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        <title type="main" level="a">Analisi lessicale degli alterati con funzione diminutiva e della varietà dei loro ruoli all’interno del Decameron</title>
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            <forename>Gabriele</forename>
            <surname>Sciarri</surname>
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          <resp>This is a section of <title>Intorno a Boccaccio / Boccaccio e dintorni 2020 </title>(DOI: <idno type="DOI">10.36253/978-88-5518-510-3 </idno>) by </resp>
          <name>Giovanna Frosini</name>
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        <publisher>Firenze University Press</publisher>
        <pubPlace>Firenze</pubPlace>
        <date when="2021">2021</date>
        <idno type="DOI">https://doi.org/10.36253/978-88-5518-510-3.07</idno>
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          <p>Available for academic research purposes</p>
          <p>Open Access</p>
          <p>Copyright Author(s)</p>
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        <p>This is original content, published for academic research purposes</p>
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        <p>The present article deals with the use that Boccaccio makes of diminutives in his Decameron. After a brief introduction on the lexicographic studies dedicated to the works of the author, an investigation carried out thanks to the corpus TLIO (Tesoro della Lingua Italiana delle Origini) is presented. The study is aimed at reporting the occurrences of -etto, -ello, -ino, -uccio and its variant ­-uzzo diminutives in their context of use in the Centonovelle. The results outline a diverse situation where these diminutives are used in a wide range of expressive situations, spanning from affective to humorous and making their use one of Boccaccio’s key elements of writing style. The ‘passion’ for diminutives felt by the author is finally presented through a few examples of hapax legomena.</p>
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            <item>Boccaccio</item>
            <item>Decameron</item>
            <item>diminutives</item>
            <item>hapax</item>
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      <p>It is available online at https://doi.org/10.36253/978-88-5518-510-3.07<ref target="https://doi.org/10.36253/978-88-5518-510-3.07" /></p>
      
      
      
      
      <p rend="h1_chapter">Analisi lessicale degli alterati con funzione diminutiva e della varietà dei loro ruoli all’interno del <hi rend="italic">Decameron</hi></p><p rend="h1_author">Gabriele Sciarri</p><p rend="text">Il panorama degli studi lessicali su Boccaccio ha ricevuto fino ad anni recenti una scarsa attenzione<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi xml:id="footnote-051-backlink"><ref target="08.html#footnote-051">1</ref></hi></hi>. Tuttavia, a partire dagli inizi del Duemila, gli studi pertinenti questo dominio di ricerca hanno cominciato a proliferare, con alcuni contributi che hanno messo al centro della loro attenzione sia il lessico familiare di Boccaccio che quello tecnico-specialistico. Il primo dei due ambiti, quello che concerne i <hi rend="italic">realia</hi> della vita quotidiana del Certaldese, è stato indagato da Giovanna Frosini prendendo come riferimento la testimonianza in volgare costituita dal testamento dell’autore<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi xml:id="footnote-050-backlink"><ref target="08.html#footnote-050">2</ref></hi></hi>. Il documento, che fu copiato da Vincenzio Borghini e pubblicato nel terzo quarto del XVI secolo in conclusione al proemio delle <hi rend="italic">Annotazioni e discorsi su alcuni luoghi del «Decameron»</hi>, ci fornisce uno spaccato degli affetti, dei rapporti sociali ed economici che il letterato intratteneva con gli individui a lui vicini e con le istituzioni religiose. Per quanto invece concerne il lessico specialistico, Paola Manni si è occupata della sistematizzazione in liste tematiche di alcuni termini decameroniani che coprono una varietà di settori: da quello medico a quello giuridico, dall’abbigliamento ai mezzi di spostamento marittimi, dai gallicismi ai latinismi<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi xml:id="footnote-049-backlink"><ref target="08.html#footnote-049">3</ref></hi></hi>, mentre Veronica Ricotta ha mosso i primi passi nell’esplorazione dei rapporti che legano il Boccaccio scrittore al Boccaccio artista, evidenziando alcune prime attestazioni semantiche del lessico artistico del Certaldese<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi xml:id="footnote-048-backlink"><ref target="08.html#footnote-048">4</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">Questi studi sono sintomatici di un rinnovato interesse verso le «cose e le parole del mondo» di Boccaccio, per citare l’omonimo contributo di Amedeo Quondam alla più recente edizione del <hi rend="italic">Decameron</hi>. In particolare, lo studioso si è dedicato ad una primissima rilevazione sul lessico decameroniano che ha evidenziato un totale di 269.673 parole suddivise in 6550 lemmi, anche se il dato forse più straordinario è l’elevatissimo numero di lemmi con una sola occorrenza, che ammonta a 1875<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi xml:id="footnote-047-backlink"><ref target="08.html#footnote-047">5</ref></hi></hi>. Non è un caso, insomma, che in questa edizione critica si sia posto l’accento sull’aspetto linguistico, e in particolare su quello lessicale. È stato infatti condotto un accertamento delle numerosissime prime attestazioni tramite l’ausilio del <hi rend="italic">corpus TLIO</hi> e <hi rend="italic">OVI</hi>, e la complessità dell’universo lessicale boccacciano ha ricevuto una sua prima sistemazione eseguita per categorie tematiche che vanno dalla religione al mondo del fantastico e del meraviglioso. L’impressione, dunque, è che seppur lentamente, ci si stia muovendo verso un obiettivo comune: approfondire gli studi lessicali sui tanti campi semantici che un’opera vasta come il <hi rend="italic">Decameron</hi> finisce inevitabilmente per comprendere.</p><p rend="text">Il tema che ci apprestiamo ad esplorare brevemente in questa sede è quello degli alterati con funzione diminutiva, limitatamente al <hi rend="italic">Decameron</hi>. L’espressività e la ricorsività del diminutivo nel <hi rend="italic">Centonovelle</hi> è un elemento che è già stato debitamente notato da Francesco Bruni<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi xml:id="footnote-046-backlink"><ref target="08.html#footnote-046">6</ref></hi></hi> prima e successivamente da Quondam nelle note alla più recente edizione critica. Ci riferiamo alle occasioni in cui il commentatore di quest’ultima definisce una data forma con l’espressione di «diminutivo d’autore»<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi xml:id="footnote-045-backlink"><ref target="08.html#footnote-045">7</ref></hi></hi> o di «geniale invenzione linguistica d’autore»<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi xml:id="footnote-044-backlink"><ref target="08.html#footnote-044">8</ref></hi></hi>. Il diminutivo boccacciano, come vedremo, si presta a numerosi ruoli che sembrano coprire funzioni espressive anche molto diverse all’interno della medesima categoria di suffissati, da quella comico-ironica a quella vezzeggiativa. Con la presente indagine, mi sono occupato perciò di rispondere a tre quesiti fondamentali: anzitutto, fornire un primo censimento degli alterati in <hi rend="italic">-etto</hi>, <hi rend="italic">-ello</hi>, <hi rend="italic">-ino</hi>, <hi rend="italic">-uccio</hi> e <hi rend="italic">-uzzo</hi>, che sono anche quelli che presentano il maggior numero di occorrenze in tutta l’opera. In secondo luogo, ho voluto approfondire le ragioni stilistiche ed espressive che hanno portato l’autore a concentrarli in specifici passi testuali, evidenziandone così la loro funzione preminente. Terzo, ho voluto confermare la definizione di «diminutivo d’autore» analizzando alcuni casi particolari di prime attestazioni. </p><p rend="text">La ricerca è stata condotta impiegando come base dati il corpus storico del <hi rend="italic">Tesoro della Lingua Italiana delle Origini</hi> (<hi rend="italic">corpus TLIO</hi>), impostando come sottocorpus d’indagine il testo decameroniano<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi xml:id="footnote-043-backlink"><ref target="08.html#footnote-043">9</ref></hi></hi> e inserendo come caratteri di ricerca: <hi rend="italic">-etto</hi>, <hi rend="italic">-ello</hi>, <hi rend="italic">-ino</hi>, <hi rend="italic">-uccio</hi>, <hi rend="italic">-uzzo</hi> in modo da ottenere tutte le potenziali occorrenze possibili di questi alterati. Dai primi risultati ottenuti, sono stati poi espunti quei casi in cui il suffisso è puramente etimologico come per le voci <hi