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        <title type="main" level="a">Per una lettura dell’Epistola XIII di Giovanni Boccaccio</title>
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            <forename>Tommaso</forename>
            <surname>Lombardi</surname>
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          <resp>This is a section of <title>Intorno a Boccaccio / Boccaccio e dintorni 2020 </title>(DOI: <idno type="DOI">10.36253/978-88-5518-510-3 </idno>) by </resp>
          <name>Giovanna Frosini</name>
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        <publisher>Firenze University Press</publisher>
        <pubPlace>Firenze</pubPlace>
        <date when="2021">2021</date>
        <idno type="DOI">https://doi.org/10.36253/978-88-5518-510-3.10</idno>
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          <p>Available for academic research purposes</p>
          <p>Open Access</p>
          <p>Copyright Author(s)</p>
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        <p>This is original content, published for academic research purposes</p>
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        <p>The contribution proposes an analysis of some stylistic, thematic and intertextual aspects of Giovanni Boccaccio’s letter to Francesco Nelli (1363). In particular, through the highlighting of some significant points of contact of the epistle (Epistola XIII) with the enigmatic and probably coeval work of Corbaccio, it tries to open a perspective on a particularly problematic period of Boccaccio’s production from the point of view of a text which has been still little explored by the studies.</p>
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            <item>Giovanni Boccaccio</item>
            <item>Niccolò Acciaiuoli</item>
            <item>Letter to Francesco Nelli</item>
            <item>Corbaccio</item>
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      <p>It is available online at https://doi.org/10.36253/978-88-5518-510-3.10<ref target="https://doi.org/10.36253/978-88-5518-510-3.10" /></p>
      
      
      <p rend="h1_chapter">Per una lettura dell’<hi rend="italic">Epistola </hi>XIII <lb/>di Giovanni Boccaccio<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-035-backlink"><ref target="11.html#footnote-035">1</ref></hi></hi></p><p rend="h1_author">Tommaso Lombardi</p><p rend="epigraph_inscription_epigraph_2">«Ora tutto si è rovesciato»</p><p rend="epigraph_inscription_epigraph_3">Pier Paolo Pasolini, <hi rend="italic">Abiura della Trilogia della vita</hi><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-034-backlink"><ref target="11.html#footnote-034">2</ref></hi></hi></p><p rend="text_NOindent">1. Sotto quale segno devono essere lette le pagine che occuparono lo scrittoio di Giovanni Boccaccio nel ventennio successivo a quello della creazione del <hi rend="italic">Decameron</hi>?</p><p rend="text">In un’intervista rilasciata attorno alla sua reinterpretazione cinematografica dell’opera in seno al progetto della <hi rend="italic">Trilogia della vita</hi>,<hi rend="italic"> </hi>Pier Paolo Pasolini mostrava di aderire ad un’opinione vulgata sul suo autore che solo alcuni degli studi più recenti stanno proponendo con forza di superare. Pasolini, lì nelle vesti di lettore-regista, dichiarava che dopo quella straordinaria espressione della «gioia di vivere» che era stato il <hi rend="italic">Cento Novelle</hi>, Boccaccio fosse inevitabilmente, come riassorbito dalla forza inesorabile dello spirito della sua epoca, diventato «un bigotto»<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi xml:id="footnote-033-backlink"><ref target="11.html#footnote-033">3</ref></hi></hi>. </p><p rend="text">Felice lettore d’eccezione, a buon diritto ricreatore di un ‘suo’ Boccaccio modellato sulle urgenze del suo tempo, il regista, come scriverà retrospettivamente cinque anni dopo in uno scritto sul «Corriere della Sera», aveva trovato nella libertà con cui alcune novelle decameroniane rappresentano la dimensione del corpo e dei suoi fisici desideri naturali, spesso eversivi e liberatori nei confronti di convenzioni storico-sociali pietrificanti o di alcune ipocrisie che caratterizzano la gerarchia del potere<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-032-backlink"><ref target="11.html#footnote-032">4</ref></hi></hi>, la materia per immaginare un «baluardo» di resistenza di fronte a quanto negli anni del suo <hi rend="italic">Decameron</hi> percepiva come una crisi antropologica e culturale: </p><p rend="quotation_b">Nella prima fase della crisi culturale e antropologica cominciata verso la fine degli anni Sessanta – in cui cominciava a trionfare l’irrealtà della sottocultura dei ‘mass media’ e quindi della comunicazione di massa – l’ultimo baluardo della realtà parevano essere gli ‘innocenti’ corpi con l’arcaica, fosca, vitale violenza dei loro organi sessuali<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-031-backlink"><ref target="11.html#footnote-031">5</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">Possiamo facilmente suppore sotto quale tipo di luce un lettore come Pasolini avrebbe potuto leggere la castigante ritrattazione fatta pronunciare da Boccaccio, in un testo scritto, secondo le ipotesi oggi più accreditate dagli studi, circa dieci anni dopo il <hi rend="italic">Decameron</hi>, alla voce dello spirito del marito defunto della vedova del <hi rend="italic">Corbaccio</hi> sul rapporto tra donne fisicamente reali e Muse; le quali se «è così vero che tutte son femmine», devono essere distinte dalle prime per quel fatto, riguardante proprio gli organi sessuali, che viene messo in evidenza con tutta la violenza scabrosa che caratterizza lo stile del discorso terapeutico del personaggio dell’<hi rend="italic">umile trattato</hi>: </p><p rend="quotation_b">E tra l’altre lor vanità, quando molto sopra gli uomini si vogliono levare, dicono che tutte le buone cose sono femmine: le stelle, le pianete, le muse, le virtù, le ricchezze; alle quali se non che disonesto sarebbe, null’altro si vorrebbe rispondere se non: «È egli vero che tutte son femmine, ma non pisciano»<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-030-backlink"><ref target="11.html#footnote-030">6</ref></hi></hi> (<hi rend="italic">Corbaccio </hi>259).</p><p rend="text">Sarebbe stato legittimo per chi doveva ben ricordare la difesa dell’autore nell’<hi rend="italic">Introduzione</hi> alla Quarta Giornata del <hi rend="italic">Decameron</hi>, riscontrarvi i segni di una vera e propria abiura dell’ideale naturalistico e filogino sotteso a quella che, in questo senso, apparirebbe una fase poetica precedente e superata:</p><p rend="quotation_b">Le <hi rend="italic">Muse </hi>son donne, e benché le donne quel che le Muse vagliono non vagliano, pure esse hanno nel primo aspetto simiglianza di quelle; sì che quando per altro non piacessero, per quello mi dovrebber piacere; senza che le donne mi fur cagione di comporre mille versi, dove le Muse non mi furono di farne alcuna cagione (<hi rend="italic">Decameron </hi>IV, <hi rend="italic">Introduzione</hi>, 35).</p><p rend="text">L’opinione un po’ impietosa di Pasolini – basterebbe pensare alla difesa della poesia dei poeti pagani come espressione di verità sulla natura e sull’uomo, svincolata da ogni sovrasignificazione allegorico-teologica dell’ultimo libro della <hi rend="italic">Genealogia Deorum Gentilium</hi>, alla quale l’autore si dedicava con continua meditazione durante l’ultima fase della sua vita, per allontanare definitivamente l’immagine di questo presunto ‘secondo’ Boccaccio da quella di un «bigotto» – è qui evocata come rappresentante autorevole ma inconsapevole, caso sintomatico, di una tendenza interpretativa che, più filologicamente strutturata, ben lontana dall’atteggiamento impressionistico concesso al lettore di eccezione e certo senza ridurla in alcun modo a manifestazione di spirito <hi rend="italic">spigolistro</hi>, vuole che le opere della produzione boccacciana posteriore al <hi rend="italic">Decameron </hi>siano da leggere sotto l’etichetta di una seconda fase, di rottura con la precedente<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-029-backlink"><ref target="11.html#footnote-029">7</ref></hi></hi>. </p><p rend="text">Nella scansione portata avanti da una determinata linea di studi della storia dell’opera del letterato di Certaldo che istituisce una forte cesura tra il periodo che comprende con le opere giovanili il capolavoro narrativo in volgare e quello posteriore, consacrato all’impegno erudito in latino rivolto verso un nuovo orizzonte culturale, cosiddetto proto-umanistico, il <hi rend="italic">Corbaccio</hi> è stato spesso interpretato come un nodo di demarcazione. Mario Marti, tra i primi studiosi ad aver proposto una lettura dell’opera all’interno di una prospettiva meta-letteraria, allontanandola dall’influenza diretta della biografia di Giovanni Boccaccio per cogliervi piuttosto i segni di un ripensamento ideologico dell’autore nei confronti della sua produzione precedente e dei miti di matrice cortese che l’avevano nutrita, invita a leggere l’<hi rend="italic">umile trattato</hi> come un’«opera fortemente impegnata in una scelta di fondo e che testimonia la risoluzione di una crisi»<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi xml:id="footnote-028-backlink"><ref target="11.html#footnote-028">8</ref></hi></hi>. Per Francesco Bruni, che ha offerto la difesa più strutturata e ricca di argomenti di un’interpretazione in due tempi della vita intellettuale di Boccaccio, l’opera rappresenta «l’annuncio della scelta positiva che cancella la vecchia pratica ideologica e letteraria»<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi xml:id="footnote-027-backlink"><ref target="11.html#footnote-027">9</ref></hi></hi>. </p><p rend="text">Ben messi in rilievo da una serie di interventi critici che hanno sviluppato, approfondito ed in certi casi ricalibrato, alcune intuizioni dello stesso Marti, o anche quelle offerte da un’illuminante lettura del <hi rend="italic">Corbaccio</hi> condotta sempre in chiave meta-letteraria da