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        <title type="main" level="a">La memoria come impegno civile. Il racconto della Resistenza nell’Italia repubblicana</title>
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          <resp>This is a section of <title>Raccontare la Resistenza a scuola</title>(DOI: <idno type="DOI">10.36253/978-88-5518-650-6</idno>) by </resp>
          <name>Luca Bravi, Chiara Martinelli, Stefano Oliviero</name>
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        <publisher>Firenze University Press</publisher>
        <pubPlace>Firenze</pubPlace>
        <date when="2022">2022</date>
        <idno type="DOI">https://doi.org/10.36253/978-88-5518-650-6.06</idno>
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        <p>In modern societies two processes seem to be carried on simultaneously. On one side, the traditional shape assumed by historical knowledge seems dissolving. On the other side, another exigence has to be affirmed: the necessity to remember, to share their memories. This is a pattern linked to the limits and contradictions which characterised the relationship between present and past. Tracing the steps thanks to which the anti-fascist Resiatance have been taking place in Italy is useful for defining the strong ethic and politic relevance making it a precious tool for democratic convivence</p>
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      <p>It is available online at https://doi.org/10.36253/978-88-5518-650-6.06<ref target="https://doi.org/10.36253/978-88-5518-650-6.06" /></p>


<p rend="h1_chapter" >La memoria come impegno civile. Il racconto della Resistenza nell’Italia repubblicana</p><p rend="h1_author" >Silvano Calvetto</p><p rend="h2" >1. Storia e memoria</p><p rend="text" >Forse mai come oggi la necessità di tenere distinte storia e memoria si presenta come questione di primaria importanza per poter guardare al passato in modo credibile. Se c’è un aspetto che caratterizza il dibattito pubblico maturato negli ultimi decenni, è quello relativo alle molteplici sovrapposizioni tra la storia, come ricognizione del passato condotta con gli strumenti scientifici e culturali della ricerca, e la memoria, come racconto su cui gravano gli interessi non sempre limpidi di molteplici attori sociali: le istituzioni, la politica, i mezzi di comunicazione ecc.</p><p rend="text" >Problema non nuovo, per la verità, giacché la storia sempre ha avuto un uso pubblico e gli esiti delle sue ricerche sempre si sono in qualche modo confrontati con il problema della memoria. Ma quel che sta avvenendo nella società odierna presenta un repertorio di specificità che vanno interrogate, soprattutto a partire dai paradossi intorno ai quali determinati fenomeni prendono corpo. Lo ricordava anni fa Nicola Gallerano, sottolineando il fatto che </p><p rend="quotation_b" >convivono nel presente due fenomeni all’apparenza contraddittori: un accentuato e diffuso sradicamento dal passato da un lato; e un’ipertrofia dei riferimenti storici nel discorso pubblico dall’altro (Gallerano 1995, 25). </p><p rend="text" >Per un verso, l’affermazione di una cultura totalmente schiacciata sul tempo presente che sembra aver smarrito qualsiasi legame con il passato (Prosperi 2021), fino a mettere radicalmente in discussione la nozione stessa di coscienza storica (Miegge 2004), dall’altro, il proliferare, nel discorso pubblico, di sguardi retrospettivi entro una dimensione che non è certo priva di opacità e contraddizioni. Così sempre di più si è esposti al rischio di coltivare del passato immagini che sono orientate tanto alla sua mitizzazione, nel rimpianto nostalgico del tempo perduto, come avviene soprattutto nei passaggi di crisi quando lo sguardo verso il futuro si rende difficile, quanto alla sua demonizzazione, secondo un diffuso sentimento di superiorità nei confronti di chi ci ha preceduto che proprio la modernità ha generato come uno dei suoi esiti più rappresentativi (Connerton 2009; tr. it. 2010). Più difficile, invece, nel gioco di queste retoriche speculari, guardare al passato secondo l’intenzione di comprenderlo nella sua irriducibile complessità storica senza farsi vincere dalla tentazione di curvarlo sulle esigenze politiche e culturali del presente.