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        <title type="main" level="a">I sindacati unitari, l’integrazione europea, il crollo del comunismo</title>
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            <forename>Giorgio</forename>
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          <resp>This is a section of <title>Diritti, Europa, Federalismo</title>(DOI: <idno type="DOI">10.36253/979-12-215-0049-3</idno>) by </resp>
          <name>Sante Cruciani, Maria Paola Del Rossi</name>
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        <publisher>Firenze University Press</publisher>
        <pubPlace>Firenze</pubPlace>
        <date when="2023">2023</date>
        <idno type="DOI">https://doi.org/10.36253/979-12-215-0049-3.13</idno>
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        <p>The author reconstructs, through a path stretched between history and memory, the importance of the European and international dimension in Trentin's political and trade union action, from the experience of the FSM to the European Trade Union Confederation (ETUC). It is an excursus that unravels through the encounter with the French Christian trade unionism of the 1960s and the experience of the Councils union in the second Red Two Years, the united unions in the 1980s, up to the Maastricht Europe of the 1990s, passing through the important divide in 1989.</p>
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            <item>FLM</item>
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      <p>It is available online at https://doi.org/10.36253/979-12-215-0049-3.13<ref target="https://doi.org/10.36253/979-12-215-0049-3.13" /></p>


<p rend="h1_chapter" >I sindacati unitari, l’integrazione europea, il crollo del comunismo</p><p rend="h1_author" >Giorgio Benvenuto</p><p rend="h2" >1. Il sindacato dei consigli, la Francia e il confronto con il mondo cattolico</p><p rend="text" >Si sprigionarono, all’epoca del Centro-sinistra negli anni Sessanta, grandi potenzialità; si ruppero consolidate abitudini; vennero stimolate nuove forme di confronto; si colse con forza la necessità di evitare che il Centro-sinistra portasse a una rottura irreversibile nella sinistra tra comunisti e socialisti. Bruno Trentin colse quelle novità alla luce dell’influenza sui fatti italiani che derivavano dalla svolta che si determinò nella politica internazionale e in quella europea (era l’epoca di Kennedy, di Krusciov, di Giovanni XXIII).</p><p rend="text" >Bruno capì e seguì con grande attenzione ciò che maturava all’interno del mondo cattolico. Era influenzato dall’evoluzione del sindacalismo cristiano, dalla nascita della CFDT, dall’elaborazione delle tesi sull’autogestione; era distante dalle posizioni della CGT che puntava, invece, a realizzare l’unità solo tra le forze tradizionali appartenenti ai filoni del socialismo e del comunismo. Gli avvenimenti sindacali francesi gli consentivano una lettura più facile di ciò che avveniva in Italia. C’era un grande fermento soprattutto nel mondo cattolico e nel movimento sindacale: era particolarmente in evidenza la battaglia che nella CISL facevano Luigi Macario e Pierre Carniti. </p><p rend="text" >Trentin si convinse che il processo di unità sindacale doveva avere caratteristiche completamente diverse da come si era caratterizzato prima del fascismo. Non si doveva puntare a fare il ‘sindacato socialista’, ma un sindacato unitario che mettesse assieme le diverse esperienze sociali italiane. Egli vedeva nel mondo cattolico delle interessanti novità: il superamento delle teorie dell’interclassismo, la rimessa in discussione della ‘sacralità’ del diritto di proprietà. Era insomma colpito dall’attenzione della Chiesa, forte delle rivoluzionarie Encicliche di Papa Roncalli, ai diritti delle persone e ai problemi della libertà.</p><p rend="text" >Bruno Trentin puntava ad una unità sindacale che non fosse il risultato di una unificazione tra sigle diverse, ma invece la fondazione di un nuovo sindacato capace di valorizzare il meglio delle esperienze della CGIL, della CISL e della UIL ed essere, nello stesso tempo, un richiamo per i giovani e i non organizzati.</p><p rend="text" >In questo scenario si determinò il biennio rosso: il 1968; l’anno degli studenti; il 1969 l’anno degli operai.