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        <title type="main" level="a">Introduzione. La narrazione come incontro</title>
        <author>
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            <forename>Fabio</forename>
            <surname>Ciotti</surname>
            <placeName type="affiliation">University of Rome Tor Vergata, Italy</placeName>
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          <persName n="2" ref="https://orcid.org/0000-0003-3119-1316" type="ORCID">
            <forename>Carmela</forename>
            <surname>Morabito</surname>
            <placeName type="affiliation">University of Rome Tor Vergata, Italy</placeName>
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          <resp>This is a section of <title>La narrazione come incontro</title>(DOI: <idno type="DOI">10.36253/979-12-215-0045-5</idno>) by </resp>
          <name>Fabio Ciotti, Carmela Morabito</name>
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        <publisher>Firenze University Press</publisher>
        <pubPlace>Firenze</pubPlace>
        <date when="2022">2022</date>
        <idno type="DOI">https://doi.org/10.36253/979-12-215-0045-5.02</idno>
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          <p>Available for academic research purposes</p>
          <p>Open Access</p>
          <p>Copyright Author(s)</p>
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            <p>Metadata licence CC0 1.0</p>
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        <p>This is original content, published for academic research purposes</p>
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          <desc>Digital edition XML powered by Booksflow</desc>
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      <abstract xml:lang="en">
        <p>Narrative has been a subject of theoretical reflection and empirical investigation since Aristotle's Poetics. The past century has seen a growing interest in it, from an increasingly interdisciplinary perspective, leading to a truly "narrative turn" in the humanities and social sciences. The purpose of this volume is to provide an overview of this vast scholarly production, focusing in particular on: theories of narrative at the intersection of cognitive, evolutionary and computational approaches; narrative and cognitive neuroscience; and narrative and storytelling as socio-communicative phenomena.</p>
      </abstract>
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          <list>
            <item>Narrative</item>
            <item>narrative turn</item>
            <item>cognitive narratology</item>
            <item>computational narratology</item>
            <item>neurosciences</item>
            <item>storytelling</item>
          </list>
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      <p>It is available online at https://doi.org/10.36253/979-12-215-0045-5.02<ref target="https://doi.org/10.36253/979-12-215-0045-5.02" /></p>



<p rend="h1_chapter" >Introduzione<lb/>La narrazione come incontro</p><p rend="h1_author" >Fabio Ciotti, Carmela Morabito</p><p rend="text" >Il fenomeno della narrazione è stato oggetto di riflessione teorica e di indagine empirica sin dalla <hi rend="italic">Poetica</hi> di Aristotele. Il secolo scorso ha visto un crescente interesse verso di esso in una prospettiva sempre più interdisciplinare. Si pensi alla centralità della narrazione letteraria e del racconto folcloristico nel formalismo russo (Erlich 1966), alle riflessioni di Lukács (2004) ne <hi rend="italic">La teoria del romanzo</hi>, alla centralità dell’analisi formale della narrazione nello strutturalismo francese (Barthes 1969) e poi nella semiotica letteraria (Eco 1979). Ma già nel secolo scorso il fenomeno della narrazione non era oggetto esclusivo degli studi di dominio letterario: basti citare le teoria del pensiero narrativo di Bruner (1988, 2002), la teoria della coscienza come narrazione senza soggetto di Daniel Dennett (1993, 2006) o, per passare a un ambito affatto diverso, alla modellizzazione computazionale dei contesti narrativi negli studi di Intelligenza Artificiale classica, in particolare ai lavori di Roger Schank sul concetto di <hi rend="italic">script</hi> (Schank, Abelson 1977).