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        <title type="main" level="a">Il museo racconta la scuola tra passato e presente</title>
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            <placeName type="affiliation">University of Macerata, Italy</placeName>
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          <resp>This is a section of <title>La &lt;i&gt;Public History&lt;/i&gt; tra scuola, università e territorio</title>(DOI: <idno type="DOI">10.36253/978-88-5518-616-2</idno>) by </resp>
          <name>Francesca Borruso, Gianfranco Bandini, Marta Brunelli, Paolo Bianchini, Stefano Oliviero</name>
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        <publisher>Firenze University Press</publisher>
        <pubPlace>Firenze</pubPlace>
        <date when="2022">2022</date>
        <idno type="DOI">https://doi.org/10.36253/978-88-5518-616-2.08</idno>
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        <p>This is original content, published for academic research purposes</p>
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        <p>The Museums of educational heritage - especially those established in University Departments – represent an extraordinary resource for scientific research, education, and the Third Mission, which is aimed at promoting collaboration, dialogue and exchange between the University and its territory to generate knowledge and benefit of social, cultural, and economic nature as well. Within the Third Mission precisely lies Public History defined as "the communication of history outside academic environments" (AIPH 2018). In this framework the paper presents some examples of educational projects and activities carried out with local schools and communities by the "Mauro Laeng" Museum of school and education at the University of Roma Tre, and by the "Paolo &amp; Ornella Ricca" Museum of school history at the University of Macerata. The final aim is to provide a methodological approach, project ideas, and operational tools for inspiring schoolteachers and professors, university researchers and museum educators.</p>
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            <item>History of education</item>
            <item>School heritage</item>
            <item>Museum education</item>
            <item>Public history of education</item>
            <item>Heritage education</item>
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      <p>It is available online at https://doi.org/10.36253/978-88-5518-616-2.08<ref target="https://doi.org/10.36253/978-88-5518-616-2.08" /></p>
      
      <p rend="h1_chapter">Il museo racconta la scuola tra passato e presente</p><p rend="h1_author">Francesca Borruso, Marta Brunelli</p><p rend="h2">1. La <hi rend="italic">Public History</hi> negli spazi museali<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-001-backlink"><ref target="9.html#footnote-001">1</ref></hi></hi></p><p rend="text">I Musei della scuola, dell’educazione e della didattica, per lo più istituiti all’interno di Dipartimenti universitari, rappresentano una straordinaria risorsa non solo per le attività di ricerca storico-educative, ma anche per quelle didattico-formative ed, infine, per le tante forme di intervento di cosiddetta Terza Missione volte a promuovere forme di collaborazione, dialogo e scambio scientifico e culturale tra l’Università e il territorio (Ascenzi, Brunelli, Meda 2021). All’interno della Terza Missione si colloca esattamente la <hi rend="italic">Public History</hi> ovvero «la comunicazione della storia all’esterno degli ambienti accademici» (AIPH 2018) per la quale i musei si confermano ormai sede e attori privilegiati di una molteplicità di interventi orientati a produrre divulgazione dei saperi ad un pubblico vasto e non specialistico, realizzare esperienze di formazione diffusa sul territorio, infine proporre percorsi di ricerca, costruzione e narrazione partecipata della conoscenza storica coinvolgendo ‘dal basso’ individui, gruppi e comunità (Portelli 2017; Carrattieri 2020; Noiret 2019). Tale molteplicità di percorsi formativi si ricollega peraltro alla nuova idea di valore del patrimonio culturale strettamente collegata alla sua reale accessibilità e fruizione sempre più ampia e democratica da parte degli utenti, concezione questa contenuta nella Convenzione di Faro e sottoscritta dall’Italia nel 2013 (Feliciati 2020, 36; Yanes 2011, 28). Un’accessibilità e fruizione che implicano un’interazione qualificata con il pubblico, che non si risolva cioè in un semplice problema comunicativo di diffusione delle informazioni o delle conoscenze ma si traduca in una scelta pedagogico-educativa che «tenta di negoziare e di mediare con il pubblico, con le sue memorie, con i suoi sguardi sul passato e di coinvolgerlo in un percorso comune, di ragionare metodicamente e storicamente insieme» (Bertuccelli 2021). </p><p rend="text">Nell’ambito di questo intervento cercheremo di individuare alcune ipotesi esperienziali di <hi rend="italic">Public History</hi> da realizzare all’interno di uno spazio dedicato, complesso e decisamente connotato come quello museale che, sia per vocazione originaria – preservazione e trasmissione dell’eredità culturale del passato – sia per organizzazione e struttura – presenza di beni materiali ed immateriali che raccontano il passato – (Cantatore 2020, 9; Cantatore 2019) è dotato di una straordinaria potenza formativa e divulgativa al contempo, laddove tante pratiche di <hi rend="italic">Public History</hi> «inconsapevole» preesistevano alla individuazione epistemologica dello specifico campo disciplinare (Carrattieri 2020, 52). Inoltre, i percorsi qui proposti sono stati individuati e progettati soprattutto in funzione della futura implementazione delle diverse banche dati presenti all’interno del portale web <ref target="http://www.memoriascolastica.it">www.memoriascolastica.it</ref> che, nell’ambito del PRIN dal titolo <hi rend="italic">School Memories between Social Perception and Collective Representation (Italy, 1861-2001),</hi> sono attualmente in via di realizzazione.</p><p rend="text">In primo luogo ci sembra utile descrivere brevemente le due realtà museali dalle quali prende le mosse la nostra progettualità, non perché si tratti di ipotesi progettuali non altrimenti realizzabili ma per ricordare che ogni progetto di <hi rend="italic">Public History</hi> dialoga con la storia del proprio territorio, con lo spazio fisico, culturale e simbolico nel quale è realizzato; inoltre, perché alcune di queste ipotesi sono mutuate da esperienze già felicemente realizzate.