</p><p rend="text" >È ridicola una lettura del sessantotto come un qualcosa di irrazionale, un qualcosa dominato dalla contestazione, un qualcosa che poi sarebbe addirittura sfociato nel terrorismo. Non è così, perché nel sessantotto il fermento della società è stato recepito, la contestazione e la protesta sono state trasformate in proposte che hanno cambiato profondamente il sindacato. Insomma non sono stati mutati solo i gruppi dirigenti, ma il sindacato è stato rifondato.</p><p rend="text" >Con il movimento studentesco fu aperto il confronto: il punto di riferimento per la FIM-FIOM-UILM non furono i gruppuscoli e i movimenti extraparlamentari, ma furono gli studenti. Fu straordinaria la capacità di iniziativa dei sindacati metalmeccanici. All’inizio gli studenti universitari fuori dai cancelli delle fabbriche dicevano agli operai che il sindacato era inutile, anzi era morto, e proponevano soluzioni elitarie e velleitarie. Immediatamente i metalmeccanici presero l’iniziativa e riportarono gli studenti non contro il sindacato, ma assieme al sindacato: lo slogan «studenti-operai uniti nella lotta» rappresentò una vera e indiscussa realtà.</p><p rend="text" >L’attenzione di Bruno Trentin nei confronti dei giovani per un loro pieno coinvolgimento si ritrova nei rinnovi contrattuali (nel 1969 vennero superate le discriminazioni salariali e modificate le misure sull’apprendistato; nel 1973 venne affermato il diritto allo studio con l’introduzione delle 150 ore). Su un piano più generale, non va dimenticato quello che avvenne in occasione della contestazione a Luciano Lama all’università di Roma nel 1977. Sembrò prevalere nella Federazione CGIL-CISL-UIL la necessità emotiva ed irrazionale di reagire duramente a quella contestazione. Nelle riunioni della Segreteria Nazionale della Federazione unitaria Rinaldo Scheda propose uno sciopero generale di solidarietà a Lama. Bruno Trentin condivise, invece, con la UIL e la CISL la strada del confronto con gli studenti. Propose e realizzò un grande incontro con i giovani e la FLM a Palazzo dei Congressi di Firenze nel quale venne riaperto il dialogo con gli studenti.</p><p rend="text" >Il terrorismo non è figlio delle lotte del sessantotto; è, negli anni Sessanta, favorito dall’indebolimento della confederalità e dal conseguente sviluppo del corporativismo e dall’appannamento dell’autonomia sindacale di fronte alla solidarietà nazionale. Il sindacato il terrorismo l’ha combattuto con fermezza. Bruno Trentin è stato in prima fila in quella lotta.</p><p rend="text" >Nell’autunno caldo nel 1969 non ci fu una sommatoria di richieste. Sulla rivendicazione di un aumento salariale uguale per tutti Bruno aveva delle forti riserve: guardava lontano; era allora critico, come lo sarà nel 1976 sulla unificazione del punto di contingenza. Paventava il rischio di regalare gli operai specializzati, gli impiegati e i quadri, all’iniziativa salariale unilaterale del mondo imprenditoriale.</p><p rend="text" >La scelta delle rivendicazioni avvenne con una straordinaria partecipazione dei lavoratori; si fece una forte selezione tra le richieste, si contrastò la preferenza di ampie fasce di operai ad avere più scatti di anzianità, ci si batté per la riduzione drastica dell’orario di lavoro (40 ore in cinque giorni per operai e impiegati).</p><p rend="text" >I risultati contrattuali che conclusero l’autunno caldo furono determinanti, non solo per l’affermazione dei diritti per antonomasia (quelli definiti poi nello Statuto per i lavoratori), ma anche per le conquiste normative che cambiarono profondamente il nostro paese. Tutto avvenne in una situazione di grande difficoltà. Si faceva una battaglia complessa e complicata; c’erano grandi problemi con le confederazioni (nella CISL e nella UIL erano stati messi in minoranza i gruppi dirigenti unitari), tutto avveniva in una situazione surriscaldata dal punto di vista politico. Il braccio di ferro tra le forze unitarie e le forze non unitarie fu terribile, durò per più di tre anni. Bruno Trentin tenne conto delle posizioni della FIM e della UILM, si fece carico delle difficoltà. </p><p rend="text" >Non va dimenticato un episodio emblematico: quando nel novembre del 1969 si svolse la manifestazione dei metalmeccanici a Piazza del Popolo a Roma, per i problemi che la FIM e la UILM avevano con i segretari generali della CISL e della UIL (c’era un contrasto profondo dopo i congressi nazionali che avevano sancito la rottura interna), si decise di comune accordo che sul palco non dovevano salire i segretari generali delle confederazioni e così anche il segretario generale della CGIL, Agostino Novella, dovette rimanere tra i manifestanti.