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        <title type="main" level="a">Bruno Trentin e l’Europa tra comunicazione politica e rappresentazioni mediatiche</title>
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          <persName n="1" ref="https://orcid.org/0000-0003-4460-5362" type="ORCID">
            <forename>Grazia Pia</forename>
            <surname>Attolini</surname>
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          <resp>This is a section of <title>Diritti, Europa, Federalismo</title>(DOI: <idno type="DOI">10.36253/979-12-215-0049-3</idno>) by </resp>
          <name>Sante Cruciani, Maria Paola Del Rossi</name>
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        <publisher>Firenze University Press</publisher>
        <pubPlace>Firenze</pubPlace>
        <date when="2023">2023</date>
        <idno type="DOI">https://doi.org/10.36253/979-12-215-0049-3.10</idno>
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          <p>Available for academic research purposes</p>
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        <p>Bruno Trentin’s studies on political communication are neither unitary nor exhaustive, that’s why his research is original and innovative. Through the investigation of different communication contexts it is possible to reconstruct lexicon, rhetoric, narration, visual identity, relationship with the media. Far from the tones of the average union leader, Trentin remains faithful to his composed and philosophical attitude and, by so doing, successfully involves and fascinates masses, the television audience, readers, and even activists and fellow party members. The linguistic and communication strategies he uses differ not only from the traditional trade union leadership but also from politics. In Trentin’s studies the substance of the message definitely prevails on the aesthetics of the form.</p>
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            <item>Communication</item>
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      <p>It is available online at https://doi.org/10.36253/979-12-215-0049-3.10<ref target="https://doi.org/10.36253/979-12-215-0049-3.10" /></p>



<p rend="h1_chapter" >Bruno Trentin e l’Europa tra comunicazione politica e rappresentazioni mediatiche</p><p rend="h1_author" >Grazia Pia Attolini</p><p rend="h2" >1. Bruno Trentin: il leader e il carisma </p><p rend="text" >Il gelido, l’aristocratico, il raffinato intellettuale chiuso nella sua torre d’avorio. Bruno Trentin viene descritto così su alcuni giornali all’indomani dell’elezione alla segreteria generale della CGIL, come riporta Bruno Ugolini (1988a). Etichette che sottolineano la sua diversità di temperamento rispetto alla lunga tradizione di dirigenti impetuosi «capi operai», ma che non danno giustizia alla peculiarità di una figura che ha saputo animare con originalità e lucidità la realtà sociale e politica del mondo del lavoro. Per questo il cronista del <hi rend="italic">l’Unità</hi>, in un articolo di presentazione del dirigente appena eletto, così scrive: </p><p rend="quotation_b" >Il cronista, a dire il vero, lo ricorda in mille assemblee operaie, intento, magari, a rischiare di buscare i bulloni in testa, come quella volta a Mirafiori, tanti anni fa. C’è in quell’episodio la sua concezione, non certo elitaria, del sindacato, della politica. Il gusto del confronto, anche duro, con i lavoratori, con i “protagonisti”, con quelli che un giorno, in un libro, ha chiamato i “produttori” […]. Un uomo non facilmente riassorbibile in qualche parrocchia grande o piccola. E forse anche per questo oggi, in un momento di crisi grande, riceve tanti consensi, non preconfezionati in una riunione di corrente, come magari qualcuno, abituato alla “mamma partito”, avrebbe voluto. Gelido? Una non più giovane compagna di quegli antichi apparati che resistono a tutti gli eventi ammette che forse può sembrare così. Lo racconta come uno che si trattiene, con una grande capacità di autocontrollo, quasi timido. Ma che quando occorre sa mettere in campo tutte le sue energie (Ugolini 1988a). </p><p rend="text" >Un sindacalista, si legge ancora nella descrizione di Ugolini, in cui convivevano lo spirito di ricerca e l’apertura al nuovo con «fermezza, cocciutaggine, testardaggine, anche nel momento della sconfitta». Insomma, un dirigente sindacale <hi rend="italic">sui generis</hi>. La storia successiva alla descrizione di Ugolini, già così puntuale, lo confermerà con i fatti. </p><p rend="text" >Non ascrivibile ad alcuna corrente, ha fatto a lungo interrogare i più critici se fosse più a destra o a sinistra del movimento. A chi glielo chiedeva con insistenza rispondeva con le idee e le proposte, come dichiara in un articolo de <hi rend="italic">l’Unità</hi> del 3 dicembre 1988: «Sono uno che vuole <hi rend="italic">l’unità</hi>, il rinnovamento, uno che non si accontenta delle antiche certezze, ma anche uno che non considera moderno un sindacato che fa il sensale con conto terzi e rinuncia a trasformare i rapporti sociali». Faceva dell’autonomia la chiave e insieme l’obiettivo di tutte le battaglie. «Autonomia per il sindacato, per la CGIL, per i lavoratori, autonomia per sé», sosteneva Trentin (Ugolini 1988a), intendendo quest’ultima anche come indipendenza dalla politica: i dirigenti non dovevano trasformarsi «in galoppini elettorali di questo o quel partito», sottolinea in una intervista su <hi rend="italic">l’Unità</hi> (Ugolini 1989b). Piuttosto che come un mestiere, al peggio alla mercè di una fazione o di qualcuno, infatti, intendeva la dirigenza sindacale come una missione, rifuggendo dichiaratamente dal leaderismo e facendo del programma la forza della sua leadership: «Non aspettatevi da me un rinnovamento degli uomini separato da un rinnovamento delle politiche, del programma e della strategia, non aspettatevi da me il ruolo di un mediatore fra fazioni» si legge in un altro articolo (Ugolini 1989a). Eppure, si ritrovò a dover fare i conti con le diverse anime interne al sindacato, senza mai tuttavia farsi espressione di una parte, come ricorda in una intervista rilasciata al fidato cronista: </p><p rend="quotation_b" >Il dirigente della CGIL dovrebbe riuscire sempre di più ad essere il dirigente di tutti gli iscritti. E, certo, occorre superare la pratica secondo la quale il dirigente della CGIL appare come il prodotto di una lottizzazione sia pur mediata, occultata e non l’espressione di una dialettica libera (1988c).