Barbèri Squarotti, sono gli innegabili e numerosi elementi che emergerebbero dalle pagine dell’opera a testimoniare sulla rottura occorsa in un periodo problematico – se non altro dal punto di vista biografico – della storia del suo autore di alcuni dei fili che tessevano la tramatura ideologica sottesa al <hi rend="italic">Decameron </hi>e, in generale, a tutte le opere narrative precedenti<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-026-backlink"><ref target="11.html#footnote-026">10</ref></hi></hi>. Ed ancor prima, una distanza dello spirito che informa il <hi rend="italic">Corbaccio</hi> rispetto alle altre opere boccacciane in volgare, forse ancora più evidente di ogni ripensamento ideologico, fu riscontrata già da Carlo Dionisotti al livello dello stile. </p><p rend="text">Come per riattivare la circolazione del sangue raggelato dal dramma del suo personaggio, l’autore dell’<hi rend="italic">umile trattato </hi>si muoveva da un polo all’altro di due territori della cultura e della lingua tra i quali scopriva una faglia; una crepa nella quale lo studioso, dall’alto della sua visuale affacciata su una storia di lunga durata, intravede un presagio dello «spacco» più profondo che si sarebbe aperto in una tradizione toscana quattrocentesca bipartita tra l’Umanesimo di figure come l’Alberti e il realismo comico-burlesco del coevo Burchiello<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-025-backlink"><ref target="11.html#footnote-025">11</ref></hi></hi>. Mentre, partendo proprio da Dionisotti per riavvicinare lo sguardo sullo scrittoio di Boccaccio, Marco Veglia è tornato sulla frattura stilistica intorno alla quale si cuce il <hi rend="italic">Corbaccio</hi>, leggendovi una rottura tutta interna alla storia del suo autore, che si può mettere in luce per contrasto con l’«equilibrio dinamico» del <hi rend="italic">Decameron</hi>: </p><p rend="quotation_b">L’equilibrio dinamico del capolavoro di Boccaccio consentiva l’oscillazione tra i poli opposti (insieme linguistici e morali) del dotto e del popolare, del temperato secondo le forme della prosa ‘alta’ e dell’espressivistica […] quella insomma che nel Quattrocento sarà «spaccatura» o «crepa» era nel <hi rend="italic">Decameron </hi>null’altro che vitalità intrinseca<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-024-backlink"><ref target="11.html#footnote-024">12</ref></hi></hi>. </p><p rend="text">L’autore del <hi rend="italic">Corbaccio</hi>,<hi rend="italic"> </hi>nella voce dello spirito del marito defunto, non abbraccia più tutta la varietà degli aspetti del mondo da quella prospettiva conciliante che gli studi hanno scorto nella filigrana del <hi rend="italic">Decameron</hi><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-023-backlink"><ref target="11.html#footnote-023">13</ref></hi></hi>, all’interno della quale le donne terrestri possono avere funzione equivalente a quella delle muse e dove è attraversando incantato la dimensione sociale della vita urbana che il figlio dell’eremita Balducci si prepara a scoprire la meraviglia delle <hi rend="italic">femine </hi>che sono «più belle degli agnoli» (<hi rend="italic">Dec</hi>.<hi rend="italic"> </hi>IV, <hi rend="italic">Introduzione</hi>,<hi rend="italic"> </hi>28)<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-022-backlink"><ref target="11.html#footnote-022">14</ref></hi></hi>. Nel <hi rend="italic">Corbaccio</hi> la realtà urbana viene caricata nei suoi aspetti comici più degradanti e contrapposta ad un Parnaso dal quale è separata da una frattura incolmabile: </p><p rend="quotation_b">Mentre tu sarai ne’ boschi e ne’rimoti luoghi, le Ninfe Castalide, alle quali queste malvage femmine si vogliono assimigliare, non t’abbandoneranno già mai; la bellezza delle quali, sì come io ho inteso è celestiale; dalle quali così belle, tu non se’ schifato né schernito, ma è a loro grado il potere stare, andare e usare teco. E come tu medesimo sai, che molto meglio le conosci che io non fo, elle non ti metteranno in disputare o in discutere quanta cenere si voglia a cuocere una matassa d’accia o se il lino viterbese è più sottile che il romagnuolo; né che troppo abbia il forno la fornaia scaldato e la fante meno lasciato il pane levitare, o che da preveder sia donde vengano delle granate che la casa si spazzi; non ti diranno quello che abbia fatto la notte passata monna cotale e monna altrettale né quanti paternostri elle abbian detti al predicare, né s’egli è il meglio alla cotal roba mutar le sale o lasciarle stare ; non ti domanderanno denari né per liscio né per bossoli né per unguenti. Esse con angelica voce ti narreranno le cose dal principio del mondo state infino a questo giorno, e sopra l’erbe e sopra i fiori alle dilettevoli ombre teco sedendo, al lato a quel fonte le cui ultime onde non si videro già mai, ti mostreranno le cagioni de’variamenti de’ tempi e delle fatiche del sole e di quelle della luna; e qual nascosta virtù le piante nutrichi e insieme faccia li brutti animali amichevoli; e donde piovano l’anime negli uomini; e l’essere la divina bontà etterna e infinita; e per quali scale ad essa si salga, e per quali balzi si trarupi alla parte contraria; e teco poiché i versi d’Omero, di Virgilio e degli altri valorosi avranno cantati, i tuoi medesimi, se vuoi canteranno (<hi rend="italic">Corb. </hi>283-286). </p><p rend="text">Nell’<hi rend="italic">umile trattato </hi>il «disputare» e il «discutere» attorno agli aspetti comici della realtà e il canto delle <hi rend="italic">Ninfe Castalide</hi> non possono più conciliarsi in una stessa armonia; il cultore della poesia deve allontanarsi dalla città, compiendo un percorso che si potrebbe immaginare inverso a quello tratteggiato nell’apologo delle donne papere nell’<hi rend="italic">Introduzione </hi>alla quarta giornata, nel quale Giancarlo Mazzacurati aveva potuto leggere la trama ideografica dell’intero <hi rend="italic">Decameron</hi>: </p><p rend="quotation_b">Nel viaggio meraviglioso del giovane eremita alla scoperta dei sensi, le immagini della vita sociale sono dunque come una prossenetica preparazione all’ultimo incontro: […] sono lo sfondo e l’invito cui la collettività municipale garantisce la liceità dell’accesso al <hi rend="italic">Parnaso </hi>naturale, alle «donne» di cui Boccaccio parlerà in prima persona come delle sue Muse Terrestri. Nella complicità protettiva che gli concede l’accordo di società e natura l’adolescente selvaggio conoscerà insieme le istituzioni e il piacere, la città e il risveglio dei sensi, come momenti progressivi di un unico itinerario<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-021-backlink"><ref target="11.html#footnote-021">15</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">Ora, a questa altezza della sua storia, per l’autore del <hi rend="italic">Corbaccio</hi>, l’«itinerario unico» decameroniano si è come diviso in due strade che si devono separare: da un lato la dimensione dell’espressivismo e del realismo comico-grottesco con cui vengono dipinte immagini di socialità degradata, dall’altro l’<hi rend="italic">angelica voce </hi>delle Muse che è riservata ad una solitudine studiosa. Quale il significato profondo di questa spaccatura? </p><p rend="text">Esso resta in gran parte ancora da decifrare: gli studi su Boccaccio vi hanno aperto molteplici linee di indagine, ma come è stato efficacemente scritto in un recente intervento di Ilaria Tufano, l’opera costituisce ancora il «tassello più enigmatico dell’intero percorso del suo autore»<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-020-backlink"><ref target="11.html#footnote-020">16</ref></hi></hi>.  </p><p rend="text">Su di esso Francisco Rico, muovendosi sempre all’interno della scansione della storia dell’opera boccacciana difesa da Bruni, nel suo studio sulla complessa trama di rapporti tra Petrarca e Boccaccio, vi scorge la volontà da parte del ‘discepolo’ di dipingere il ritratto di un personaggio, non molto distante dal suo autore, che vuole uniformare i suoi costumi a quanto «messo in scena» dalla figura per lui magistrale del poeta laureato. Il <hi rend="italic">Corbaccio</hi> è per lo studioso spagnolo «il <hi rend="italic">Secretum </hi>di Boccaccio», un’opera in cui il Certaldese sull’onda del desiderio di imitazione della <hi rend="italic">mutatio vitae </hi>petrarchesca costruisce un romanzo che ha per protagonista un letterato giunto, più o meno, ai quarant’anni e di conseguenza portato a convertire il suo pensiero sui rapporti tra vita, studio letterario ed amore per le donne<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-019-backlink"><ref target="11.html#footnote-019">17</ref></hi></hi>. Più in un territorio tutto interno alla storia di Boccaccio si muove, invece, Marco Santagata nel leggere nell’opera quasi il sintomo di un furore «auto-distruttivo», originato da quell’accumularsi di traumi che caratterizzò la vita dell’autore nei primi anni sessanta del Trecento<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-018-backlink"><ref target="11.html#footnote-018">18</ref></hi></hi>. </p><p rend="text">In questa sede, aderendo ad una prospettiva anch’essa tutta interna alla storia dell’autore, potrebbe essere interessante aprire un ulteriore punto di vista su questo periodo enigmatico della produzione boccacciana da una finestra ancora poco frequentata, notando come i segni di una spaccatura stilistica e ideologica dalla natura simile a quella cui si è fin qui accennato, sulla scorta di una significativa bibliografia pregressa, per il <hi rend="italic">Corbaccio</hi>, possano riscontrarsi in un altro testo del suo autore, oggi però leggibile solo nella veste linguistica di un suo volgarizzamento. Un testo che, anche per i motivi legati alle particolari circostanze della sua trasmissione, è stato ancora poco affrontato dagli studi<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-017-backlink"><ref target="11.html#footnote-017">19</ref></hi></hi>. </p><p rend="text_top">2. L’<hi rend="italic">auctor-agens </hi>dell’<hi rend="italic">Epistola </hi>al Nelli, le cui carte dovettero posare sullo scrittoio di Boccaccio in un momento estremamente vicino alla composizione