</p><p rend="text" >E ancora. Se si osservano le prime pagine dei contratti che riportano l’indicazione delle parti contraenti, si legge che in quello del 1966 la nomenklatura sindacale è fatta da ‘onorevoli’, ‘dottori’, ‘ragionieri’, ‘cavalieri’ delle organizzazioni dei metalmeccanici e delle confederazioni. In quello del 1969 appaiono solo la FIM, la FIOM e la UILM senza le confederazioni; in quello del 1973 c’è solo la FLM.</p><p rend="h2" >2. I sindacati unitari, la dimensione internazionale ed europea: dalla FLM alla CES</p><p rend="text" >Esisteva e resisteva un rapporto straordinario di amicizia, di complicità, di stima tra i tre sindacati dei metalmeccanici e i loro gruppi dirigenti: Bruno Trentin era particolarmente attento a non prevaricare ma a favorire, anzi ad imporre, la sua presenza equilibrata nelle tre diverse anime sindacali. Ricordo la sua discrezione, la sua attenzione quasi maniacale per evitare che la sua presenza fosse debordante nelle manifestazioni e sugli organi di informazione.</p><p rend="text" >Per Trentin, come per Lama, l’unità d’azione aveva un valore insostituibile. Dal 1969 al 1994 ci furono solo scioperi generali unitari. Lama si pronunciò contro lo sciopero della sola CGIL all’epoca della rottura sulla scala mobile del 1984 intervenendo alla manifestazione degli autoconvocati a San Giovanni organizzata di sabato e la CGIL un anno dopo lasciò la libertà di voto in occasione del referendum. Trentin si dimise, per non rompere l’unità d’azione, quando dovette firmare l’intesa con il Governo Amato nel 1992.</p><p rend="text" >All’inizio del 1970 ci fu una tormentata riunione alle Frattocchie, la scuola nazionale del PCI, nella quale Bruno Trentin venne messo sotto accusa: si trattava di decidere se superare o meno le commissioni interne per sostituirle con i consigli di fabbrica. Ingrao appoggiò Trentin, ma lo scontro con Amendola come in altre occasioni fu molto vivace; fu prudente Berlinguer; Di Giulio fece un’introduzione molto problematica; alla fine Lama concluse: «non è un problema del partito, è un problema del sindacato» ed i consigli di fabbrica si fecero. Alle Frattocchie si scontrarono due linee politiche: Bruno allora come in seguito ha sempre pensato che il sociale avesse un’importanza straordinaria e che non ci dovesse essere la prevalenza della politica sul sociale.</p><p rend="text" >È interessante rileggere i vecchi documenti del passato perché è possibile correggere un luogo comune, quello di un Partito Comunista come qualcosa di granitico dove non si discuteva, dove prevaleva il principio dell’obbedienza cieca ed assoluta. No, non era così. Allora, non solo nel PCI ma anche negli altri partiti c’era ricchezza di idee, c’era discussione, c’era la passione.</p><p rend="text" >Le commissioni interne furono superate e si procedette a un ricambio generazionale straordinario nel sindacato, si affermò l’autonomia sindacale. Bruno Trentin disse a Pierre Carniti, quando si doveva fare la FLM, (la UILM e la FIM avevano fatto e deciso nei loro congressi lo scioglimento per approdare al sindacato unitario dei metalmeccanici): «se faccio la scelta dell’unità organica sindacale dei soli metalmeccanici ci vengo io, ma non ci viene il resto». Bruno Trentin fu troppo pessimista. È stata un’occasione perduta. Non so cosa sarebbe avvenuto se ci fosse stata l’unità organica dei metalmeccanici, so quello che è accaduto non essendoci la FLM.</p><p rend="text" >Bruno Trentin ha sempre agito in uno scenario ampio sui temi della politica internazionale. Bruno, uomo di raffinata cultura, non era solo italiano, era soprattutto europeo. Negli anni Sessanta c’era in Europa e negli organismi comunitari una discriminazione nei confronti della CGIL. L’internazionale sindacale allora esprimeva patetiche politiche di ecumenico sentimentalismo. Bruno Trentin pensava che fosse necessario fare qualcosa di nuovo. Era importante l’Europa. Ci furono grandi battaglie all’interno della CGIL, per l’approdo al sindacalismo europeo e la disaffiliazione dalla FSM. Nell’impegno di Trentin per un nuovo sindacato europeo affiorava la sua giovanile appartenenza al Partito d’azione, in particolare in sintonia con Altiero Spinelli; era convinto che il sindacato dovesse operare a livello internazionale, a partire dall’Europa, idea alla quale è rimasto fedele anche quando è stato parlamentare europeo.