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        <title type="main" level="a">Cinesità fluide: avventure di cinesi nel mondo</title>
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            <forename>Valentina</forename>
            <surname>Pedone</surname>
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          <resp>This is a section of <title>Traduzione di A China fica ao lado / La Cina è accanto</title>(DOI: <idno type="DOI">10.36253/978-88-5518-637-7</idno>) by </resp>
          <name>Maria Ondina Braga, Michela Graziani, Anna Tylusinska-Kowalska</name>
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        <publisher>Firenze University Press</publisher>
        <pubPlace>Firenze</pubPlace>
        <date when="2022">2022</date>
        <idno type="DOI">https://doi.org/10.36253/978-88-5518-637-7.03</idno>
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          <p>Available for academic research purposes</p>
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        <p>The article by Valentina Pedone focuses on Chinese migration flows to the South-East Asia, offering a wide historical view of those migration flows and a very interesting analysis of the literary works which have been edited by Chinese or Chinese descendants abroad.</p>
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            <item>Chinese migration flows</item>
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            <item>literature</item>
            <item>culture</item>
            <item>South-East Asia</item>
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      <p>It is available online at https://doi.org/10.36253/978-88-5518-637-7.03<ref target="https://doi.org/10.36253/978-88-5518-637-7.03" /></p>
      
      
      
      
      <p rend="h1_chapter" >Cinesità fluide: avventure di cinesi nel mondo</p><p rend="h1_author" >Valentina Pedone</p><p rend="h2" >Più poeti che navigatori</p><p rend="text" >Un famoso detto cinese recita “ovunque si infrangano le onde del mare, vi si potranno trovare cinesi”, con riferimento al fatto che in Cina sia presente una antica cultura di migrazione marittima. In realtà, per quanto esistano importanti storie di migrazione, definire il popolo cinese come un popolo di viaggiatori e migranti sarebbe una enorme approssimazione e generalizzazione. Come frequentemente succede quando si parla di Cina, per disegnare un ritratto fedele si deve guardare al particolare, alle tante storie e culture cinesi, agli incroci ed intersezioni di eventi, tendenze, percorsi. Questo spesso risulta complesso, in virtù di due narrazioni egemoni, quella “occidentale” e quella della Cina continentale, che in maniera perfettamente complementare rinforzano da prospettive diverse l’idea di una cultura cinese monolitica, immutabile nel tempo e omogenea all’interno del suo dispiegamento spaziale. Per focalizzare meglio i contorni di molti fenomeni storici, sociali e culturali che coinvolgono i cinesi, è necessario, dunque, fare uno sforzo per decostruire le visioni semplificate che vengono proposte da diverse direzioni e che molto spesso vengono anche introiettate dagli stessi soggetti coinvolti.</p><p rend="text" >Come si vedrà nel prossimo paragrafo, dalla Cina si sono originate diverse ondate migratorie, spinte da fattori molto diversi, molte delle quali hanno interessato popolazioni cinesi provenienti da aree piuttosto circoscritte, con culture, e persino lingue, particolari e diverse per molti tratti dalla cultura cinese cosiddetta “centrale”. D’altro canto, anche le comunità d’arrivo che si sono formate in altri territori del globo in corrispondenza con le mete battute da questi flussi migratori hanno acquisito tratti molto variegati, al punto che ci si potrebbe interrogare sull’effettiva utilità di definizioni generali quali “cinesi d’oltremare”, che raggruppano comunità diversissime tra loro, rendendo superficiali molti ragionamenti costruiti su un presupposto di omogeneità con la cultura centrale cinese e tra le diverse culture che si formano nei vari territori di insediamento.</p><p rend="text" >A conferma del fatto che non tutti i cinesi nel corso della storia abbiano avuto una propensione a solcare i mari, la storia della Cina ci mostra che piuttosto è vero il contrario, ovvero che tra i cinesi ci sia sempre stata una diffusa riluttanza a lasciare il proprio paese, se non in seguito a precisi ordini dall’alto oppure come fuga da situazioni di disagio economico o disordine politico e sociale. Ovvero quello che accade un po’ a quasi tutte le popolazioni del mondo. Già nella terminologia adottata in Cina per definire gli immigrati cinesi all’estero, riscontriamo interessanti riferimenti alla difficoltà di abbandonare il paese di origine. Il termine tradizionalmente utilizzato per definire i “cinesi d’oltremare” (altra etichetta discutibile ricalcata dall’inglese <hi rend="italic" >overseas Chinese</hi>) è <hi rend="italic" >huaqiao </hi><hi rend="simsun" >华侨</hi><hi >. Se è vero che il fenomeno migratorio, almeno a partire dal XIX secolo, ha avuto una consistenza tale da generare un lessico specifico, nell</hi>’analizzare questo lessico scopriamo che forse queste partenze non erano poi motivate da una smania di esplorare e arrivare a bagnare, come onde del mare, spiagge lontane per il piacere di immergersi in mondi nuovi. Il termine <hi rend="italic" >huaqiao</hi> infatti, come ha osservato la studiosa Lynn Pan (Pan 1999), contiene nel significato letterale di <hi rend="italic" >qiao</hi> – allontanarsi solo temporaneamente da casa – una forte connotazione di provvisorietà.