concentrata soprattutto nei Länder dell’ex Germania dell’est (Lengfeld 2017) a conferma dei risultati delle elezioni regionali tenutesi fino a quel momento. Come evidenziato dal successo delle marce del movimento sociale di destra Pegida (Patzelt, Klose 2016) il potenziale anti-immigrazione, antislamico, agì nelle regioni orientali in combinazione con una forte componente anti-elitista e con la frustrazione per il tradimento della democrazia rappresentativa ai danni dei ‘nuovi cittadini’ della Repubblica federale tedesca. La AfD ebbe però successo anche in alcuni Stati occidentali della Repubblica federale, in particolare in Baviera. </p><p rend="text" >Ridurre l’ascesa politica della AfD alla finestra di opportunità apertasi con la crisi dei rifugiati e la sua gestione da parte della Cancelliera Merkel sarebbe inesatto. Se le tematiche identitarie e le proposte anti-immigrazione rappresentano un sicuro elemento attrattivo per l’lettorato, tanto che indagini post-elettorali (2017) mostrano che gli elettori che ritengono necessario ridurre il numero annuale degli ingressi per asilo politico tendono al voto per la AfD dalle tre alle quattro volte di più che per altri partiti (Dilling 2018, 97), queste si combinano con gli altri ‘cavalli di battaglia’ della AfD (Hansen, Olsen 2018) a comporre un immaginario populista comparabile con quello offerto dalle alte formazioni europee di questa famiglia politica. </p><p rend="text" >A differenza che nel caso della FPÖ, per il quale è stato possibile operare una valutazione degli effetti della partecipazione al governo del partito per quanto concerne il <hi rend="italic">policy making</hi> in materia di migrazione, l’esclusione della AfD dalla partecipazione a governi nazionali e locali non permette simili operazioni. Nondimeno, la crescente letteratura scientifica recente mostra che due fenomeni di diversa portata, ma di comparabile effetto sulla percezione della questione migratoria da patte di una popolazione già sensibile al tema, sono in corso. Da una parte, la AfD starebbe esercitando un’influenza indiretta sulle piattaforme programmatiche dei partiti tradizionali che – in maniera non dissimile a quanto accaduto in altri contesti europei – tenderebbero a spostarsi, almeno dal punto di vista retorico, su posizioni più anti-immigrazione rispetto al proprio tendenziale collocamento, per cercare di recuperare parte dell’elettorato conquistato dalle proposte anti-immigrazione della AfD. Questo fenomeno sarebbe già verificabile in una mutata comunicazione politica della CSU, la formazione ‘sorella’ bavarese della Cdu<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-000-backlink"><ref target="10.html#footnote-000">13</ref></hi></hi>, ma – come ben sottolineato da Dilling (2018, 100) – non è detto che questa strategia non abbia effetti contrari a quelli desiderati. Dall’altra parte, l’analisi del comportamento parlamentare sia a livello del Bundestag sia a livello locale dei parlamenti regionali degli eletti della AfD mostra che la maggior parte degli interventi dei rappresentanti dei gruppi parlamentari della AfD si concentra su questioni migratorie (Butterwege, Hentges, Wiegel 2018, 100). La conseguente strategia di ‘isolamento parlamentare’ riscontrata nel caso del parlamento bavarese (Vögele, Thoms 2019) da parte dei partiti tradizionali nei confronti del gruppo parlamentare della AfD si sposa con la strategia comunicativa di quest’ultimo di presentarsi come formazione outsider non disposta ad alcun tipo di accordo o dialogo con i rappresentanti dell’establishment partitico, soprattutto su questioni inerenti le tematiche della migrazione e delle politiche identitarie. </p><p rend="h2" >Conclusioni</p><p rend="text" >A conclusione del presente capitolo, occorre riprendere la domanda di ricerca e articolare le considerazioni teoriche ed empiriche del rapporto tra partiti populisti e immigrazione alla luce dell’inquadramento politico- sociale nel quale le formazioni politiche analizzate si sono sviluppate. In particolare, l’oggetto specifico dell’analisi fin qui condotta ha riguardato l’influenza della politicizzazione della questione migratoria nei quattro paesi selezionati sulle dinamiche sociali, mediatiche e delle relazioni internazionali che si sono sviluppati in Germania, Austria, Italia, Spagna nel corso dell’ultimo decennio.