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      <titleStmt>
        <title type="main" level="a">Progettare attività di Public History: criteri orientativi ed indicazioni operative</title>
        <author>
          <persName n="1">
            <forename>Monica</forename>
            <surname>Dati</surname>
            <placeName type="affiliation">University of Florence, Italy</placeName>
          </persName>
        </author>
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          <resp>This is a section of <title>La &lt;i&gt;Public History&lt;/i&gt; tra scuola, università e territorio</title>(DOI: <idno type="DOI">10.36253/978-88-5518-616-2</idno>) by </resp>
          <name>Francesca Borruso, Gianfranco Bandini, Marta Brunelli, Paolo Bianchini, Stefano Oliviero</name>
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        <publisher>Firenze University Press</publisher>
        <pubPlace>Firenze</pubPlace>
        <date when="2022">2022</date>
        <idno type="DOI">https://doi.org/10.36253/978-88-5518-616-2.05</idno>
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          <p>Available for academic research purposes</p>
          <p>Open Access</p>
          <p>Copyright Author(s)</p>
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            <p>Content licence CC BY 4.0</p>
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            <p>Metadata licence CC0 1.0</p>
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        <p>This is original content, published for academic research purposes</p>
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          <desc>Digital edition XML powered by Booksflow</desc>
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      <abstract xml:lang="en">
        <p>The contribution aims to serve as a toolkit to provide a sort of 'how to' guide on some aspects that public historians need to take into account when planning public history activities, from sources to content dissemination.  Two short sections are therefore proposed, which schematically refer to the main stages of the public historian's work on two levels: 'research' and 'representation'.</p>
      </abstract>
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        <keywords>
          <list>
            <item>Public History</item>
            <item>Public Historian</item>
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      <p>It is available online at https://doi.org/10.36253/978-88-5518-616-2.05<ref target="https://doi.org/10.36253/978-88-5518-616-2.05" /></p>
      
      <p rend="h1_chapter" >Progettare attività di <hi rend="italic">Public History</hi>: criteri orientativi ed indicazioni operative</p><p rend="h1_author" >Monica Dati</p><p rend="text" >Dopo uno sviluppo fortunato negli Stati Uniti la <hi rend="italic">Public</hi><hi rend="italic"> History</hi> si è affermata con successo nell’ultimo decennio in diversi paesi europei, tra cui l’Italia, come area di lavoro storico-scientifica tesa a ricercare un maggior dialogo tra storici e società e un rapporto scambievole e dinamico tra mondo accademico e un pubblico di non specialisti (Dati 2019). Il principale obiettivo della disciplina è mettere in pratica un dialogo tra interlocutori diversi per stabilire una conoscenza diffusa e condivisa del passato, per valorizzare la storia e l’importanza di «pensare storicamente», «ritenuto un pensare utile per tutta la collettività» (Savelli 2019, 12), non ultimo il mondo della scuola e della formazione. </p><p rend="text" >Nonostante il disaccordo sulle definizioni e sugli approcci da dare alla disciplina non completamente allineati al modello nordamericano, la <hi rend="italic">Public History</hi> attinge ovunque ad istanze professionali simili che mettono in evidenza come al di là delle discussioni teoriche esista una pragmatica comune. ‘Pratiche globali’ sono per esempio l’uso delle interviste per fare storia orale; la raccolta di diverse tipologie di fonti con la collaborazione delle comunità locali o la creazione sempre più frequente di musei e di mostre di storia che affrontano passati difficili e caratterizzati da interpretazioni contrastanti o, infine, lo sviluppo esponenziale dei progetti di Digital (Public) History che comprendono contenuti generati dagli utenti e/o pratiche di <hi rend="italic">crowdsourcing</hi> (Noiret 2017). Tutte iniziative che evidenziano bene come la <hi rend="italic">Public History</hi> muova dal tentativo di non perdere contatto con la società e soprattutto con la dimensione locale, configurandosi come:</p><p rend="quotation_b" >un vero e proprio