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        <title type="main" level="a">Il socialismo europeo, Delors e il Trattato di Maastricht</title>
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            <forename>Maria Eleonora</forename>
            <surname>Guasconi</surname>
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          <resp>This is a section of <title>Diritti, Europa, Federalismo</title>(DOI: <idno type="DOI">10.36253/979-12-215-0049-3</idno>) by </resp>
          <name>Sante Cruciani, Maria Paola Del Rossi</name>
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        <publisher>Firenze University Press</publisher>
        <pubPlace>Firenze</pubPlace>
        <date when="2023">2023</date>
        <idno type="DOI">https://doi.org/10.36253/979-12-215-0049-3.07</idno>
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          <p>Available for academic research purposes</p>
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        <p>The essay highlights the role played by Trentin in the dialogue with the social partners, which was promoted by the President of the European Commission Jacques Delors with the Val Duchesse talks. It analyzes, in particular, the editing of the social protocol in Maastricht Treaty in 1992, and reflects on the consequences of this collaboration at the national level: his commitment to the Europeanization of CGIL and to the Italian adherence to the parameters set by the Maastricht Treaty. In particular, the agreement reached on the 23rd July 1993, still testifies to the fundamental contribution made by the three unions and, in the case of CGIL by Bruno Trentin, to the anchoring of Italy to the process of European integration and to Euro, and which were the outcomes of Trentin and Delors’ collaboration.</p>
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            <item>European Left</item>
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            <item>Social Europe</item>
            <item>Trade Unions</item>
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      <p>It is available online at https://doi.org/10.36253/979-12-215-0049-3.07<ref target="https://doi.org/10.36253/979-12-215-0049-3.07" /></p>



<p rend="h1_chapter" >Il socialismo europeo, Delors e il Trattato di Maastricht</p><p rend="h1_author" >Maria Eleonora Guasconi</p><p rend="h2" >1. Introduzione </p><p rend="text" >È noto che tra Bruno Trentin e Jacques Delors si instaurò un rapporto fatto di fiducia, stima reciproca e amicizia; al di là della componente umana, questo legame si fondava su una comune visione politica, etica e ideale, che aspirava, come ha scritto Sante Cruciani (2012, 7), «a una ridefinizione della cultura politica della sinistra europea sui diritti della persona, il lavoro e la conoscenza, sull’Europa politica e sociale».</p><p rend="text" >Jacques Delors, socialista di matrice cristiano-sociale ispirava la propria azione politica alle concezioni filosofiche del ‘personalismo comunitario’ e dell’umanesimo ‘integrale’ che si erano sviluppate in Francia negli anni Trenta, sotto l’influenza dei filosofi di ispirazione cristiana Jacques Maritain ed Emmanuel Mounier (Anta 2004; Palmini 2021). Il ‘personalismo comunitario’ era identificato dalla ricerca di una terza via tra liberalismo e socialismo collettivista, che favorisse progetti di integrazione economica di carattere comunitario su scala europea. </p><p rend="text" >Delors, pur non essendo stato un sindacalista a tempo pieno, come funzionario della Banca di Francia, era stato consigliere economico del sindacato cristiano <hi rend="italic" >Confédération Française des Travailleurs</hi><hi rend="italic"> </hi><hi rend="italic" >Chrétiens</hi>. Successivamente, come ministro dell’Economia e delle Finanze nel governo di Pierre Mauroy, durante la presidenza di François Mitterrand, aveva svolto un ruolo chiave nel riallineamento del franco francese allo SME nel 1983, mostrando sempre un forte interesse per il dialogo con le parti sociali (Delors 2004, 48-201; Drake 2000, 31-3; Endo 1999). </p><p rend="text" >La sua biografia, quindi, nonostante avesse avuto dei rapporti con il sindacato, era molto diversa da quella di Bruno Trentin, figlio di Silvio Trentin, esponente dell’antifascismo emigrato in Francia, che aveva combattuto come partigiano nelle brigate di “Giustizia e Libertà”, e aveva militato nel comunismo italiano tra partito e sindacato, dirigendo a lungo l’Ufficio Studi della CGIL, per poi diventarne segretario generale nel 1988 (Cruciani 2012, 11-42).