dell’<hi rend="italic">umile trattato</hi>, si muove sull’onda dell’urgenza della rielaborazione letteraria di un’esperienza traumatica sofferta in prima persona, lungo la stessa crepa che separa in poli opposti il linguaggio che dipinge le immagini grottesche di una realtà degradata e degradante, da quello dell’andamento più logico e razionalizzante con cui ricompone la sua nobile identità di letterato, uomo «dimestico delle Muse» (<hi rend="italic">Ep. </hi>XIII 78)<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-016-backlink"><ref target="11.html#footnote-016">20</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">Fuggito dopo sei mesi dall’ambiente disonorante della corte del regno di Napoli, gestita dalla figura controversa del Siniscalco Niccolò Acciaiuoli<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-015-backlink"><ref target="11.html#footnote-015">21</ref></hi></hi>, Boccaccio era stato provocato a ritornare con la scrittura su quell’esperienza da una lettera dell’amico Nelli, oggi completamente perduta, che doveva ricoprire i fatti dell’esperienza napoletana e i costumi dell’Acciaiuoli sotto i segni di un travestimento linguistico falsificante: </p><p rend="quotation_b">E benché la pestilenzia mi spaventi o mi contrasti il caldo della state, utile tempo mi conforti ad aspettare, e per la tua fede affermi che al desiderio mio troverò ogni cosa apparecchiata; affermando Mecenate tuo essersi vergognato quando udì il mio partire, però che a molti sia paruto che per sua colpa mi sia partito; e che, se fede m’avesse potuto prestare non sarebbe avvenuto che partito mi fussi; e se al tutto mi fussi voluto partire, con debiti onori e doni convenevoli me infino nella propria patria arebbe rimandato; ed altre cose più inframmetti non meno piacevoli che gravi, quasi quel primo ardore sia ito in cenere (<hi rend="italic">Ep. </hi>XIII 2).</p><p rend="text">Di fronte alle mistificazioni dell’amico, che cercava di ricomporre un’immagine del suo protettore conforme ai valori più alti degli ideali della magnificenza e della cortesia (qui leggibili nella sua pretesa adesione all’etica del dono e dell’ospitalità), la risposta di Boccaccio si scrive tutta nel segno della <hi rend="italic">gravitas</hi> (cfr. <hi rend="italic">Ep. </hi>XIII 3) e dell’<hi rend="italic">indignatio</hi> che lo inducono allo smascheramento violento della vera natura di una realtà che si è mostrata il completo rovesciamento delle vacue formule ornamentali sotto le quali si voleva presentare. Ciò che in un’altra lettera perduta di chi è antifrasticamente insignito del titolo di <hi rend="italic">Mecenate</hi> era stato proposto con l’inganno delle parole come invito a «partecipare seco le felicità sue» (<hi rend="italic">Ep. </hi>XIII 6) si scopre essere, nella verità dei fatti, l’ospitalità in una<hi rend="italic"> </hi>particella «disorevvole» (ivi,<hi rend="italic"> </hi>12). Una infima porzione di scarto tra gli splendidi possedimenti del Siniscalco, che viene rinominata<hi rend="italic"> </hi>«sentina», in un testo che insisterà a più riprese sulla denuncia del divario tra la dimensione dei nomi e quella delle cose che, agli occhi di Boccaccio, caratterizza la realtà politica organizzata intorno all’Acciaiuoli. </p><p rend="text">L’autore dell’<hi rend="italic">Epistola XIII </hi>rappresenta l’ambiente cortigiano in cui viene relegato dall’<hi rend="italic">abominevole </hi>magnificenza del suo ospite come un inferno quotidiano, fatto di oggetti designati – questa almeno la scelta dell’indiscutibilmente abile traduttore della lettera – con le allitterazioni caratteristiche del linguaggio comico-realistico: «cameruzza» (13)<hi rend="italic">, </hi>«letticiuolo» (13, 18, 49, 51)<hi rend="italic">, </hi>«una piccola tavoletta di spurcido canovaccio» (19), «lucernuzza di terra» (19); evoca i suoi frequentatori attraverso un elenco nomenclatorio che, in modo analogo a quello con cui il discorso dello spirito del <hi rend="italic">Corbaccio</hi> ricerca il <hi rend="italic">nomen </hi>adeguato alla vera natura di «questa femmina di cui parliamo, la quale più drittamente drago potrei chiamare» (<hi rend="italic">Corb. </hi>292), degrada fino al paragone animalizzante: «Dopo queste cose, a brigata, venieno di quinci e di quindi ghiottoni, manicatori, lusinghieri, mulattieri e ragazzi cuochi e guatteri, ed usando altro vocabolo, cani della corte e topi dimestichi» (<hi rend="italic">Ep</hi>. XIII 21). Nella filigrana del ritratto del prefetto della casa, «che pochi e piccoli lumi portando in mano, gli occhi lagrimanti per lo fummo, con roca voce e con la verga dà il segno della battaglia» (ivi,<hi rend="italic"> </hi>23) sembra agire, riacclimatata e rivissuta in una realtà quotidiana, dove realistiche lacrime provocate dal fumo si sostituiscono agli ultramondani <hi rend="italic">occhi di bragia</hi>, l’immagine del <hi rend="italic">Caron dimonio </hi>dantesco. </p><p rend="text">E su quanto l’ipotesto dell’<hi rend="italic">Inferno</hi>, tra l’altro notoriamente così ben presente nel <hi rend="italic">Corbaccio</hi>, potesse giocare un ruolo cruciale nell’immaginazione di Boccaccio che rielaborava l’esperienza napoletana scrivendo la lettera al Nelli, o almeno veniva richiamato alla memoria di chi leggeva la lettera per tradurla così bene, si incontra una testimonianza significativa, una spia, nell’utilizzo della voce verbale «ruinava» riferita alla «sozza ed incomposita turba»<hi rend="italic"> </hi>che l’autore si trova posta di fronte a tavola; voce verbale che nelle quattordici attestazioni che ne fornisce il corpus OVI dell’italiano antico ricorre dieci volte in commenti all’<hi rend="italic">Inferno </hi>della seconda metà del Trecento<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-014-backlink"><ref target="11.html#footnote-014">22</ref></hi></hi>: </p><p rend="quotation_b">Ma nel cospetto mio sozza ed incomposita turba ruinava; sanza comandamento aspettare, dove la fortuna gli concedeva, ciascuno alla mangiatoia si acconciava desideroso del cibo ed a mio dispetto spessissime volte verso costoro io voltava gli occhi, i quali quasi tutti vedeva con gli anari del naso umidi, con le gote livide, con gli occhi piangenti, in gravissima tossa essere commessi, e dinanzi a sé ad a me marcidi e rappresi umori sputare (<hi rend="italic">Ep</hi>.<hi rend="italic"> </hi>XIII 24).</p><p rend="text">Sulle pagine della lettera al Nelli, soprattutto nei primi paragrafi deputati alla descrizione della sentina, il comico cade con una pesantezza materica dal segno del tutto opposto alla <hi rend="italic">levitas </hi>di decameroniana memoria e piuttosto analoga a quella che si può riscontrare in alcuni luoghi del <hi rend="italic">Corbaccio</hi>. Nel frammento citato sopra, ad esempio, notiamo gli «spurcidi rumori rappresi» composti da grumi grotteschi simili a quelli con cui lo spirito del marito defunto tratteggia la figura della vedova mentre «tossisce e sputa farfalloni» (cfr. <hi rend="italic">Corb</hi>. 401).</p><p rend="text">Ma i contatti tra <hi rend="italic">l’Epistola </hi>XIII e l’<hi rend="italic">umile trattato </hi>sembrano poter andare ben al di là della condivisione di ipotesti, immagini, o di certi elementi stilistici. E del resto insistere troppo a lungo su aspetti del genere deve risultare abbastanza imprudente, considerando che il testo della lettera al Nelli disponibile al lettore odierno trova la sua ragion d’essere nell’opera di un traduttore – probabilmente operante a Firenze nel primo trentennio del Quattrocento – che avrebbe ben potuto deformare alcuni aspetti della lingua del quasi completamente perduto Boccaccio latino, magari riscrivendola attraverso la lente deformante della lingua di un’opera del Boccaccio volgare<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-013-backlink"><ref target="11.html#footnote-013">23</ref></hi></hi>. Intende, allora, rafforzare la legittimità di questo tentativo di avvicinamento tra i due testi la messa in rilievo di come l’<hi rend="italic">Epistola </hi>XIII condivida con il <hi rend="italic">Corbaccio</hi> uno dei suoi motivi strutturali. </p><p rend="text">In una maniera analoga a quella in cui il discorso suasorio dello spirito guida svela al protagonista <hi rend="italic">avviluppato</hi> dalle catene di un amore <hi rend="italic">malconcetto</hi> l’effettiva natura grottesca celata dietro agli artifici della vedova, la corrosiva penna dell’auctor-agens dell’<hi rend="italic">Epistola XIII</hi> si muove lungo il solco del divario tra «verità» ed «opinione delle cose» – usando i termini dicotomici che Boccaccio stesso presta al discorso dello spirtito del marito defunto nel <hi rend="italic">Corbaccio</hi> (418) –<hi rend="italic"> </hi>nel tratteggiare un espressionistico ritratto dall’interno di una realtà la cui immagine esteriore è fondata sulla falsità delle apparenze. Il tema è già anticipato nella descrizione di quella che, ancora facendo ricorso alla figura dell’antifrasi, viene definita la sua «casa reale», dove delle «travi dorate e la copertura di bianco elefante» (<hi rend="italic">Ep. </hi>XIII 19) tentano inutilmente di mascherare la vera natura di un ambiente che si rivela ai sensi del «vedere, del gusto e dell’udito» (<hi rend="italic">i</hi><hi rend="italic">bidem</hi>) in tutto il suo degrado infernale e può essere individuato come il motivo che struttura tutto il testo. </p><p rend="text">Attraverso una strategia smascherante avvicinabile a quella adottata dal discorso dello spirito del marito defunto, teso a rivelare la volgarità della vedova nascosta nell’intimità segreta della sua camera e della sua vita domestica, l’autore e personaggio della lettera al Nelli getta il suo «occhio da lupo cerviere» (<hi rend="italic">Ep. </hi>XIII 112) al di dentro del «conclavio» in cui si rinchiude Acciaiuoli, al di là delle figure dei «portinari» posti davanti alla sua camera a difesa della sua immagine sociale fallace: «acciò ch’ei paia ch’egli abbia molto a che fare della gravità del regno» (106). E per decostruire la falsa apparenza, l’opinione celestiale<hi rend="italic"> </hi>che di lui si son fatti gli <hi rend="italic">sciocchi </hi>che lo credono ricevuto nel <hi rend="italic">concestoro </hi>degl’iddi (109), ricorre – riacclimatando ad una dimensione prosastica e terrena il purgatoriale gesto di disvelamento di un altro spirito guida che già più volte è stato affiancato dagli studi all’intervento terapeutico del marito defunto del <hi rend="italic">Corbaccio</hi><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-012-backlink"><ref target="11.html#footnote-012">24</ref></hi></hi> – ad un’invenzione che sviluppa il motivo del puzzo del ventre: </p><p rend="quotation_b">O vero benché io non sia de’ suoi camerieri e non voglia essere, nondimeno conosco i costumi di camera – che in guarderobba per suo comandamento si poneva una seggiola, che quivi, non altrimente che nella sedia della sua maestà, vi siede, e, stando dintorno le femmine sue, veramente non puttane, che troppo disonesto parrebbe, né sirocchie né parenti né nipoti, intra’ troppo discordevoli romori del ventre ed il cacciare fuori del puzzolente peso delle budella gran consigli si tengono ed i propri fatti del Regno si dispongono, le prefetture si disegnano, a bocca si rende ragione, ed a’ re del mondo ed al sommo pontefice ed agli altri amici si dittano e scrivono e correggono lettere, i lusinghieri ed i Greculi insieme con le femmine sue approvanti; credendosi gli sciocchi, che aspettano nella corte, che egli, ricevuto nel concestoro degl’iddii, insieme con loro dello stato universale della republica tenga solenne parlamento (<hi rend="italic">Ep. </hi>XIII 108).