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        <title type="main" level="a">L’apporto delle neuroscienze rappresenta un punto di svolta per la critica letteraria?</title>
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          <persName n="1" ref="https://orcid.org/0000-0003-1543-1607" type="ORCID">
            <forename>Raul</forename>
            <surname>Mordenti</surname>
            <placeName type="affiliation">University of Rome Tor Vergata, Italy</placeName>
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          <resp>This is a section of <title>La narrazione come incontro</title>(DOI: <idno type="DOI">10.36253/979-12-215-0045-5</idno>) by </resp>
          <name>Fabio Ciotti, Carmela Morabito</name>
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        <publisher>Firenze University Press</publisher>
        <pubPlace>Firenze</pubPlace>
        <date when="2022">2022</date>
        <idno type="DOI">https://doi.org/10.36253/979-12-215-0045-5.03</idno>
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          <p>Available for academic research purposes</p>
          <p>Open Access</p>
          <p>Copyright Author(s)</p>
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            <p>Content licence CC BY 4.0</p>
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        <p>This is original content, published for academic research purposes</p>
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      <abstract xml:lang="en">
        <p>Theoretical studies on literature and the methodology of literary criticism have always been a field of high intellectual "porosity" capable of opening up to diverse and novel disciplinary stimuli and expertise. However, this capacity, which is moreover a necessary characteristic of proper research, clashes with the rigidity of the disciplinary structure of the Italian university, based on rigid taxonomies of knowledge. Overcoming this rigidity is now desirable and necessary to release the innovative potential of the so-called frontier fields of study.</p>
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            <item>Theory of literature</item>
            <item>literary criticism</item>
            <item>cognitive literary studies</item>
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      <p>It is available online at https://doi.org/10.36253/979-12-215-0045-5.03<ref target="https://doi.org/10.36253/979-12-215-0045-5.03" /></p>



<p rend="h1_chapter" >L’apporto delle neuroscienze rappresenta un punto di svolta per la critica letteraria?</p><p rend="h1_author" >Raul Mordenti</p><p rend="text" >La domanda che dà il titolo a questa mia riflessione, cioè se l’apporto delle neuroscienze possa costituire un svolta per i nostri studi, in particolare per la critica letteraria, trova una risposta in ciò che è già avvenuto, insomma negli studi recenti o in atto che già rappresentano una tale svolta. </p><p rend="text" >Mi limito a citare i lavori di due studiosi che hanno partecipato al convegno su “La narrazione come incontro”, svoltosi nel 2021 all’Università di Tor Vergata e sulla cui base si è sviluppata questa raccolta di saggi: Stefano Calabrese e Michele Cometa. Il primo ha dimostrato ancora una volta, in un suo libro recente a proposito di Svevo (Calabrese 2020, 2017), la produttività critica degli approcci di cui parliamo; il secondo ha fornito una messa a punto del problema (Cometa 2017) che considero fondativa, ricchissima di aperture e di riferimenti bibliografici, insomma un lavoro da cui in futuro non si potrà prescindere. </p><p rend="text" >Io vorrei limitarmi a riflettere proprio sul concetto di ‘svolta’ riferendomi al settore scientifico disciplinare che ci appartiene, L-Fil-Let/14, insomma Critica letteraria e letterature comparate, con i relativi campi paradigmatici di Teoria della letteratura, Metodologia e storia della critica letteraria, “Storia della critica e della storiografia letteraria, Traduttologia, Sociologia della letteratura, ecc. In realtà se ne ripercorriamo una breve storia, come è possibile fare semplicemente sulla base della nostra memoria biografica, io credo di poter dire che questo settore si è caratterizzato proprio per la sua capacità di aprirsi, di assimilare, di modificarsi, di essere poroso; molto di più di quanto non siano stati gruppi disciplinari contigui e affini o fratelli/(coltelli).