</p><p rend="text">Il MuSEd (Museo della Scuola e dell’Educazione ‘Mauro Laeng’) dell’Università degli Studi Roma Tre, sorto nel 1874 con la finalità di creare un luogo di supporto alla formazione della classe magistrale (Covato, 2005; Cantatore, 2010; Sanzo, 2020), è invece oggi un centro museale di raccolta e catalogazione di fonti eterogenee (bibliografiche, archivistiche e oggettistiche), nonché di analisi, studio e divulgazione delle ricerche realizzate, relative sia alla storia della scuola sia alla storia dell’educazione <hi rend="italic">tout court </hi>(Borruso, Cantatore, Covato, 2020). Il museo, inoltre, si trova nel cuore di Roma, in Piazza della Repubblica, nell’edificio storico che è stato sede del secondo (dopo quello di Firenze) Istituto Superiore di Magistero Femminile italiano (Cantatore 2020, 10): una collocazione straordinaria sul piano storico-architettonico che permette al visitatore di collocarsi subito in una zona di transito, capace di mettere in dialogo e in rapporto il passato con il presente.</p><p rend="text">Il Museo della Scuola ‘Paolo e Ornella Ricca’ è una realtà molto giovane: istituito ufficialmente nel 2009 grazie alla donazione della ricca collezione scolastica dei coniugi Ricca, il museo è un’emanazione del <hi rend="italic">Centro di documentazione e ricerca sulla storia del libro scolastico e della letteratura per l’infanzia</hi> dell’Università degli Studi di Macerata (Brunelli 2009). Benché nasca come una struttura universitaria, nel 2012 il museo è stato aperto alla fruizione esterna e ha iniziato ad orientare la propria offerta educativa e culturale al fine di servire un pubblico sempre più vasto e che, oltre agli studenti universitari, oggi include le scuole di ogni ordine e grado, le famiglie, gli anziani e i visitatori con bisogni speciali.</p><p rend="text">Dopo questa breve presentazione degli spazi museali in cui abbiamo realizzato alcune esperienze di <hi rend="italic">Public History</hi> e, al contempo, ipotizzato alcuni esempi tutti da realizzare, ci sembra importante ribadire che i Musei della scuola, proprio per la loro intrinseca multidimensionalità capace di mettere in rapporto la materialità educativa del passato (oggetti, arredi, spazi strutturati, fonti bibliografiche, archivi) con le diverse rappresentazioni culturali che si sono succedute nel corso del tempo, emergono come spazi privilegiati di progettazione e di realizzazione di <hi rend="italic">Public History</hi>. Uno spazio esperienziale di conoscenza storica che può realizzarsi, come è noto, mettendo in campo una serie di molteplici competenze e diversi saperi interdisciplinari (storico, comunicativo, antropologico, pedagogico-formativo, solo per citare quelli più significativi) che richiedono un lavoro sinergico e collaborativo anche fra diversi soggetti, ossia docenti, associazioni, istituzioni culturali, social media e via dicendo (Pavone 2020, 14). Cosicché, nell’ambito delle nostre proposte, la scelta è stata quella di coinvolgere non solo docenti e studenti universitari, ma anche insegnanti e studenti delle scuole di ogni ordine e grado, così come istituzioni culturali e associative attive sul territorio. Ed ancora abbiamo cercato di valorizzare in questi percorsi forme di comunicazione social all’interno dei canali multimediali maggiormente utilizzati in questi ultimi anni (YouTube, Instagram, Facebook).</p><p rend="h2">2. Sguardi e narrazioni letterarie, diaristiche e iconografiche</p><p rend="text">È ormai sapere condiviso che la <hi rend="italic">Public History</hi> sia da interpretare non solo come una pratica di disseminazione e divulgazione della ricerca storica destinata a un pubblico eterogeneo, ma soprattutto come una ‘buona pratica’ che preveda il coinvolgimento dello stesso pubblico in versione autoriale (con una funzione attiva), al fine di dare concretezza, in modo ancora più incisivo, alla potenzialità formativa della conoscenza storica (Ridolfi, 2017). Si tratta della sfida più difficile da realizzare, sia perché è pregiudizialmente attraversata dal timore di inquinare la specificità del lavoro dello storico mettendo il suo sapere scientifico sullo stesso piano di altre forme di elaborazione del passato, sia perché la sua realizzazione richiede l’intreccio di sguardi, competenze e abilità molteplici, aprendo ad una concreta interdisciplinarità sia in fase progettuale sia in fase realizzativa. Di contro, però, possiamo ipotizzare che fra i tanti spazi deputati a ciò, i Musei pedagogici della scuola, dell’educazione possano occupare un posto privilegiato proprio perché lo storico dell’educazione che lo abita dovrebbe possedere uno sguardo epistemologico e metodologico indissolubilmente intrecciato ai temi della formazione (Brunelli, 2018). In questa prospettiva, gli studenti, sia universitari sia della scuola primaria e secondaria, possono partecipare a Laboratori che prevedano lo svolgimento di attività in prima persona, in gruppo o individualmente, producendo così veri e propri ‘esperimenti’ di <hi rend="italic">Public History</hi>. Il pubblico o l’utente, così, si profila come il co-autore delle iniziative di <hi rend="italic">Public History</hi> proposte. </p><p rend="text">Nell’ambito dell’Unità locale del Prin dell’Università Roma Tre, coordinato da Carmela Covato, la banca dati in via di realizzazione è relativa alla costruzione di un catalogo elettronico dedicato a tre differenti fonti di storia della scuola: opere letterarie che affrontino in modo centrale o anche periferico il tema dell’educazione e della scuola sotto i più diversi aspetti; diari di scuola redatti dagli stessi insegnanti dai quali sia possibile ricostruire, insieme a tante più o meno occasionali informazioni di contesto, la didattica viva esperita all’interno della singola classe; infine, opere iconografiche (pitture, illustrazioni di libri per ragazzi) che contengano al proprio interno una rappresentazione della scuola e/o dell’insegnamento, in un periodo storico compreso tra il 1861 e il 2001. Con queste fonti cercheremo di individuare alcune proposte operative di <hi rend="italic">Public History</hi> mutuando dall’esperienza e proiettandola, al contempo, verso una linea di progettualità.