arricchimento della storia accademica: la sua base metodologica resta quella tradizionale, scientificamente ed epistemologicamente fondata sulle fonti, ma con in più un’apertura a documenti di altro genere (spesso poco scandagliati finora), sempre più frequentemente <hi rend="italic">digital born</hi> e, soprattutto, con un raggio d’azione molto più ampio, che richiede partecipazione e condivisione anche dal basso (Iurlano 2019, 52)</p><p rend="text" >Muovendo da questo contesto il contributo vuole porsi come <hi rend="italic">toolkit</hi> per fornire una sorta di guida ‘how to’ su una varietà di aspetti che gli storici pubblici devono tenere in considerazione nella progettazione di attività di <hi rend="italic">Public History</hi> dalla costruzione delle fonti alla disseminazione dei contenuti. Sono pertanto proposte due brevi sezioni che in modo schematico rimandano volutamente alle principali fasi del lavoro del <hi rend="italic">public historian</hi> che – come suggerisce Scanagatta – si sviluppa su di due livelli «compenetranti l’uno nell’altro, quello della ricerca e quello della rappresentazione» (Scanagatta 2017, 318). </p><p rend="text" >La prima parte si concentra sulle fonti della <hi rend="italic">Public History</hi> e offre una panoramica sulle modalità relative alla loro creazione e raccolta. Saranno presi in considerazione i temi del public<hi rend="italic"> engagement</hi>, la capacità dei ricercatori di rivolgersi a nuovi interlocutori, la necessità di basarsi su forme testuali complesse, in cui fotografie, film, suoni, ricordi orali e scrittura interagiscono tra loro. </p><p rend="text" >Cambiano le fonti, cambiano anche le modalità di divulgazione del sapere e dei risultati riguardanti la ricerca: si tratta per lo storico di uscire dal modello trasmissivo e autoreferenziale dell’aula universitaria per avviare una riflessione collettiva e aumentare la consapevolezza della storia e la permanenza delle memorie collettive, in un contesto di linguaggi e canali comunicativi in repentina e costante trasformazione (Dati 2019). La seconda parte viene dedicata dunque ai diversi modi con cui gli storici pubblici possono produrre narrazioni storiche in diversi contesti (scuole, biblioteche, associazioni, musei, aziende) attraverso i diversi media (tra cui mostre, filmati e documentari, tecnologie digitali). </p><p rend="text" >Il contributo termina illustrando brevemente le competenze e caratteristiche richieste al <hi rend="italic">public historian</hi>, dalla capacità di creare reti di collaborazione interdisciplinare a quella di saper utilizzare linguaggi non esclusivamente scritti, dal lavorare in equipe al sapere gestire budget<hi rend="italic">, </hi>senza dimenticare l’importanza della pratica riflessiva (Conrad 2006; Schön 1983).</p><p rend="text" >Nella proposizione dei criteri orientativi e delle indicazioni operative ci avvarremo principalmente di uno dei punti di riferimento dell’attuale letteratura sull’argomento, si tratta del volume <hi rend="italic">Public History. A textbook of practice</hi> (2016) di Thomas Cauvin, studioso particolarmente attento al collegamento attivo nella pratica del lavoro dello storico con un pubblico non scientifico di attori e alla proiezione del metodo storico all’esterno delle università. La rilevanza pratica del volume del resto è già evidenziata nel titolo, coerentemente agli obiettivi che questo approccio si propone e nella consapevolezza che la proiezione del metodo storico all’esterno delle università richiede competenze inedite e specifiche. Altro opportuno richiamo deve essere fatto nei confronti del saggio di Manfredi Scanagatta: “Public Historian tra ricerca e azione creativa” pubblicato all’interno del volume <hi rend="italic">Public History: discussione e pratiche</hi> (2017), che ha ispirato la ripartizione del presente contributo. </p><p rend="h2" >1. Fase 1: La ricerca</p><p rend="h3 ParaOverride-1" >1.1 <hi rend="italic">First the public</hi></p><p rend="text" >La <hi rend="italic">Public History</hi>, qualora applicata correttamente, può essere un reale e potente strumento conoscitivo del passato, in grado di permettere alle comunità di comprendere il loro posto nella società moderna e nel mondo circostante, e consentire al pubblico di giocare un ruolo nella produzione e nell’apprendimento della storia. Il livello di <hi rend="italic">public </hi><hi rend="italic">engagement</hi> richiesto nella <hi rend="italic">Public History</hi> supera la tradizionale considerazione del pubblico come mero ricevente dell’operazione storica. Perché si possa parlare di <hi rend="italic">Public