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        <title type="main" level="a">Il movimento sindacale, la crisi del fordismo, lo “spazio sociale europeo”</title>
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          <persName n="1" ref="https://orcid.org/0000-0001-7427-1979" type="ORCID">
            <forename>Paolo</forename>
            <surname>Borioni</surname>
            <placeName type="affiliation">Sapienza University of Rome, Italy</placeName>
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          <resp>This is a section of <title>Diritti, Europa, Federalismo</title>(DOI: <idno type="DOI">10.36253/979-12-215-0049-3</idno>) by </resp>
          <name>Sante Cruciani, Maria Paola Del Rossi</name>
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        <publisher>Firenze University Press</publisher>
        <pubPlace>Firenze</pubPlace>
        <date when="2023">2023</date>
        <idno type="DOI">https://doi.org/10.36253/979-12-215-0049-3.06</idno>
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          <p>Available for academic research purposes</p>
          <p>Open Access</p>
          <p>Copyright Author(s)</p>
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            <p>Content licence CC BY 4.0</p>
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        <p>This is original content, published for academic research purposes</p>
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        <p>The author reconstructs the debate that developed in the 1980s in the Etuc in which Trentin was committed to the construction of a European social model. The essay analyzes the difficulties, contradictions and novelties of the trade union proposal in response to the interconnected effects of inflation, oil crises and mass unemployment in the 1970s, starting with the "Keynes-plus" approach, which proposed new investments for the improvement of working conditions, protection of natural and social environment, and for an equitable distribution of growth and the reduction of consumption of scarce resources, especially energy. Within this framework Trentin stressed the importance of a renewal of the Union's task in post-Fordism in which the European dimension and its ability to affect the process of integration become central.</p>
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            <item>Socialdemocracy</item>
            <item>ETUC</item>
            <item>European Social Model</item>
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      <p>It is available online at https://doi.org/10.36253/979-12-215-0049-3.06<ref target="https://doi.org/10.36253/979-12-215-0049-3.06" /></p>


<p rend="h1_chapter" >Il movimento sindacale, la crisi del fordismo, <lb/>lo “spazio sociale europeo”</p><p rend="h1_author" >Paolo Borioni </p><p rend="h2" >1. Il movimento sindacale e la strettoia degli anni Settanta</p><p rend="text" >Come opportunamente sostenuto (Warlouzet 2018, 46), al principio del periodo che prendiamo in considerazione gli sforzi per costruire una Europa sociale furono in gran parte il risultato di una (fino ad allora) prevalente convinzione ‘polanyana’, secondo cui esisteva permanentemente il bisogno di ‘controbilanciare’ le spinte socialmente distruttive del rinascente neoliberismo e in generale del capitalismo sregolato. A questo proposito le istituzioni del Mercato comune e la potenziale regolazione che ne poteva derivare erano ancora da molti percepiti come una nuova possibilità in questo senso. E, sempre in senso regolativo, «the mobilization of international actors», non solo dei «national governments» fu rilevante. Tra questi soggetti internazionali di certo il sindacato in un processo di europeizzazione. Secondo alcuni esperti e studiosi, peraltro, un maggiore impatto programmatorio avrebbe potuto oltre che dovuto essere il risultato della crisi petrolifera cominciata nel 1973 (Warlouzet 2018, 48-50). Nel rapporto Maldague (<hi rend="italic">Report</hi><hi rend="italic"> of the Study Group on Industrial Policies in