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        <title type="main" level="a">«Leontius dicit»: l’utilizzo delle glosse a Omero nella Genealogia di Boccaccio</title>
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            <forename>Chiara</forename>
            <surname>Ceccarelli</surname>
            <placeName type="affiliation">Scuola Superiore Meridionale di Napoli, Italy</placeName>
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          <resp>This is a section of <title>Intorno a Boccaccio / Boccaccio e dintorni 2020 </title>(DOI: <idno type="DOI">10.36253/978-88-5518-510-3 </idno>) by </resp>
          <name>Giovanna Frosini</name>
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        <publisher>Firenze University Press</publisher>
        <pubPlace>Firenze</pubPlace>
        <date when="2021">2021</date>
        <idno type="DOI">https://doi.org/10.36253/978-88-5518-510-3.04</idno>
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          <p>Available for academic research purposes</p>
          <p>Open Access</p>
          <p>Copyright Author(s)</p>
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        <p>This is original content, published for academic research purposes</p>
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        <p>Among the many sources used by Boccaccio in his scholarly work Genealogia deorum gentilium, there are also the Homeric poems, made available to the author thanks to Leonzio Pilato’s Latin translation. What is interesting is that besides the Latin text of Iliad and Odyssey, he makes use also of Leonzio’s glosses written in the margins of his autograph manuscripts. In the wake of Agostino Pertusi’s pioneering study, this paper traces a link between Leonzio’s glosses on the Odyssey (Venezia, Biblioteca Nazionale Marciana, gr. IX 29) and many passages of the Genealogia where Leonzio is quoted as a source. The analysis is structured in three parts, i.e. the quotation of Boccaccio’s passage, the text of the source and a detailed commentary on its use.</p>
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            <item>Leonzio Pilato; Genealogia deorum gentilium; Venezia</item>
            <item>Biblioteca Nazionale Marciana</item>
            <item>gr. IX 29; Odyssey; Agostino Pertusi.</item>
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      <p>It is available online at https://doi.org/10.36253/978-88-5518-510-3.04<ref target="https://doi.org/10.36253/978-88-5518-510-3.04" /></p>
      
      
      
      
      <p rend="h1_chapter">«Leontius dicit»: l’utilizzo delle glosse a Omero <lb/>nella <hi rend="italic">Genealogia</hi> di Boccaccio</p><p rend="h1_author">Chiara Ceccarelli</p><p rend="text">Dall’estate del 1360 a quella del 1362 Leonzio Pilato, maestro di greco originario della Tessaglia, risiedette a Firenze ospite di Boccaccio e, per interessamento dello stesso, tenne per due anni accademici un corso di greco allo <hi rend="italic">Studium</hi> fiorentino<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi xml:id="footnote-057-backlink"><ref target="05.html#footnote-057">1</ref></hi></hi>. In questa occasione lavorò alla traduzione di alcuni importanti testi della letteratura greca, in particolare l’<hi rend="italic">Iliade</hi> e l’<hi rend="italic">Odissea</hi>: questo costituì un evento di grandissima portata culturale, in quanto per la prima volta dopo secoli Omero divenne disponibile (e comprensibile, grazie alla traduzione latina) agli intellettuali occidentali<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi xml:id="footnote-056-backlink"><ref target="05.html#footnote-056">2</ref></hi></hi>. Gli sforzi di Leonzio furono da lui riversati in alcuni manoscritti, in cui, oltre al testo omerico in greco, egli fornì una traduzione latina interlineare <hi rend="italic">ad verbum</hi> e molte note marginali tese ad agevolarne la comprensione. Fortunatamente sono giunti fino a noi due esemplari contenenti i poemi omerici, i codici Venezia, Biblioteca Nazionale Marciana, gr. IX 2a (1447) e 2b (1448), contenente l’<hi rend="italic">Iliade</hi>, e Marc. gr. IX 29 (1007), contenente l’<hi rend="italic">Odissea</hi>. Questi, tuttavia, riflettono due diversi stadi di elaborazione: il manoscritto contenente l’<hi rend="italic">Odissea</hi> è un codice d’uso, ricchissimo di interventi marginali di Leonzio, sul quale sono state identificate anche note attribuibili alla mano di Boccaccio<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi xml:id="footnote-055-backlink"><ref target="05.html#footnote-055">3</ref></hi></hi> e a quella di Petrarca<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi xml:id="footnote-054-backlink"><ref target="05.html#footnote-054">4</ref></hi></hi>; il manoscritto contenente l’<hi rend="italic">Iliade</hi> è invece una copia ‘in pulito’, più ordinato e dotato di un minor numero di <hi rend="italic">marginalia</hi>. Benché l’<hi rend="italic">iter</hi> redazionale preciso delle due traduzioni ancora sfugga – anche per la presenza di una <hi rend="italic">prima translatio</hi> ancora non ben identificata<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi xml:id="footnote-053-backlink"><ref target="05.html#footnote-053">5</ref></hi></hi> –, è probabile che Leonzio avesse prodotto dapprima una copia di lavoro di entrambi i poemi (come l’<hi rend="italic">Odissea</hi> marciana), e che la avesse trascritta qualche tempo dopo in una copia in pulito (come l’<hi rend="italic">Iliade</hi> marciana), forse per tenerla come copia personale. Si può quindi ipotizzare che, oltre ai due manoscritti rimasti, fossero esistite anche altre due copie dei poemi omerici, un’<hi rend="italic">Odissea</hi> in pulito e un’<hi rend="italic">Iliade</hi> d’uso, che però non sono giunte fino a noi.</p><p rend="text">Le traduzioni leontee furono utili a Boccaccio nella stesura di molte voci della <hi rend="italic">Genealogia</hi> e, in misura minore, del <hi rend="italic">De montibus</hi>. Egli inserì nell’opera genealogica più di quaranta citazioni in lingua greca in alfabeto minuscolo (con annessa traduzione latina di Leonzio); utilizzò le informazioni provenienti da Omero, menzionandolo come fonte, quasi centosessanta volte; si avvalse spesso dei pareri di Leonzio per le etimologie greche delle parole. Nella <hi rend="italic">Genealogia</hi> Boccaccio è molto scrupoloso nell’indicare la fonte da cui deriva le informazioni: nel caso dei poemi omerici egli tiene a separare ciò che è tratto da Omero da ciò che proviene da Leonzio; di solito utilizza informazioni fornite da Leonzio quando quelle presenti nel testo omerico non soddisfano del tutto le sue necessità. Sicuramente il Certaldese avrà fatto tesoro degli insegnamenti orali del maestro durante le lezioni allo <hi rend="italic">Studium</hi> fiorentino e soprattutto delle conversazioni nel contesto domestico, dal momento che Leonzio era ospite a casa sua. Tuttavia, analizzando i <hi rend="italic">marginalia</hi> dell’<hi rend="italic">Odissea</hi> marciana ci si rende conto di quanto egli abbia attinto alle glosse apposte da Leonzio nel margine del manoscritto<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-052-backlink"><ref target="05.html#footnote-052">6</ref></hi></hi>. Il Tessalo, infatti, corredò i margini di note di tipo etimologico, mitologico e linguistico oppure di fedeli traduzioni degli <hi rend="italic">scholia</hi> omerici e degli <hi rend="italic">scholia</hi> di Tzetze all’<hi rend="italic">Alexandra</hi> di Licofrone, fonti ricche di informazioni preziose<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-051-backlink"><ref target="05.html#footnote-051">7</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">Già Pertusi nel suo fondamentale <hi rend="italic">Leonzio Pilato fra Petrarca e Boccaccio</hi> segnalava la presenza di queste glosse leontee e ne forniva la fonte scoliastica sottesa, offrendo il parallelo nell’opera boccacciana<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-050-backlink"><ref target="05.html#footnote-050">8</ref></hi></hi>. Tuttavia, complice il passare degli anni, alcuni punti del suo lavoro andrebbero rivisti e aggiornati. Innanzitutto, Pertusi si serve della vecchia edizione della <hi rend="italic">Genealogia</hi><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-049-backlink"><ref target="05.html#footnote-049">9</ref></hi></hi> (l’unica disponibile al tempo) che si fonda sull’autografo (Laur. 52.9) e riporta quindi la redazione non definitiva dell’opera (<hi rend="italic">A</hi>, a cui poi seguì la definitiva <hi rend="italic">Vulg</hi>.). In secondo luogo, lo studioso raccoglie in modo poco organico il maggior numero possibile di analogie tra le glosse leontee e il testo boccacciano, senza distinguere se Leonzio sia esplicitamente menzionato come fonte dell’informazione oppure no (in questo ultimo caso, anche se sono presenti somiglianze glossa-testo, bisognerebbe verificare caso per caso se l’informazione provenga sicuramente da Leonzio) e soprattutto senza distinguere se l’informazione derivi da una glossa leontea oppure direttamente dal testo omerico. Tranne rarissimi casi, non fornisce un commento, limitandosi a elencare i <hi rend="italic">loci</hi> che riportano delle analogie. Oltre a ciò, la parte del lavoro di Pertusi dedicata ai parallelismi tra le note leontee e il testo boccacciano viene quasi del tutto ignorata dall’ultimo editore della <hi rend="italic">Genealogia</hi> (e completamente ignorata da quello del <hi rend="italic">De montibus</hi>), che si serve dello studio per altri aspetti ma non per questo<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-048-backlink"><ref target="05.html#footnote-048">10</ref></hi></hi>. </p><p rend="text">Scopo del mio contributo, dunque, è aggiornare lo studio di Pertusi, aggiungendo alcuni nuovi materiali e rovesciando la prospettiva di quest’ultimo: il <hi rend="italic">focus</hi> non sarà sulle glosse di Leonzio, bensì sull’utilizzo che Boccaccio fa delle note marginali leontee. Dopo un censimento di tutte le occorrenze della <hi rend="italic">Genealogia</hi> in cui il maestro tessalo è addotto come fonte, si analizzeranno i casi in cui queste trovano riscontro in una nota posta in margine all’<hi rend="italic">Odissea</hi> marciana<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-047-backlink"><ref target="05.html#footnote-047">11</ref></hi></hi>; un commento puntuale renderà conto delle incongruenze o dei casi in cui il contenuto della nota non giustifica completamente il testo boccacciano. Non mi occuperò invece delle riprese tacite, ovvero dei casi in cui le glosse di Leonzio potrebbero essere state utilizzate senza esplicita dichiarazione, studio che richiederebbe un’analisi molto più approfondita. Per il testo del poema omerico e delle glosse leontee si fa riferimento alla recente edizione dell’opera contenuta nel manoscritto marciano a cura di Valeria Mangraviti, di cui si adottano anche i criteri di edizione<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-046-backlink"><ref target="05.html#footnote-046">12</ref></hi></hi>. Saranno evidenziate in corsivo le parti del testo boccacciano che sono riprese letteralmente o con minime variazioni dalle parole di Leonzio<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-045-backlink"><ref target="05.html#footnote-045">13</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">Prima di addentrarmi nell’analisi minuta, ritengo utile riportare in nota un elenco delle occorrenze della <hi rend="italic">Genealogia</hi> in cui Leonzio è citato come fonte delle informazioni, dal momento che ho riscontrato non pochi errori negli indici dell’edizione mondadoriana<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi xml:id="footnote-044-backlink"><ref target="05.html#footnote-044">14</ref></hi></hi>. A queste si aggiungano <hi rend="italic">Gen</hi>. XV 6, 9 e XV 7, 5, in cui il nome di Leonzio compare per altri motivi: nel primo passo Boccaccio traccia il ritratto del Tessalo, nel secondo rivendica a sé il merito di aver riportato grazie a Leonzio il greco in occidente. Saranno di seguito analizzati i casi in cui un passo della <hi rend="italic">Genealogia</hi> trova conferma in una nota marginale dell’<hi rend="italic">Odissea</hi> marciana.