</p><p rend="text" >Tuttavia è con l’avvento del millennio che assistiamo a quella che è stata definita come una vera e propria svolta narrativa nelle scienze umane e sociali. Una svolta in cui la narrazione è sia oggetto, sia metodo di analisi sociale e culturale, sia strumento dell’agire sociale. Le prospettive multidisciplinari già evidenziate sopra divengono vere e proprie convergenze transdisciplinari, si verifica in termini epistemologici una ‘triangolazione’ all’interno della quale l’atto della narrazione e i suoi prodotti sono indagati da prospettive diverse ma sinergiche. Narrare diventa dunque un comportamento cognitivo umano con un ruolo adattivo nelle prospettive evoluzionistiche, una attività cognitiva che sviluppa capacità innate come il <hi rend="italic">mind re</hi><hi rend="italic">ading</hi>, una strategia di comunicazione che ordina il flusso informativo sui social media, lo <hi rend="italic">storytelling</hi>. Considerando inoltre che il dominio della narrazione si espande a dismisura nel nuovo ambiente mediale, dove alla narrativa linguistica scritta o orale, si affiancano prima il cinema, poi le serialità televisiva, i videogiochi, le <hi rend="italic">graphic novel</hi>, la pubblicità e il marketing, il proiettarsi del sé nei flussi rizomatici dei social media.</p><p rend="text" >Lo scopo di questo volume, e del convegno da cui prende le mosse, è quello di rendere conto di questa vasta e variegata produzione scientifica e analisi teorica sulla narrazione, senza la pretesa di essere esaustivi, certo, ma con l’obiettivo di restituire al lettore una serie di percorsi che fungano anche da stimolo per ulteriori approfondimenti. Sebbene il libro non segua un vero e proprio piano o progetto sistematico, possiamo delineare tre assi teorico disciplinari principali che ne delimitano lo spazio argomentativo:</p><p rend="text_list" >1.	teorie della narrazione all’intersezione tra approcci cognitivi, evoluzionistici e computazionali;</p><p rend="text_list" >2.	teoria della narrazione e neuroscienze cognitive;</p><p rend="text_list" >3.	narrazione e storytelling come fenomeni socio-comunicativi.</p><p rend="text" >La prima direttrice riguarda i recenti approcci allo studio della narrazione letteraria (e dei fenomeni culturali in senso più generale), sviluppatisi negli ultimi due decenni e riguardanti l’incontro tra la teoria dell’evoluzione, le scienze cognitive di seconda generazione e le metodologie computazionali. Questi ambiti di ricerca vengono oggi raggruppati sotto le denominazioni di <hi rend="italic">Literary Darwinism</hi> (Carroll 2013), <hi rend="italic">Literary Cognitivism</hi> (Bernini e Caracciolo 2013) e <hi rend="italic">Distant reading </hi>(Moretti 2020). Sono questi termini ‘ombrello’ che racchiudono esperienze molto differenti tra loro per presupposti teorici e metodologici, ma che complessivamente hanno prodotto – e continuano a produrre – risultati scientifici importanti e di grande rilievo sia nel campo umanistico sia in quello scientifico.</p><p rend="text" >Si collocano su questa direttrice i primi quattro lavori raccolti in questo volume. L’intervento di Raul Mordenti, “L’apporto delle neuroscienze rappresenta un punto di svolta per la critica letteraria?” apre la collezione proponendo i contenuti della prolusione presentata al convegno. Mordenti, osservando come la svolta cui allude il titolo sia in affetti già in atto, osserva come gli studi teorici sulla letteratura e sulla metodologia della critica letteraria siano stati da sempre un campo ad alta ‘porosità’ intellettuale in grado di aprirsi a stimoli e competenze disciplinari diverse e inedite. Questa capacità, che è peraltro caratteristica necessaria della ricerca vera, si scontra tuttavia con la rigidità dell’assetto disciplinare dell’università italiana, basato su rigide tassonomie dei saperi, il cui superamento è ormai non solo auspicabile ma necessario per liberare le potenzialità innovative dei campi di studi cosiddetti di frontiera.