</p><p rend="text" >L’impegno europeista di Trentin è noto: aveva partecipato al primo Congresso della sezione italiana del Movimento Federalista Europeo e in seguito all’invasione dell’Ungheria da parte dell’URSS nel 1956 era stato tra i sostenitori dell’apertura della CGIL verso il mercato comune, promuovendo un dibattito all’interno del sindacato sul processo di integrazione europea e contribuendo alla sua europeizzazione. Fu soprattutto come segretario della CGIL, che Trentin portò il sindacato a compiere un salto di qualità in senso europeista, fornendo un contributo determinante al governo Ciampi, con gli accordi del 1993 per l’ingresso dell’Italia nella UEM (Del Biondo 2007; Loreto 2017, 135-48). </p><p rend="text" >La battaglia europeista di Trentin sarebbe stata coronata dalla sua elezione come deputato nelle fila dei Democratici di Sinistra al Parlamento europeo, con una presa di posizione a favore del progetto di Costituzione europea, bocciato dai referendum francese e olandese nel 2005.</p><p rend="text" >Questo intervento intende quindi mettere in luce il ruolo svolto da Trentin nel dialogo con le parti sociali promosso da Delors con i colloqui di Val Duchesse, analizzando in particolare la redazione del protocollo sociale nel Trattato di Maastricht del 1992 e riflettere sulle conseguenze di questa collaborazione sul piano nazionale: il suo impegno per l’europeizzazione della Cgil e per l’adesione italiana ai parametri previsti dal Trattato di Maastricht. </p><p rend="h2" >2. L’impegno di Delors per il dialogo sociale europeo</p><p rend="text" >L’arrivo di Delors alla guida della Commissione nel 1985 impresse un nuovo slancio al processo di integrazione europea, dopo la lunga stagnazione dei primi anni Ottanta. L’intuizione di Delors di realizzare il mercato unico, attraverso la riforma dei Trattati di Roma con l’Atto Unico Europeo del 1986, fu il primo passo per il rilancio del progetto europeo. Unificare il mercato, grazie all’abolizione di tutte quelle pratiche protezionistiche che ostacolavano la liberalizzazione dei mercati, era la chiave per uscire dal declino economico e far guadagnare all’Europa competitività sul piano internazionale, di fronte ai mutamenti innescati dalla globalizzazione dei mercati. Questo disegno, però, rischiava di incorrere nella deriva neoliberista che dilagava in Gran Bretagna e negli Stati Uniti.</p><p rend="text" >Delors si sforzò di trovare un equilibrio tra la liberalizzazione dei mercati e la legittimazione del ruolo delle parti sociali, alla ricerca di un bilanciamento tra società ed individuo, teso a prevenire situazioni di sottosviluppo e di squilibri sociali. </p><p rend="text" >Come lui stesso affermò nel 1985: </p><p rend="quotation_b" >To come back to the major areas covered by employment and labour market policies, our success will depend on two conditions being met: reforms must be negotiated by the two sides of industry – in other word collective bargaining must remain one of the cornerstone of our economy – and efforts must be made to secure some harmonization at Community level (Mechi e Varsori 2019, 406). </p><p rend="text" >Per questo il presidente della Commissione riservò particolare attenzione al dialogo con i rappresentanti del mondo del lavoro, la cui partecipazione al processo decisionale comunitario costituiva un elemento caratterizzante la sua visione del modello sociale europeo, inteso come paradigma di un modello di sviluppo della Comunità.