</p><p rend="h2">1. <hi rend="italic">Gen</hi>. II 31, 1; 2 <hi rend="italic">De Merane</hi></p><p rend="quotations_quotation_b3">Meran, dicit Leontius, <hi rend="italic">filia fuit Preti et Anthie</hi> <hi rend="italic">filie Anphianaste</hi>, que <hi rend="italic">cum venationibus dedita Dianam</hi> per nemora sequeretur, a Iove visa atque dilecta est, et ab eo, Diane sumpta ymagine, <hi rend="italic">viciata</hi>. Que tandem cum ob pudorem patrati sceleris, et timens ne iterum deciperetur, <hi rend="italic">vocanti eam Diane obsequi noluit</hi>, et ob id <hi rend="italic">Diana commota</hi> illam sagittis <hi rend="italic">occidit </hi>(II 31, 1)<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-043-backlink"><ref target="05.html#footnote-043">15</ref></hi></hi>. </p><p rend="quotations_quotation_b3"><hi rend="italic">Ad</hi> <hi rend="italic">Od</hi>. XI 324 (c. 145r, ed. p. 414) <hi rend="italic">Meran</hi>: Filia fuit Pricti et Antie, filie Amphianacti <hi rend="italic">m. s</hi>.  Hec fuit filia Pricti quam Iuppiter viciavit cum in venatu cum Diana invenit; postea ipsa Diana arcu interfecit quia non ad ipsam ve&lt;n&gt;iebat <hi rend="italic">m. d</hi>.</p><p rend="quotations_quotation_b3">Qua fictione dicit idem Leontius monemur ypocritas sepe credulos dolis in eam, quam dissuadent, deduxisse perniciem, a qua, dum verax homo aliquando lapsos relevare conatur, decepti semel et omnia timentes, increduli facti, oblatam respuentes salutem, in mortem perpetuam dilabuntur <hi rend="CharOverride-2">(</hi>II 31, 2).</p><p rend="text">Nel definire la parentela e i fatti legati alla figura di Merane, giovane seguace di Diana, il testo boccacciano è molto fedele alla nota leontea, tranne per il dettaglio per cui Giove assume le fattezze di Diana nel violare la fanciulla, che non compare altrove. L’interpretazione allegorica sottesa al mito non ha riscontro in altre note dell’<hi rend="italic">Odissea</hi> e potrebbe quindi derivare da una spiegazione orale di Leonzio. Si notino, infine, le differenti grafie adottate dal Certaldese nell’onomastica dei personaggi<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-042-backlink"><ref target="05.html#footnote-042">16</ref></hi></hi>: il ‘Pricti’ della nota leontea diventa ‘Preti’ e l’‘Amphianacti’ ‘Anphianaste’.</p><p rend="h2">2. <hi rend="italic">Gen</hi>. II 36, 1 <hi rend="italic">De Amphione</hi></p><p rend="quotations_quotation_b3">Amphion, alter ab illo qui Thebas clausit muro, <hi rend="italic">filius fuit Iasii</hi> et regnavit, ut dicit Leontius, in Orcomeno Minyo et in Pylo, <hi rend="italic">vocatus alias Argus</hi>, <hi rend="italic">cui unica fuit filia nomine Cloris</hi><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-041-backlink"><ref target="05.html#footnote-041">17</ref></hi></hi>.</p><p rend="quotations_quotation_b3"><hi rend="italic">Ad</hi> <hi rend="italic">Od</hi>. XI 279; 281 (c. 144r, ed. p. 410) 279 <hi rend="italic">Chlorin</hi>: &lt;H&gt;ec fuit filia &lt;Am&gt;phionis et Persephones <hi rend="italic">m. s</hi>.  Nelius, filius Neptunni, expulsus a Pelio fratre et maxime ab uxore fratris, venit ad Messinam, civitatem Peloponisi, et ibi Pylon edificavit et ducit Clorin, filiam Amphionis, Iasi filii; reliqua historia est in Pherecide <hi rend="italic">m. d</hi>.  281 <hi rend="italic">Amphionis</hi>: iste alius Amphion erat, ‘Argius’ dictus <hi rend="italic">m. d</hi>. </p><p rend="text">Il testo boccacciano si basa sia per la discendenza che per l’appellativo di Anfione sulle due glosse leontee; l’informazione secondo cui quest’ultimo regni in Orcomeno, Minio e Pilo è ricavata direttamente dal testo omerico (<hi rend="italic">Od</hi>. XI 282-283).</p><p rend="h2">3. <hi rend="italic">Gen</hi>. V 24, 1; 4 <hi rend="italic">De Tytio</hi></p><p rend="quotations_quotation_b3">Quem [Tytium] dicit Leontius filium fuisse Iovis ex <hi rend="italic">Hellare Orcomeni filia</hi>, quam pregnantem Iuppiter, <hi rend="italic">iram Iunonis timens</hi>, <hi rend="italic">occultavit in terram</hi>, ex quo factum est, ut <hi rend="italic">nascens puer ex terra natus </hi>videretur, ut Servius asserebat<hi rend="italic"> </hi>(V 24, 1)<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-040-backlink"><ref target="05.html#footnote-040">18</ref></hi></hi>.</p><p rend="quotations_quotation_b3"><hi rend="italic">Ad</hi> <hi rend="italic">Od</hi>. VII 324-325 (c. 91v, ed. p. 262) <hi rend="italic">Flavum ~ filium</hi>: Iuppiter concubuit cum Helaro, filia Orchomeni, secundum aliquos Myniu, et ipsa existente gravida Iuppiter ipsam ob iram Iunonis in terra occultavit; terra autem produxit puerum dictum Titium et, cum ad etatis mensuram pervenerat, arsit Latonam et sagittatus fuit ab Apolline […] <hi rend="italic">m. sup</hi>. </p><p rend="quotations_quotation_b2"><hi rend="italic">Ad</hi> <hi rend="italic">Od</hi>. XI 573; 577 (c. 151r-v, ed. p. 432) 573 <hi rend="italic">Tityon</hi>: Iste interpellavit Latonam de concubitu, ideo penas patitur <hi rend="italic">m. inf</hi>.  577 Iste Tytion vel Tycion interpellavit Latonam de strupo, unde et cetera <hi rend="italic">m. sup</hi>.</p><p rend="quotations_quotation_a3">Recitat ex isto Tytio Leontius brevem hystoriam, et dicit hunc apud Boetios magnum fuisse hominem, et viribus temptasse ex Delpho Apollinem eicere, a quo ipse eiectus est, et fere ad privatam vitam redactus (V 24, 4).</p><p rend="text">La discendenza e la nascita del gigante Tizio sono riprese fedelmente dalla glossa leontea a <hi rend="italic">Od</hi>. VII 324-325. Il suo amore per Latona e la triste sorte che sono esposte poco dopo nel testo boccacciano (<hi rend="italic">Gen</hi>. V 24, 2) sono frutto della combinazione di due fonti: da una parte le note di Leonzio (in particolare, nella frase «Is tamen, cum <hi rend="italic">ad integram venisset etatem</hi>, Latonam Apollinis matrem amavit, eamque <hi rend="italic">de stupro interpellavit</hi>») e dall’altra Servio, <hi rend="italic">In Aen</hi>. VI 595<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-039-backlink"><ref target="05.html#footnote-039">19</ref></hi></hi>. La <hi rend="italic">brevis historia</hi> narrata poco dopo a proposito della tentata espulsione dell’Apollo delfico non trova invece corrispondenza in nessuna nota leontea.</p><p rend="h2">4. <hi rend="italic">Gen</hi>. V 33, 1-2 <hi rend="italic">De Ytilo et Thyi</hi></p><p rend="quotations_quotation_b3">Ytilus et Thyis, ut testatur Homerus in «Odyssea», filii fuerunt Zethi regis ex Aydona coniuge. <hi rend="italic">Ytilum autem per errorem nocte Aydona mater interfecit, putans eum Amalea, Amphionis filium</hi>; <hi rend="italic">invidebat quidem uxori Amphionis, eo quod sibi sex essent filii masculi</hi>. Que, ut ait Leontius, crimen suum cognoscens, optavit mori; miseratione tamen deorum <hi rend="italic">in carduelem versa</hi> <hi rend="italic">Ytilum deflet</hi>. De Thyi autem nudum superest nomen<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-038-backlink"><ref target="05.html#footnote-038">20</ref></hi></hi>.</p><p rend="quotations_quotation_b3"><hi rend="italic">Ad</hi> <hi rend="italic">Od</hi>. XIX 516-521 (c. 257r, ed. p. 732) <hi rend="italic">Pandarea </hi><hi rend="italic">~ regis</hi>: […] Duxit autem in uxorem Zethus Aidona, Pandarei filiam; ex istis natus est Itylus et Tiis. Ytilum mater Aidona interficit in nocte credens Amalea esse, Amphionis filium: invideba[n]t enim uxori Amphionis eo quod illi erant sex filii, isti autem duo. Movit autem Iuppiter contra ipsam ulcionem, hec autem oravit ut avis fieret, itaque Iuppiter misertus mutavit eam in carduelem, idest ‘aidonam’ in nomen eius: hec autem semper flet Ytilum filium eius <hi rend="italic">m. d</hi>.</p><p rend="text">Anche in questo caso il testo boccacciano è molto aderente alla glossa leontea, tranne che per un dettaglio: Giove muta Aedon <hi rend="italic">in carduelem</hi> secondo Leonzio perché ella lo aveva pregato di trasformarla in uccello, secondo il Certaldese, con accento più patetico, perché desiderava morire. Boccaccio, inoltre, non fa alcun riferimento all’etimologia greca del nome della donna. Per comprendere meglio il passo della <hi rend="italic">Genealogia</hi> sono necessarie alcune considerazioni. Boccaccio afferma di aver ricavato l’informazione circa l’identità dei genitori di Itilo e Tio dall’<hi rend="italic">Odissea</hi>, ma nei versi a cui fa riferimento (<hi rend="italic">Od</hi>. XIX 518-523) Tio non compare in alcun modo: è chiaro che la notizia proviene invece dalla glossa leontea. Questo spiega forse anche la frase conclusiva del capitolo, secondo cui di Tio non resta che il nome: Boccaccio non trova altre tracce del personaggio né nel testo omerico, né in altre glosse leontee. In secondo luogo, si incontra qui un errore di traduzione di Leonzio, che confluisce poi nel testo della <hi rend="italic">Genealogia</hi>. Probabilmente il Tessalo non conosce o non ricorda il termine corretto (<hi rend="italic">luscinia </hi>o anche <hi rend="italic">luscinius</hi>) per tradurre il sostantivo greco ἀηδών (‘usignolo’) e utilizza allora <hi rend="italic">carduelis</hi> (‘cardellino’), simile al primo nell’aspetto – in quanto volatili di piccola taglia – ma certamente non nella simbologia di uccello dal canto simile a un lamento notturno.</p><p rend="h2">5. <hi rend="italic">Gen</hi>. V 44, 1-2 <hi rend="italic">De Penelope</hi></p><p rend="quotations_quotation_b3">Dicit tamen Leontius Lycophronem grecum poetam dicere, <hi rend="italic">Penelopem concubitum omnium procantium passam</hi>, et ex uno eorum <hi rend="italic">genuisse quendam filium</hi>, <hi rend="italic">cui Pana nomen fuit</hi>. Quod <hi rend="italic">cum in reditu cognovisset Ulixes</hi>, statim <hi rend="italic">abiit ad insulam Gortinam</hi>, et <hi rend="italic">ibidem habitavit</hi>. Quod absit, ut credam pudicitiam Penelopis, a tot tamque egregiis celebratam autoribus, ab aliquo fuisse maculatam, quicquid Lycophron loquatur maliloquus<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-037-backlink"><ref target="05.html#footnote-037">21</ref></hi></hi>.</p><p rend="quotations_quotation_b2"><hi rend="italic">Ad</hi> <hi rend="italic">Od</hi>. XII 41-44 (c. 154r, ed. p. 440): Lycofron, ἡ δὲ βασσάρα et cetera: ponit iste quod Penelope, omnium procatorum passa concubitum, quod est credibile, genuit quendam Pana dictum; idem ponit Ulixem mortuum in patria et percussum a filio cum spina marini piscis <hi rend="italic">m. d</hi>.