rend="italic">donzella</hi>, <hi rend="italic">cappuccio</hi>, <hi rend="italic">uccello </hi>e così via dicendo. L’indagine non ha tenuto conto dei vari antroponimi, dei toponimi, e delle forme presenti all’interno delle ballate, in quanto l’uso di queste ultime potrebbe risultare forzato per ragioni di rima. Il contesto delle forme così individuate è stato vagliato al fine di escludere eventuali falsi alterati e lessicalizzati<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi xml:id="footnote-042-backlink"><ref target="08.html#footnote-042">10</ref></hi></hi>. Fra gli esempi più comuni di questo genere ricorrono quelli che fanno riferimento alla denominazione di alcuni tipi di monete, come il [popolino]<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi xml:id="footnote-041-backlink"><ref target="08.html#footnote-041">11</ref></hi></hi>, una: «Moneta d’argento del valore di due soldi coniata originariamente a Firenze nel 1296, simile nell’aspetto esteriore al fiorino aureo»<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi xml:id="footnote-040-backlink"><ref target="08.html#footnote-040">12</ref></hi></hi> e non, più prevedibilmente, «Lo strato o l’insieme degli strati di una popolazione socialmente meno progrediti […]»<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi xml:id="footnote-039-backlink"><ref target="08.html#footnote-039">13</ref></hi></hi>. Seguendo la definizione di Dardano e Trifone,<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi xml:id="footnote-038-backlink"><ref target="08.html#footnote-038">14</ref></hi></hi> si è preferito semplificare distinguendo i suffissi alterativi in due grandi classi: i diminutivi e gli accrescitivi. Una volta apposti ad una base, tali suffissi ne possono modificare il significato sotto l’aspetto dimensionale e valutativo (vezzeggiativi, peggiorativi, attenuativi), ma dato che non è possibile, in linea generale, attribuire un certo suffisso ad una sola fra queste sottocategorie, cominceremo innanzitutto presentando i dati grezzi del censimento relativo al numero di occorrenze e di lemmi presenti per ognuno, e solo dopo passeremo ad un’analisi dei loro ruoli<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi xml:id="footnote-037-backlink"><ref target="08.html#footnote-037">15</ref></hi></hi>. I significati delle voci sono stati confrontati, oltre che con il <hi rend="italic">TLIO</hi>, con il <hi rend="italic">Grande Dizionario della Lingua Italiana</hi> (<hi rend="italic">GDLI</hi>) e, in casi particolari, con il Tommaseo Bellini e il <hi rend="italic">Vocabolario degli Accademici della Crusca</hi><hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi xml:id="footnote-036-backlink"><ref target="08.html#footnote-036">16</ref></hi></hi><hi rend="italic">.</hi> Nell’analisi di alcune occorrenze, inoltre, si è fatto anche uso di repertori specialistici come il <hi rend="italic">Dizionario Enciclopedico Universale della Musica e dei Musicisti</hi><hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi xml:id="footnote-035-backlink"><ref target="08.html#footnote-035">17</ref></hi></hi><hi rend="italic">.</hi> Per ragioni di spazio, limiteremo l’esposizione alle funzioni salienti del diminutivo riservando loro un paio di esempi ciascuna. In particolare, sono state contrassegnate le forme diminutive con un asterisco quando si tratta di prime attestazioni assolute del <hi rend="italic">corpus</hi> preso in esame.</p><p rend="text_top">1. Il nostro punto di partenza sono i diminutivi in <hi rend="italic">-etto</hi>. L’etimologia di questo suffisso è ancora incerta. Si presuppone una forma -ĬTTUS le cui prime attestazioni compaiono in iscrizioni latine di età imperiale ad indicare antroponimi femminili in funzione prettamente vezzeggiativa<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-034-backlink"><ref target="08.html#footnote-034">18</ref></hi></hi>. Le indagini condotte da Maria Fortunato sulla diffusione e le funzioni dei suffissi alterativi con funzione diminutiva nell’italiano antico hanno evidenziato per <hi rend="italic">-etto</hi> una sua presenza schiacciante nei testi di provenienza toscana<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-033-backlink"><ref target="08.html#footnote-033">19</ref></hi></hi>. Nel <hi rend="italic">Decameron </hi>è questo il suffisso alterativo più produttivo. Sono state rilevate 321 occorrenze distribuite su 101 lemmi. La maggior parte di essi è costituito da sostantivi (82), seguiti da una minoranza di aggettivi – circa il 20%, cioè 18 – e dall’indefinito [pochetto]<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-032-backlink"><ref target="08.html#footnote-032">20</ref></hi></hi> che appare due volte, in entrambi i casi in funzione avverbiale. </p><p rend="text">Il secondo suffisso alterativo maggiormente attestato è <hi rend="italic">-ello</hi>. Deriva dal suffisso latino <hi rend="italic">-</hi>ELLUS<hi rend="italic"> </hi>che prende il posto di <hi rend="italic">-</hi>ULUS in forme come VITULUS – VITELLUS<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi xml:id="footnote-031-backlink"><ref target="08.html#footnote-031">21</ref></hi></hi>. La ricerca di Fortunato ha rivelato che, come per <hi rend="italic">-etto</hi>, anche <hi rend="italic">-ello</hi> ha una presenza maggioritaria nei testi toscani, pur registrando rispetto ad <hi rend="italic">-etto</hi> un numero di occorrenze doppio in area centro-meridionale e più che triplo in Sicilia<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi xml:id="footnote-030-backlink"><ref target="08.html#footnote-030">22</ref></hi></hi>. Presenta nel <hi rend="italic">Decameron</hi> un numero totale di 99 occorrenze per 37 lemmi, la maggioranza dei quali ancora una volta sotto la categoria dei sostantivi, con un totale di soli 4 aggettivi.</p><p rend="text">Terzo per numero di attestazioni, <hi rend="italic">-ino</hi> ha origine dal suffisso aggettivale latino -INUS impiegato soprattutto per evidenziare somiglianza o approssimazione, come nell’esempio CERVINUS, nell’accezione di «di cervo» o «simile al cervo». È da questa accezione, appunto, che deriva il suo valore diminutivo nell’italiano antico e moderno. Nell’italiano moderno è largamente presente con funzione vezzeggiativa, specialmente nel linguaggio colloquiale con i bambini<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi xml:id="footnote-029-backlink"><ref target="08.html#footnote-029">23</ref></hi></hi>. Come per <hi rend="italic">-etto</hi> ed <hi rend="italic">-ello</hi>, la sua presenza è maggiormente attestata in testi toscani. Il numero di occorrenze, pari a 31, è leggermente superiore a quelle di <hi rend="italic">-uccio</hi> e <hi rend="italic">-uzzo</hi>, su un totale di 22 lemmi, di cui 3 aggettivi e la forma <hi rend="italic">pocolin</hi> con funzione avverbiale.  </p><p rend="text">L’ultimo suffisso tenuto in considerazione per la ricerca è appunto <hi rend="italic">-uccio</hi> inclusivo della sua variante <hi rend="italic">-uzzo</hi>. Alla loro base sta una comune radice latina, -ŪCEUS, che serviva anticamente alla formazione di aggettivi. Le due varianti si alternano nella lingua letteraria, mentre nelle parlate locali del settentrione e del meridione prevale <hi rend="italic">-uzzo</hi>. I suoi usi coprono sia il diminutivo che il vezzeggiativo e il peggiorativo e, a seconda del contesto, possono indicare una sfumatura connotativa mista<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi xml:id="footnote-028-backlink"><ref target="08.html#footnote-028">24</ref></hi></hi>. Nel <hi rend="italic">Decameron </hi>sono presenti 24 occorrenze di alterati con questo suffisso suddivisi in 20 lemmi, solo 3 dei quali in funzione aggettivale mentre per il resto si tratta di sostantivi. È un elemento linguistico che si configura come risorsa pienamente disponibile per Boccaccio dato che circa la metà di questi lemmi sono una prima attestazione assoluta.</p><p rend="text_top">2. Nell’analisi degli impieghi del diminutivo partiremo dai sostantivi, la categoria grammaticale maggiormente rappresentata per tutti i suffissi. Una delle funzioni semantiche basilari del diminutivo è quella di indicare piccolezza in altezza, lunghezza o larghezza a seconda del lemma al quale viene apposto<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-027-backlink"><ref target="08.html#footnote-027">25</ref></hi></hi>. Un chiaro esempio è rappresentato dalla descrizione delle labirintiche viuzze della Napoli di inizio Trecento nel racconto che ha come protagonista Andreuccio da Perugia. Fiammetta descrive così questi vicoli (corsivo mio):</p><p rend="quotation_b">Il quale luogo, acciò che meglio intendiate e quello che è detto e ciò che segue, come stesse vi mostrerò. Egli era in un <hi rend="italic">chiassetto stretto</hi>, come spesso tra due case veggiamo: sopra due <hi rend="italic">travicelli</hi>, tra l’una casa e l’altra posti, alcune tavole eran confitte e il luogo da seder posto, delle quali tavole quella che con lui cadde era l’una (II 5, 39).