</p><p rend="text">La postura dall’autore che scorge con gli «occhi del lupo cerviere» «quello che dentro alle camere di tali quale è esso si faccia» (112), riprendendo tra l’altro una massima del <hi rend="italic">De Casibus</hi> che nel testo della lettera al Nelli risuona con tutta l’urgenza storico-politica con cui Boccaccio doveva intendere i principi morali che affidava alle opere cosiddette erudite: </p><p rend="quotation_b">Multi quidem pretiose penduntur vestes ubi non considerantur animi vires, quas si <hi rend="italic">linceis oculis</hi> intuerentur principes, nulli dubium quin ex campis in curiam vocarentur agrestes et truderentur in <hi rend="italic">sterquilinium</hi> purpurati (<hi rend="italic">De Casibus </hi>III XVII 10).</p><p rend="text">Il motivo dello smascheramento, insomma, dà coesione strutturale a un testo che da un punto di vista dello stile si cuce invece attorno a una spaccatura<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-011-backlink"><ref target="11.html#footnote-011">25</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">Nell’<hi rend="italic">Epistola</hi> è possibile, infatti, distinguere due voci, che quasi si polarizzano: la rappresentazione della «disorrevole» sentina, come abbiamo cercato di far intravedere, attinge alle risorse della tradizione comico-realistica, rivissuta secondo toni ed evocando immagini che si richiamano all’<hi rend="italic">Inferno </hi>dantesco; all’altro polo si concentra un discorso che evoca alti concetti morali, dall’andamento che in alcuni punti vedremo ricalcare filigrane della filosofia classica. </p><p rend="text">In alcuni luogi del testo possiamo cogliere i due poli scontrarsi, generando lo <hi rend="italic">choc</hi> di <hi rend="italic">iuncture </hi>stridenti: «d’ogni bruttura recettacolo» (<hi rend="italic">Ep. </hi>XIII 8), «abominevole magnificenza» (67), oppure contrapposti l’uno vicino all’altro evidenziando la frattura che a quest’altezza della storia del cammino letterario di Boccaccio – cercando qui di stringere ulteriormente i nodi che legano la lettera al Nelli col <hi rend="italic">Corbaccio</hi> – sembra aprirsi tra il mondo delle Muse ed una realtà sociale irrimediabilmente degradata. </p><p rend="quotation_b">Tolga Dio questa vergogna da uomo usato nelle case di filosofia, dimestico delle Muse e conosciuto da uomini chiarissimi e avuto in pregio, che a modo delle mosche, con aggirare continuo vada ora le taverne del macello, ora quelle del vino. Cercando le carni corrotte ed il vino fracido, e, portando la teglia in mano, i fornai visiti ed i farsettai e le femminelle che vendono i cavoli, per portare ésca ai colombi comperata con piccolo pregio (<hi rend="italic">Ep. </hi>XIII 78).</p><p rend="text">Frattura che, se osservata dalla specola dell’<hi rend="italic">Epistola </hi>XIII, non si potrà leggere in alcun modo nel segno di una misoginia che rinneghi filoginie del passato, ma piuttosto come conseguenza di una politica asservente e degradante messa in atto da chi, rinnegando il valore della <hi rend="italic">pietas</hi> e della vocazione ministeriale che deve legittimare ogni potere fondato sull’<hi rend="italic">aequitas naturalis</hi>, idee così fondamentali per l’autore del <hi rend="italic">Decameron</hi> (ultimamente ben messe in rilievo dal recente commento all’opera curato da Marco Veglia)<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-010-backlink"><ref target="11.html#footnote-010">26</ref></hi></hi>, assume – ancora un passaggio dall’impegno erudito all’urgenza del giudizio sul proprio presente – i tratti che Boccaccio, sempre nel <hi rend="italic">De Casibus</hi>, nel capitolo <hi rend="italic">In superbos reges </hi>descriveva come propri del tiranno: «Meminisse quippe presidentes debent non esse populos servos, sed condervos» (<hi rend="italic">De Casibus </hi>II V 3).</p><p rend="quotation_b">Però che noi così il collo al <hi rend="italic">giogo</hi> sottomettiamo, che il carro al senno del carradore tiriamo, ma esso dalla parte sua intorno a’bisogni di coloro che tirano debba essere desto; la qual cosa niuna mai che questo tuo Mecenate avere fatto o fare è certissimo […] al postutto a lui è niuna benignità dei miseri che il servono […] non altrimenti era da pietà mosso a’ miseri che il servono che essi fussono Arabi o Indi o bestie selvatiche (<hi rend="italic">Ep</hi>. XIII 94-95).</p><p rend="text">Liberarsi da questa realtà, rivelarne la natura che si può celare dietro all’«estimazione di molti» (<hi rend="italic">Ep. </hi>XIII 136), significa per Boccaccio sganciarsi da un «giogo» politico, che sembra condividere alcuni tratti di quello che nell’invenzione dell’<hi rend="italic">umile trattato</hi> è invece il giogo del folle amore: «Quando follemente il collo sotto lo importabile <hi rend="italic">giogo</hi> di colei alla quale una gran salmista parea essere, sottomettesti» (<hi rend="italic">Corb. </hi>291).</p><p rend="text">Il tentativo di decostruzione dell’immagine dell’Acciaiuoli portato avanti dal testo dell’<hi rend="italic">Ep.</hi>XIII mostra forti contatti con l’universo del <hi rend="italic">Corbaccio</hi> anche da un punto di vista tematico. Al pari della vedova che nella dimensione del privato delle sue missive d’amore degrada la cultura letteraria a vezzo ornamentale, ingegnandosi di mostrare d’avere qualche opinione filosofica, scrivendo parole che rimate <hi rend="italic">pareano</hi> ma non erano (cfr. <hi rend="italic">Corb.</hi> 160), nella solita sua perversione dei rapporti tra «apparenza» ed «esistenza» (cfr. <hi rend="italic">Corb. </hi>418), il Gran Siniscalco «tanto ardentemente desidera d’essere tenuto litterato ed amico delle muse, che quasi niuna cosa più sollicitamente faccia appare: non di certo ch’ei sia ma ch’ei paia con cio che essere si creda» (<hi rend="italic">Ep</hi>.<hi rend="italic"> </hi>XIII 163); in un corto-circuito alienante dei rapporti tra l’essere e l’apparire che può emergere come uno dei <hi rend="italic">thèmes obsédants</hi> per la scrittura di Boccaccio di questi anni, se si tiene qui vicina anche l’altra figura corbaccesca di colui che «i suoi vicini chiamano» «non perch’ei sia ma perché gli pare essere» il «secondo Absalone» (<hi rend="italic">Corb</hi>.<hi rend="italic"> </hi>170). </p><p rend="text">A dimostrazione di come nell’<hi rend="italic">Epistola XIII</hi>, lungi dall’essere leggibile come mero sfogo per l’amara delusione contingente dello sfortunato soggiorno napoletano del 1363, confluiscono riflessioni maturate da Boccaccio in tempi non sospetti, il motivo già anticipato in una lettera a Barbato da Sulmona dell’anno precedente della denuncia dell’«ostentatio» che si cela dietro ai «vota» (<hi rend="italic">Ep</hi>.<hi rend="italic"> </hi>XII 2) dei potenti di acquisire familiarità con la cultura letteraria (in quel caso il letterato rispondeva all’amico che intercedeva sempre per l’Acciaiuoli che aveva manifestato il desiderio di vedere pubblicato l’<hi rend="italic">Africa</hi> di Petrarca) prende ora corpo in una rappresentazione in presa diretta, ancora una volta smascherante, delle strategie ostentative messe in atto dal Siniscalco «acciò ch’ei paia doversi approvare quello ch’ei desidera» (<hi rend="italic">Ep. </hi>XIII 166):</p><p rend="quotation_b">Suscepi, dilectissime vir, epistolam tuam cum interclusa ab illustribus viris celesti homini Francisco Petrarce transmissa: quas dum non contentus legisse semel, iterum et tertio legerem, non aliter quam si eorum inmistus colloquio astitissem, <hi rend="italic">vota</hi> talium comprehendisse sum ratus. Hec etenim, urgente <hi rend="italic">ostentatione</hi> quadam qua creduli falluntur plurimum, impetu primo amplissimis in patulum verbis effunditur, et illico carioribus supervenientibus curis in nichilum facile disgregatur (<hi rend="italic">Ep</hi>.<hi rend="italic"> </hi>XII 1-3).</p><p rend="quotations_quotation_b3">Lui spesse volte veggiamo intra’ più sommi sedere, e parlare e recitare storiuzze note alle feminelle, ed alcuna volta mandare fuori parole che sanno un poco di grammatica, libri palesemente trassinare e leggere alcuni versicciuoli; tutti ancora libri per ragione o per forza o per dono o per prezzo o per rapina aggregare, comporre nello scrittoio, e spessissime volte, mentre che nel parlare si cade nel nome di alcuno dire, non altrimenti che se tutto l’avesse letto, sé averlo nell’armario (<hi rend="italic">Ep</hi>.<hi rend="italic"> </hi>XIII 170).