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        <title type="main" level="a">La Resistenza raccontata a scuola dai partigiani: esperienze del passato e prospettive per il futuro</title>
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          <resp>This is a section of <title>Raccontare la Resistenza a scuola</title>(DOI: <idno type="DOI">10.36253/978-88-5518-650-6</idno>) by </resp>
          <name>Luca Bravi, Chiara Martinelli, Stefano Oliviero</name>
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        <publisher>Firenze University Press</publisher>
        <pubPlace>Firenze</pubPlace>
        <date when="2022">2022</date>
        <idno type="DOI">https://doi.org/10.36253/978-88-5518-650-6.12</idno>
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        <p>The paper attempts to give some useful coordinates to start reconstructing the history of Resistance experiences (meetings, educational and teaching activities) as told at school by its protagonists. The paper also puts forward some educational and didactic proposals for the future. The privileged point of observation is the activity of the National Association of Italian Partisans (ANPI), the main Italian resistance association founded in 1944 to bring together the protagonists of the armed struggle against Nazi-fascism.</p>
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      <p>It is available online at https://doi.org/10.36253/978-88-5518-650-6.12<ref target="https://doi.org/10.36253/978-88-5518-650-6.12" /></p>



<p rend="h1_chapter" >La Resistenza raccontata a scuola dai partigiani: esperienze del passato e prospettive per il futuro</p><p rend="h1_author" >Stefano Oliviero</p><p rend="h2" >1. Raccontare la Resistenza a scuola?</p><p rend="quotations_quotation_b1" >I ragazzi delle scuole imparano chi fu Muzio Scevola o Orazio Coclite, ma non sanno chi furono i fratelli Cervi. Non sanno chi fu quel giovinetto della Lunigiana che, crocifisso su una porta perché non voleva rivelare i nomi dei compagni, rispose: «Li conoscerete quando verranno a vendicarmi», e altro non disse. Non sanno chi fu quel vecchio contadino che, vedendo dal suo campo i tedeschi che si preparavano a fucilare un gruppo di giovani partigiani trovati nascosti in un fienile, lasciò la sua vanga tra le zolle e si fece avanti dicendo: «Sono io che li ho nascosti (e non era vero): fucilate me che sono vecchio e lasciate la vita a questi ragazzi». Non sanno come si chiama colui che in prigionia, temendo di non resistere alla tortura, si tagliò con una lametta da rasoio le corde vocali per non parlare: e non parlò. Non sanno come si chiamava quell’adolescente che condotto alla fucilazione, si rivolse all’improvviso verso uno dei soldati tedeschi che stavano per fucilarlo, e lo baciò con un sorriso fraterno, dicendogli: «Muoio anche per te: viva la Germania libera!».</p><p rend="quotations_quotation_b3" >Tutto questo i ragazzi non lo imparano: o forse imparano, su ignobili testi di storia messi in giro da vecchi arnesi tornati in cattedra, esaltazioni del fascismo e oltraggi alla Resistenza (Calamandrei 1965, 30).</p><p rend="text" >Questo celebre passaggio di un altrettanto noto discorso di Piero Calamandrei ricorre spesso nelle occasioni di dibattito pubblico sul rapporto fra Resistenza e scuola. Passo peraltro citato, più o meno opportunamente, anche nelle discussioni sull’utilità della storia e più in generale sulla storia insegnata a scuola. Certo si tratta di un discorso pronunciato dal giurista nel 1954, dunque in un contesto in cui parlare di Resistenza significava quasi rapportarsi con l’attualità. Tuttavia, anche nel mezzo secolo successivo la Guerra di Liberazione è stata piuttosto latitante nei programmi scolastici, o più in generale nella scuola, tanto da rendere le osservazioni di Calamandrei sempre adatte a commentare la scarsa attenzione della scuola per la Resistenza. </p><p rend="text" >Ma è opportuno insegnare o raccontare la Resistenza a scuola? Una delle ragioni per la quale abbiamo ideato il ciclo di seminari di cui diamo conto in questo libro, e che farà da sfondo anche al mio contributo, sta proprio nel tentativo di rispondere a questa domanda. </p><p rend="text" >A cadenza costante sui media mainstream emerge la voce di qualche volto noto del mondo artistico, del cinema, del teatro, insomma della cultura o dello spettacolo, nonché qualche altro esperto di una determinata disciplina o di un’arte, tutti convinti che la scuola debba necessariamente insegnare