the Community:</hi><hi rend="italic"> state intervention and structural adjustment</hi>, 1981) una programmazione di ampiezza Europea avrebbe dovuto contenere l’inflazione, essere costruita attraverso un ampio processo di consultazione a livello sia regionale che settoriale, e avrebbe dovuto contenere anche un robusto elemento sociale. I programmatori ritenevano inefficienti le teorie del puro libero mercato, e mentre l’idea di programmazione in sé prese a declinare poiché la maggiore internazionalizzazione commerciale la rendeva più ardua, tuttavia alcuni suoi principi di base vennero assimilati dal CES/ETUC. Ancora più importante è che questa assimilazione fosse parte di un dibattito più ampio riguardo agli effetti interconnessi di inflazione, crisi petrolifere e disoccupazione di massa e di quali conclusioni trarne. Gran parte di questo lavoro era finalizzato a prevenire effetti negativi sia sul potere d’acquisto dei salari sia su questi ultimi come fattore socio-economico in genere. </p><p rend="text" >Il contesto è quello della disoccupazione di massa dei secondi anni Settanta e della stagflazione, ma da un punto di vista sindacale si tratta soprattutto della quota di responsabilità da attribuire alla capacità rivendicativa e salariale dei sindacati. È una strettoia storica a mio avviso anche maggiore di quanto comunemente ammesso. </p><p rend="h2" >2. La CGIL, la CES e l’elaborazione di una programmazione economica sovranazionale </p><p rend="text" >Prima di giungere a Trentin occorrono alcuni ragionamenti, il cui scopo è argomentare che Trentin e l’ETUC/CES sono negli anni Ottanta impegnati ad elaborare una risposta non deflativa e anzi di investimento più pianificato e mirato che si cercava di formulare già dagli anni Settanta con difficoltà e contraddizioni importanti. Ancora nel 1976 vertici della socialdemocrazia nordica come il governo di Copenaghen erano orientati ad utilizzare salari e domanda interna come valido propulsore politico-economico (Asmussen 2010, 454-55). Questa era stata anche la convinzione dei più ad una conferenza dei governanti socialdemocratici tenutasi nel gennaio del 1976 a Copenaghen, come ribadì alla conferenza stampa Anker Jørgensen, convinto che questo avrebbe dovuto essere un impegno comune. Una replica negativa venne tuttavia da parte di Helmut Schmidt, che si disse in disaccordo con il principio alla base del ragionamento, chiarendo che non avrebbe accettato pressioni a riguardo. Non a caso: era la Repubblica Federale tedesca, la ‘locomotiva’ della crescita, a dovere dare il segnale fondamentale in merito. </p><p rend="text" >Già in precedenza Piero Boni e Lama tra il 1973 e il 1974 erano stati alla ricerca di un’altra risposta. Per Boni, che citiamo quasi testualmente, i prezzi ed un rifiuto sia dell’inflazione sia della deflazione erano la questione chiave. Occorreva una regolazione finalizzata a politiche dirette a mantenere bassi i prezzi petroliferi ed energetici, mentre ovviamente andava respinto ogni approccio massicciamente deflazionistico. I salari e le politiche salariali, sebbene contestualmente ad un’iniziativa di contenimento degli aumenti dei prezzi, e promuovendo (ecco il punto su cui torneremo) cambiamenti economici strutturali, mantenevano il proprio valore quali mezzi per difendere i livelli di vita dei lavoratori.</p><p rend="text" >Tale strategia doveva caratterizzare la spinta salariale a livello di impresa da parte dei lavoratori, senza dimenticare altre questioni a livello di impresa e di fabbrica (organizzazione del lavoro, produttività, prezzi, pasti). </p><p rend="text" >Ma andavano rese prioritarie anche altre problematiche più ampie, ad esempio il pieno impiego nel Mezzogiorno per prevenire ulteriore migrazione, giacché ciò avrebbe a sua volta rafforzato l’azione del sindacato nella regolazione equa degli incrementi retributivi in opposizione alla deflazione insalariale come possibile soluzione (ASCgil, Comitato direttivo 20-21 settembre 1973).