</p><p rend="text" >Sempre pacato nei toni e allo stesso tempo coinvolgente; razionale e insieme capace di muovere gli animi dei lavoratori; asciutto ma anche profondo nelle argomentazioni spesso intrise di riferimenti storici, citazioni alte, lessico forbito: Trentin appare così distante dai leader che galvanizzavano le masse con la retorica dei comizi e con gli slogan. </p><p rend="text" >Che fosse in piazza, ad un congresso o a un dibattito pubblico, che fosse una intervista o una dichiarazione, nei discorsi di Trentin la forma e il contenuto coincidono, la scelta del lessico è sapiente, l’uso di artifici retorici mai subordinato alla sostanza dei messaggi, tanto da essere considerato uno stile, il suo. Si potrebbe parlare di ‘trentinismo’ per alludere a quell’idea di sindacato acculturato, solidale, europeista ricercato da Trentin e al suo modo di comunicare che affascina dirigenti, iscritti, lavoratori e studenti. La giornalista e moglie del dirigente, Marcelle Padovani, intervistata per questa ricerca racconta: </p><p rend="quotation_b" >Un giorno ero in treno e sentivo parlare alcuni operai diretti a Milano a una manifestazione. Pensai: parlano proprio come Trentin! Quegli operai erano informatissimi, facevano analisi e avanzavano proposte davvero intelligenti; erano il prodotto del nuovo sindacato proposto da Bruno. </p><p rend="text" >Anche i giornalisti erano colpiti dalla sua personalità, soprattutto quelli della carta stampata, <hi rend="italic">medium</hi> con il quale Trentin si sentiva più a suo agio tanto da stringere un rapporto personale con alcuni cronisti che divennero suoi interlocutori privilegiati, primo tra tutti il già citato Bruno Ugolini de <hi rend="italic">l’Unità</hi>. Le interviste apparivano vere e proprie conversazioni tra sodali.</p><p rend="text" >La capacità di alimentare l’interesse dell’interlocutore derivava dalla sua storia, dai suoi studi, dalle battaglie condotte e dalla lungimiranza per gli scenari economici e sociali futuri; in una parola: dalla sua autorevolezza. «Aveva il senso dell’informazione precisa che colpisce», dice ancora Marcelle Padovani. Risiede in queste peculiarità il carisma del leader Trentin che non scadeva mai nel protagonismo. Per questo motivo rifuggiva dalle tribune politiche televisive, preferendo che i protagonisti fossero i temi, le proposte, le conquiste. Non si negava, però, alle telecamere in occasione di congressi, manifestazioni di piazza, dibattiti. Grazie alla documentazione audiovisiva conservata presso le Teche Rai e l’Archivio del movimento operaio possiamo rivederlo discutere sulla salvaguardia delle libertà della persona, sull’umanizzazione del lavoro, sull’importanza della conoscenza e della formazione, sul progetto di una Europa politica e sociale; a pugno chiuso e con le maniche della camicia arrotolate intento a scaldare gli animi di lavoratrici e lavoratori, in giacca e cravatta sollecitare azione e riflessione ai gruppi dirigenti, sempre composto, preciso e attento a calibrare le parole.</p><p rend="h2" >2. Comunicazione politica e strategie linguistiche alla «prova dell’Europa» </p><p rend="text" >La comunicazione di Trentin appare poco emozionale. Anche quando nei suoi interventi pubblici prevale il <hi rend="italic">pathos</hi> esso non sembra studiato come artificio propagandistico, ma appare frutto della spontaneità. Accade, ad esempio, nel suo discorso pronunciato al Comitato direttivo della CGIL il 29 giugno 1994. È il racconto di sé a muovere l’emozione personale e del pubblico. Spiega a Ugolini in una intervista del 1° luglio 1994:</p><p rend="quotation_b" >Cambiare, cambiare il lavoro, sia pure nell’ambito della stessa organizzazione, cambiare responsabilità, con tutto quello che comporta di peso e anche di soddisfazione costituisce un trauma inevitabile. Manterrò i rapporti con tutti gli amici, ma saranno rapporti diversi, con diverse finalità anche operative. Questa è la ragione per la quale è stata anche una sofferenza, per quanto assolutamente voluta (Ugolini 1994h). </p><p rend="text" >Un altro esempio è rappresentato dal discorso pronunciato alla manifestazione antimafia del 27 giugno 1992<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-004-backlink"><ref target="10.html#footnote-004">1</ref></hi></hi> in cui l’uomo Bruno prevale sul sindacalista e intellettuale Trentin. Riporta il giorno seguente <hi rend="italic">l’Unità</hi>: </p><p rend="quotation_b" >un groppo in gola strozza la voce a Bruno Trentin, a lui che da decenni grida sulle piazze i diritti dei lavoratori quando evoca nel nome dell’amico scomparso un futuro riscatto: caro Giovanni, quel giorno verrà… (Sappino 1992).</p><p rend="text" >Appare come costante e tipico della comunicazione di Trentin, a prescindere dal contesto e dagli interlocutori, porsi in un atteggiamento di autocritica prima e propositivo poi. Non si tratta però di finzione retorica, ma di una modalità argomentativa che riflette un <hi rend="italic">modus operandi</hi> che ha a che fare con quel processo creativo che contraddistingue la sua ricerca intellettuale e il suo impegno politico. Sul piano lessicale è interessante notare la compresenza di termini desueti e ricercati con campi lessicali quotidiani. Accade così di sentir citare Immanuel Kant insieme a espressioni metaforiche tipiche del linguaggio colloquiale. </p><p rend="text" >Interessante è anche la ripetizione di termini che ricorrono con larga frequenza e che riflettono una precisa idea di sindacato e di società. Sono tre le parole chiave che contraddistinguono la politica sindacale di Trentin e quindi anche la sua comunicazione: diritti, programma, solidarietà. È evidente già a partire dalla Conferenza di programma di Chianciano del 12 aprile 1989, quando sintetizza il suo progetto con l’espressione «sindacato dei diritti, del programma e della