</p><p rend="text" >Il saggio di Fabio Ciotti, “Una nuova svolta negli studi letterari: la convergenza tra computazione, cognizione ed evoluzione” gioca anche esso sulla metafora della svolta, prendendo le mosse dagli importanti lavori di Franco Moretti che hanno favorito la recente rinascita ed espansione degli studi di analisi computazionale del testo letterario, ormai comunemente rubricati sotto la sua fortunata formula di <hi rend="italic">Distant reading</hi>. Questa svolta, che ha un carattere eminentemente empirico e quantitativo, ha sollevato un vivace dibattito che si è esteso ben oltre la nicchia in cui storicamente questi studi si erano originariamente collocati, attirando peraltro molte critiche da parte degli ‘studiosi letterari tradizionali’. Secondo Ciotti una ragione importante alla base di queste critiche è la mancanza negli studi computazionali di fondamenti solidi e coerenti dal punto di vista della teoria: il <hi rend="italic">Distant reading</hi> è forse la prima metodologia negli studi letterari che non includa una specifica teoria della letteratura, una ontologia del letterario. Di conseguenza, gran parte dei lavori che si collocano in questo campo derivano i loro quadri di riferimento teorici dalle teorie e metodologie letterarie della tradizione del ventesimo secolo, le quali si basano per lo più sull’assunto che i testi letterari possano essere compresi attraverso la lettura e l’interpretazione. Ciotti ritiene che un approccio quantitativo e su larga scala allo studio dei fenomeni letterari e culturali sia in buona misura incompatibile con ‘l’atteggiamento ermeneutico’. E propone dunque di ricercare una teoria della letteratura adeguata ai metodi computazionali macroanalitici nel contesto degli approcci cognitivi e bio-evoluzionistici alla letteratura e gli studi sull’evoluzione culturale. Questi approcci teorici richiedono un cambiamento nel livello di descrizione del dominio letterario e giustificano il passaggio dall’’interpretazione’ alla ‘spiegazione’ come vero obiettivo dell’indagine scientifica.</p><p rend="text" >Il saggio di Caracciolo, uno dei più brillanti studiosi contemporanei di poetica cognitiva, dal titolo “Gli studi letterari cognitivi e lo statuto dell’interpretazione: un tentativo di mappatura teorica” è la traduzione italiana di un articolo uscito sulla prestigiosa rivista <hi rend="italic">New Literary History</hi> nel 2016 (2016). Prendendo le mosse da un articolo di Tony E. Jackson (2003) che espresse seri dubbi sulla coesistenza di interpretazione del testo letterario e scienza cognitiva, Caracciolo propone una linea di argomentazione in parte sovrapponibile a quella di Ciotti, solo rivolta al campo degli studi letterari cognitivi. Caracciolo infatti si pone la questione del ruolo dell’interpretazione e del <hi rend="italic">close reading</hi> in tale ambito, evidenziando le numerose e complesse aree di separazione che dividono la pratica dell’interpretazione dalla ricerca di impianto cognitivista. L’autore giunge così alla conclusione che gli studi letterari cognitivi possano esprimere appieno il loro potenziale solo andando oltre l’interpretazione, per poi passare in rassegna alcune linee di ricerca che hanno già adottato questo approccio. La seconda parte del saggio, tuttavia, cerca di recuperare gli approcci interpretativi assegnando loro un ruolo ‘euristico’ in cui le intuizioni della scienza cognitiva vengono proiettate sull’analisi testuale per delineare quella che egli definisce una «tematica cognitiva» la quale a sua volta può fornire una sorta di <hi rend="italic">intuition pumps</hi>, con le parole di Dennett, ovvero una serie di strumenti concettuali utili a illuminare lo sfondo costituito da questioni metacognitive.