</p><p rend="text">Dopo essere caduto nella trappola tesagli da Fiordaliso, Andreuccio si muove fra le strade del quartiere di Malpertugio per tornare alla casa della giovane: «[…] salito sopra un <hi rend="italic">muretto</hi>* che quello <hi rend="italic">chiassolino</hi>* della strada chiudea e nella via disceso, all’uscio della casa, il quale egli molto ben riconobbe, se n’andò (II 5, 39) […]».</p><p rend="text">Gli esempi in questione permettono già di evidenziare alcune peculiarità che si presentano con frequenza in relazione ai diminutivi: innanzitutto, l’attribuzione di aggettivi che ne rafforzano il senso specifico. Prendiamo il lemma [chiassetto] ad esempio. Nella sua forma base, [chiasso] indica una «Via (spesso corta e stretta) di città e di campagna»<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi xml:id="footnote-026-backlink"><ref target="08.html#footnote-026">26</ref></hi></hi>. Perciò, l’uso del diminutivo si configura subito come un rafforzamento del senso originale. Tuttavia, l’aggettivo nella forma <hi rend="italic">stretto</hi> contribuisce a rimarcare la piccolezza della stradina. L’altra peculiarità è la ripetizione, entro contesti ristretti a poche righe, di numerosi alterati sempre con funzione diminutiva. Addirittura, in riferimento al medesimo <hi rend="italic">chiassetto</hi>, l’autore si ripete impiegando la variante [chiassolino]. Sia [chiassolino] che [chiassetto] sono definiti: «Lo stesso che chiasso»<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi xml:id="footnote-025-backlink"><ref target="08.html#footnote-025">27</ref></hi></hi>. Si tratta quindi di una alternativa stilistica che punta nuovamente a rimarcare la ristrettezza di questo spazio urbano. Un altro dettaglio interessante è la presenza ravvicinata di due prime attestazioni nel corpus, cioè il già richiamato [chiassolino], presente poi con un’unica occorrenza nel <hi rend="italic">Trecentonovelle </hi>e con medesima funzione diminutiva, e [muretto], prima e unica attestazione nel <hi rend="italic">corpus TLIO</hi>.</p><p rend="text">Dal significato di piccolezza deriva poi quello di modestia e di povertà<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi xml:id="footnote-024-backlink"><ref target="08.html#footnote-024">28</ref></hi></hi>, con particolare riferimento alla condizione di strutture e edifici. Esemplare è a tal fine un passo della decima novella della nona giornata, nel quale una varietà di alterati in <hi rend="italic">-etto</hi> ed <hi rend="italic">-ello</hi> si succede a connotare gli spazi dell’umile abitazione di Compar Pietro:</p><p rend="quotation_b">Compar Pietro d’altra parte, essendo poverissimo e avendo una piccola<hi rend="italic"> casetta</hi> in Tresanti appena bastevole a lui e a una sua giovane e bella moglie e all’asino suo, quante volte donno Gianni in Tresanti capitava tante sel menava a casa, e come poteva, in riconoscimento dell’onor che da lui in Barletta riceveva, l’onorava. Ma pure al fatto dell’albergo, non avendo compar Pietro se non un piccol<hi rend="italic"> letticello</hi> […] conveniva che essendo in una <hi rend="italic">stalletta</hi>* allato all’asino suo allogata la cavalla di donno Gianni, che egli allato a lei sopra alquanto di paglia si giacesse (IX 10, 8-10). </p><p rend="text">Oppure ancora, l’abitazione del «buono uomo» albergatore della sesta novella della nona giornata che ospita per la notte i due giovani Pinuccio e Adriano:</p><p rend="quotation_b">Ismontati adunque i due giovani e nell’<hi rend="italic">alberghetto</hi>* entrati, primieramente i lor ronzini adagiarono e appresso, avendo ben seco portato da cena, insieme con l’oste cenarono. Ora non avea l’oste che una <hi rend="italic">cameretta</hi> assai piccola, nella quale eran tre <hi rend="italic">letticelli</hi> messi come il meglio l’oste avea saputo; né v’era per tutto ciò tanto di spazio rimaso (IX 6, 11) […] </p><p rend="text">Anche in questo caso è presente una prima attestazione costituita dal lemma [alberghetto]. Come ho già sottolineato in precedenza, si nota un uso ripetuto dell’aggettivo, in questo caso [piccolo] e la sua variante [picciolo], riferiti al diminutivo. Si è constatato che all’interno del <hi rend="italic">Decameron</hi> le forme di questi aggettivi ricorrono per un totale di 132 volte, 28 delle quali accostate ad un diminutivo, pari quindi a circa il 21% dei casi: un numero piuttosto alto dunque. La ridondanza semantica generata da questo tipo di coppie aggettivo e suffisso alterativo dà vita a quella che è stata definita da Bruni quale «ipercaratterizzazione» del sostantivo, elemento, secondo lo studioso, niente affatto inusuale nei testi antichi<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi xml:id="footnote-023-backlink"><ref target="08.html#footnote-023">29</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">Il diminutivo indica anche brevità in riferimento all’estensione di un testo scritto o orale. Con questo significato l’esempio più ricorrente è il lemma [novelletta], che occorre ben 17 volte in riferimento ai racconti della brigata di giovani. L’esempio è riferito alla premessa di Filomena alla novella delle tre anella di Melchisedech: «[…] ma che il senno di consolazion sia cagione, come premisi, per una <hi rend="italic">novelletta</hi> mostrerò brievemente (I 3, 5)».</p><p rend="text">Lo stesso lemma sembra presentare spesso una sfumatura vezzeggiativa, connotazione ancora più esplicita nei casi in cui il sostantivo sia accompagnato da un aggettivo che ne chiarisce la funzione, come la forma <hi rend="italic">leggiadra</hi> nel seguente esempio: «Dironne adunque una <hi rend="italic">novelletta</hi> assai <hi rend="italic">leggiadra</hi>, al mio parere, la quale ramemorarsi per certo non potrà esser se non utile (X 1, 2)».</p><p rend="text">Per quanto concerne l’uso peggiorativo o spregiativo, si può dire che sia decisamente minoritario nel <hi rend="italic">Decameron</hi>. Ecco alcuni esempi che riguardano <hi rend="italic">-etto</hi> ed <hi rend="italic">-ello</hi>. Nel primo si parla della beffa a Calandrino nella quinta novella della nona giornata, durante la quale la povera vittima riceve come contropartita degli oggetti donati in pegno all’amata Niccolosa alcuni <hi rend="italic">anelletti</hi> senza valore:  </p><p rend="quotation_b">quando un pettine d’avorio e quando una borsa e quando un coltellino e cotali ciance, allo ‘ncontro recandogli cotali <hi rend="italic">anelletti</hi> contraffatti di niun valore, de’ quali Calandrino faceva maravigliosa festa (IX 5, 41) […].</p><p rend="text">Per quanto invece riguarda il suffisso <hi rend="italic">-ello</hi>, si veda la presenza del lemma [fraticello], che viene impiegato nel racconto su Tedaldo degli Elisei nella settima novella della terza giornata: «Adunque, come, per detto d’un <hi rend="italic">fraticello</hi> pazzo, bestiale e invidioso, poteste voi alcuno proponimento crudele pigliare contro di lui? (III 7, 50)». Al di fuori della connotazione spregiativa, il lemma ha anche il significato di «Frate di aspetto umile e modesto; frate da poco; giovane frate. – Anche semplicemente frate»<hi rend="notes_number CharOverride-1" ><hi xml:id="footnote-022-backlink"><ref target="08.html#footnote-022">30</ref></hi></hi>. Il confronto con gli altri dizionari storici non sembra evidenziare l’accezione di ‘giovane frate’ quanto piuttosto tende a dar risalto all’umiltà e alla povertà del religioso. Neanche i contesti rilevati tramite il <hi rend="italic">corpus</hi> <hi rend="italic">TLIO</hi> sembrano fornire un riscontro all’accezione di gioventù. Piuttosto, sia il <hi rend="italic">TLIO</hi> che il <hi rend="italic">GDLI</hi> indicano un uso specifico del termine volto a denotare gli appartenenti ad una setta eretica di fine Duecento dediti all’estrema povertà e, per questo motivo, chiamati ‘Fraticelli della povera vita’<hi rend="notes_number CharOverride-1" ><hi xml:id="footnote-021-backlink"><ref target="08.html#footnote-021">31</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">Non risulta siano presenti accezioni spregiative/peggiorative di suffissati in <hi rend="italic">-ino</hi>, mentre gli alterati in <hi rend="italic">-uzzo </hi>e <hi rend="italic">-uccio </hi>se ne può citare una in particolare. Si tratta dell’epiteto con il quale viene chiamato il mercante Arriguccio dalla suocera adirata, ancora una volta, invenzione d’autore e presente solo in questo passo: «Col malanno possa essere egli oggimai, se tu dei stare al fracidume delle parole d’un <hi rend="italic">mercatantuzzo</hi>*<hi rend="italic"> </hi>di feccia d’asino […] (VII 8, 46)»</p><p rend="text">In netta contrapposizione a valori che indicano piccolezza, modestia o spregio, sia <hi rend="italic">-etto</hi> che <hi rend="italic">-ello</hi> sono i suffissi che più di tutti mostrano in Boccaccio una tendenza ricorrente all’uso