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      <titleStmt>
        <title type="main" level="a">Studiare la Resistenza con le fonti orali</title>
        <author>
          <persName n="1">
            <forename>Giovanni</forename>
            <surname>Contini</surname>
            <placeName type="affiliation">Institute of Resistance studies in Pistoia, Italy</placeName>
          </persName>
        </author>
        <respStmt>
          <resp>This is a section of <title>Raccontare la Resistenza a scuola</title>(DOI: <idno type="DOI">10.36253/978-88-5518-650-6</idno>) by </resp>
          <name>Luca Bravi, Chiara Martinelli, Stefano Oliviero</name>
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      <publicationStmt>
        <publisher>Firenze University Press</publisher>
        <pubPlace>Firenze</pubPlace>
        <date when="2022">2022</date>
        <idno type="DOI">https://doi.org/10.36253/978-88-5518-650-6.11</idno>
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          <p>Available for academic research purposes</p>
          <p>Open Access</p>
          <p>Copyright Author(s)</p>
          <licence source="text" target="https://creativecommons.org/licenses/by/4.0/legalcode">
            <p>Content licence CC BY 4.0</p>
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            <p>Metadata licence CC0 1.0</p>
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        <p>This is original content, published for academic research purposes</p>
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      <appInfo>
        <application version="2.2" ident="Booksflow">
          <desc>Digital edition XML powered by Booksflow</desc>
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    <profileDesc>
      <abstract xml:lang="en">
        <p>Practise in oral interview for recording experiences nurtured during Resistance was early as it was carried on firstly by Silvio Micheli. However, neither Micheli or the Historical Institutes for Resistance studies have been privileged military topics over the other ones. Resistance indeed did not resolve itself only on a military basis. Afterwards, historical research dealt with partisans' daily lives: it showed the human dimension of Resistance as well as difficulties met by partisans, who were politically immature as they were grown during Fascism. Among this new kind of research, the contribute will deal with historical witnesses such as Calegari and Bermani. The pair indeed was characterised by two different way of behaviour.</p>
      </abstract>
      <textClass>
        <keywords>
          <list>
            <item>Resistance</item>
            <item>Witnesses</item>
            <item>Everyday Life</item>
            <item>Personal experience</item>
            <item>Oral History</item>
          </list>
        </keywords>
      </textClass>
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      <p>It is available online at https://doi.org/10.36253/978-88-5518-650-6.11<ref target="https://doi.org/10.36253/978-88-5518-650-6.11" /></p>




<p rend="h1_chapter" >Studiare la Resistenza con le fonti orali</p><p rend="h1_author" >Giovanni Contini</p><p rend="text" >L’intervista è stata utilizzata molto presto dagli storici della Resistenza. Quando non raccontavano esperienze vissute in prima persona chiedevano chiarimenti a chi aveva partecipato direttamente agli eventi. Tuttavia spesso l’intervista non era registrata e, soprattutto, chi domandava era spesso interessato unicamente ai fatti, nella fattispecie alle vicende militari.