</p><p rend="text" >Anche il saggio di Morin, Acerbi e Sobchuk, “Perché si muore nei romanzi: l’ipotesi della simulazione dell’ordalia”, è la traduzione italiana di un articolo pubblicato in inglese su <hi rend="italic">Humanities &amp; Social Sciences Communications</hi> (già <hi rend="italic">Palgrave Communications</hi>) nel 2019 (Morin, Acerbi, e Sobchuk 2019), e rappresenta un eccellente esempio di applicazione delle assunzioni teorico-metodologiche degli studi di <hi rend="italic">cultural evolution</hi> nel dominio letterario. I tre autori prendono le mosse da una domanda teorica molto ambiziosa: di cosa tratta la narrativa di finzione, e a cosa serve? Una famiglia di teorie molto influente sostiene che la fiction si possa spiegare come un meccanismo di simulazione adattiva. Secondo questa prospettiva, la propensione umana a creare e fruire finzioni narrative è stata selezionata e tramandata poiché essa fornisce una sorta di addestramento, mediante la simulazione mentale, per affrontare situazioni critiche per la nostra sopravvivenza e riproduzione. I tre autori propongono una specifica versione di questa teoria, che chiamano «ipotesi della simulazione dell’ordalia». Questa ipotesi afferma che la narrativa finzionale simuli principalmente ‘ordalie’: situazioni in cui la reazione di un individuo potrebbe migliorare o peggiorare drasticamente la sua fitness. L’esperienza non ci prepara abbastanza per queste occasioni rare ma ad alto rischio, per questo tale ruolo è stato assunto dalle pratiche narrative. La ricerca presentata nel saggio analizza la rilevanza del tema della mortalità in testi narrativi e non narrativi, al fine di fornire una parziale evidenza sperimentale per questa ipotesi. L’analisi quantitativa di 744 romanzi americani del ventesimo secolo mostra come le probabilità di morire in contesti finzionali sia ampiamente superiore nella finzione rispetto ai tassi riscontrati nella vita reale. Questa evidenza supporta l’ipotesi della simulazione dell’ordalia, ma è anche compatibile con altre interpretazioni: la morte violenta, nonostante la sua evidente sovra-rappresentazione in contesti narrativi, non fornisce un chiaro punto di demarcazione tra contenuto finzionali e non finzionali. Al di là dei risultati specifici, questo lavoro costituisce un utile esempio metodologico, e mostra le potenzialità della convergenza tra metodologie computazionali e teoria dell’evoluzione culturale negli studi letterari, come proposto da Ciotti nel suo capitolo.</p><p rend="text" >Il saggio di Carmela Morabito, “Dall’area di Broca al sensorio digitale, trasformazioni antropologiche in atto e ‘cervelli in movimento’: una mente incorporata in un mondo digitalizzato”, apre alla serie dei contributi che si collocano nell’intersezione tra gli studi sulle forme della narrazione e le scienze cognitive più propriamente intese: prime fra tutte la nuova filosofia della mente incorporata, la psicologia e le neuroscienze cognitive. Partendo dall’assunto che le nuove forme della comunicazione sociale, con l’attenzione centrata sull’uso sempre più pervasivo di immagini all’interno della scrittura, richiedano uno studio dei meccanismi cerebrali alla base della letto-scrittura e della loro attuale modificazione in termini di riciclaggio neurale e di riconfigurazione di sistemi funzionali ‘extracorticali’, Morabito riflette su quella che si potrebbe chiamare ‘scrittura estesa’ in riferimento al paradigma dell’<hi rend="italic">embodiment</hi> e specificamente alla sua declinazione nel modello della ‘mente estesa’. Adottando come caso di studio l’uso sempre più diffuso degli <hi rend="italic">emoticon</hi> (e della loro evoluzione in <hi rend="italic">emoji</hi>), il saggio riflette sul fenomeno nel contesto teorico delle neuroscienze cognitive: il riconoscimento dei volti e delle espressioni delle emozioni è una tipica specializzazione funzionale dell’emisfero destro, ed è di notevole interesse indagare i modi e le implicazioni – epistemologiche in primo luogo - della loro strutturazione in funzione comunicativa all’interno dei testi scritti, prodotti invece dalla specializzazione funzionale dell’emisfero sinistro per il linguaggio e la letto-scrittura. Comprendere le nuove tecnologie digitali della comunicazione nella loro interazione dialettica col nostro sistema cognitivo e con i meccanismi cerebrali specie-specifici che ci caratterizzano, dal punto di vista delle loro ricadute bio-psico-sociali (per esempio, anche educative) è oggi l’elemento propulsivo di uno dei campi più vitali e ad alta valenza euristica della ricerca neuropsicologica.