vezzeggiativo. Questa sfumatura espressiva si presenta in svariati contesti. Uno fra i più evidenti è quello dei giardini dove la brigata si trova a novellare<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi xml:id="footnote-020-backlink"><ref target="08.html#footnote-020">32</ref></hi></hi>. Infatti, nella descrizione dei due verzieri e della Valle delle Donne del <hi rend="italic">Decameron</hi> è presente una forte concentrazione di questi alterati, in particolare lo scenario idilliaco della cosiddetta «Valle delle Donne», dove le giovani della brigata vanno a bagnarsi in conclusione della sesta giornata e dove è ambientata l’intera settima giornata di racconti (corsivo mio): </p><p rend="quotation_b">E secondo che alcuna di loro poi mi ridisse, il piano, che nella valle era, così era ritondo come se a sesta fosse stato fatto, quantunque artificio della natura e non manual paresse: e era di giro poco più che un mezzo miglio, intornato di sei <hi rend="italic">montagnette </hi>di non troppa altezza, e in su la sommità di ciascuna si vedeva un palagio quasi in forma fatto d’un bel <hi rend="italic">castelletto</hi>. Le piagge delle quali <hi rend="italic">montagnette </hi>così digradando giuso verso il pian discendevano […]. E erano queste piagge, quante alla piaga del mezzogiorno ne riguardavano, tutte di vigne, d’ulivi, di mandorli, di ciriegi, di fichi e d’altre maniere assai d’albori fruttiferi piene senza spanna perdersene. Quelle le quali il carro di tramontana guardava, tutte eran <hi rend="italic">boschetti </hi>di quercioli, di frassini e d’altri arberi verdissimi e ritti quanto più esser poteano […]. E oltre a questo, quel che non meno di diletto che altro porgeva, era un <hi rend="italic">fiumicello </hi>il quale d’una delle valli, che due di quelle <hi rend="italic">montagnette </hi>dividea, cadeva giù per balzi di pietra viva, e cadendo faceva un romore a udire assai dilettevole, e sprizzando pareva da lungi ariento vivo che d’alcuna cosa premuta minutamente sprizzasse; e come giù al piccol pian pervenia, così quivi in un bel <hi rend="italic">canaletto </hi>raccolta infino al mezzo del piano velocissima discorreva, e ivi faceva un <hi rend="italic">piccol</hi> <hi rend="italic">laghetto</hi>*, quale talvolta per modo di vivaio fanno ne’ lor giardini i cittadini che di ciò hanno destro. E era questo <hi rend="italic">laghetto</hi>*<hi rend="italic"> </hi>non più profondo che sia una statura d’uomo infino al petto lunga. L’acqua la quale alla sua capacità soprabondava<hi rend="italic"> </hi>un altro <hi rend="italic">canaletto </hi>ricevea, per lo qual fuori del <hi rend="italic">valloncello</hi>*<hi rend="italic"> </hi>usendo, alle parti più basse se ne correva. In questo adunque venute le giovani donne, poi che per tutto riguardato ebbero e molto commendato il luogo, essendo il caldo grande e vedendosi il <hi rend="italic">pelaghetto</hi>*<hi rend="italic"> </hi>davanti e senza alcun sospetto d’esser vedute, diliberaron di volersi bagnare. (VI conclusione, 19-30).</p><p rend="text">Il <hi rend="italic">locus amoenus</hi> del giardino è rappresentato con i toni della grazia e della piacevolezza portati da questi vezzeggiativi in <hi rend="italic">-etto</hi> e in <hi rend="italic">-ello</hi>. Questa connotazione stereotipata dello scenario primaverile, come aveva già notato Branca nel suo commento al <hi rend="italic">Decameron</hi>, è rintracciabile nella quasi totalità delle opere di Boccaccio, siano esse in prosa o in rima. Per questo particolare paesaggio pittoresco vi è poi un preciso richiamo alla valle che fa da sfondo alla <hi rend="italic">Caccia di Diana</hi>, come descritta nell’incipit al II canto, una: «valle non molto spaziosa / di quattro montagnette circuita, / di verdi erbette e di fiori copiosa»<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi xml:id="footnote-019-backlink"><ref target="08.html#footnote-019">33</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">L’ambito descrittivo-paesaggistico non è l’unico a presentare le sfumature della tenerezza e della grazia. Il vezzeggiativo si estende anche alla categoria del ballo, della poesia e della danza. Fra i casi registrati, spunta come esempio il lemma [ballatetta] che ha due occorrenze nel testo. Bisogna premettere che il valore vezzeggiativo di questa forma non è in questo caso un dato scontato. La ballatetta è infatti un vero e proprio genere di ballata riconoscibile dal numero di versi presenti nella strofa di ripresa. Sono definiti ballatetta i generi di ballata detti ‘piccola’ e ‘minima’ a seconda che la ripresa presenti rispettivamente un verso endecasillabo o settenario<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi xml:id="footnote-018-backlink"><ref target="08.html#footnote-018">34</ref></hi></hi>. Ora, l’unico caso in cui questa forma compare in chiara relazione ad una delle ballate del <hi rend="italic">Decameron</hi> è in chiusura alla prima giornata, perciò è solo in questa occorrenza che possiamo all’occasione accertarci se si tratti di una ballatetta intesa come genere musicale o di una ballatetta con connotazione vezzeggiativa. La ripresa del componimento <hi rend="italic">Io son sì vaga della mia bellezza</hi>, intonato in conclusione da Emilia, è composto da tre versi. Secondo il canone si tratterebbe di un tipo di ballata detto ‘mezzana’, non definibile dunque come ballatetta. Si confermerebbe così il significato di: «Piccola ballata (vezzeggiativo di <hi rend="italic">ballata</hi>). Non sembra indicare una forma specifica, ma si dice di ballate di varia forma»<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi xml:id="footnote-017-backlink"><ref target="08.html#footnote-017">35</ref></hi></hi>. Il ruolo di vezzeggiativo è confortato anche dal Tommaseo-Bellini che riporta: «Dim. con Vezz. di BALLATA» mostrando come primo esempio la ballata cavalcantiana <hi rend="italic">Posso degli occhi miei novella dire</hi>.</p><p rend="text">Un ulteriore ambito d’uso del diminutivo d’affetto è quello che concerne il pegno amoroso<hi rend="notes_number CharOverride-1" ><hi xml:id="footnote-016-backlink"><ref target="08.html#footnote-016">36</ref></hi></hi>. Abbiamo già visto come Calandrino riceva in cambio dei suoi doni alcuni <hi rend="italic">anelletti</hi> senza valore. Ebbene, allargando il contesto di quel passo testuale possiamo notare un nuovo cumulo di suffissati diminutivi: </p><p rend="quotation_b">quando un pettine d’avorio e quando una borsa e quando un <hi rend="italic">coltellino</hi> e cotali ciance, allo ’ncontro recandogli cotali <hi rend="italic">anelletti</hi> contraffatti di niun valore, de’ quali Calandrino faceva maravigliosa festa; e oltre a questo n’avevano da lui di buone merende e d’altri <hi rend="italic">onoretti</hi>*, acciò che solleciti fossero a’ fatti suoi (IX 5, 41) […]. </p><p rend="text">Non è stato possibile reperire altri esempi se non quello di Vincenzio Borghini nelle sue <hi rend="italic">Annotazioni attorno ad alcuni luoghi del «Decameron»</hi> al quale però vi fa riferimento con funzione esplicativa del passo decameroniano: «Quasi che e’ lo dovesse anch’egli invitare a carezzare qualche giorno e dargli a tavola il primo luogo e cota’, come di sopra son chiamati, <hi rend="italic">onoretti</hi>»<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi xml:id="footnote-015-backlink"><ref target="08.html#footnote-015">37</ref></hi></hi>. </p><p rend="text">Altro esempio di pegno è la <hi rend="italic">cinturetta</hi> che compare nella novella di Salabaetto e Iancofiore. Dopo una notte di passione, la siciliana lascia al giovane mercante un pegno amoroso: «Venuta la mattina, ella gli cinse <hi rend="italic">una bella e leggiadra cinturetta d’argento </hi>con una <hi rend="italic">bella borsa </hi>(VIII 10, 25)<hi rend="italic"> </hi>[…]». </p><p rend="text">Il <hi rend="italic">TLIO</hi> lo segnala come esempio per la seconda definizione di [cinturetta]: «piccola cintura che sostiene la borsa di denari» anche se in questo caso, pare probabile che sia adatta soprattutto la prima definizione, cioè: «Cintura piccola (con connotazione affettiva)» e «[In partic.] ornamento usato per fare sfoggio d’eleganza, dono fra amanti»<hi rend="notes_number CharOverride-1" ><hi xml:id="footnote-014-backlink"><ref target="08.html#footnote-014">38</ref></hi></hi>, senso che, almeno in Boccaccio, è prevalente per questo genere di oggetti. </p><p rend="text">Si veda, a riprova, il gioco di astuzia che nella terza novella della terza giornata vede protagonisti due amanti e un frate «tondo e grosso». Il religioso viene a sua insaputa usato dai due amanti quale intermediario. La donna, che essendo sposata finge di preoccuparsi per le inopportune attenzioni dell’amante, mostra al frate confessore i doni che una servitrice le ha portato: «E detto questo, tuttavia piagnendo forte, si trasse di sotto alla guarnacca una <hi rend="italic">bellissima e ricca borsa </hi>con