</p><p rend="quotations_quotation_b3"><hi rend="italic">Ad</hi> <hi rend="italic">Od</hi>. XII 52-54 (c. 154r, ed. p. 441): Lycofron ponit quod Ulixes venit ad patriam et scivit que Penelope fecerat, recessit et ivit ad insulam Gortynam et ibi habitavit <hi rend="italic">m. d</hi>.</p><p rend="text">Dopo aver esposto i natali e la storia ‘vulgata’ di Penelope, costretta a sopportare le angherie dei Proci e il dolore per la lontananza del marito, Boccaccio aggiunge anche un’altra versione dei fatti, riportando le parole di Leonzio che a loro volta derivano dal commento di Tzetze all’<hi rend="italic">Alexandra</hi> di Licofrone<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-036-backlink"><ref target="05.html#footnote-036">22</ref></hi></hi>. L’utilizzo della glossa leontea è ancora una volta molto fedele. Tuttavia, dopo aver esposto questo secondo punto di vista, Boccaccio prende le distanze dalla versione di Licofrone, definendolo addirittura <hi rend="italic">maliloquus</hi>, e preferendo invece credere alla pudicizia di Penelope celebrata da altri autori autorevoli (come per es. Ovidio, <hi rend="italic">Her</hi>. I). Si noti, infine, che la forma adottata da Leonzio per indicare i Proci, ‘procatorum’, differisce da quella di Boccaccio, ‘procantium’<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-035-backlink"><ref target="05.html#footnote-035">23</ref></hi></hi>.</p><p rend="h2">6. <hi rend="italic">Gen</hi>. VII 3, 1-2 <hi rend="italic">De Persa</hi></p><p rend="quotations_quotation_b3">Persa <hi rend="italic">filia fuit Occeani</hi>, ut in «Odyssea» placet Homero, ubi dicit <hi rend="italic">eam a Sole dilectam</hi>, eumque ex eius concubitu <hi rend="italic">Oetam</hi> <hi rend="italic">Colcorum regem</hi> <hi rend="italic">atque Circem suscepisse</hi>, aiens: «Ἀυτοκασϊγνήτὴ ὁλοοφρονος Αἰήταο / Ἂμφω δ’ἐκτεγάτην φαεσιμβρὸτοι Ἠελίοιο / Μητρὸς τ’επέροης, τὴν Ὠκεανὸς τὲκε πᾶιδα» («Soror sagacis Oete. Ambo autem orti fuerunt a lucente mortalibus Sole, matreque a Persa quam Occeanus genuit filiam»). Hanc autem Persam dicit Leontius <hi rend="italic">ab Exi</hi><hi rend="italic">odo Hecathen appellatam</hi>; que cum apud nos luna sonet, satis possumus arbitrari Oetam, apud suos clarissimum regem, illud idem fecisse, quod Saturnus egerat, qui Uranium patrem Celum nuncupari iussit, et Vestam matrem Terram, ut nominibus egregiis originem ampliaret suam, sic et Oeta patrem Solem et matrem Lunam. Que ideo Occeani filia dicta est, quod a litoralibus ex Occeani fluctibus oriri videatur. Seu forsan ipsa Persa ab Occeano patri Oete venerat, et ideo Occeani filia dicta, vel imperium habuit penes Occeanum<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-034-backlink"><ref target="05.html#footnote-034">24</ref></hi></hi>.</p><p rend="quotations_quotation_b3"><hi rend="italic">Ad</hi> <hi rend="italic">Od</hi>. X 137-139 (c. 125v, ed. p. 359) 137 <hi rend="italic">Eetao</hi>: Regis Colchorum <hi rend="italic">interl. sottolin</hi>.  Medee patris; Eoeta frater fuit Circes <hi rend="italic">m. d</hi>.  137-139 Persis filia fuit Oceani, uxor Solis; Pe&lt;r&gt;sis et Solis Oeta et Circes fuerunt fratres; Hesiodus autem et ‘Hecatem’ Persida dixit <hi rend="italic">m. sup</hi>.</p><p rend="text">Nonostante Boccaccio inserisca una citazione in lingua greca tratta direttamente dall’<hi rend="italic">Odissea</hi>, includendo anche un errore di trascrizione al v. 139<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-033-backlink"><ref target="05.html#footnote-033">25</ref></hi></hi>, la formula introduttiva con cui apre il capitolo sulla ninfa Persa ricalca le due glosse leontee sia per quanto riguarda le parentele fra i personaggi, sia per l’apposizione di Eeta, <hi rend="italic">Colcorum rex</hi>. La nota di Leonzio viene poi sfruttata anche per il dettaglio erudito proveniente da Esiodo<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-032-backlink"><ref target="05.html#footnote-032">26</ref></hi></hi>, mediato attraverso gli <hi rend="italic">scholia</hi> omerici, secondo cui la ninfa era chiamata anche ‘Ecate’. Le successive spiegazioni relative all’etimologia del nome della fanciulla e alle sue possibili parentele non trovano invece riscontro in altre glosse e saranno da attribuire al tentativo di armonizzazione delle fonti tipico del Certaldese.</p><p rend="h2">7. <hi rend="italic">Gen</hi>. VII 6, 2 <hi rend="italic">De Clymene</hi></p><p rend="quotations_quotation_b3">Leontius autem eam dicit <hi rend="italic">filiam</hi> fuisse <hi rend="italic">Minyi et Eurianasse</hi>, et ex Merope viro <hi rend="italic">peperisse Yphiclum et Phylacem</hi> <hi rend="italic">et Phetontem</hi> cum sororibus<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-031-backlink"><ref target="05.html#footnote-031">27</ref></hi></hi>.</p><p rend="quotations_quotation_b3"><hi rend="italic">Ad</hi> <hi rend="italic">Od</hi>. XI 324 (c. 145r, ed. p. 414) <hi rend="italic">Climenem</hi>: Hec fuit mater Phetontis <hi rend="italic">interl. sottolin</hi>.  Hec fuit filia Mynii et Eurianassis que[m] Iphiclum fecit cum Phylaco velocem <hi rend="italic">m. d</hi>.</p><p rend="text">Dopo aver riportato le versioni contrastanti di Teodonzio e Paolo da Perugia riguardo la stirpe della ninfa Climene, Boccaccio allega anche quella di Leonzio, ancora diversa, traendola dalla glossa marginale leontea<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-030-backlink"><ref target="05.html#footnote-030">28</ref></hi></hi>. Quest’ultima non giustifica però completamente il testo boccacciano, non facendo alcuna menzione del marito Merope e delle altre figlie femmine («cum sororibus»): il Certaldese integra la glossa con altri materiali forse provenienti da Leonzio e a noi non pervenuti, forse derivanti da Ovidio, <hi rend="italic">Met</hi>. I 760 (dove sono menzionati sia Merope che le sorelle).</p><p rend="h2">8. <hi rend="italic">Gen</hi>. VII 18, 4 <hi rend="italic">De Arethusa</hi></p><p rend="quotations_quotation_b3">Altera vero Arethusa in Ytachia insula fons est, de qua sic dicit Homerus: «Πὰρ Κὸρακος πέτρη επὶ τε κρηνη Ἀρεθούση» («penes Choraci petram ac fontem Arethusam»). Leontius vero ex hac Arethusa refert quendam fuisse in Ytachia <hi rend="italic">venatorem</hi>, <hi rend="italic">cui Corax nomen</hi>, qui furore inpulsus <hi rend="italic">ex petra </hi>quadam<hi rend="italic"> precipitem</hi> sese dedit in mare, et <hi rend="italic">ob id petra illa ab eo Corax denominata est</hi>. <hi rend="italic">Mater autem eius</hi>,<hi rend="italic"> cui Arethusa nomen</hi>, hoc videns dolore percita <hi rend="italic">in vicinum </hi>petre<hi rend="italic"> fontem</hi> se proiciens <hi rend="italic">enecta est</hi>, et sic <hi rend="italic">de se nomen fonti dedit</hi>, et sic duo sunt fontes Arethusa vocati<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-029-backlink"><ref target="05.html#footnote-029">29</ref></hi></hi>.</p><p rend="quotations_quotation_b3"><hi rend="italic">Ad</hi> <hi rend="italic">Od</hi>. XIII 406 (c. 174r, ed. p. 502) <hi rend="italic">Choraci ~ Arethusam</hi>: Quidam homo fuit venator, Chorax dictus, qui de petra illa precipitavit se, a quo petra nomen accepit; mater autem eius in fonte illo sumersa fuit, Arethusa dicta, unde fons ab illa <hi rend="italic">m. inf</hi>.</p><p rend="text">Dopo la descrizione del mito della ‘prima’ Aretusa, la fanciulla trasformata in fiume per sfuggire alla brama di Alfeo, Boccaccio tratta invece della <hi rend="italic">altera Arethusa</hi>, fonte dell’isola di Itaca, allegando anche una citazione in lingua greca (<hi rend="italic">Od</hi>. XIII 406). Ricava invece dalla glossa leontea l’eziologia del nome della fonte, attraverso il mito del cacciatore Corax e di sua madre Aretusa proveniente dagli <hi rend="italic">scholia</hi> omerici<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-028-backlink"><ref target="05.html#footnote-028">30</ref></hi></hi>. La stessa spiegazione del mito viene riportata quasi invariata anche nella voce relativa alla seconda Aretusa presente in <hi rend="italic">De montibus</hi> III 16, ma questa volta senza specificarne la fonte, com’è del resto consueto in quest’opera.</p><p rend="h2">9. <hi rend="italic">Gen</hi>. VII 20, 1; 6-7 <hi rend="italic">De Syrenis</hi></p><p rend="quotations_quotation_b3">Syrenas tres fuisse Servius et Fulgentius asserunt, et Acheloi atque Caliopis muse filias, cantantesque dicunt alteram voce, alteram cythara, et tibiis tertiam. Leontius vero illas dicit fuisse quattuor sic nuncupatas: <hi rend="italic">Aglaosi, Telciepi, Pisinoi et Iligi</hi>; <hi rend="italic">easque filias Acheloi et Thersicoris muse</hi>, quartam timpano canere superaddens (VII 20, 1)<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-027-backlink"><ref target="05.html#footnote-027">31</ref></hi></hi>.</p><p rend="quotations_quotation_b3"><hi rend="italic">Ad</hi> <hi rend="italic">Od</hi>. XII 39 (c. 153v, ed. p. 439) <hi rend="italic">Serenas</hi>: Syrene monstra marina habentes genua arpyarum, speciem avis, pennas ab umbilico et, supra, caput optime virginis; muse autem interfecerunt eas, et cetera <hi rend="italic">m. sup</hi>.  Syrene filie fuerunt Acheloi fluvii et Terpsichore, unius muse, et, cum dilexerant virginitatem, in odio fuerunt Veneris et pennas habentes volaverunt ad tyrrenicum clima et insulam ceperunt Anthemusam nominatam; nomina autem ipsarum Aglaofimi, Thelciepia, Pisinoi, Iligia <hi rend="italic">m. inf</hi>.</p><p rend="quotations_quotation_b3">Et Leontius asserit vetustissima haberi fama apud Etolos prima Grecorum fuisse meretricia, et tantum lenocinio facundie valuisse, ut fere omnem Achaiam in suam vertissent predam; et ex hoc arbitrari fabule originis Syrenarum locum fuisse concessum. Et sic illis Etolie fluvius pater est dictus, eo quod eum penes primo sua scelesta cepere servitia; et ut intelligamus per labentem fluvium patrem, lascivam et effluentem concupiscentiam meretricum. […] (VII 20, 6-7).</p><p rend="text">Come di consueto, Boccaccio riporta le diverse versioni dei fatti consegnate dalle fonti discordanti: dopo Servio e Fulgenzio egli espone il parere di Leonzio, che trova corrispondenza per il nome dei genitori e delle Sirene nella glossa marginale al passo odissiadico. In quest’ultima, tuttavia, non c’è alcun accenno all’abilità della quarta di <hi rend="italic">canere timpano</hi> menzionata da Boccaccio. Il problema maggiore è però relativo al secondo passo in cui Leonzio è addotto come fonte (<hi rend="italic">Gen</hi>. VII 20, 6-7). Boccaccio afferma che, grazie alla loro facondia, le Sirene praticavano il meretricio in Etolia e con il tempo in tutta la Acaia; questo non solo non trova conferma in nessuna glossa leontea, ma è anche in aperta contraddizione con quanto scritto da Leonzio nella nota marginale sopra citata, secondo cui esse erano odiate da Venere perché avevano scelto la verginità<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi xml:id="footnote-026-backlink"><ref target="05.html#footnote-026">32</ref></hi></hi>. Inoltre anche il riferimento al fiume dell’Etolia, che prende il nome dal padre Acheloo perché in quel luogo esse praticavano il loro esercizio, non trova riscontro nella voce del <hi rend="italic">De montibus</hi> (V 16). Boccaccio fa forse riferimento a qualche insegnamento orale che non ha lasciato traccia? Anche in questo caso resterebbe comunque l’incongruenza con la nota scritta.</p><p rend="h2">10. <hi rend="italic">Gen</hi>. VII 41, 5; 14 <hi rend="italic">De Phetonte</hi></p><p rend="quotations_quotation_b3">‘Pheton’ ante alia, ut ait Leontius thessalus, latine sonat ‘incendium’ (VII 41, 5).