</p><p rend="text" >Un caso emblematico, a questo proposito, è quello di Silvio Micheli, che nel 1955 pubblica un<hi rend="CharOverride-1" > </hi>libro sulla storia delle principali battaglie della Resistenza, <hi rend="italic" >Giorni di fuoco </hi>(Micheli 1955). L’esperienza si è conclusa da pochi anni, quasi tutti i partigiani che non sono caduti in combattimento sono pronti a raccontare. Micheli inizia la sua ricerca intervistando (senza registrare) il comandante del gruppo divisioni garibaldine di tutto il Friuli, Ninci. E già qui appare una differenza tra il suo punto di vista e quello dell’intervistato. Il quale ci tiene raccontare cose «non sempre positive o chiare», mentre Micheli le considerava «ruminamenti di secondaria importanza», «cose che io ripetevo di non poter accettare […] non eravamo lì per analizzare e criticare, ma solo per dire ciò che realmente era stato». Arrivava a prendere appunti (Nenci gli chiedeva di rileggerli) pur sapendo che non li avrebbe utilizzati (Micheli 1955, 9). Né le cose, a suo giudizio, andavano meglio quando intervistava partigiani che non avevano fatto parte del Comando. Per ogni episodio c’erano molti racconti discordanti e lui, che doveva scrivere «ciò che realmente era stato» era «sulle spine» (Micheli 1955, 15).</p><p rend="text" >La stessa preoccupazione per la ricostruzione della realtà la troviamo in molte delle prime registrazioni raccolte dagli istituti per la storia della Resistenza.</p><p rend="text" >Solo recentemente l’attenzione si è spostata, e si è iniziato a chiedere informazioni sulla vita quotidiana dentro le formazioni e più in generale sul vissuto personale dei partigiani; la metodologia della storia orale si fonda sulla storia di vita, cioè sul racconto non solo di determinati episodi ma della vicenda completa di chi sta raccontando; questo perché è necessario sapere chi è che parla per poter esercitare un controllo filologico su quanto racconta, per valutare non solo cosa dice, ma perché lo dice, e perché lo racconta in un certo modo, magari cancellando dalla sua storia, in parte o completamente, altri eventi che non può non aver vissuto. Data questa metodologia, quindi, lo spostarsi dell’attenzione sul vissuto personale non stupisce.</p><p rend="text" >Da questo nuovo modo di fare storia è emersa la forte influenza del fascismo nella formazione iniziale di molti partigiani. Cosa non sorprendente dato che i partigiani appartengono alla prima generazione nata e cresciuta interamente nel regime, senza memorie dirette, di tipo politico e sociale, della vita prima del fascismo. Anche i figli degli antifascisti, e persino i figli di chi era stato malmenato dagli squadristi, sembrano ricordare pochi racconti familiari sul prima. Questa ritrosia delle famiglie antifasciste a raccontare ai figli l’ho riscontrata molte volte e secondo me dipende dal fatto che i genitori antifascisti non volevano esporre i figli alla violenza, se avessero riportato all’esterno racconti critici ascoltati in famiglia; racconti che, una volta raccontati, potevano mettere nei guai anche i genitori.</p><p rend="text" >I giovani che diverranno partigiani all’inizio si nascondono perché non vogliono arruolarsi nei ranghi del nuovo fascismo repubblicano. Hanno capito che la guerra è perduta e non si fidano della RSI. Ma i repubblichini li cercano e quando li trovano organizzano fucilazioni spettacolari, per dissuadere altri, col terrore, dal seguire il loro esempio. Allora oltre che nascondersi bisogna difendersi, si cercano armi e ci si organizza, spesso a questo punto intervengono uomini dell’antifascismo prefascista. Così nascono molte formazioni.</p><p rend="text" >All’inizio, quindi, la loro formazione politica è inesistente. Imparano progressivamente, col tempo, che si stanno battendo non solo per difendersi dai repubblichini, ma anche e soprattutto per costruire un’Italia migliore, democratica. Ricordo un giovanissimo partigiano che era entrato nelle fila della Resistenza soprattutto perché moriva dalla voglia di sparare con un mitra. Poi in formazione un partigiano più anziano (mio zio Sandrino Contini Bonacossi) gli aveva detto che c’era una grande differenza tra loro e i fascisti. Entrambi uccidevano, perché in guerra si uccide, ma i fascisti erano innamorati della morte, i partigiani combattevano per la vita. E per la democrazia. «Allora mi dispiaceva di morire e non vedere che cos’era questa democrazia».