</p><p rend="text" >Nei mesi precedenti al proprio insediamento alla Commissione, Delors lanciò un appello alle parti sociali, affinché si mobilitassero e appoggiassero il rilancio dell’integrazione europea, per la realizzazione del mercato unico. Egli era convinto della necessità di riavviare il dialogo sociale europeo, che si era arenato alla fine degli anni Settanta con la decisione della Confederazione europea dei sindacati (CES) di porre termine alle Conferenze tripartite sull’occupazione iniziate nel 1970, riuscendo a riavviare la pratica degli incontri tra rappresentanti dei sindacati, degli imprenditori e la Commissione (Ciampani e Gabaglio 2010; Degimbe 1999; Guasconi 2006, 301-12).</p><p rend="text" >In realtà, già prima dell’arrivo di Delors, la Commissione aveva studiato in maniera approfondita le cause del fallimento del dialogo sociale europeo, per valutare la possibilità di un suo rilancio. In particolare, la Direzione Affari Sociali della Commissione aveva incaricato un gruppo di esperti indipendenti, diretto da Roland Tavitian, di redigere un rapporto su “La politica sociale e la ricerca di una nuova dinamica di crescita”, che fu pubblicato nel 1983 e fu intitolato rapporto Richard, dal nome del Commissario agli Affari Sociali e Occupazione, l’inglese Ivor Richard<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-000-backlink"><ref target="07.html#footnote-000">1</ref></hi></hi>. Il rapporto metteva in luce come la profonda diversità che caratterizzava le posizioni degli imprenditori e dei sindacati sulle misure da adottare per uscire dalla crisi economica e le diverse radici, tradizioni, modelli di rappresentanza e di contrattazione esistenti tra i sindacati europei avevano fatto fallire il dialogo sociale sperimentato sin dal 1970. Per Tavitian, se il completamento del mercato unico era la condizione principale per il rilancio dell’economia europea, era però necessario «costruire una dimensione sociale per l’Europa […] il cui contenuto era ancora da definire» (ASUE, Roland Tavitian, busta 5, nota, 29-11-1984).</p><p rend="text" >Se dunque il rilancio del dialogo tra le parti sociali era già allo studio della Commissione, una volta arrivato a Bruxelles, Delors riunì a Val Duchesse i rappresentanti del sindacato europeo CES e delle due organizzazioni imprenditoriali europee UNICE (Unione delle Confederazioni europee dell’industria e dei datori di lavoro) per l’industria privata e Ceep (Centro europeo delle imprese a partecipazione pubblica) per le aziende pubbliche (Dølvik 1999, 106).</p><p rend="text" >Per Bruno Trentin, che partecipò al dialogo sociale europeo come rappresentante della CGIL, fu l’occasione per realizzare un’effettiva strategia europea del sindacato. </p><p rend="text" >Tuttavia, occorre considerare che nel momento in cui iniziarono i negoziati di Val Duchesse, la CES, nonostante rappresentasse 40 diversi sindacati europei, era un’organizzazione ancora debole, che assomigliava più a un organismo di coordinamento tra i sindacati europei, che a una vera e propria organizzazione sovranazionale (Dølvik 1999, 116). </p><p rend="text" >A dispetto di queste difficoltà, il dialogo tra le parti sociali iniziò nel gennaio 1985 e in novembre fu deciso di creare due gruppi di lavoro: il primo sui problemi macroeconomici della Comunità, come crescita, investimenti e occupazione, il secondo sulle nuove tecnologie, l’organizzazione del lavoro e l’adattabilità, che redassero una serie di pareri comuni, indicanti gli obiettivi, i principi e le raccomandazioni congiunte da inviare alle istituzioni e ai governi. </p><p rend="text" >Secondo Jean Degimbe, funzionario di lungo corso della Commissione europea, che in qualità di direttore della DGV sugli Affari sociali dal 1976 al 1992 aveva partecipato al dialogo sociale promosso da Delors, la partecipazione a questi gruppi di lavoro, permise il confronto, ma anche la conoscenza reciproca e l’avvio di un dialogo tra i vari rappresentanti delle forze sociali, favorendo la creazione di un network, terreno ideale per lo sviluppo della dimensione sociale dell’integrazione europea (Degimbe 1999, 210).