o ospitare prioritariamente quella specialità, magari ignorando che è già materia di studio. Allo stesso tempo, peraltro, le aule sono state progressivamente invase dalle più caleidoscopiche attività proposte da soggetti esterni, privati e pubblici. Basta fare qualche incursione sul portale del Ministero dell’istruzione <hi rend="italic" >Scuola in chiaro</hi> per rendersi conto della portata del fenomeno: alimentazione, emozioni, scacchi, legalità, bullismo, ambiente, salute, dipendenze, orto, karate…</p><p rend="text" >A Scuola però non c’è e non può esserci spazio per tutto. </p><p rend="text" >La Resistenza invece, è bene esser chiari da subito, è essenziale che abbia trovato a mano a mano una sua affermazione nel contesto scolastico e che possa avere pure un maggiore spazio. La Resistenza, infatti, è il fondamento della Costituzione e della Repubblica; perciò, sta alla base di una delle finalità principali dell’istruzione pubblica, quella di formare cittadini. Dunque sarebbe fortemente contradditorio escluderla. Ciò non toglie che, come accennato, nel passato abbia avuto qualche difficoltà ad affermarvisi e ancora oggi sia osteggiata anche in modo plateale dai vari gruppi della galassia neofascista italiana. Si tratta di manifestazioni di dubbio fondamento democratico e quindi la richiesta non stupisce. </p><p rend="text" >In ogni modo al di là delle forme di opposizione e delle formule legislative e didattiche adottate nel corso dei decenni nella scuola pubblica, insegnare e raccontare la Resistenza è stato anzitutto un dovere degli stessi Partigiani. «Gli uomini della Resistenza» diceva ancora Calamandrei, «devono aiutare i giovani che saranno i governanti di domani a diventare la nuova classe politica, consapevole del recente passato e custode dei valori che questo passato ha lasciato all’avvenire» (Calamandrei 1965, 30).</p><p rend="text" >In questo contributo intendo allora avviare una riflessione sulla Resistenza a scuola a partire dal variegato e pluridecennale impegno dei Partigiani nelle aule scolastiche italiane come testimoni della Liberazione. L’intreccio tra Resistenza e scuola è infatti ormai da anni per me un tema di costante interesse, tema sul quale di tanto in tanto ho sviluppato qualche ragionamento più o meno articolato senza però farne una ricerca strutturata come invece sta accadendo attualmente. </p><p rend="text" >Nelle pagine che seguono tenterò quindi di dare qualche coordinata utile ad avviare la ricostruzione della storia di una parte di quelle esperienze di Resistenza raccontata a scuola dai suoi protagonisti, nonché di avanzare alcune proposte educative e didattiche per il futuro. Punto di osservazione privilegiato sarà il lavoro dell’Associazione nazionale partigiani d’Italia (ANPI), la principale realtà associativa resistenziale italiana nata nel 1944 per raccogliere i protagonisti della lotta armata contro il Nazi-fascismo (Cecchini 1996). Naturalmente saranno solo pochi cenni su un tema per il quale è necessario un lavoro di ricerca approfondito che tuttavia svilupperò in una monografia già in preparazione.</p><p rend="h2" >2. L’interesse per la scuola</p><p rend="text" >Gli interventi dei partigiani nelle aule scolastiche italiane sono stati regolati e formalizzati solo di recente con il protocollo di intesa tra il Miur e l’ANPI del 2014, rinnovato poi nel 2020 con il Ministero dell’Istruzione (Miur 2020). Anzi sarebbe forse più corretto dire che è stata formalizzata la presenza dell’ANPI, dei suoi associati e del suo patrimonio culturale, nella scuola italiana piuttosto che la presenza dei partigiani. Dal 2006 infatti l’associazione è aperta a tutti gli antifascisti e non solo agli ex combattenti che purtroppo stanno invece scomparendo per evidenti ragioni anagrafiche (ANPI 2022). Tuttavia, possiamo trovare traccia dei Partigiani a scuola anche nei decenni precedenti seppur con un’intensità variabile in base ovviamente alle stagioni politiche e sociali del Paese.