una <hi rend="italic">leggiadra e cara cinturetta </hi>(III 3, 29)<hi rend="italic"> </hi>[…]». Pare più plausibile che questi oggetti ai quali ci si riferisce non siano accessori di modesta fattura e non necessariamente di modeste dimensioni<hi rend="notes_number CharOverride-1" ><hi xml:id="footnote-013-backlink"><ref target="08.html#footnote-013">39</ref></hi></hi>. Come negli esempi precedenti, è il contesto e in questo caso il co-testo a chiarire il valore diminutivo. Il <hi rend="italic">GDLI</hi> indica come definizione per il lemma [leggiadro]: «Per estens. Che si distingue per bellezza armoniosa o delicata (un oggetto, la sua forma, il suo aspetto; eseguito con rara perfezione (un manufatto, un’opera d’arte); privo di difetti, eccellente»<hi rend="notes_number CharOverride-1" ><hi xml:id="footnote-012-backlink"><ref target="08.html#footnote-012">40</ref></hi></hi>. La connotazione vezzeggiativa di <hi rend="italic">cinturetta</hi> è poi confermata anche dalla forma aggettivale <hi rend="italic">cara</hi> al quale potrebbero corrispondere le seguenti definizioni del <hi rend="italic">TLIO</hi>: «gradito, ben accetto», ma anche «grazioso, leggiadro» o «Prezioso, pregiato, di grande valore o ritenuto tale»<hi rend="notes_number CharOverride-1" ><hi xml:id="footnote-011-backlink"><ref target="08.html#footnote-011">41</ref></hi></hi>. La presenza di questi aggettivi che connotano positivamente il sostantivo,<hi rend="italic"> </hi>dovrebbe di per sé indicare la grazia dell’oggetto, ma permane la sensazione che Boccaccio voglia rafforzare tali qualità alterando la base di questi sostantivi con un suffisso diminutivo. Di questa «orchestrazione del diminutivo come segno di grazia e di gentilezza visualizzata»<hi rend="notes_number CharOverride-1" ><hi xml:id="footnote-010-backlink"><ref target="08.html#footnote-010">42</ref></hi></hi>, che di frequente spunta anche nella lirica di Boccaccio<hi rend="notes_number CharOverride-1" ><hi xml:id="footnote-009-backlink"><ref target="08.html#footnote-009">43</ref></hi></hi>, Guido Cavalcanti aveva già dato saggio in alcuni suoi componimenti come <hi rend="italic">In un boschetto trova’ pasturella</hi>:</p><p rend="quotations_quotation_b1">In un <hi rend="italic">boschetto </hi>trova’ <hi rend="italic">pasturella	</hi>1</p><p rend="quotations_quotation_b2">Più che la stella – bella, al mi’ parere.</p><p rend="quotations_quotation_b2">Cavelli avea’ <hi rend="italic">biondetti </hi>e <hi rend="italic">ricciutelli</hi></p><p rend="quotations_quotation_b2">E gli occhi pien d’amor, cera rosata;</p><p rend="quotations_quotation_b2">Con sua <hi rend="italic">verghetta </hi>pasturav’agnelli; […] 	5</p><p rend="quotations_quotation_b2">Menommi sott’una <hi rend="italic">freschetta </hi>foglia 	23</p><p rend="quotations_quotation_b3">Là dov’i’ vidi fior d’ogni colore; […]<hi rend="notes_number CharOverride-1" ><hi xml:id="footnote-008-backlink"><ref target="08.html#footnote-008">44</ref></hi></hi></p><p rend="text">Anche per Dante, Ignazio Baldelli ha affermato che: </p><p rend="quotation_b">[…] gran parte dei diminutivi danteschi non sono diminutivi nel senso proprio della parola, pur non essendo neutralizzati e meramente apparenti; una connotazione più sottile, finemente connessa con la situazione poetica li determina e li giustifica<hi rend="notes_number CharOverride-1" ><hi xml:id="footnote-007-backlink"><ref target="08.html#footnote-007">45</ref></hi></hi> (cfr. ED, <hi rend="italic">Appendice</hi>, p. 483). </p><p rend="text">A favore di questa tesi, lo studioso cita alcuni passi della <hi rend="italic">Commedia</hi> che presentano voci poi ricorrenti nelle descrizioni decameroniane dei <hi rend="italic">loci amoeni</hi>. Li <hi rend="italic">ruscelletti</hi> che d’i verdi colli / del Casentin discendon giuso in Arno (<hi rend="italic">Inf. XXX, 64-65</hi>), il <hi rend="italic">bel fiumicello </hi>(<hi rend="italic">Inf. IV, 108</hi>)<hi rend="italic"> </hi>che costeggia il Castello degli Spiriti Magni, ma soprattutto l’Eden di <hi rend="italic">Purg. XXVII</hi>, dove l’<hi rend="italic">erbette</hi>, i <hi rend="italic">fioretti</hi> e gli <hi rend="italic">augelletti</hi> che connotano il paesaggio si ritrovano più o meno direttamente nel bellissimo e ricco <hi rend="italic">palagio</hi> dove si trasferiscono i giovani della brigata all’inizio della prima giornata<hi rend="notes_number CharOverride-1" ><hi xml:id="footnote-006-backlink"><ref target="08.html#footnote-006">46</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">Ma come avevo anticipato, il suffisso alterativo copre anche e soprattutto una funzione ironica. In particolare, sono i suffissati in <hi rend="italic">-uccio</hi> e <hi rend="italic">-uzzo</hi> che si sono specializzati in questo senso. Il ruolo semantico di questi alterati vaga fra il vezzeggiativo e il peggiorativo e fa parte di una più ampia strategia di comunicazione. Due esempi fra tutti sono quelli che maggiormente mi interessa qui discutere: il primo riguarda la novella di Ser Ciappelletto. Ormai infermo sul letto di morte, il protagonista della novella porta avanti una falsa confessione rovesciando completamente gli aspetti della sua vita reale e facendosi credere alla stregua di un santo: </p><p rend="quotation_b">[…] ogni settimana almeno tre dì fosse uso di digiunare in pane e in acqua e, con quello diletto e con quello appetito l’acqua bevuta aveva, e spezialmente quando fosse alcuna fatica durata o adorando o andando in pellegrinaggio, che fanno i gran bevitori il vino; e molte volte aveva disiderato d’avere cotali <hi rend="italic">insalatuzze</hi>* <hi rend="italic">d’erbucce</hi>, come le donne fanno quando vanno in villa (I 1, 41) […].</p><p rend="text">E ancora, domandatogli se mai fosse caduto in peccato d’ira, ecco che Ciappelletto afferma con preoccupazione di averci fatto un <hi rend="italic">pensieruzzo</hi>, ovvero sia un ‘pensiero innocente’:</p><p rend="quotation_b">«Ohimè, messere, o voi mi parete uomo di Dio: come dite voi coteste parole? o s’io avessi avuto pure un <hi rend="italic">pensieruzzo</hi>* di fare qualunque s’è l’una delle cose che voi dire, credete voi che io creda che Idio m’avesse tanto sostenuto? (I 1, 51) […]».</p><p rend="text">Insomma, per dare veridicità al discorso dell’infermo, il narratore impiega il diminutivo al fine di farlo apparire quasi come un bambino. L’oratoria di Ciappelletto è colma di «formule da santoccio ingenuo e pargoleggiante»<hi rend="notes_number CharOverride-1" ><hi xml:id="footnote-005-backlink"><ref target="08.html#footnote-005">47</ref></hi></hi> che lo fanno sembrare incapace persino di comprendere il vero significato di peccato. Si noterà, come in moltissimi altri esempi che ho portato, che <hi rend="italic">erbucce </hi>e <hi rend="italic">pensieruzzo</hi> sono ancora una volta prime attestazioni del corpus preso in esame.</p><p rend="text">L’altro esempio di cui si vuole brevemente far menzione è quello della novella di madonna Belcolore e del prete di Varlungo. Il racconto è forse quello connotato dal maggior numero di prime attestazioni e di affissati in assoluto, dove tuttavia spiccano in particolare gli alterati terminanti in <hi rend="italic">-azzo</hi>, -<hi rend="italic">ozzo</hi>, e <hi rend="italic">-uzzo</hi>, quei vocaboli che, presentando una doppia affricata <hi rend="italic">-z-</hi>, vengono esclusi nel <hi rend="italic">De Vulgari Eloquentia</hi> dal gruppo delle voci cosiddette ‘pettinate’ o ‘grandiose’, e che sono quindi adatti ad un racconto come questo di matrice contadina e popolare<hi rend="notes_number CharOverride-1" ><hi xml:id="footnote-004-backlink"><ref target="08.html#footnote-004">48</ref></hi></hi>. La Belcolore è infatti «una piacevole e fresca foresozza, brunazza e ben tarchiata», contraddistinta da un iniziale atteggiamento di ritrosia e scontrosità verso il corteggiamento del prete, al punto che il narratore la definisce <hi rend="italic">selvatichetta</hi>. L’approccio del religioso per ingraziarsi la contadina, poi, si gioca tutto, su diminutivi in <hi rend="italic">-uolo</hi>, <hi rend="italic">-uccio</hi>, <hi rend="italic">-etto</hi>, oltre che sul suffisso <hi rend="italic">-uzzo</hi>, che vengono apposti a quei vocaboli che hanno per referenti i prodotti e gli utensili agricoli che il prete dona alla Belcolore, come il <hi rend="italic">mazzuol d’agli freschi</hi>, il <hi rend="italic">canestruccio</hi> di<hi rend="italic"> baccelli </hi>e un <hi rend="italic">sonagliuzzo</hi>. È piuttosto difficile conferire una connotazione precisa a questi alterati, perché il loro valore oscilla dal vezzeggiativo al peggiorativo<hi rend="notes_number CharOverride-1" ><hi xml:id="footnote-003-backlink"><ref target="08.html#footnote-003">49</ref></hi></hi>. Si può dire, piuttosto, che la funzione dei suffissi nel suo complesso è perlopiù espressiva: vi si legge un tentativo di ricalcare i componimenti di stampo burlesco tipici