</p><p rend="text" >Ed è proprio a partire da quest’attitudine all’abuso pubblico della storia (Giannuli 2009) che nella nostra società si sono andati restringendo gli spazi di quest’ultima a vantaggio di quelli della memoria. Forse è proprio perché viviamo un tempo in cui è apparentemente facile lasciarsi alle spalle il passato che l’evocazione del ricordo si impone come un baluardo contro l’oblio. Il problema riguarda allora il tipo di rappresentazione che si sedimenta nel senso comune, dove i fatti vengono spesso decontestualizzati e restituiti nelle forme della loro estrema semplificazione anziché essere approfonditi come meriterebbero. Un passato la cui ricostruzione finisce per essere assorbita dalle logiche di potere e dall’emotività che ne contraddistingue la sua ricezione pubblica. D’altra parte il confronto con quella che tradizionalmente viene chiamata memoria collettiva (Halbwachs 1968, tr.it. 2001) è ineludibile. Si tratta di quella sorta di patto nel quale ci si accorda su cosa trattenere e cosa lasciare andare del nostro passato. Com’è stato osservato:</p><p rend="quotation_b" >Su questi eventi si costruisce l’albero genealogico di una nazione. Sono i pilastri su cui fondare i programmi di studio nelle scuole, i luoghi della memoria, i criteri espositivi dei musei, i calendari delle festività civili, le priorità da proporre nella grande arena dell’uso pubblico della storia, le scelte sulla base delle quali si orientano tutti i sentimenti del passato che attraversano la nostra esistenza collettiva. I fondamenti di quel ‘patto’ cambiano a seconda delle varie ‘fasi’ che scandiscono il processo storico di una nazione. Ogni volta cambiano i suoi contraenti e i suoi contenuti. La fragilità della nostra memoria pubblica deriva oggi essenzialmente dalla precarietà dei suoi contenuti e dall’inadeguatezza dei suoi contraenti (De Luna 2011, 13).</p><p rend="text" >Si tratta allora di cogliere le specificità della memoria collettiva nel mondo contemporaneo proprio a partire dai suoi lati d’ombra, compresa la grande enfasi che assume oggi la dimensione del ricordo. Il rischio altrimenti è quello di commemorarlo, il passato, prima ancora di realmente conoscerlo. Ricordare è infatti diventato nel tempo una sorta di dovere morale al quale non ci si può sottrarre, qualcosa il cui valore non può essere messo in discussione, come ben documenta, tra l’altro, la crescita esponenziale di giornate della memoria e del ricordo (Giannuli 2009, 313). Un’operazione condotta dall’alto i cui contenuti devono essere accettati in quanto tali dai cittadini, non certo come il risultato di scelte realmente condivise sulla base di una pubblica discussione. </p><p rend="text" >Se la memoria può valere come impegno civile, nella dimensione formativa che in questa sede la riguarda, vale a dire come volontà di costruire se stessi come cittadini a partire da quelle che sono le radici storiche della nostra convivenza democratica – innanzitutto la Costituzione come progetto politico e insieme educativo – ciò può avvenire, a nostro giudizio, proprio tenendo conto della problematicità che è insita nel suo stesso utilizzo, nelle contraddizioni e nei limiti che la attraversano, al di là dell’enfasi e della strumentalità di cui spesso è caricata. Guardare quindi alle strategie più efficaci per far conoscere la Resistenza alle generazioni più giovani, consapevoli dello straordinario patrimonio di iniziative che pur in mezzo a grandi difficoltà continuano a maturare dentro e fuori le istituzioni, vuol anche dire avere contezza dei passaggi mediante i quali è maturata la sua narrazione pubblica nei decenni passati. Non si dà qui il caso, naturalmente, di ripercorrere quei passaggi in modo esaustivo, ma un loro rapido richiamo, almeno fino alla crisi degli anni Ottanta, può essere utile per osservare da quale storia proviene questa narrazione, a quali esigenze si è via via legata, cosa ha evidenziato e cosa ha taciuto e quali forme ha nel tempo assunto.