</p><p rend="quotations_quotation_b3">Addebat huic Leontius <hi rend="italic">fratres duos</hi>, <hi rend="italic">Yphiclum scilicet et Phylacem</hi>, eosque natu maiores Phetonte, de quibus quoniam nil aliud, illos apponere non curavi (VII 41, 14)<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi xml:id="footnote-025-backlink"><ref target="05.html#footnote-025">33</ref></hi></hi>.</p><p rend="quotations_quotation_b3"><hi rend="italic">Ad</hi> <hi rend="italic">Od</hi>. XI 324 (c. 145r, ed. p. 414) <hi rend="italic">Climenem</hi>: Hec fuit mater Phetontis <hi rend="italic">interl. sottolin</hi>.  Hec fuit filia Mynii et Eurianassis que[m] Iphiclum fecit cum Phylaco velocem <hi rend="italic">m. d</hi>.</p><p rend="text">Anche se non trova conferma in nessuna glossa, è assai verosimile che l’etimologia greca del nome di Fetonte provenga da Leonzio. Il nome dei fratelli Ificlo e Filace si ritrova nella stessa glossa menzionata al nr. 7 per la madre Climene, ma senza la precisazione che questi siano entrambi più vecchi di Fetonte.</p><p rend="h2">11. <hi rend="italic">Gen</hi>. VIII 4, 7 <hi rend="italic">De Cerere</hi></p><p rend="quotations_quotation_b3">Et Leontius addebat <hi rend="italic">Cererem ex Iasione Plutonem filium peperisse</hi>, et tandem Iasionem a Iove invidia fulminatum<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-024-backlink"><ref target="05.html#footnote-024">34</ref></hi></hi>.</p><p rend="quotations_quotation_b3"><hi rend="italic">Ad</hi> <hi rend="italic">Od</hi>. V 125-128 (c. 64v, ed. p. 187): Dicunt quod iste cum Cerere concubuit et fecit Pluton, deum diviciarum, sed quidam Hellanicus dictus genealogizat ipsum a Iove et Hylectra. Aliqui dicunt quod post diluvium solum in domo Iasionis, Creta in insula, frumentum inventum est, unde dictum Iasionem cum<hi rend="italic"> </hi>Cerere concubuisse et creavisse Pluton, deum diviciarum <hi rend="italic">m. s</hi>.</p><p rend="text">Anche in questo caso l’informazione riportata da Boccaccio relativa al marito e al figlio di Cerere è confermata da una glossa leontea. Il dettaglio per cui Giasone sia stato fulminato da Giove si trova invece nel testo omerico, a <hi rend="italic">Od</hi>. V 128: «Ζεὺς ὅς μιν κατέπεφνε βαλὼν ἀργῆτι κεραυνῶ», che secondo la traduzione di Leonzio risulta «Iuppiter qui ipsum interfecit percuciens nitido fulgure».</p><p rend="h2">12. <hi rend="italic">Gen</hi>. VIII 16, 1 <hi rend="italic">De Perivia</hi></p><p rend="quotations_quotation_b3">Dicit autem Leontius <hi rend="italic">Eurimedontem Gigantum fuisse dominum</hi>, et <hi rend="italic">cum eis periisse</hi>.</p><p rend="quotations_quotation_b3"><hi rend="italic">Ad</hi> <hi rend="italic">Od</hi>. VII 59 (c. 84v, ed. p. 243) <hi rend="italic">Gigantibus dominabatur</hi>: Eurimedhon dominabatur gigantibus, qui, cum bellum ipsis fecerat, cum eis periit <hi rend="italic">m. sup</hi>.</p><p rend="text">Boccaccio apre il medaglione su Peribea con la citazione di <hi rend="italic">Od</hi>. VII 56-58 e utilizza subito dopo la nota leontea apposta in margine ai suddetti versi; essa, relativa alla sorte del gigante Eurimedonte, padre della donna, è ripresa in modo letterale.</p><p rend="h2">13. <hi rend="italic">Gen</hi>. X 9, 2-3; 10 <hi rend="italic">De Scylla</hi></p><p rend="quotations_quotation_b3">Homerus autem longa carminum serie aliter in «Odyssea» describit fere in hac sententia. Dicit enim eam <hi rend="italic">latrantem</hi> et <hi rend="italic">catuli vocem</hi> habere <hi rend="italic">nuper geniti</hi>, aspectu horribilem, et <hi rend="italic">pedes</hi> habere <hi rend="italic">XII</hi>, cum <hi rend="italic">sex</hi> <hi rend="italic">capitibus</hi>, et in omne caput os ingens cum <hi rend="italic">trinis ordinibus dentium</hi>, <hi rend="italic">plenis nigra morte</hi>, eamque <hi rend="italic">in spelunce</hi> medio morantem <hi rend="italic">capita extra mittere</hi> in <hi rend="italic">profundissimum</hi> mare, piscarique ut delphines capiat vel balenas. Leontius autem aliam a superiori de Scylla recitat fabulam. Dicit enim quod, cum <hi rend="italic">Scylla misceretur Neptuno</hi>, <hi rend="italic">Amphitrites eius coniunx commota zelo</hi>, <hi rend="italic">sparsis</hi> in aquis <hi rend="italic">farmacis</hi>, <hi rend="italic">in quibus lavari consueverat</hi>, eam <hi rend="italic">vertit in caninam feram</hi>, quam <hi rend="italic">Hercules</hi> cum preda <hi rend="italic">Gerione</hi> hyspano superato rediens, <hi rend="italic">eo quod sibi boves abstulisset, occidit</hi>; verum illam pater eius <hi rend="italic">revocavit in vitam</hi> (X 9, 2-3)<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-023-backlink"><ref target="05.html#footnote-023">35</ref></hi></hi>.</p><p rend="quotations_quotation_b3"><hi rend="italic">Ad</hi> <hi rend="italic">Od</hi>. XII 85-94 (c. 155r, ed. p. 444): Descripcio Scylle, que filia Phorcynos fuit: vox sua similis catuli voci, magnitudo autem sua erat admirabilis, capita autem habet XII, in quolibet autem ore tres ordines sunt dencium, oculos habet igni similis, idest igneos, corpus suum intus antrum tenet, capita autem extra longas, ita quod poterat a saxo ad navem adiungere. Hanc interfecit Hercules <hi rend="italic">m. sup</hi>.  Hercules, Gerionis boves ducens, postquam venit ad strictum locum qui est inter Siciliam et Ytaliam, interfecit Scyllam, eo quod ipsi usurpaverat tauros Gerione ablatos; pater autem eius, cum cremaverat, viificavit ipsam. Scylla fuit femina pulcerrima Neptunno mixta; Amphitrites autem, uxor Neptunni, zelo capta pharmaca posuit ubi solebat se lavare et sic fera facta est canina <hi rend="italic">m. d</hi>.</p><p rend="quotations_quotation_b3">Quod autem dicebat Leontius Scyllam misceri Neptuno evidens est; nam, ut patet, in mare protenditur saxum, et quoniam ibi sit tempestas et sonoritas assidua, ideo fictum ab Amphitrite est pharmaca fuisse iniecta (X 9, 10). </p><p rend="text">Boccaccio si serve delle parole di Omero per la descrizione fisica di Scilla, di quelle di Leonzio per la <hi rend="italic">fabula</hi> relativa alla sua metamorfosi e alla morte per mano di Ercole. Benché anche il maestro tessalo tratteggi una descrizione del mostro nella nota marginale relativa a <hi rend="italic">Od</hi>. XII 85-97, Boccaccio preferisce seguire invece il testo omerico, da cui questa diverge per qualche dettaglio, e lo fa riprendendo spesso letteralmente la traduzione latina leontea<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-022-backlink"><ref target="05.html#footnote-022">36</ref></hi></hi>. Anche la vicenda riportata da Boccaccio appena dopo – relativa alla trasformazione di Scilla in <hi rend="italic">fera canina</hi> per mano di Anfitrite, moglie di Nettuno, e alla sua uccisione da parte di Ercole – è tratta fedelmente dalla nota di Leonzio. Il secondo passo boccacciano (<hi rend="italic">Gen</hi>. X 9, 10) mira a spiegare attraverso l’allegoria cosa si cela sotto il <hi rend="italic">velamen</hi> della <hi rend="italic">fabula</hi> leontea, mettendo in relazione i veleni liberati nell’acqua da Anfitrite con l’infrangersi tempestoso delle onde contro gli scogli.</p><p rend="h2">14.<hi rend="italic"> Gen</hi>. X 32, 4 <hi rend="italic">De Pelia</hi></p><p rend="quotations_quotation_b3">Circa id quod fictum est, dicebat Leontius Peliam Neptuni hominis fuisse filium, eumque secus Enypheum in specie iuvenis incole a Tyro dilecti, eam non resistentem atque similitudine forme deceptam oppressisse, et ex ea filios suscepisse duos<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-021-backlink"><ref target="05.html#footnote-021">37</ref></hi></hi>.</p><p rend="quotations_quotation_b3"><hi rend="italic">Ad</hi> <hi rend="italic">Od</hi>. XI 239-40 (c. 143r, ed. p. 406): Neptunnus iacuit cum ipsa mutatus in fluvium Enipeum qui mare intrabat; dominus quidam in litore fl(uvii) istius cum ipsa iacu&lt;i&gt;t <hi rend="italic">m. d</hi>. </p><p rend="text">Boccaccio apre il medaglione su Pelia (<hi rend="italic">Gen</hi>. X 32, 1) con un riassunto parafrasato di <hi rend="italic">Od</hi>. XI 235-254 e lo conclude con un riferimento alle parole di Leonzio, che trovano conferma nella nota marginale al passo odissiadico. Sembra che Boccaccio travisi parzialmente il senso di tale nota: se infatti Leonzio afferma che Nettuno giace con Tiro dopo aver preso le sembianze del fiume Enippeo, amato dalla donna, Boccaccio specifica invece che Nettuno si impossessa della donna sulle rive del fiume, dopo aver assunto le forme di un giovane amato da Tiro. L’informazione per cui la donna partorisce due figli (Pelia e Neleo) è nel testo omerico, a <hi rend="italic">Od</hi>. XI 254.</p><p rend="h2">15. <hi rend="italic">Gen</hi>. X 44, 1-2 <hi rend="italic">De Pyro</hi></p><p rend="quotations_quotation_b3">Pyro virgo Nelei et Cloris filia fuit, ut in «Odyssea» scribit Homerus. Hec, ut idem asserit, adeo formosa fuit, ut illius fere omnes Grecorum nobiles optarent coniugium, eamque Neleo postularent. Qui nulli illam iungere voluit, ni sponderet ab Yphiclo matris Nelei patruo boves auferre, quos detinebat et dare negabat. Et cum nemo sponsionem hanc facere auderet, Melampus, vates ea tempestate clarus, Bie fratri suo ostendit post tempus fieri posse, ut ab Yphiclo deducerentur boves quos pascebat Neleus, suasitque illi sponsionem, ut tam spectabilis virginis coniugium consequeretur. Bias autem, fratri credens, spopondit Neleo quod petebat; et dum circa recuperationem boum conaretur, Yphicli iussu captus et carceratus est. Post tempus autem dimissus boves reduxit, et Pyro habuit in uxorem. Hec fere in textu Homeri continentur (X 44, 1-2)<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-020-backlink"><ref target="05.html#footnote-020">38</ref></hi></hi>.</p><p rend="quotations_quotation_b3"><hi rend="italic">Ad</hi> <hi rend="italic">Od</hi>. XI 285-295 (c. 144r, ed. p. 410): Tyro genuit Pelium et Nilea; Nileus a patruo (matris scilicet <hi rend="italic">interl</hi>.) Ificlo peciebat res matris, ille autem non dabat. Postea venit quod Nileus pulcerimam filiam genuit, quam nolebat dare nisi illi qui boves Iphiclionis tamquam res matris non acciperet. Melampus quidem vacicinator, ut frater eius Vias ipsam Pyro in uxorem acciperet, pro bobus ivit, q&lt;ui&gt;, dum boves accipere voluit, cap&lt;t&gt;us est et a bucolis precepto Yphicli in carceribus positus est, qui per annum stetit. Accidit enim quod &lt;…&gt; <hi rend="italic">m. inf</hi>.</p><p rend="quotations_quotation_b3">Ultra quem dicebat Leontius, quod cum Bias per annum in carcere servaretur, sensit trabes domus vermes fecisse, quos vulgo dicimus ‘tarmos’, concepitque ob viciatas trabes secuturam ruinam; quam cum prenuntiasset Yphiclo, meruit libertatem (X 44, 2).</p><p rend="quotations_quotation_b3">Tandem cum interrogasset Yphiclus, filios non procreans, quid ad procreandos esset agendum, suasit illi, <hi rend="italic">ut serpentis potaret venenum</hi>. Quo facto, concepit uxor Yphicli et <hi rend="italic">filium</hi> in tempore <hi rend="italic">peperit</hi>. Quo beneficio ab Yphiclo illi restituti sunt boves. Quibus deductis, ut dictum est, <hi rend="italic">Pyro deduxit uxorem</hi>, que illi peperit Anthyphatim et Manthyonem (X 44, 3).