</p><p rend="text" >Le sue idee contribuirono a costituire <hi rend="italic">ex</hi><hi rend="italic"> novo</hi> la CES (Confederazione Europea dei Sindacati). Fu un’idea lungimirante, fatta dalle confederazioni e sostenuta con determinazione dai metalmeccanici. Non si fecero dei sindacati internazionali a cui poi aderirono la CGIL e la FIOM, si fondarono invece la Confederazione Europea dei Sindacati e la Federazione Europea dei Metalmeccanici. CGIL, CISL, UIL, UILM, FIM, FIOM furono a parità di diritti tra i soci fondatori di quelle organizzazioni.</p><p rend="text" >Bruno Trentin nell’attività internazionale del sindacato ha saputo tessere molti rapporti anche negli anni Ottanta. Curò sempre con passione i rapporti a livello internazionale. Durante la lotta dei metalmeccanici del sessantanove ci furono molti rapporti con il sindacato americano dell’automobile (la UAW). Il Presidente di quella organizzazione, Walter Reuther, si era molto impegnato nella battaglia per porre fine alla guerra del Vietnam. Ricordo gli incontri che avemmo in quel tempo. Non potrò mai dimenticare il viaggio in Vietnam del Nord, quando c’erano ancora i bombardamenti americani. Andammo, Bruno, Pierre ed io, ad Hanoi agli inizi degli anni Settanta a portare la solidarietà dei metalmeccanici italiani.</p><p rend="text" >Qualcosa va detto sugli anni Ottanta. Sono anni amari per il declino del sindacato confederale. La marcia dei quarantamila ancora oggi a ventotto anni di distanza, incombe sul sindacato; è proprio vero non passa mai. La FLM fu sconfitta perché non riuscì a convincere il ‘Consiglione’ dei delegati di Mirafiori. </p><p rend="text" >La vicenda della marcia dei quarantamila è stato il vicolo cieco da cui i sindacati non sono riusciti a uscire con una riflessione autocritica, una specie di “Bad Godesberg” sindacale; anche se è stata una vittoria di Pirro per il mondo imprenditoriale che si è crogiolato per anni su quella vittoria trovandosi alla fine impreparato rispetto ai cambiamenti nell’economia e nella finanza determinati dalla globalizzazione.</p><p rend="text" >Amara è la storia degli ultimi anni. Si viveva allora, come si vive ancora oggi, in una sinistra che sopravvive: non ci sono più sufficienti capacità per animare tensioni ideali, per suscitare trascinanti passioni. Bruno viveva con amarezza la decadenza progettuale della sinistra. Sapeva che la valorizzazione dei diritti richiede il sapere, l’elaborazione e la proposta: se si vuole vincere occorre convincere, anzi avvincere. Gli stessi problemi della crescita e della produttività vanno definiti – diceva Bruno – a monte e non a valle, con una grande valorizzazione degli aspetti qualitativi.</p><p rend="text" >Oggi il sindacato è forte, ma è in grande difficoltà. Il sindacato è come erano in Grecia gli antichi meteci, stranieri a cui veniva riconosciuta una cittadinanza dimezzata: avevano la libertà, ma non potevano votare. Sulle scelte importanti il sindacato è ora escluso, è chiamato per dire o sì o no, per prendere o lasciare.</p><p rend="text" >Porre al centro della propria ricerca il valore della libertà, la dice lunga sulla qualità dell’impegno civile oltre che sindacale e politico di Bruno Trentin. Non costituisce forse ancora oggi la libertà il vero spartiacque fra la negazione della dignità della persona umana e le varie forme di oppressione che brutalmente vediamo emergere ovunque in vario modo?</p><p rend="text" >L’attualità del ragionamento di Trentin è, dunque, indubbia. Non è un caso che egli attribuisce i maggiori e migliori successi del movimento operaio e della sinistra alle lotte per allargare libertà e democrazia, citando conquiste fondamentali: </p><p rend="quotation_b" >L’espansione della democrazia e dei poteri riconosciuti ai cittadini, fuori dai luoghi di lavoro, hanno scandito la storia e le conquiste del movimento operaio più che la riduzione sostanziale delle diseguaglianze non solo fra i proprietari ma fra i detentori dell’autorità nell’impresa (qualsiasi tipo di impresa) ed il lavoro subordinato. </p><p rend="text" >Se pensiamo all’evoluzione dei poteri di impresa, la cui cittadinanza prevalente oggi è sovranazionale a tutti gli effetti, non possiamo non convenire che il terreno della libertà è ancora nel presente prioritario per coloro che vogliano migliorare e cambiare le nostre società.