</p><p rend="h2" >2. Il racconto della Resistenza</p><p rend="text" >Sin dall’immediato dopoguerra il confronto con la vicenda resistenziale si rende assai problematico, al centro di contese anche aspre che ben riflettono la dialettica politica che va prendendo corpo nel paese. C’è una stagione breve, dopo il 1945, nella quale forte è l’impegno dei protagonisti della lotta partigiana affinché non venga smarrito il significato della loro esperienza. Sono soprattutto le forze di sinistra, segmenti della società civile, figure del mondo intellettuale a promuovere la costruzione di una memoria dal basso per celebrare quella che viene intesa come una profonda e benefica cesura nella storia del paese. È qui che nascono gli Istituti storici della Resistenza, le associazioni partigiane, la prima memorialistica scritta e le molte iniziative culturali volte alla costruzione di un nuovo <hi rend="italic" >pantheon</hi> di eroi secondo modelli sociali e politici largamente inediti (Paggi 1999; Ridolfi 2003; Focardi 2005; De Luna 2011). Si tratta di qualcosa di nuovo, che rompe con un passato nel quale la costruzione della memoria era un’operazione condotta prevalentemente dall’alto, come ad esempio ancora era avvenuto dopo il primo conflitto mondiale. Qui, per via del ricordo ancora fresco della guerra, l’elogio del sacrificio, la commemorazione dei caduti, l’esaltazione della lotta come rigenerazione morale non vengono compiuti in nome di un generico patriottismo, bensì per celebrare un nuovo modello di cittadino, capace di spendersi attivamente e coscientemente per ideali di libertà e giustizia: un’italianità inedita, per molti versi, che rompe con i modelli culturali ereditati dal fascismo (Schwarz 2010). È da notare come in questa fase, accanto alla dimensione martirologica, si affermino anche modelli celebrativi nei quali è parimenti viva una dimensione ludica e festosa che è anch’essa un tratto tipico di questi anni, certamente drammatici, ma dove la volontà di rifare il paese passa anche attraverso nuove forme di creatività e vitalità esistenziale. Una stagione breve, tuttavia, dopo il ’48 la prospettiva muta radicalmente.</p><p rend="text" >Lungo tutti gli anni Cinquanta la Resistenza finisce in un cono d’ombra. Rimossa dal dibattito pubblico, essa viene conservata nei percorsi di parte. Sintomatico quanto avviene sul piano delle ricorrenze celebrative: da una parte, il ricordo cauto, e talvolta imbarazzato, delle forze moderate, dall’altra, il forte significato simbolico attribuito dalle forze di sinistra. <hi rend="italic" >Il Popolo</hi>, l’organo della Dc, ad esempio, nel ’48, a pochi giorni dalle elezioni che determinano i rapporti di forza degli anni a venire, invita a celebrare il 25 aprile «nell’intimo dei nostri cuori», «senza chiassate potenzialmente pericolose» (<hi rend="italic" >Il Popolo</hi>, 25 aprile 1948), per dire dei timori che il ricordo della guerra partigiana reca con se. Così i comunisti possono puntare il dito sulle contraddizioni della classe dirigente democristiana, come riassumono le parole di Giorgio Amendola durante un dibattito parlamentare del ’52: </p><p rend="quotation_b" >Voi siete imbarazzati a ricordare e celebrare le glorie della guerra partigiana, non perché vi fossimo solo noi (perché c’eravamo noi e c’erano anche gli altri) ma perché ricordando gli altri, non si può non ricordare anche noi (Ridolfi 2003, 214). </p><p rend="text" >Memorie divise che ben rappresentano l’anomala situazione della repubblica italiana: costituzionalmente vincolata al patto antifascista, ma dalla vita politica dominata dal crescente anticomunismo, con il quale si finisce per mettere fuori gioco una delle componenti decisive della guerra di Liberazione. Una contraddizione che peserà enormemente su tutta la vicenda storica italiana e che determinerà i contenuti della memoria pubblica che si andrà delineando.