</p><p rend="text" >Nella ricostruzione del <hi rend="italic">framework</hi> teorico condotta ad inizio del capitolo si è visto come la legittimazione dell’azione politica del populismo della destra radicale è rivendicata in nome della preservazione del patrimonio materiale e immateriale della totalità organica, di cui il popolo è rappresentato come l’entità sovrana. Fra i partiti della destra radicale populista coabitano promotori di soluzioni radicali basati sull’espulsione dei corpi patogeni del diverso, dello straniero (Zanatta 2013) con opzioni più sfumate, incentrate sulla necessità di ‘ravvedersi’ attraverso la rinuncia alle caratteristiche che rappresentano un rischio per la comunità degli autoctoni (Tarchi 2015, 60). Le proposte politiche sui temi delle migrazioni dei partiti che sono stati analizzate in questo capitolo riflettono in effetto il diverso posizionamento di queste formazioni all’interno di questo ampio continuum. </p><p rend="text" >Per una valutazione complessiva del loro impatto, possiamo riferirci ai dati Eurobarometro degli ultimi cinque anni. Si è scelto di considerare i dati dell’ultimo quinquennio perché, come si è avuto modo di verificare ampiamente nel corso della trattazione, il punto di svolta della percezione a livello nazionale e europeo della questione migratoria si colloca a cavallo tra il 2014 e il 2015. </p><p><graphic url="10-web-resources/image/f11_2_bn.jpg" rend="img _idGenObjectAttribute-1" mimeType="image/jpeg"/></p><p rend="caption_figure" >Grafico 2 – Percezione dell’immigrazione come problema per l’Unione Europea. Fonte: elaborazione sulla base di dati Eurobarometro (2014-2019).</p><p rend="text" >Il primo grafico mostra come in tutti i paesi – con l’eccezione della Spagna – si registra un aumento netto della percezione della migrazione come problema per l’Europa tra il 2014 e il 2015. Il dato tende a scendere tra il 2018 e il 2019, ancora una volta con l’eccezione della Spagna, dove si può ipotizzare che la politicizzazione della questione da parte del partito Vox abbia contribuito a fare entrare in agenda un tema che era stato fino a quel momento tematizzato in misura minore rispetto alle questioni relative alla condizione economica.</p><p><graphic url="10-web-resources/image/f11_3_bn.jpg" rend="img _idGenObjectAttribute-1" mimeType="image/jpeg"/></p><p rend="caption_figure" >Grafico 3 – Percezione dell’immigrazione come problema per il proprio Paese. Fonte: elaborazione sulla base di dati Eurobarometro (2014-2019).</p><p rend="text" >Passando alla valutazione dell’immigrazione come problema per il proprio paese, l’interpretazione dei dati si fa più complessa. In Italia, il livello di ‘allarme’ rimane costante, pur con una diminuzione tra il 2018 e il 2019, e si attesta su livelli alti e persistenti nel corso degli ultimi cinque anni. La relativa stabilità del dato può essere parzialmente spiegata con la ‘costante populista’ rappresentata dalla mobilitazione della Lega (Nord) nel corso del quinquennio preso in esame, così come nei due decenni precedenti. Come si è visto, la chiusura nei confronti delle migrazioni interne e internazionali, così come il successivo rifiuto di società multiculturali, la denuncia dei pericoli dell’islamizzazione e la proposta del ritorno a valori cristiani e tradizionalisti, hanno rappresentato un elemento di grande rilevanza della mentalità populista delle Lega. Considerazioni simili valgono per il caso austriaco. Anche qui il dato è alto e costante, anche se in calo regolare dal 2016 in poi, a dimostrazione che il tema, saldamente presente nel dibattito pubblico e politico, ha avuto una costante politicizzazione nel corso degli anni. Come si è avuto modo di appurare nella sezione dedicata alla FPÖ, il partito di Haider, successivamente guidato dopo alterne scissioni interne da Strache, non ha mai rinunciato, né durante le fasi di governo né nei lunghi anni dell’opposizione all’agitazione della tematica migratoria sotto il profilo identitario, securitario e più ampiamente culturale. I dati appena esposti sembrano confermare quindi l’ipotesi secondo la quale la presenza nel sistema politico e partitico di partiti populisti di destra in contesti istituzionali che non hanno fatto ricorso alla pratica politica del cordone sanitario, consentendo l’assunzione di responsabilità politiche di partecipazione al governo a livello locale e nazionale, si associa alla percezione dell’immigrazione come problema rilevante, sia a livello di rilevanza a livello nazionale che come problema a livello europeo. </p><p rend="text" >Veniamo adesso ai due paesi selezionati per il tardivo (nello scenario europeo) ingresso nello scenario politico e partitico di formazioni di tipo populista (di destra). Il quadro in questo caso si differenzia notevolmente. La Germania registra i dati più alti tra i quattro paesi selezionati sia per quanto riguarda la percezione dell’immigrazione come problema per l’Unione Europea, sia in relazione al contesto del proprio paese. Se da una parte questo quadro non stupisce, data la