</p><p rend="text" >Vado veramente a memoria: quando ancora vigeva il radicale interdetto crociano contro la sociologia, qualcuno (mi piace fare qui il nome di Graziella Pagliano) portò in Italia e cominciò a praticare la sociologia della letteratura. </p><p rend="text" >Quando la psicoanalisi era in Italia vitanda (e continuò a esserlo a lungo, forse lo è tuttora) ci furono degli studiosi di critica letteraria che ne fecero – fra i primi al mondo – un uso originalissimo e creativo per gli studi di letteratura (basti fare i nomi di Francesco Orlando e quello – che mi è particolarmente caro – di Mario Lavagetto). </p><p rend="text" >Così come quando si trattò di utilizzare l’apparato conoscitivo che ci veniva dallo strutturalismo e poi dalla semiotica, ci fu una <hi rend="italic">vague </hi>(forse perfino eccessiva) di studi narratologici e semiologici che trovarono ampio spazio a partire dal nostro settore disciplinare. Faccio notare che ciò avvenne con un’attenzione costante – che meriterebbe da sola un discorso ben più ampio – per la scuola e i suoi strumenti didattici (anche in questo caso, un solo nome per tutti: quello di Remo Ceserani); così che suona davvero paradossale – stavo per scrivere: vergognoso – che fra «le materie per insegnare» richieste dal Ministero ai nostri laureati non figuri il nostro settore, benché Letterature comparate sia l’unico campo paradigmatico che corrisponde alla richiesta reiterata più volte dallo stesso Ministero di aprire gli studi letterari nelle nostre scuole all’Europa e al mondo (a proposito del rapporti con la didattica e la scuola, si potrebbe anche ricordare polemicamente che proprio il nostro, e non Letteratura italiana, fu il settore scientifico-disciplinare in cui fu inquadrato Francesco De Sanctis). </p><p rend="text" >E ancora: quando Mario Morcellini (che saluto con particolare affetto, perché la nostra amicizia è più antica della data di nascita della maggioranza degli autori che partecipano a questo volume) si inventò le scienze dell’informazione e della comunicazione in ambito universitario, in tutta Italia furono molti i colleghi del nostro settore disciplinare (alcuni oggi presenti) a promuovere e a presiedere i Corsi di laurea che si riuscì a mettere in piedi, superando le mille e mille difficoltà che l’assetto arcigno e statico dell’accademia opponeva a questa novità. E lo stesso discorso può farsi per i <hi rend="italic">cultural studies </hi>(penso ancora a Michele Cometa), per non dire dei <hi rend="italic">gay and lesbian studies</hi> (Tor Vergata ospitò il primo corso in Italia di <hi rend="italic">gay studies</hi> tenuto da Francesco Gnerre) e in generale degli ‘studi di genere’, che ormai rappresentano anche quantitativamente tanta parte della produzione scientifica del nostro settore. </p><p rend="text" >Infine, ma non certo ultima per importanza, l’informatica testuale, parte tanto rilevante della informatica umanistica. Questo campo di studi, per la sua stessa natura, veniva respinto dall’assetto rigido e stupido della tassonomia disciplinare universitaria italiana. Benché si trattasse di una sorta di primazia e di eccellenza mondiale della ricerca italiana, ai colleghi che praticarono per primi questa direzione di studi si opponeva da parte degli italianisti (o dei linguisti, o dei classicisti, o degli storici, o dei filologi, ecc.) l’obiezione di essere troppo informatici, e da parte degli informatici l’obiezione di non esserlo abbastanza, con quale esito nei concorsi e nelle chiamate è memoria dolorosa e ancora troppo recente. Uno dei fondatori dell’informatica applicata al testo letterario, il nostro Giuseppe Gigliozzi, morì essendo ancora ricercatore.</p><p rend="text" >Tuttavia credo di poter dire – con qualche soddisfazione anche personale – che l’informatica umanistica sembra finalmente aver trovato spazio nell’università a cominciare proprio dal nostro settore, e ormai esiste un piccolo zoccolo di giovani colleghi che nei ruoli dell’università praticano l’informatica umanistica e che fanno parte di L-Fil-Let/14: speriamo che essi sappiano sempre più consolidare e rafforzare questo spazio con le loro attività di ricerca. </p><p rend="text" >Se questa rassegna ha un qualche fondamento, e non è solo il frutto di un orgoglio corporativo <hi rend="italic">ex post</hi> di un pensionato del settore quale io sono, allora probabilmente qui è da mettere in discussione qualcosa di più radicale, cioè la tassonomia disciplinare che governa ancora la nostra università.