</p><p rend="text" >Wang Gungwu, tra i maggiori esperti di migrazione cinese, osserva che anche il termine moderno che ha sostituito <hi rend="italic" >huaqiao </hi>nell’indicare gli emigranti, ossia <hi rend="italic" >yimin </hi><hi rend="simsun" >移民</hi>, a sua volta deriva dall’espressione <hi rend="italic" >yimin shibian</hi><hi > </hi><hi rend="simsun" >移民实边</hi><hi > (trasferire persone per popolare zone di confine come colonie militari), espressione che rimanda a una decisione imposta dalle autorità e che non lascia i</hi>ntuire alcun afflato spontaneo verso la scoperta di nuovi lidi (Wang 2000). Wang Gungwu, osservando l’evoluzione storica delle ondate migratorie dalla Cina, sostiene che «i cinesi, tradizionalmente, non abbiano mai considerato l’emigrazione un atto spontaneo ma, al contrario, una grande sventura o una calamità naturale, un fatto che si verificava solo quando lo imponevano la guerra o i disastri naturali» (Wang 2000: 26). In quest’ottica è chiaro come la riduzione della prospettiva di permanenza ad un soggiorno limitato nel tempo, sia risultato storicamente d’aiuto a chi lasciava la patria, anche se il ritorno nei fatti non sempre avveniva. L’artificio del soggiorno temporaneo, d’altra parte, oltre ad essere di consolazione a chi era costretto a lasciare il paese, serviva anche a rendere più accettabile socialmente l’abbandono della patria. Infatti era tradizionalmente ritenuto «inopportuno lasciare la Cina, una convinzione che si manifestò altresì nei divieti al commercio privato o all’emigrazione che si susseguirono nei secoli» (Mackie 2000: 4).</p><p rend="text" >Nel valutare il discorso che si è sedimentato nel tempo intorno alla cosiddetta “diaspora cinese” (altra definizione ampiamente dibattuta), è necessario dunque tener bene in conto il peso delle politiche culturali centrali nei confronti di questi cittadini, a volte dipinti come eroi patriottici, a volte come traditori, sempre come perennemente e inevitabilmente cinesi. Altre contronarrazioni, che mettono maggiormente in luce meticciati, localizzazioni, culture originali che si sono sviluppate con il costante radicarsi delle comunità cinesi all’estero, sono più difficili da rinvenire nell’etimologia più diffusa sulla diaspora. Tuttavia, un esempio potrebbe essere il termine cinese ancora oggi più diffuso che traduce l’idea di Chinatown, ovvero<hi rend="italic" > Tangren jie</hi><hi > </hi><hi rend="simsun" >唐人街</hi><hi >, la strada dei Tang, in cui Tang (618-907) indica una delle più importanti dinastie cinesi. La totale mancanza di riferimento nel termine al concetto di nazione cinese, o di cultura cinese centrale, trad</hi>isce una <hi rend="italic" >agency</hi> da parte delle comunità emigrate forse non del tutto in linea con le politiche culturali egemoni (nel linguaggio ufficiale si preferiscono infatti termini quali <hi rend="italic" >huabu</hi><hi rend="simsun" >华埠</hi><hi >, zona cinese, o </hi><hi rend="italic" >Zhongguo cheng</hi><hi > </hi><hi rend="simsun" >中国城</hi><hi >, città cinese, che contengono riferi</hi>mento più esplicito alla Cina stato-nazione). Ma chi quei “quartieri cinesi” li ha creati e abitati per secoli, ormai, erano persone che provenivano dal Fujian e dal Guangdong, specifiche aree geografiche del sud, lontane dal potere centrale, circoscritte, con lingue, culture e abitudini diverse da quelle dei cinesi delle aree settentrionali e centrali, da cui invece si irradiava il potere istituzionale e le direttive culturali più omogeneizzanti. Si tratta di persone che hanno trovato sempre normale definirsi “persone Tang”, <hi rend="italic" >Tangren</hi><hi > </hi><hi rend="simsun" >唐人</hi><hi >, che, più che parlare cinese, sentivano di parlare la parlata Tang, </hi><hi rend="italic" >Tanghua</hi><hi > </hi><hi rend="simsun" >唐话</hi><hi >e abitare sulle strade abitate dai Tang, le </hi><hi rend="italic" >Tangren jie</hi>.</p><p rend="text" >L’identità culturale di milioni di cinesi e sinodiscendenti nel mondo (tra i 30 e 50 milioni a seconda dei criteri utilizzati per conteggiarli) è dunque sollecitata in tante direzioni, a volte di segno opposto, ma a volte anche di segno simile pur originando da posizioni opposte. È il caso ad esempio dello stereotipo del cinese come il <hi rend="italic" >perenne altro</hi>, l’inassimilabile, una costruzione che viene accettata e alimentata sia nella narrazione culturalista e patriottica cinese che in quella orientalista e spesso anche razzista che si ritrova in molti paesi di approdo e stanziamento. Nel prossimo paragrafo si ripercorrono brevemente alcuni momenti importanti nella storia dei movimenti migratori dalla Cina verso il mondo, con l’obiettivo di mostrare quanto questi abbiano preso forme diverse nel corso del tempo. Si tratteggerà poi un ritratto generale delle diverse comunità sinofone oggi più rappresentative nelle aree del globo che più sono state interessate da tali movimenti, proponendo una riflessione sulla produzione letteraria scaturita dall’esperienza della migrazione dalla Cina e dell’insediamento in società e culture nuove.</p><p rend="h2" >Storia</p><p rend="text" >Una civiltà antica come quella cinese ha naturalmente interagito con tante popolazioni diverse nel corso dei secoli. La geografia dei territori abitati da cinesi è cambiata immensamente nel corso del tempo, estendendo e contraendo immensamente i suoi confini in diverse direzioni. Basti pensare al fatto che Li Bai <hi rend="simsun" >李白</hi> (701-762), forse il più famoso poeta di tutta la storia della Cina, era in effetti nato in una località che oggi si trova in Kirghizistan e non in Cina. Il racconto delle interazioni con le tantissime popolazioni con cui i cinesi hanno coabitato, esula da questa breve panoramica storica sulle migrazioni dalla Cina, ci si limiterà quindi a dare qualche coordinata sulle mobilità storicamente più importanti. Cronologicamente, il primo flusso migratorio fuori dalla Cina (all’epoca una civiltà insediata intorno al Fiume Giallo) ha interessato il Sud-est asiatico.