</p><p rend="text" >Alessandra Falzone, nel suo contributo su “Narratività ed embodiment della voce”, riflette sull’idea –­ presente nella storia del pensiero filosofico e scientifico almeno fin dalle famose considerazioni di William James sul sé e oggi trasversalmente condivisa in vari ambiti disciplinari – che individua nell’identità una natura essenzialmente narrativa. Oggi questo assunto è corroborato da numerosi studi di tipo linguistico, letterario, neuroscientifico ed evoluzionistico, Falzone però sottolinea come spesso per narratività in questi diversi campi di studio si intendano oggetti di indagine differenti, che hanno definizioni diverse e descrivono processi differenti e dunque capacità cognitive diverse, e sceglie di prendere in considerazione in modo specifico la nozione di narratività come processo cognitivo, cioè come un componente della modalità umana di costruzione della conoscenza. In quanto tale, la narratività si pone come una sorta di universale cognitivo specie-specifico, un processo eminentemente linguistico, reso possibile dalla tecnologia corporea del linguaggio e della voce in particolare. E il ruolo costitutivo e corporificato del linguaggio per la narratività viene preso in esame sia nello sviluppo ontogenetico che nell’<hi rend="italic">inner speech</hi>.</p><p rend="text" >Analizza proprio un analogo ‘riorientamento’, questa volta su scala filogenetica e ontogenetica, il saggio di Donata Chiricò “La narrazione come ‘testimonianza’. L’evoluzione dell’ascolto tra filogenesi e ontogenesi dell’orecchio”. Riallacciando la riflessione al tema del corpo e alla natura ‘incorporata’ del nostro sistema cognitivo, Chiricò ricostruisce sinteticamente il rapporto tra ascolto, azione motoria e schema corporeo in una prospettiva evoluzionistica – tratteggiando la sofisticatissima trasformazione dei corpi umani per cui la laringe, le labbra, le cavità nasali e orali, la lingua, si sono funzionalmente ‘riciclate’ per articolare suoni linguistici – e al tempo stesso evolutiva, che ripercorre il modo in cui l’ontogenesi produce gli strumenti neurali che con la maturazione dell’individuo giunge a fare delle «parole una forma di respiro e dei discorsi una complementare forma di nutrimento». Nel solco del pensiero di Leroi-Gourhan, che dal gesto porta alla parola, «la voce si afferma laddove già esiste la mano, e la parola si installa nello spazio tracciato dal gesto e dalla sua intrinseca capacità narrativa di tipo non specificamente linguistico». E nella nostra storia di specie e di individuo l’emergere della voce rappresenta un sofisticatissimo processo legato a doppio filo con la filogenesi e l’ontogenesi dell’orecchio e l’acquisizione della postura eretta.</p><p rend="text" >Il saggio di Martino Feyles, “Identità narrativa e memoria autobiografica: prospettive per un dialogo interdisciplinare”, si collega al precedente proponendo un’ulteriore riflessione sull’identità personale, questa volta basata su un confronto tra le filosofie del soggetto classiche, per le quali l’io è un dato immediato, e la prospettiva teorica di Ricoeur, per il quale, invece, l’identità personale non è affatto già data nell’immediatezza dell’auto-coscienza, ma è il frutto di una mediazione riflessiva. In questo senso assume un valore centrale la sua dimensione ‘costruita’, anzi ‘co-costruita’ nell’ambiente. Feyles ricorda la distinzione operata da Ricoeur tra «<hi rend="CharOverride-1">idem</hi>» e «<hi rend="CharOverride-1">ipse</hi>», sottolineando come l’identità definita dal termine «<hi rend="italic">idem</hi>» sia un’identità stabile e cosale, quella definita invece dal termine «<hi rend="italic">ipse</hi>» sia mobile e abbia un fondamento etico-esistenziale. È un’identità costitutivamente fondata nella relazione dialettica con l’alterità, e in questo il saggio l’autore si collega agli altri contributi del volume nel guardare al ruolo fondamentale delle dinamiche dell’interazione sociale e del linguaggio in un contesto bio-psico-sociale. Come nelle forme più classiche di narrazione l’identità del personaggio dipende dall’intreccio, cioè dalla trama degli eventi e delle azioni, così l’identità personale non precede gli eventi di una vita, ma risulta da un’operazione volta trovare un senso, a ‘costruire’ una coerenza, in una serie di accadimenti di per sé contingenti, la dimensione esperienziale del soggetto. Ci troviamo di nuovo nell’intersezione feconda fra psicologia, filosofia e neuroscienze cognitive guardata attraverso la lente teorica, come un prisma, della narrazione di sé.