</p><p rend="text">In primo luogo gli spazi museali consentono di realizzare forme <hi rend="italic">di disseminazione e divulgazione</hi> delle conoscenze. È possibile, infatti, realizzare incontri seminariali tematici che prevedano l’allestimento di mostre documentarie temporanee, nell’ambito delle quali esporre materiale documentario, oggettistico e archivistico di diversa natura. Una dimensione di <hi rend="italic">Public History</hi> che il Museo pratica da tanti anni, in collaborazione con vari Enti ed Istituzioni (dal MIUR al Comune di Roma, dalla Provincia alla Regione Lazio). Fra le tante mostre realizzate in questo contesto voglio ricordare soltanto quelle che hanno prodotto sul piano editoriale la pubblicazione di cataloghi: <hi rend="italic">A come alfabeto… Z come zanzara. Analfabetismo e malaria nella campagna romana</hi>, realizzata in collaborazione con il Comune di Roma (Palazzo delle Esposizioni, 20 novembre 1998 – 6 gennaio 1999); <hi rend="italic">Trucci, trucci cavallucci… L’infanzia a Roma tra Otto e Novecento</hi> (Roma, Villa Torlonia, 2 – 20 ottobre 2001); <hi rend="italic">A passo di marcia. L’infanzia a Roma tra le due guerre</hi> (Museo di Roma in Trastevere, 4 marzo – 25 aprile 2004).</p><p rend="text">La costruzione di mostre tematiche, però, può essere anche oggetto di Laboratori che prevedano la partecipazione di studenti di ogni ordine e grado, i quali svolgano un ruolo attivo nella progettazione e nell’allestimento attivando, così, la formazione di una molteplicità di saperi, competenze e abilità. Realizzare un percorso espositivo, infatti, richiede non solo l’individuazione di un tema, di fonti storiche, la selezione del materiale, l’allestimento espositivo, la dimensione comunicativa (dalla costruzione delle didascalie, alla diffusione delle informazioni, alla pubblicità dell’evento), ma anche la scelta di interventi sonori o video che arricchiscano l’esperienza del visitatore coinvolgendolo in una dimensione multisensoriale, suggestiva e immersiva (Bertuccelli <hi rend="italic">et al</hi>., 2017). Una dimensione esperienziale questa che, anche per gli studenti e docenti coinvolti, significa ricostruire la narrazione storica a partire da una molteplicità di suggestioni e di strumenti, in cui le conoscenze storiche si uniscono a quelle digitali, artistiche, comunicative (Maricchiolo, Mastandrea, 2016).</p><p rend="text">All’interno del MuSEd, ad esempio, una sala è oggi dedicata alla descrizione del patrimonio museale: qui i principali archivi, gli oggetti più significativi, le personalità che hanno operato all’interno del MuSEd vengono raccontati attraverso immagini e testi assemblati (progettati e costruiti grazie al contributo di un gruppo di storici dell’educazione, due fotografi professionisti, un graphic-designer) su pannelli mobili, che offrono la possibilità di trasportare anche in altri luoghi la mostra rendendola, eventualmente, itinerante. I pannelli espositivi prevedono anche la presenza in sala di alcuni oggetti fisicamente esposti. In relazione a questi oggetti (giochi del primo Novecento, banco scolastico di scuola rurale anni Venti del ‘900, armadio didattico di Maria Montessori), un gruppo di studenti della scuola ITS della Fondazione Roberto Rossellini di Roma, nell’ambito del progetto <hi rend="italic">Memoria viva. Una esperienza di fruizione museale, multimediale e immersiva</hi>, organizzato dal MuSEd e dal Laboratorio di Tecnologie Audiovisive del Dipartimento di Scienze della Formazione dell’Università degli Studi Roma Tre (anno accademico 2018/2019), ha progettato e realizzato la presenza di QR code (codici a barre bidimensionali) che consentono al visitatore di accedere ad una descrizione più complessa dell’oggetto attraverso l’uso di un semplice smartphone. Ancora, sempre nell’ambito del medesimo progetto laboratoriale, gli studenti hanno realizzato un’applicazione di realtà virtuale immersiva, che può essere facilmente utilizzata da qualunque visitatore. È stata così progettata e realizzata un’aula montessoriana interattiva, in realtà virtuale con modalità immersiva, attraverso l’uso di occhiali in 3d. </p><p rend="text">Un’altra formula di disseminazione/divulgazione potrebbe essere quella della <hi rend="italic">conferenza-spettacolo,</hi> in cui il seminario tematico sia caratterizzato anche dalla drammatizzazione di testi letterari ad opera di professionisti del palcoscenico (attore/attrice), oppure che preveda la realizzazione di spettacoli musicali dedicati a canti di rilevante interesse storico-educativo. Il MuSEd ha già avviato questa formula della conferenza-spettacolo a partire dal 2004. Voglio ricordare, in particolare, due eventi rilevanti in tal senso: il seminario dal titolo <hi rend="italic">La ninna nanna delle dodici mamme. Ninne nanne, nenie e filastrocche nella storia dell’educazione </hi>che, oltre alla mostra documentaria nei locali del Museo e alla presenza di esperti provenienti da diversi ambiti del sapere, ha previsto l’esibizione di una cantante e di un attore che hanno consentito di alternare alle relazioni scientifiche il canto e la lettura di nenie tratte dalla tradizione folklorica italiana. Ancora nel 2005, in occasione del Seminario <hi rend="italic">Finalmente è l’otto marzo</hi> centrato sui temi dell’emancipazione femminile, la cantante irlandese Kay Mc Carthy accompagnata dalla chitarra, ha condiviso con il pubblico i canti della tradizione folklorica irlandese introducendoli, presso il giovane pubblico degli uditori, con parole dirette e semplici che ne illustravano i contenuti tematici. </p><p rend="text">Una proposta laboratoriale centrata sulla conoscenza e valorizzazione del patrimonio museale e archivistico, che potrebbe essere funzionale a tutti i database in via di costruzione e che implica per lo studente acquisizione di conoscenze storiche e digitali insieme, potrebbe prevedere <hi rend="italic">la partecipazione attiva degli studenti nella catalogazione informatica del patrimonio scolastico</hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi>(archivistico, oggettistico e bibliografico). Quaderni, registri, diari magistrali, libri, fotografie, pagelle, strumenti e materiali didattici del passato – che nel loro insieme costituiscono un patrimonio spesso ‘invisibile’ e negli ultimi decenni talvolta dimenticato nei depositi delle scuole o alienato per esigenze di razionalità degli spazi scolastici e che oramai sappiamo essere indispensabile per raccontare la storia della didattica, della scuola, dell’educazione, dell’infanzia (Targhetta 