</p><p rend="quotations_quotation_b3"><hi rend="italic">Ad</hi> <hi rend="italic">Od</hi>. XI 294-295 (c. 144v, ed. p. 411): Iphiclus causam interrogavit; ipse dixit postea quia Yphiclus non filios faciebat; ipse consilium dedit per quod filios faceret et ita liberavit ipsum et boves dedit et duxit eas et Via, frater eius, Pyro filiam Nelei in uxorem duxit <hi rend="italic">m</hi>. <hi rend="italic">sup</hi>.  <hi rend="italic">Consilium</hi>: Consilium autem fuit quod Iphiclus venenum serpentis potaret, et sic fecit et genuit Podarcen filium <hi rend="italic">m. sup</hi>.  <hi rend="italic">Iovis </hi>~<hi rend="italic"> consilium</hi>: Eo quod consilium dedit de filiis creandis <hi rend="italic">m. d</hi>.</p><p rend="text">Nel ricostruire la parentela e le vicende della vita di Però, Boccaccio afferma di rifarsi al racconto di Omero nell’<hi rend="italic">Odissea</hi> (<hi rend="italic">Od</hi>. XI 287 ss.): se ciò può essere vero per i primi due periodi («Hec, ut idem asserit…»; «Qui nulli illam iungere…»), sicuramente non lo è per la parte seguente, poiché nel testo omerico non compare mai la figura di Biante, fratello di Melampo. Quest’ultima è invece debitrice della nota leontea, di cui però Boccaccio travisa parzialmente il significato. Leonzio, infatti, scrive che l’indovino Melampo, per far sposare al fratello Biante la bellissima Però, sottrae i buoi a Ificlo e per questo viene incarcerato e tenuto per un anno in catene. Anche un’altra nota leontea, posta in margine a <hi rend="italic">Od</hi>. XV 228-230, conferma che l’autore del furto dei buoi, in seguito incarcerato, è Melampo<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-019-backlink"><ref target="05.html#footnote-019">39</ref></hi></hi>. Boccaccio, invece, attribuisce il furto e la reclusione al fratello Biante, ritenendo forse più plausibile che fosse il diretto interessato a compiere in prima persona il furto per ottenere la donna in sposa, e relega il fratello Melampo al ruolo di consigliere. Si crea così qualche problema di coerenza anche nei passi successivi (<hi rend="italic">Gen</hi>. X 44, 2 e 3), dove Boccaccio, adducendo Leonzio come fonte, propone una particolare conclusione della vicenda. Dapprima egli sostiene che Biante venga liberato perché avverte Ificlo che i tarli hanno corrotto le travi della sua casa; questo non trova riscontro in nessuna nota di Leonzio nel manoscritto marciano. In seguito afferma che Biante ottiene la restituzione dei buoi dopo aver consigliato Ificlo di bere veleno di serpente per avere un figlio; questo trova conferma nella nota di Leonzio, anche se con qualche differenza. In essa è Melampo, e non Biante, a essere imprigionato, e la libertà è ottenuta grazie al consiglio sul veleno di serpente. Ificlo, infatti, chiede un parere a Melampo perché questi è un indovino: ciò non sarebbe possibile con Biante, che non lo è, ma Boccaccio non se ne accorge e cade in contraddizione. Il Certaldese, tuttavia, non doveva essere totalmente convinto che la propria versione dei fatti fosse corretta: nel capitolo dedicato a Ificlo (<hi rend="italic">Gen</hi>. XIII 54, 1-2, qui al nr. 23), non sapendo a chi dei due fratelli attribuire il furto dei buoi e il consiglio sul veleno, sospende il giudizio e lascia l’alternativa («Byantis…aut Melampi» «a Melampo seu a Bia»). Infine, Boccaccio compie un ultimo errore quando afferma che Però partorisce i due figli Antifate e Mantio: questi, che non vengono citati nella nota leontea, sono in realtà figli di Melampo e di un’altra donna, come attesta Omero in <hi rend="italic">Od</hi>. XV 241.</p><p rend="h2">16. <hi rend="italic">Gen</hi>. XI 7, 8 <hi rend="italic">De Castore et Polluce</hi></p><p rend="quotations_quotation_b3">Ydam <hi rend="italic">prohibitum a Iove, ne Pollucem lederet</hi>, vim constellationis arbitrabatur Leontius<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-018-backlink"><ref target="05.html#footnote-018">40</ref></hi></hi>.</p><p rend="quotations_quotation_b3"><hi rend="italic">Ad</hi> <hi rend="italic">Od</hi>. XI 298; 299; 301 (c. 144v, ed. p. 412) 298 <hi rend="italic">Polydeuchea</hi>: Polucem <hi rend="italic">interl. sottolin</hi>.  Lacine ‘Polucem’ <hi rend="italic">m. s</hi>.  299 Castor interfectus fuit a Meleagro vel Polynice; Polydeuces inmortalis factus est munere Iovis <hi rend="italic">m. d</hi>.  301 <hi rend="italic">Eterimeri</hi>: Secundum diem, quia unus stat in celo uno die et al&lt;t&gt;er &lt;in&gt; inferno et mutantur <hi rend="italic">m. s</hi>.  Fabula istorum fratrum est vobis nota, quomodo unus stat tempore et in celo, alter vero in inferno, et i[n]terum mutatur et qui in inferno steterat stat in celo <hi rend="italic">m. sup</hi>.</p><p rend="text">Benché in questo caso non ci sia una ripresa letterale, si potrebbe avvicinare il testo boccacciano alle note marginali leontee, apposte in corrispondenza della comparsa di Castore e Polluce nel catalogo delle anime incontrate da Ulisse negli inferi. Il Certaldese afferma che fu grazie alla <hi rend="italic">vis</hi> della costellazione che Giove impedì a Ida di uccidere Polluce<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-017-backlink"><ref target="05.html#footnote-017">41</ref></hi></hi>. Leonzio appone una serie di note legate ai Dioscuri, e in particolare a Polluce: oltre a specificare la corrispondenza fra il greco ‘Polydeuces’ e il latino ‘Pollux’, aggiunge che quest’ultimo fu reso immortale per dono di Giove e spiega la <hi rend="italic">fabula</hi>, secondo cui i due fratelli abitano alternativamente un giorno in cielo e uno negli inferi, che costituisce l’eziologia della costellazione.</p><p rend="h2">17. <hi rend="italic">Gen</hi>. XI 40, 2; 12 <hi rend="italic">De Ulixe</hi></p><p rend="quotations_quotation_b3">Leontius vero dicit quod, <hi rend="italic">cum nupsisset Anthiclia Laerti</hi>,<hi rend="italic"> et ad oraculum consultura iret</hi>, <hi rend="italic">a Sysipho latrone</hi>, qui postea a Theseo occisus est, <hi rend="italic">capta et oppressa est</hi>, <hi rend="italic">et pregnans effecta ex eo concubitu</hi> Ulixem peperisse (XI 40, 2)<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-016-backlink"><ref target="05.html#footnote-016">42</ref></hi></hi>.</p><p rend="quotations_quotation_b3"><hi rend="italic">Ad</hi> <hi rend="italic">Od</hi>. XI 590 (c. 151v, ed. p. 433) <hi rend="italic">Sisyfon</hi>: Iste fuit pater Ulixis; nam, dum Anticlia, mater Ulixis, virum Laertem acciperet eundo ad oraculum, cum latrone Sisyfo concubitum habuit, ex quo facta gravida, et cetera <hi rend="italic">m. s</hi>.</p><p rend="quotations_quotation_b3">Leontius vero dicit eum casu <hi rend="italic">a Thelegono eum querente</hi> <hi rend="italic">spina piscis venenosa tactum</hi> <hi rend="italic">et inde mortuum</hi> (XI 40, 12).</p><p rend="quotations_quotation_b2"><hi rend="italic">Ad</hi> <hi rend="italic">Od</hi>. XI 132 (c. 140r, ed. p. 398) <hi rend="italic">A mari</hi>: Dixit hoc; nam Ulixes cum Cyrce filium fecit nominatum Telegonum, qui post longum tempus ad Ithachiam patrem querens venit et, cum Ulixem patrem suum invenit, non agnoscens eum, columbe spina marine punxit et interfecit; nam venenosa est columbe marine spina, quod ipsa viva et mortua hominem interficit <hi rend="italic">m. d</hi>.</p><p rend="quotations_quotation_b3"><hi rend="italic">Ad</hi> <hi rend="italic">Od</hi>. XXII 281 (c. 302r, ed. p. 852) <hi rend="italic">Mors ~ ipso</hi>: Ponit mortem Ulixis venturam a mare: dum filius quem cum Circes fecit querebat patrem, invenit eum, et non cognoscens ipsum tetigit cum spina colu&lt;m&gt;be, que piscis marinus est; ideo dixit ‘a mare’ et cetera <hi rend="italic">m. d</hi>.</p><p rend="text">Il capitolo su Ulisse si apre con il problema dell’identità del padre: Boccaccio riporta, giustapponendole, le varie fonti antiche, che parteggiano talvolta per Sisifo e talaltra per Laerte. Tra queste c’è anche la versione di Leonzio, secondo cui la madre Anticlea, dopo aver sposato Laerte, viene violentata dal predone Sisifo, partorendo così il figlio Ulisse; essa trova riscontro nella nota marginale a <hi rend="italic">Od</hi>. XI 590, che Boccaccio utilizza quasi letteralmente. Il secondo passo in cui Leonzio è menzionato come fonte presenta un’altra versione della morte di Ulisse per mano di Telegono, diversa da quella di Teodonzio esposta appena prima: anche in questo caso essa trova conferma in due note leontee, apposte rispettivamente in corrispondenza della profezia di Tiresia e dell’uccisione dei Proci. Le stesse note sono utilizzate anche per stendere il capitolo relativo a Telegono, benché Leonzio non sia addotto come fonte: «<hi rend="italic">Thelegonus Ulixis et Circis fuit filius</hi>. Qui, dum grandis videre patrem <hi rend="italic">quereret</hi>, <hi rend="italic">eum incognitum</hi> occidit […]» (<hi rend="italic">Gen</hi>. XI 42, 1). Si noti, oltre la vicinanza contenutistica, l’utilizzo degli stessi termini (<hi rend="italic">quereret</hi>: <hi rend="italic">querens</hi>, <hi rend="italic">querebat</hi>; <hi rend="italic">eum incognitum</hi>: <hi rend="italic">non</hi> <hi rend="italic">agnoscens eum</hi>, <hi rend="italic">non cognoscens ipsum</hi>).</p><p rend="h2">18. <hi rend="italic">Gen</hi>. XIII 15, 1 <hi rend="italic">De Thelepho</hi> </p><p rend="quotations_quotation_b3">Thelephus, ut dicit Lactantius, filius fuit Herculis ex Auge procreatus, et ab ea cum fuisset in silvis expositus a cerva lactatus est. Hic, ut Leontius asserit, <hi rend="italic">in Lycia Chitensibus imperavit</hi>, moriensque duos filios dereliquit<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-015-backlink"><ref target="05.html#footnote-015">43</ref></hi></hi>.</p><p rend="quotations_quotation_b3"><hi rend="italic">Ad</hi> <hi rend="italic">Od</hi>. XI 518 (c. 150r, ed. p. 427): […] Aliqui dicunt quod Tilephus, Herculis filius, in sorte habuit paternam partem in Lysia dominans Chytensibus <hi rend="italic">m</hi>. <hi rend="italic">d</hi>.</p><p rend="text">Anche in questo caso l’informazione proveniente da Leonzio a proposito del popolo governato da Telefo, figlio di Ercole, è confermata da una nota leontea, che pone però due problemi. Innanzitutto è interessante notare la propagazione dell’errore nel termine indicante la regione geografica dominata da Telefo: negli <hi rend="italic">scholia</hi> utilizzati da Leonzio<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-014-backlink"><ref target="05.html#footnote-014">44</ref></hi></hi> essa era la Μυσία, che diventa per errore ‘Lysia’ nella nota leontea e successivamente ‘Licia’ nel testo boccacciano. Probabilmente il Certaldese, non capendo cosa il maestro intendesse per ‘Lysia’, decide di trasformarlo nel nome di regione più simile dai lui conosciuto. Leonzio, inoltre, compie un secondo errore, attribuendo a Telefo ciò che gli <hi rend="italic">scholia</hi> ascrivono a Euripilo, come si vedrà qui di seguito, al nr. 19. Non trova riscontro altrove l’informazione per cui morendo Telefo lasciò due figli.</p><p rend="h2">19. <hi rend="italic">Gen</hi>. XIII 16, 2 <hi rend="italic">De Euripilo</hi></p><p rend="quotations_quotation_b3">Dicit Leontius <hi rend="italic">vineam </hi>auream<hi rend="italic"> a Iove Troio datam ob precium Ganimedis rapti</hi>, <hi rend="italic">que per successionem devenit ad Priamum</hi>. <hi rend="italic">Qui cum audisset virtutem Euripili</hi> circa bellica, <hi rend="italic">misit eam </hi><hi rend="italic">matri eius</hi>, <hi rend="italic">ut ipsa eum sibi auxiliarem micteret.