</p><p rend="text" >Paolo Sordi – nel saggio “Overdose di storie. La narrazione senza fine dei social media” – declina la sua riflessione sulla narrazione riflettendo su quelle che oggi nel linguaggio dei social media sono le ‘storie’: un modo veloce, semplice e divertente per condividere momenti ed esperienze quotidiane usando testo, musica, icone, immagini, video e funzioni interattive per avviare conversazioni con gli amici. Passeggere istantanee di vita in una carrellata a forte impatto visuale tramite le quali i social media dilagano anche nell’ambito letterario con la narrativizzazione dell’esperienza individuale, favorendo il sorgere di un nuovo tipo di letteratura che dà forma a inediti tipi di storie e rinnova tradizionali generi narrativi, dal diario all’autobiografia, all’interno di un ecosistema digitale ad alta funzionalità narrativa che modella le nostre pratiche quotidiane progressivamente riducendo l’esperienza della parola scritta come forma primaria di comunicazione e sostituendola con le immagini (in accordo con quanto sostenuto nel precedente saggio di Morabito sui modi in cui vanno trasformandosi molte funzioni del nostro sistema cognitivo in base all’ambiente tecnologico nel quale siamo immersi). «Attraverso i social media e i <hi rend="italic">device</hi> digitali si configura una rinnovata facoltà di scrittura che, come è inevitabile nel circuito della comunicazione, richiede una altrettanto rinnovata facoltà di lettura - ed entrambe dipendono dalle immagini, dalla fotografia».</p><p rend="text" >Mario Morcellini – collocandosi nello stesso solco della riflessione e ampliandola estendendola al rapporto soggetto-testo, nel saggio “Le narrazioni, nuove interazioni dei moderni. Lettura, cultura e pratiche digitali come presidi di identità” riflette sul tema del confronto stretto autore/lettore in un mondo in cui siamo costantemente iperstimolati da «un’alluvionale produzione di testi di ogni genere che rende il profilo dell’incontro tra lettore e testo sempre più ampio in termini di accesso», e individua proprio nella narrazione come <hi rend="italic">forma di incontro</hi> quasi «una forma di reazione civile ispirata a restituire vigore al <hi rend="italic">canone classico</hi>». L’Autore sottolinea l’importante valenza formativa, pedagogica e sociale, di utilizzare i molti strumenti e le diverse forme di comunicazione resi oggi disponibili anche ai più giovani per favorire la possibilità di una diversa partecipazione autonoma degli studenti al patto formativo della scuola, nella convinzione che l’operazione di accreditamento sociale della lettura rappresenti «il gesto più radicale di una pedagogia capace di vedere, dietro l’esercizio sui testi, lo strumento fondamentale per lo sviluppo di conoscenze, competenze, dell’imparare ad apprendere, del pensiero critico e riflessivo». Un emblematico caso di studio è individuato da Morcellini nel modo in cui il lungo tempo del Covid non ha interrotto la sete di interazioni e comunicazioni tipiche dei moderni, evidentemente ingigantita dall’emergenza e dalla paura. Anche in assenza di contatto diretto, anzi, anche per l’assenza di esso, la «storiografia dell’istante» (con le parole di Eco) si è diffusa e moltiplicata rappresentando una sorta di risorsa securitaria nel tempo della paura. E l’elaborazione dell’insicurezza ha indotto una profonda riformulazione e un riorientamento dei comportamenti di scelta comunicativa e narrativa.