</p><p rend="text" >Quanto accaduto a Copenaghen, come le dichiarazioni antecedenti di Boni, ci conduce al più ampio dibattito europeo fra i partiti socialdemocratici e del movimento operaio (Warlouzet 2018, 137-41). In sostanza, mentre diversi capi di governo provenienti dal movimento operaio, solitamente seguendo le indicazioni delle proprie rispettive Confederazioni sindacali, consideravano l’inflazione essere soprattutto dovuta ai prezzi petroliferi, Helmut Schmidt tendeva ad attribuire maggiore responsabilità agli aumenti retributivi. L’ETUC era ovviamente impegnata in questo dibattito, come dimostrano le sue richieste alle conferenze tripartite, basate soprattutto su pieno impiego e riduzioni d’orario senza sacrifici retributivi. Ma dal 1975 in poi la Commissione dimostrò di essere in favore di riduzioni salariali. L’ETUC non cessò di frequentare le conferenza tripartite ma, a parte una Commissione meno favorevole, gli ostacoli sorgevano anche da differenze fra sindacati nazionali: la TUC britannica propugnava la cosiddetta ‘teoria della locomotiva’, secondo cui paesi in surplus commerciale come la Germania Ovest dovevano guidare la reflazione salariale, mentre la DGB si opponeva ad accelerare la corsa della locomotiva (Degryse C., Tilly P., 2013, p. 95). Inoltre, dopo l’unica parentesi Keynesiana tedesca di Schiller e Brandt, (Allen 2005, 211-14) Schmidt oltre ad una diversa predisposizione temeva forse non a torto che la condotta USA non potesse essere affidabile in quanto a controllo dell’inflazione da dollari/petrol dollari, conducendo ad una situazione insostenibile qualora i governi europei e la Germania in particolare avessero praticato le politiche più espansive raccomandate da Anker Jørgensen e altri. Tra il 1978 e il 1979 Schmidt fu convinto a promuovere una politica più espansiva ma il secondo shock petrolifero lo fece ricredere per sempre, convincendolo che combinare l’effetto di fattori della domanda interna e prezzi petroliferi avrebbe condotto tutto fuori controllo (Warlouzet 2018, 137-41). Da ciò a livello europeo un dialogo tripartito caratterizzato da divergenze anche maggiori. Da ciò anche l’impressione, da parte dell’ETUC/CES che le ansie per l’inflazione avrebbero prevalso qualunque moderazione salariale stabilizzante essi mettessero in campo. Nella Confederazione sindacale europea molti erano sempre più in dubbio se valesse la pena anche solo partecipare agli incontri tripartiti. Sebbene sindacalisti come Vetter propugnassero l’idea tedesca di non mollare quegli incontri, questi, anche durante la nuova Commissione Jenkins dopo il 1977, non riuscirono a rimediare alle discordie fra le parti, cosicché dal 1981 l’ETUC si ritirò (Degryse, Tilly 2013, 96).</p><p rend="text" >Tuttavia, gli archivi CGIL forniscono importanti indicazioni su come i sindacati nazionali percepissero l’importanza della dimensione europea: la Cgil e le altre Confederazioni più rappresentative sostenevano controlli sui prezzi, ma non tetti massimali, monitoraggi dei prezzi ma non politiche deflattive, (Boni 1973) e soprattutto non tetti indiscriminati alle spese e agli investimenti pubblici in genere. Anche un buon uso di prestiti internazionali era benvenuto se per sostenere la domanda interna e gli investimenti nel Mezzogiorno.</p><p rend="text" >Ancora più importante è che Luciano Lama (Lama 1974a, 4-7) fosse conscio del fatto che misure di portata almeno europea avrebbero avuto importanza chiave. Anche perché per lui era centrale contrare la strategia USA finalizzata a rafforzare la posizione globale di dollaro e multinazionali petrolifere mediante gli aumenti dei prezzi dei carburanti. Inoltre, una forza internazionalista come la CGIL non poteva che vedere con favore l’uso che i paesi produttori avrebbero fatto del rialzo dei prezzi per migliorare le condizioni sociali ed economiche delle loro popolazioni. Perciò in un’epoca in cui la divisione internazionale del lavoro fra paesi capitalistici stava generando un nuovo equilibrio l’Europa (Lama 1974a, 6) doveva trovare e praticare politiche comuni adatte a liberarla da ogni «subordinazione» e a compiere