solidarietà». L’obiettivo dichiarato e perseguito è di rifondare la confederazione. «La CGIL che vogliamo costruire è un sindacato dei diversi e un sindacato dei diritti individuali e collettivi – dice nella sua relazione di 60 cartelle – modulati sulle diversità dei cittadini e dei loro bisogni» (Ugolini 1989a). </p><p rend="text" >Se i diritti costituiscono l’obiettivo e il programma rappresenta il metodo, la solidarietà è senza dubbio la cifra distintiva del progetto: la solidarietà tra individui, con attenzione soprattutto agli esclusi, ai più deboli, ai giovani precari, agli anziani, alle donne, ai disabili. Una solidarietà che non manca di richiamare anche alle altre confederazioni:</p><p rend="quotation_b" >Un sindacato capace di produrre così solidarietà nella democrazia e con la democrazia, dimostrando proprio con le sue proposte di solidarietà sui diritti del lavoro […] la sua autonomia politica e culturale, lanciando così un grande messaggio a tutti gli esclusi, gli emarginati, a tutti i più deboli, quelli che il sindacalismo corporativo tende sempre ad escludere e quelli che il sindacato generale confederale non riesce ancora a rappresentare, dando voce agli esclusi per la prima volta nella storia sociale di questo Paese. Così il nuovo sindacato della solidarietà potrà apportare un contributo senza alcun dubbio decisivo alla ricomposizione di una sinistra i cui confini non sono ancora noti e neanche forse i suoi limiti (Trentin 1993b).</p><p rend="text" >Alla solidarietà si appellano i leader sindacali di UIL e CISL alla festa del Primo Maggio del 1990, in occasione del centenario della Festa del Lavoro. “Diritti e poteri, unità e solidarietà nei discorsi dei leader sindacali” titola Bruno Ugolini il suo pezzo per l’edizione del 3 maggio. In particolare, Trentin ricorda che i cambiamenti sociali ed economici di quegli anni «pongono in modo assolutamente inedito il problema della partecipazione creativa dei lavoratori e dei loro sindacati al governo delle trasformazioni» (Ugolini 1990b) e che per questo è necessaria la definizione di un «nuovo patto di solidarietà che assuma come presupposto la salvaguardia e l’esercizio dei diritti della persona umana e dei diversi soggetti che si esprimono oggi nella classe operaia e nel mondo del lavoro» (Ugolini 1990b). </p><p rend="text" >La cultura della solidarietà si fonda sulla valorizzazione dell’individuo. Persona, persone, persona umana, uomo, umanizzazione sono i sostantivi che fanno parte dello stesso campo semantico e ai quali Trentin ricorre per sottolineare la centralità dell’uomo a seguito delle «trasformazioni soggettive subentrate nel mondo del lavoro» (Ugolini 1994h). Non è la massa dei lavoratori a dover essere tutelata dal sindacato, ma ciascun individuo. </p><p rend="quotation_b" >Non l’egualitarismo dei risultati, quindi, sul quale si è fuorviata a mio avviso una lunga esperienza del movimento operaio nell’ Occidente, dalla Rivoluzione francese in poi, ma una solidarietà fondata sul riconoscimento delle differenze, assumendo per esempio la questione femminile con un dato centrale, sul riconoscimento delle diversità fra le persone e quindi ispirata all’ azione per assicurare a tutti i diversi uguali diritti formali praticati e uguali opportunità (Trentin 1989c). </p><p rend="text" >La centralità dell’uomo è l’orizzonte possibile anche in prospettiva europea: </p><p rend="quotation_b" >La prova dell’Europa ci impone il ripensamento di una strategia rivendicativa che coerentemente con l’ispirazione e la solidarietà intorno alla persona assicuri la salvaguardia delle specificità delle diversità dei diritti dei diversi nella contrattazione collettiva, nella politica sociale, nella grande sfida della formazione del sapere (Trenti 1989c).</p><p rend="h2" >3. <hi rend="italic">L’unità </hi>sindacale e la riforma della Confederazione europea dei sindacati</p><p rend="text" >Un’altra parola chiave che torna ciclicamente nei discorsi di Trentin è unità. Si legge nella prima intervista da segretario generale della CGIL rilasciata a <hi rend="italic">l’Unità</hi>, il Manifesto e l’Avanti!: </p><p rend="quotation_b" >la divisione tra i sindacati è sempre perdente rispetto ai risultati […] È banale affermare che senza <hi rend="italic">l’unità</hi> dei lavoratori nessuna forza sindacale ha prospettive di successo, è meno banale riconoscere che <hi rend="italic">l’unità </hi>dei lavoratori è un obiettivo astratto se non assume <hi rend="italic">l’unità </hi> tra le confederazioni sindacali come una condizione (Ugolini 1988f).</p><p rend="text" ><hi rend="italic">L’unità</hi> è la cifra della «conquista di rappresentanze sindacali abilitate alla contrattazione collettiva» (Trentin 1988a), unitario deve anche essere il programma delle tre sigle sindacali nella «costruzione di uno spazio sociale nell’ambito di un grande mercato unico europeo», come sottolinea già prima della sua elezione, intervenendo al seminario intitolato “Per un programma europeo della CGIL” con la relazione “L’Europa nel programma della CGIL”.</p><p rend="text" >La centralità del tema dell’unità dentro e fuori il sindacato è confermata sul piano lessicale. Nei discorsi pubblici pronunciati in piazza, in televisione, durante le conferenze o i dibattiti, infatti, il sostantivo unità e l’aggettivo unitario-unitaria sono tra quelli che ricorrono con maggiore frequenza. Prendendo in esame soltanto gli interventi conservati nell’archivio di Radio Radicale, ad esempio, si possono contare più di 200 occorrenze. </p><p rend="text" >Un processo unitario, una posizione unitaria, una politica unitaria, una reazione unitaria, un progetto unitario sono spesso richiamati in riferimento alle tre confederazioni sindacali italiane. Partecipando al XI Congresso Confederale della CISL nel luglio 1989, ad esempio, Trentin sottolinea che è <hi rend="italic">l’unità</hi> e non gli «ingombranti patriottismi di organizzazione» (1989c) a rendere possibile un «sindacalismo della solidarietà e dei diritti della persona» (1989c); è <hi rend="italic">l’unità</hi> il <hi rend="italic">modus operandi</hi> per affrontare </p><p rend="quotation_b" >la prova dell’ Europa che non