</p><p rend="text" >In conclusione, oltre ai contenuti scientifici e metodologici più specifici, questo libro ha anche un obiettivo culturale di più ampio respiro: tramite una riflessione profondamente interdisciplinare e trans-disciplinare sui modi del comunicare e del narrare, contribuire al superamento del divario tra le ‘due culture’, quella umanistica e quella scientifica, e promuovere una ambito di ricerca e di dibattito fortemente interdisciplinare che contribuisca a scardinare le dicotomie teoriche e filosofiche insite in tale divario, come quella tra mente e corpo, tra biologia e cultura, tra metodi ermeneutici e metodi quantitativi e computazionali. </p><p rend="text" >In una fase storica caratterizzata dalla crisi (culturale e sociale) delle scienze umanistiche, crediamo che sia all’ordine del giorno dar luogo a un genuino confronto e a una fruttuosa collaborazione tra studi letterari e culturali, scienze del bios e della mente e scienze computazionali e dei dati. Questa raccolta intende fornire dunque un contributo all’impresa intellettuale di fondare una nuova teoria naturalistica dei fenomeni culturali e letterari sulla base di una ‘epistemologia dell’incontro’, e di focalizzare l’attenzione sull’esperienza letteraria come una ‘attività naturale’ costitutiva di una vera e propria <hi rend="italic">literary niche</hi>, con tutte le conseguenze che il rapporto attivo e situato tra scrittura, lettura e interpretazione genera nella costruzione dell’individuo e della sua comunità.</p><p rend="h2" >Riferimenti bibliografici</p><p rend="bib_indx_bib" >Barthes, Roland, a cura di. 1969. <hi rend="italic">L</hi><hi rend="italic">’Analisi del racconto</hi>. Milano: Bompiani.</p><p rend="bib_indx_bib" >Bernini, Marco, e Marco Caracciolo. 2013. <hi rend="italic">Letteratura e scienze cognitive</hi>. Roma: Carocci Editore.</p><p rend="bib_indx_bib" ><hi >Caracciolo, Marco. 2016. “Cognitive Literary Studies and the Status of Interpretation: An Attempt at Conceptual Mapping.” </hi><hi rend="italic" >New Literary History</hi><hi > 47 (1): 187-207.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi >Carroll, Joseph. 2013. “A Rationale for Evolutionary Studies of Literature.</hi><hi >” </hi><hi rend="italic" >Scientific Study of Literature</hi><hi > 3 (1): 8-15.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi >Dennett, Daniel. 1993. </hi><hi rend="italic">Coscienza: che cosa è</hi>. Milano: Rizzoli.</p><p rend="bib_indx_bib" >Dennett, Daniel. 2006. <hi rend="italic">La mente e le menti : verso una comprensione della coscienza</hi>. Milano: Rizzoli.</p><p rend="bib_indx_bib" >Eco, Umberto. 1979. <hi rend="italic">Lector in fabula.</hi> Milano: Bompiani.</p><p rend="bib_indx_bib" >Erlich, Victor. 1966. <hi rend="italic">Il formalismo russo</hi>. Milano: Bompiani.</p><p rend="bib_indx_bib" ><hi >Jackson, Tony E. 2003. ““Literary Interpretation” and Cognitive Literary Studies.” </hi><hi rend="italic" >Poetics Today</hi><hi > 24 (2): 191-205.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" >Lukács, György. 2004. <hi rend="italic">Teoria del romanzo</hi>, a cura di Giuseppe Raciti. Milano: SE.</p><p rend="bib_indx_bib" >Moretti, Franco. 2020. <hi rend="italic">A una certa distanza: leggere i testi letterari nel nuovo millennio</hi>, a cura di Giuseppe Piscopo. <hi >Roma: Carocci.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi >Morin, Olivier, Alberto Acerbi, e Oleg Sobchuk. 2019. “Why people die in novels: testing the ordeal simulation hypothesis.” </hi><hi rend="italic" >Palgrave Communications</hi><hi > 5: 62.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi >Schank, Roger Carl, e Robert P. Abelson. 1977. </hi><hi rend="italic" >Scripts, Plans, Goals, and Understanding: An Inquiry Into Human Knowledge Structures</hi><hi >. Hillsdale, NJ: Lawrence Erlbaum Associates.</hi></p>



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          <head>References</head>
          <bibl n="105598">Barthes, Roland, a cura di. 1969. L’Analisi del racconto. Milano: Bompiani.</bibl>
          <bibl n="105551">Bernini, Marco, e Marco Caracciolo. 2013. Letteratura e scienze cognitive. Roma: Carocci Editore.</bibl>
          <bibl n="105375">Caracciolo, Marco. 2016. “Cognitive Literary Studies and the Status of Interpretation: An Attempt at Conceptual Mapping.” New Literary History 47 (1): 187-207.</bibl>
          <bibl n="105477">
            <bibl>Carroll, Joseph. 2013. “A Rationale for Evolutionary Studies of Literature.” Scientific Study of Literature 3 (1): 8-15.</bibl>
            <idno type="DOI">10.1075/ssol.3.1.03car</idno>
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