</p><p rend="text" >In questo senso non può stupire la critica severa a modelli come il comunismo storico la cui concentrazione di poteri viene giudicata come un impedimento grave all’espansione delle libertà. Potremmo azzardare che in questa riflessione si avverte il riemergere del Trentin azionista, ovvero di un pensiero politico che faceva discendere proposte e scelte da una affermazione forte del diritto alla libertà.</p><p rend="text" >In questo senso, specialmente di fronte alla profonda crisi della sinistra, italiana ed europea divenuta terreno di trasformismi e di sudditanza al mondo della finanza in tutte le sue accezioni, comprese quelle più oscure, il richiamo al rapporto stretto fra libertà-democrazia-autonomia risulta essere una bussola essenziale per ricostruire quell’umanesimo socialista che oggi manca. E come interpreta Trentin il riferimento al socialismo? Lo definisce non più una ricetta per agire nella società, ma come uno strumento di ricerca nel quale ovviamente prevalgono i valori rispetto alle soluzioni, tutte da cercare e da trovare.</p><p rend="text" >In questo senso la sua esperienza sindacale è coerente con le considerazioni espresse nei suoi ultimi libri: la sua visione della autonomia, ad esempio, è il frutto di una testimonianza manifestata soprattutto fra i metalmeccanici. Spesso nei decenni passati abbiamo enfatizzato, sbagliando, il ruolo di cinghia di trasmissione della CGIL rispetto al PCI, trascurando invece lo sforzo di autonomia che in quella confederazione non solo fu espresso dalla componente della CGIL, ma anche da dirigenti comunisti come Luciano Lama e Bruno Trentin. L’autonomia però non è mai sfociata in un comportamento ‘eretico’, vista la lealtà, spesso sofferta, di cui hanno dato prova. In realtà l’autonomia per Bruno Trentin era la condizione per una dialettica propositiva fra politica e forze sociali, con lo stesso movente di fondo: allargare gli spazi di democrazia e libertà, dando respiro non alla gestione dell’esistente ma ai progetti che preparano il futuro.</p><p rend="text" >Ma che il valore della libertà non sia una affermazione astratta lo dimostra la riflessione di Trentin sulla ultima, ed in corso, rivoluzione industriale, quella tecnologica: </p><p rend="quotation_b" >ogni rivoluzione industriale… ha comportato in primo luogo nella impresa e nella unità di lavoro, nella organizzazione della produzione e nella organizzazione del lavoro, una rimessa in discussione dei precedenti equilibri di potere e dei precedenti rapporti di subordinazione. In altre parole una redistribuzione dei poteri e delle libertà. </p><p rend="text" >Se osserviamo la realtà produttiva ed economica di oggi è facile constatare che con quella considerazione Trentin invita a non dimenticare che nel mondo produttivo, anche quando non vi sono tensioni sociali, restano decisive le risposte da dare sui diritti, sullo sfruttamento della forza lavoro, sulle opportunità di partecipazione.</p><p rend="text" >E non è peregrino affermare che lo scenario produttivo ed economico rimane in bilico fra passato e presente con problemi antichi che si riaffacciano esigendo però soluzioni nuove. Ed è, dunque, importante il richiamo alla libertà come ripartenza per ragionare sulla realtà così come si presenta. </p><p rend="h2" >3. Socialismo, diritti del lavoro e libertà </p><p rend="text" >Ma vi è un altro filone del ragionamento di Trentin che non ha perso di validità nel tempo ed è quello dell’istruzione e della formazione. Un tema che si riallaccia alle origini del riformismo di sinistra, quello dei Turati e dei Buozzi che avevano individuato proprio nella conoscenza uno dei motori più potenti della emancipazione del lavoro dalle tante forme di servitù. In questo contesto tornano alle mente le battaglie contrattuali che come FLM vennero fatte in due direzioni: sui diritti di informazione e la importante esperienza delle 150 ore. </p><p rend="text" >In entrambe le rivendicazioni vi era un elemento