</p><p rend="text" >Emblematico quanto avviene con le celebrazioni ufficiali del ’55. Per la prima volta, in occasione del decennale della festa del 25 aprile, la ricorrenza ha una veste istituzionale che cerca di coinvolgere tutte le forze dell’arco parlamentare, con un’inedita attenzione da parte degli stessi mezzi di informazione. Anche la scuola, certo non prima di aver ricordato, con il ministro Giuseppe Ermini, che la data del 25 aprile è innanzitutto quella del genetliaco di Guglielmo Marconi, risulta significativamente coinvolta nelle iniziative del governo. Un’apposita legge dell’anno successivo (3 maggio 1956, n. 402) prevede stanziamenti per borse di studio da destinare agli orfani dei caduti della lotta di Liberazione, impegnando il ministero per una cifra pari a cento milioni di lire. Nella circostanza vengono poi promosse pubblicazioni che restituiscono della Resistenza un’immagine celebrativa e dai toni fortemente legati alla retorica patriottica, com’è il caso del volume, stampato in diecimila copie, <hi rend="italic" >Il Secondo Risorgimento</hi>: un compendio di quelli che saranno i motivi da privilegiare nella costruzione di una memoria che si vuole depurare degli aspetti di conflittualità e di rottura che avevano caratterizzato la lotta partigiana.</p><p rend="text" >Sarà necessario attendere ancora un po’ di tempo per assistere ad una significativa svolta in tal senso: gli anni Sessanta e il centrosinistra. Lì la frattura tra le diverse forze politiche viene in parte ricomposta, così l’antifascismo e la Resistenza tornano al centro del dibattito pubblico, entro una dimensione, tuttavia, molto lontana dalle premesse dell’immediato dopoguerra: la costruzione della memoria non è più un fenomeno prevalentemente spontaneo, bensì organizzato entro una dimensione ormai sempre più istituzionalizzata, tesa a fornire della Resistenza un’immagine via via sempre più accomodante nella quale tutti possano riconoscersi. Sono queste le premesse a partire dalle quali prende corpo una memoria plebiscitaria, caratterizzata da una rappresentazione della Resistenza nella quale gli aspetti maggiormente radicali ed emancipativi vengono sacrificati in nome dell’unità antifascista. Così si finiscono per esaltare gli aspetti militari a scapito di quelli sociali e politici, ad esempio, privilegiando la dimensione di guerra di Liberazione e mettendo in sordina gli elementi di classe che pure l’avevano attraversata. Un vero e proprio processo di «imbalsamatura istituzionale» (Giovana 1964, 212) che finisce per smarrire la complessità storica della Resistenza appiattendola su una rappresentazione convenzionale e rassicurante, ma funzionale a tenere insieme realtà politiche e culturali spesso contrastanti. Anche la scuola, in occasione delle celebrazioni del ventennale, offre, su sollecitazione del ministro Luigi Gui, il proprio contributo alla diffusione di una «memoria ufficiale» (Santomassimo 2004, 288-89).</p><p rend="text" >Con il ’68 questa dimensione un po’ oleografica della Resistenza viene messa in discussione. L’avvento della contestazione determina la crisi delle rappresentazioni che avevano accompagnato la memoria resistenziale negli anni precedenti. La retorica del ‘secondo Risorgimento’, il mito della ‘Resistenza tricolore’ vacillano ormai sotto i colpi di una critica che, soprattutto a sinistra del Pci, mette sempre più alla berlina la credibilità di quel racconto. La ‘Resistenza rossa’, la ‘Resistenza tradita’ sono formule che circolano sempre più insistentemente, in nome di un antifascismo militante che cresce e si consolida al