della poesia comica due-trecentesca. Un esempio fra i tanti, il sonetto <hi rend="italic">Guata Manetto quella scrignutuzza</hi> di Guido Cavalcanti, nel quale il suffisso si ritrova nella fronte del sonetto con connotazione prettamente ironica della figura femminile:</p><p rend="quotations_quotation_a1">Guata, Manetto, quella <hi rend="italic">scrignutuzza</hi></p><p rend="quotations_quotation_a2">e pon’ ben mente com’è divisata</p><p rend="quotations_quotation_a2">e com’è drittamente sfigurata</p><p rend="quotations_quotation_a3">e quel che pare quand’ella s’<hi rend="italic">agruzza</hi></p><p rend="quotations_quotation_a2">Or, s’ella fosse vestita d’un’<hi rend="italic">uzza</hi></p><p rend="quotations_quotation_a2">con cappellin e di vel soggolata</p><p rend="quotations_quotation_a2">ed apparisse di dìe accompagnata</p><p rend="quotations_quotation_a2">d’alcuna bella donna <hi rend="italic">gentiluzza</hi></p><p rend="quotations_quotation_a3">[…]<hi rend="notes_number CharOverride-1" ><hi xml:id="footnote-002-backlink"><ref target="08.html#footnote-002">50</ref></hi></hi></p><p rend="text">Per finire, vogliamo concentrarci brevemente sul ruolo degli aggettivi, dove il diminutivo svolge perlopiù una funzione attenuativa e di ridimensionamento del significato primo. Generalmente, l’aggettivo è riferito ai personaggi delle cento novelle con funzione descrittiva e connotativa. L’esempio ricade nuovamente su Compar Pietro, del quale si evidenzia la <hi rend="italic">grossezza</hi>, cioè i suoi modi semplici e contadini: «Compar Pietro, che era anzi uom <hi rend="italic">grossetto</hi> che no, credette questo fatto e accordossi al consiglio e, come meglio seppe, cominciò a sollicitar donno Gianni che questa cosa gli dovesse insegnare (IX 10, 13) […]». </p><p rend="text">La locuzione <hi rend="italic">anzi che no</hi> viene – proprio come per l’aggettivo [piccolo] e [picciolo] per i sostantivi – impiegata come ulteriore rafforzativo del diminutivo con il significato di ‘alquanto, piuttosto’<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi xml:id="footnote-001-backlink"><ref target="08.html#footnote-001">51</ref></hi></hi>. Infatti, compare in modo simile a connotare il carattere di Elissa: «[…] la reina a Elissa impose che seguisse: la quale <hi rend="italic">anzi acerbetta che no</hi>, non per malizia, ma per antico costume, così cominciò a parlare (III 5, 2) […]».</p><p rend="text_top">3. Per concludere questa breve escursione, è d’interesse commentare l’alto numero di prime attestazioni fra i diminutivi analizzati. Come si può intuire dal numero di forme con asterisco già segnalate negli esempi riportati, la quantità di prime attestazioni è notevole. Si tratta di 26 lemmi per il suffisso <hi rend="italic">-etto</hi>, <hi rend="italic">-</hi> 6 per <hi rend="italic">-ello</hi>, 3 per <hi rend="italic">-ino</hi>, 9 per <hi rend="italic">-uzzo</hi> e la sua variante <hi rend="italic">-uccio</hi>. Da un lato, l’autore appone suffissi alterativi a lemmi la cui forma base è piuttosto comune. Ad esempio, la forma base [albergo] è presente nel corpus ben 1133 volte, pur essendo l’alterato [alberghetto] presente solo con due occorrenze, per giunta unicamente nel <hi rend="italic">Decameron</hi>. Lo stesso vale per [borsetta], primissima e unica attestazione decameroniana, contro le 743 occorrenze del lemma base [borsa]. Tuttavia, il gusto di Boccaccio verso il diminutivo è evidente soprattutto quando le voci alterate sono già di per sé molto rare nella loro forma base. Per dimostrarlo, sono state preparate alcune schede. Il lemma è seguito dalla categoria grammaticale e dalla definizione che, se non specificato diversamente, è quella del <hi rend="italic">TLIO</hi>, seguita ancora dalla forma presente nel <hi rend="italic">Decameron</hi>:</p><p rend="quotations_quotation_b1">lucignoletto<hi rend="CharOverride-2"> </hi>sost. ‘piccola ciocca, ciuffo’; <hi rend="italic">lucignoletto</hi></p><p rend="quotations_quotation_b2">VII 9, 38: […] e prestamente lui per un picciolo lucignoletto preso della sua barba e ridendo, sì forte il tirò, che tutto dal mento gliele divelse.</p><p rend="quotations_quotation_b3"><hi rend="italic">Dim.</hi> di <hi rend="italic">lucignolo</hi> cfr. <hi rend="italic">GDLI</hi> s.v. <hi rend="italic">lucignolo</hi> § 7 (s.v. <hi rend="italic">Decameron</hi> III 3, 54) (38 occorrenze della forma base; cfr. <hi rend="italic">TLIO</hi> e <hi rend="italic">corpus storico TLIO</hi>).</p><p rend="quotations_quotation_b2">teccherella<hi rend="CharOverride-2"> </hi>sost. ‘piccolo difetto, vizio o imperfezione’ (def. mia); <hi rend="italic">teccherelle</hi> </p><p rend="quotations_quotation_b2">VI 10, 17: […] bugiardo; negligente, disubidente e maldicente; trascutato, smemorato e scostumato; senza che egli ha alcune altre teccherelle con queste, che si taccion per lo migliore.</p><p rend="quotations_quotation_b3"><hi rend="italic">Dim. e vezzeggiativo</hi> cfr. <hi rend="italic">GDLI</hi> s.v. <hi rend="italic">técca</hi><hi rend="CharOverride-3">1</hi> § 4 (7 occorrenze della forma base; cfr. <hi rend="italic">TLIO</hi> e <hi rend="italic">corpus storico TLIO</hi>)</p><p rend="text">Indubbiamente, quest’indagine non ha alcuna pretesa di esaustività. Tenendo conto degli studi già condotti sui suffissi alterativi nella lingua italiana antica, non abbiamo potuto far altro che evidenziare le peculiarità più rilevanti di quello che può essere davvero chiamato un caso di ‘diminutivo d’autore’. Infatti, manca ancora uno studio complessivo che renda conto dell’uso del diminutivo nella totalità dell’opera del Certaldese. La, per così dire, ‘smania’ per questo tipo di alterati è un elemento che davvero accompagna Boccaccio in tutti i suoi scritti? In quali di questi si denota un maggiore o minore uso di una connotazione rispetto ad un’altra? Come cambio l’uso del diminutivo in poesia rispetto alla prosa? Questi sono i quesiti che attendono ancora una risposta completa ed esauriente<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi xml:id="footnote-000-backlink"><ref target="08.html#footnote-000">52</ref></hi></hi>. </p><p rend="h2">Bibliografia</p><p rend="bib_indx_bib">Accademia della Crusca (a cura di), <hi rend="italic">Grande Dizionario della Lingua Italiana. Prototipo edizione digitale</hi>, UTET Grandi opere, 2018 &lt;<ref target="http://www.gdli.it/">http://www.gdli.it/</ref>&gt; (09/20).</p><p rend="bib_indx_bib">Accademia della Crusca (a cura di), <hi rend="italic">Lessicografia della Crusca in Rete</hi>, &lt;<ref target="http://www.lessicografia.it/index.jsp">http://www.lessicografia.it/index.jsp</ref>&gt; (09/20).</p><p rend="bib_indx_bib">Accademia della Crusca (a cura di), <hi rend="italic">Tommaseo Online</hi>, &lt; <ref target="http://www.tommaseobellini.it/#/">http://www.tommaseobellini.it/#/</ref>&gt; (09/20).</p><p rend="bib_indx_bib">Baldelli I., <hi rend="italic">Suffissi alterativi</hi>, in <hi rend="italic">Enciclopedia Dantesca</hi>, Appendice, U. Bosco (a cura di), Istituto della Enciclopedia Italiana, Roma 1984, pp. 480-485.</p><p rend="bib_indx_bib">Berisso M., <hi rend="italic">Poesia comica del Medioevo italiano</hi>, RCS, Milano 2011.</p><p rend="bib_indx_bib">Boccaccio G., <hi rend="italic">Decameron. Edizione critica secondo l’autografo hamiltoniano</hi>, V. Branca (a cura di), Accademia della Crusca, Firenze 1976.</p><p rend="bib_indx_bib">Boccaccio G., <hi rend="italic">Decameron</hi>, A. Quondam, M. Fiorilla, G. Alfano (a cura di), BUR Rizzoli, Milano 2013.</p><p rend="bib_indx_bib">Boccaccio G., <hi rend="italic">Caccia di Diana</hi>, I. Iocca (a cura di), Salerno Editrice, Roma 2016.</p><p rend="bib_indx_bib">Branca V., <hi rend="italic">Boccaccio Medievale</hi>, Sansoni, Firenze 1970.</p><p rend="bib_indx_bib">Bruni F., <hi rend="italic">Boccaccio. L’invenzione della letteratura mezzana</hi>, il Mulino, Bologna 1990.</p><p rend="bib_indx_bib">Dardano M., Trifone P., <hi rend="italic">La lingua italiana</hi>, Zanichelli, Bologna 1985.</p><p rend="bib_indx_bib">Fortunato M., <hi rend="italic">Versolini, scrittarelle, novellette. L’uso dei diminutivi nei testi dell’italiano antico (XIII-XIV sec.)</hi>, in C. Giordano e R. Piro (a cura di),<hi rend="italic"> Risonanze II. La memoria dei testi dal Medioevo a oggi</hi>, Universitas Studiorum, Mantova 2018, pp. 85-104.</p><p rend="bib_indx_bib">Frosini G., <hi rend="italic">«Una imaginetta di Nostra Donna</hi><hi rend="italic">». Parole e cose nel testamento di Giovanni Boccaccio</hi>, «Studi sul Boccaccio», XLII, 2014, pp. 1-24.</p><p rend="bib_indx_bib">Istituto della Enciclopedia Italiana (a cura di), <hi rend="italic">Vocabolario Treccani Online</hi>, &lt;<ref target="https://www.treccani.it/vocabolario/">https://www.treccani.it/vocabolario/</ref>&gt; (02/21).