</p><p rend="text" >Le fonti orali, se costruite e utilizzate in modo appropriato, ci aiutano a capire anche come si svolgesse la vita quotidiana delle formazioni. Dopotutto le battaglie e gli scontri a fuoco avvenivano rapidamente, gran parte del tempo era dedicata agli spostamenti, all’approvvigionamento del cibo, al reperimento o alla costruzione di rifugi. Ma anche, appunto, all’educazione politica che veniva impartita dai commissari politici. </p><p rend="text" >Questi aspetti quotidiani dell’esperienza spesso le fonti tradizionali li sorvolano, anche se, più raramente, rimangono nei diari dei protagonisti e nella memorialistica; ricordo, ad esempio, il diario di un partigiano caduto nell’appennino tosco-emiliano nel quale si raccontava in sole due righe di un amico carissimo caduto, e per più pagine di una marcia faticosa nella neve e di una polenta di farina di castagne. Le fonti orali su questo argomento sono molto ricche, emerge la particolare durezza di una guerra che poteva essere combattuta solo dai ventenni, i trentenni erano troppo vecchi per sopportare i continui acquazzoni, le notti all’addiaccio, la neve, la fame, il terrore durante i rastrellamenti.</p><p rend="text" >Un altro aspetto per il quale le fonti orali sono preziose: il rapporto con i contadini. Che non sempre fu positivo, spesso fu ambiguo, talvolta molto negativo. Dopo le stragi compiute dai nazifascisti, per esempio, i contadini potevano arrivare a tradire i partigiani, accusandoli di essere la causa della strage, e certamente cessavano del tutto di fornire aiuto: niente più informazioni sui movimenti dei nazifascisti, niente cibo, niente alloggio.</p><p rend="text" >La storiografia dei primi anni dopo la fine della guerra aveva molto enfatizzato il rapporto che i contadini avevano avuto con i partigiani, presentandoli come sempre e comunque dalla parte della Resistenza. Ora se è vero che senza contadini le formazioni patriottiche non avrebbero potuto esistere è anche vero che spesso l’aiuto non nacque da una già matura solidarietà politica con i combattenti, ma da una simpatia per dei giovani in difficoltà, le stesse che probabilmente incontravano i loro stessi figli, nei molti fronti di guerra. Solidarietà che evidentemente non sopravviveva quando i nazifascisti colpivano i contadini nei familiari, nel bestiame, nella casa. </p><p rend="text" >Questa rappresentazione dei contadini sempre a favore dei partigiani, del resto, nasceva in un periodo nel quale la Resistenza era sotto attacco e i peggiori criminali di guerra nazifascisti venivano liberati dalle prigioni, un periodo, quindi, nel quale chi aveva combattuto cercava di mostrare la Resistenza come il movimento di tutto un popolo, di un intero <hi rend="italic" >Popolo alla macchia</hi>, per citare un famoso libro di Luigi Longo (Longo 1947)<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1" ><hi xml:id="footnote-001-backlink"><ref target="11.html#footnote-001">1</ref></hi></hi>. </p><p rend="text" >Ma proprio questo tentativo di smussare e cancellare tutti gli aspetti problematici della Resistenza rischiava di farne una sorta di ‘santino’ poco credibile. Le fonti orali al contrario hanno favorito una trasformazione della storiografia resistenziale introducendo anche gli aspetti più duri di quella esperienza, capaci però di restituire verosimiglianza a un movimento che, come tutte le cose umane, era fatto di luci ma anche di ombre. E che, se rappresentato nella sua realtà, risultava molto più interessante e attraente. Proprio perché le nuove generazioni potevano più facilmente identificarsi con quegli antichi ragazzi, normali ragazzi come loro che tuttavia erano stati capaci di scegliere la strada più difficile, e avevano compiuto atti di eroismo ma anche errori. Come accade, appunto, per tutte le cose umane.