2020, 163 sgg.) – potrebbero essere oggetto di catalogazione digitale nell’ambito di un Laboratorio specifico, ipotizzato per studenti di ogni ordine e grado. In questa prospettiva, ad esempio, l’ICCU si è già fatto promotore di una iniziativa simile, istituendo il progetto del Museo digitale delle scuole italiane<hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi xml:id="footnote-000-backlink"><ref target="9.html#footnote-000">2</ref></hi></hi>, nell’ambito del quale il MuSEd ha svolto un ruolo di supporto nella organizzazione di alcuni eventi sul territorio (seminari informativi e di promozione dell’iniziativa rivolti ai docenti di scuola primaria e secondaria). La costituzione di un grande museo digitale dove gli studenti possano catalogare documenti o oggetti che costituiscono parte del proprio patrimonio scolastico permetterebbe agli studenti di costruire sapere-storico, di valorizzare i beni culturali acquisendo la cultura della loro preservazione, di ampliare e orientare le competenze digitali e informatiche. Percorsi di avviamento alla conoscenza e catalogazione informatica del patrimonio museale sono stati avviati, inoltre, nell’ambito dei progetti di alternanza scuola/lavoro che il MuSEd ha svolto con le scuole secondarie dal 2017 al 2020. </p><p rend="text">Un altro Laboratorio che ha visto la partecipazione di studenti della scuola secondaria (licei classici, licei scientifici, licei delle scienze umane) nell’ambito di un progetto di alternanza scuola/lavoro (2018/2019) – a cui ci si potrebbe ispirare per valorizzare<hi rend="italic"> l’uso sia delle fonti iconografiche sia delle fonti letterarie, </hi>rendendo gli utenti parte attiva nella costruzione della conoscenza <hi rend="italic">–</hi> è stato focalizzato sulla realizzazione di un albo illustrato utilizzando i disegni dei bambini presenti nei quaderni di scuola del passato che raccontano la guerra (guerra vissuta, guerra raccontata, percepita, immaginata). Il MuSEd contiene, infatti, diversi quaderni di scuola, dalla fine dell’Ottocento agli anni Trenta del Novecento, ricchi di illustrazioni realizzate dagli studenti di scuola primaria e secondaria che raffigurano gli eventi bellici delle campagne d’Africa degli anni Trenta del Novecento e della Seconda guerra mondiale. Gli studenti coinvolti nella ricerca hanno realizzato, con le immagini selezionate, un albo illustrato sulla rappresentazione della guerra, i cui testi sono stati prodotti come espressione di scrittura creativa condivisa ed autoriale (Wikipedia condiviso di scrittura creativa). </p><p rend="text">Fra i progetti laboratoriali, inoltre, che possono coinvolgere studenti di ogni ordine e grado <hi rend="italic">valorizzando le fonti iconografiche</hi>,<hi rend="italic"> </hi>può essere ipotizzata una selezione e analisi delle diverse illustrazioni che, nel corso degli anni, hanno caratterizzato la rappresentazione di un medesimo testo. L’obiettivo, in questo caso, potrebbe essere quello di evidenziare sia le trasformazioni del linguaggio iconografico, sia le diverse interpretazioni che un medesimo testo letterario ha avuto nel corso del tempo. In questo modo emergerebbe sia il tema della storicità del testo letterario e artistico, sia il tema della vitalità e del valore del ‘classico’ dotato di una molteplicità di piani di lettura che, nei diversi momenti storici, trovano nuove forme di espressione e di valorizzazione.</p><p rend="text">L’impegno scientifico del MuSEd si è concretizzato anche nella valorizzazione dei quaderni scolastici (Sani 2012, 477-96), diventati non solo una fonte preziosa per la storia della scuola e dell’educazione, ma anche per lo studio della materialità educativa (Meda, 2016). Infatti, il MuSEd possiede una ricca raccolta di quaderni di scuola – mi riferisco soprattutto ai quaderni dell’Archivio Didattico Lombardo-Radice che si collocano in un periodo storico compreso tra il 1919 e il 1937 – utilizzati non solo per la ricerca storico-educativa ma anche per la didattica universitaria e laboratoriale. La lettura dei quaderni di scuola all’interno dei Laboratori, ha permesso agli studenti di entrare in contatto con la memoria della quotidianità scolastica degli studenti del passato, irrintracciabile in altri contesti di studio come manuali o libri di testo sulla storia della scuola. Per quanto concerne le memorie private di scuola, i quaderni dei bambini così come i diari dei maestri (questi ultimi oggetto di una banca dati che è parte della sezione relativa alla Memoria privata del portale web <ref target="http://www.memoriascolastica.it">www.memoriascolastica.it</ref>) potrebbero essere utilizzati all’interno di un Laboratorio riservato sia a studenti di ogni ordine e grado, sia ai docenti di scuola primaria o secondaria. Un Laboratorio che faccia uso delle memorie autobiografiche e private della vita scolastica avrebbe il doppio valore non solo di far conoscere agli studenti il valore e l’importanza delle fonti storiche mutuate ‘dal basso’, dalla vita reale degli individui (Ginzburg, 1976) e delle piccole comunità scolastiche (Portelli, 2017); ma anche di perseguire uno degli obiettivi più rilevanti della conoscenza storica collegato alla sua capacità di essere uno strumento di decodifica del presente. Il rapporto, infatti, fra la scuola del passato e l’esperienza scolastica attuale, alimentato dalla suggestione esercitata da una fonte della vita privata come quella diaristica o letteraria (soprattutto se autobiografica), potente sul piano della comunicazione e delle suggestioni che innesca proprio perché innervata da emozioni e affetti, potrebbe essere uno strumento prezioso per permettere ai partecipanti di costruire rapporti, collegamenti, connessioni fra passato e presente. </p><p rend="text">In questa prospettiva un ipotetico Laboratorio potrebbe essere focalizzato non solo sulla lettura condivisa delle memorie autobiografiche (diari di maestri, quaderni di scuola, brani letterari), ma anche <hi rend="italic">sull’invito rivolto ai partecipanti a rilasciare memorie autobiografiche centrate sui ricordi di scuola (trascritte, registrate, oppure videoregistrate) che entrerebbero a far parte del patrimonio museale all’interno di un archivio specifico.</hi> Certamente la raccolta dei ricordi di scuola richiederebbe la presenza e il ruolo di figure di intervistatori e intervistatrici esperte e competenti sul piano della relazione pedagogica e delle tecniche comunicative da mettere in campo nel corso dell’intervista, indispensabili per gestirla senza esercitare forme inconsapevoli di pressione e direttività.</p><p rend="text">Infine, un altro aspetto da valorizzare potrebbe essere quello di istituire bandi di concorso per gli studenti di scuola primaria, secondaria o anche per giovani adulti in relazione ad alcune attività museali. Quali ad esempio:</p><list type="unordered">