comune: riequilibrare i rapporti di forza nelle aziende, ma in modo tale da permettere alla produzione di rimanere sul mercato ed ai lavoratori di garantirsi non solo più rispetto come persone, ma anche percorsi professionali in grado di promuovere il merito ed il sacrificio. Di tutto ciò Trentin era perfettamente consapevole fino a diventare un protagonista indiscusso di quelle lotte. </p><p rend="text" >Questa sua convinzione non ha perso valore, tutt’altro, basti pensare ai problemi della precarietà del lavoro e di costrizione di tanti giovani lavoratori a ruoli assai poco specializzati, fattori che impediscono di fatto non solo di progredire ma anche di costruirsi una vita dignitosa. </p><p rend="text" >Ma perché il pensiero di Trentin oggi va preso molto sul serio? La spiegazione sta principalmente nella debolezza della politica, specialmente quella dell’area riformista, e nello smarrimento di quell’idea forte che non ci si debba rassegnare a limitare i danni nei tempi di crisi, ma si debba comunque tentare di proporre soluzioni che guardino alla crescita sia civile del Paese che economica. Mai come in questo momento storico la tenuta della nostra società dipende da questi due fattori che in Trentin vanno di pari passo e lo evidenziò sostenendo che la sinistra è rimasta indifesa sia nei riguardi del liberismo che in quelli del nuovo conservatorismo. </p><p rend="text" >In questo senso la critica di Trentin agli errori e all’insufficienza ‘teo­rica’ oltre che pratica della sinistra coglie nel segno: la vera eguaglianza, egli osserva, è quella nel garantire reali opportunità. Ma è proprio su questo terreno che la distanza fra un mondo che procede velocemente e le strategie della sinistra si è divaricata di più. Di conseguenza </p><p rend="quotation_b" >è l’intera concezione del progresso e della modernità, come senso comune, che necessita di essere sottoposta a un profondo ripensamento. Nessun progresso è ormai concepibile e nessuna modernizzazione è ormai sostenibile se non prendono in conto questo primato della libertà attraverso la conoscenza. </p><p rend="text" >Una osservazione che pare essere assai di più una esortazione a ritrovare la passione per approfondire i veri problemi che ci sono di fronte e affrontarli con uno spirito critico, libero, costruttivo. In questo senso il contributo di Trentin appare attuale, prezioso e straordinario.</p><p rend="text" >E c’è da domandarsi se la ‘resa’ descritta da Trentin non abbia anche determinato un altro grave danno: quella <hi rend="italic">débâcle</hi> di un pensiero critico che lui annota come una delle caratteristiche più negative degli ultimi anni, incoraggiata dal prevalere dei ‘social’ e dall’affievolimento di confronti reali nel mondo politico e sociale. </p><p rend="text" >Perché mi sembra importante l’aver posto l’accento sulla crescente incapacità ad intervenire criticamente sui problemi che riguardano la società? Si può rispondere con alcune osservazioni di Trentin: intanto osserva giustamente che è mancata (e forse manca ancora) una autonomia culturale nel valutare la rivoluzione tecnologica proprio quando invece «l’informatica espropria il controllo» e, in un certo qual senso, impedisce nella società del lavoro che si possa acquisire una conoscenza che vada di pari passo con l’evoluzione tecnologica. </p><p rend="text" >Inoltre, ed è indubbio che ciò sia avvenuto, si afferma e si consolida una assenza di progetto che costringe tutti i soggetti, politici e sociali, a fare i conti con una quotidianità che non può avere il necessario respiro riformatore. </p><p rend="text" >E questo avviene sostanzialmente perché si rischia di perdere contatto con le trasformazioni in atto. Un ragionamento che si trasferisce anche nell’analisi che Trentin compie sulla crisi di ruolo che l’Europa attraversa. </p><p rend="text" >Sarebbe indispensabile, oggi più che mai, costruire le condizioni per un’unione politica dell’Europa, quanto mai però lontana. E a questo proposito la constatazione di Trentin è illuminante quando sostiene che la sinistra è stata (ed è) incapace di fare dell’unione politica europea una ‘battaglia popolare’. </p><p rend="text" >In realtà poi tutto si riconduce a quell’asse fondamentale costituito dalla considerazione che non c’è libertà senza conoscenza e, diremmo noi, viceversa. Una convinzione che viene da lontano se ricordiamo che Bruno Trentin fu fra gli artefici di una delle maggiori e migliori conquiste contrattuali della FLM, vale a dire le 150 ore. Il connubio libertà-conoscenza del resto affonda le sue radici nelle origini del movimento socialista e il tempo non ne ha scalfito la validità che, ovviamente, va aggiornata ad un mondo profondamente diverso da quello del secolo scorso.