</p><p rend="text" >In prima battuta, nell’immediato dopoguerra, non pare che i protagonisti della Liberazione avessero come loro priorità quella di raccontare e diffondere le loro memorie a scuola fra i più giovani. Piuttosto avevano l’urgenza di un riconoscimento politico ma anche previdenziale del loro ruolo attivo nella Guerra oltre ad esser ovviamente concentrati nella ricostruzione del Paese magari militando in qualche partito (Cecchini 1996; Cooke 2015). D’altro canto, la memorialistica e la stessa storiografia resistenziale hanno avuto un’evoluzione quantitativa e soprattutto qualitativa, in termini di varietà interpretative, graduale. Insomma le testimonianze e gli studi non mancarono fin dai primi anni dopo il conflitto, ma le esperienze strutturate di raccolta di fonti orali, come ad esempio quelle nate intorno all’Istituto De Martino (Bonomo 2013, 55ss), o il rinnovamento significativo degli approcci, maturarono solo più tardi. Basta ricordare che un’opera cardine come <hi rend="italic" >Una guerra civile</hi> (Pavone 1991) è uscita solo nel 1991. In linea con le iniziative di riconoscimento e tutela assistenziale come ex belligeranti, nell’ambito scolastico i partigiani avevano semmai dedicato i loro sforzi alla costruzione dei ‘Convitti scuola Rinascita’, essenzialmente una serie di collegi per orfani di partigiani caduti, autentico fiore all’occhiello fra le iniziative di istruzione di natura privata italiane, di cui qui non possiamo però dare conto (Peroni 1965).</p><p rend="text" >L’interesse più vivo per la scuola da parte dei partigiani si sviluppa invece di pari passo alla prima battaglia per la democratizzazione dell’istruzione che investe l’Italia fra la metà degli anni Cinquanta e i primi anni Sessanta, battaglia sfociata, fra le altre cose, nella riforma del 1962 ovvero nell’istituzione di una scuola, fra gli 11 e i 14 anni di età, unica e aperta a tutti, indipendentemente dall’estrazione sociale.</p><p rend="text" >Gli ex combattenti furono infatti pronti a sostenere il cammino di tale riforma e dunque a dar inizio all’attuazione dell’art. 34 della Costituzione, sovvertendo così il paradosso segnalato da Lamberto Borghi(1971, 18-9), ovvero l’esclusione dei loro figli dal sistema scolastico di quell’Italia, repubblicana e democratica, che proprio loro avevano contribuito a liberare dal nazi-fascismo, ma che, come in passato, si era mantenuto elitario e discriminatorio nei confronti dei ceti sociali subalterni.</p><p rend="text" >Nella battaglia per la scuola democratica i partigiani italiani (appartenenti oltre che all’ANPI anche ad altre associazioni come la Fiap, Federazione italiana associazioni partigiane) furono però particolarmente sensibili soprattutto alla questione dei libri di testo e dei programmi. Richiesero infatti con costanza e fermezza un’opportuna revisione e integrazione degli uni e degli altri, in modo da eliminare eventuali stralci di mistificazioni del Ventennio e dare al contrario un peso adeguato alla storia del secondo conflitto mondiale e della Liberazione. Non è questa l’occasione per un approfondimento sulla Resistenza nei programmi e nei libri di testo, basta però sfogliare le pagine di quel periodo di <hi rend="italic" >Patria indipendente</hi>, da sempre l’organo ufficiale dell’ANPI, per trovare una serie di interventi, prese di posizione e discussioni sul tema. Fra tutti è senz’altro utile però segnalare l’inchiesta intitolata appunto <hi rend="italic" >La Resistenza entra nella scuola</hi> lanciata dal periodico nell’autunno del 1960 dopo la circolare del ministro p.i. Bosco del 1° settembre del 1960 sull’imminente estensione, fino agli anni della Seconda guerra mondiale, dei programmi scolastici di storia dei licei e degli istituti magistrali.</p><p rend="text" >I nuovi programmi, poi emanati con il decreto n. 1457 del 6 novembre del 1960, avrebbero infatti compreso: «Le guerre mondiali. La Resistenza, la lotta di liberazione, la Costituzione della Repubblica italiana, ideali e realizzazioni della democrazia». Senza dubbio quindi una risposta concreta alle incessanti richieste delle organizzazioni degli ex partigiani a cui abbiamo fatto cenno sopra e un’apertura evidente al processo per la realizzazione di una scuola (e di un’Italia) democratica. Non a caso Ferruccio Parri, allora presidente della FIAP, ad agosto aveva perfino consegnato ufficialmente al ministro Bosco una nota specifica a riguardo a nome del consiglio federativo della Resistenza (La Stampa 1960). Insomma, anche i nuovi programmi furono un chiaro segno di svolta democratica dopo l’involuzione autoritaria dell’estate di quell’anno con le tragedie di Licata, Palermo, Catania e Reggio Emilia che, come è noto, aveva decretato le dimissioni del primo ministro Tambroni e segnato il fallimento di un asse governativo retto con la destra neofascista (Crainz 2005, 169 sgg.).