è soltanto l’esigenza di predisporre un adattamento delle strutture economiche civili del Paese alla costruzione delle grande mercato unificato, ma che comporta un ripensamento anche radicale delle politiche rivendicative, degli strumenti contrattuali del sindacato, non solo nel Mezzogiorno, per essere in grado come movimento sindacale a livello europeo di giocare sino in fondo un nostro ruolo di protagonista e non soltanto di portieri, come nelle squadre di calcio, rispetto all’ Europa civile e sociale che va costruendo (Trentin 1989c). </p><p rend="text" >Alle modalità e agli ostacoli per raggiungere <hi rend="italic">l’unità</hi> sindacale è dedicata in particolare l’intervista collettiva con i leader di CGIL, CISL e UIL rilasciata nella sede de <hi rend="italic">l’Unità</hi> e pubblicata il 5 novembre 1993. A confronto due modelli, uno riservato agli iscritti, l’altro aperto ai lavoratori: D’Antoni propone l’autoscioglimento della CISL; per Larizza non si può fare l’unità per decreto; per Trentin occorre coinvolgere delegati e lavoratori.</p><p rend="text" >Trentin propone <hi rend="italic">l’Unità </hi>intra confederale anche in prospettiva internazionale. Propone al XI Congresso Confederale della UIL:</p><p rend="quotation_b" >Perché di fronte alla politica internazionale, che ci vede uniti da molti anni, non unifichiamo con coraggio i dipartimenti internazionali, la nostra politica di cooperazione internazionale, per costruire noi, insieme, la nuova Confederazione europea dei sindacati e quindi qui in Italia il nuovo sindacato europeo capace di decidere anche nei suoi congressi di delegare il potere di deferire mandati alla Confederazione europea e ai suoi sindacati di settore? (Trentin 1993b). </p><p rend="text" >Se l’obiettivo dell’unità sia stato raggiunto o meno è lo stesso Trentin a dirlo in una intervista su <hi rend="italic">l’Unità</hi> del 27 aprile 1994: quando Ugolini gli chiede se la CGIL è guarita dal suo «male oscuro», ovvero le lotte intestine di carattere partitico, Trentin risponde che il sindacato </p><p rend="quotation_b" >ha saputo ritrovare, in questi ultimi due anni, attorno ad alcuni obiettivi, ma anche attorno a determinati risultati, una propria identità unitaria, superando in larga misura il rischio di vedere il consolidarsi e il cristallizzarsi degli schieramenti di tipo ideologico o di filiazione partitica. La tesi, che ho più volte sostenuto circa maggioranze e minoranze capaci di formarsi di volta in volta di fronte alle grandi scelte a cui è chiamata l’organizzazione e non in base a schieramenti precostituiti, è diventata in larga misura una pratica nell’organizzazione. Mi auguro che questa visione laica della democrazia interna alla CGIL si consolidi anche in occasione del rinnovamento del suo gruppo dirigente (Ugolini 1994b). </p><p rend="text" >Un auspicio che conferma l’urgenza di una salda unità «mai come in questa fase» (Trentin 1994b), sostiene sul finire del suo mandato sottolineando che </p><p rend="quotation_b" >se intendiamo così il processo unitario come una rianimazione di un grande dibattito democratico nel sindacato, nel Paese, come recupero di una autonomia progettuale del movimento sindacale italiano siamo già in ritardo e a me interessano i tempi con i quali si parte, si comincia a costruire, a mettere i primi mattoni di un’esperienza nuova (Trentin 1994b).</p><p rend="h2" >4. Il pluralismo, la democrazia interna, l’autonomia politica e culturale del sindacato</p><p rend="text" ><hi rend="italic">L’unità</hi> invocata da Trentin non va, però, confusa con l’idea di un sindacato monolitico. Il <hi rend="italic">plus</hi> valore dell’unità è il pluralismo, la compresenza di diverse idee, anche in conflitto tra loro, che portano a un confronto e una sintesi democratica. Dice ad esempio al IX Congresso generale della UIL<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-003-backlink"><ref target="10.html#footnote-003">2</ref></hi></hi>: «No, non parlo di una cultura unica che non vogliamo, il pluralismo era e resta un valore, ma parlo di un linguaggio comune di una fiducia reciproca anche quando c’è il dissenso» (Trentin 1993b). E al Comitato direttivo della CGIL nel 1994<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-002-backlink"><ref target="10.html#footnote-002">3</ref></hi></hi>: «[…] una garanzia sostanziale affinché questa unità possa vivere è il pluralismo che già la CGIL, questa CGIL, sa esprimere con la sua ricchezza, con i suoi conflitti democratici» (Trentin 1994e). </p><p rend="text" >I sostantivi unità e pluralismo viaggiano in coppia in molti interventi, a denotare l’idea di un sindacato «unitario e non unico, volontario, pluralista, in presa diretta con il mondo del lavoro» (Trentin 1994e). La valorizzazione del pluralismo nell’unità viene richiamata nel corso di tutto il mandato. Ad esempio, nel discorso tenuto all’XI Congresso Confederale della CISL<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-001-backlink"><ref target="10.html#footnote-001">4</ref></hi></hi> afferma: </p><p rend="quotation_b" >Questi problemi, amiche e amici, si fronteggiano con una forte autonomia politica e culturale del movimento sindacale e vorrei aggiungere con un’autonomia culturale unitaria come è stato in tutti i momenti felici creativi del movimento sindacale italiano, perché io credo che in questo cimento nessuno basta a se stesso, sarebbe un tragico orgoglio l’organizzazione che ognuno di noi rischierebbe di pagare caro. Ora questa autonomia contrattuale, differentemente dal salario o dall’orario di lavoro, non si contratta, si costruisce nel confronto, nella lite anche, nel confronto di un pluralismo di apporti da salvaguardare con ogni mezzo, si sperimenta provando e sbagliando ma non si detta attraverso un documento, o una direttiva (Trentin 1989c). </p><p rend="text" >Nell’intervista rilasciata il 31 marzo 1991, a proposito dello scontro con Fausto Bertinotti afferma:</p><p rend="quotation_b" >un sindacato pluralista deve essere in grado di mostrare un volto unitario nei confronti della controparte e garantire una disciplina di classe. Se si deve respingere l’opinione del cosiddetto governo omogeneo per la CGIL, non si può consentire all’altra opinione quella secondo cui ognuno dovrebbe poter fare quello che vuole, con una maggioranza che si pronuncia e poi ciascuno è libero di agire contro l’orientamento della maggioranza. La forza di una democrazia pluralista è quella di darsi un governo non omogeneo, ma solidale. Questa regola non vale solo per la cosiddetta minoranza, vale forse soprattutto dentro la maggioranza (Ugolini 1991a).