</p><p rend="text" >Un network composto da membri del Comitato Economico e Sociale, da sindacalisti della CES, funzionari della Commissione e rappresentanti del padronato. Lo stesso consigliere per gli affari sociali di Delors, Patrick Venturini, che sarebbe stato uno degli architetti della Carta dei diritti sociali fondamentali e sarebbe diventato segretario generale del Comitato Economico e Sociale nel 1998, aveva lavorato come ricercatore nel sindacato francese CFDT e conosceva bene molti sindacalisti della CES (Guasconi 2017, 119-33).</p><p rend="text" >La partecipazione di Trentin al dialogo sociale europeo, dove fu incaricato di occuparsi di innovazione tecnologica e di formazione permanente, è descritta nei suoi diari, in cui il leader sindacale usa parole molto critiche nei confronti dell’«euroburocrazia», delle «bardature diplomatiche e burocratiche che si frappongono a qualsiasi possibilità di decisione impegnativa», «dell’inconcludenza delle chiacchiere dei sindacalisti della CES» (Trentin 2017, 111). </p><p rend="text" >A dispetto di queste dure parole nei confronti degli incontri a Bruxelles, che riflettevano la frustrazione del sindacalista per le difficoltà del dialogo sociale, Antonio Lettieri ha descritto il rapporto tra Delors e Trentin come caratterizzato da </p><p rend="quotation_b" >un elemento di fiducia nella direzione di una strategia sociale della Comunità, per molti versi insoddisfacente, ma che, grazie al suo impulso, era aperta ai problemi del mondo del lavoro e alla centralità del ruolo dei sindacati (Lettieri 2012, 372). </p><p rend="text" >Trentin si batté per una strategia europeista delle sinistre, con al centro i diritti individuali e collettivi dei lavoratori, chiedendo alla CES di promuovere una visione comune, senza limitarsi a ridurre a un denominatore unico profili storicamente diversi. </p><p rend="text" >Come lui stesso affermò in uno dei primi incontri di Val Duchesse </p><p rend="quotation_b" >La Commissione avrebbe dovuto svolgere un ruolo propulsore […] ma le parti sociali non devono aspettare le direttive, ma andare avanti, ogni ritardo avrebbe potuto avere gravi conseguenze nell’aumento del costo del lavoro e nella disoccupazione (Lapeyre 2017, 41).</p><p rend="text" >Per questi motivi, il segretario della CGIL, insieme ai rappresentanti della CISL e della UIL, utilizzò il dialogo sociale europeo per far compiere alla Confederazione Europea dei sindacati un salto di qualità e farla diventare, come affermò lo stesso Trentin al Congresso della CES nel maggio 1991, «un’organizzazione più efficace, più rappresentativa, più autorevole […] protagonista e non forza sussidiaria di questo processo» (Cruciani 2012, 576-77), in grado di stipulare intese e convenzioni collettive, assumere impegni e prendere decisioni. Questo dibattito interno alla CES avrebbe innescato una serie di cambiamenti sul piano organizzativo della Confederazione, identificati dal cosiddetto rapporto del gruppo Stekelenburg del 1991, tesi a rafforzarne il potere e la rappresentatività nel dialogo sociale europeo, mentre il ruolo propulsivo svolto dai sindacati italiani sarebbe stato consacrato dall’elezione del sindacalista della CISL Emilio Gabaglio alla guida della CES dal 1991 fino al 2003.</p><p rend="text" >Questa prima fase del dialogo sociale europeo dette vita a una serie di pareri comuni formulati a partire dal 1986, tra cui si possono citare quelli riguardanti la formazione generale e professionale degli adulti, il passaggio dalla scuola all’attività lavorativa, la creazione di uno spazio europeo della mobilità professionale, le nuove tecnologie, l’organizzazione del lavoro (Mechi e Varsori, 2019, 403-20).