</p><p rend="text" >All’inchiesta di <hi rend="italic" >Patria Indipendente</hi>, articolata su quattro numeri, parteciparono insegnanti ed esponenti del mondo della cultura esprimendo entusiasmo ma anche perplessità e fu significativamente chiusa da un ampio e articolato intervento di sintesi firmato da Tristano Codignola, all’epoca responsabile scuola del Partito Socialista Italiano e in prima linea nella lotta per la democratizzazione della scuola. Codignola invitava in sostanza ad interpretare le novità firmate da Bosco come un’indicazione politica in fieri, un requisito essenziale per compiere il cammino verso la realizzazione di una scuola democratica più che come un risultato o una vittoria definitiva. </p><p rend="quotation_b" >Introdurre nella scuola la storia della Resistenza vuol dire introdurre un elemento di connessione con la società viva e presente, che è antagonistico e contraddittorio col carattere accademico, distaccato e tradizionalistico di tutta la cultura impartita dalla nostra scuola. O noi riusciremo a mantenere questo elemento nuovo come un elemento dinamico, capace di reagire su tutto l’insegnamento, o inevitabilmente anch’esso si trasformerà in elemento statico e sarà riassorbito dall’atmosfera stagnante, sospesa nel vuoto, della nostra scuola (Codignola, 1960, 4). </p><p rend="text" >La Resistenza a scuola dunque come contributo per un ripensamento e per una riforma generale dell’intero sistema, in altre parole: «far entrare la Resistenza nella scuola vuol dire farla entrare nell’insieme dell’insegnamento, con particolare riferimento alla storia, all’educazione civica, e all’italiano, e con la più larga possibilità e libertà di scelta di mezzi didattici». Di conseguenza, sempre secondo il deputato del Psi e socio di maggioranza e dirigente in primis de La Nuova Italia editrice, doveva esser assolutamente scongiurata la possibilità che la Resistenza potesse diventare un «insegnamento specializzato, avulso dal resto» quindi un insegnamento necessariamente «insincero» e passibile di colorazione politica. Eventualità che sarebbe stata fortemente contradditoria con la promozione dello spirito critico, compito principale della scuola repubblicana e pure della stessa Resistenza. </p><p rend="text" >Come previsto da Codignola, la questione dell’insegnamento della Resistenza fu poi tutt’altro che risolta con i provvedimenti del 1960 e rimase a lungo argomento di discussione. Solo per ricordare alcune fra le iniziative e dibattiti di qualche rilievo cresciuti attorno a questo dibattito pensiamo il congresso di Ferrara del 1970 (Borghi, Quazza et al. 1971), quello di Brescia dello stesso anno (ISRB 1971) o il congresso di Parma del 1977 (Raponi 1978). Le disposizioni ministeriali infatti non furono necessariamente accolte e applicate da tutti gli insegnanti e i libri di testo adeguati non abbondavano.</p><p rend="h2" >3. <hi rend="CharOverride-1" >«…</hi> elementi essenziali nella formazione delle giovani generazioni<hi rend="CharOverride-1" >»</hi></p><p rend="text" >Nel solco di questa nuova stagione inaugurata fra gli anni Cinquanta e Sessanta cominciarono comunque anche a prendere il via i primi incontri fra studenti ed ex partigiani per far loro interviste (<hi rend="italic" >Patria indipendente</hi>, 1962), oppure nell’ambito di mostre sulla Liberazione e in altre occasioni pubbliche (Dolino 1960, 12); momenti di scambio accompagnati ad altre iniziative che indicavano una sensibilità accresciuta per le vicende scolastiche, come ad esempio l’opuscolo informativo sulla Resistenza indirizzato agli insegnanti italiani diffuso dall’ANPI dopo il ripristino dell’insegnamento dell’educazione civica con legge del 13 giugno 1958 (ANPI 1958), oppure il diario scolastico omaggio stampato dall’ANPI nell’a.s. 1960-61 (ANPI 1960). Nel 1965 così l’ANPI salutò con soddisfazione la circolare del ministro p.i. Gui per celebrare il ventennale della Liberazione (Bartolini 1965), circolare con la quale il ministro invitò tutti gli studenti italiani a cimentarsi in un tema in classe sulla ricorrenza. </p><p rend="text" >In breve ormai il percorso pareva tracciato tanto che nel 1967 l’ANPI mutò lo Statuto dell’associazione per inserire un riferimento esplicito «affinché i princìpi informatori della Guerra di Liberazione divengano elementi essenziali nella formazione delle giovani generazioni» (Cecchini 1998, vol. II, 123). D’altro canto i giovani già da almeno un decennio avevano fatto irruzione sulla scena come soggetto sociale omogeneo e da lì a poco, fra il 1968 e il ‘69, sarebbero diventati protagonisti assoluti (Piccone Stella 1993). </p><p rend="text" >Di converso però le ragazze e i ragazzi italiani, ma con tutta