cospetto del riemergente neofascismo. Dietro la crosta del mito unitario cominciano quindi a manifestarsi le differenze e diventa sempre più difficile sostenere l’idea di una memoria che possa essere condivisa da tutti, soprattutto ora in una realtà caratterizzata dall’alta, e spesso drammatica, conflittualità sociale e politica. Certo, com’è stato opportunamente sottolineato,</p><p rend="quotation_b" >nelle retoriche speculari della Resistenza rossa e della Resistenza tricolore esce stritolata la Resistenza popolare e civile, delle donne e degli uomini comuni, che avrebbe dovuto essere posta a fondamento del tentativo di formare le “virtù civiche” degli italiani (Santomassimo 2004, 297).</p><p rend="text" >Nell’ambito di questa dialettica c’è in gioco una questione a lungo rimossa nella coscienza collettiva del paese: la necessità di fare i conti sino in fondo con il proprio passato. Se l’unità del fronte antifascista garantisce con la Costituzione una tavola di valori nella quale sono chiamate a riconoscersi tutte le componenti politiche al di là delle loro differenze e dei loro conflitti, con il passare del tempo, nella misura in cui si evidenziano le crepe di quella unità e quelle stesse forze cominciano a perdere consenso, viene fuori una realtà molto più complessa di quanto l’istituzionalizzazione della memoria riesca a comprendere. Lì il mito unitario paga pegno.</p><p rend="quotation_b" >E il prezzo è stato l’incapacità di fare i conti fino in fondo con l’esperienza e l’eredità del fascismo. L’immagine di un popolo intero in lotta per il riscatto nazionale contro i tedeschi e un pugno di loro servi non è solo oleografica: ha occultato il processo faticoso di distacco dal fascismo, che solo una minoranza è riuscita del resto a compiere, e ha steso un pietoso velo di silenzio sulla vasta schiera di coloro che quest’esame non avevano neppure avviato (Gallerano 1999, 113).</p><p rend="text" >Una rimozione che ha un peso enorme e che di fatto impedisce il confronto con la parte di coloro che negli ideali della Resistenza non si erano riconosciuti, quella dei vinti, la cui composizione si rivela nel tempo molto più complessa di quanto i tradizionali schieramenti partitici lascino intendere. Le diverse fasi della costruzione della memoria sono da questo punto di vista assai indicative: «Dalla rimozione al plebiscito omettendo il conflitto, che rimane consegnato ai percorsi paralleli e ai meandri delle memorie di parte», secondo l’efficace sintesi di Mario Isnenghi (1988, 562).</p><p rend="text" >Tra gli Settanta e Ottanta, in definitiva, si consuma una parabola storica per quel che concerne la memoria della Resistenza, anche nella sua funzione di pedagogia civile, cominciata negli anni del miracolo economico ed entrata in crisi quando il paradigma dell’unità antifascista, al di là dei fenomeni di superficie, non sembra più in grado di rispondere alle profonde trasformazioni culturali e politiche del paese. Se è vero che ancora alla metà degli anni Novanta Gian Enrico Rusconi può parlare della percezione della Resistenza come di un «episodio genericamente positivo», non può tuttavia tacere quanto essa venga vissuta come qualcosa «di psicologicamente, culturalmente, politicamente remoto» (1995, 7). In realtà è lungo tutto il decennio precedente che si consuma una significativa rottura storica. E non si tratta solamente di un fatto generazionale, ma di un fenomeno che ha radici più profonde e più ampia portata. Nel tempo si fanno sempre più strada le voci di coloro che nel paradigma antifascista non si erano riconosciuti fino in fondo, mostrando la realtà di un paese non più riconducibile agli schemi maturati nell’immediato dopoguerra e consolidatisi in un percorso irto di difficoltà e contraddizioni.