</p><p rend="text" >Il caso-limite dell’informatica umanistica mi spinge a una breve riflessione sull’assetto disciplinare ancora oggi vigente nell’Università: è un assetto che definirei ‘a canne d’organo’, cioè che presuppone una rigidità e un’identità fissa delle discipline e una sostanziale incomunicabilità fra loro. Un tale assetto, mentre premia la ripetizione e la continua rielaborazione del già detto, punisce l’interdisciplinarità e, anzi, tutto ciò che si muove ai confini delle discipline; ma si dà il caso che l’innovazione, in ogni campo dell’attività scientifica, sia rappresentata sempre proprio da ciò che si muove ai confini, ai margini, e che l’innovazione – per sua natura – tenda di continuo a forzare e a violare i limiti vigenti. Naturalmente sarebbe pretendere troppo che l’ANVUR, e i suoi ossessivi meccanismi quantitativi, tengano conto di tutto questo, così che l’innovazione, e in particolare l’interdisciplinarità, sono e restano pesantemente penalizzati.</p><p rend="text" >Credo che all’assetto disciplinare ‘a canne d’organo’ dovremmo sostituire un assetto mobile fondato sulle diverse ‘cassette degli attrezzi’, che si prendono e si lasciano a seconda della bisogna, arricchendole ogni volta con l’uso. Se ci riflettiamo, le cose anche nelle nostre discipline, quando hanno funzionato, hanno sempre funzionato così: per fare critica letteraria si sono sempre utilizzate strumentazioni (e se si vuole: competenze disciplinari) che critica letteraria <hi rend="italic">stricto sensu</hi> non erano affatto. Non ce ne siamo accorti perché questo apparteneva alla tradizione, apparteneva al dato (e forse perché – fortunatamente – non c’era ancora l’ANVUR); ma non c’è dubbio che la migliore critica della letteratura abbia sempre utilizzato nel suo farsi discipline come la filologia (anzitutto), la paleografia, la storiografia, la storia della lingua, e chi più ne ha più ne metta.</p><p rend="text" >Allora io credo che l’importanza di un approccio come quello di questo volume consista nel fatto che in futuro non sarà impensabile che nei nostri studi si utilizzino competenze disciplinari finora del tutto ignorate (almeno da me), come la paletnologia, la psicologia cognitiva, la neurologia, le neuroscienze e la neurobiologia, l’evoluzionismo, ecc.</p><p rend="text" >Come tutto ciò si componga, oppure si contrapponga, all’assetto disciplinare dell’università: ecco un problema decisivo, e del tutto aperto, che toccherà risolvere alla nuova generazione di studiosi di critica della letteratura.</p><p rend="h2" >Riferimenti bibliografici</p><p rend="bib_indx_bib" >Calabrese, S. 2017. <hi rend="italic">La letteratura e la mente. Svevo cognitivista</hi>. Milano: Meltemi.</p><p rend="bib_indx_bib" >Calabrese, S. 2020. “Trauma e racconto.” <hi rend="italic">Testo e Senso</hi> 21, dicembre 2020 &lt;https://testoesenso.it/index.php/testoesenso/article/view/466&gt; (2023-02-01).</p><p rend="bib_indx_bib" >Calabrese, S., and D. Nedkova. 2019. “Narrative Therapy of the Sporting Body.” <hi rend="italic">Testo e Senso</hi> 20, novembre 2019 &lt;https://testoesenso.it/index.php/testoesenso/article/view/429&gt; (2023-02-01). </p><p rend="bib_indx_bib" >Cometa, M. 2017. <hi rend="italic">Perché le storie ci aiutano a vivere. La letteratura necessaria</hi>. Milano: Raffaello Cortina.</p>


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          <head>References</head>
          <bibl n="105579">Calabrese, S. 2017. La letteratura e la mente. Svevo cognitivista. Milano: Meltemi.</bibl>
          <bibl n="105391">Calabrese, S. 2020. “Trauma e racconto.” Testo e Senso 21, dicembre 2020 &amp;lt;https://testoesenso.it/index.php/testoesenso/article/view/466&amp;gt; (2023-02-01).</bibl>
          <bibl n="105331">Calabrese, S., and D. Nedkova. 2019. “Narrative Therapy of the Sporting Body.” Testo e Senso 20, novembre 2019 &amp;lt;https://testoesenso.it/index.php/testoesenso/article/view/429&amp;gt; (2023-02-01).</bibl>
          <bibl n="105525">Cometa, M. 2017. Perch&amp;#233; le storie ci aiutano a vivere. La letteratura necessaria. Milano: Raffaello Cortina.</bibl>
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