</p><p rend="text" >La migrazione sistematica cinese nel Sud-est asiatico è infatti esistita sin dagli albori della Cina imperiale, cambiando forma e natura molte volte, spesso radicalmente. La complessità di questo flusso migratorio si riflette nelle numerose comunità cinesi che vivono (o hanno vissuto) in queste aree e che nel tempo hanno dato vita a diverse creolizzazioni. Quello che oggi viene chiamato Sud-est asiatico, insieme a porzioni dell’odierna Cina meridionale (per lunghi periodi non incluse nei territori costituenti l’impero cinese), nel corso dei secoli hanno suscitato l’interesse delle popolazioni della Cina centrale. A differenza delle terre del Nord, abitate da popoli nomadi e belligeranti, che rappresentavano una minaccia militare perpetua per l’impero cinese, il Nanyang <hi rend="simsun" >南洋</hi> (termine cinese per indicare quell’area meridionale, appunto) è stato a lungo percepito alternativamente come un obiettivo di espansione imperiale per il potere centrale, un rifugio per coloro che sfuggivano alle invasioni delle popolazioni dal Nord, un’opportunità di sopravvivenza per coloro che cercavano occupazione come <hi rend="italic" >coolies</hi> in tempi di difficoltà, una fiorente rete di rotte commerciali che collegava diversi imperi.</p><p rend="text" >Il primo incontro su larga scala tra popoli cinesi e popoli del Sud-est asiatico è avvenuto durante la dinastia Han (202 a.C.-220 d.C.) ed è registrato nello <hi rend="italic" >Shi Ji</hi><hi > </hi><hi rend="simsun" >史记</hi><hi > (Mem</hi>orie di uno storico), capolavoro della storiografia cinese del I secolo a.C. Nel 111 a.C. l’impero cinese attaccò e conquistò il regno meridionale di Nan Yue, che corrisponde all’odierno Vietnam del Nord. Fu l’inizio di una lunga dominazione che durò ad intermittenza fino alla metà del XV secolo. L’area subì un costante processo di sinificazione attivamente guidato dai diversi imperatori cinesi che, oltre a imporre strutture e istituzioni politiche cinesi, inviavano anche persone che finivano per stanziarsi stabilmente in quelle terre, principalmente militari e funzionari. L’area, comunque, attraeva anche molte persone che spontaneamente lasciavano la Cina per stabilirsi in questi territori meridionali con obiettivi diversi, come sfuggire a turbolenze politiche e sociali o dedicarsi al commercio.</p><p rend="text" >Diverso tipo di invasione fu quello portato avanti dalla dinastia Yuan (1271-1368), dinastia imperiale cinese ma di etnia mongola. Non interessati a diffondere l’alta cultura cinese, come invece erano le precedenti dinastie di etnia han, i Mongoli, con i loro feroci attacchi militari, portarono al declino gli imperi insediati da secoli nel Sud-est asiatico (Pagan, Angkor, Champa, Giava), lasciando spazio a nuovi regni a loro più favorevoli. In particolare, le spedizioni a Giava portarono nella zona diversi soldati cinesi, molti dei quali non avevano interesse a tornare in Cina dopo le conquiste militari. Secondo Reid (1996), fu in questo periodo che le conoscenze tecnologiche cinesi vennero adattate all’ingegneria navale locale, dando un grande impulso al commercio marittimo di queste zone e rendendo il commercio l’occupazione più caratteristica dei cinesi d’oltremare del Sud-est asiatico. Con il ritorno ad una dinastia di etnia Han, i Ming (1368-1644), il potere imperiale tornò ad essere esercitato attraverso l’idea di sinocentrismo e superiorità culturale. La strategia dei Ming infatti fu quella di sopprimere il commercio privato e imporre un sistema tributario ai regni controllati dall’impero cinese, dando vita così a un sistema che di fatto camuffasse relazioni commerciali regolate dall’alto. Questa politica portò ad un intenso scambio di missioni diplomatiche con i regni del sud, che, a sua volta, contribuì a far crescere di numero le comunità cinesi che si erano insediate in queste zone. Il flusso di persone dalla Cina, a questo punto, era costituito sia da funzionari inviati dalle aree centro settentrionali, che da commercianti privati, per lo più persone delle province meridionali che appartenevano a una classe socioeconomica inferiore e si spostavano a sud in maniera indipendente per motivi economici.</p><p rend="text" >Uno spartiacque nella storia delle comunità cinesi di oltremare è costituito dai viaggi dell’ammiraglio Zheng He <hi rend="simsun" >鄭和</hi> (1371-1435). Sul principio della dinastia Ming vennero organizzate sette spedizioni verso l’Asia centro meridionale e l’Africa (tra il 1405 e il 1433), con la finalità di aprire nuove rotte commerciali e di estendere l’influenza cinese verso occidente. Queste spedizioni erano formate da decine di migliaia di cinesi, alcuni dei quali poi defezionavano e rimanevano a vivere nei vari territori che costituivano le tappe del viaggio. Le spedizioni di Zheng He segnarono l’inizio dell’era del commercio mercantile nel Sud-est asiatico perché stimolarono in queste aree la produzione su larga scala di quei beni che erano popolari nelle città cinesi (pepe, chiodi di garofano, noce moscata). Da questo momento in poi, la gran parte delle persone di origine cinese del Nanyang sarebbe stata coinvolta in qualche modo nel commercio marittimo. Quando a metà del XV secolo la corte Ming decise di concentrare la sua influenza nella parte nord e nord-ovest della Cina, dove nuove popolazioni cominciavano a minacciare l’impero, le missioni tributarie ufficiali tra Cina e Sud-est asiatico diminuirono bruscamente, fino a raggiungere una sola missione ufficiale all’anno per tutta l’area (Reid 1996). Allo stesso tempo, anche le punizioni stabilite dal governo Ming per coloro che praticavano il commercio privatamente, al di fuori del sistema tributario, diventarono sempre più rigide. Di conseguenza, le comunità cinesi nel Sud-est asiatico rimasero isolate e vennero gradualmente assimilate alla popolazione locale delle città portuali, tanto che, quando i portoghesi arrivarono nell’area, nel XVI secolo, non riuscirono a distinguerle dalla popolazione locale.