</p><p rend="text" >Un punto particolarmente oscuro riguarda il conflitto tra bande diverse. A questo proposito citerò il tragico caso del partigiano Dante Castellucci, ‘Facio’, che ho studiato personalmente (cfr. anche Seghettini 2006; Capogreco 2007; Madrignani 2014). Era un amico dei fratelli Cervi che, catturato con loro, era riuscito a fuggire. Sui monti aveva mostrato doti non comuni diventando un comandante partigiano adorato dai suoi uomini e amato anche dalla popolazione. Ma venne ucciso per iniziativa di un partigiano più anziano, Antonio Cabrelli, anche lui comunista come Facio (ma era stato espulso dal partito) e a capo di un’altra unità. Desideroso di far confluire nella sua formazione gli uomini che Facio comandava lo aveva attirato in un tranello, aveva inscenato un processo farsa accusandolo di aver rubato una piastra da mortaio lanciata dagli alleati, e l’aveva condannato a morte «in nome del Partito Comunista» (Capogreco 2007; Madrignani 2014; Seghettini 2006)<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1" ><hi xml:id="footnote-000-backlink"><ref target="11.html#footnote-000">2</ref></hi></hi>. Il lancio era destinato alle formazioni piemontesi ma era finito sui monti sopra La Spezia per errore, quindi nessuno poteva accampare diritti di proprietà sugli oggetti. </p><p rend="text" >Dopo la guerra questa uccisione era stata coperta e Facio era stato decorato con medaglia d’argento quale patriota caduto in combattimento. Solo ricerche di storia orale furono in grado di rompere un silenzio e un’ipocrisia durata più di mezzo secolo.</p><p rend="text" >Vorrei terminare parlando di due studiosi che hanno utilizzato le fonti orali per scrivere della Resistenza, Manlio Calegari e Cesare Bermani.</p><p rend="text" >Si tratta di due approcci molto diversi tra loro ma, anche e per questo, particolarmente significativi.</p><p rend="text" >Calegari (2021) ha ricostruito la storia della formazione Balilla, attiva alle porte di Genova. Gli storici orali dicono spesso che un testimone non può essere ascoltato una sola volta, che bisogna tornare più volte, così chi parla potrà abituarsi alla figura dell’intervistatore e fornire un racconto capace di illuminare anche aspetti che in un primo momento aveva deciso di tralasciare, perché troppo complessi e imbarazzanti. </p><p rend="text" >Calegari ha seguito questa modalità di intervista in modo radicale. Non è tornato più volte nell’arco di alcuni giorni, come accade di solito. Ha continuato a parlare con i suoi testimoni per anni, talvolta per decenni. È diventato loro amico, ha coltivato la vigna con loro, quando sono diventati anziani li ha aiutati nelle loro incombenze quotidiane. E ha sempre registrato gli incontri. </p><p rend="text" >Ha trovato partigiani disposti a raccontare solo la storia militare della formazione, i quali si rifiutavano di parlare di quanto fosse legato alla dimensione psicologica, sostenendo che si trattava di eventi non degni di memoria. Ha incontrato altri partigiani che raccontavano poco, in modo laconico.</p><p rend="text" >Ma ha infine trovato un testimone privilegiato, capace di ascoltare e comprendere perché Calegari fosse interessato alla vita quotidiana della formazione e a tutta una serie di notizie che normalmente non trovano spazio nelle storie scritte nei primi anni dopo la Liberazione.</p><p rend="text" >Normalmente le domande dell’intervistatore incontrano di rado la ‘bella storia’ che il testimone vuole costruire sul suo passato. Esistono gerarchie di rilevanze che non coincidono, quello che è importante e interessante per chi racconta non coincide con quanto interessa chi intervista. Ebbene: il testimone privilegiato riesce per così dire a mettersi nei panni dello storico che lo interroga. Risponde a domande che ancora non sono state poste ma che potrebbero esserlo perché completamente congrue rispetto agli interessi del più giovane intervistatore.