</p><p rend="bib_indx_bib">Istituto Opera del Vocabolario Italiano, <hi rend="italic">Corpus del Tesoro della Lingua Italiana delle Origini</hi>, &lt;<ref target="http://tlioweb.ovi.cnr.it/(S(s2rqx4ew1nuljdxv0e5r2eag))/CatForm01.aspx">http://tlioweb.ovi.cnr.it/(S(s2rqx4ew1nuljdxv0e5r2eag))/CatForm01.aspx</ref>&gt; (09/20).</p><p rend="bib_indx_bib">Istituto Opera del Vocabolario Italiano, <hi rend="italic">Tesoro della Lingua Italiana delle Origini</hi>, &lt;<ref target="http://tlio.ovi.cnr.it/TLIO/">http://tlio.ovi.cnr.it/TLIO/</ref>&gt; (09/20).</p><p rend="bib_indx_bib">Manni P., <hi rend="italic">La lingua di Boccaccio</hi>, il Mulino, Bologna 2016.</p><p rend="bib_indx_bib">Maraschio N., <hi rend="italic">Parole e forme nel Decameron. Elementi di continuità e di frattura dal fiorentino del Trecento all’italiano contemporaneo</hi>, CDO, Firenze 1992.</p><p rend="bib_indx_bib">Merlini Barbaresi L., <hi rend="italic">Alterazione</hi>, in M. Grossman e F. Rainer (a cura di),<hi rend="italic"> La formazione delle parole in italiano</hi>, Niemayer, Tübingen 2004.</p><p rend="bib_indx_bib">Pascale M., <hi rend="italic">II. La ballata colta monodica</hi>, in <hi rend="italic">Dizionario Enciclopedico Universale della Musica e dei musicisti</hi>, A. Basso (a cura di), UTET, Torino 1983-2005, pp. 235-237.</p><p rend="bib_indx_bib">Pirovano D., <hi rend="italic">I poeti del Dolce Stil Novo</hi>, Salerno Editrice, Roma 2016.</p><p rend="bib_indx_bib">Quaglio A., <hi rend="italic">Parole del Boccaccio</hi>, «Lingua Nostra», 20-27, 1958-1966.</p><p rend="bib_indx_bib">Quondam A., <hi rend="italic">Le cose (e le parole) del mondo</hi>, in G. Boccaccio, <hi rend="italic">Decameron</hi>, A. Quondam, M. Fiorilla, G. Alfano (a cura di), BUR Rizzoli, Milano 2013, pp. 1669-1815.</p><p rend="bib_indx_bib">Ricotta V., <hi rend="italic">«Istoriare e adornar di lavorìo perfetto».</hi> <hi rend="italic">Primi sondaggi sul lessico artistico in Bo</hi><hi rend="italic">ccaccio</hi>, in S. Zamponi (a cura di), <hi rend="italic">Intorno a Boccaccio / Boccaccio e Dintorni. Atti del seminario internazionale di studi</hi>, Firenze University Press, Firenze 2017, pp. 113-123.</p><p rend="bib_indx_bib">Ricotta V., <hi rend="italic">«Con animi e con vocaboli onestissimi si convien dire». Prime attestazioni e «hapax» in Boccaccio</hi>, «Studi di lessicografia italiana», XXXVI, 2019, pp. 67-102.</p><p rend="bib_indx_bib">Rohlfs G., <hi rend="italic">Grammatica storica della lingua italiana e dei suoi dialetti. Sintassi e formazione delle parole</hi>, Einaudi, Torino 1969.</p><p rend="bib_indx_bib">Stussi A., <hi rend="italic">Lingua</hi>, in R. Bragantini, P.M. Forni (a cura di), <hi rend="italic">Lessico Critico Decameroniano</hi>, Bollati Boringhieri, Torino 1995, pp. 192-221.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="08.html#footnote-051-backlink">1</ref></hi>	I primi studiosi ad occuparsi di questo argomento sono stati Antonio Enzo Quaglio, cfr. A. Quaglio, <hi rend="italic">Parole del Boccaccio</hi>, «Lingua Nostra», 20-27, 1958-1966 che ha curato alcune schede di voci boccacciane, e Nicoletta Maraschio, che ha commentato alcuni lemmi decameroniani, cfr. N. Maraschio, <hi rend="italic">Parole e forme nel Decameron. Elementi di continuità e di frattura dal fiorentino del Trecento all’italiano contemporaneo</hi>, CDO, Firenze 1992. A questi è poi succeduta l’importante raccolta di saggi inclusa nel <hi rend="italic">Lessico Critico Decameroniano</hi>, fra i quali quello di Alfredo Stussi, che si occupa specificamente della lingua di Boccaccio, cfr. A. Stussi, <hi rend="italic">Lingua</hi>, in R. Bragantini e P.M. Forni (a cura di), <hi rend="italic">Lessico Critico Decameroniano</hi>, Bollati Boringhieri, Torino 1995, pp. 192-221.  </p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="08.html#footnote-050-backlink">2</ref></hi>	G. Frosini, <hi rend="italic">«Una imaginetta di Nostra Donna». Parole e cose nel testamento di Giovanni Boccaccio</hi>, «Studi sul Boccaccio», XLII, 2014, pp. 1-24.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="08.html#footnote-049-backlink">3</ref></hi>	Ora disponibile in P. Manni, <hi rend="italic">La lingua di Boccaccio</hi>, il Mulino, Bologna 2016.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="08.html#footnote-048-backlink">4</ref></hi>	V. Ricotta, <hi rend="italic">«Istoriare e adornar di lavorìo perfetto».</hi> <hi rend="italic">Primi sondaggi sul lessico artistico in Boccaccio</hi>, in S. Zamponi (a cura di), <hi rend="italic">Intorno a Boccaccio / Boccaccio e Dintorni. Atti del seminario internazionale di studi</hi>, Firenze University Press, Firenze 2017, pp. 113-123. La studiosa si è anche occupata di descrivere il quadro generale delle prime attestazioni in Boccaccio. Cfr. V. Ricotta, <hi rend="italic">«Con animi e con vocaboli onestissimi si convien dire». Prime attestazioni e «hapax» in Boccaccio</hi>, «Studi di lessicografia italiana», XXXVI, 2019, pp. 67-102. </p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="08.html#footnote-047-backlink">5</ref></hi>	A. Quondam, <hi rend="italic">Le cose (e le parole) del mondo</hi>, in G. Boccaccio, <hi rend="italic">Decameron</hi>, A. Quondam, M. Fiorilla e G. Alfano (a cura di), BUR Rizzoli, Milano 2013, pp. 1669-1815: 1669.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="08.html#footnote-046-backlink">6</ref></hi>	F. Bruni, <hi rend="italic">Boccaccio. L’invenzione della letteratura mezzana</hi>, il Mulino, Bologna 1990.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="08.html#footnote-045-backlink">7</ref></hi>	Boccaccio, <hi rend="italic">Decameron</hi>, Quondam, Fiorilla e Alfano (a cura di), cit., p. 339 nota 27.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="08.html#footnote-044-backlink">8</ref></hi>	Ivi, p. 538 nota 42.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="08.html#footnote-043-backlink">9</ref></hi>	G. Boccaccio, <hi rend="italic">Decameron. Edizione critica secondo l’autografo hamiltoniano</hi>, V. Branca (a cura di), Accademia della Crusca, Firenze 1976. Tuttavia, gli esempi sono stati rivisti alla luce della più recente edizione critica, cfr. Boccaccio, <hi rend="italic">Decameron</hi>, cit. Per una descrizione della bibliografia impiegata dal <hi rend="italic">corpus TLIO</hi> cfr. <hi rend="italic">Bibliografia dei testi volgari</hi> &lt;<ref target="http://pluto.ovi.cnr.it/btv/">http://pluto.ovi.cnr.it/btv/</ref>&gt; (09/20).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="08.html#footnote-042-backlink">10</ref></hi>	Per una definizione dei falsi alterati e del processo di lessicalizzazione cfr. M. Dardano e P. Trifone, <hi rend="italic">La lingua italiana</hi>, Zanichelli, Bologna 1985, p. 335 e L. Merlini Barbaresi, <hi rend="italic">Alterazione</hi>, in M. Grossman e F. Rainer (a cura di), <hi rend="italic">La formazione delle parole in italiano</hi>, Niemayer, Tübingen 2004, pp. 264-292: 266-267 dove i ‘falsi alterati’ sono definiti con l’espressione di ‘alterati apparenti’.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="08.html#footnote-041-backlink">11</ref></hi>	Per convenzione si pongono i lemmi fra parentesi quadre e le loro occorrenze in corsivo.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="08.html#footnote-040-backlink">12</ref></hi>	<hi rend="italic">TLIO</hi>, s.v. <hi rend="italic">popolino</hi> § 1. </p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="08.html#footnote-039-backlink">13</ref></hi>	<hi rend="italic">GDLI</hi>, s.v. <hi rend="italic">popolino</hi>1.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="08.html#footnote-038-backlink">14</ref></hi>	Dardano e Trifone, <hi rend="italic">La lingua italiana</hi>, cit., p. 335.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="08.html#footnote-037-backlink">15</ref></hi>	Sulle funzioni dei suffissi alterativi diminutivi/accrescitivi cfr. Merlini Barbaresi, <hi rend="italic">Alterazione</hi>, cit., pp. 264-265.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="08.html#footnote-036-backlink">16</ref></hi>	L’apparato lessicografico consultato è disponibile online. Per il <hi rend="italic">Tesoro della Lingua Italiana delle Origini</hi> cfr. <hi rend="italic">TLIO, Tesoro della Lingua Italiana delle Origini</hi>, &lt;<ref target="http://tlio.ovi.cnr.it/TLIO/">http://tlio.ovi.cnr.it/TLIO/</ref>&gt; (09/20). La ricerca lessicografica si è basata sui dati messi a disposizione dal <hi rend="italic">Corpus TLIO</hi>, cfr. <hi rend="italic">Corpus del Tesoro della Lingua Italiana delle Origini</hi>, &lt;<ref target="http://tlioweb.ovi.cnr.it/(S(s2rqx4ew1nuljdxv0e5r2eag))/CatForm01.aspx">http://tlioweb.ovi.cnr.it/(S(s2rqx4ew1nuljdxv0e5r2eag))/CatForm01.aspx</ref>&gt; (09/20). Le definizioni fornite dal <hi rend="italic">TLIO</hi> sono state messe a confronto con quelle del <hi rend="italic">GDLI</hi>, cfr. <hi rend="italic">Grande Dizionario della Lingua Italiana</hi>, &lt;<ref target="http://www.gdli.it/">http://www.gdli.it/</ref>&gt; (09/20) e in specifici casi con quelle del Tommaseo Bellini, cfr. <hi rend="italic">Tommaseo Online</hi>, &lt;<ref target="http://www.tommaseobellini.it/#/">http://www.tommaseobellini.it/#/</ref>&gt; (09/20) e del <hi rend="italic">Vocabolario degli Accademici della Crusca</hi>, cfr. <hi rend="italic">Lessicografia della Crusca in Rete</hi>, &lt;<ref target="http://www.lessicografia.it/index.jsp">http://www.lessicografia.it/index.jsp</ref>&gt; (09/20).