</p><p rend="text">Lo sguardo di un sociologo moderno come quello di Pierre Bordieu, passando attravero il filtro delle riflessioni economico-filosofiche di Marx, avrebbe potuto riconoscere in questo ritratto delle ansie di nobiltazione sociale del Gran Siniscalco già quel tratto tipico dell’etica piccolo-borghese che fonda l’identità sul possesso esclusivo di qualcosa<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-009-backlink"><ref target="11.html#footnote-009">27</ref></hi></hi>. Boccaccio, per rimanere fedele alla sua prospettiva storica, ragiona sulla scorta delle categorie dell’<hi rend="italic">Etica Nicomachea </hi>di Aristotele. </p><p rend="text">Nell’ultima parte della lettera, varcando definitivamente la linea della frattura tra la sezione del testo intessuta di stilemi comici, deputata a tratteggiare scene, il linguaggio della lettera al Nelli si approsima a quello di un trattatto. L’urgenza della scrittura pare sempre dettata dalla volontà di denunciare lo scarto tra i travestimenti linguistici dei titoli: «i titoli non fanno gli uomini degni di loda quantunque sieno chiari» (145) e dei nomi: «Altri vogliono questo tuo Mecenate essere magnifico, perché al suo nome paia rispondere la virtù» (188); ma l’argomentazione ricorre ora a strumenti concettuali che calcano filigrane del pensiero filosofico.</p><p rend="text">La falsa immagine dell’Acciaiuoli che lo vorrebbe aderente ai valori delle due virtù trattate nel quarto libro dell’etica nicomachea della magnificenza e della magnanimità, ovvero sia della <hi rend="italic">cortesia</hi> che del <hi rend="italic">valor</hi> – intendendo con il Boccaccio delle <hi rend="italic">Esposizioni</hi> la prima come la virtù civile della liberalità, il secondo invece più pertinente alla ricerca di onore e di alte imprese – è fatta bersaglio di un discorso <hi rend="italic">destruens</hi> tutto intriso di reminiscenze peripatetiche e poi tomistiche<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-008-backlink"><ref target="11.html#footnote-008">28</ref></hi></hi>. Nello smontare il <hi rend="italic">volgare giudizio</hi>: «Magnanimo il dicono molti» (<hi rend="italic">Ep</hi>.<hi rend="italic"> </hi>XIII 180) che gli attribuisce in dote la virtù della magnanimità «che è bellezza e glorioso ornamento della virtù», l’autore della lettera al Nelli rievoca la definizione aristotelica dell’<hi rend="italic">Etica Nicomachea</hi>, qui forse più vicina al commento tomistico delle <hi rend="italic">Sententia</hi>: «Magnanimitas videtur esse ornatus quidam omnium virtutum»<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-007-backlink"><ref target="11.html#footnote-007">29</ref></hi></hi>, seguendo tra l’altro con maggiore fedeltà Aristotele e Tommaso, rispetto al discorso di Neifile che nella prima novella della Decima giornata la riscriveva nel suo stile come propria invece della magnificenza<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-006-backlink"><ref target="11.html#footnote-006">30</ref></hi></hi>. E sempre sulla scorta dello Stagirita, in contrasto con l’etica utilititaristica – tenace eredità delle sua origini mercantili – dell’Acciaiuoli «ricevitore spontaneo e non desideroso donatore» (<hi rend="italic">Ep.</hi> XIII 186), è evocato l’atteggiamento disinteressato che contraddistingue il vero magnanimo nell’elargizione dei benefici: «è il magnanimo spontaneo facitore di doni, non desideroso ricevitore», «Et potens benefacere, beneficiatus autem verecundatur» (Aristotele, <hi rend="italic">Ethica</hi>, IV, 8, 1124b, 9)<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-005-backlink"><ref target="11.html#footnote-005">31</ref></hi></hi>. Mentre la definizione della virtù come <hi rend="italic">habitus</hi> che non può essere acquisito attraverso gli estemporanei movimenti di liberalità dai fini utilitaristici che nel giudizio di Boccaccio, certo carico anche di una non trascurabile dose di risentimento personale nei confronti del potente concittadino, caratterizzano il comportamento del Siniscalco (cfr. <hi rend="italic">Ep. </hi>XIII 188) – definizione di ascendenza ancora peripatetica – sembra qui discendere dal Cicerone del <hi rend="italic">De Inventione</hi>: «nam virtus est animi habitus naturae modo atque rationi consentaneus» (<hi rend="italic">De Inventione </hi>II 115), «la virtù abituata nell’animo, per la quale l’uomo è meritatamente detto virtuoso» (<hi rend="italic">Ep</hi>.<hi rend="italic"> </hi>XIII 188). </p><p rend="text">Passando poi a denunciare la sua falsa adesione ai valori socio-economici della magnificenza, paradigmatici dell’etica cortese, Acciaiuoli è descritto da Boccaccio piuttosto come caratterizzato dal vizio opposto della <hi rend="italic">praesumptio</hi>: </p><p rend="quotation_b">[…] ponit actum huius vitii [scil. praesumptionis] qui consistit in quadam exteriori magnificatione, in quantum scilicet magnificant seipsos. Primo quidem quibusdam exterioribus signis, dum scilicet ornatis utuntur <hi rend="italic">vestibus</hi>, et etiam figura ornantur <hi rend="italic">pompose</hi> incedens, et alia huiusmodi faciunt ad manifestandum excellentiam suam in exterioribus bonis fortunae (Tommaso, <hi rend="italic">Sententia libri ethicorum</hi> IV, 11, 6).</p><p rend="text">È tutta su un apparato di fallaci apparenze esteriori, «egli va nobilmente <hi rend="italic">vestito </hi>di porpora» (<hi rend="italic">Ep. </hi>XIII 196), «come sciocco desidera dalle cose di fuori quello che intra sé vuole» (ivi, 233), costruito sugli inganni di «colorate finzioni» (198) finalizzati alla ricerca della «<hi rend="italic">pompa</hi> della ventosa gloria» (194), che si fonda la falsa<hi rend="italic"> estimazione</hi> – per dirla con lo spirito del marito nel <hi rend="italic">Corbaccio</hi> – di coloro che giudicano l’Acciaiuoli magnifico. Rovesciando i fondamenti dell’etica aristotelica e poi cortese che volevano, come il Nelli doveva ben sapere secondo l’inciso provocatorio della lettera, fosse «cosa del magnifico <hi rend="italic">saviamente</hi> spendere gran cose e per <hi rend="italic">cagione di bene</hi>», «Et liberalis dabit igitur dabit <hi rend="italic">boni gratia</hi> et <hi rend="italic">recte</hi>» (Aristotele, <hi rend="italic">Etica</hi>, IV, 2, 1120a, 23-31), dietro ogni grande elargizione del Siniscalco la penna dissacrante di Boccaccio scopre l’intenzione nascosta della ricerca dell’utile personale: «il che non si debbe negare ch’e lo fece alcuna volta, ma non per cagione di bene, anzi di guadagno» (<hi rend="italic">Ep. </hi>XIII 194). </p><p rend="text">Non è tra l’altro da escludere che nella mente dell’autore di questo ritratto corrosivo degli inganni di un falso magnifico potesse agire, oltre che la lezione di Aristotele, anche una canzone del Dante politico-dottrinale, che proprio in quel giro di anni Boccaccio stava copiando nel codice <hi rend="italic">Chig. Lat. Vat. 176</hi>, affianco alla già rievocata <hi rend="italic">Commedia</hi>, nel <hi rend="italic">corpus</hi> delle <hi rend="italic">Quindici distese</hi>. La strategia di superficiale strumentalizzazione dei valori socio-economici cortesi a mero apparato esornativo era già stata denunciata nella canzone dantesca <hi rend="italic">Poscia ch’Amor del tutto m’ha lasciato </hi>come tipica della nuova ricchezza che si affacciava al primo piano della scena politica nel suo ambiente comunale alla ricerca di una legittimazione simbolica del proprio <hi rend="italic">status</hi>; canzone che insisteva su temi di natura simile a quelli proposti poi dall’autore dell’<hi rend="italic">Epistola </hi>XIII per decostruire l’immagine sociale del Siniscalco<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-004-backlink"><ref target="11.html#footnote-004">32</ref></hi></hi>:</p><p rend="quotation_b">Sono che per gittar via loro avere</p><p rend="quotation_b">credon potere</p><p rend="quotation_b">capere là dove li boni stanno</p><p rend="quotation_b">[…]</p><p rend="quotation_b">Ma lor messione a’ bon’ non può piacere,</p><p rend="quotation_b">perché tenere savere fora e fuggirieno il danno</p><p rend="quotation_b">che s’agiunge a lo ’nganno</p><p rend="quotation_b">di loro e della gente</p><p rend="quotation_b">c’hanno falso giudicio in lor sentenza.</p><p rend="quotation_b">Qual non dira fallenza </p><p rend="quotation_b">Divorar cibo ed a lussuria intendere,</p><p rend="quotation_b"><hi rend="italic">ornarsi come vendere</hi></p><p rend="quotation_b"><hi rend="italic">si dovesse al mercato d’i non saggi</hi>?</p><p rend="quotation_b"><hi rend="italic">ch’el saggio non pregia om per vestimenta,</hi></p><p rend="quotation_b">ch’altrui sono ornamenta,</p><p rend="quotation_b">ma pregia il senno e li gentil coraggi<hi rend="italic"> </hi>(Dante, <hi rend="italic">Poscia ch’amor</hi>, 20-38).<hi rend="italic"> </hi></p><p rend="text">Canzone dove Dante, inoltre, a rafforzare l’ipotesi del contatto tra i due testi, <hi rend="italic">cantava contro</hi> anche lo stesso atteggiamento di ostentazione della cultura – ancora qui finalizzato alla costruzione di una propria immagine fondata sul culto delle apparenze esterne – che abbiamo incontrato poco sopra nella parte dell’<hi rend="italic">Epistola </hi>XIII deputata a ritrarre l’Acciaiuoli nell’atto di millantare il suo sapere letterario:</p><p rend="quotation_b">E altri son che, per esser ridenti, </p><p rend="quotation_b">d’intendimenti </p><p rend="quotation_b">correnti voglion esser giudicati</p><p rend="quotation_b">veggendo rider cosa</p><p rend="quotation_b">che lo ’ntelletto cieco non la vede.</p><p rend="quotation_b"><hi rend="italic">E’ parlan con vocaboli eccellenti,</hi></p><p rend="quotation_b"><hi rend="italic">vanno spiacenti,</hi></p><p rend="quotation_b"><hi rend="italic">contenti che dal vulgo sian mirati</hi> (Dante,<hi rend="italic"> Poscia ch’amor</hi>, 29-37).