</hi> Que, <hi rend="italic">dono suscepto</hi>, <hi rend="italic">statim misit</hi>. Ipse vero <hi rend="italic">a Neoptolemo cum multis </hi>ex Chitiis, quibus post patrem imperaverat, occisus est apud Troiam<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-013-backlink"><ref target="05.html#footnote-013">45</ref></hi></hi>.</p><p rend="quotations_quotation_b3"><hi rend="italic">Ad</hi> <hi rend="italic">Od</hi>. XI 518 (c. 150r, ed. p. 427) <hi rend="italic">Muliebrum</hi><hi rend="italic"> ~ donorum</hi>: Aliqui ‘muliebria dona’ intellexerunt vineam quam Iuppiter donavit Troo ob precio Gannimedis rapti, que pervenit ad Priamum per successionem; sed non hoc senciit Homerus, sed Priamus promisit filiam suam Euripylo cum donis. Aliqui dicunt quod Tilephus, Herculis filius, in sorte habuit paternam partem in Lysia dominans Chytensibus; cum audivit autem Priamus eius vim, misit donum matri, scilicet vineam auream; hec autem, cum vineam accepit, misit filium eius ad exercitum; Meneptolemus interfecit ipsum, itaque multi mortui fuerunt pro dono matris <hi rend="italic">m</hi>.<hi rend="italic"> d</hi>.</p><p rend="text">Come già messo in risalto da Pertusi, la nota leontea è debitrice di due fonti scoliastiche diverse, che corrispondono alle due sezioni introdotte da ‘aliqui’<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-012-backlink"><ref target="05.html#footnote-012">46</ref></hi></hi>; Boccaccio le utilizza entrambe, giustapponendole secondo il suo uso. Mettendo a confronto il testo della <hi rend="italic">Genealogia</hi> con la nota di Leonzio si notano però due discrepanze: Boccaccio scrive che Priamo mandò la <hi rend="italic">vinea aurea</hi> alla madre di Euripilo, e non di Telefo (come Leonzio); egli afferma poi che l’uccisore di Euripilo fu Neottolemo, e non ‘Meneptolemus’, con grafia errata, come dice Leonzio. In effetti entrambe le volte ha ragione Boccaccio, mentre Leonzio compie degli errori nella traduzione degli <hi rend="italic">scholia</hi>: probabilmente per una svista, pone Telefo come soggetto della frase «in sorte habuit paternam partem…», mentre gli <hi rend="italic">scholia</hi> riportano chiaramente Eὐρύπυλος<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-011-backlink"><ref target="05.html#footnote-011">47</ref></hi></hi>; per un errore di translitterazione, chiama ‘Meneptolemus’ l’uccisore di Telefo che negli <hi rend="italic">scholia</hi> compare regolarmente come Nεοπτόλεμος<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-010-backlink"><ref target="05.html#footnote-010">48</ref></hi></hi>. Come si spiega dunque che Boccaccio adotti in entrambi i casi la lezione corretta? Credo si possa escludere l’ipotesi che egli attingesse direttamente agli <hi rend="italic">scholia</hi>, sebbene utilizzati da Leonzio e quindi in qualche modo disponibili, sia perché non ne avrebbe avuto le capacità, sia perché, in caso contrario, avrebbe potuto correggere anche l’errore relativo alla regione della Misia (vd. sopra nr. 18). Mi sembra più probabile che la questione relativa al mito di Telefo ed Euripilo fosse stata discussa dai due anche oralmente, forse dopo la stesura della nota, e che Boccaccio abbia preferito, per quanto riguarda il primo caso, lasciare aperta la doppia possibilità piuttosto che compiere una scelta. Si noti, infine, che la forma adottata da Boccaccio per indicare Tros (<hi rend="italic">Troio</hi>, dativo) diverge leggermente da quella di Leonzio (<hi rend="italic">Troo</hi>)<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-009-backlink"><ref target="05.html#footnote-009">49</ref></hi></hi>.</p><p rend="h2">20. <hi rend="italic">Gen</hi>. XIII 31,1 <hi rend="italic">De Polymila</hi></p><p rend="quotations_quotation_b3"><hi rend="italic">Polymilas</hi>, ut Leontius asserit, <hi rend="italic">filius fuit Ensonis</hi>. Qui Leontius dicit Ensoni preter hunc nullum fuisse filium. Verum ego plus fidei antiquate fame exhibeo, qua habemus Iasonem Ensonis fuisse filium, quam autori novo; est tamen possibile Iasonem fuisse binomium<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-008-backlink"><ref target="05.html#footnote-008">50</ref></hi></hi>.</p><p rend="quotations_quotation_b3"><hi rend="italic">Ad</hi> <hi rend="italic">Od</hi>. XII 69-72 (c. 154v, ed. p. 443): Tyro, filia Salmonei, peperit a Neptunno duos filios, Nilea et Pelia, et nupsit Crithea et peperit tres (corr. da <hi rend="italic">duos</hi>) filios, Esona et Ferita et Amythaona. Esonis filius Polymilas, secundum Hesiodum Iason, sed secundum Pherecidem ab Alcimedon. Mortuo autem Alcymedon dimisit epitropum fratrem Peliam; mater autem eius misit Chironi centauro et nutrivit ipsum; postea petit a Pelea paternam potestatem. Ille mittit ipsum ad aureum velus <hi rend="italic">m. s</hi>.</p><p rend="text">Il capitolo su Polimila e i due seguenti, come ha già segnalato Pertusi<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-007-backlink"><ref target="05.html#footnote-007">51</ref></hi></hi>, sono ricchi di errori, in parte dovuti alla cattiva traduzione degli <hi rend="italic">scholia</hi> omerici fornita da Leonzio<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-006-backlink"><ref target="05.html#footnote-006">52</ref></hi></hi>. Boccaccio ricava che Polimila sia figlio di Esone dal passo «Esonis filius Polymilas», ma in realtà nella fonte scoliastica Polimila è una donna, sposa di Esone e madre di Giasone<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-005-backlink"><ref target="05.html#footnote-005">53</ref></hi></hi>. Il Certaldese afferma però di preferire l’opinione antica, secondo cui Giasone era figlio di Esone, alla spiegazione leontea; conclude tuttavia il capitolo con un tentativo di armonizzare le due fonti, ipotizzando che Giasone avesse due nomi. È chiaro, ancora una volta, come Boccaccio non accetti supinamente le indicazioni provenienti dal Tessalo, ma le vagli criticamente accostandole ad altre fonti latine.</p><p rend="h2">21. <hi rend="italic">Gen</hi>. XIII 32,1 <hi rend="italic">De Alcymedonte</hi></p><p rend="quotations_quotation_b3">Alcymedontem filium fuisse Crythei Leontius dicit, asserens a Pherecide recitari <hi rend="italic">ab Alcymedonte moriente Epytropum parvum filium suum Pelie fratri suo derelictum</hi>. Quem cum <hi rend="italic">mater Chironi nutriendum dedisset</hi>, <hi rend="italic">grandis a Pelia Colcos missus est</hi><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-004-backlink"><ref target="05.html#footnote-004">54</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">Il capitolo su Alcimeda utilizza la stessa nota leontea a <hi rend="italic">Od</hi>. XII 69-72 appena citata. Come già detto al nr. 20, dagli errori di traduzione del maestro tessalo scaturiscono malintesi ancora più grandi nel passo boccacciano. Lasciando a Pertusi il commento degli errori di traduzione degli <hi rend="italic">scholia</hi> da parte di Leonzio, vediamo invece le conseguenze più gravi nel testo della <hi rend="italic">Genealogia</hi>: innanzitutto Boccaccio reputa <hi rend="italic">Alcymedon</hi> un uomo, quando invece era una donna; non è chiaro da dove tragga che <hi rend="italic">Alcymedon</hi> sia figlio di Creteo; considera Ferecide fonte di tutta la vicenda (e non della sola parentela fra Esone e Alcimeda); interpreta <hi rend="italic">epytropum</hi> (‘tutore’) come nome proprio (in realtà è apposizione di «fratrem Peliam») e, così facendo, crea dal nulla un nuovo personaggio, attribuendo a quest’ultimo vicende che la tradizione vuole assegnate a Giasone.</p><p rend="h2">22. <hi rend="italic">Gen</hi>. XIII 33,1 <hi rend="italic">De Epytropo</hi></p><p rend="quotations_quotation_b3">Epytropus secundum Leontium filius fuit Alcymedontis. Qui, ut refert Pherecides, <hi rend="italic">a matre Chironi centauro alendus traditus est</hi>,<hi rend="italic"> et cum adolevisset in patriam rediens Pelie patruo paternam petiit hereditatem</hi>, <hi rend="italic">a quo Colcos missus est vellus aureum quesiturus</hi><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-003-backlink"><ref target="05.html#footnote-003">55</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">Anche per il capitolo su Epitropo Boccaccio utilizza la medesima nota leontea dei nrr. 20 e 21. Questo personaggio mitologico in realtà non esiste, ma è nato dalla mala interpretazione della nota marginale di Leonzio (si veda quanto detto al nr. 21). Si noti che la «paternam potestatem» di Leonzio diventa qui la «paternam hereditatem».</p><p rend="h2">23. <hi rend="italic">Gen</hi>. XIII 54, 1-2 <hi rend="italic">De Yphiclo</hi></p><p rend="quotations_quotation_b3">Yphiclus, ut ait Leontius, Eoli fuit filius, et cum potens esset, boves Tyro filie Salmonei et matris Nelei, qui Neleo debebantur, surripuit atque detinuit, donec <hi rend="italic CharOverride-3">Biantis</hi> generi Nelei, <hi rend="italic CharOverride-3">aut Melampi</hi> auguris fratris sui opere restituerit. Nam hic est, qui cum non posset filios procreare, habuit <hi rend="italic CharOverride-3">a Melampo seu a Bia</hi>, <hi rend="italic">ut serpentis venenum potaret</hi>, <hi rend="italic">quo potato</hi>, <hi rend="italic">confestim Podarcem genuit</hi>. Dicit Leontius venenum serpentis herbam esse, ex qua si gustaverit serpens illico morietur, sterilibus autem confert<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-002-backlink"><ref target="05.html#footnote-002">56</ref></hi></hi>.</p><p rend="quotations_quotation_b3"><hi rend="italic">Ad</hi> <hi rend="italic">Od</hi>. XI 285-295 (c. 144r, ed. p. 410): Tyro genuit Pelium et Nilea; Nileus a patruo (matris scilicet <hi rend="italic">interl</hi>.) Ificlo peciebat res matris, ille autem non dabat. Postea venit quod Nileus pulcerimam filiam genuit, quam nolebat dare nisi illi qui boves Iphiclionis tamquam res matris non acciperet. Melampus quidem vacicinator, ut frater eius Vias ipsam Pyro in uxorem acciperet, pro bobus ivit, q&lt;ui&gt;, dum boves accipere voluit, cap&lt;t&gt;us est et a bucolis precepto Yphicli in carceribus positus est, qui per annum stetit. Accidit enim quod &lt;…&gt; <hi rend="italic">m. inf</hi>.</p><p rend="quotations_quotation_b3"><hi rend="italic">Ad</hi> <hi rend="italic">Od</hi>. XI 294-295 (c. 144r, ed. p. 411): Iphiclus causam interrogavit; ipse [Melampus] dixit postea quia Yphiclus non filios faciebat; ipse consilium dedit per quod filios faceret et ita liberavit ipsum et boves dedit et duxit eas et Via, frater eius, Pyro filiam Nelei in uxorem duxit <hi rend="italic">m</hi>. <hi rend="italic">sup</hi>.  <hi rend="italic">Consilium</hi>: Consilium autem fuit quod Iphiclus venenum serpentis potaret, et sic fecit et genuit Podarcen filium <hi rend="italic">m. sup</hi>.  <hi rend="italic">Iovis </hi>~<hi rend="italic"> consilium</hi>: Eo quod consilium dedit de filiis creandis <hi rend="italic">m. d</hi>.</p><p rend="text">La vicenda di Ificlo, Melampo e Neleo è già stata trattata in modo approfondito al nr. 15 in corrispondenza del capitolo su Però. In quella sede Boccaccio, sbagliando, attribuiva a Biante sia il furto dei buoi che il consiglio dato a Ificlo sul veleno di serpente. Questa volta, invece, gli sorge il dubbio che i due episodi vadano riferiti al fratello Melampo e quindi lascia l’alternativa «Byantis…aut Melampi» e «a Melampo seu a Bia». Ciò potrebbe essere collegato anche a discussioni orali sull’argomento fra Boccaccio e il maestro tessalo. Le informazioni per cui Ificlo è figlio di Eolo e il veleno di serpente è in realtà l’estratto di un’erba non trovano riscontro in altre glosse leontee.