</p><p rend="text" >Un’ulteriore svolta ci fu quando, nel 1567, venne legalmente permesso il commercio verso l’esterno solo dall’area meridionale corrispondente all’attuale Fujian. Questo flusso, che continua ancora oggi, è quello che diede l’impronta caratterizzante alla migrazione cinese per come è diventata poi nota a livello globale. L’attività del commercio marittimo cinese in questi territori entrò in competizione, e a volte superò, l’analoga attività mercantile europea di quegli anni. I nuovi commercianti cinesi che si insediarono con questa nuova ondata nei territori del Sud-est asiatico non vennero assimilati alle culture locali come era successo un secolo prima, potendo continuare invece a mantenere un rapporto stretto con le aree di origine, e risultarono dunque ben riconoscibili rispetto alle popolazioni locali a quegli olandesi e britannici che sostituirono i portoghesi nel controllo dell’area. Questa distinzione fu poi ulteriormente rafforzata dai nuovi dominatori europei, che fecero un preciso sforzo strategico per mantenere i cinesi separati dalle altre popolazioni.</p><p rend="text" >Quando nel 1644 la dinastia Ming fu spazzata via e sostituita dalla dinastia Qing (1644-1911), di etnia mancese, una considerevole popolazione si spostò verso meridione per non sottostare al nuovo dominio. Un ruolo particolare in questo nuovo scenario fu svolto da Zheng Chenggong <hi rend="simsun" >鄭成功</hi> (Koxinga) 1624-1662, burocrate e mercante Ming, che sconfisse le truppe olandesi e stabilì un regno indipendente basato sul commercio con il Sud-est asiatico nei territori oggi corrispondenti alla provincia del Fujian e Taiwan. Sebbene tale regno non sia durato più di un paio di decenni, il suo ruolo è stato importante nel legittimare per la prima volta l’idea di un’identità cinese d’oltremare basata sul commercio e in aperto conflitto con l’autorità centrale dell’impero (Reid 1996). La dinastia Qing tentò e riuscì a sconfiggere il regno di Zheng Chenggong, facendo sì che molti dei cinesi che cercavano riparo dai nuovi sovrani mancesi sotto la sua protezione si diffondessero nelle molte città abitate dai cinesi in tutto il Sud-est asiatico. Questi rifugiati cinesi erano ostili al potere imperiale centrale e più aperti all’assimilazione con le società locali. A metà del XVIII secolo, la corte Qing tentò un’ultima volta di esercitare il suo potere sul Sud-est asiatico, provando a ripristinare il sistema dei tributi, ma il nuovo ordine coloniale perseguito dalle potenze europee in Asia a partire dal XIX secolo aveva ormai reso impossibile un effettivo controllo cinese su questa area. D’altra parte, durante la dinastia Qing venne ammesso nuovamente il commercio privato e dunque un importante numero di commercianti dalle aree meridionali della Cina continuò a giungere nel Sud-est asiatico con obiettivi economici.</p><p rend="text" >Nel XIX secolo, la mobilità dei cinesi verso l’estero si intensificò e prese forme nuove, raggiungendo aree del globo fino a quel momento ancora non interessate dalla presenza di comunità sinofone consistenti. Lo scontro diretto e brutale con le potenze euroamericane che raggiunse il picco con le guerre dell’Oppio (1839-1842, 1856-1860), da un lato, e i disordini interni causati dalla grande rivolta dei Taiping (1850-1864), dall’altro, alimentarono un flusso migratorio senza precedenti, che coinvolgeva un grandissimo numero di persone che scappavano dalla Cina cercando un’occupazione per sfuggire alla fame e all’instabilità politica. Questa ondata aveva origine ancora una volta nell’odierno Fujian, ma anche dall’attiguo Guangdong. A fianco dei commercianti, dunque, cominciò a partire un numero sempre maggiore di individui che si accontentavano di trovare un impiego come <hi rend="italic" >coolies</hi> nelle grandi piantagioni o nelle miniere stabilite dalle potenze coloniali nel Sud-est asiatico. In questa fase si avviò anche un flusso verso la costa occidentale del nord America (all’epoca chiamata dai migranti cinesi <hi rend="italic" >jinshan</hi><hi > </hi><hi rend="simsun" >金山</hi><hi >, montagna dell</hi>’oro), dove tanti cinesi in situazioni economiche di ristrettezza venivano attratti dai racconti sulla corsa all’oro, per poi finire impiegati con contratti capestro nelle miniere o nella costruzione delle ferrovie. Simili dinamiche attrassero flussi dal Fujian e dal Guangdong anche verso altre parti delle Americhe, i Caraibi e l’Oceania; decine di milioni di cinesi lasciarono il proprio paese in questo periodo. L’Europa, invece, in un primo momento fu interessata solo da flussi migratori contenuti, legati sostanzialmente ai territori sinofoni occupati da inglesi e francesi. A partire dal XX secolo, poi, un certo movimento dall’area meridionale dell’odierna provincia del Zhejiang cominciò a costituire il primo nucleo del flusso migratorio dalla Cina all’Europa, anche questo motivato da un intreccio di ambizioni imprenditoriali e bisogno economico.