</p><p rend="text" >E ancora un altro esempio è il discorso del 9 giugno 1994, quando Trentin si congeda dalla segreteria generale della CGIL: in questo caso unità e pluralismo sono indicati come le direttrici per</p><p rend="quotation_b" >garantire alla CGIL, diversamente dal passato, una presenza e un ruolo determinante anche nel confronto politico, anche nel confronto politico così insidioso come quello che attende il gruppo dirigente confederale nei confronti del Governo designato dalla coalizione di destra che ha vinto le elezioni (Trentin 1994e).</p><p rend="text" >Passando in rassegna le parole chiave, è bene citare anche l’uso dell’aggettivo creativo in abbinamento ai sostantivi atto e processo, ma anche, sebbene nelle fonti si riscontrino meno occorrenze, in unione ad altri sostantivi con accezione simile tra loro come contributo, confronto, dibattito. </p><p rend="text" >La scelta lessicale manifesta un contesto semantico che riflette la concezione che Trentin ha del sindacato e, più in generale, dello sviluppo della società. È lo stesso segretario generale a spiegarlo in un intervento del 18 novembre 1994<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-000-backlink"><ref target="10.html#footnote-000">5</ref></hi></hi>: </p><p rend="quotation_b" >non mi sento un progressista, nel senso che non credo a un divenire, uno sviluppo inarrestabile e luminoso della società, dell’economia, dell’ordinamento dei rapporti fra gli uomini; non credo allo sviluppo come balletto Excelsior. Credo piuttosto alle profonde, e a volte drammatiche, contraddizioni che qualsiasi atto creativo nelle società moderne comporta, soprattutto al fatto che tutta una concezione positivistica della cultura della scienza ha costruito come fatalità, come sviluppo fatale inevitabile quasi che da un’invenzione, qualsiasi essa sia, discendessero conseguenze oramai iscritte per sempre nella storia, siano conseguenze favolose e liberatorie per l’umanità, siano conseguenze nefaste. Mentre lo sviluppo tecnico, lo sviluppo scientifico, l’atto creativo in genere ha questa caratteristica che ripropone con un’intensità crescente, non decrescente, nuove scelte, nuove capacità di decisione, nuovi atti creativi che non sono affatto iscritti nella storia (Trentin 1994g). </p><p rend="text" >Il dinamismo, la contraddizione, la complessità, da un lato, e l’azione che si può imprimere in questo flusso, dall’altro: sono le direttrici creative su cui si muove, secondo Trentin, ogni sviluppo umano e associativo, tecnico e scientifico. In ragione di questa concezione, nei suoi discorsi pubblici non è casuale il ricorso all’aggettivo complesso, con le sue declinazioni al femminile e al plurale, insieme al sostantivo complessità. Complessa, ad esempio, è la realtà, complessa è la società contemporanea. Complesso è anche l’aggettivo che connota il fenomeno berlusconiano che, secondo Trentin, non può essere </p><p rend="quotation_b" >ridotto ad una vittoria della televisione: mi sembrerebbe veramente una lettura molto riduttiva e semplificatoria anche delle trasformazioni intervenute proprio nelle reti di comunicazione reale della società civile. […] temo molto una spiegazione del fenomeno berlusconiano attraverso la televisione secondo me vuol dire condannarci a capire poco anche negli anni futuri dei cambiamenti molto più complessi che sono intervenuti nella società italiana e che stanno intervenendo non solo nella società italiana nel modo di fare politica e nel modo di formare le opinioni (Trentin 1994g).</p><p rend="h2" >5. Trentin e la TV: gli accordi del 31 luglio 1992 e ‘le stagioni del sindacato’</p><p rend="text" >Trentin non aspirava a essere protagonista degli schermi; aveva una certa diffidenza verso la telecamera anche se non la temeva e non si sottraeva mai al suo sguardo. In tutte le sue interviste, in tutti i suoi interventi durante trasmissioni televisive, il tono è sempre molto pacato, parla molto lentamente, a voce bassa, tranne in rarissime occasioni. Ha spesso il busto fermo, fa uso di poca gestualità e ha tanto autocontrollo. Il più delle volte si fa riprendere seduto alla sua scrivania, qualche volta fuma distrattamente la pipa. Difficilmente guarda fisso la telecamera del giornalista che lo sta intervistando. </p><p rend="text" >Riservato è il termine che utilizza per descriverlo il giornalista che per Tg3 1900 seguiva la manifestazione confederale dei metalmeccanici per il rinnovo del contratto. Il servizio giornalistico sull’evento, con un breve intervento di Trentin sul finale, è del 23 giugno 1994. Il cronista lo definisce «riservato come sempre e imbarazzato» (Trentin 1994c) per l’affetto dimostratogli da una delegata che lo saluta con un bacio. </p><p rend="text" >Nel reportage giornalistico sulla manifestazione sindacale del Primo Maggio del 1989 (Trentin 1989b), tenutasi a Venezia, Trentin mostra nei gesti e nel tono della sua voce una maggiore partecipazione. A commentare la manifestazione unitaria, introducendo il suo intervento e quello del segretario della UIL Giorgio Benvenuto e di quello della CISL Franco Marini, è la giornalista Lucia Anzalone. Trentin è alla sua prima Festa del Lavoro. Il segretario della CGIL parla dell’importanza dei diritti di cittadinanza e di solidarietà sociale. La manifestazione cade pochi giorni prima di uno sciopero generale contro i servizi sanitari, chiedendo l’abolizione dei ticket. Durante il servizio, Lucia Anzalone introduce alcune interviste, realizzate a margine dell’evento, con diverse categorie di lavoratori e le commenta con Bruno Trentin. Lo scambio di battute avviene lontano dal luogo della manifestazione, in un paesaggio dove la natura è protagonista. Il segretario abbandona le vesti della