probabilità in compagnia delle altre generazioni, parevano avere qualche lacuna sulla Resistenza e sul Ventennio fascista, per cui l’impegno degli ex partigiani appariva ben calibrato nei tempi. Possiamo trovare evidenti segnali di queste lacune tra i giovani, ad esempio, in un’inchiesta sul fascismo e l’antifascismo, sulla Resistenza e la Liberazione pubblicata da <hi rend="italic" >Il</hi><hi rend="italic" > Ponte</hi> nel 1965 (Bertoluzzi 1965). L’inchiesta condotta da Claudio Bertoluzzi, un allievo di Alfassio-Grimaldi, consisteva infatti nell’elaborazione dei risultati derivati da un articolato questionario sottoposto a più di mille studenti delle medie superiori di Voghera fra i quali appunto serpeggiava una certa indifferenza per gli argomenti loro proposti, nonché una diffusa ignoranza e perfino alcuni segnali di ostilità nei confronti della Resistenza e dell’antifascismo (Bertoluzzi 1965; Cooke 2015). Un atteggiamento forse in linea con buona parte dei coetanei del resto della penisola. </p><p rend="text" >Anche i temi del ventennale della Liberazione, cui abbiamo fatto cenno, non furono avulsi da una certa superficialità quando non addirittura da tratti nostalgici (c.b. 1965), un rischio prevedibile nelle iniziative celebrative sulla Resistenza a scuola dove la ritualità talvolta sovrastava e sovrasta la sostanza. La deriva di una Resistenza ‘imbalsamata’ dalla retorica tornerà peraltro ciclicamente come tema di riflessione nell’ambito scolastico e riguarderà anche le testimonianze in classe dei partigiani (L.C.A. e M.S. 1979). </p><p rend="text" >Un capitolo a parte meriterebbe invece di esser dedicato alle iniziative dell’ANPI nel campo della letteratura per bambini e per ragazzi, settore in cui l’organizzazione combattentistica tentò di cimentarsi anche come editore fin dagli anni Cinquanta, per poi appoggiare in seguito progetti editoriali di natura privata. La “Collana per i ragazzi” per i tipi dell’ANPI dette infatti alle stampe alcuni librettini fra il 1953 e il 1955, fra i cui autori segnaliamo Guido Petter (1953) e Ada Marchesini Gobetti (1954), racconti poi a loro volta raccolti nel 1971 in un volume edito ancora dall’associazione <hi rend="italic" >Quando si combatteva per </hi><hi rend="italic" >la libertà</hi> (Cannella 1971). Nel corso del 1964 e del 1965, l’associazione sostenne poi con grande slancio sulle pagine di <hi rend="italic" >Patria</hi> la collana “Giovane Resistenza” di Nicola Milano ‘editore partigiano’ di Cuneo, nella quale comparvero negli anni complessivamente dieci titoli. Ma anche dell’intreccio fra letteratura per infanzia e Resistenza daremo conto molto presto in un’altra occasione.</p><p rend="text" >Se però l’azione politica e educativa dei partigiani nelle scuole italiane è presumibile abbia preso il largo da questo contesto, ciò non significa che il lavoro di testimonianza nelle aule sia cresciuto progressivamente di pari passo. Le testimonianze portate nelle scuole nei decenni successivi non sono state infatti organizzate sistematicamente e non sembra neanche abbiano avuto una linea nazionale comune e formalmente condivisa. Mi pare semmai possibile parlare di tante storie di partigiani a scuola fra loro eterogenee e distribuite geograficamente in modo analogo (seppur con prevalenza ovviamente al centro-nord). Ogni realtà territoriale in altre parole ha intrapreso i propri percorsi nati talvolta dalla necessità di dare risposte politiche e sociali ai problemi emergenti del Paese (come, ad esempio, fra gli anni Ottanta e Novanta, l’avanzata del neoliberismo prima, e delle destre dopo), dalla specificità della memoria e della storia di quel determinato territorio (la Resistenza ha avuto una natura profondamente locale), oppure dalla iniziativa individuale di singoli ex combattenti. Un quadro complesso della cui poliedricità ho provato a dare una rappresentazione in una ricerca di qualche anno fa sulla realtà Toscana (Oliviero 2015). </p><p rend="text" >In definitiva, al netto degli interventi occasionali, sarebbe utile, anche documentariamente, intanto censire tutte quelle iniziative pensate per portare le testimonianze dei partigiani a scuola, almeno minimamente strutturate e riflettute, organizzate nel corso dei decenni lungo la penisola. Impresa piuttosto ardua ma necessaria per misurare la portata complessiva delle esperienze e avviare dunque una riflessione approfondita. </p><p rend="text" >Per fornire intanto alcune coordinate utili ad affrontare questo lavoro che qui non può trovare spazio, passeremo allora a descrivere una di queste esperienze di Resistenza raccontata a scuola perché particolarmente ricca di stimoli e ben calibrata sul piano educativo e didattico, dunque adatta anche a trarre indicazioni per programmare iniziative didattiche e educative nel futuro.