</p><p rend="text" >La sconfitta dei nazionalisti del Guomindang nella guerra civile, che si concluse con la fondazione della Repubblica Popolare Cinese nel 1949, diede un altro impulso all’emigrazione dalla Cina. In questo caso la mobilità interessava individui originari di diverse parti della Cina e appartenenti a diversi ceti sociali, motivati alla fuga dal continente non da motivi economici, ma per sfuggire al nuovo governo comunista. Un altro trend migratorio di natura politica, sebbene più circoscritto, si avrà poi negli anni dell’<hi rend="italic" >handover</hi> di Hong Kong alla Repubblica Popolare, nel 1997. A livello ufficiale, fino all’epoca di riforme e apertura inaugurata da Deng Xiaoping dopo la morte di Mao Zedong, ogni flusso migratorio dalla Repubblica Popolare Cinese fu interdetto. Con l’apertura delle frontiere e un graduale incoraggiamento alla migrazione per selezionate parti della popolazione, con l’obiettivo indiretto di produrre ricchezza attraverso le rimesse, nuovi flussi migratori hanno preso vita nel corso degli anni Ottanta del Novecento e sono cresciuti con regolarità fino all’incirca agli anni Dieci del Duemila. L’ingresso della Cina nel WTO ha ulteriormente incentivato la migrazione legata al commercio dal Sud della Cina. L’ascesa economica della Cina e in particolare proprio delle aree tradizionalmente interessate dall’emigrazione ha tuttavia rallentato i flussi migratori nell’ultimo decennio. La Cina del XXI secolo, infatti, comincia a presentarsi sempre più essa stessa come un paese di approdo per flussi migratori generati altrove. Chiaramente le catene migratorie tradizionali continuano ad essere alimentate attraverso le parentele, ma l’impeto non è quello di un tempo. Nuovi territori sono oggi interessati da mobilità di individui dalla Cina, che, come nel caso di quelle legate agli interventi infrastrutturali guidati dalla Cina in Africa, sono dirette dall’alto. Al contempo, dalla Cina si stanno affermando anche nuove tipologie di mobilità, come quella costituita dal crescente numero di studenti universitari cinesi che vanno a studiare all’estero. </p><p rend="h2" >Identità e produzione culturale</p><p rend="text" >Oggi, cinesi e sinodiscendenti sono parte integrante di diverse società. Come si è visto nel paragrafo precedente, la lunga storia di contatto tra civiltà cinese e civiltà del Sud-est asiatico ha portato queste aree ad essere ancora oggi quelle con la popolazione di origine cinese più numerosa (ca. 28 milioni di individui secondo Poston and Wong, 2016). Le traiettorie di interazione tra popolazioni locali e diverse ondate migratorie dalla Cina, incrociate con l’interferenza delle popolazioni europee, hanno dato vita qui a comunità meticce con tratti molto specifici e definiti, come i Baba in Malesia, i Sangley nelle Filippine o i Peranakan in Indonesia. Dopo il Sud-est Asiatico, sono gli Stati Uniti ad accogliere la popolazione di origine cinese più numerosa.</p><p rend="text" >Nel Sud-est asiatico, le minoranze cinesi hanno subito diverse persecuzioni, come quella sanguinosa del 13 maggio 1969 in Malesia, o le rivolte anticinesi in Myanmar nel 1967, la violenta oppressione anticinese da parte degli Khmer rossi nella Cambogia degli anni Settanta del Novecento o i più recenti fatti del maggio 1998 a Jakharta. Al contempo però è proprio nel Sud-est asiatico che le minoranze di origine cinese sono arrivate anche ad avere il maggior peso a livello economico, costituendo a volte delle élites estremamente benestanti e potenti. Non sempre a questo potere economico ha corrisposto anche un effettivo potere politico, come è stato a lungo il caso dell’Indonesia, in cui ai sinodiscendenti è stato interdetto l’accesso alle cariche pubbliche e alle istituzioni fino alla fine degli anni Novanta del XX secolo, sebbene buona parte della società di estrazione economica più alta fosse proprio di discendenza cinese. In Malesia, cinesi e sinodiscendenti hanno costituito comunità solide che per varie vicissitudini storiche sono entrate in contrasto con altre comunità locali, questione che ha contribuito all’istituzione dello stato autonomo di Singapore nel 1965, in cui oltre il 70% della popolazione residente è di origine cinese e il mandarino è una delle lingue ufficiali. Nei diversi territori del Sud-est asiatico, dunque, le vicissitudini storiche hanno dato vita a diversi gradi di inclusione ed interazione tra sinodiscendenti e altri gruppi etnici. Il ruolo delle potenze coloniali europee nella gestione delle minoranze cinesi in questi paesi, come già accennato, è stata cruciale nel definire i rapporti odierni tra sinodiscendenti e il resto della società. Nelle Filippine, gli spagnoli portarono avanti sistematiche persecuzioni anticinesi, sterminandone un gran numero. Lo stesso accadde in Indonesia, dove anche gli olandesi portarono avanti veri e propri genocidi contro le comunità sinodiscendenti. Francesi e inglesi utilizzarono invece strategie diverse per controllare i territori che occupavano. Molto spesso, infatti, le élites economiche cinesi venivano sfruttate da queste potenze coloniali per l’intermediazione con la popolazione locale, attribuendo dunque alle comunità sinodiscendenti un ruolo in qualche modo assimilabile a quello dei dominatori stessi e spingendo verso una netta demarcazione etnica delle popolazioni residenti. Una controprova di questa dinamica si può riscontrare in quanto è invece avvenuto in Tailandia, unico paese dell’area a non aver subito una aperta dominazione coloniale europea. In Tailandia, infatti, la popolazione di origine cinese è sempre stata perfettamente incorporata nella società e cultura tailandese, tanto che uno dei maggiori esperti di produzione letteraria sinofona nel Sud-est asiatico, Brian Bernards, ha definito la situazione tailandese come «a successful story of Chinese integration» (2015: 164).