polarizzazione politica e sociale suscitata dalle vicende politiche legate alla decisione della Cancelliera Merkel di aprire le frontiere del proprio paese a più di un milione di richiedenti asilo nell’autunno del 2015, dall’altro, la comparazione con Paesi come l’Italia e l’Austria maggiormente ‘abituati’ a confrontarsi con la politicizzazione della questione migratoria fa scaturire l’ipotesi che la tardiva mobilitazione populista sulle tematiche della migrazione e della società multiculturale ad opera della AfD sia stata particolarmente efficace e in grado di sfatare, come solo i partiti populisti negli ultimi decenni sono stati in grado di fare, tabu lungamente celati nella logica dell’integrazione di tematiche considerate scomode nelle agende politiche dei partiti <hi rend="italic">mainstream</hi>. Tra i quattro paesi analizzati, la Spagna mostra il livello più basso di rilevanza attribuita al tema della migrazione nei contesti nazionale e internazionale. Il dato spagnolo è in controtendenza sia per quanto concerne il passaggio cruciale dal 2014 al 2015, sia per quanto riguarda il livello dell’allarme, sempre inferiore alla percentuale del 10% per quanto concerne la rilevanza del tema nel contesto nazionale, con l’eccezione di un aumento di rilevanza percepita nel passaggio tra il 2018 e il 2019, arco temporale nel quale, come evidenziato sopra, negli altri tre paesi la rilevanza percepita del tema tende a diminuire. Si può ipotizzare che tale aumento sia dovuto alla contesa elettorale del 2019 nella quale, come si è visto nella sezione dedicata a Vox, il partito ha dedicato uno spazio rilevante del proprio programma elettorale al tema delle migrazioni, così come al sempre più frequente riferimento alla Spagna (da parte ad esempio della Lega nelle recenti vicende di chiusura dei porti alle ONG che trasportano migranti salvati nel Mar Mediterraneo) come meta di destinazione dei rifugiati della cosiddetta «rotta mediterranea». Queste ipotesi necessitano certamente di verifiche empiriche accurate. A colpire nel caso spagnolo è, comunque, un livello di allarme assai più basso rispetto agli altri tre casi, che sembra indicare che, a differenza che in Germania, dove le proposte anti-immigratorie e anti-islamiche della AfD si sono inserite in un contesto di lunga durata del fenomeno di immigrazione e di ricezione di richiedenti asilo, le proposte anti-immigrazione di Vox riflettano più la presenza di una componente ‘classica’ dei programmi dei partiti populisti di destra che un tema sentito dalla cittadinanza e politicizzato a livello mediatico. </p><p rend="text" >La comparazione tra due casi di politicizzazione di lunga data delle tematiche migratorie (Lega Nord in Italia e FPÖ in Austria) e due casi di recente ingresso di partiti populisti di destra nello scenario politico dei rispettivi paesi (Vox in Spagna e AfD in Germania) conferma quindi che imprenditori politici appartenenti alla famiglia partitica del populismo di destra sono stati in grado, nel corso di quasi tre decenni, di fare delle questioni legate alle migrazioni internazionali un tema molto sentito dall’opinione pubblica (Castelli Gattinara, Morales 2017) e facilmente tematizzabile a livello mediatico (si vedano su questo aspetto o capitoli di Belluati e Materassi e Pezzoli). La partecipazione a governi nazionali e locali ha permesso a queste formazioni di incidere sul <hi rend="italic">policy-making</hi> anche su tematiche direttamente o indirettamente legate all’immigrazione. Se, come si è visto sopra, la ricerca empirica sulla valutazione degli effetti delle politiche approvate nei governi a partecipazione populista di destra necessita di ulteriore impulso, non c’è dubbio che l’inclusione in esperienze di governo abbia garantito ai due partiti influenza nella tematizzazione delle <hi rend="italic">issue</hi>s migratorie e nella costruzione di un’agenda politica e mediatica in cui queste non hanno mai mancato di essere rappresentate. Se i casi italiano e austriaco – pur differenziandosi su molti versanti – non da ultimo quello della frequenza della partecipazione al governo di questi partiti, i casi tedesco e spagnolo sono confrontabili su un numero di aspetti più circoscritto. La differenza maggiore tra Vox e AfD sembra però essere costituita dalla centralità dei richiami anti-immigrazione nella loro strategia politica e comunicativa, in parte derivante dal diverso humus ideologico- culturale che ne ha visto la nascita. Se, infatti, nella composita cerchia di imprenditori politici che hanno costituito l’iniziale gruppo dirigente della AfD erano rappresentate personalità politiche provenienti dagli ambiti nazionali e da precedenti esperienze di destra