piazza che aveva indossato nelle riprese precedenti, seppur con moderazione, e torna lo stile elegante, pacato, riservato, schivo davanti alla telecamera. </p><p rend="text" >Una visione interessante, che offre un inedito Bruno Trentin, è il programma <hi rend="italic">Milano Italia</hi>, un talk show politico, andato in onda su Rai Tre tra il 1992 e il 1994 e trasmesso da Milano. Sul palco si confrontavano politici, giornalisti, imprenditori e magistrati, ed era concesso ampio spazio agli interventi del pubblico che alza i toni, non di rado aggressivi ed esasperati, contesta, fischia. E qui Trentin, eccezionalmente, si infervora, alza la voce, gesticola; il suo tono è duro, deciso. Nella puntata del 18 dicembre del 1992 Bruno Trentin è ospite di Gad Lerner (Trentin 1993f). Il tema della discussione è il grande momento di crisi dell’unità del sindacato. In studio c’è anche il giornalista Giuseppe Turani, all’epoca editorialista del <hi rend="italic">Corriere della Sera</hi>. Il clima è molto agitato: in puntata si denuncia un attacco alla democrazia del sindacato. Il pubblico chiede un <hi rend="italic">referendum</hi> sul monopolio dei sindacati CGIL, CISL e UIL. Lerner ne discute con i suoi ospiti e chiede conto del mancato rinnovo dei consigli aziendali, della spaccatura ai vertici dei maggiori sindacati, dei problemi dell’economia italiana. La tensione sale quando il conduttore chiede a Trentin dell’accordo del 31 luglio 1992 con cui CGIL, CISL e UIL accettarono la definitiva eliminazione della scala mobile. Trentin risponderà alle accuse tornando a parlare dell’unità del sindacato: «Senza <hi rend="italic">l’unità </hi>dei sindacati non si vince» (Trentin 1993f). E per lui la frattura dei sindacati equivaleva a una frattura tra i lavoratori.</p><p rend="text" >Lo stesso volto inedito di Trentin animato dalla discussione e dal fervore della risposta è presente in un’altra puntata di <hi rend="italic">Milano Italia</hi>, questa volta datata 2 novembre 1993 (Trentin 1993e). Titolo della puntata è: “Trentin, stagioni del sindacato”. A condurre c’è il giornalista Gianni Riotta. In studio, accanto a Trentin, siede il giornalista Massimo Mascini del <hi rend="italic">Sole 24 Ore</hi>. In collegamento da Milano c’è Giulio Anselmi, del <hi rend="italic">Corriere della Sera</hi>. Anche il pubblico fa domande a Trentin: sostanzialmente la puntata diventa un’intervista collettiva al segretario. È grazie al pungolo delle domande del pubblico e dei giornalisti che anche in questa occasione emerge la politica sindacale di Bruno Trentin. Torna il tema dell’unità del sindacato e, quando Mascini gli chiede conto della spaccatura interna a proposito della politica salariale, lui ribadisce la mancanza di uno spazio per un sindacato minoritario, basato su posizioni ideologiche e privo di progettualità sindacale. Quando Gianni Riotta gli chiede che cosa è per lui il sindacato, che cosa deve fare un sindacato, lui risponde: deve partire dalla salvaguardia dei diritti delle persone e trovare politiche attive per renderle esigibili, garantendo uguali opportunità a tutti. </p><p rend="text" >Fatte queste due eccezioni, non risultano altri esempi in cui il segretario adotta toni meno pacati e riflessivi rispetto al suo solito. Anche quando, in seguito, si tratterà di cimentarsi nella vera e propria comunicazione elettorale per le elezioni al Parlamento europeo, Trentin fuggirà dal linguaggio e dai toni da propaganda. </p><p rend="text" >Garbo e compostezza di Trentin traspaiono in televisione anche in occasione della trasmissione <hi rend="italic">Il grillo</hi> del 9 settembre 1999 (Trentin 1999b) in cui il neoparlamentare europeo viene intervistato dalle studentesse e dagli studenti del Liceo Socrate di Roma disposti in studio in cerchio. Trentin è al centro e parla della sua attività di sindacalista. Singolare è l’atteggiamento che riserva ai ragazzi ai quali si rivolge dando del lei, testimonianza del grande rispetto che riserva sempre al suo interlocutore, a qualunque categoria o condizione appartenga.</p><p rend="h2" >6. Una vita per i diritti: intervista a San Candido (Trentin 1998c)</p><p rend="text" >Nel luglio 1998 accetta di farsi intervistare da Franco Giraldi per ripercorrere le tappe principali della sua vita e le trasformazioni politiche e sociali italiane di cui è stato testimone e protagonista. Oltre 10 ore sullo sfondo dei suoi luoghi, le Dolomiti, il Lingotto di Torino e la sede centrale della CGIL a Roma, girati che <hi rend="italic">post mortem</hi> diventeranno parte del documentario “Con la furia di un ragazzo”. Si tratta di un <hi rend="italic">unicum </hi>nella vita del leader sindacale, poco confidente con le telecamere; eppure, così a suo agio nel parlare di sé. Racconta Giraldi: </p><p rend="quotation_b" >L’avevo visto una volta di sfuggita, sugli sci e quando poi l’ho conosciuto per l’intervista, è stato incredibile: intanto per il suo peso da grande attore americano e poi per la sua capacità di raccontarsi in modo limpido, chiaro, senza mai interrompersi o tornare indietro. Un flusso bellissimo di ricordi a cui si abbandonava con straordinaria spontaneità (Gallozzi 2009). </p><p rend="text" >«Vai Bruno!» dice Giraldi, e la telecamera segue Trentin che in tenuta da montagna passeggia tra i sentieri di San Candido, un piccolo borgo di lingua tedesca, una piana crocevia di culture, di popoli e di esodi. Il racconto comincia da qui, dall’amore per la montagna, per le Dolomiti in particolare: è sulle Alpi che ha condotto la lotta partigiana, è tra i monti che si immerge tutte le volte che può per mettere alla prova le sue capacità sportive come escursionista. San Candido, luogo dell’<hi rend="italic">otium</hi> e luogo di ritorno per tuffarsi con distacco maturo nel passato, è il posto perfetto per l’intervista che ripercorre la sua vita. </p><p rend="text" >Trentin non soleva usare la propria immagine o narrare le sue esperienze passate in funzione propagandistica. Decide così di concedersi a una sola telecamera, in un momento di inattività politica. Lo fa con grande trasporto, pur restando nella sua compostezza. I ricordi personali si intrecciano all’attività