</p><p rend="text" >Nelle altre aree del globo interessate da importanti flussi migratori dalla Cina, invece, sono state quasi esclusivamente storie di persecuzione e pregiudizio ad accompagnare l’arrivo di comunità cinesi. Negli USA, al volgere del XIX secolo si registrarono diversi episodi di linciaggi di massa nei confronti di immigrati cinesi, e proprio contro i cinesi vennero formulate leggi specifiche, come il Chinese Exclusion Act del 1882, prima legge a proibire l’immigrazione su base etnica. Importanti episodi di violenza contro i cinesi, rivolte e linciaggi, sono avvenuti a partire dalla fine del XIX secolo anche in Messico, Canada, Giappone, Corea e Australia, mentre varie forme di sinofobia e pregiudizio etnico anticinese si sono riscontrati (e tuttora si riscontrano) anche in Europa e Africa. Come anticipato, la migrazione cinese verso l’Europa, però, ha una storia diversa e, in effetti, piuttosto recente. Al di là di piccole comunità legate ai rapporti coloniali tra Gran Bretagna e Hong Kong/Malesia e tra Francia e Indocina francese (abitata comunque da grandi comunità sinodiscendenti), il flusso che più ha caratterizzato la presenza cinese e sinodiscendente in Europa è quello originario del Zhejiang. Una migrazione dunque con un contesto di partenza leggermente diverso rispetto alle tradizionali aree di emigrazione, sebbene la provincia del Zhejiang sia comunque situata nell’area sud orientale del Paese, come Guangdong e Fujian. Questa migrazione ha ormai circa un secolo, ma in realtà è diventata numericamente rilevante solo a partire dagli anni Novanta del Novecento. Si tratta di una migrazione motivata soprattutto da dinamiche economiche globali, per cui in alcuni circoscritti villaggi e aree del Zhejiang meridionale, lo sviluppo economico e imprenditoriale della Repubblica Popolare Cinese degli ultimi decenni ha sollecitato alcune famiglie con antichi legami familiari con emigrati stabilitisi all’estero a rispolverare i privilegi legati a tali parentele, spingendole a intraprendere un progetto migratorio finalizzato al successo imprenditoriale. Questo flusso migratorio non ha avuto i tempi né le effettive motivazioni necessarie a creare rapidamente comunità radicate e localizzate. D’altra parte, diversi contesti europei, con diverse politiche verso l’immigrazione, hanno offerto diversi livelli di opportunità di integrazione a questi immigrati. Alcune famiglie e individui nel corso del tempo sono arrivati a stabilirsi e incorporarsi nelle società locali (spesso prima economicamente che culturalmente), ma la storia delle comunità sinoeuropee, di fatto, è ancora tutta da scrivere.</p><p rend="text" >Nella costruzione identitaria di molti sinodiscendenti si incrociano oggi due direttrici. Una che rappresenta una spinta omologante che in qualche modo “tira” il migrante o discendente verso la cultura e la “lealtà” al paese di origine, e l’altra che rappresenta invece l’aspirazione alla localizzazione, che raramente prende la forma di un desiderio di mimetizzazione, mentre più spesso si manifesta come l’aspirazione ad esprimere una cultura situata e ibrida, originale sia rispetto a quella di origine che a quella <hi rend="italic" >mainstream</hi> di arrivo. È l’ottica sinocentrica sottesa alla prima direttrice che incoraggia l’utilizzo di etichette quali <hi rend="italic" >haiwai huaren</hi><hi > </hi><hi rend="simsun" >海外华人</hi><hi > (cinesi di oltremare) per indicare chi è cinese o ha avi cinesi e risiede all</hi>’estero. Questa terminologia insiste su una inesistente omogeneità culturale tra tutti i migranti e discendenti, che invece hanno vite e storie completamente diverse, a seconda delle società di cui fanno parte. Anche definizioni come ABC (American Born Chinese) o il calco italiano IBC (Italian Born Chinese), molto diffuse tra i sinodiscendenti, suggeriscono l’idea che a prescindere da dove si nasca e cresca, si rimanga comunque perpetuamente cinesi. Questa prospettiva è in tempi recenti proposta attivamente dal governo cinese (si vedano i lavori di Pál Nyíri sull’argomento), attraverso politiche volte proprio a gestire le “diaspore” cinesi. Nell’RPC infatti esistono ben due importantissime istituzioni che si occupano dei “cinesi d’oltremare”: l’Overseas Chinese Affairs Office of the State Council (conosciuto colloquialmente come <hi rend="italic" >qiaoban </hi><hi rend="simsun" >侨办</hi><hi >), che è un ufficio di livello ministeriale, e l</hi>’All-China Federation of Returned Overseas Chinese (conosciuto colloquialmente come <hi rend="italic" >qiaolian</hi><hi > </hi><hi rend="simsun" >侨联</hi><hi >) che dipende inv</hi>ece direttamente dal Partito. Questa struttura mostra come sia importante per il governo cinese mantenere vivo il rapporto con i suoi cittadini e discendenti all’estero. In Cina infatti, oltre ad esserci istituzioni politiche e amministrative direttamente legate alle diaspore, si hanno poi, sul piano della politica culturale, anche diversi concorsi letterari, case editrici, media, dedicati solo alla produzione culturale dei cinesi all’estero. Dal lato opposto, si innescano naturalmente anche meccanismi di localizzazione, che si rinforzano con il succedersi delle generazioni e in relazione alle politiche di maggiore o minore apertura verso l’immigrazione delle singole nazioni di residenza. A fianco delle definizioni omologanti citate in precedenza, si affermano dunque anche altre definizioni, quali tutte le costruzioni come Chinese American o sinoitaliano/a e via dicendo, che enfatizzano l’appartenenza alla società di arrivo, inquadrando dunque i sinodiscendenti come cittadini del paese in cui vivono, ma con un background diverso dalla maggioranza. Se si guarda alla migrazione di lunga data, sono in qualche modo diventate simbolo di localizzazione le Chinatown, micromondi che più che riprodurre il paese d’origine, costruiscono nuove dimensioni, fatte di nostalgia, scambio, ibridazione. Anche l’associazionismo cinese all’estero può in qualche caso avere tratti di localizzazione, come ad esempio era il caso della tradizionale Chinese Consolidated Benevolent Association fondata in nord America a fine XIX secolo come struttura di conforto per gli immigrati vessati da un clima di pregiudizio etnico. Forme di localizzazione si riscontrano anche nello sviluppo di credi o pratiche religiose locali, anche questi riscontrabili tra alcune comunità emigrate di vecchia data, oppure nella costituzione di scuole di lingua e cultura cinese specificamente rivolte a figli e figlie di sinodiscendenti.