</p><p rend="text">Tra gli estremi della lettera al Nelli possiamo dunque scorgere Boccaccio muoversi da un polo all’altro della sua cultura <hi rend="italic">permixta</hi><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-003-backlink"><ref target="11.html#footnote-003">33</ref></hi></hi>, nel ricucire un testo, che allontanandosi dagli «equilibri dinamici» del <hi rend="italic">Decameron</hi> mostra i segni di una spaccatura. Intorno come ad una crepa, leggiamo ad un lato distendersi lo stile espressionistico, dove confluiscono risorse della lingua comica e dell’<hi rend="italic">Inferno</hi> dantesco a tratteggiare l’immagine di una realtà politica degradata e degradante, indegna di albergare chi sia «dimestico delle muse»; al lato opposto i contenuti alti di una riflessione etica condotta sulla scorta dei classici e verosimilmente anche della poesia politico-dottrinale dantesca. </p><p rend="text">Potrebbe essere, in conclusione, significativo soffermarsi a rilevare come nella lettera al Nelli il motivo più profondo di una spaccatura stilistica simile a quella che si legge nel <hi rend="italic">Corbaccio</hi> sia da ricercare, piuttosto che in una palinodia dei valori del passato, tutto nell’inconciliabilità degli stessi valori etico-politici sottesi al libro cognominato <hi rend="italic">Prencipe Galeotto </hi>con la realtà sofferta sulla propria persona alla corte napoletana. La realtà rappresentata nell’<hi rend="italic">Epistola </hi>XIII è sia dal punto di vista estetico – ancora giusta Aristotele che vuole tratto caratterizzante del magnifico il valore dell’ospitalità decorosa: «Magnifici autem et habitacionem preparare decenter diviciis; hornatus quidem enim et hec et circa magis sumptus facere» (<hi rend="italic">Ethica</hi>, IV, 5, 1123a, 6-7) – che etico, il completo rovesciamento dell’ideale di vita incarnato dai giovani della lieta e onesta brigata.</p><p rend="text">La lettura dell’<hi rend="italic">Epistola </hi>al Nelli sembra suggerire l’idea che Boccaccio possa aver maturato la convinzione – quasi rovesciamento della trama ideografica proposta dall’<hi rend="italic">Introduzione</hi> alla Quarta giornata del <hi rend="italic">Decameron</hi> – dell’impossibile convivenza del poeta con una dimensione sociale che lo vorrebbe conforme ai suoi costumi degradati, anche sotto la guida di un certo giudizio sulla realtà socio-politica del suo tempo: </p><p rend="quotation_b">Tu aresti voluto che io, guidato dall’esempio tuo, avessi infino al fine della vita sostenuti questi fastidi […] acciò che con la mia pigrizia io rendessi te scusato? Tolga Dio questa vergogna da uomo […] dimestico delle Muse (<hi rend="italic">Ep. </hi>XIII 79). </p><p rend="text">Nella denuncia dell’atteggiamento compromissorio dell’amico Nelli, assoldato al servizio della corte di Napoli con la funzione amministrativa di spenditore, risuona la rivendicazione della natura del poeta, inattaccabile dalla corruzione etica della città, che avrà eco lunga fino alle pagine della <hi rend="italic">Genealogia Deorum Gentilium</hi>, quando il desiderio di solitudine dell’<hi rend="italic">homo studiosus </hi>sarà difeso dagli attacchi di chi mostra attitudini al conformismo verso il basso simili a quella rimproverata allo «spenditore del Gran Siniscalco» dall’auctor-agens dell’<hi rend="italic">Epistola </hi>XIII: «Mos enim hominum damnatorum est summe cupere sibi ceteros esse conformes, ut sua alieno crimine aut pallient, aut defendant» (<hi rend="italic">Genealogia</hi> XIV 11 9).</p><p rend="text">Si vorrebbe cercare allora di chiudere il cerchio di questi che vogliono presentarsi come primi appunti di lettura sul testo della lettera al Nelli tornando alla domanda di fondo con cui si è preso avvio. Ovviamente la stagione della produzione letteraria boccacciana posteriore al <hi rend="italic">Decameron </hi>evoca una serie di questioni assai complesse e dibattute che vanno ben al di là di quanto qui si è saputo affrontare; tuttavia i fili che si possono rintracciare sparsi tra le pagine che in quegli anni dovettero posare sullo scrittoio di Boccaccio – frutto della sua produzione originale, oggetto della sua attività di copista, od ospiti privilegiati della sua biblioteca – e che ci è sembrato di poter riannodare intorno al testo dell’<hi rend="italic">Epistola </hi>XIII sembrano incoraggiare a prendere in considerazione la lettera al Nelli come un punto di osservazione privilegiato per un’ulteriore tentativo di messa fuoco della natura del rapporto che intercorre tra questa stagione e la precedente. Se la lettura di un’opera come il <hi rend="italic">Corbaccio</hi> ha portato molti studi a riflettere acutamente sulle rotture occorse a questa altezza della parabola letteraria boccacciana rispetto ad alcune dell’idee sottese all’architettura del <hi rend="italic">Decameron</hi>, dalla vicina lettera al Nelli sembrano, invece, emergere chiare tracce di una continuità di rotta, almeno nella fedeltà a ben determinati valori etico-politici<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-002-backlink"><ref target="11.html#footnote-002">34</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">L’indagine su alcuni possibili ipotesti dell’<hi rend="italic">Epistola XIII</hi> e sui suoi rapporti intertestuali con altre opere boccacciane – in <hi rend="italic">primis </hi>con il <hi rend="italic">Corbaccio </hi>– di cui qui si sono raccolti alcuni risultati, ci porterebbe ad evidenziare come, piuttosto che recare i segni di una brusca rottura col passato o di una palinodia della visione ideale del «mondo sociale» sottesa alla precedente produzione in volgare<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-001-backlink"><ref target="11.html#footnote-001">35</ref></hi></hi>, un testo che si è cercato di mostrare significativamente vicino all’opera spesso letta «come l’annuncio della scelta positiva che cancella la vecchia pratica ideologica e letteraria»<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-000-backlink"><ref target="11.html#footnote-000">36</ref></hi></hi> tragga il suo spessore satirico da un’esperienza vissuta e poi rielaborata letterariamente da Boccaccio, invece, tutta nel segno della lunga fedeltà ad un insieme di valori ora violentemente contrapposti ad una realtà politica del suo presente, irrimediabilmente degradata, che ai suoi occhi si presentava – o così volle rappresentarla ai suoi lettori – come il loro grottesco rovesciamento. </p><p rend="h2">Bibliografia </p><p rend="bib_indx_bib">Alighieri D., <hi rend="italic">Rime</hi>, D. De Robertis (a cura di), Sismel-Edizioni del Galluzzo, Firenze 2005.</p><p rend="bib_indx_bib">Aristoteles Latinus, <hi rend="italic">Ethica Nicomachea</hi>, translatio Roberti Grossetesti Lincolniensis, ed. R.A. Gauthier, Brill-Desclée De Brouwer, Leiden-Bruxelles 1973.</p><p rend="bib_indx_bib">Auzzas G., <hi rend="italic">L’epistola a Francesco Nelli</hi>, in M. Marchiaro, S. Zamponi (a cura di), <hi rend="italic">Boccaccio letterato. Atti del convegno internazionale (Firenze-Certaldo, 10-12 ottobre 2018)</hi>, Firenze 2015, pp. 339-350.</p><p rend="bib_indx_bib">Bàrberi Squarotti G., <hi rend="italic">Visione e ritrattazione: il Corbaccio</hi>, «Italianistica», 21, 1992, pp. 549-562.</p><p rend="bib_indx_bib">Bausi F., <hi rend="italic">Gli spiriti magni. Filigrane aristoteliche e tomistiche nella decima giornata del “Decameron”</hi>, «Studi sul Boccaccio», 27, 1999, pp. 205-253.</p><p rend="bib_indx_bib">Bazzocchi M.A., <hi rend="italic">Delocalizzare il Decameron</hi>, in G.M. 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Branca, Mondadori, Milano 1992.</p><p rend="bib_indx_bib">Boccaccio G., <hi rend="italic">Decameron</hi>, M. Veglia (a cura di), Feltrinelli, Milano 2020.</p><p rend="bib_indx_bib">Bordieu P., <hi rend="italic">La distinzione. Critica sociale del gusto</hi>, il Mulino, Bologna 1983.</p><p rend="bib_indx_bib">Bruni F., <hi rend="italic">Boccaccio e l’invenzione della letteratura mezzana</hi>, il Mulino, Bologna 1990.</p><p rend="bib_indx_bib">Bruni F., <hi rend="italic">Dal ‘De vetula’ al ‘Corbaccio’: l’idea dell’amore e i due tempi dell’intelletuale</hi>, in Id., <hi rend="italic">Testi e chierici</hi>, Marietti, Torino 2000, pp. 239-288.</p><p rend="bib_indx_bib">Dionisotti C., <hi rend="italic">Per una storia della lingua italiana</hi>, in Id., <hi rend="italic">Geografia e storia della letteratura italiana</hi>, Einaudi, Torino 1967, pp. 89-124.</p><p rend="bib_indx_bib">Fenzi E., <hi rend="italic">«Sollazzo» e «leggiadria». 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Filotico <hi rend="italic">et al. </hi>(a cura di),<hi rend="italic"> Aimer ou ne pas aimer. Elegia di madonna Fiammetta et Corbaccio</hi>, Sourbonne Nouvelle, Paris 2018, pp. 93-106.</p><p rend="bib_indx_bib">Marcozzi L., <hi rend="italic">Strutture discorsive, ribaltamento, palinodia letteraria</hi>, in A.P. Filotico <hi rend="italic">et al. </hi>(a cura di),<hi rend="italic"> Aimer ou ne pas aimer. Elegia di madonna Fiammetta et Corbaccio</hi>, Sourbonne Nouvelle, Paris 2018, pp. 224-245.</p><p rend="bib_indx_bib">Mazzacurati G., <hi rend="italic">Rappresentazione</hi>, in R. 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Siti e S. de Laude (a cura di), <hi rend="italic">Saggi sulla politica e sulla società</hi>, Mondadori, Milano 1999, pp. 599-600.</p><p rend="bib_indx_bib">Pasolini P.P., <hi rend="italic">I racconti di Canterbury</hi>,<hi rend="italic"> </hi>in W. Siti e S. de Laude (a cura di), <hi rend="italic">Saggi sulla politica e sulla società</hi>, Mondadori, Milano 1999, p. 1394.</p><p rend="bib_indx_bib">Pinto R., <hi rend="italic">La logica del mercado en las premeras reflexiones de Dante sobra l’Economia</hi>, «Revista Española de Filosofía Medieval», XXVII (1), 2020, pp. 67-82.</p><p rend="bib_indx_bib">Rico F.,<hi rend="italic"> Ritratti allo specchio (Boccaccio, Petrarca)</hi>, Antenore, Roma-Padova 2012, pp. 97-131.</p><p rend="bib_indx_bib">Russo C., <hi rend="italic">Per la fortuna quattrocentesca di Giovanni Boccaccio, tre lettere in volgare nei codici di Pistole e Dicerie</hi>, in S. Zamponi (a cura di), <hi rend="italic">Intorno a Boccaccio / Boccaccio e dintorni 2016. 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La gentilezza, la Vita Nuova e il Canzoniere del Corbaccio</hi>, «Chroniques italiennes web» 36, 2/2018, pp. 180-204.</p><p rend="bib_indx_bib">Tufano, <hi rend="italic">Dall’Elegia di Madonna Fiammetta al Corbaccio</hi>, in <hi rend="italic">Aimer ou ne pas aimer.Boccace, Elegia di madonna Fiammetta et Corbaccio, </hi>cit., pp. 107-123.