sindacale e alle riflessioni sulle trasformazioni che il Paese ha attraversato negli anni del suo impegno. Critica l’atteggiamento della sinistra, e in parte del movimento sindacale, quella «coazione a ripetere», il dramma cioè di resistere alle trasformazioni. In particolare, si riferisce alla mancata capacità di comprendere la rivoluzione tecnologica e organizzativa dei nuovi asset industriali e di impresa, diversamente da quanto compiuto da altri Paesi che sono stati in grado di cavalcare le nuove tecnologie per costruire nuove opportunità lavorative, investendo in percorsi di formazione e riqualificazione. È interessante notare che Trentin analizza questo tema di grande impatto sociologico e politico in un contesto bucolico e distaccato: il balcone di casa, con alle spalle foreste di montagna e le Dolomiti; in primo piano ci sono un posacenere e due porta matite colorate. Se si confronta la stessa scena con altri contesti comunicativi coevi d’ambito sindacale e politico, si coglie la differenza estetica: la sensazione è quella di un intellettuale che analizza eventi ed evoluzioni dal suo rifugio eremitico, con estrema lucidità e con una capacità di analisi e una visione prospettica non comuni. </p><p rend="text" >Le scene che precedono e succedono i racconti vedono Trentin muoversi con spontaneità, sorridere, scherzare. Con la pipa in bocca, occhiali da sole, al volante del suo fuoristrada percorre le strade che portano ai sentieri. L’escursionista Trentin si guarda attorno per scegliere il percorso migliore, cammina e sembra farlo come se la telecamera non fosse lì a riprenderlo. Appoggiato su una roccia o seduto tra i prati, senza guardare quasi mai direttamente la telecamera, racconta dell’inaugurazione dell’anno accademico all’Università di Padova, dell’esperienza al centro studi del sindacato – la sua vera passione – passando per le successive vicende alla FIOM fino ad arrivare agli anni della segreteria generale. Le riprese in primo piano colgono le espressioni del viso, lo zoom si assottiglia quasi a voler immortalare il flusso dei ricordi. </p><p rend="text" >Le Dolomiti sono silenti testimoni, insieme alla troupe, del racconto puntuale e lucido degli accordi del ‘92 e del ‘93. Trentin non solo ripercorre ragioni ed evoluzioni, ma mette a nudo i sentimenti che lo hanno animato. </p><p rend="text" >L’efficacia comunicativa di questa intervista è legata alla ricchezza dei contenuti, al racconto personale e universale, alla particolare ambientazione. Elementi che concorrono parimenti ad allontanare lo stile di Trentin dalla cifra prevalente della comunicazione politica del tempo, un’epoca che consacra l’avvento della società dell’immagine come fonte comunicativa primaria, in cui l’<hi rend="italic">homo sapiens </hi>è sostituito dall’<hi rend="italic">homo videns </hi>(Sartori 1997), come dimostrano i video messaggi di Silvio Berlusconi diffusi via televisione e su VHS. Alla sinteticità e al predominio dell’immagine, alla capacità di costruire la narrazione in termini scenici e propagandistici, Trentin preferisce, per temperamento e per cultura, la filosofica riflessione tra i monti, apparentemente fuori dal tempo, ma perfettamente calata nel suo tempo e che per questo colpisce.</p><p rend="h2" >7. Conclusioni</p><p rend="text" >Nell’era del marketing politico, della politica mediatizzata e spettacolarizzata, della personalizzazione delle leadership, dei social media e dell’<hi rend="italic">e-democracy</hi>, indagare le strategie di comunicazione di un leader sindacale di trent’anni fa potrebbe apparire una operazione anacronistica. La ricerca condotta, invece, dimostra da un lato l’attualità dei temi proposti da Bruno Trentin, dall’altro l’importanza di non disperdere il patrimonio documentale esistente, soprattutto audiovisivo, per riscoprire un leader e un intellettuale certamente <hi rend="italic">sui generis</hi>. </p><p rend="text" >In tutte le fasi della sua attività di studio, politica e sindacale dimostra di saper leggere il presente e di guardare con lungimiranza al futuro. All’inizio degli anni Novanta, intravede, ad esempio, nei settori dell’innovazione, della ricerca e della formazione quelli decisivi per lo sviluppo dell’Italia; colloca in prospettiva europea ogni intervento del sindacato e tutte le sue proposte; richiama la necessità, deontologica e democratica, di regolamentare l’uso dei nuovi mezzi di comunicazione. Lo fa spesso criticando l’atteggiamento resistente al cambiamento dei suoi colleghi e della sinistra. Lo fa senza abbracciare i toni del leader sindacale medio, quello che scalpita e argomenta attraverso gli slogan. Resta coerente con il suo temperamento composto e filosofico, riuscendo a coinvolgere e affascinare le piazze, il pubblico televisivo, i lettori, ma anche gli attivisti e i compagni, grazie alla forza delle idee e alla sua autorevolezza. Le strategie linguistiche e comunicative adottate appaiono distanti non solo dal leaderismo sindacale tradizionale ma anche dalla politica. In Trentin assistiamo al trionfo della sostanza del messaggio sull’estetica della forma. Riservato, composto ed elegante, resta fedele a se stesso e comunica con parole, voce e corpo rispettando, in un mondo che urla, la sua personalità. Risiede in questa peculiarità il suo carisma, anche rispetto alle tematiche del processo di integrazione europea e dell’Europa politica.</p><p rend="h2" >Riferimenti bibliografici</p><p rend="bib_indx_bib" >Bassolino, Antonio. 1988. “Trentin lancia la sfida. Faremo una CGIL più forte e unita.” <hi rend="italic">l’Unità</hi>, 30 novembre, 1988. </p><p rend="bib_indx_bib" >Chiaromonte, Franca. 1992. “L’accordo del 31 luglio è dissolto dai fatti.” <hi rend="italic">l’Unità</hi>, 19 settembre, 1992.</p><p rend="bib_indx_bib" >Colombo, Fausto. 2003. <hi rend="italic">Introduzione allo studio dei media. I mezzi di comunicazione fra tecnologia e cultura</hi>.<hi rend="italic"> </hi>Roma: Carocci<hi rend="italic">.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" >Cruciani, Sante, e Ilaria Romeo. 2015. <hi rend="italic">L’itinerario di Bruno Trentin: archivi, immagini, bibliografia</hi>. Roma: Ediesse. </p><p rend="bib_indx_bib" >De Luna, Giovanni. 