</p><p rend="text" >La produzione artistica e letteraria di soggetti di origine cinese che vivono fuori dalla Cina è estremamente variata. In prima analisi, non tutta questa produzione naturalmente tratta il tema della cinesità e dunque, nelle sue forme non sinofone, ovvero non espresse in cinese, non dovrebbe essere distinta dalla produzione letteraria del paese in cui viene prodotta, non essendo di per sé l’esperienza di essere cinese o avere avi cinesi un’esperienza totalizzante, che annulla qualsiasi altro tratto identitario. Tuttavia, è pur vero che la gran parte della produzione culturale espressa da soggetti di origine cinese fuori dalla Cina ha a che fare con la cinesità, sia che questa produzione sia espressa in lingua cinese o nelle lingue dei paesi di residenza. Prima di affrontare la questione dei temi, e dell’espressione della cinesità, in questa produzione culturale, è necessario fare alcune precisazioni riguardo alla lingua con cui essa è veicolata. Fino all’incirca agli anni Venti del Novecento, infatti, la lingua ufficiale utilizzata in Cina era il cinese classico, il <hi rend="italic" >wenyan</hi><hi > </hi><hi rend="simsun" >文言</hi><hi >, una lingua molto distante dalla lingua comunemente parlata, il </hi><hi rend="italic" >baihua</hi><hi > </hi><hi rend="simsun" >白话</hi><hi >. Il </hi><hi rend="italic" >wenyan</hi> era diffuso come lingua scritta anche in diverse aree dell’Asia orientale e sud orientale, come retaggio dell’influenza sinocentrica dell’epoca imperiale (si è usato a lungo il cinese classico in Giappone, Corea e Vietnam, per questo motivo). Naturalmente la produzione sinofona di queste aree, prima che si abbandonasse l’uso del cinese classico per preferire lingue e alfabeti locali, non ha a che fare direttamente con l’esperienza della migrazione cinese. Esiste invece una produzione letteraria interessante nelle aree del Sud-est asiatico che emerge dalle comunità migrate a sud tra la fine dell’impero Qing (1911) e la Fondazione della RPC (1949). In questa epoca di grande instabilità politica, economica e sociale per la Cina, infatti, trovarono rifugio, soprattutto in Malesia e Singapore, anche diversi intellettuali cinesi. Sotto l’impulso del movimento di Nuova Cultura che portò la Cina continentale ad abbandonare il cinese classico e ad adottare il vernacolare all’inizio del XX secolo, gli intellettuali cinesi diffusero lo spirito di quegli anni anche nel sud, animando l’associazionismo locale, fondando riviste, scuole, movimenti letterari e quindi promuovendo anche la cultura e lingua cinese in queste zone. Tra gli intellettuali cinesi che in questa epoca si recarono e soggiornarono a lungo nel Sud-est asiatico, il più noto forse è Yu Dafu <hi rend="simsun" >郁達夫</hi> (1896-1945), uno dei protagonisti del movimento di Rivoluzione Letteraria che scosse la Cina nella prima metà del secolo scorso. Yu Dafu trascorse l’ultima parte della sua vita tra Malesia e Indonesia, prendendo parte alla vita culturale locale. Tra gli autori sinodiscendenti del Sud-est asiatico che oggi scrivono in cinese si può qui ricordare Ng Kim Chew <hi rend="simsun" >黄锦树</hi><hi > </hi>(Huang Jinshu) (1967-), malese che risiede a Taiwan, che è stato tradotto in diverse lingue e che colora la sua scrittura di termini prestati dal malese. Un altro noto autore sinodiscendente cresciuto in Malesia, che però pubblica in inglese, è Tash Aw <hi rend="simsun" >欧大旭</hi><hi > </hi>(Ou Daxu) (1971-), che oggi risiede in Europa e pubblica romanzi di grande successo. Entrambi questi autori alludono estensivamente nella propria opera alle loro origini sino-malesi e all’universo culturale dei sinodiscendenti nel Sud-est asiatico.</p><p rend="text" >Anche nelle Americhe, in Europa e in Australia esiste una produzione culturale sia in lingua cinese che nelle diverse lingue di approdo, che è nel tempo emersa dalle varie comunità cinesi che hanno abitato in queste zone. Tra i lavori in lingua inglese, si possono ricordare quelli di Lin Yutang <hi rend="simsun" >林语</hi><hi rend="simsun" >堂</hi> (1895-1935), grande traduttore e intellettuale cinese che si trasferì negli USA negli anni Trenta del Novecento e pubblicò diversi tra saggi e romanzi, scrivendo in inglese e riscuotendo un notevole successo. Gran parte del suo lavoro era proprio finalizzato a far conoscere la società e cultura cinese agli americani, come si evince dal titolo del suo libro più famoso, <hi rend="italic" >My Country My People</hi> (1935). Molto tempo dopo, negli anni Settanta del Novecento, gli USA sono stati poi teatro di una polemica animata da alcuni autori e autrici di origine cinese, riguardo alla rappresentazione dei cinesi e della cinesità nei loro scritti. Il principale animatore della polemica è stato lo scrittore e drammaturgo Frank Chin (1940-), tra gli ideatori della pionieristica antologia di scritti di autori americani di origine asiatica intitolata <hi rend="italic" >Aiiieeeee!</hi> <hi rend="italic" >An Anthology of Asian American Writers</hi> (1974). Chin attaccava in particolare la scrittrice sinoamericana Maxine Hong Kingston (1940), che nel suo <hi rend="italic" >The Woman warrior </hi>(1976), romanzo velatamente autobiografico, avrebbe dipinto una immagine orientalista della cultura cinese, mostrandola come primitiva e inferiore alla cultura nordamericana bianca. Altra personalità di primo piano del panorama letterario dei sinodiscendenti in USA è Amy Tan (1952-), autrice di best seller quali <hi rend="italic" >The Joy Luck Club </hi>(1989)<hi rend="italic" > </hi>e tanti altri, tradotti in moltissime lingue. Anche nella sua opera, il tema della cinesità è assolutamente omnipervasivo.