				<item>ideazione di loghi per iniziative specifiche;</item>
				<item>visite guidate degli spazi museali o di mostre tematiche, condotte dagli stessi studenti. Questa scelta si è rivelata molto feconda già in relazione al noto progetto di rilevanza nazionale <hi rend="italic">La scuola adotta un monumento,</hi> nato negli anni Novanta con una intesa fra Sovrintendenze e il MIUR, e pensato come progetto di educazione permanente al rispetto e alla tutela del patrimonio storico-artistico e più in generale dell’ambiente; </item>
				<item>istituzione di premi per progetti (scolastici) o prodotti culturali (opere letterarie, pubblicazioni di varia natura) che valorizzino la storia del territorio. In questa prospettiva il MuSEd, grazie all’iniziativa del suo attuale direttore, il prof. Lorenzo Cantatore, ha contribuito ad istituire il <hi rend="italic">Premio Malerba per l’albo illustrato</hi>, con cadenza annuale, giunto nel 2020 alla sua quarta edizione, rivolto ad un’opera edita di letteratura per l’infanzia che sia un Albo illustrato. </item>
			</list><p rend="text">Tutte le proposte fin qui elencate, inoltre, andrebbero sempre pubblicizzate e diffuse attraverso campagne social (Facebook, Instagram, Twitter), sempre più insostituibili oramai non solo in relazione al Covid, e che offrono la possibilità di raggiungere un numero altissimo di potenziali utenti. Canali social utili non solo per diffondere le informazioni relative ad iniziative culturali specifiche, ma anche per diffondere e valorizzare quella necessaria ‘sensibilità storica’ che permette di attivare processi di preservazione della memoria e di tutela del patrimonio culturale. Cosicché immagini di oggetti museali, disegni infantili del passato, ricorrenze di eventi, personaggi rilevanti, brani tratti dai quaderni di scuola così come dalla produzione letteraria, potrebbero essere veicolati sui canali social intrecciando micro- e macro-storia, vita privata e pubblica, quotidianità della vita individuale ed eventi che coinvolgono invece la comunità più allargata. Una dimensione, questa, che potrebbe allenare la mente, ampliare lo sguardo di ciascuno di noi sul complesso intreccio che intercorre fra la sfera del sé e gli altri, tra la vita privata e la sfera comunitaria, tra il valore della memoria individuale e quella collettiva.</p><p rend="h2">3. ‘Tracce’ di memoria scolastica: storie orali, luoghi, celebrazioni pubbliche e narrazioni audiovisive </p><p rend="text">Spesso capita di osservare come una visita ai musei della scuola accenda nei visitatori la consapevolezza del valore storico, culturale ed emozionale che gli antichi materiali scolastici possiedono. Accade così che oggetti, fino a quel momento ignorati, siano improvvisamente ‘riconosciuti’: da genitori o nonni che si ricordano di possedere, abbandonati in soffitta, un oggetto simile a quello esposto in una teca; da bambini che si domandano come sia possibile che il proprio zaino o porta-merende siano così diversi da quelli del museo; o, ancora, da insegnanti e studenti che, d’un tratto, si rendono conto di come i vecchi banchi o i tabelloni didattici rinchiusi nel deposito rappresentino in realtà delle testimonianze storiche da raccogliere ed esporre in una possibile mostra, museo o aula dei ricordi da realizzare come progetto didattico, o ancora da utilizzare per avviare una ricerca sulla storia del proprio istituto scolastico. L’interesse che tali oggetti suscita varia, insomma, a seconda della prospettiva di ogni osservatore. Ma ciò che resta invariata è la trasversalità della curiosità e dello stupore provocati: questi oggetti ‘toccano’ da vicino tutte le persone, seppur in vario modo, e per tutte loro costituiscono un formidabile ‘propellente’ in grado di innescare processi individuali e collettivi di comparazione, rimemorazione, condivisione di memorie e di narrazioni autobiografiche. </p><p rend="text">Su queste dinamiche potenti e spontanee si fonda la valorizzazione della <hi rend="italic">memoria scolastica</hi>. Focus del Prin <hi rend="italic">School memories, between Social Perception and Collective Representation (Italy: 1861-2001)</hi> la memoria scolastica diventa così il fulcro di processi comunicativi e formativi che permettono agli educatori museali di ‘attivare’ il patrimonio musealizzato per raggiungere molteplici finalità e obiettivi che appartengono tanto alla didattica della storia quanto alla <hi rend="italic">Public History</hi> ovvero: per raccogliere fonti orali, per avviare un dialogo significativo tra gli scolari e i maestri di ieri e di oggi, infine per promuovere nelle comunità processi di (ri)costruzione partecipata di frammenti perduti di quella ‘storia minore’ rappresentata dalla storia della scuola e delle scuole. </p><p rend="text">Alla raccolta delle fonti orali sulla storia della scuola, delle memorie magistrali e delle memorie scolastiche di ex-allievi, è dedicata la Mediateca digitale delle memorie di scuola che l’unità locale del Prin coordinata da Gianfranco Bandini presso l’Università degli Studi di Firenze sta realizzando all’interno del progetto PRIN. Quello della storia orale è un ambito della ricerca storico-educativa che, in Italia, nell’ultimo decennio sta vivendo una stagione di grande fermento, come dimostrano diversi progetti di raccolta di queste fonti. In tale contesto sono nati il portale <hi rend="italic">Memorie di scuola</hi> che raccoglie le videointerviste prodotte dagli studenti dei corsi di storia dell’educazione dell’ateneo fiorentino; o la collezione di memorie magistrali <hi rend="italic">Memorie di scuola: la voce dei maestri</hi> (10 cd., Università degli Studi del Molise, a.a. 2012-2015) realizzata dal team del Ce.S.I.S.