</p><p rend="text" >Ma qui siamo ormai al preludio di nuovi scenari politici e culturali, dentro un profondo mutamento di paradigma in cui a farsi largo è un sempre più massiccio uso della storia in chiave politica. Se da un lato la storiografia, a partire dagli anni Settanta, si arricchisce di nuove piste di ricerca e di nuove chiavi interpretative, volte ad indagare i fenomeni dal basso e a connettere la vicenda resistenziale con la storia del paese (Quazza 1976), dall’altro si afferma un crescente disincanto che sempre più si lega all’emergere di un filone revisionistico il cui obbiettivo è quello di screditarla, quella vicenda, per i principi e valori che essa rappresenta (Tranfaglia 1996; Losurdo 1998). Così, nel discorso pubblico, ancora una volta, non si compie una severa autocritica dell’esperienza della dittatura, né una matura valutazione storica del fascismo, bensì una sua rappresentazione sempre più indulgente ed assolutoria nella quale, a partire da una marcata quanto sospetta esaltazione del ‘privato’, comincia a farsi largo una strisciante apologetica.</p><p rend="text" >Gli anni Ottanta, con il fenomeno del riflusso, la crisi dei partiti di massa, l’affermazione del modello neoliberale sono il terreno sui cui matura una rilettura della storia che sempre di più risponde all’esigenza di far tacere il carattere emancipativo e di rottura che aveva accompagnato molte delle lotte sociali e politiche dei decenni precedenti (Giannuli 2009, 92-3). La crisi del racconto resistenziale rientra appieno in questo processo.</p><p rend="text" >Alla fine di quel decennio è Mario Isnenghi a fotografare lucidamente il percorso maturato:</p><p rend="quotation_b" >Negli ultimi dieci anni […] l’antifascismo e la Resistenza non sono più rimossi, ma sono come passati in giudicato. I fuochi dei riflettori […] sono ormai puntati sul fascismo: anzi, su Mussolini e Claretta, la moglie del duce e la figlia di Pavolini, Ciano e Cianetti, il professor Biggini e Italo Balbo alpino e aviatore; e così via, di “privato” in “privato”. Sono i nuovi “divi” di una storiografia di massa cresciuta nella società dello spettacolo. Ormai il tappo della bottiglia è saltato, il flusso delle memorie si va gonfiando e il grande “amarcord” – personale, generazionale, di fase – non sembra più comprimibile (1988, 566).</p><p rend="h2" >3. Un nuovo impegno</p><p rend="text" >Quel che avviene a partire dagli anni Novanta è noto e rientra ancora nell’ordine della cronaca più che della storia. Il tramonto di quella che, con discutibile espressione giornalistica, viene definita prima Repubblica, lo spostamento a destra del paese, gli attacchi sempre più insistiti verso la Resistenza, anche da parte dei più alti rappresentanti delle istituzioni dello stato, la manifesta intenzione di guardare al passato secondo gli interessi politici del momento, e non già per comprenderne la complessa evoluzione storica, sono fenomeni che si legano tra loro e delineano un nuovo modello culturale prima ancora che politico.</p><p rend="text" >In questo contesto, dove si afferma faticosamente una logica bipolare che scardina l’arco parlamentare nato nel dopoguerra, prende corpo la volontà politica di costruire una memoria condivisa nel segno della pacificazione. L’esito, senza poter qui riassumere i passaggi che dalla metà degli anni Novanta ne contraddistinguono il percorso, non può che essere quello di una «memoria di compromesso» o, per meglio dire, di una «smemoratezza patteggiata» (Luzzato 2004, 29-30) nella quale le ragioni dei vinti e quelle dei vincitori si confondono le une con le altre. A destare perplessità sul piano storico è l’idea stessa di memoria condivisa. Le memorie sono sempre parziali e differenti, il loro carattere antagonistico è fisiologico in qualsiasi democrazia, come la storia ben documenta. Eludere questo fatto significa spingersi su un terreno nel quale non soltanto la mistificazione storica è sempre dietro l’angolo, ma le ragioni stesse della convivenza democratica rischiano di essere minate alla radice.