</p><p rend="text" >Senza la barra nelle mani della libertà e della conoscenza come si potrebbe mai attuare quella strategia che emerge dalle pagine del libro <hi rend="italic">La libertà viene prima</hi>: «prevedere, prevenire, guidare. In questo consiste il governo del cambiamento» . Una indicazione di marcia preziosa che introduce anche un altro elemento tipico della comune esperienza sindacale, ovvero l’affermazione nel concreto del valore della solidarietà. </p><p rend="text" >Secondo Trentin, altro passaggio condivisibile, dignità del lavoratore e libertà della persona non sono mai state, come oggi, la ragione fondamentale di una solidarietà fra diversi. In questa affermazione emerge l’altro termine diffusamente utilizzato nella sua riflessione da Trentin: la persona. Attorno ad essa ruota però una visione dinamica dell’impegno politico e sociale. Il contrario insomma di stagioni all’insegna del trasformismo e delle mode. In primo luogo è forte in Trentin il richiamo ad una azione autonoma del sindacato, ma non solo in grado di ridurre la precarietà in quanto vi è un grande sforzo di garantire ai lavoratori, specie ai più giovani, l’uguaglianza delle opportunità. Non essere, cioè, costretti senza speranza di migliorare a lavori ripetitivi, sempre più defatiganti, esclusi in definitiva dalla possibilità di progredire, di crescere professionalmente, di assumere responsabilità ma sempre riconosciute. </p><p rend="text" >In questo senso Trentin ritorna ad insistere su un tema che ha avuto una sua storia positiva: l’importanza dei diritti di informazione, quanto mai necessari in tempi incessanti di evoluzione tecnologica. Su questo terreno si capisce che influiscono sul suo pensiero delle resistenze non più ideologiche che impediscono di approdare ad un modello compiuto di partecipazione. La ragione la illustra lui stesso quando descrive l’impresa come un mondo chiuso in sé stesso, che ha recuperato potere interno utilizzando flessibilità e precarietà in modo da precludere una reale dialettica nei luoghi di lavoro ed esportare all’esterno i problemi umani e sociali che ne derivano. </p><p rend="text" >Il valore di impresa cui guarda Trentin non è allora quello di un mondo autoreferenziale, ma «parte integrante del patto Costituzionale con norme sue proprie» e, aggiunge, lasciando l’ultima parola in fatto di decisioni al management. Semmai c’è da osservare che la centralità dell’impresa oggi risente, fino talvolta ad esserne schiacciata, di una più possente e decisiva centralità del mondo finanziario e delle multinazionali tecnologiche. Ma come si risponde a questo nuovo scenario che si complica, come ben sappiamo, dalla lotta per l’egemonia mondiale fra le grandi potenze, Cina e Usa in particolare? </p><p rend="text" >Una suggestione che non va trascurata può venire dagli accenni che Trentin avanza sulla attualità del socialismo. Non lo considera più un modello spendibile, dopo i tanti fallimenti storici, ma può continuare ad essere utile proprio nell’esplorare le migliori soluzioni da dare ai temi della libertà, della dignità del lavoro, della intangibilità della persona. Utilizzando, questo sì, elementi di socialismo già presenti nella vita politica e sociale: pari opportunità, welfare rivisitato ma non abbandonato, il controllo sulla organizzazione del lavoro, la diffusione della conoscenza, solo per citare alcuni capitoli delle sue considerazioni. </p><p rend="text" >Ciò che colpisce di questa ricognizione sui problemi di fondo del mondo del lavoro e della società, è comunque un atteggiamento propositivo, lucido nell’individuare errori e mancanze, ma assai più attratto dalla ricerca di ritrovare un cammino che restituisca equilibro, equità e dignità all’economia ed al vivere civile. Un messaggio prezioso che non andrebbe disperso perché offre a sua volta ampi campi di investigazione e di proposta. </p>

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