</p><p rend="h2" >4. Partigiani a scuola: Guido storyteller</p><p rend="text" >L’esperienza di Resistenza raccontata a scuola che ho scelto di rievocare qui è quella di San Gimignano, borgo toscano celebre nel Mondo per le sue torri medievali, unitamente a quella di uno dei suoi principali animatori, ovvero Guidi Lisi.</p><p rend="text" >Di Guido Lisi e del suo ultradecennale intenso lavoro per la diffusione della Memoria resistenziale e per l’educazione alla Resistenza dentro e fuori la scuola, ho avuto occasione di parlare spesso pubblicamente e in diversi contesti (Oliviero e Bellacci 2020). Il caso di Guido, come anticipato, rimane ancora oggi un modello da studiare e da replicare. </p><p rend="text" >Guido Lisi, un ragazzo che si avvia oggi verso i 97 anni di età, è stato un partigiano combattente nella Brigata Spartaco Lavagnini e ha operato in Toscana intorno alla sua piccola città, San Gimignano, dove ha sempre vissuto fino ad oggi. Liberata la città delle torri, ‘Guidino’ (nome di battaglia) si è arruolato nell’Esercito cobelligerante Italiano, gruppo di combattimento ‘Cremona’, è stato fra i primi a varcare la linea Gotica sul Senio ad Alfonsine, uno degli episodi che segnarono l’epilogo del Secondo conflitto mondiale (Lisi 2002). </p><p rend="text" >Guido, insieme ad alcuni suoi compagni di battaglia e attraverso la sezione locale dell’ANPI, ha cominciato fin dal dopoguerra a portare i suoi ricordi resistenziali nelle aule scolastiche di San Gimignano e in quelle dei dintorni, dapprima per celebrare le ricorrenze del calendario civile, poi in maniera progressivamente più strutturata<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1" ><hi xml:id="footnote-003-backlink"><ref target="12.html#footnote-003">1</ref></hi></hi>. </p><p rend="text" >Guido è stato dunque un protagonista della Resistenza combattuta e per decenni anche di quella raccontata. Il racconto di Guido è particolarmente avvolgente, incisivo e avvincente per diverse ragioni.</p><p rend="text" >Prima di tutto per le sue doti di grande narratore, in armonia con la tradizione orale propria della Toscana rurale. A questo proposito, come molti altri partigiani impegnati per tenere viva la memoria della Resistenza, Guido nel 2002 ha dato pure alle stampe il suo corposo diario (più volte ristampato) nel quale attraversa le tappe fondamentali della sua vita fino ad arrivare ai giorni passati con la sua banda e poi a quelli nell’Esercito sul fronte lungo il Senio (Lisi 2002). Tutti episodi ovviamente ricorrenti nei suoi incontri con gli studenti.</p><p rend="text" >L’efficacia del suo racconto trova poi fondamento in una adeguata scelta delle memorie da condividere. Sono memorie irrituali e avulse dalla retorica, alcune delle quali ‘decontaminate’ dal dolore (Caviglion 2021; De Luna 2015) e rappresentative della coralità della Resistenza. Accanto ai fatti tragici c’è spazio dunque per ricordare l’impegno civile della popolazione, senza mai dimenticare di rappresentare la quotidianità. </p><p rend="text" >Fra tutti gli episodi merita di esser ricordato quello in cui il diciassettenne Lisi, dopo una forte appendicite curata clandestinamente a San Gimignano, deve trovare uno stratagemma per tornare alla macchia dai suoi compagni senza esser riconosciuto e arrestato. L’idea, poi risultata vincente, fu di travestirsi da donna, con tanto di scarpe con le zeppe e borsetta a tracolla (nella quale nascose una bomba a mano), per avviarsi, in compagnia di una staffetta, fuori le mura. Un racconto che suscita sempre grande interesse fra gli studenti e l’interesse è la condizione essenziale per innescare i processi di apprendimento. La parte più significativa della storia arriva però con l’incontro fra il partigiano travestito e il resto della banda. Guido pensa infatti di presentarsi sempre sotto mentite spoglie per fare uno scherzo ai compagni, i quali in prima battuta non lo riconoscono e anzi sembrano piuttosto emozionati dalla visita di questa signorina… Insomma, come dice lo stesso Guido quando ricorda questa circostanza, l’istinto di sopravvivenza e la gioventù, la voglia di vivere e di scherzare, hanno la meglio su tutte le tragedie perché anche i partigiani erano ragazzi e ragazze come tutti gli altri<hi rend="notes_number CharOverride-2" ><hi xml:id="footnote-002-backlink"><ref target="12.html#footnote-002">2</ref></hi></hi>. Pochi giorni prima, peraltro, il loro distaccamento era stato duramente colpito e sconvolto da quello che poi sarà noto come eccidio di Montemaggio (Meoni 1975; Elia 2007).