History</hi> non sono sufficienti un registro linguistico e strumenti di comunicazione semplici o stimolanti, né tantomeno il solo coinvolgimento del pubblico come committente della ricerca ed innesco di essa. Nelle pagine introduttive del suo volume Cauvin afferma infatti che la <hi rend="italic">Public History</hi> non è solo storia for «but also with non academic audiences». (Cauvin 2016, 14). Quest’ultimo non è mai un consumatore passivo di narrazioni storiche ma è in grado di interagire e di essere coautore di storia, un interlocutore e collaboratore dello storico lungo tutta la sua ricerca. Con quali modalità e secondo quali prospettive? A tal riguardo Cauvin fornisce alcuni esempi che rimandano alla Storia Orale e alle possibilità offerte da internet e dalla Digital History (Savelli 2019): </p><p rend="quotation_b" >Sharing authority can be done, for instance, through inviting visitors attending exhibitions to share their stories and interpretations of the collections, through collaboration with narrators in creating oral history sources, or through developing on-line crowdsourcing projects (Cauvin 2016, 14).</p><p rend="text" >Tante possono essere le modalità per rendere la storia veramente ‘pubblica’ e viva, interattiva e condivisa e far sì che non sia più prerogative esclusiva dell’Accademia scientifica ma di chiunque sia interessato a partecipare alla costruzione storica della memoria collettiva. Coinvolgimento che passa necessariamente per l’utilizzo di nuove fonti e il confronto con nuovi luoghi e soggetti. </p><p rend="h3" >1.2 Fuori dalla torre d’avorio: i nuovi interlocutori </p><p rend="text" >Nel 1978 G. Wesley Johnson, primo editore e fondatore della rivista <hi rend="italic">The Public Historian</hi> nonché direttore del primo “Public History Studies Program” alla UCSB (Università di Santa Barbara) divideva la storia pubblica in otto campi specifici: il ‘government’, ovvero il ruolo dello storico in contatto con le istituzioni pubbliche e le agenzie governative americane per la stesura di programmi di apprendimento; il ‘business’, inteso come storia d’impresa; la storia orale; i media (film, tv, radio, stampa); la creazione di itinerari e percorsi storici per la conservazione della memoria sul territorio; i musei di storia e i parchi nazionali; il lavoro di archivio con la cernita dei materiali da conservare e quelli da eliminare; infine, l’insegnamento nelle università per formare gli aspiranti <hi rend="italic">public historians</hi> secondo le caratteristiche della neonata disciplina. Allo stato attuale le forme considerate di <hi rend="italic">Public History</hi> spaziano dai progetti nelle scuole, all’utilizzo dei <hi rend="italic">digital media</hi> (tra i quali la rete ha assunto un ruolo prioritario), alla consulenza per programmi storici televisivi, alla realizzazione di mostre museali, a progetti di storia orale e ricostruzioni storiche con l’ausilio del<hi rend="italic"> </hi><hi rend="italic">re-enactment</hi><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-002-backlink"><ref target="05.html#footnote-002">1</ref></hi></hi>. Scuole, musei, archivi, biblioteche, enti territoriali, aziende, ordini professionali, gruppi di cittadini, associazioni e biblioteche sono dunque diventati i naturali interlocutori delle attività di <hi rend="italic">Public History</hi>. Soggetti ed istituzioni che rappresentano l’infrastruttura culturale necessaria alla disciplina per radicarsi nel tessuto sociale e creare una stretta relazione con i territori valorizzando, attraverso la raccolta delle fonti più diverse, il loro patrimonio culturale, sia materiale che immateriale. </p><p rend="h3" >1.3 Nuove fonti</p><p rend="text" ><hi rend="italic">Public History</hi> significa dilatazione dello sguardo dello studioso ed ampliamento dello spazio della storia. Già Febvre, pioniere di quella scuola degli <hi rend="italic">Annales</hi> che avrebbe sperimentato nuovi modi di fare storia e l’utilizzo di nuove fonti, scriveva: </p><p rend="quotation_b" >La storia si fa con i documenti scritti, certamente. Quando esistono. Ma la si può fare, la si deve fare senza documenti scritti se non ce ne sono. Con tutto ciò che l’ingegnosità dello storico gli consente di utilizzare per produrre il suo miele se gli mancano i fiori consueti. Quindi con delle parole. Dei segni. Dei paesaggi e delle tegole. Con le forme del campo e delle erbacce. Con le eclissi di luna e gli attacchi dei cavalli da tiro. Con le perizie su pietre fatte dai geologi e con le analisi dei metalli fatte dai chimici. Insomma, con tutto ciò che, appartenendo all’uomo, dipende dall’uomo, serve