radicale, questa componente culturale è stata sostanzialmente assente nella fase genetica di Vox. Differenti sono state poi nei due casi le finestre di opportunità apertesi nei rispettivi contesti politici. AfD ha tratto profitto dalla politicizzazione della crisi dei rifugiati, mentre Vox ha sfruttato la politicizzazione della crisi catalana, innestando sopra questo tema altre <hi rend="italic">issues</hi> tipiche della mobilitazione populista, migrazione inclusa. </p><p rend="text" >Nonostante la natura ancora parziale e iniziale delle considerazioni conclusive qui presentate, sembra di poter affermare che la strategia comparativa offra nello studio sulla politicizzazione della questione migratoria piste di analisi per ora solo parzialmente percorse, che attengono alla verifica dell’humus politico-culturale di nascita dei partiti populisti di destra, all’analisi del loro sviluppo nell’interazione con gli altri soggetti dei sistemi partitici, e alla capacità di fare della retorica e delle politiche anti-migrazione una componente strategica e comunicativa del loro corso di azione.</p><p rend="h2" >Riferimenti bibliografici</p><p rend="bib_indx_bib" ><hi >Aalberg, T., Esser, F., Reinemann, C., Stromback, J., De Vreese, C. 2016. </hi><hi rend="italic" >Populist political communication in Europe</hi><hi >. 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Si veda a tale proposito la ricostruzione concettuale fornita da Guia (2016).</p><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="10.html#footnote-009-backlink">4</ref></hi>	Come verrà descritto nel corso del prossimo paragrafo.</p><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="10.html#footnote-008-backlink">5</ref></hi>	Punto 5. Più sicurezza per tutti.</p><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="10.html#footnote-007-backlink">6</ref></hi>	Preambolo del terzo punto del programma del 2018, p. 6.</p><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="10.html#footnote-006-backlink">7</ref></hi>	Dati Eurostat (2018). I dati coincidono con i dati riferiti alle principali nazionalità dei richiedenti d’asilo del Ministero degli Interni (2019).</p><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="10.html#footnote-005-backlink">8</ref></hi>	Il leader della FPÖ Heinz-Christian Strache, eletto alla guida del partito nel 2005 si è dimesso dall’incarico alla vigilia delle elezioni europee del maggio 2019 a seguito del suo coinvolgimento diretto in uno scandalo di corruzione venuto alla luce a seguito di una intercettazione (risalente al 2017) pubblicata dal settimanale tedesco <hi rend="italic">Der Spiegel</hi> e dal quotidiano <hi rend="italic">Süddeutsche Zeitung</hi>, dalla quale emerge la disponibilità del segretario della FPÖ a garantire appalti pubblici in cambio di un sostegno economico per il suo partito da parte di non identificati oligarchi russi.</p><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="10.html#footnote-004-backlink">9</ref></hi>	Programma della FPÖ 1997, cap. V, art. 4.</p><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="10.html#footnote-003-backlink">10</ref></hi>	Come si è visto, la prima volta in cui il partito era entrato in una coalizione di governo era stato all’inizio degli anni ’80 (1983-1986), quando la FPÖ era entrato in un esecutivo con la SPÖ.</p><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="10.html#footnote-002-backlink">11</ref></hi>	Il governo di colazione Schüssel (2000-2003) era composto da una coalizione ÖVP -FPÖ. A causa delle difficoltà di gestione delle nuove dinamiche partitiche a seguito dell’ingresso nel governo, nel corso del 2002 si aprirono nella FPÖ gravi dissidi interni, tanto che nel 2002 si dovette ricorrere a nuove elezioni. Queste videro un crollo del partito, che dimezzò il proprio capitale elettorale rispetto alle elezioni del 2000. Ciononostante, la FPÖ entrò a fare parte anche del secondo governo Schüssel, nel corso del quale avvenne la scissione della componente haideriana (2005).</p><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="10.html#footnote-001-backlink">12</ref></hi>	12, 2% in Brandeburgo, 9,7% in Sassonia e 10, 6% in Turingia.</p><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="10.html#footnote-000-backlink">13</ref></hi>	In più occasioni, l’attuale Ministro dell’Interno Seehofer, leader della CSU, ha espresso critiche esplicite alla gestione della crisi dei rifugiati da parte della Cancelliera Merkel. La critica si è spinta fino alla dichiarazione fatta da Seehofer, dai chiari toni che riprendono la retorica della AfD, che «l’Islam non appartiene alla Germania».</p>
      
      
      
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