</p><p rend="text" >Così si toccano temi complessi: il testimone racconta di un precoce sviluppo della sua coscienza politica ma poi ci ripensa e telefona in piena notte a Calegari: quella coscienza è nata molto dopo, in realtà; alla fine del periodo partigiano, e poi soprattutto dopo, nel corso degli anni successivi. È arrivato a modificare il suo racconto operando un vero controllo filologico sulla sua stessa memoria, associando episodi, ricordando frasi dette…</p><p rend="text" >Grazie a questa metodologia di indagine Calegari fornisce ai suoi testimoni/amici la possibilità di raccontare cose che all’epoca non potevano essere dette, forse neppure pensate. Quasi mancasse proprio il lessico per esprimerle: la violenza e i suoi effetti psicologici, per esempio. Non solo la violenza subita, ma anche quella inferta. </p><p rend="text" >La formazione Balilla, infatti, operava ai margini della città. Al contrario di quanto accadeva nelle formazioni di montagna, dove potevano esserci prigionieri fascisti o tedeschi da scambiare con prigionieri partigiani, la Balilla non poteva fare prigionieri, del resto ogni membro della formazione che fosse stato catturato veniva immediatamente ucciso dai nazifascisti. Una situazione che obbligava a un comportamento estremamente duro. </p><p rend="text" >Così quando i Tedeschi fucilano per rappresaglia diciassette prigionieri antifascisti il comandante della Balilla mette ai voti la scelta di effettuare una contro rappresaglia. Nessuno si oppone. Si recano allora presso le formazioni di montagna e si fanno consegnare quaranta prigionieri già condannati a morte ma conservati in vita per possibili scambi. Con loro marciano per tre giorni verso il luogo dove i venti antifascisti erano stati uccisi e qui arrivati aprono il fuoco uccidendo i prigionieri.</p><p rend="text" >Nessuno dei partigiani intervistati rinnega la scelta di effettuare la contro rappresaglia, ma adesso è possibile parlare dei suoi effetti: c’è chi piange per giorni, chi non riesce a dormire per mesi, chi vomita «io sono stato male, subito, e ho continuato a vomitare per 15 giorni» (Calegari 2021, 119). Al momento queste reazioni non si potevano nominare, costituivano però un importante elemento dell’esperienza, e il particolare rapporto di Calegari con le sue fonti rende possibile parlarne. </p><p rend="text" >Come rende possibile parlare delle uccisioni di fascisti dopo la guerra, che disgustavano i veri combattenti della Resistenza e che spesso erano compiute da chi il partigiano non l’aveva proprio fatto. I combattenti veri, intervistati da Calegari, dicono che proprio quelle uccisioni avevano appannato ai loro occhi la grande esperienza compiuta, e avevano reso i partigiani riluttanti a parlare, poi. </p><p rend="text" >L’altro storico che ha utilizzato moltissimo le fonti orali è Cesare Bermani (2000). Lo ha fatto in modo diversissimo da Calegari, quasi opposto ma altrettanto efficace. Prima di tutto bisogna dire che le sue sono interviste molto precoci, iniziate negli anni Sessanta, quando ancora i partigiani erano giovani: chi aveva vent’anni nel 1945 ne aveva quaranta nel 1965. </p><p rend="text" >Questo spiega perché i testimoni parlano ancora in modo molto simile a come si sarebbero espressi venti anni prima. Tutto è circondato da un alone un po’ scanzonato, ironico. Sono i racconti di giovani uomini che riescono a parlare anche delle cose più drammatiche in modo leggero, quasi scherzoso; la morte era una eventualità, non si doveva farne una tragedia. Sia la morte del nemico che la propria. Mi ha colpito tra le altre la testimonianza di come venne