</p><p rend="text" >La prassi del dialogo sociale promosso da Delors sarebbe stata riconosciuta formalmente dall’articolo 118 B dell’Atto Unico Europeo, che assegnava alla Commissione il compito di «sviluppare a livello europeo un dialogo tra le parti sociali che possa sfociare, se esse lo ritengono opportuno in relazioni convenzionali», aprendo così uno spazio d’azione europeo all’iniziativa degli attori sociali e consacrando il ruolo propulsore della Commissione, come dimostrato dall’adozione di una direttiva quadro sulla sicurezza e sulla salute dei lavoratori da parte del Consiglio nel 1989, poi completata da una serie di direttive più specifiche.</p><p rend="text" >Tuttavia, vi erano ancora molti sforzi da compiere, soprattutto a causa della posizione fortemente critica del governo inglese guidato da Margaret Thatcher, che spingeva per una forte deregolamentazione del mercato del lavoro e per un indebolimento del ruolo dei sindacati (Valent 2022). </p><p rend="text" >Delors rispose a queste sfide con un’azione a tutto campo, che si dispiegò in varie direzioni nel corso del 1988. Il presidente della Commissione pronunciò una serie di discorsi di fronte a varie tribune sindacali, sottolineando come la realizzazione di una dimensione sociale del mercato unico fosse parte integrante della sua idea di modello sociale europeo. In particolare, in un importante discorso tenuto al Congresso della CES a Stoccolma nel maggio 1988, Delors propose che la Comunità adottasse «uno zoccolo minimo di diritti sociali garantiti da porre a fondamento del rilancio della politica sociale, che la creazione del mercato unico rendeva necessario» (Ciampani, Gabaglio 2010, 86).</p><p rend="text" >Altrettanto importante, fu il noto discorso pronunciato dal presidente della Commissione l’8 settembre 1988 al Congresso del sindacato britannico TUC a Bournemouth, in cui Delors lanciò un appello affinché la potente organizzazione sindacale collaborasse alla realizzazione del mercato unico, riuscendo ad ottenere il convinto appoggio di una parte del Tuc, che in passato, insieme al Partito laburista, aveva avuto un atteggiamento fortemente euroscettico. Merita riportare qualche frase di questo importante discorso che chiarisce come per Delors il mercato unico andasse accompagnato dallo sviluppo di una politica sociale europea, che prevedeva il coinvolgimento delle parti sociali. Affermò Delors:</p><p rend="quotation_b" >I did not come here with a miracle cure, with promises of millions of jobs and general prosperity. There are no easy solutions. This world is harsh and rapidly changing. Properly managed, 1992 can help us to adapt, to meet the challenges and reap the benefits. It will reinvigorate our model of development. 1992 is much more than the creation of an internal market abolishing barriers to the free movement of goods, services and investment. To capture the potential gains, it is necessary to work together, your movement has a major role to play. Europe needs you! (ASUE, Jacques Delors, busta 74).</p><p rend="text" >In Italia, la firma dell’Atto Unico Europeo, rappresentò un tornante decisivo anche per la posizione della CGIL nei confronti del programma di Delors. “Il programma europeo della CGIL” fu discusso in una serie di appuntamenti come il convegno tenutosi a Roma nel luglio 1988, in cui Trentin, allora membro della Segreteria confederale, illustrò i motivi della scelta europea della CGIL, sottolineando il valore fondamentale di «uno spazio sociale europeo […] regolato da alcuni fondamentali diritti universali di cittadinanza» e si soffermò a sottolineare la necessità urgente di una nuova TUC, che fosse finalmente protagonista della costruzione dell’Europa sociale (Loreto 2017, 138-39).</p><p rend="text" >Fu tuttavia alla successiva conferenza di Chianciano dell’aprile 1989, che Trentin, stavolta nella veste di segretario generale della CGIL, impresse una svolta in senso europeista al sindacato: la CGIL si schierava apertamente tra i fautori più convinti del processo di integrazione, «perché l’Europa – sottolineava Trentin – come l’Italia fosse finalmente “fondata sul lavoro”, il primo dei diritti sociali di cittadinanza» (Loreto 2017, 139-40).