</p><p rend="text" >La memoria della Resistenza si intreccia così con un più largo plesso di questioni che rinviano alle rappresentazioni che i cittadini hanno oggi del passato. Ciò che colpisce guardando al tipo di conoscenza storica maturata nei tempi della cosiddetta storiografia di massa è proprio la logica di tipo privatistico che si è imposta. Favorita dalle opportunità che il circuito mediatico offre, si è affermata una curiosità retrospettiva che tende a privilegiare il fatto specifico anziché il contesto di riferimento, il singolo personaggio storico visto nei suoi vizi privati più che nelle sue virtù pubbliche. Guardare la storia dal buco della serratura sembra essere diventata la modalità privilegiata per approcciare il passato. Così, di privato in privato, i fatti vengono disancorati dalla processualità storica per essere restituiti sotto le forme della estrema semplificazione, quelle che sono ritenute più appetibili per il grande pubblico e maggiormente congrue alla volontà di rimuovere ogni forma di conflitto dalla rappresentazione del passato.</p><p rend="text" >La volontà, indubbiamente positiva, di portare la storia al di là della cerchia degli specialisti deve coltivare questa avvertenza. Significa essere consapevoli che la storia non può diventare un mero pretesto per raccontare storie, ma ha la necessità di recuperare la sua coralità sociale, politica, antropologica per avere un ruolo come strumento per la formazione di una cittadinanza democratica che sappia guardare al passato in modo critico e costruttivo. In gioco c’è un problema di non poco conto: quello di comprendere in quale forma il riferimento alla storia possa avere una funzione formativa per il cittadino di oggi. Rispetto alla nostra questione significa avere contezza dei mutamenti epocali che sono intervenuti e delle insidie che i riferimenti alla memoria comportano. La Resistenza non è diventata la ‘religione civile degli italiani’ come in molti hanno per lungo tempo auspicato. Né forse ci sono mai state le condizioni storiche perché ciò avvenisse. Oggi, però, anche alla luce di una ricca tradizione storiografica che ha esaminato quella pagina di storia nei suoi molteplici e differenziati profili, e in considerazione del fatto che il supporto della testimonianza sta venendo meno per via della scomparsa dei suoi protagonisti, si aprono nuove possibilità di trasmissione del patrimonio di principi e di valori di cui la Resistenza è portatrice. Lontani dalla tentazione del mito, ci sono le condizioni per guardare a quel passaggio storico come all’atto costitutivo della nostra democrazia, nelle sue luci e nelle sue ombre, al di là di ogni tentativo di imbalsamatura istituzionale, sottraendolo alla stretta mortale tra agiografia e<hi rend="italic" > </hi>rimozione.</p><p rend="text" >Se la Resistenza ha qualcosa da insegnare alle giovani generazioni, è perché mobilita una questione cruciale sotto il profilo formativo: quella della capacità di scelta. E non è cosa di poco conto, perché vuol dire chiamare in causa uno degli aspetti decisivi nel processo di crescita di ciascuno. </p><p rend="quotation_b" >Sul piano formativo – ha osservato di recente un insegnante impegnato da anni sul tema – credo non ci sia nulla di più potente che mettere i nostri ragazzi di fronte ad altri ragazzi che si trovarono davanti ad una scelta tanto drammatica (Fiore 2012, 146). </p><p rend="text" >Sulla intrinseca moralità della guerra civile che si combatte tra il ’43 e il ’45 in Italia, d’altra parte, sono state scritte, com’è noto, alcune delle pagine più alte di tutta la storiografia resistenziale (Pavone 1991). Né può andare taciuto il patrimonio di ricerche e riflessioni che sono maturate nel tempo intorno alla valenza educativa dell’antifascismo e della Resistenza (Casadio 1967 Cambi 1980; Zorini 1985). Oppure quelle che ne hanno posto il problema dell’insegnamento in ambito scolastico (Borghi, Quazza, Santoni-Rugiu, Dellavalle 1971; De Luna 1992). Ricerche che, pur indagando