</p><p rend="text" >Gli interventi di Guido Lisi privilegiano dunque la memoria alla storia, evitano di ‘imbalsamare’ la Liberazione e soprattutto riducono il rischio, talvolta diffuso fra le testimonianze a scuola dei partigiani, di fare lezioni di storia senza però avere le competenze di uno storico.</p><p rend="text" >Il tratto avvincente dei racconti di Guido favorisce così l’incontro con le memorie individuali degli studenti, o degli altri destinatari, per concorrere alla costruzione della memoria e dell’identità collettiva della comunità cittadina (Halbwachs 1968, tr.it. 2001).</p><p rend="text" >Il salto di qualità progettuale per portare la Resistenza a scuola è avvenuto però solo con la profonda revisione dello Statuto dell’ANPI del 2006, di cui abbiamo già parlato, con la quale gli ex partigiani hanno aperto l’associazione anche a coloro che non hanno partecipato alla Guerra di Liberazione, dunque pure a tutte le generazioni successive alla loro.</p><p rend="text" >La partecipazione attiva di almeno tre generazioni alle attività educative della sezione ANPI di San Gimignano, nella fase progettuale e in quella operativa, ha determinato infatti un sostanziale miglioramento dell’efficacia degli interventi e rappresenta senza dubbio un altro fra gli elementi che rendono il comune del senese un possibile modello. Le ragioni del cambio di passo sono dovute senz’altro all’immissione fra gli associati e fra i dirigenti di nuove energie e di altrettante competenze che sono andate ad affiancare il lavoro degli ex combattenti. Tuttavia, almeno secondo chi scrive, le attività della sezione di San Gimignano hanno assunto una dimensione e uno spessore organizzativo considerevole anzitutto perché elaborate a partire dal confronto intergenerazionale, lo stesso confronto che, come in parte abbiamo visto, sarà poi l’oggetto principale degli interventi dell’ANPI nelle scuole. In altre parole, la condivisone delle memorie fra generazioni è una pratica adottata fin dalla fase progettuale in seno alla sezione dell’ANPI, ovvero il soggetto promotore delle azioni educative nelle scuole, per poi animare e fare da sfondo agli interventi strutturati indirizzati agli studenti. </p><p rend="text" >Sarebbe anzi più corretto parlare di interventi educativi indirizzati a tutti i cittadini e non solo agli studenti. Il lavoro curato dalla sezione ANPI di San Gimignano è strutturato infatti in un vero e proprio sistema integrato fra scuola e territorio, altro elemento per cui possiamo parlare di questa esperienza come un buon modello replicabile. La sezione ANPI peraltro ha siglato anche un protocollo di intesa con il Comune e l’Istituto Comprensivo “Folgòre da San Gimignano”<hi rend="notes_number CharOverride-2" ><hi xml:id="footnote-001-backlink"><ref target="12.html#footnote-001">3</ref></hi></hi>. Agli interventi in aula si alternano così visite, esperienze didattiche e ricreative sui luoghi della memoria relativi alla lotta per la Liberazione del territorio, tutte opportunamente integrate con le attività curricolari. Allo stesso tempo le celebrazioni delle ricorrenze resistenziali (fra cui ovviamente l’Anniversario della Liberazione dal Nazi-fascismo della città il 13 luglio del 1944, quello della partenza dei volontari sangimignanesi nell’esercito ausiliario pochi mesi dopo, l’eccidio di Montemaggio…) hanno assunto un profilo in cui potremmo riconoscere i caratteri propri della <hi rend="italic" >Public History</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2" ><hi xml:id="footnote-000-backlink"><ref target="12.html#footnote-000">4</ref></hi></hi>. La partecipazione nutrita e attiva dei cittadini a queste ricorrenze contribuisce infatti alla costruzione della memoria collettiva grazie anche al supporto di progetti collaterali, come ad esempio la raccolta e la pubblicazione delle testimonianze dei comuni cittadini relative al luglio del 1944, espressione plastica della coralità della Resistenza (Anpi San Gimignano 2015). Insomma il ricordo del 1944 diviene quasi l’architrave della identità dell’intera comunità, attorno alla quale sono andate poi strutturandosi, nel corso dei decenni del secondo Novecento, le varie storie di vita e memorie individuali. </p><p