all’uomo, esprime l’uomo, dimostra la presenza, l’attività, i gusti e i modi di essere dell’uomo (Febvre 1953, 428). </p><p rend="text" >La scuola degli Annales, in particolare la sua terza generazione, ha gettato le basi per la costruzione di un efficace narrazione storica, da sempre obiettivo primario della <hi rend="italic">Public History</hi> all’interno della quale sviluppare un efficace legame tra produzione storica e pubblico. Quando ci si confronta con un lavoro di <hi rend="italic">Public History</hi> nella fase di ricerca è pertanto necessario uscire ad ampliare il set di fonti che è possibile utilizzare. La fonte d’archivio non si presenta più come elemento privilegiato dell’analisi storiografica ma ad essa devono essere affiancati altri documenti: dalla fotografie a filmati, passando per la musica, le arti figurative, il teatro, la letteratura, diari ed autobiografie, testimonianze orali e non ultime le fonti native digitali.</p><p rend="text" >Mentre si svolge la ricerca del materiale è importante chiedersi come nella seconda fase di elaborazione, «in quella che potremmo definire messa in scena», si potranno utilizzare le fonti raccolte: </p><p rend="quotations_quotation_b1" >È in questa fase che il public historian deve compiere il primo sforzo creativo, la fonte non è più solo elemento di conoscenza, ma diventa anch’essa centrale nella narrativizzazione della storia che si andrà a realizzare (Scanagatta 2017, 318). </p><p rend="h2" >2. Fase 2: «La messa in scena»<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-001-backlink"><ref target="05.html#footnote-001">2</ref></hi></hi> </p><p rend="h3 ParaOverride-1" >2.1 Modalità di rappresentazione e comunicazione </p><p rend="text" >Le possibilità di rappresentazione della ricerca in un progetto di <hi rend="italic">Public History</hi> sono moltissime: si possono realizzare mostre, laboratori interattivi, spettacoli teatrali, <hi rend="italic">happening</hi> multimediali, <hi rend="italic">reading</hi> di testimonianze autobiografiche, seminari e workshop, documentari, <hi rend="italic">re</hi><hi rend="italic">-enactment</hi>; si possono sfruttare tecnologie di realtà immersiva e aumentata, organizzare passeggiate didattiche, strutturare sistemi di valorizzazione e diffusione dei beni culturali andando oltre la semplice conferenza o la mera lezione frontale. Il <hi rend="italic">public historian</hi> ha davanti a sé una sfida complicata: utilizzare linguaggi accattivanti in grado di ricercare il coinvolgimento del pubblico e capaci di intrattenere il fruitore senza però sacrificare la centralità del contenuto e l’obiettività del metodo storico. <hi >Cauvin nel suo volume ricorre a tal </hi><hi >proposito alle parole quanto mai emblematiche dello storico pubblico Philip </hi><hi >Scarpino </hi>«<hi >all historians conduct research; all historians analyze and </hi><hi >interpret what they find, and all historians communicate their findings </hi><hi >to others</hi>»<hi > sottolineando come una delle differenze principali tra </hi><hi rend="italic" >Public</hi><hi rend="italic" > History</hi><hi > e storia accademica si trovi proprio </hi>«<hi >in the </hi><hi >area of communication, in the audiences whit whom we communicate, </hi><hi >and in the methods that we use to communicate our </hi><hi >scholarship to those audiences</hi>»<hi > (Cauvin 2016, 21). </hi>I media per produrre e trasmettere contenuti storici costituiscono pertanto uno dei punti chiave della <hi rend="italic">Public History</hi> dal quale difficilmente si può prescindere. Un cambiamento che implica per lo storico un impegno ancora maggiore nel porsi come facilitatore e mediatore, offrendo competenze, metodologie e preparazione scientifica per costruire un’architettura partecipativa realmente in grado di generare valore e consapevolezza. La storia deve infatti essere insegnata e appresa utilizzando tutto ciò che rende più gradevole e coinvolgente la sua fruizione senza però correre il rischio di cedere alla spettacolarizzazione e al sensazionalismo, alla mercificazione o all’influenza degli interessi di singoli o privati: «sharing authority – afferma Cauvin – does not mean historians should give up critical analysis of the past» (Cauvin 2016, 221). Anzi, questa seconda fase, deve rappresentare un ulteriore momento di approfondimento per riconsegnare alla collettività le fonti raccolte al fine di arricchire la conoscenza del passato, la sua consapevolezza e la riflessione comune.