</p><p rend="text" >Molti autorevoli intellettuali cinesi si sono stabiliti anche in Europa nel primo Novecento, e a volte è proprio in Europa che hanno scritto grandi capolavori. Uno dei casi più significativi in questa direzione è forse quello di Lao She <hi rend="simsun" >老舍</hi> (1899-1966), un vero e proprio gigante della letteratura cinese del Novecento, che risiedette a lungo in Inghilterra, studiando alla SOAS (School of Oriental and African Studies). Il suo romanzo <hi rend="italic" >I due Ma</hi> (<hi rend="simsun" >二马</hi><hi > </hi><hi rend="italic" >Er Ma</hi>) (1923) racconta proprio la storia di una famiglia di immigrati cinesi in Inghilterra e tratta il tema del conflitto generazionale, in relazione all’identità etnica. Nella seconda metà del Novecento, invece, il caso più autorevole di scrittore sinofono in Europa è certamente quello di Gao Xingjian <hi rend="simsun" >高行健</hi><hi > (1940-)</hi>, autore naturalizzato francese, che ha vinto il premio Nobel per la letteratura nel 2000 con la <hi rend="italic" >Montagna dell’anima</hi> (<hi rend="simsun" >灵山</hi><hi > </hi><hi rend="italic" >Ling shan</hi>) (1990), romanzo scritto e pubblicato in cinese. Molti altri autori e autrici cinesi hanno scelto l’Europa per vivere, chi pubblicando in cinese e chi continuando a pubblicare in Cina, tra i nomi più noti Jun Chang <hi rend="simsun" >张戎</hi><hi > (1952-)</hi>, Ma Jian <hi rend="simsun" >马建</hi><hi > (1953-)</hi>, Dai Sijie <hi rend="simsun" >戴思杰</hi><hi >,</hi> (1954-), Guo Xiaolu <hi rend="simsun" >郭小橹</hi><hi > (1973-)</hi>. Meno vivace di quella presente negli USA è invece la letteratura dei sinodiscendenti in Europa.</p><p rend="h2" >Quel che resta</p><p rend="text" >La storia della migrazione cinese, dunque, è fatta di tante storie, così varie che forse hanno meno in comune tra loro di quanto si è abituati a pensare. È una storia sia di persecuzioni che di grandi successi, sia una storia di resilienza che di disperazione. È una storia raccontata non solo in tante lingue, ma anche in tanti dialetti, e attraversa comunità antiche, ma ne genera anche di originali. Per chi ha lasciato la Cina, nei secoli, sentirsi cinese oppure essere considerato cinese è stato a volte un fardello, altre un conforto, o persino una fortuna. Sentirsi cinesi ha cambiato significato infinite volte; in alcuni contesti, un tempo come oggi, essere cinesi ha corrisposto ad appartenere all’etnia han, in altri adottare la cultura cinese, come ad esempio è avvenuto per dinastie appartenenti ad altre etnie che hanno regnato per secoli sul territorio cinese. L’idea di nazione e di razza, infatti, arrivarono in Cina dall’ovest solo nel XIX secolo, anche se oggi sono del tutto organici alle politiche culturali centrali.</p><p rend="text" >Ciò che forse davvero sembra rimanere una costante è l’idea che esista una cinesità, che può essere mutevole e flessibile, ma che comunque distingue chi la possiede da chi non la possiede. Non sorprende dunque che sia proprio il tema identitario a prevalere nella produzione culturale di cinesi e sinodiscendenti all’estero. Spiegare la Cina e i cinesi, esplorare le sfumature esotiche dei tanti modi di essere cinesi fuori dalla Cina, osservare le differenze tra la cultura cinese e le altre, raccontare il conflitto culturale o l’attrazione verso il non-cinese, sono tra le scelte narrative più comuni tra scrittrici e scrittori di origine cinese. A volte questa ingombrante cornice culturalista appesantisce la produzione culturale dei sinodiscendenti, portando a riformulazioni seriali di cliché, sulla falsa riga dell’idea di scontro di civiltà. Altre volte però il tema della cinesità può anche regalare interessanti riflessioni, sorprendentemente universali, su cosa costituisca la propria identità culturale, o perfino la propria natura, e su quanto sia tortuoso e costellato di trappole il percorso che ci porta alla autodeterminazione di chi siamo, dei valori in cui ci rispecchiamo, e di quanto di ciò che i nostri antenati ci hanno trasmesso vogliamo davvero condividere e regalare alle generazioni future.  </p><p rend="h2" >Riferimenti bibliografici</p><p rend="bib_indx_bib" ><hi >Bernards B. (2015), </hi><hi rend="italic" >Writing the South Seas; Imagining the Nanyang in Chinese and Southeast Asian Postcolonial Literature</hi><hi >, University of Washington Press, Seattle and London. </hi></p><p rend="bib_indx_bib" >Mackie J.A.C. (2000), <hi rend="italic" >Introduzione</hi>, in <hi rend="italic" >Cinesi d’oltremare. L’insediamento nel Sud-Est asiatico</hi>, a cura di Reid A., Fondazione Giovanni Agnelli, Torino: 1-22.</p><p rend="bib_indx_bib" ><hi >Pan L. (a cura di)</hi><hi rend="italic" > </hi><hi >(1999), </hi><hi rend="italic" >The encyclopedia of the Chinese overseas, </hi><hi >Harvard University Press, Cambridge/Massachussets.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi >Poston D.L. Jr, Wong J.H. (2016), </hi><hi rend="italic" >The Chinese diaspora: The current distribution of the overseas Chinese population</hi><hi >, «Chinese Journal of Sociology», 2/3: 348-373.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi >Reid A. (1996), </hi><hi rend="italic" >Flows and Seepages in the Long-term Chinese Interaction with Southeast Asia</hi><hi >, in </hi><hi rend="italic" > Sojourners and Settlers: Histories of Southeast Asia and the Chinese</hi><hi >, edits. Reid A. and Alilunas-Rodgers K., Allen &amp; Unwin, St Leonards, NSW: 15-50.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" >Wang G.W. (2000), <hi rend="italic" >Il soggiorno: l’esperienza dei cinesi nel Sud-Est asiatico</hi>, in <hi rend="italic" >Cinesi d’oltremare. L’insediamento nel Sud-Est asiatico</hi>, a cura di Reid A., Fondazione Giovanni Agnelli, Torino: 23-39.</p>
      
      
      
      
      
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          <head>References</head>
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