le scelte in base agli interessi reali delle proprie popolazioni. Egli temeva che altrimenti i rialzi dei prezzi avrebbero esacerbato discordie e contraddizioni fra paesi europei. Da ciò anche l’accelerazione del percorso d’uscita dalla FSM (<hi rend="italic">World federation of</hi><hi rend="italic"> unions</hi>): (Lama 1974a, 36-8) stabilendo un legame sempre maggiore con l’ETUC (da affiliati ad associati). </p><p rend="text" >Ciò in connessione con una strategia internazionale di cui salari elevati e alta occupazione fossero un fattore di riforma progressiva ed un incentivo a risolvere le questioni dell’inflazione e dei prezzi energetici in modo non-tecnocratico e non-deflattivo. Oltre a promuovere (Lama 1974b, 3) una stabile collaborazione europea per costruire coi paesi produttori un sistema commerciale vantaggioso per entrambi. Anche il prestito (24.500 miliardi di lire) ricevuto dalla CEE avrebbe dovuto essere un contributo, ma non il limite massimo di investimenti nell’economia italiana. La CGIL era pronta ad accettare misure anti inflattive se capaci di accrescere l’occupazione e le risorse a disposizione. (Lama 1974b, 9-12).</p><p rend="text" >Lama auspicava un maggiore impegno che coinvolgesse tutta la CEE: se l’inflazione era una piaga, specie per l’Europea e se crisi energetica e recessione minacciavano i livelli di vita dei lavoratori, lo scarso impegno del movimento internazionale dei lavoratori in questo campo andava superato. La CGIL e le altre Confederazioni italiane dovevano proporre queste problematiche alle istituzioni europee elaborando un programma d’azione sindacale internazionale ed unitaria.</p><p rend="h2" >3. La strategia ‘Keynes plus’ e il modello sociale europeo </p><p rend="text" >Progredendo verso gli anni Ottanta e l’epoca di Delors commissario passiamo ad una stagione di maggiore coinvolgimento di Trentin. </p><p rend="text" >Alla ETUC si elabora intorno al 1980 la strategia ‘Keynes plus’, per cui J. M. Keynes: </p><p rend="quotation_b" ><hi >never went into</hi><hi > the what, where, how and for whom of investments and</hi><hi > economic growth. He implicitly assumed that the whole story was</hi><hi > told by the costs and revenues of a company that</hi><hi > made investments […] We are now very much aware</hi><hi > that investments and new production involve both benefits and costs</hi><hi > which fall outside the profit and loss accounts of the</hi><hi > investment company […] Full employment in high priority production</hi><hi > must become </hi><hi >more the central issue rather than just the</hi><hi > maximum possible increase</hi><hi > of G</hi><hi >DP. </hi></p><p rend="text" >L’approccio ‘Keynes-plus’ proponeva nuovi investimenti diretti a migliorare le condizioni di lavoro, proteggere l’ambiente, naturale e sociale; generare una più eguale distribuzione dei frutti della crescita; tagliare il consumo di risorse scarse, soprattutto l’energia, focalizzandosi sulla qualità del consumo finale (Etui 1979, 40-1). Gli esperti erano Stuart Holland, Franco Archibugi, Jacques Delors, Allan Larsson, gli ultimi due come è noto avrebbero portato qualcosa di questi contenuti in due piani di investimento europei degli anni Novanta. Ambedue però ignorati dalle istituzioni UE.</p><p rend="text" >La sostanza per noi più rilevante è che il sindacato europeo era impegnato in una strategia massiccia, qualitativa e internazionale per l’investimento, la crescita e la regolazione economica. Ciò per reiterare che il declino del precedente regime economico (politiche nazionali di crescita fortemente influenzata dall’impeto di welfare e retribuzioni) non condusse affatto ad una resa ideologica immediata. </p><p rend="text" >‘Keynes plus’ ed altre convergenti strategie sindacali per la crescita rimasero piuttosto radicali nell’idea che il capitalismo, se sregolato e non riformato, era incapace di alimentare il tipo di crescita compatibile con le società del welfare europee come costruite nei decenni passati. </p><p rend="text" >Trentin fu attivo in questa elaborazione