-Centro di documentazione e ricerca sulla storia delle istituzioni scolastiche, del libro Scolastico e della Letteratura per l’Infanzia dell’Università del Molise. </p><p rend="text">Nel medesimo filone di studi si collocano anche le attività di uno specifico progetto di dottorato presso l’ateneo maceratese che ha portato non solo alla raccolta di importanti fonti orali relative alla storia delle pratiche didattiche nella scuola marchigiana tra il 1945 e il 1985 (Paciaroni 2020) ma ha permesso anche di implementare nel Museo della Scuola una serie di laboratori di <hi rend="italic">Oral History</hi> mirati per la scuola primaria. Il percorso didattico-museale proposto (dal titolo <hi rend="italic">Nonno raccontami la scuola</hi>) ha previsto incontri pre- e post-visita nei quali gli studenti hanno acquisito le nozioni fondamentali su come condurre un’intervista, realizzare un reportage fotografico, effettuare riprese audio/video degli intervistati (nonni degli alunni o volontari del museo) e, infine, scrivere un testo divulgativo come un articolo di giornale. Gli elaborati finali – sotto forma di artefatti digitali prodotti componendo testi, fotografie e/o registrazioni audio-video – si sono rivelati funzionali alla diffusione sui social del museo, sul sito web della scuola o sui locali quotidiani on line. Coinvolgere le scuole nella raccolta delle memorie scolastiche significa attivare molteplici processi che possono raggiungere finalità educative ma anche culturali, formative e sociali in senso lato: </p><list type="unordered">
				<item>finalità educative giacché i laboratori di <hi rend="italic">Oral History</hi> permettono agli studenti (della scuola dell’obbligo e/o universitari) di appropriarsi del metodo storico e dei suoi strumenti, acquisire competenze tecnologiche e digitali, infine sviluppare competenze linguistiche e comunicative assieme a competenze trasversali (competenze socio-relazionali, pensiero critico, consapevolezza culturale e conoscenza del patrimonio intangibile); </item>
				<item>finalità di tipo culturale, formative e sociali poiché la raccolta delle fonti orali implica l’avvio di un dialogo intergenerazionale tra i giovani (studenti) e le generazioni precedenti (genitori e nonni) con il conseguente coinvolgimento attivo delle famiglie, di diversi gruppi e classi sociali, fino all’intera comunità locale.</item>
			</list><p rend="text">Un’attenzione particolare il progetto Prin la riserva anche ai <hi rend="italic">luoghi</hi> della storia scolastica che, al pari degli oggetti scolastici, riescono a catalizzare significativi processi di rimemorazione. Con l’espressione <hi rend="italic">‘luoghi della memoria scolastica’</hi> indichiamo tutti quegli spazi fisici o simbolici capaci di generare memorie individuali e collettive legate alla storia della scuola come, ad esempio: le sedi storiche delle scuole di antica fondazione; gli edifici scolastici dismessi e trasformati in scuole-museo; o ancora le scuole in rovina o dimenticate (Meda 2020). Anche le scuole scomparse possono diventare dei «non luoghi della memoria scolastica» quando di esse permanga ancora vivo il ricordo in parte della popolazione (Brunelli 2019). È questo il caso dell’antica <hi rend="italic">open air school</hi> di Macerata la quale, benché smantellata nel dopoguerra, continua ancora oggi a esercitare un potente fascino sulla cittadinanza. Su questo edificio scomparso il Museo della scuola di Macerata ha attivato dal 2016 una serie di percorsi di <hi rend="italic">Public History</hi>: all’appello pubblico alla raccolta di memorie, lanciato sia tra gli studenti universitari sia come campagna sui social network, hanno risposto numerosi cittadini che hanno condiviso ricordi autobiografici, dati e fotografie dando vita, così, a un vero processo di <hi rend="italic">citizen history</hi>. Alle iniziative ha preso parte anche un liceo cittadino: seguendo la proposta lanciata dal museo, gli studenti hanno svolto un progetto didattico incentrato sulla scuola di legno i cui risultati sono stati pubblicati in una monografia curata dal docente di storia che li ha guidati (Bracci 2019). </p><p rend="text">Sulla scia di quest’esperienza, progetti similari possono essere lanciati su tutto il territorio coinvolgendo le scuole e promuovendo così l’acquisizione da parte dei giovani di tutti gli strumenti e metodologie della ricerca storica che spaziano: </p><list type="unordered">
				<item>dalla ricerca e studio delle fonti documentarie (archivistiche, testuali e iconografiche);</item>
				<item>alla realizzazione di interviste ai testimoni (fonti orali);</item>
				<item>fino all’attivazione di raccolte pubbliche di memorie attraverso i social network. </item>
			</list><p rend="text">In questa direzione la costruzione della <hi rend="italic">Mappa interattiva dei luoghi della memoria scolastica in Italia</hi>, a opera dell’Unità locale del Prin dell’Università di Macerata coordinata da Roberto Sani, offrirà l’occasione per riscoprire luoghi legati alla memoria della scuola e delle scuole italiane. Progetti didattici appositamente incentrati su tali luoghi permetteranno di riportare in vita storie, testimonianze e significati che resistono nella memoria collettiva e ne costituiscono un nucleo fondativo, stimolando processi di co-costruzione partecipata della storia della comunità, locale o nazionale. Una simile mappa sarebbe aperta ai contributi che arrivano dal basso e permetterebbe alle comunità scolastiche, ai gruppi sociali e singoli cittadini di diventare essi stessi dei veri <hi rend="italic">public historian</hi>. D’altro canto ricostruire le trasformazioni che, nel tempo, hanno modificato le architetture scolastiche e il paesaggio in cui esse erano collocate, rintracciando le cause e le conseguenze che quelle trasformazioni hanno determinato, offrirà agli studenti delle scuole di ogni ordine e grado l’opportunità di costruire una più solida comprensione del concetto di tempo storico, acquisire una nuova consapevolezza del patrimonio tangibile e intangibile che li circonda, infine riappropriarsi della storia della comunità di appartenenza.