aspetti diversi, ne riconducono il significato pedagogico e civile al tema della scelta. Certo, oggi si tratta di avere contezza degli interlocutori che si hanno di fronte, privi ormai anche di quella memoria famigliare che per lungo tempo ha consentito di tessere le fila del racconto resistenziale tra una generazione e l’altra. Ciò non può implicare, in ogni caso, la volontà di semplificarlo, quel racconto, fino a smarrirne la sua specificità sul piano storico (Cavaglion 2005), ignorando al contempo la necessità di ripensare a fondo l’organizzazione degli stessi luoghi della memoria oltre la logica monumentale del passato (Alessandrone Perona 2012).</p><p rend="text" >Sfide difficile per i nostri tempi, in ogni caso, poiché da almeno vent’anni non solo la Resistenza è sotto attacco da parte di un ampio fronte di forze politiche e sociali, ma anche perché il suo ricordo, quando viene promosso con intenti costruttivi, non può evitare di essere assorbito dalla dialettica tra mondialismo e localismo che informa i rapporti tra storia e memoria nella società contemporanea, divenendo un capitolo del più ampio tema dei diritti civili. Il rischio è quello di smarrire la peculiarità storiche della Resistenza, soprattutto il suo legame con la Costituzione, restituendone un’immagine astratta e moraleggiante. Questioni complesse, naturalmente, che non riguardano solamente l’Italia, chiamando in causa criticità profonde che investono le politiche della memoria di tutti i paesi europei, orientati a costruire una sorta di memoria condivisa, con al centro la tragedia della Shoah, che finisce per eludere le differenze e neutralizzare i conflitti. L’obbligo del ricordo per via legislativa, d’altra parte, in una dimensione retroattiva che va ben oltre il Novecento, sta suscitando non poche perplessità tra diversi storici europei, come dimostra il dibattito maturato in Francia sin dagli anni Novanta (Nora, e Chandernagor 2008; tr. it. 2021). Il caso della Shoah resta da questo punto di vista paradigmatico. L’istituzionalizzazione del ricordo, con la capillare rete di iniziative commemorative che si sono incrementate negli ultimi decenni, non ha solo avuto come effetto quello di assorbire ed oscurare, almeno in Italia, la specificità della Resistenza, ma anche quello di produrre una sorta di «banalizzazione del male» che paradossalmente finisce per nuocere alla stessa memoria della Shoah, la cui unicità perde di significato al cospetto di una rappresentazione che corre il rischio della genericità e dell’astrazione (Fiore 2012, 142).</p><p rend="text" >Da più di vent’anni in tutta Europa si implementano le politiche della memoria con l’intenzione di consolidare la tenuta democratica della società e delle sue istituzioni. Nello stesso tempo, in quegli stessi paesi che hanno dedicato grande attenzione all’istituzionalizzazione del ricordo, sono cresciuti in modo esponenziale l’intolleranza, il razzismo e le tentazioni populiste. È una questione che deve in qualche modo interrogarci, ripensando a fondo al modo con il quale la nostra società costruisce il racconto del proprio passato.</p><p rend="h2" >Riferimenti bibliografici</p><p rend="bib_indx_bib" >Alessandrone Perona, Ersilia. 2012. “La Resistenza e i suoi luoghi di memoria.” In <hi rend="italic" >Resistenza e autobiografia della nazione. L’uso pubblico, rappresentazione, memoria</hi>, a cura di Aldo Agosti e Chiara Colombini, 80-102. Torino: SEB27.</p><p rend="bib_indx_bib" >Borghi, Lamberto, Guido Quazza, Antonio Santoni-Rugiu, e Claudio Dellavalle, a cura di. 1971. <hi rend="italic" >Libri di testo e Resistenza</hi>. <hi rend="italic" >Atti del Convegno nazionale tenuto a Ferrara il 14-15 novembre 1970</hi>. Roma: Editori Riuniti.</p><p rend="bib_indx_bib" >Cambi, Franco. 1980. <hi rend="italic" >Antifascismo e pedagogia (1930-1945</hi>)<hi rend="italic" >. Momenti e figure</hi>. 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