</p><p rend="h2" >3. Trentin, Delors e il protocollo sociale del Trattato di Maastricht</p><p rend="text" >L’idea di Delors di creare uno «zoccolo minimo di diritti sociali» invocata a più riprese nel corso del 1988, si concretizzò nella redazione di una Carta comune dei diritti sociali fondamentali dei lavoratori, che fu elaborata dallo stesso presidente, sulla base di un rapporto preparato dal Comitato Economico e Sociale e con il supporto della DG V Affari sociali. La Carta fu approvata con una dichiarazione solenne dei capi di stato e di governo riuniti a Strasburgo nel dicembre 1989, con l’unica eccezione del premier inglese Margaret Thatcher, che non volle sottoscrivere il documento. </p><p rend="text" >Come noto, la Carta non era un documento giuridicamente vincolante, ma una dichiarazione di intenti che elencava una serie di diritti sociali ritenuti fondamentali: dalla formazione professionale e la libertà di associazione, al diritto dei lavoratori ad essere informati, ad avere un’equa retribuzione, dal miglioramento delle condizioni di lavoro, alla protezione sociale.</p><p rend="text" >Come affermò Delors davanti alla CES: la Carta era </p><p rend="quotation_b" >un acte d’identité, d’affirmation de ce que nous sommes, nous européens, un acte de fois dans les valeurs que nous partageons, la Charte est d’abord un message […] car cette Charte illustre, à sa manière, le modèle social européen (ASUE, Jacques Delors, busta 587).</p><p rend="text" >Si trattava dunque di un vero e proprio ‘manifesto’ dell’Europa sociale, che fu accompagnato dalla richiesta dei paesi membri alla Commissione di elaborare un nuovo programma di azione sociale (Mechi e Varsori, 2019, 403-20).</p><p rend="text" >L’approvazione della Carta dei diritti dei lavoratori era un fatto importante, ma le rivoluzioni che scossero nel corso del 1989 l’Europa orientale, ponendo fine ai regimi comunisti che avevano governato i paesi satelliti dell’Unione Sovietica e innescando una serie di cambiamenti che avrebbero posto fine alla guerra fredda, relegarono le questioni sociali in secondo piano.</p><p rend="text" >In Italia la CGIL guidata da Trentin rimase inevitabilmente coinvolta nel crollo del muro, non materiale, ma ideologico, che per cinquant’anni aveva diviso il paese, ponendo in primo piano la crisi dell’ideologia comunista e finendo per travolgere il PCI, che non riuscì a sopravvivere alla fine della guerra fredda. </p><p rend="text" >Al Congresso di Rimini dell’ottobre 1991, la CGIL portò a compimento un lungo processo di trasformazione organizzativa iniziato da alcuni anni, cancellando le correnti di partito ed elaborando un nuovo programma di ampio respiro, intitolato “Strategia dei diritti, etica della solidarietà”, in cui, dopo avere analizzato i profondi mutamenti degli anni Ottanta e l’emergere dopo il 1989 di un nuovo ordine mondiale, indicava tra le priorità dell’organizzazione l’unità europea. </p><p rend="text" >L’unità politica dell’Europa, dell’Europa comunitaria oggi, domani di una grande Confederazione europea, la quale instauri nuovi rapporti culturali, civili, istituzionali con le società dell’Est che si sono liberate del totalitarismo, costituisce il primo banco di prova della politica sindacale internazionale della CGIL (Loreto 2017, 142). </p><p rend="text" >Di questa riflessione sul futuro dell’Europa post-guerra fredda, si trovano tracce nel diario di Trentin, che a questo proposito scriveva il 29 giugno 1991:</p><p rend="quotation_b" >È importante riflettere […] sulle identità culturali e politiche dell’Europa, su quelle più vicine a noi, prima di essere imbalsamate dalla rivincita dei nazionalismi […] E proprio questo processo, complesso ma vitale, interrotto dal prevalere, anche nella cultura democratica e successivamente nella cultura di sinistra, del concetto di Stato nazionale come unico ambito possibile di un esperimento di autodeterminazione […] ripropone oggi, per la seconda volta nel dopoguerra, la possibile scommessa di una fondazione politica e istituzionale della Grande Europa. La Confederazione Europea come nuovo orizzonte della politica e dei diritti individuali in una fase di dolorose trasformazioni che attendono – ma non solo – le nazioni dell’Est, le comunità dei lavoratori immigrati, le diverse identità etniche, culturali e religiose che sono coinvolte nell’avventura europea (Trentin 2017, 218-20).