</p><p rend="h3" >2.2 Lo spazio digitale</p><p rend="text" >Sono sotto gli occhi di tutti i profondi mutamenti e l’impatto che<hi rend="italic"> digital turn</hi>, web 2.0, movimento <hi rend="italic">open access</hi> e storia digitale hanno prodotto sul modo in cui la conoscenza storica viene oggi studiata, condivisa, insegnata, oltre che sul modo in cui le fonti vengono pubblicate, conservate e addirittura prodotte. La tecnologia digitale viene sempre più utilizzata nella <hi rend="italic">Public History</hi> per supportare un più ampio coinvolgimento del pubblico con le fonti raccolte consentendo l’accesso da remoto al materiale d’archivio e il coinvolgimento nella creazione di collezioni online (raccolta di fotografie, caricamento di video testimonianze). In quanto tale la produzione di risorse digitali rappresenta un’efficace modalità per l’interazione del pubblico con la storia invitandolo a collaborare e a condividere ulteriori contenuti e testimonianze attraverso metodi e strumenti selezionati e controllati ma contestualmente capaci di facilitare il piacere di conoscere e di confrontarsi con la memoria storica. Una particolare attenzione è infatti riservata alla sfide insite nella <hi rend="italic">Digital </hi><hi rend="italic">Public History</hi> e nelle pratiche di <hi rend="italic">crowdsourcing</hi> per creare un tipo di ricerca volta a includere e coinvolgere attivamente il pubblico, consentendo di reagire prontamente agli eventi che hanno maggior impatto sulla storia contemporanea attraverso la preservazione e collezione del materiale in nuove tipologie di archivi digitali<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-000-backlink"><ref target="05.html#footnote-000">3</ref></hi></hi>. Molteplici sono inoltre i canali e gli strumenti che possono integrare in modo innovativo i seminari, laboratori e mostre tradizionali che riguardano testi, libri e biblioteche, garantendo una corretta comunicazione: si possono realizzare <hi rend="italic">virtual exhibitions</hi> che accompagnino le mostre fisiche così da raggiungere un pubblico vasto e remoto e da assicurare la permanenza nel tempo del contenuto di quanto esposto e trattato; si possono realizzare percorsi turistici attraverso il web o Story Maps; costruire risorse digitali <hi rend="italic">web based</hi> contenenti testimonianze audio, video e fotografiche; e si può infine fruire anche dei social, ovviamente in modo consapevole e strategico, per sollecitare e tenere alti l’attenzione e l’interesse.</p><p rend="h2" >3. Nuove competenze</p><p rend="h3 ParaOverride-1" >3.1 Oltre il metodo storiografico</p><p rend="text" >La nascita e lo sviluppo della <hi rend="italic">Public History</hi> sono intrinsecamente legati all’evoluzione del ruolo dello storico che diventa un professionista flessibile, abituato al lavoro in team, aperto a collaborazioni pluridisciplinari, capace di avvalersi del contributo delle tecnologie digitali, di pianificare progetti e quantificare i costi di eventuali collaborazioni. Oltre a competenze di carattere metodologico nell’ambito della ricerca storica sono pertanto necessarie competenze trasversali e differenti talenti da utilizzare sia nella fase di ricerca che di rappresentazione e messa in scena. Capacità comunicative e abilità tecnologiche ed informatiche che consentano un ripensamento della natura del prodotto culturale che viene curato e una ridefinizione dei modi e strumenti della sua fruizione in grado di corrispondere alle esigenze di un pubblico sempre più esigente e diversificato. Fare il public historian significa confrontarsi con enti pubblici e privati ma anche individuare target e stakeholder, sviluppare un’idea e certificarne la fattibilità in termini economici, saper gestire budget e risorse, scrivere progetti per partecipare a bandi di finanziamento: tutte abilità che rientrano nella sfera del project management. Una pluralità di competenze che non sempre è possibile avere e che spingono lo studioso ad un confronto con un elemento distintivo della <hi rend="italic">Public</hi><hi rend="italic"> History</hi>: il lavoro di <hi rend="italic">équipe. </hi></p><p rend="h3" >3.2 Il lavoro di équipe </p><p rend="text" >Il lavoro di ricerca come abbiamo visto si carica di difficoltà ulteriori rispetto alla normale indagine storiografica. Per riuscire a generare un buon prodotto di <hi rend="italic">Public History</hi> è difficile se non impossibile pensare di lavorare da soli, il lavoro d’equipe (che richiede sempre un’interdisciplinarità) sarà pertanto utile per avere uno sguardo il più ampio possibile sull’oggetto di studio e coprire le mancanze tecniche del singolo ricercatore:</p><p rend="quotation_b" >Per realizzare una mostra, solo per fare alcuni esempi, anche durante