di dispositivi sovranazionali di crescita che convinse i sindacati del continente a sostenere l’integrazione europea. Nei suoi archivi personali sono presenti documenti inviatigli nel corso degli anni Ottanta per una riflessione comune. </p><p rend="text" >Un primo documento fu inviato dall’ETUC nel 1983 (Trentin 1984a) per preparare una conferenza nella primavera del 1984. Rispetto all’approccio ‘Keynes plus’ appaiono continuità evidenti. </p><p rend="text" >Le politiche dei paesi europei nel documento inviato a Trentin vengono definite come troppo restrittive o debolmente espansive se il fine era impedire la crescita della disoccupazione fino a 25 milioni di unità. Le imprese nordamericane, giapponesi e dei paesi di nuova industrializzazione erano considerate più dinamiche grazie a ritmi di crescita che le rendevano assai più competitive (presumibilmente grazie alla legge di Kaldor-Verdoorn, secondo cui una maggiore prospettiva di crescita conduce comunque a maggiori investimenti anche in senso innovativo oltre che quantitativo). Ciò avrebbe potuto condurre molti lavoratori europei a lavorare per imprese non-Europee, o alternativamente a favorire misure protezionistiche. Inoltre il paper poneva il pressante quesito: «La communauté peut-elle survivre à tous ces développements? La démocratie peut-elle survivre à cette évolution?». </p><p rend="text" >Il testo respinge teorie semplicistiche (cioè salariocentriche) sulle cause dell’inflazione: è “possibile perseguire piena occupazione, una ragionevole piena occupazione e un controllo dell’inflazione” ma non c’era al momento che “controllo dell’inflazione”. E poi (Trentin 1984a, 5) «conflitti distributivi avranno sempre luogo. Ma essi sono senza dubbio più difficili da gestire quando l’economia stagna». </p><p rend="text" >Tutto ciò implicava un approccio più ampio e sistematico «basato sul negoziato … con concessioni da ambo le parti», necessitante una strategia di ampiezza europea per investimento, crescita e coordinamento dei tassi di interesse (Trentin 1984a, 5) e «dialogo sociale». </p><p rend="text" >Ad ogni modo, tutte le politiche del momento venivano considerate insufficienti per crescita e maggiore occupazione, per cui si raccomandava una doppia strategia (Trentin 1984a, 4-5): massicci investimenti in settori ad alta produttività e sviluppo, al contempo accrescendo le risorse in settori a minore produttività e alta intensità occupazionale.</p><p rend="text" >Si pensava verosimilmente a quanto accadeva negli USA proponendo però una risposta Europea e da modello sociale europeo. Negli USA si verificavano politiche espansive con incremento di occupazione il cui grosso era ottenuto nei servizi, anche spesso poco pregiati, tenendo conto delle implicazioni sociali della teoria Reaganiana del <hi rend="italic">trickle down</hi> (cioè servizi alla persona e ristorazione trainate dalle maggiori capacità di spesa concesse a classi elevate e medio alte). </p><p rend="text" >La risposta «da modello sociale europeo» era che la crescita di lavoro nei settori ad alta intensità di manodopera andava perseguita non tanto nei servizi privati ma preponderantemente «dans les domaines de haute valeur sociale ou des services». Restava però il problema centrale di progettare, selezionare e finanziare la crescita nei «secteurs à haute croissance de productivité», sempre come già visto il motore della strategia CES. Certo, in questo quadro europeo anche i settori dei servizi di welfare erano valutati come strategici per la loro elevata qualità sociale, non solo per il potenziale occupazionale, nonostante fossero lontani dalla produttività per addetto tipica dei settori di frontiera tecnologica.