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="08.html#footnote-035-backlink">17</ref></hi>	<hi rend="italic">Dizionario Enciclopedico Universale della Musica e dei Musicisti</hi>, UTET, Torino 1983-2005.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="08.html#footnote-034-backlink">18</ref></hi>	G. Rohlfs, <hi rend="italic">Grammatica storica della lingua italiana e dei suoi dialetti. Sintassi e formazione delle parole</hi>, Einaudi, Torino 1969, p. 452.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="08.html#footnote-033-backlink">19</ref></hi>	Tuttavia i testi toscani sono anche quelli maggiormente presenti nel corpus preso in esame. Per la composizione del corpus in questione cfr. M. Fortunato, <hi rend="italic">Versolini, scrittarelle, novellette. L’uso dei diminutivi nei testi dell’italiano antico (XIII-XIV sec.)</hi>, in C. Giordano e R. Piro (a cura di), <hi rend="italic">Risonanze II. La memoria dei testi dal Medioevo a oggi</hi>, Universitas Studiorum, Mantova 2018, pp. 85-104: 85-86. Per la distribuzione areale dei suffissati in <hi rend="italic">-etto</hi>, <hi rend="italic">-ello</hi> e <hi rend="italic">-ino</hi> cfr. ivi, pp. 87-88. </p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="08.html#footnote-032-backlink">20</ref></hi>	Per convenzione, si pongono i lemmi fra parentesi quadre e le occorrenze in corsivo.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="08.html#footnote-031-backlink">21</ref></hi>	Rohlfs, <hi rend="italic">Grammatica storica</hi>, cit., p. 402.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="08.html#footnote-030-backlink">22</ref></hi>	Fortunato, <hi rend="italic">Versolini, scrittarelle</hi>, cit., pp. 87-88.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="08.html#footnote-029-backlink">23</ref></hi>	Rohlfs, <hi rend="italic">Grammatica storica</hi>, cit., p. 412.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="08.html#footnote-028-backlink">24</ref></hi>	Cfr. ivi, p. 371.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="08.html#footnote-027-backlink">25</ref></hi>	Fortunato, <hi rend="italic">Versolini, scrittarelle,</hi> cit., p. 89.  </p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="08.html#footnote-026-backlink">26</ref></hi>	<hi rend="italic">TLIO</hi>, s.v. <hi rend="italic">chiasso</hi> § 1.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="08.html#footnote-025-backlink">27</ref></hi>	<hi rend="italic">TLIO</hi>, s.v. <hi rend="italic">chiassolino</hi> § 1 e <hi rend="italic">chiassetto</hi> § 1.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="08.html#footnote-024-backlink">28</ref></hi>	Fortunato, <hi rend="italic">Versolini, scrittarelle</hi>, cit., p. 91.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="08.html#footnote-023-backlink">29</ref></hi>	Bruni, <hi rend="italic">L’invenzione della letteratura mezzana</hi>, cit., p. 379, nota 24.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="08.html#footnote-022-backlink">30</ref></hi>	<hi rend="italic">GDLI</hi>, s.v. <hi rend="italic">fraticello.</hi> </p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="08.html#footnote-021-backlink">31</ref></hi>	Cfr. ivi § 2 e <hi rend="italic">TLIO</hi> s.v. <hi rend="italic">fraticello</hi> § 2.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="08.html#footnote-020-backlink">32</ref></hi>	Fortunato, <hi rend="italic">Versolini, scrittarelle</hi>, cit., p. 89.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="08.html#footnote-019-backlink">33</ref></hi>	Boccaccio, <hi rend="italic">Decameron</hi>, Branca (a cura di), cit., p. 778 nota 5. Per il testo della <hi rend="italic">Caccia</hi> cfr. G. Boccaccio, <hi rend="italic">Caccia di Diana</hi>, I. Iocca (a cura di), Salerno Editrice, Roma 2016, p. 11.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="08.html#footnote-018-backlink">34</ref></hi>	Per la struttura della ballata cfr. M. Pascale, <hi rend="italic">II. La ballata colta monodica</hi>, in <hi rend="italic">Dizionario Enciclopedico Universale della Musica</hi>, cit., pp. 235-237. </p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="08.html#footnote-017-backlink">35</ref></hi>	<hi rend="italic">TLIO</hi>, s.v. <hi rend="italic">ballatetta</hi> § 1.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="08.html#footnote-016-backlink">36</ref></hi>	Già notato da Bruni, <hi rend="italic">L’invenzione della letteratura mezzana</hi>, cit., p. 379, nota 24.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="08.html#footnote-015-backlink">37</ref></hi>	<hi rend="italic">GDLI</hi>, s.v. <hi rend="italic">onore</hi> § 38.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="08.html#footnote-014-backlink">38</ref></hi>	Per le definizioni di <hi rend="italic">cinturetta</hi> cfr. <hi rend="italic">TLIO</hi>, s.v. <hi rend="italic">cinturetta</hi> § 1., § 1.1 e § 2.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="08.html#footnote-013-backlink">39</ref></hi>	È il caso, ad esempio, della «coltricetta di penna» che nel testamento di Boccaccio viene lasciata alla governante Bruna. Data la natura del referente, un oggetto prezioso (imbottito di piume) e bastante a riscaldare un letto intero, è poco probabile che l’uso diminutivo indichi dimensioni ridotte o una connotazione peggiorativa. Cfr. Frosini, <hi rend="italic">Una imaginetta</hi>, cit., p. 7.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="08.html#footnote-012-backlink">40</ref></hi>	<hi rend="italic">GDLI</hi>, s.v. <hi rend="italic">leggiadro</hi> § 5.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="08.html#footnote-011-backlink">41</ref></hi>	Per le tre definizioni del lemma cfr. <hi rend="italic">TLIO</hi>, s.v. <hi rend="italic">caro</hi> § 1.2, § 1.4, § 2.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="08.html#footnote-010-backlink">42</ref></hi>	V. Branca, <hi rend="italic">Boccaccio Medievale</hi>, Sansoni, Firenze 1970, p. 256.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="08.html#footnote-009-backlink">43</ref></hi>	Cfr. <hi rend="italic">ibidem</hi> dove Branca porta come esempio il componimento <hi rend="italic">Intorn’ ad una fonte, in un pratello</hi>.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="08.html#footnote-008-backlink">44</ref></hi>	Cito da D. Pirovano, <hi rend="italic">I poeti del Dolce Stil Novo</hi>, Salerno Editrice, Roma 2016.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="08.html#footnote-007-backlink">45</ref></hi>	I. Baldelli, <hi rend="italic">Suffissi alterativi</hi>, in <hi rend="italic">Enciclopedia Dantesca</hi>, Appendice, U. Bosco (a cura di), Istituto della Enciclopedia Italiana, Roma 1984, pp. 480-485: 483. </p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="08.html#footnote-006-backlink">46</ref></hi>	Cfr. <hi rend="italic">ibidem </hi>da cui riprendo anche le citazioni dantesche.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="08.html#footnote-005-backlink">47</ref></hi>	V. Branca, <hi rend="italic">Una chiave di lettura per il «Decameron»</hi>, in Boccaccio, <hi rend="italic">Decameron</hi>, Branca (a cura di), cit., pp. I-XXXIX: XXX-XXXII.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="08.html#footnote-004-backlink">48</ref></hi>	Cfr. Bruni, <hi rend="italic">L’invenzione della letteratura mezzana</hi>, cit., p. 380. Bruni stesso elenca i numerosi passi in cui compare la doppia affricata, fra cui quelli che abbiamo già menzionato della novella di Ser Ciappelletto. Cfr. <hi rend="italic">ibidem</hi> nota 25.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="08.html#footnote-003-backlink">49</ref></hi>	Cfr. ivi, p. 379, nota 24.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="08.html#footnote-002-backlink">50</ref></hi>	Si cita da M. Berisso, <hi rend="italic">Poesia comica del Medioevo italiano</hi>, RCS, Milano 2011.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="08.html#footnote-001-backlink">51</ref></hi>	Può avere valore pedantesco o scherzoso. Cfr. <hi rend="italic">Vocabolario Treccani Online</hi>, s.v. <hi rend="italic">anzi</hi> § 1 a. &lt;<ref target="https://www.treccani.it/vocabolario/">https://www.treccani.it/vocabolario/</ref>&gt; (02/21).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="08.html#footnote-000-backlink">52</ref></hi>	Un sincero ringraziamento va alla prof.ssa Giovanna Frosini e al prof. Giuseppe Marrani per i loro preziosi suggerimenti.</p>
      
      
      
      
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        <listBibl>
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