</p><p rend="text">Un’altra fonte della memoria scolastica, anch’essa oggetto di studio del Prin, è costituita dai monumenti commemorativi: lapidi commemorative, targhe d’intitolazione di vie e piazze, onorificenze come medaglie e diplomi, ma anche francobolli e monete sono stati impiegati per celebrare pubblicamente le figure di educatori e pedagogisti secondo una «precisa politica della memoria ovvero un ‘uso pubblico del passato’ finalizzato ad acquisire consenso e a rafforzare il sentimento d’appartenenza ad una determinata comunità» (Sani 2019, 56). La banca dati delle <hi rend="italic">Memorie pubbliche degli insegnanti</hi> (curata dall’unità locale Prin dell’Università degli Studi di Macerata) è dedicata proprio all’analisi di queste inedite fonti materiali che ci aiutano a ridisegnare una mappa degli elementi simbolici, dei <hi rend="italic" >point de repère</hi> su cui si è venuta costruendo – in maniera più o meno efficace e/o duratura nel tempo – una reale memoria pubblica della scuola e della professione magistrale. </p><p rend="text">Alla ricerca, individuazione e censimento delle tracce collocate all’interno delle scuole (iscrizioni commemorative o busti lapidei) o all’esterno di esse (es. targhe toponomastiche nelle pubbliche vie e piazze) possono essere dedicati progetti didattici su cui gli studenti possano esercitarsi per ricostruire la storia di un pedagogista, educatore o insegnante e dello specifico legame che lo lega a quella particolare scuola e/o territorio. Una ricerca di questo tipo implica la raccolta e la messa in dialogo di fonti diverse come: documenti dell’archivio scolastico o locale, pubblicazioni a stampa o articoli di giornali d’epoca, fonti fotografiche e iconografiche (dipinti, incisioni, progetti e planimetrie ecc.), fino alle fonti orali costituite dalle testimonianze di dirigenti scolastici, politici o eredi della figura oggetto della ricerca. Al termine del percorso gli studenti progetteranno e realizzeranno una mostra (temporanea o permanente, dentro o fuori la scuola) che loro stessi presenteranno all’intera cittadinanza: in questo modo le classi, la comunità scolastica e l’intera comunità locale potranno riannodare i vincoli di significato (non di rado allentati se non del tutto dissolti) che un tempo li legavano a quell’educatore e al suo lascito pedagogico, culturale e morale. </p><p rend="text">Analoghi progetti didattici si potrebbero avviare, persino, su una particolare memoria pubblica rappresentata dalle lapidi funerarie. Nelle pratiche didattiche basate sul patrimonio culturale le architetture funebri sono spesso impiegate come un’importante risorsa didattica. Non solo i grandi cimiteri monumentali ma anche i nuclei storici di piccoli cimiteri locali possono divenire oggetto di un’esplorazione insolita, ma ugualmente significativa, durante la quale cercare indizi e dati storici, decodificare simboli, decori e iconografie, raccontare storie, interpretare formulari rituali (<hi rend="italic">Aqueduct</hi> 2011, 35-6, 58-9, 61-2). Progetti simili possono declinarsi, in base agli ordini e ai gradi scolastici coinvolti, al fine di raggiungere diversi obiettivi: per avvicinare i più giovani ai temi della morte e della sepoltura e, al contempo, stimolarne le abilità di osservazione e interpretazione di simboli, immagini e linguaggi; o per mobilitare competenze storiche complesse negli studenti delle scuole superiori, che verrebbero chiamati ad analizzare le forme della celebrazione pubblica dell’insegnante e dell’evoluzione del suo ruolo nella società. </p><p rend="text">Un’ultima fonte per l’analisi e la ricerca sulle memorie scolastiche è rappresentata dalle testimonianze filmiche e audiovisive. L’uso didattico dei mezzi audiovisivi è da tempo considerato uno strumento efficace per la progettazione di appositi percorsi, nella scuola primaria e secondaria di primo e secondo grado, implementati con differenti finalità e approcci: come supporto alla didattica delle varie discipline, come strumento di lavoro socio-educativo per la trattazione e la riflessione di temi sociali e di attualità, o come oggetto di studio e di educazione al linguaggio visivo e multimediale. La recente attenzione che la ricerca storico-educativa ha rivolto agli audiovisivi come fonti storiche (Polenghi 2005; Alfieri 2019) ha condotto alla realizzazione di un database dedicato alla <hi rend="italic">filmografia sulla scuola e sugli insegnanti</hi> (a cura dell’Unità locale Prin dell’Università Cattolica di Milano) che permetterà di accedere a film, serie televisive, documentari, cinegiornali. Va sottolineato che, per loro intrinseca natura, queste fonti ci restituiscono della scuola del passato una <hi rend="italic">rappresentazione</hi> mediatica e sociale che è il frutto di precise intenzionalità culturali, politiche e pedagogiche e, al contempo, è il riflesso del sentire comune di una società. Per questi motivi, le fonti filmiche si offrono a un impiego didattico diverso in base ai diversi livelli di lettura che di esse si possono proporre: come testimonianze di una rappresentazione collettiva o, piuttosto, come strumenti di trasmissione del sapere storico e dunque come agenti di <hi rend="italic">Public History</hi>. In un museo della scuola questi materiali si prestano perciò a essere utilizzati per raggiungere diverse finalità culturali e formative: </p><list type="unordered">
				<item>diffondere i risultati della ricerca storico-educativa presso il grande pubblico attraverso proiezioni di film e cineforum organizzati contestualmente a mostre temporanee nel museo; </item>
				<item>stimolare il dibattito pubblico su problemi sociali legati alla vita scolastica (bullismo, integrazione, drop-out ecc.) e, in parallelo, supportare interventi socio-educativi mirati nella scuola (questo è, ad esempio, l’obiettivo del laboratorio del museo maceratese <hi rend="italic">Dal Cappello dell’asino ai social</hi> che propone, partendo da una prospettiva storica per poi approdare al presente, il tema delle tante forme di violenza verbale o fisica perpetrate nell’ambiente scolastico);</item>
				<item>avviare percorsi di media education in collaborazione con le associazioni del territorio, come nel caso del laboratorio <hi rend="italic">Il primo giorno di scuola in 150 d’Unità d’Italia</hi> realizzato dalla Cinema Summer School dell’Associazione Babelica in collaborazione con il Musli-Museo della Scuola e del Libro per l’Infanzia di Torino;</item>
				<item>per supportare la didattica universitaria e promuovere negli insegnanti in formazione una più profonda consapevolezza dell’evoluzione del ruolo docente nella storia e della formazione degli stereotipi legati alla figura dell’insegnante e veicolati dal mezzo cinematografico, con l’obiettivo di riflettere criticamente sulla permanenza/mutazione di tali stereotipi nella società contemporanea (Girotti, Meda, Patrizi 2013). </item>