</p><p rend="h2">24. <hi rend="italic">Gen</hi>. XIII 55, 1 <hi rend="italic">De Podarce</hi></p><p rend="quotations_quotation_b3">Podarces, ut Leontius asserit, <hi rend="italic">Yphicli fuit filius</hi>, nec de eo aliquid plus habemus<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-001-backlink"><ref target="05.html#footnote-001">57</ref></hi></hi>.</p><p rend="quotations_quotation_b3"><hi rend="italic">Ad</hi> <hi rend="italic">Od</hi>. XI 294-295 (c. 144v, ed. p. 411) <hi rend="italic">Consilium</hi>: Consilium autem fuit quod Iphiclus venenum serpentis potaret, et sic fecit et genuit Podarcen filium <hi rend="italic">m. sup</hi>.</p><p rend="text">Il breve medaglione su Podarce è basato interamente sulla nota leontea; in effetti questi non compare altrove né nel testo omerico né nei <hi rend="italic">marginalia</hi> di Leonzio.</p><p rend="text">Boccaccio utilizzò distesamente le note marginali dell’<hi rend="italic">Odissea</hi> marciana. Gran parte delle glosse adoperate sono tratte dall’undicesimo canto dell’<hi rend="italic">Odissea</hi>, poiché in quella sede Leonzio dedica un ampio corredo di note alla spiegazione dell’identità e della progenie delle anime viste da Ulisse negli inferi. Il lavoro di compilazione dei medaglioni genealogici con i materiali odissiadici si può collocare tra l’arrivo di Leonzio a Firenze e il 1366, anno in cui, secondo la plausibile cronologia proposta da Pontani<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi xml:id="footnote-000-backlink"><ref target="05.html#footnote-000">58</ref></hi></hi>, Boccaccio inviò a Petrarca gli autografi leontei dell’<hi rend="italic">Iliade</hi> e della prima parte dell’<hi rend="italic">Odissea</hi> (fascc. 1-11 del Marc. gr. IX 29). Tuttavia, come si è detto, molte delle informazioni riportate da Boccaccio non dipendono solo dai <hi rend="italic">marginalia</hi> dei manoscritti, ma probabilmente anche dagli insegnamenti orali di Leonzio, andati purtroppo per noi perduti.</p><p rend="h2">Bibliografia</p><p rend="bib_indx_bib">Boccaccio G., <hi rend="italic">Genealogie deorum gentilium libri</hi>, V. Romano (a cura di), Laterza, Bari 1951.</p><p rend="bib_indx_bib">Boccaccio G., <hi rend="italic">De montibus</hi>, in <hi rend="italic">Tutte le opere di Giovanni Boccaccio</hi>, vol. VIII, M. Pastore Stocchi (a cura di), Mondadori, Milano 1998.</p><p rend="bib_indx_bib">Boccaccio G., <hi rend="italic">Genealogie deorum gentilium</hi>, in <hi rend="italic">Tutte le opere di Giovanni Boccaccio</hi>, voll. VII-VIII, V. Zaccaria (a cura di), Mondadori, Milano 1998.</p><p rend="bib_indx_bib">Ceccarelli C., <hi rend="italic">Omero nel «De montibus»: l’utilizzo delle glosse di Leonzio Pilato nel repertorio geografico boccacciano</hi>, «Studi sul Boccaccio», 49, 2021, 48, 2021.</p><p rend="bib_indx_bib">Cursi M., <hi rend="italic">Boccaccio lettore di Omero: le postille autografe all’«Odissea»</hi>, «Studi sul Boccaccio», 43, 2015, pp. 5-27. </p><p rend="bib_indx_bib">Dindorf G. (a cura di), <hi rend="italic">Scholia Graeca in Homeri Odysseam ex codicibus aucta et emendata</hi>, e Typographeo academico, Oxonii 1855, vol. II.</p><p rend="bib_indx_bib">Fera V., <hi rend="italic">Petrarca e il greco</hi>, «Studi medievali e umanistici», 14, 2016, pp. 73-116. </p><p rend="bib_indx_bib">Fumagalli E., <hi rend="italic">Giovanni Boccaccio tra Leonzio Pilato e Francesco Petrarca: appunti a proposito della «prima translatio» dell’«Iliade»</hi>, «Italia medioevale e umanistica», 54, 2013, pp. 213-283.</p><p rend="bib_indx_bib">Helm R. (a cura di), <hi rend="italic">Eusebius’ Werke 7: Die Chronik des Hieronymus</hi>, De Gruyter, Berlin-Boston 2013 (ed. orig. 1913). </p><p rend="bib_indx_bib">Mangraviti V., <hi rend="italic">L’«Odissea» marciana di Leonzio fra Petrarca e Boccaccio</hi>, Fédération Internationale des Instituts d’Études Médiévales, Barcelona-Roma 2016.</p><p rend="bib_indx_bib">Pastore Stocchi M., <hi rend="italic">Il primo Omero di Boccaccio</hi>, «Studi sul Boccaccio», 5, 1969, pp. 99-122. </p><p rend="bib_indx_bib">Pertusi A., <hi rend="italic">Leonzio Pilato tra Petrarca e Boccaccio: le sue versioni omeriche negli autografi di Venezia e la cultura greca del primo Umanesimo</hi>, Istituto per la Collaborazione Culturale, Venezia-Roma 1964.</p><p rend="bib_indx_bib">Pontani F., <hi rend="italic">L’«Odissea» di Petrarca e gli scoli di Leonzio</hi>, in M. Feo <hi rend="italic">et al.</hi> (a cura di), <hi rend="italic">Petrarca e il mondo greco</hi>. <hi rend="italic">Atti del Convegno internazionale di Reggio Calabria, 26-30 novembre 2001</hi>, «Quaderni petrarcheschi», I (12-13), 2002-2003, pp. 295-328.</p><p rend="bib_indx_bib">Ricci P.G., <hi rend="italic">La prima cattedra di greco in Firenze</hi>, «Rinascimento», 3, 1952, pp. 159-165, ora in Id., <hi rend="italic">Studi sulla vita e le opere del Boccaccio</hi>, Ricciardi, Milano-Napoli 1985, pp. 153-160.</p><p rend="bib_indx_bib">Rollo A., <hi rend="italic">Leonzio lettore dell’«Ecuba» nella Firenze di Boccaccio</hi>, in M. Feo <hi rend="italic">et al.</hi> (a cura di), <hi rend="italic">Petrarca e il mondo greco</hi>. <hi rend="italic">Atti del Convegno internazionale di Reggio Calabria, 26-30 novembre 2001</hi>, «Quaderni petrarcheschi», II (12-13), 2002-2003, pp. 7-33.</p><p rend="bib_indx_bib">Scheer E. (a cura di), <hi rend="italic">Lycophronis Alexandra</hi>, apud Weidmannos, Berolini 1958 (ed. originale 1908), vol. II.</p><p rend="bib_indx_bib">Thilo-H. Hagen G. (a cura di), <hi rend="italic">Servii grammatici qui feruntur in Vergilii carmina commentari</hi>, in aedibus B. G. Teubneri, Lipsiae 1881-1902, vol. II.</p><p rend="layout_notes"><ref target="05.html#footnote-057-backlink">1</ref>	Desidero ringraziare Carla Maria Monti e Marco Petoletti per la lettura scrupolosa del contributo e i preziosi consigli.</p><p rend="layout_notes">	A. Rollo, <hi rend="italic">Leonzio lettore dell’«Ecuba» nella Firenze di Boccaccio</hi>, in M. Feo <hi rend="italic">et al.</hi> (a cura di), <hi rend="italic">Petrarca e il mondo greco</hi>. <hi rend="italic">Atti del Convegno internazionale di Reggio Calabria, 26-30 novembre 2001</hi>, «Quaderni petrarcheschi», II (12-13), 2002-2003, pp. 7-33. P.G. Ricci, <hi rend="italic">La prima cattedra di greco in Firenze</hi>, «Rinascimento», 3, 1952, pp. 159-165, ora in Id., <hi rend="italic">Studi sulla vita e le opere del Boccaccio</hi>, Ricciardi, Milano-Napoli 1985, pp. 153-160.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="05.html#footnote-056-backlink">2</ref></hi>	I fatti contenuti nell’<hi rend="italic">Iliade</hi> erano conosciuti nel Medioevo attraverso altre fonti, come l’<hi rend="italic">Ilias</hi> <hi rend="italic">latina</hi>, Darete Frigio, Ditti Cretese, Giuseppe di Exeter e Guido delle Colonne. Vd. M. Pastore Stocchi, <hi rend="italic">Il primo Omero di Boccaccio</hi>, «Studi sul Boccaccio», 5, 1969, pp. 99-122. La materia odissiaca invece era meno nota, in quanto soltanto alcuni episodi erano conosciuti attraverso autori latini come Virgilio (es. l’episodio di Ulisse e Polifemo narrato da Achemenide in <hi rend="italic">Aen</hi>. III 628 ss.) e Ovidio (es. il racconto di Macareo circa Eolo, i Lotofagi e la maga Circe in <hi rend="italic">Met. </hi>XIV 223 ss.).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="05.html#footnote-055-backlink">3</ref></hi>	Il riconoscimento della mano si deve a M. Cursi, <hi rend="italic">Boccaccio lettore di Omero: le postille autografe all’«Odissea»</hi>, «Studi sul Boccaccio», 43, 2015, pp. 5-27. Alla stessa conclusione è arrivata, in modo indipendente, V. Mangraviti, <hi rend="italic">L’«Odissea» marciana di Leonzio fra Petrarca e Boccaccio</hi>, Fédération Internationale des Instituts d’Études Médiévales, Barcelona-Roma 2016, pp. CXXIX-CXLIII.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="05.html#footnote-054-backlink">4</ref></hi>	Autore del riconoscimento è F. Pontani, <hi rend="italic">L’«Odissea» di Petrarca e gli scoli di Leonzio</hi>, in Feo <hi rend="italic">et al.</hi> (a cura di), <hi rend="italic">Petrarca e il mondo greco</hi>, cit., vol. I, pp. 295-328: 311-313.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="05.html#footnote-053-backlink">5</ref></hi>	E. Fumagalli, <hi rend="italic">Giovanni Boccaccio tra Leonzio Pilato e Francesco Petrarca: appunti a proposito della ‘prima translatio’ dell’«Iliade»</hi>, «Italia medioevale e umanistica», 54, 2013, pp. 213-283 con le osservazioni di V. Fera, <hi rend="italic">Petrarca e il greco</hi>, «Studi medievali e umanistici», 14, 2016, pp. 73-116. Anche Pontani, <hi rend="italic">L’«Odissea»</hi>, cit., p. 314-319 ipotizza una possibile cronologia. </p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="05.html#footnote-052-backlink">6</ref></hi>	Un confronto simile si potrebbe attuare, con qualche difficoltà in più, sui <hi rend="italic">marginalia</hi> dell’<hi rend="italic">Iliade</hi>. Non essendo giunta fino a noi l’<hi rend="italic">Iliade</hi> d’uso utilizzata da Boccaccio, per ricostruire almeno parzialmente le glosse da lui adoperate bisogna incrociare i dati provenienti da due manoscritti, l’<hi rend="italic">Iliade</hi> marciana (Marc. gr. IX 2a e 2b), autografa di Leonzio ma dotata di più rare note marginali, e il codice Paris, Bibliothèque nationale de France, lat. 7880.1, esemplare appartenuto a Petrarca e da lui annotato, apografo dell’<hi rend="italic">Iliade</hi> d’uso sopra menzionata. Una prima analisi delle note marginali di questi (che per motivi di spazio non posso affrontare qui) conferma la loro vicinanza ad alcuni passi della <hi rend="italic">Genealogia</hi>.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="05.html#footnote-051-backlink">7</ref></hi>	A. Pertusi, <hi rend="italic">Leonzio Pilato tra Petrarca e Boccaccio: le sue versioni omeriche negli autografi di Venezia e la cultura greca del primo Umanesimo</hi>, Istituto per la Collaborazione Culturale, Venezia-Roma 1964, pp. 269-270. </p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="05.html#footnote-050-backlink">8</ref></hi>	Pertusi, <hi rend="italic">Leonzio</hi>, cit., pp. 295 ss.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="05.html#footnote-049-backlink">9</ref></hi>	G. Boccaccio, <hi rend="italic">Genealogie deorum gentilium libri</hi>, V. Romano (a cura di), Laterza, Bari 1951.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="05.html#footnote-048-backlink">10</ref></hi>	G. Boccaccio, <hi rend="italic">Genealogie deorum gentilium</hi>, V. Zaccaria (a cura di) e <hi rend="italic">De montibus</hi>, M. Pastore Stocchi (a cura di), in <hi rend="italic">Tutte le opere di Giovanni Boccaccio</hi>, Mondadori, Milano 1998, voll. VII-VIII.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="05.html#footnote-047-backlink">11</ref></hi>	Mi concentro in questa sede sulla <hi rend="italic">Genealogia</hi>, affidando l’analisi sul <hi rend="italic">De montibus</hi> al mio ultimo contributo <hi rend="italic">Omero nel «De montibus»: l’utilizzo delle glosse di Leonzio Pilato nel repertorio geografico boccacciano</hi>, «Studi sul Boccaccio», 49, 2021.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="05.html#footnote-046-backlink">12</ref></hi>	Mangraviti, <hi rend="italic">L’«Odissea» marciana</hi>, cit., pp. CLXXI-CLXXVI.