la ricerca, dovremmo confrontarci con chi si occupa di allestimenti museali per valutare congiuntamente quali fonti utilizzare e in che modo; per realizzare un laboratorio didattico dovremmo collaborare con chi si occupa di grafica (…), per dare vita ad un sistema di realtà immersiva uno sviluppatore dovrà interagire con noi per arrivare alla realizzazione di un prodotto che possa stare sul mercato (Scanagatta 2017, 329). </p><p rend="text" >Lo storico deve imparare ad uscire dall’accademia lavorando non soltanto con studiosi di altre discipline ma anche con diverse professionalità, informatici, fotografi, videomaker, mantenendo la coerenza del messaggio e del metodo storico. </p><p rend="h3" >3.3 Per concludere: il <hi rend="italic">public historian</hi> come professionista riflessivo</p><p rend="text" >Un approccio concettuale essenziale alla <hi rend="italic">Public History</hi> è la ‘pratica riflessiva’. Ogni nuovo progetto, ingaggio con nuovi clienti, alleanza con una particolare istituzione richiede un riesame dei principi e delle questioni fondamentali. All’inizio degli anni ‘80, (circa nello stesso periodo in cui sono emersi i primi programmi universitari di <hi rend="italic">Public</hi><hi rend="italic"> History</hi>) Donald Schön ha cominciato a sviluppare un’analisi della pratica professionale all’interno di quelli che lui chiamava «contesti problematici» fuori dell’Accademia. Schön ha sostenuto che i professionisti che agiscono «nel mondo reale» devono accrescere conoscenze e competenze riflettendo sull’azione mentre essa si svolge, a partire dall’incertezza e dall’inquietudine ad essa connessa. I professionisti riflessivi portano dunque le teorie, i metodi e la conoscenza della disciplina su problemi particolari nelle pianure insidiose della pratica con i suoi numerosi vincoli, variabili ed imprevisti (Schön 1983). La studiosa Rebecca Conrad non a caso propone una definizione di <hi rend="italic">Public History</hi> ‘molto pedagogica’ che potremmo fare nostra, ossia quella di «reflective practice of history», per unire metodo scientifico e applicazione nello spazio pubblico, per supportare le pratiche con un consistente impianto teorico (Conrad 2006). <hi >Segue lo stesso ragionamento lo storico tedesco Cord Arendes:</hi><hi > </hi>«<hi >However, in terms of the goal of stressing and </hi><hi >strengthening the character of </hi><hi rend="italic" >Public History</hi><hi > as a process that </hi><hi >involves reflecting on or applying history, it certainly deserves consideration</hi>»<hi >. Un appello che invita </hi>«<hi >all players to reflect on</hi><hi > the different and changing nroles they perform: as historians who</hi><hi > preserve their core activity of research-based</hi>»<hi > (Arendes 2018, 55).</hi><hi > </hi></p><p rend="h2" >Riferimenti bibliografici</p><p rend="bib_indx_bib" ><hi >Agnew, V. 2004. “Introduction: what is reenactment?” </hi><hi rend="italic" >Criticism</hi><hi >: 327-339. </hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi >Agnew, V., J. Lamb, and J. </hi><hi >Tomann, edited by. 2019. </hi><hi rend="italic" >The Routledge Handbook of Reenactment Studies: Key Terms in the Field</hi><hi >. New York-London: Routledge.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi >Arendes, C. 2018. “Learning, and Understanding of Public History as Part of the Professional Historical Education at German Universities.” In </hi><hi rend="italic" >Public History and School: International Perspectives</hi><hi >, edited by M.Demantowsky, 55-68. </hi>Boston: De Gruyter. </p><p rend="bib_indx_bib" >Catastini, F. 2011. “I festival di storia: una via italiana alla Public History?” <hi rend="italic" >Memoria e Ricerca</hi><hi > 37: 143-54.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi >Cauvin, T. 2016. </hi><hi rend="italic" >Public history: a textbook of practice</hi><hi >. New York-London: Routledge</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi >Cauvin, T. 2018. “</hi><hi >The Rise of Public History: An International Perspective.” </hi><hi rend="italic" >Historia Crítica</hi><hi > 68: 3-26. </hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi >Cohen, D., and R. 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Scanagatta 2017.</p><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="05.html#footnote-000-backlink">3</ref></hi>	Orientamento riscontrabile già in progetti come il September 11 Digital Archive, il quale raccoglie foto, testimonianze e qualsiasi altro materiale relativo agli eventi dell’11 settembre 2001.</p>
      
      
      
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