</p><p rend="text" >Le riflessioni di Trentin rispecchiavano il dibattito all’interno della Commissione europea sul progetto di <hi rend="italic">Grande Europe</hi>, maturato da Jacques Delors all’indomani delle rivoluzioni del 1989, che riprendeva la tradizione del personalismo comunitario e la ricerca di una ‘via europea’ che superasse la celebrazione dell’individualismo e del materialismo insita nel capitalismo liberale. </p><p rend="text" >La Comunità era allora descritta da Delors come una </p><p rend="quotation_b" >Comunità di valori, e di persone, che avrebbe dovuto essere al servizio di una certa idea della persona, per rispondere ad una impressione di disordine, di fronte all’abbattimento delle ideologie che era seguito alla fine della guerra fredda (ASUE, Jacques Delors, busta 201). </p><p rend="text" >Il dibattito sviluppatosi all’interno della Commissione su questa visione della <hi rend="italic">Grande Europe,</hi> che avrebbe legato la Comunità ai paesi di nuova transizione in Europa centro-orientale attraverso un processo di riforma istituzionale in senso sovranazionale è ancora tutto da studiare e da scrivere, così come il suo rapporto di dialogo e confronto con altre prospettive di carattere paneuropeo, già anticipate dalla Casa Comune Europea, annunciata da Mickhail Gorbačëv nel noto discorso a Strasburgo del 1989 e dal progetto di François Mitterrand di una Confederazione Europea a carattere intergovernativo (Bozo 2008, 391-412).</p><p rend="text" >Sul piano del dialogo tra le parti sociali, a partire dal gennaio 1989 Delors avviò nuovamente gli incontri a Val Duchesse, stabilendo la creazione di un gruppo di lavoro, composto dai presidenti e dai segretari della CES, dell’UNICE e del CEEP e dai funzionari della DGV, e presieduto dal commissario per gli affari sociali Vasso Papandreu, che avrebbe lavorato assiduamente alla redazione di nuove proposte, che dovevano uniformare le normative nazionali europee sui problemi connessi al mercato del lavoro europeo e che la Commissione avrebbe fatto proprie, presentandole ai negoziati della CIG sull’Unione Economica e Monetaria.</p><p rend="text" >A dispetto delle posizioni fortemente divergenti tra le parti sociali, nella riunione del 31 ottobre 1991 fu raggiunto un accordo su un testo che prevedeva la possibilità per le parti sociali di sottoscrivere accordi-quadro a livello europeo in materia di lavoro, di cui potevano chiedere la trasformazione in direttive, oppure garantirne l’applicazione negli stati membri nel quadro della contrattazione collettiva (Degimbe 1999, 223-26).</p><p rend="text" >Quando Delors presentò ai capi di stato e di governo, riuniti alla Conferenza di Maastricht, le disposizioni sociali da includere nel Trattato, che oltre a questo testo, prevedevano un più ampio ricorso al voto a maggioranza qualificata per le decisioni in materia di legislazione sociale, come noto, si trovò davanti alla ferma opposizione da parte del Regno Unito guidato da John Major, che aveva preso il posto di Margaret Thatcher (Mechi e Varsori 2019, 410; Ludlow 2022). </p><p rend="text" >Come noto fu trovata una via d’uscita e il protocollo sociale, che riprendeva il testo redatto dalle parti sociali, fu allegato al Trattato, ma la Gran Bretagna, utilizzando la clausola dell’<hi rend="italic">opting out</hi>, non lo approvò, rimanendo esclusa da questa parte del Trattato.</p><p rend="text" >Il protocollo sociale rappresentava una forte novità nel panorama delle relazioni industriali europee, perché stabiliva quelle materie che avrebbero potuto essere oggetto di apposite direttive del Consiglio (a maggioranza qualificata o all’unanimità), ma soprattutto istituzionalizzava il dialogo sociale, che poteva essere attivato o dalla Commissione, o direttamente dalle parti sociali.