rend="text" >La Resistenza a San Gimignano rappresenta dunque in definitiva il punto di partenza e il punto di arrivo di un percorso di costruzione della memoria collettiva locale, percorso in cui il lavoro educativo e didattico degli ex partigiani nelle scuole è stato fondamentale ma che comunque sarebbe stato insufficiente senza una sinergia virtuosa tra scuola e territorio. Ecco che il modello di San Gimignano suggerisce prospettive per Raccontare la Resistenza a scuola anche in un futuro in cui non potremo contare sullo straordinario lavoro dei partigiani, rafforzando semplicemente le relazioni fra scuola e territorio. Vediamo meglio come. </p><p rend="h2" >5. Raccontare la Resistenza a scuola</p><p rend="text" >Negli ultimi vent’anni il problema dell’imminente scomparsa dei testimoni, oltre ad esser un tema storiografico (Bidussa 2009), ha aleggiato incessantemente nel dibattito sulla Resistenza a scuola senza però trovare una soluzione progettuale ben definita. </p><p rend="text" >La progressiva scomparsa dei partigiani pone infatti il quesito di come e se supplire alla loro presenza a scuola. È bene allora chiarire subito che i partigiani sono assolutamente insostituibili. Il coinvolgimento emozionale innescato dei loro racconti non è infatti riproducibile e ipotizzare per il futuro percorsi formativi fondati tutti sull’impatto della narrazione, impatto magari affidato ad audiovisivi in cui sono fissate le testimonianze resistenziali, sarebbe azzardato e fallimentare. A dire il vero le proposte educative per le scuole costruite esclusivamente attorno alla sola narrazione del testimone possono esser quasi altrettanto inefficaci anche in quei casi in cui, fino ad ora, il partigiano ha potuto esser fisicamente presente in aula. Anche se nel caso di testimonianze ben strutturate come quella di Guido Lisi. Insomma incontrare per un’ora o due un protagonista o un testimone della Liberazione per molti studenti sarà stata un’esperienza coinvolgente e emozionante, ma che non necessariamente può essere ascritta al fare scuola.</p><p rend="text" >Al contrario, come abbiamo visto nel modello di San Gimignano, per raggiungere il successo formativo è auspicabile la progettazione di un percorso articolato in cui la scuola funzioni da agenzia educativa rivolta a tutti i cittadini e non solo agli studenti, supportata dall’azione educativa delle altre istituzioni del territorio (le Regioni, i Comuni, le Università, gli Istituti storici, le associazioni…) e soprattutto dalla partecipazione attiva dal basso della cittadinanza. Tutti con pari dignità.</p><p rend="text" >Così come lo stesso modo di fare storia del Novecento, e in particolare storia della Resistenza andrà profondamente ripensato senza il confronto con i testimoni in vita, anche le attività didattiche dovranno trovare formule del tutto differenti, in cui magari la testimonianza audiovisiva concorre alla costruzione della narrazione storica insieme ad altre fonti intrecciandosi con le memorie delle persone e dei luoghi, le quali peraltro possono suscitare emozioni anche quando mancano le vive voci dei testimoni. </p><p rend="text" >D’altro canto, come abbiamo visto, la ricerca storica sulla Resistenza ha offerto a più riprese profondi rinnovamenti delle linee interpretative, una tendenza evidente anche negli studi più recenti (Flores Franzinelli 2019). Anche la Resistenza a scuola dovrà allora fare i conti sempre con traguardi inediti. </p><p rend="text" >Raccontare la Resistenza a scuola, anche senza testimoni, sarà dunque fondamentale e indispensabile nel futuro. Insegnare e raccontare la Resistenza a scuola significa infatti educare alla democrazia, alla pluralità e al dialogo. Significa proporre un modello di scuola cooperativo piuttosto che un modello competitivo come quello invece costruito in Italia, pezzo dopo pezzo, negli ultimi decenni. «La Resistenza» infatti, diceva sempre Calamandrei nel 1954, «può essere ancora un incontro, un colloquio, una presa di contatto, un dialogo: un avviamento fra avversari politici a intendersi e a rispettarsi». L’educazione civica divenuta nel 2019 una disciplina trasversale in tutti gli ordini e gradi di scuola, come ritenevano gli stessi partigiani quando fu già inserita – seppur con altre vesti – nel 1958, può esser una grande occasione per questo scopo.</p><p rend="h2" >Riferimenti bibliografici</p><p rend="bib_indx_bib" >ANPI San Gimignano 2015. <hi rend="italic" >Sessant’anni fa</hi>. 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