</p><p rend="text" >Infatti più in basso (Trentin 1984a, 5) il documento chiarisce che il lato dell’offerta (da qualificare e progettare) e della domanda vanno ambedue perseguiti, senza pensare di poter tornare ai ritmi di crescita dei decenni ’50-’60, né di far dipendere incrementi di produzione da mere politiche della domanda. </p><p rend="text" >Ciò è chiarito ancora meglio in un altro documento inviato a Trentin, (Trentin 1984b, 5). Vi si evidenzia che le misure indicate sono: «accroissement de l’investissement publique; accroissement de l’aide aux pais en voie de développement; maintienne du pouvoir d’achat et amélioration de la position des groupes le moins bien payés». Quest’ultima attenzione alla crescita dei bassi salari appare una strategia di ‘pavimento’ sotto il mercato del lavoro, funzionale (con una media salariale più elevata) sia alla domanda sia ad accompagnare un lato dell’offerta più qualitativo (restringendo cioè il potenziale per produzioni a bassa innovazione ed alto sfruttamento del lavoro). Tale incentivo all’investimento di qualità innovativa era poi a sua volta anche trainato dalla funzione di ‘ascensore’ (che si aggiunge a quella di ‘pavimento’) del progettato «investissement publique». Qui, Trentin non pare del tutto accogliere la proposta con due commenti a margine: il primo «schizofrenia» e il secondo più possibilista e fertile<hi > «</hi>quali priorità cronologiche?». </p><p rend="text" >La risposta a queste colorite osservazioni è, mi pare, che verosimilmente l’approccio ‘Keynes plus’ è ancora al centro del documento: investimento massiccio ma molto focalizzato per superare ostacoli connessi ad energia e tecnologia, così che maggiore occupazione, specie nel welfare ad alta intensità sociale e di manodopera, può perseguirsi senza effetti inflazionistici o inefficienza. </p><p rend="text" >A tal fine veniva indicato un incremento coordinato di Pil dell’1% dell’investimento pubblico in tutti gli Stati come previsto nella risoluzione del Congress ETUC dell’Aia del 1982. </p><p rend="h2" >4. Una dinamica politica di sinistra oltre la «riserva indiana» </p><p rend="text" >Le riflessioni di Trentin in questo ambito di elaborazione sono esposte in un testo con cui partecipa ad un “Séminaire international: une dynamique politique de gauche dans l’espace social européen, 15-16-17 Décembre” (Trentin 1988). </p><p rend="text" >Per Trentin tutta una serie di conquiste dei decenni passati erano in pericolo a causa del modello post-fordista, delle cui caratteristiche il padronato cercava di approfittare. La sua esperienza italiana era che la parte datoriale stava proponendo<hi > «</hi>un nouveau pacte» che attribuiva ai sindacati<hi > «</hi>le monopole de la négociation», ma solo riguardo alle qualifiche e salari dei lavoratori a qualifica medio-bassa, costitutiva della<hi > «</hi>réserve mouvante des transformations» nell’industria e servizi. Insomma un «monopolio negoziale concesso ai maggiori sindacati entro un’area limitata, ovvero un salario minimo per ceti dipendenti altrimenti sempre più differenziati» e<hi > «</hi>un système de négociation possible dans une époque de changement». Ma oltre quest’area delimitata la parte padronale puntava ad una differenziazione delle condizioni di lavoro, cioè non solo dei salari ma proprio una<hi > «</hi>individualisation de<hi >… </hi>l’adaptation sociale aux changements…». </p><p rend="text" >Trentin vede tale offerta di relazioni industriali come una<hi > «</hi>riserva indiana» in cui i sindacati rischiano di adattarsi ad una zona protetta e con vantaggi annessi. Ma naturalmente, per Trentin, un adattamento del genere minerebbe il compito storico del sindacato. Ovviamente, egli considera il rinnovamento del sindacato e del suo compito nel post fordismo assolutamente necessario. Tuttavia ne auspica uno di tipo del tutto differente: le priorità sindacali dovevano passare dal negoziare garanzie e salari uguali per tutti a «una negoziazione capace di governare un cambiamento che sta divenendo incessante». Ciò perché la solidarietà fra i lavoratori che vivono condizioni di lavoro crescentemente differenziate poteva solo essere il risultato di<hi > «</hi>objectifs de pouvoir et de droits qu’il faut … redéfinir». </p><p rend="text" >Trentin punta a istituzioni e poteri negoziali entro cui le parti possano negoziare le nuove tecnologie e il loro impatto sulle condizioni di lavoro (Trentin 