</p><p rend="bib_indx_bib">Veglia M.,<hi rend="italic"> Il corvo e la sirena, cultura e poesia nel Corbaccio</hi>, Istituti poligrafici internazionali, Pisa-Roma 1998.</p><p rend="bib_indx_bib">Veglia M., <hi rend="italic">La vita lieta. Una lettura del Decameron</hi>, Longo editore, Ravenna 1999.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="11.html#footnote-035-backlink">1</ref></hi>	Il contributo approfondisce e rielabora alcune parti della mia tesi di laurea magistrale, discussa all’Università di Siena nella sessione autunnale dell’a.a. 2019-2020. Desidererei porgere qui un sentito ringraziamento alla prof.ssa Natascia Tonelli, docente relatrice della tesi, per la generosa disponibilità con cui ha indirizzato e seguito i passi di questa ricerca. Per il lavoro sono stati assai preziosi anche le indicazioni e i consigli della prof.ssa Fiammetta Papi, correlatrice della tesi, che altrettanto sentitamente vorrei ringraziare. </p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="11.html#footnote-034-backlink">2</ref></hi>	Cit. da P.P. Pasolini, <hi rend="italic">Abiura della Trilogia della vita</hi> in <hi rend="italic">Saggi sulla politica e sulla società</hi>, W. Siti e S. de Laude (a cura di), Mondadori, Milano 1999, pp. 599-600. Lo scritto era precedentemente apparso tra le colonne del «Corriere della Sera»<hi rend="italic"> </hi>del 9 novembre 1975.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="11.html#footnote-033-backlink">3</ref></hi>	L’espressione è tratta dall’intervista <hi rend="italic">I racconti di Canterbury </hi>leggibile in Pasolini, <hi rend="italic">Saggi sulla politica e sulla società</hi>, cit. Nello specifico a p. 1394 Pasolini esprime così la sua idea del ‘secondo’ Boccaccio: «Ma periodi di libertà come quello sono destinati a finire presto. Da vecchio Boccaccio divenne un bigotto».</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="11.html#footnote-032-backlink">4</ref></hi>	Un’analisi degli aspetti estetici ed ideologici sottesi all’operazione di trasposizione cinematografica del <hi rend="italic">Decameron </hi>da parte di Pasolini è stata condotta da M.A. Bazzocchi nel suo <hi rend="italic">Delocalizzare il Decameron</hi>, in G. M. Anselmi <hi rend="italic">et al.</hi> (a cura di), <hi rend="italic">Boccaccio e i suoi lettori</hi>. <hi rend="italic">Una lunga ricezione</hi>, il Mulino, Bologna 2013, pp. 149-162.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="11.html#footnote-031-backlink">5</ref></hi>	Si rimanda alla nota 1.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="11.html#footnote-030-backlink">6</ref></hi>	Si cita il testo da G. Boccaccio, <hi rend="italic">Corbaccio</hi>, G. Natali (a cura di), Mursia, Milano 1992. L’edizione commentata da Natali riproduce il testo critico e la numerazione dei paragrafi dell’edizione di T. Nurmela. </p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="11.html#footnote-029-backlink">7</ref></hi>	Su quanto fossero storicamente innovativi i contenuti del cap. VIII del Libro XV della <hi rend="italic">Genealogia Deorum Gentilium </hi>ha scritto per primo Eugenio Garin nel suo saggio <hi rend="italic">Le Favole antiche </hi>in E. Garin, <hi rend="italic">Medioevo e Rinascimento, </hi>Laterza, Roma-Bari 1984, pp. 70-74. Mentre all’interno della ricca messe di studi recenti dedicati all’opera, sempre riguardo all’aspetto cui qui si è velocemente accennato, si trova necessario almeno il rimando ad un saggio di Bodo Guthmüller, dove, attraverso il confronto dell’impianto della <hi rend="italic">Genealogia</hi> con il metodo di interpretazione allegorica messo in atto dal francescano e poi benedettino Pierre Bersuire nel suo praticamente contemporaneo <hi rend="italic">Ovidius Moralizatus</hi>, viene ben messo in evidenza come Boccaccio escluda dal suo orizzonte di interprete dei miti pagani ogni tipo di «interpretazione cristiana degli autori antichi». Cfr. B. Guthmüller, <hi rend="italic">Il mito tra teologia e poetica,</hi> «Intersezioni», XXXI (2), 2011, pp. 219-230. Qui cit. da p. 277. Dello stesso cfr. anche Id., <hi rend="italic">Giovanni Dominici lettore della Genealogia. La polemica religiosa contro lo studio degli antichi poeti</hi>,<hi rend="italic"> </hi>in Anselmi <hi rend="italic">et al</hi>. (a cura di), <hi rend="italic">Boccaccio e i suoi lettori</hi>, cit., pp. 263-277. Sul senso di un’operazione culturale che, se inserita all’interno della biografia intellettuale di Boccaccio, «ha il sapore di un testamento» è intervenuta recentemente S. Nobili, <hi rend="italic">La tecnica dell’innesto. Boccaccio e i miti pagani</hi>, «Studi sul Boccaccio», 48, 2020, pp. 99-120. Qui cit. da p. 100.     </p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="11.html#footnote-028-backlink">8</ref></hi>	M. Marti, <hi rend="italic">Per una meta-lettura del ‘Corbaccio’</hi>,<hi rend="italic"> </hi>«Giornale storico della letteratura italiana», 103, 1976, pp. 60-86. Cit. da p. 69.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="11.html#footnote-027-backlink">9</ref></hi>	Il rimando è a F. Bruni, <hi rend="italic">Boccaccio e l’invenzione della letteratura mezzana, </hi>Il Mulino, Bologna 1990. Mentre la citazione è tratta da Id., <hi rend="italic">Dal ‘De vetula’ al ‘Corbaccio’</hi>: <hi rend="italic">l’idea dell’amore e i due tempi dell’intellettuale</hi>, ora in <hi rend="italic">Testi e chierici</hi>, Marietti, Torino 2000, pp. 239-288. Cit. da p. 267. </p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="11.html#footnote-026-backlink">10</ref></hi>	Per Bàrberi Squarotti nel <hi rend="italic">Corbaccio</hi>: «la maliziosa e divertita ragione del privilegio del pubblico femminile […], viene mostrata nell’opposta faccia dell’identificazione perché le Muse sono un’allegoria, e in questo ambito metaforico è da vedere la loro condizione di donne, là dove nulla nella realtà effettiva del mondo esiste che possa minimamente avvicinare le donne vere […] alla sublimità dell’Arte letteraria impersonata dalle Muse». Cit. da G. Bàrberi Squarotti, <hi rend="italic">Visione e ritrattazione</hi>: <hi rend="italic">il Corbaccio,</hi> «Italianistica», 21, 1992, pp. 549-562. Qui cit. da p. 551.<hi rend="italic"> </hi>Recentemente Luca Marcozzi ha offerto alcune ulteriori considerazioni sul significato meta-letterario dell’opera, che esclude le donne dal suo «orizzonte comunicativo» nel suo intervento <hi rend="italic">Strutture discorsive, ribaltamento, palinodia letteraria</hi>, in A.P. Filotico <hi rend="italic">et al</hi>. (a cura di), <hi rend="italic">Aimer ou ne pas aimer. Boccace</hi>, <hi rend="italic">Elegia di madonna Fiammetta et Corbaccio</hi>, Sourbonne Nouvelle, Paris 2018, pp. 224-245. Si cita in particolare da p. 230. Mentre un contributo di Natascia Tonelli ha fatto notare come alcuni dei «pilastri dell’edificio del <hi rend="italic">Decameron»</hi> – quelli<hi rend="italic"> </hi>riguardanti l’insieme dei valori cortesi – vengono in verità salvaguardati dal discorso dello spirito del marito defunto che, sottraendoli dalla figura della vedova che ne perverte e strumentalizza il senso, li reintegra nel loro vero significato. Cfr. N. Tonelli, <hi rend="italic">Beatrice, Laura, la vedova. La gentilezza, la Vita Nuova e il Canzoniere del Corbaccio</hi>, «Chroniques italiennes web», XXXVI (2), 2018, pp. 180-204. In particolare p. 192.   </p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="11.html#footnote-025-backlink">11</ref></hi>	Il rimando è a C. Dionisotti, <hi rend="italic">Per una storia della lingua italiana,</hi> in Id., <hi rend="italic">Geografia e storia della letteratura italiana</hi>, Einaudi, Torino 1967, pp. 89-124.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="11.html#footnote-024-backlink">12</ref></hi>	M. Veglia, <hi rend="italic">Il corvo e la sirena, cultura e poesia nel Corbaccio</hi>, Istituti poligrafici internazionali, Pisa-Roma 1998, p. 60.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="11.html#footnote-023-backlink">13</ref></hi>	Sulle implicazioni antropologiche che si condensano nell’opera, permeandone anche la <hi rend="italic">facies </hi>della lingua e dello stile, il riferimento è sempre agli studi di M. Veglia. Qui al suo <hi rend="italic">La vita lieta. Una lettura del Decameron</hi>, Longo, Ravenna 1999.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="11.html#footnote-022-backlink">14</ref></hi>	Si cita il <hi rend="italic">Decameron</hi> dalla sua recente edizione commentata da M. Veglia, che riproduce il testo critico curato da M. Fiorilla. G. Boccaccio, <hi rend="italic">Decameron</hi>,<hi rend="italic"> </hi>M. Veglia (a cura di), Feltrinelli, Milano 2020. </p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="11.html#footnote-021-backlink">15</ref></hi>	G. Mazzacurati, <hi rend="italic">Rappresentazione</hi>, in R. Bragantini <hi rend="italic">et al. </hi>(a cura di), <hi rend="italic">Lessico critico Decameroniano</hi>, Bollati Beringhieri, Torino 2005, pp. 269-299. Cit. da p. 297.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="11.html#footnote-020-backlink">16</ref></hi>	I. Tufano, <hi rend="italic">Dall’Elegia di Madonna Fiammetta al Corbaccio</hi>, in Filotico <hi rend="italic">et al.</hi> (a cura di), <hi rend="italic">Aimer ou ne pas aimer</hi>, cit., pp. 107-123. La citazione messa a testo è a p. 119.<hi rend="italic"> </hi></p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="11.html#footnote-019-backlink">17</ref></hi>	F. Rico difende la sua tesi in <hi rend="italic">Ritratti allo specchio</hi> (<hi rend="italic">Boccaccio, Petrarca</hi>), Roma-Padova, Antenore 2012. In particolare alle pp. 97-131. </p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="11.html#footnote-018-backlink">18</ref></hi>	Il rimando è a M. Santagata, <hi rend="italic">Boccaccio. Fragilità di un genio</hi>, Mondadori, Milano 2019. Qui cit. da p. 251.