fucilato un partigiano accusato di aver violentato una ragazza. Di fronte ai compagni che lo stanno per uccidere e appaiono molto addolorati il condannato scherza, li provoca, bestemmia. Questa differenza nel modo di parlare di un tema come questo da parte dei testimoni di Calegari e Bermani non significa, ovviamente, che uno dei due ‘sbaglia’: ci dice solo che il linguaggio per parlarne, allora, era diverso da quello disponibile decenni dopo. In guerra non si poteva fermarsi troppo a parlare del trauma che la morte provoca perché questo avrebbe reso i combattenti meno efficaci. Ma il trauma c’era stato in entrambi i casi: con Calegari aveva trovato le parole per esprimersi ma molto probabilmente anche i giovani partigiani intervistati da Bermani avevano provato sentimenti simili.</p><p rend="text" >Un’altra differenza tra il metodo di Bermani e quello di Calegari sta nella quantità di persone intervistate, nella durata del periodo dei colloqui e nella modalità di restituzione delle informazioni. </p><p rend="text" >Bermani ascolta centinaia di combattenti ma ciascun intervistato è ascoltato solo poche volte; Calegari intervista poche persone ma per moltissimo tempo. </p><p rend="text" >Calegari solo raramente riporta le frasi dirette dei testimoni e preferisce narrare la storia della ricerca con i suoi problemi. I brani di testimonianza diretta sono abbastanza rari. Invece Bermani racconta poco, in prima persona: lascia la parola ai suoi testimoni. Il risultato è una fitta sequenza di ricordi che illuminano ogni aspetto della vita partigiana. È come un coro, e tutto viene ricordato. </p><p rend="text" >Questo affresco così esteso gli è stato rimproverato dalla storiografia accademica, che normalmente o non lo cita mai (Claudio Pavone, per esempio) o lo accusa di essere dispersivo. Invece a mio avviso proprio la vastità per così dire onnivora del suo lavoro lo rende interessantissimo, fondamentale per capire un movimento e una storia complessa ed estremamente differenziata al suo interno. Tutta la vita della banda appare, prima o poi, dai racconti. Si parla di azioni straordinariamente fortunate e di altre che furono un fallimento dall’inizio alla fine. Ci sono storie tragiche che paiono inverosimili, come quella delle partigiane camuffate da repubblichine che vengono fucilate dai loro stessi compagni. O come quella del medico amico dei partigiani ucciso per errore. Appaiono comandanti brutali ma simpatici. Sacerdoti che combattono. </p><p rend="text" >In questo gigantesco caleidoscopio si narrano azioni straordinariamente fortunate e altre che furono un fallimento dall’inizio alla fine. Ci sono storie tragiche che paiono inverosimili, come quella delle partigiane camuffate da repubblichine che vengono fucilate dai loro stessi compagni. O come quella del medico amico dei partigiani ucciso per errore. Appaiono comandanti brutali ma simpatici. Sacerdoti che combattono. </p><p rend="text" >E, cosa che mi ha molto colpito, una rappresentazione della donna ancora molto influenzata dalla cultura, per così dire, del bordello. Le donne sono temute. Una testimone racconta che quando si era presentata in formazione le era stato chiesto «ma tu vuoi fare la partigiana o la puttana?». Le donne sono associate alla malattia venerea, fascisti e partigiani si vantano di aver appestato il nemico tramite donne passate da un campo all’altro. Per liberarsi dalle donne in formazione si decide di costituirne una unicamente femminile, e si commenta in modo molto ironico e pesante il ruolo del comandante maschio, presentato quasi come il padrone di un harem. D’altro canto ci sono molte testimonianze che parlano di un rapporto fraterno tra uomini e donne, in formazione. Di ragazzi e ragazze che combattono e muoiono insieme, dormono nelle stesse stalle, sopportano le stesse strenue fatiche senza che mai nessun partigiano maschio tenti di disturbare una compagna. Quasi che il sesso fosse stato del tutto sublimato, dimenticato.