1988, 4). Ecco: anche questo ragionamento implica che tutto avvenga nella più ampia cornice comunitaria, con la CES determinata a divenire una parte negoziale credibile e omogenea – un <hi rend="italic">interlocuteur homogène</hi> – anche prima di trovare i suoi «interlocuteurs au niveau européen» (Trentin 1988, 7), per prevenire la frammentazione dei sindacati nazionali, prima cioè che essi premano sui governi nazionali per competere l’uno contro l’altro (Trentin 1988, 6). Altra implicazione è che la CES col contributo di tutti i sindacati nazionali abbia un impatto sulla cornice generale dell’integrazione europea, che ancora non ha scelto la propria via. Essa doveva ancora scegliere: «une stratégie de mondialisation pure et simple, qui accepte les données actuelles de la mondialisation des entreprises … ou un marché européen unique qui est potentiellement une entité de culture, des projets capable de se confronter avec les autres pôles du monde…». </p><p rend="text" >Questa strategia europea generale e comune era esattamente la ragione per cui gli imprenditori dovevano accettare l’offerta della CES al fine di regolare il mutamento incessante delle tecnologie industriali. E all’interno di questa comune strategia di competizione caratterizzata con valori europei i lavoratori poi dovranno lottare per un nuovo «diritto alla conoscenza». </p><p rend="text" >Sia chiaro: Trentin non parla di un macro-disegno costituzionale ed istituzionale come la soluzione unica per tutti i problemi, né di frammentate<hi > «</hi>structures contractuelles». Egli non sostiene nemmeno quella che sarebbe stata definita<hi > «</hi>economia della conoscenza» secondo una mera politica offertista di «education, education, education» (Andersson 2010). Egli piuttosto sottolineava che la CES doveva prevenire «guerre autarchiche», promuovendo invece «une stratégie consciente de la division européenne du travail … qui dicte les règles d’une action … sur le plan national de la part des syndicats» (Trentin 1988, 6). Tutto questo doveva progredire in virtù di risorse materiali: alcune andavano per esempio spese per obbligare le imprese Europee a soddisfare i requisiti nel campo della ricerca, degli accordi collettivi e produttivi. Inoltre, forse più importante, i fondi strutturali, ad esempio, dovevano essere devoluti totalmente per nuovi obbiettivi: non più «indennizzi distribuée pays par pays» per controbilanciare gli effetti dell’industrializzazione, ma «investimenti comuni della comunità e dei suoi paesi nelle grandi infrastrutture, elementi non di compensazione ma di propulsione d’una politica di sviluppo» (Trentin 1988, 7). Insomma, il diritto dei lavoratori alla conoscenza è anche qui concepito come l’altra faccia del potere sindacale in quello che aveva chiamato il governo del mutamento incessante, legato ad una comune strategia di investimento europea. </p><p rend="text" >Sono pensieri originali, provenienti dalla esperienza e dagli studi intensi di grande sindacalista, ma collocati organicamente in un filone di pensiero proprio del movimento operaio europeo. E sono anche anticipatori di proposte che, per quanto prudentemente, Delors e Larsson avrebbero avanzato in seguito. Il silenzio toccato a queste proposte segnò, o forse fu il segnale, la cultura politico economica deflativa e ordoliberale della UE. Come ha scritto Hyman nel sommario di un suo importante saggio (Hyman 2013) non è stato facile per il movimento sindacale europeo difendere la propria idea di «Europa sociale», poiché la UE reale si è dimostrata soprattutto un «elitist system of EU governance» in cui «mobilization and contention are inhibited», ovvero un sistema istituzionale poco adatto ad un movimento sociale del lavoro. </p><p rend="h2" >Riferimenti bibliografici</p><p rend="bib_indx_bib" >Allen, C. S. 2005. “Ordo-Liberalism” Trump’s Keynesianism: Economic Policy in the Federal Republic of Germany and the EU. In <hi rend="italic">Monetary Union in Crisis</hi>, edited by B.H. Moss, 199-221. 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