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="11.html#footnote-017-backlink">19</ref></hi>	Se il testo della lettera al Nelli è stato spesso valorizzato come fonte in studi boccacciani di impostazione storico-biografica, recentemente Ginetta Auzzas ha offerto alcune considerazioni intorno alla struttura retorica della lettera che la avvicina al genere dell’invettiva nel suo <hi rend="italic">L’epistola a Francesco Nelli</hi>, in <hi rend="italic">Boccaccio letterato</hi>. <hi rend="italic">Atti del convegno internazionale</hi> <hi rend="italic">(Firenze-Certaldo, 10-12 ottobre 2018)</hi>, M. Marchiaro, S. Zamponi (a cura di), Firenze 2015, pp. 339-350. </p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="11.html#footnote-016-backlink">20</ref></hi>	Si cita il testo dell’<hi rend="italic">Epistola</hi> XIII da G. Boccaccio, <hi rend="italic">Epistole</hi>, Ginetta Auzzas (a cura di), in G. Boccaccio, <hi rend="italic">Tutte le opere, </hi>vol. VI, V. Branca (a cura di), Milano, Mondadori 1992. Per quanto riguarda la datazione del <hi rend="italic">Corbaccio</hi> che qui si colloca estremamente vicino alla lettera al Nelli tra le carte posate sullo scrittoio di Boccaccio nei primi anni ’60 del Trecento<hi rend="italic">, </hi>si aderisce all’ipotesi cui gli studi danno più credito a partire da un intervento di Giorgio Padoan, il quale, evidenziando soprattutto la portata dello scarto ideologico che leggeva implicato nell’<hi rend="italic">umile trattato </hi>rispetto alla precedente produzione in volgare boccacciana, propose di posticiparne la datazione di circa dieci anni rispetto a quella, all’epoca tradizionale, del 1354-1355. Cfr. G. Padoan, <hi rend="italic">Sulla datazione del Corbaccio</hi>,<hi rend="italic"> </hi>in Id., <hi rend="italic">Il Boccaccio, le Muse, il Parnaso e l’Arno</hi>,<hi rend="italic"> </hi>Olschki, Firenze 1978, pp. 199-228. Recentemente sulla questione è tornato Francisco Rico che, all’interno del suo già citato studio sul complesso rapporto di influenza tra le figure letterarie di Petrarca e Boccaccio, propone di alzare la datazione del <hi rend="italic">Corbaccio </hi>proprio intorno al 1363. Cfr. Rico, <hi rend="italic">Ritratti allo specchio</hi>, cit., pp. 97-131. </p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="11.html#footnote-015-backlink">21</ref></hi>	Fondamentale per l’analisi storica della figura di Niccolò Acciaiuoli la monografia di F.P. Tocco, <hi rend="italic">Niccolò Acciaiuoli</hi>: <hi rend="italic">Vita politica in Italia alla metà del XIV sec.</hi>, Istituto Storico Italiano per il Medioevo, Roma 2001. </p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="11.html#footnote-014-backlink">22</ref></hi>	Si rimanda a <hi rend="italic">Corpus OVI</hi>, &lt;<ref target="http://gattoweb.ovi.cnr.it/(S(t4umeghmbecks3cu2dmwfchi))/CatForm21.aspx">http://gattoweb.ovi.cnr.it/(S(t4umeghmbecks3cu2dmwfchi))/CatForm21.aspx</ref>&gt; (01/2020).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="11.html#footnote-013-backlink">23</ref></hi>	Il contesto culturale in cui circolarono i testimoni più alti del volgarizzamento della lettera al Nelli e in cui verosimilmente operò lo stesso volgarizzatore è stato recentemente studiato da C. Russo, <hi rend="italic">Per la fortuna quattrocentesca di Giovanni Boccaccio, tre lettere in volgare nei codici di Pistole e Dicerie</hi>, in S. Zamponi (a cura di), <hi rend="italic">Intorno a Boccaccio / Boccaccio e dintorni 2016. Atti del Seminario internazionale di studi</hi>, Firenze University Press, Firenze 2017, pp. 13-29. </p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="11.html#footnote-012-backlink">24</ref></hi>	Solo per citare due interventi recenti: E. Lombardi, <hi rend="italic">Donne che leggono (e sono lette): Francesca, Fiammetta e la vedova del Corbaccio (e la Sirena)</hi>, in Filotico <hi rend="italic">et al.</hi> (a cura di), <hi rend="italic">Aimer ou ne pas aimer</hi>, cit., pp. 93-106 e N. Tonelli, <hi rend="italic">Beatrice, Laura, la Vedova, la Gentilezza</hi>, cit. In particolare p. 186: «Simile alla femmina balba, la cui intima volgarità anche in quel caso è rivelata da uno spirito saggio, cioè, nella <hi rend="italic">Commedia</hi>, da Virgilio, la vedova non solo appare bella e non lo è, ma, direi soprattutto, è vile». </p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="11.html#footnote-011-backlink">25</ref></hi>	Si cita da G. Boccaccio, <hi rend="italic">De Casibus virorum illustrium, </hi>P.G. Ricci e V. Zaccaria (a cura di), in G. Boccaccio, <hi rend="italic">Tutte le opere</hi>,<hi rend="italic"> </hi>vol. IX, V. Branca (a cura di), Mondadori, Milano 1983. </p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="11.html#footnote-010-backlink">26</ref></hi>	Si vorrebbe rimandare almeno alla novella di Madonna Filippa, <hi rend="italic">Decameron</hi> VI 7 ed al commento <hi rend="italic">ad locum</hi> proposto dalle note esegetiche di Veglia, G. Boccaccio, <hi rend="italic">Decameron</hi>, cit., pp. 734-746. </p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="11.html#footnote-009-backlink">27</ref></hi>	Il rimando è a una citazione di K. Marx, <hi rend="italic">Manoscritti economico-filosofoci del 1844</hi>, in K. Marx, F. Engels, <hi rend="italic">Opere complete</hi>, vol. III: 1843-1844, N. Merker (a cura di), Editori riuniti, Roma 1976, che Bordieu riporta nel suo <hi rend="italic">La distinzione</hi> per commentare alcuni dei tratti dello stile di vita della classe borghese francese del dopoguerra fatta oggetto della sua indagine sociologica: «L’uomo viene posto innanzitutto in quanto proprietà privata, cioè come possessore esclusivo che afferma la propria personalità, si distingue dagli altri ed entra in rapporto con loro mediante questo possesso esclusivo: la proprietà privata è la sua forma di esistenza personale, distintiva, e quindi la sua vita essenziale». Cfr. P. Bordieu, <hi rend="italic">La distinzione</hi>. <hi rend="italic">Critica sociale del gusto</hi>, il Mulino, Bologna 1983. Cit. da p. 294.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="11.html#footnote-008-backlink">28</ref></hi>	Si può leggere Boccaccio dare la sua ridefinizione di questi due valori cardinali dell’etica cortese-cavalleresca mentre commenta il XVI canto di Dante nelle <hi rend="italic">Esposizioni</hi>: «cortesia par che consista negli atti civili, cioè nel vivere insieme liberalmente e lietamente, fare onori a tutti secondo la possibilità; valore par che riguardi più all’onore della repubblica, all’altezza delle ‘mprese e ancora agli esercizi dell’arme» Cit. da G. Boccaccio, <hi rend="italic">Esposizioni</hi> <hi rend="italic">sopra la Comedia di Dante</hi>, G. Padoan (a cura di), in Boccaccio, <hi rend="italic">Tutte le opere</hi>,<hi rend="italic"> </hi>cit., vol. VI. Cit. da p.698. </p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="11.html#footnote-007-backlink">29</ref></hi>	Le filigrane aristoteliche e tomistiche della scrittura di Boccaccio sono state analizzate da Francesco Bausi per la Decima Giornata del <hi rend="italic">Decameron</hi> in F. Bausi, <hi rend="italic">Gli spiriti magni. Filigrane aristoteliche e tomistiche nella decima giornata del “Decameron”</hi>, «Studi sul Boccaccio», 27, 1999, pp. 205-253. Dall’articolo si sono ricavate tutte le citazioni poi riscontrate come ipotesti significativi per l’<hi rend="italic">Epistola</hi> XIII. Quella riportata sopra è da Tommaso, <hi rend="italic">Sententia libri ethicorum</hi>, IV, 8, 15. Si cita, qui e in seguito da Tommaso d’Aquino, <hi rend="italic">Sententia Ethicorum libri </hi>in R. Busa (a cura di), <hi rend="italic">S. Thomae Aquinatis</hi>. <hi rend="italic">Opera omnia</hi>, <hi rend="italic">IV Commentaria in Aristotelem et alios</hi>, Amilcare Pizzi, Milano 1980. </p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="11.html#footnote-006-backlink">30</ref></hi>	Si rimanda a <hi rend="italic">Decameron</hi> X I 15. </p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="11.html#footnote-005-backlink">31</ref></hi>	Si cita dalla traduzione latina di Roberto Grossatesta: Aristoteles Latinus, <hi rend="italic">Ethica Nicomachea,</hi> translatio Roberti Grossetesti Lincolniensis, edidit R.A. Gauthier, Brill-Desclée De Brouwer, Leiden-Bruxelles 1973.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="11.html#footnote-004-backlink">32</ref></hi>	Su come il testo della canzone dantesca si proietti nel contesto socio-economico fiorentino dell’epoca ci si appoggia sulle considerazioni condotte da R. Pinto nel suo <hi rend="italic">La logica del mercado en las premeras reflexiones de Dante sobra l’Economia</hi>, «Revista Española de Filosofía Medieval», XXVII (1), 2020, pp. 67-82. Il punto di riferimento imprescindibile per la lettura e la contestualizzazione della canzone rimane E. Fenzi, «<hi rend="italic">Sollazzo» e «leggiadria». Un’interpretazione della canzone dantesca «Poscia ch’Amor»</hi>, «Studi Danteschi», LXIII, 1991, pp. 191-280. Si cita il testo da D. Alighieri, <hi rend="italic">Rime</hi>, D. de Robertis (a cura di), Sismel-Edizioni del Galluzzo, Firenze 2005.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="11.html#footnote-003-backlink">33</ref></hi>	Su questa componente della cultura di Boccaccio che si può riscontrare sottesa lungo tutta la lunga durata del suo cammino letterario si rimanda a M. Veglia, <hi rend="italic">La strada più impervia</hi>, Antenore, Roma-Padova 2014. </p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="11.html#footnote-002-backlink">34</ref></hi>	Per quanto riguarda il <hi rend="italic">Corbaccio</hi>, in verità, la critica più recente invita a scorgere anche alcune tracce di pervicace fedeltà da parte di Boccaccio ad alcuni dei pilastri etici sottesi al <hi rend="italic">Decameron</hi>. Si rimanda in particolare all’articolo di Tonelli citato alla nota 9. </p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="11.html#footnote-001-backlink">35</ref></hi>	Così Padoan descrive lo scarto rappresentato dal <hi rend="italic">Corbaccio </hi>rispetto al <hi rend="italic">Decameron</hi> e a tutte le precedenti opere in volgare: «è un modo diverso, radicalmente diverso, di intendere la vita e il mondo sociale». Cit. Padoan, <hi rend="italic">Sulla datazione del Corbaccio</hi>, cit., p. 208.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="11.html#footnote-000-backlink">36</ref></hi>	Si rimanda alla nota 7.</p>
      
      
      
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