			</list><p rend="text">La scuola raccontata dai media, dai cinema e dalla televisione ha un innegabile potere di fascinazione, sia in virtù del grande impatto emotivo che l’immagine filmica e audiovisiva è in grado di determinare sugli spettatori sia perché l’esperienza scolastica appartiene alle esperienze di vita in cui tutto il pubblico è in grado di riconoscere il proprio vissuto individuale e di collocarlo all’interno del vissuto collettivo e della memoria condivisa della comunità di appartenenza. </p><p rend="h2">4. Conclusioni</p><p rend="text">Si può senza dubbio affermare che i Musei della Scuola costituiscono un presidio cruciale per la promozione di azioni diversificate di <hi rend="italic">Public History</hi> nel territorio. La materialità degli oggetti che essi conservano permette di stimolare e attrarre un ampio pubblico non specialistico che in quegli oggetti distingue e riconosce le tracce di un passato che è individuale ma anche collettivo al tempo stesso: l’esperienza scolastica. Questa diviene così il catalizzatore che permette ai musei di lanciare progetti di storia orale o percorsi di ricerca basati sull’uso integrato di fonti diverse (iconografiche o letterarie, archivistiche o materiali, documentarie o audiovisive), coinvolgendo a più livelli l’intera comunità nella co-costruzione di conoscenze storiche: <ref target="http://p.es">p.es</ref>. con il <hi rend="italic">crowdsourcing</hi> ovvero la raccolta di dati e materiali storici che gli stessi cittadini possono condividere attraverso la rete (Noiret 2015). </p><p rend="text">La specifica natura universitaria dei musei esaminati, inoltre, consente di promuovere l’approccio proprio della <hi rend="italic">Public History</hi> non solo nella ricerca e nella didattica universitaria ma anche nella scuola pubblica: offrendo materiali, tracce operative e mettendo in dialogo non solo gli storici con gli insegnanti, ma anche gli educatori di ieri e di oggi, infine la scuola con le famiglie. Studenti e insegnanti possono così emanciparsi da una didattica standardizzata e schiava del manuale scolastico per iniziare a ‘fare storia’ in forme creative, dentro e fuori dall’aula (Sayer 2015) e producendo artefatti culturali che spaziano, come abbiamo visto, dalla realizzazione di albi illustrati alle mostre museali, dalla catalogazione di materiali museali alla redazione di articoli di giornale fino alla pubblicazione di testi divulgativi, o ancora dal censimento di siti storici alla produzione di materiali audiovisivi e multimediali, per limitarci agli esempi sopra riportati. </p><p rend="text">Va infine evidenziato come la ‘memoria scolastica’, se osservata sotto la lente metodologica della <hi rend="italic">Public History of Education</hi> (Bandini 2019), offra la peculiare possibilità di rispondere a specifici bisogni sociali. Avendo come specifico focus il mondo della scuola e dell’educazione, infatti, la nostra disciplina e i nostri musei possono toccare e problematizzare le più urgenti questioni sociali che caratterizzano la quotidianità scolastica, di oggi come di ieri: dall’integrazione all’emarginazione nella scuola, dal bullismo all’abbandono scolastico, dalla percezione sociale della figura dell’insegnante fino all’evoluzione dell’aula scolastica e dei suoi arredi, giusto per toccare alcune questioni particolarmente pressanti nel momento storico in cui scriviamo. Su queste tematiche i Musei della Scuola possono proporre eventi, mostre, seminari o cineforum finalizzati a stimolare un dibattito pubblico che, partendo dalla dimensione storica, arrivi a gettare uno sguardo critico sul presente, con l’obiettivo di formulare proposte condivise – con il supporto di altre discipline e sempre con la partecipazione attiva di insegnanti, famiglie e altri stakeholder, anche esterni alla scuola – capaci di rispondere ai bisogni sociali propri della contemporaneità. </p><p rend="text">In base alle premesse sopra esposte è possibile prevedere che i musei, in qualità di mediatori culturali e di agenzie educative, potranno svolgere un ruolo ancora più incisivo nella comunicazione pubblica e nella didattica della storia: due ambiti di cui il dibattito internazionale e, ora, anche italiano hanno ormai messo in chiaro non tanto le differenze quanto soprattutto le numerose e inevitabili sovrapposizioni (Adorno 2020). In questa prospettiva la realizzazione delle banche-dati on line previste dal Prin <hi rend="italic">School Memories between Social Perception and Collective Representation (Italy, 1861-2001)</hi> offrirà nuovi strumenti che faciliteranno un coinvolgimento sempre più attivo e democratico dei cittadini nei processi di riappropriazione e di ricostruzione condivisa della storia, finalmente percepita non più come un sapere distante dal presente ma come elemento fondante di una ‘cittadinanza attiva’ intesa come partecipazione politica e come consapevolezza dell’oggi. </p><p rend="h2">Riferimenti bibliografici</p><p rend="bib_indx_bib">Adorno, S. 2020. “Pensare la didattica della storia.” In <hi rend="italic">Pensare storicamente: Didattica, laboratori, manuali</hi>, a cura di S. Adorno, L. Ambrosi, e M. Angelini,<hi rend="italic"> </hi>11-28. 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Intervista a Bruno Bonomo e Sandro Portelli su storia orale e generazioni.” <hi rend="italic">Italia Contemporanea</hi> 175: 313-30.</p><p rend="bib_indx_bib">Targhetta, F. 2020. “Tutela, studio e divulgazione del patrimonio storico-educativo: il caso del Museo dell’Educazione dell’Università degli Studi di Padova.” In <hi rend="italic">La pratica educativa. Storia, memoria e patrimonio</hi>, a cura di A. Ascenzi, C. Covato, e J. Meda, 161-70. <hi >Macerata: Eum.</hi></p><p rend="bib_indx_bib"><hi >Yanes, C. 2011. “The museum as a representation space of popular culture and educational memory.” </hi><hi rend="italic">History of Education &amp; Children’s Literature</hi> 6, 2: 19-31.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="9.html#footnote-001-backlink">1</ref></hi>	Il presente saggio è frutto del lavoro condiviso delle due autrici. Si specifica tuttavia che Francesca Borruso è autrice dei paragrafi 1 e 2, e Marta Brunelli dei paragrafi 3 e 4.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="9.html#footnote-000-backlink">2</ref></hi>	Per cui si veda il sito web: &lt;<ref target="https://movio.beniculturali.it/iccu/daunoggettoraccontalatuascuola/it/29/museo-digitale-delle-scuole-italiane"><hi rend="CharOverride-3">https://movio.beniculturali.it/iccu/daunoggettoraccontalatuascuola/it/29/museo-digitale-delle-scuole-italiane</hi></ref>&gt;.</p>
      
      
      
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