</p><p rend="text" >Per finire devo sottolineare un ultimo importante aspetto del lavoro di Bermani: si parla della guerra, dei combattimenti, delle vittorie e delle sconfitte militari. E questo è importante, in un’epoca dove sembra prevalere lo studio su tutto quanto circonda la Resistenza militare (Resistenza senza armi, resistenza nei lager, ecc.), quasi dimenticando che si trattò prima di tutto di una guerra. E che la rete di supporto che circondò i combattenti merita tutto il (colpevolmente tardivo) riconoscimento che ha avuto in anni recenti; ma questo riconoscimento non può oscurare il carattere primario della Resistenza, che fu militare. </p><p rend="h2" >Riferimenti bibliografici </p><p rend="bib_indx_bib" >Bermani, Cesare. 2000. <hi rend="italic" >Pagine di guerriglia. L’esperienza dei garibaldini della Valsesia</hi>. Vercelli: Gallo.</p><p rend="bib_indx_bib" >Calegari, Mario. 2021. <hi rend="italic" >La sega di Hitler. Storie di strani soldati (1944-1945).</hi> Firenze: Editpress.</p><p rend="bib_indx_bib" >Capogreco, Carlo Spartaco. 2007. <hi rend="italic" >Il piombo e l’argento. La vera storia del partigiano Facio.</hi><hi rend="CharOverride-1" > </hi>Donzelli: Roma.</p><p rend="bib_indx_bib" >Fiorillo, Maurizio. 2010. <hi rend="italic" >Uomini alla macchia. Bande partigiane e guerra civile. Lunigiana 1943-1945</hi>.<hi rend="CharOverride-1" > </hi>Roma-Bari: Laterza.</p><p rend="bib_indx_bib" >Longo, Luigi. 1947. <hi rend="italic" >Un popolo alla macchia</hi>. Milano: Mondadori.</p><p rend="bib_indx_bib" >Madrignani, Luca. 2014. <hi rend="italic" >Il caso Facio. Eroi e traditori della Resistenza</hi>. Bologna: Mulino.</p><p rend="bib_indx_bib" >Micheli, Silvio. 1955. <hi rend="italic" >Giorni di fuoco</hi>. Roma: Riuniti.</p><p rend="bib_indx_bib" >Seghettini, Laura. 2006. <hi rend="italic" >Al vento del nord. Una donna nella lotta di liberazione.</hi> Roma: Carocci.</p><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1" ><ref target="11.html#footnote-001-backlink">1</ref></hi>	Sul carattere in realtà elitario e non plebiscitario della Resistenza ha scritto Fiorillo (2010). Come si vede già nel titolo, ‘uomini’ e non ‘un popolo’, si sottolinea questa riconsiderazione in termini meno unanimistici della Resistenza.</p><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1" ><ref target="11.html#footnote-000-backlink">2</ref></hi>	Laura Seghettini racconta che i partigiani che lo custodivano prima della fucilazione l’avrebbero lasciato scappare, ma Facio proprio per essere stato condannato «in nome del Partito Comunista» rifiutò di fuggire, e aveva 24 anni… </p>



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          <head>References</head>
          <bibl n="92328">Bermani, Cesare. 2000. Pagine di guerriglia. L’esperienza dei garibaldini della Valsesia, Vercelli: Gallo</bibl>
          <bibl n="92329">Calegari, Mario. 2021. La sega di Hitler. Storie di strani soldati (1944-1945), Firenze: Editpress.</bibl>
          <bibl n="92330">Capogreco, Carlo Spartaco. 2007. Il piombo e l’argento. La vera storia del partigiano Facio, Donzelli: Roma.</bibl>
          <bibl n="92331">Fiorillo, Maurizio. 2010. Uomini alla macchia. Bande partigiane e guerra civile. Lunigiana 1943-1945, Roma-Bari: Laterza.</bibl>
          <bibl n="92332">Longo, Luigi. 1947. Un popolo alla macchia, Milano: Mondadori.</bibl>
          <bibl n="92333">Madrignani, Luca. 2014. Il caso Facio. Eroi e traditori della Resistenza, Bologna: Mulino.</bibl>
          <bibl n="92334">Micheli, Silvio. 1955. Giorni di fuoco, Roma: Riuniti.</bibl>
          <bibl n="92335">Seghettini, Laura. 2006. Al vento del nord. Una donna nella lotta di liberazione. Roma: Carocci.</bibl>
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