2004. <hi rend="italic">La passione e la ragione</hi>. Milano: Bruno Mondadori<hi rend="italic">.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" >Gallozzi, Gabriella. 2009. “Giraldi: Sul set avevo un eroe del Novecento.” <hi rend="italic">l’Unità</hi>, 29 novembre, 2009.</p><p rend="bib_indx_bib" >Giovannini, Roberto. 1992. “Politici e industriali a torte in faccia Pininfarina Se usciamo da Europa è solo colpa vostra.” <hi rend="italic">l’Unità</hi>, 12 gennaio, 1992.</p><p rend="bib_indx_bib" >Laccabò, Giovanni. 1993. “E Trentin assicura: Nessun accordo senza consultazione.” <hi rend="italic">l’Unità</hi>, 25 marzo, 1993.</p><p rend="bib_indx_bib" >Meletti, Jenner. 1994. “Trentin il sindacato qui non ha capito.” <hi rend="italic">l’Unità</hi>, 16 giugno, 1994.</p><p rend="bib_indx_bib" >Novelli, Edoardo. 2006. <hi rend="italic">La Turbopolitica: sessant’anni di comunicazione politica e di scena pubblica in Italia 1945-2005. </hi>Milano: BUR.</p><p rend="bib_indx_bib" >Sappino, Marco. 1992. “Siciliani, non vi lasciamo soli.” <hi rend="italic">l’Unità</hi>, 29 giugno, 1992.</p><p rend="bib_indx_bib" >Sartori, Giovanni. 1998. <hi rend="italic">Homo videns: televisione e postpensiero</hi>. Roma: Edizioni Laterza. </p><p rend="bib_indx_bib" >Trentin, Bruno. 1988a. “Per un programma europeo della CGIL.” <hi rend="italic">Archivio Radio Radicale</hi>, 14 luglio, 1988. <ref target="https://www.radioradicale.it/scheda/28042/per-un-programma-europeo-della-CGIL?i=2677686">https://www.radioradicale.it/scheda/28042/per-un-programma-europeo-della-CGIL?i=2677686</ref> (2021-11-26).</p><p rend="bib_indx_bib" >Trentin, Bruno. 1988b. “Una nuova Italia nell’Europa senza frontiere.” <hi rend="italic">Archivio Radio Radicale</hi>, 11 novembre, 1988. <ref target="https://www.radioradicale.it/scheda/29623/una-nuova-italia-nelleuropa-senza-frontiere?i=2665967">https://www.radioradicale.it/scheda/29623/una-nuova-italia-nelleuropa-senza-frontiere?i=2665967</ref> (2021-11-30).</p><p rend="bib_indx_bib" >Trentin, Bruno. 1989a. “TG2 Nonsolonero, Rai 2.” video Archivio Rai. Identificatore Teca E04590. 11 marzo, 1989. </p><p rend="bib_indx_bib" >Trentin, Bruno. 1989b. “Manifestazione sindacale del 1° Maggio, Rai Due.” video Archivio Rai. Identificatore Teca M89121/009. 1° maggio, 1989.</p><p rend="bib_indx_bib" >Trentin, Bruno.<hi rend="italic"> </hi>1989c.<hi rend="italic"> “</hi>Lavoro e solidarietà in Italia e in Europa, XI Congresso Confederale della CISL.” <hi rend="italic">Archivio Radio Radicale</hi>, 15 luglio, 1989, <ref target="https://www.radioradicale.it/scheda/32672/lavoro-e-solidarieta-in-italia-e-in-europa?i=2640609">https://www.radioradicale.it/scheda/32672/lavoro-e-solidarieta-in-italia-e-in-europa?i=2640609</ref> (2021-12-10).</p><p rend="bib_indx_bib" >Trentin, Bruno. 1989d. “Diritto all’informazione.” <hi rend="italic">Archivio Radio Radicale</hi>, 4 dicembre, 1989. <ref target="https://www.radioradicale.it/scheda/34232/diritto-allinformazione?i=2626137">https://www.radioradicale.it/scheda/34232/diritto-allinformazione?i=2626137</ref> (2022-01-04). </p><p rend="bib_indx_bib" >Trentin, Bruno. 1990a. <hi rend="italic">XIX congresso straordinario del Partito comunista italiano</hi>, 9 marzo, 1990. <ref target="https://www.radioradicale.it/scheda/35135/xix-congresso-straordinario-del-partito-comunista-italiano?i=2617950">https://www.radioradicale.it/scheda/35135/xix-congresso-straordinario-del-partito-comunista-italiano?i=2617950</ref> (2022-01-10). </p><p rend="bib_indx_bib" >Trentin, Bruno. 1990c. “Speciale Metalmeccanici, Notiziario, Rai Tre.” video Archivio Rai. Identificatore Teca M90347/002. 13 dicembre, 1990. </p><p rend="bib_indx_bib" >Trentin, Bruno. 1990d<hi rend="italic">. “</hi>Lotta alla criminalità.” <hi rend="italic">Archivio Radio Radicale</hi>, 15 dicembre, 1990. <ref target="https://www.radioradicale.it/scheda/38237/lotta-alla-criminalita?i=2590277">https://www.radioradicale.it/scheda/38237/lotta-alla-criminalita?i=2590277</ref> (2022-01-15).</p><p rend="bib_indx_bib" >Trentin, Bruno. 1991b. “Notiziario, Rai Tre.” video Archivio Rai. Identificatore Teca T91121/431. 1° maggio, 1991. </p><p rend="bib_indx_bib" >Trentin, Bruno. 1992. “Gente come noi, Rai Tre.” video Archivio Rai. 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No, più libertà.” <hi rend="italic">l’Unità</hi>, 25 giugno, 1994.</p><p rend="bib_indx_bib" >Ugolini, Bruno. 1994g. “Trentin, addio tra le lacrime.” <hi rend="italic">l’Unità</hi>, 30 giugno, 1994.</p><p rend="bib_indx_bib" >Ugolini, Bruno. 1994h. “Voglio aiutare la sinistra a cambiare.” <hi rend="italic">l’Unità</hi>, 1° luglio, 1994.</p><p rend="bib_indx_bib" >Ugolini, Bruno. 1994i. “L’utopia del presente.” <hi rend="italic">l’Unità</hi>, 4 dicembre, 1994.</p><p rend="bib_indx_bib" >Vitali, Stefano. 2004.<hi rend="italic"> Passato digitale. Le fonti dello storico nell’era del computer. </hi>Milano: Bruno Mondadori.</p><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="10.html#footnote-004-backlink">1</ref></hi>	Manifestazione sindacale contro la mafia e la criminalità organizzata, in risposta alla strage di Capaci in cui persero la vita Giovanni Falcone, Francesca Morvillo e gli agenti di scorta. </p><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="10.html#footnote-003-backlink">2</ref></hi>	Congresso del 5 maggio 1993 intitolato “I diritti del lavoro - il lavoro per lo sviluppo”. </p><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="10.html#footnote-002-backlink">3</ref></hi>	Assemblea del 19 giugno 1994, svoltasi a Roma, avente come ordine del giorno l’elezione del Segretario generale della CGIL.</p><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="10.html#footnote-001-backlink">4</ref></hi>	Congresso del 15 luglio 1989, svoltosi a Roma. </p><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="10.html#footnote-000-backlink">5</ref></hi>	Il 18 novembre 1994 Bruno Trentin partecipa al convegno organizzato dal Direttivo Nazionale della FILIS-CGIL intitolato “Informazione, democrazia e comunicazione”.</p>


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