</p><p rend="h2" >4. Conclusioni</p><p rend="text" >Con la ratifica del Trattato di Maastricht il dialogo sociale europeo veniva non solo istituzionalizzato, ma poteva dare luogo a direttive. Il percorso avviato da Delors con gli incontri di Val Duchesse aveva così permesso alle parti sociali di far sentire la propria voce tutte le volte che la Commissione doveva presentare al Consiglio una proposta per una direttiva comunitaria in ambito sociale e sembrava avere avviato la realizzazione di quel modello sociale europeo, a cui il presidente della Commissione aspirava.</p><p rend="text" >Dalla firma del Trattato di Maastricht fino alla fine degli anni Novanta, la dimensione sociale del processo di integrazione europea compì ulteriori progressi: la Commissione lanciò un nuovo programma di azione sociale da cui scaturirono circa 20 direttive su temi importanti come le condizioni di lavoro, le pari opportunità, la protezione delle lavoratrici in maternità, la disoccupazione giovanile; nel 1992 fu creato un Comitato per il dialogo sociale con l’obiettivo di istituzionalizzarlo e le parti sociali conclusero una serie di accordi quadro come quello sui congedi parentali nel 1996, sul lavoro a tempo parziale del 1997 e sui contratti a tempo determinato nel 1998. Questi sviluppi furono accompagnati da un notevole aumento delle risorse destinate al Fondo Sociale Europeo, che passarono da 20 miliardi di ECU per il periodo 1989-1993 a 42 miliardi di ECU dal 1994 al 1996, fino a 60 miliardi di ECU dal 2000 al 2006 (Mechi e Varsori 2019, 413). </p><p rend="text" >Sul piano italiano, il paese visse tra il 1992 e il 1993 una stagione drammatica, identificata dalle inchieste giudiziarie di «Mani pulite » e dall’attacco frontale della mafia alle istituzioni, con le bombe di Capaci, di Palermo, Firenze, Milano e Roma.</p><p rend="text" >In questo contesto drammatico, in cui i partiti della cosiddetta Prima Repubblica venivano travolti da un’ampia contestazione popolare, emergeva una élite di tecnocrati, identificati in primo luogo da Carlo Azeglio Ciampi e da Guido Carli, che iniziò a prendere coscienza delle trasformazioni in corso all’interno della Comunità e dei pericoli che l’economia italiana rischiava di correre se non si fosse adeguata al salto di qualità compiuto dalle politiche comunitarie. La difficile adesione italiana alla UEM fu dunque vista da una parte del mondo politico e finanziario italiano come l’occasione per realizzare una serie di riforme difficilmente attuabili (Varsori 2013, 189-226; Varsori 2022, 503-14). </p><p rend="text" >Bruno Trentin, in qualità di segretario generale della CGIL, svolse un ruolo importante in questo processo, assumendo nel luglio 1992 la responsabilità dell’accordo con il governo Amato per il rispetto dei parametri del Trattato di Maastricht e il risanamento del disavanzo finanziario dello Stato, un accordo che, come descritto nei Diari dallo stesso sindacalista, costituì uno dei momenti più drammatici della sua vita e della sua esperienza di sindacalista, seguito dalle dimissioni dalla segreteria confederale, poi ritirate, e dalla contestazione nelle piazze (Cruciani 2012, 611-20; Trentin 2017, 302-5). </p><p rend="text" >L’accordo raggiunto il 23 luglio 1993, tra il governo Ciampi, Confindustria e i tre sindacati uniti sul costo del lavoro, che permise l’inserimento dell’economia italiana nel processo che avrebbe portato alla moneta unica e l’indicazione di una serie di politiche per il lavoro che avrebbero contrastato sul piano sociale la grave crisi economica e politica, testimonia ancora oggi il contributo fondamentale dato dai tre sindacati e, nel caso della CGIL da Bruno Trentin, all’ancoraggio dell’Italia al processo di integrazione europea e all’euro e quali siano stati i frutti della collaborazione tra Trentin e Delors.</p><p rend="h2" >Riferimenti bibliografici</p><p rend="bib_indx_bib" >Anta, Claudio G. 2004. <hi rend="italic">Il rilancio dell’Europa. 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