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="05.html#footnote-045-backlink">13</ref></hi>	Per il testo si utilizzerà Boccaccio, <hi rend="italic">Genealogie</hi>, a cura di Zaccaria, cit.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="05.html#footnote-044-backlink">14</ref></hi>	<hi rend="italic">Gen</hi>. I proh. 3, 11; I 4, 5; I 13, 5 e 7; II 2, 1; II 3, 4; II 4, 1; II 7, 1; II 8, 1-2; II 9, 1; II 11, 1; II 12, 5; II 19, 1; II 31, 1 e 2; II 36, 1; II 65, 2; III 20, 2; IV 14, 9; IV 18, 5; IV 19, 1; IV 42, 1; IV 46, 4; IV 59, 8; IV 60, 1; IV 66, 4 e 7; IV 67, 2; V 1, 3; V 12, 13 e 17; V 16, 1; V 24, 1 e 4; V 33, 1-2; V 41, 1; V 44, 1-2; V 45, 1; V 48, 2, 5 e 9; V 50, 2; V 51, 1; VI 4, 3; VI 7, 2; VI 24, 6; VI 53, 24; VII 3, 2; VII 6, 2; VII 16, 3; VII 18, 4; VII 20, 1; VII 20, 6-7; VII 22, 7; VII 36, 6; VII 40, 1; VII 41, 5 e 14; VII 55, 3; VIII 4, 7; VIII 9, 2; VIII 13, 1; VIII 14, 2/3; VIII 16, 1; IX 1, 18; IX 22, 2-3; X 3, 2; X 4, 1; X 9, 2 e 10; X 32, 4; X 33, 1; X 44, 2; X 58, 2; X 59, 3; X 61, 5; XI 7, 8; XI 9, 1; XI 11, 2; XI 40, 2; XI 40, 12; XII 10, 2; XII 17, 2; XII 43, 2; XII 52, 1; XIII 1, 27; XIII 1, 37; XIII 13, 2; XIII 15, 1; XIII 16, 2; XIII 31, 1; XIII 32, 1; XIII 33, 1; XIII 54, 1 e 2; XIII 55, 1; XIV 8, 4; XIV 8, 8; XIV 8, 11.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="05.html#footnote-043-backlink">15</ref></hi>	Pertusi, <hi rend="italic">Leonzio</hi>, cit., p. 358.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="05.html#footnote-042-backlink">16</ref></hi>	Anche in altre occasioni Boccaccio ritocca la forma o la grafia dei nomi dei personaggi citati da Leonzio, talvolta modificandone la declinazione (come in ‘Helaro’/ ‘Hellare’ al nr. 3 e ‘Philacus’/ ‘Philacem’ ai nrr. 7 e 10), talaltra adattando la translitterazione greca a una forma più latina (come ‘Nileus’/ ‘Neleus’ al nr. 15, ‘Tilephus’/ ‘Thelephus’ al nr. 18, ‘Vias’/ ‘Bias’ ai nrr. 15 e 23), e talaltra ancora variando alcune consonanti (come nel caso corrente, al nr. 1, in ‘Aglaofimi’/ ‘Aglaosi’ al nr. 9 e in ‘Esonis’/ ‘Ensonis’ al nr. 20). Altre modifiche saranno segnalate in note apposite. </p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="05.html#footnote-041-backlink">17</ref></hi>	Pertusi, <hi rend="italic">Leonzio</hi>, cit., p. 318.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="05.html#footnote-040-backlink">18</ref></hi>	Ivi, p. 317.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="05.html#footnote-039-backlink">19</ref></hi>	«Hic amavit Latonam, propter quod Apollinis confixus sagittis est et damnatus hac lege apud inferos, ut eius iecur vultur exedat, quamquam Homerus vicissim dicat duos vultures sibi in eius poenam succedere». Ed. G. Thilo, H. Hagen (a cura di),<hi rend="italic"> Servii grammatici qui feruntur in Vergilii carmina commentari</hi>, In aedibus B. G. Teubneri, Lipsiae 1881-1902, vol. II, p. 82.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="05.html#footnote-038-backlink">20</ref></hi>	Pertusi, <hi rend="italic">Leonzio</hi>, cit., p. 313.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="05.html#footnote-037-backlink">21</ref></hi>	Ivi, p. 314.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="05.html#footnote-036-backlink">22</ref></hi>	<hi rend="italic">In Lycophr. Alex</hi>., 771 ss. (E. Scheer (a cura di), <hi rend="italic">Lycophronis Alexandra</hi>, Apud Weidmannos, Berolini 1958, (ed. originale 1908), vol. II). Come fa notare Pertusi (p. 314, n. 1), questa versione dei fatti è condivisa anche da altri commentatori.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="05.html#footnote-035-backlink">23</ref></hi>	Altrove Boccaccio utilizza una forma ancora diversa: ‘procatores’ (<hi rend="italic">Gen</hi>. V 44, 1; XI 40, 10) / ‘procatoribus’ (<hi rend="italic">Gen</hi>. V 44, 1; X 59, 3; XI 40, 10; XI 41, 1; XII 69, 2). Da una prima ricerca sul termine emerge che le forme attestate nella latinità sono <hi rend="italic">procus</hi> (pl. <hi rend="italic">proci</hi>) e <hi rend="italic">procator </hi>(pl. <hi rend="italic">procatores</hi>), entrambi con il significato di ‘pretendente’ o ‘corteggiatore’.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="05.html#footnote-034-backlink">24</ref></hi>	Pertusi, <hi rend="italic">Leonzio</hi>, cit., p. 315.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="05.html#footnote-033-backlink">25</ref></hi>	Boccaccio trascrive ‘επέροης’ il corretto ‘ἐκ Πέρσης’ presente nella traduzione leontea. La traduzione latina («a Persa») è invece corretta.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="05.html#footnote-032-backlink">26</ref></hi>	L’informazione è tratta dagli <hi rend="italic">schol.</hi> V(Q) <hi rend="italic">Od</hi>. X 139, II 457, 26-28 (G. Dindorf<hi rend="italic"> </hi>(a cura di), <hi rend="italic">Scholia Graeca in Homeri Odysseam ex codicibus aucta et emendata</hi>, e Typographeo academico, Oxonii 1855, vol. II), di cui Leonzio fornisce la traduzione letterale. Cfr. Pertusi, <hi rend="italic">Leonzio</hi>, cit., p. 270, n. 5.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="05.html#footnote-031-backlink">27</ref></hi>	Ivi, p. 312.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="05.html#footnote-030-backlink">28</ref></hi>	È interessante notare che nella redazione A, per indicare Eurianasse, Boccaccio aveva adottato la forma del genitivo ‘Eurianassis’, conforme a quella leontea; essa viene corretta in Vulg. con un passaggio alla prima declinazione, forse per suggerire che si tratta di una donna.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="05.html#footnote-029-backlink">29</ref></hi>	Pertusi, <hi rend="italic">Leonzio</hi>, cit., p. 364.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="05.html#footnote-028-backlink">30</ref></hi>	<hi rend="italic">Schol</hi>. V <hi rend="italic">Od</hi>. XIII 408, II 577, 6-10; 14-15. Ivi, p. 364, n. 4.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="05.html#footnote-027-backlink">31</ref></hi>	Ivi, p. 316.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="05.html#footnote-026-backlink">32</ref></hi>	Boccaccio attingeva forse a un’altra fonte? Le Sirene sono considerate meretrici da Eusebio-Girolamo (1168 a.C. dell’edizione a cura di Helm, <hi rend="italic">Eusebius’ Werke 7: Die Chronik des Hieronymus</hi>, De Gruyter, Berlin-Boston 2013, ed. orig. 1913), conosciuto certamente dal Certaldese, che però non menziona le regioni dell’Etolia e dell’Acaia.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="05.html#footnote-025-backlink">33</ref></hi>	Ivi, p. 312.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="05.html#footnote-024-backlink">34</ref></hi>	Ivi, p. 313.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="05.html#footnote-023-backlink">35</ref></hi>	Ivi, p. 315.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="05.html#footnote-022-backlink">36</ref></hi>	<hi rend="italic">Od</hi>. XII 85-97: «Ibi autem Scilla habitat ardue latrans / cuius certe vox quidem quanta catuli nuper geniti / fit ipsa autem magnum malum non autem aliquis / gaudebit cum respexerit non si deus obviaret / huius vere pedes sunt duodecim omnes subtiles / sex autem ipsi iuguli longi atque in quolibet / forte caput et in tribus ordinibus dentes / crebri et densi pleni nigra morte / media quidem in spelunce profunditate intravit / extra autem tenet capita arduum berethrum (<hi rend="italic">berethrum</hi>: idest ‘profunditatem’ <hi rend="italic">m. d.</hi>) / ibi autem ad pisces venatur per scopulum disposita / delphynasque canesque et si aliquam maiorem capiat / vallenam quas myrias pascit sonos dans Amphitrites». Ho evidenziato in corsivo nel passo della <hi rend="italic">Genealogia</hi> le parti riprese letteralmente.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="05.html#footnote-021-backlink">37</ref></hi>	Pertusi, <hi rend="italic">Leonzio</hi>, cit., pp. 301-302.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="05.html#footnote-020-backlink">38</ref></hi>	Ivi, p. 312.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="05.html#footnote-019-backlink">39</ref></hi>	<hi rend="italic">Nelea ~ vi</hi>: Nilea tenuit res vi Melampodis, dum Melampus pro bobus carceratus fuerat; postea Melampus boves duxit et fratri suo filiam Nilei dedit <hi rend="italic">m. inf</hi>. (<hi rend="italic">ad</hi> <hi rend="italic">Od</hi>. XV 228-230; ed. p. 562).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="05.html#footnote-018-backlink">40</ref></hi>	Pertusi, <hi rend="italic">Leonzio</hi>, cit., p. 367.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="05.html#footnote-017-backlink">41</ref></hi>	Credo intenda la costellazione dei Gemelli, la cui eziologia rimanda al mito dei Dioscuri.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="05.html#footnote-016-backlink">42</ref></hi>	Ivi, p. 311.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="05.html#footnote-015-backlink">43</ref></hi>	Ivi, p. 317.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="05.html#footnote-014-backlink">44</ref></hi>	<hi rend="italic">Schol</hi>. V(Q) <hi rend="italic">Od</hi>. XI 520, II 517, 14-19. Ivi, p. 317, n. 1.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="05.html#footnote-013-backlink">45</ref></hi>	Ivi, p. 317.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="05.html#footnote-012-backlink">46</ref></hi>	<hi rend="italic">Schol</hi>. V(T) <hi rend="italic">Od</hi>. XI 521, II 518, 8-12 e <hi rend="italic">schol</hi>. V(Q) <hi rend="italic">Od</hi>. XI 520, II 517, 14-19. Cfr. ivi, p. 317, n. 1.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="05.html#footnote-011-backlink">47</ref></hi>	<hi rend="italic">Schol</hi>. V(Q) <hi rend="italic">Od</hi>. XI 520, II 517, 14-15. </p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="05.html#footnote-010-backlink">48</ref></hi>	<hi rend="italic">Schol</hi>. V(Q) <hi rend="italic">Od</hi>. XI 520, II 517, 20.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="05.html#footnote-009-backlink">49</ref></hi>	Tuttavia Boccaccio utilizza altrove sia la forma greca che quella latina: «Tros seu Troius…» (<hi rend="italic">Gen</hi>. VI 3, 1).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="05.html#footnote-008-backlink">50</ref></hi>	Pertusi, <hi rend="italic">Leonzio</hi>, cit., p. 302.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="05.html#footnote-007-backlink">51</ref></hi>	Ivi, p. 303.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="05.html#footnote-006-backlink">52</ref></hi>	<hi rend="italic">Schol</hi>. V <hi rend="italic">Od</hi>. XII 69, II 533, 26-534, 6.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="05.html#footnote-005-backlink">53</ref></hi>	Per il commento dettagliato sugli errori di traduzione di Leonzio vd. ivi, p. 303.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="05.html#footnote-004-backlink">54</ref></hi>	Ivi, p. 302.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="05.html#footnote-003-backlink">55</ref></hi>	<hi rend="italic">Ibidem</hi>.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="05.html#footnote-002-backlink">56</ref></hi>	Ivi, p. 311.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="05.html#footnote-001-backlink">57</ref></hi>	Ivi, p. 312.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="05.html#footnote-000-backlink">58</ref></hi>	Pontani, <hi rend="italic">L’«Odissea»</hi>, cit., p. 317.</p>
      
      
      
      
      
      
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