<?xml version="1.0" encoding="utf-8" standalone="yes"?>
<TEI xmlns="http://www.tei-c.org/ns/1.0">
  <teiHeader>
    <fileDesc>
      <titleStmt>
        <title type="main" level="a">Gli studi letterari cognitivi e lo statuto dell'interpretazione: un tentativo di mappatura teorica</title>
        <author>
          <persName n="1" ref="https://orcid.org/0000-0002-7955-0325" type="ORCID">
            <forename>Marco</forename>
            <surname>Caracciolo</surname>
            <placeName type="affiliation">Ghent University, Belgium</placeName>
          </persName>
        </author>
        <respStmt>
          <resp>This is a section of <title>La narrazione come incontro</title>(DOI: <idno type="DOI">10.36253/979-12-215-0045-5</idno>) by </resp>
          <name>Fabio Ciotti, Carmela Morabito</name>
        </respStmt>
      </titleStmt>
      <publicationStmt>
        <publisher>Firenze University Press</publisher>
        <pubPlace>Firenze</pubPlace>
        <date when="2022">2022</date>
        <idno type="DOI">https://doi.org/10.36253/979-12-215-0045-5.05</idno>
        <availability>
          <p>Available for academic research purposes</p>
          <p>Open Access</p>
          <p>Copyright Author(s)</p>
          <licence source="text" target="https://creativecommons.org/licenses/by/4.0/legalcode">
            <p>Content licence CC BY 4.0</p>
          </licence>
          <licence source="metadata" target="https://creativecommons.org/publicdomain/zero/1.0/legalcode">
            <p>Metadata licence CC0 1.0</p>
          </licence>
        </availability>
      </publicationStmt>
      <sourceDesc>
        <p>This is original content, published for academic research purposes</p>
      </sourceDesc>
    </fileDesc>
    <encodingDesc>
      <appInfo>
        <application version="2.2" ident="Booksflow">
          <desc>Digital edition XML powered by Booksflow</desc>
        </application>
      </appInfo>
    </encodingDesc>
    <profileDesc>
      <abstract xml:lang="en">
        <p>What is the role of interpretation—the close reading of individual texts—in cognitive literary studies? In attempting to come to grips with this vexed question, my article focuses on the complex divides that separate the practice of interpretation from cognitive-scientific research. I argue that cognitive literary studies can only fulfill their potential by moving beyond interpretation, and I survey lines of research that have already put into practice this intuition. Secondly, I explore a heuristic use of interpretation, where insights from cognitive science are leveraged—in what I call a “cognitive thematics”—to illuminate a background of metacognitive questions.</p>
      </abstract>
      <textClass>
        <keywords>
          <list>
            <item>cognitive literary studies</item>
            <item>distant reading</item>
            <item>interpretation</item>
            <item>cogntive thematics</item>
          </list>
        </keywords>
      </textClass>
    </profileDesc>
  </teiHeader>
  <text>
    <body>
      <p>It is available online at https://doi.org/10.36253/979-12-215-0045-5.05<ref target="https://doi.org/10.36253/979-12-215-0045-5.05" /></p>



<p rend="h1_chapter" >Gli studi letterari cognitivi e lo statuto dell’interpretazione: un tentativo di mappatura teorica</p><p rend="h1_author" >Marco Caracciolo</p><p rend="h2" >1. Introduzione<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-016-backlink"><ref target="OP08653_Ciotti-Morabito_XML_04.html#footnote-016">1</ref></hi></hi></p><p rend="text" >In un articolo del 2003, Tony E. Jackson ha espresso seri dubbi sulla coesistenza di interpretazione del testo letterario e scienza cognitiva all’interno del progetto dei cosiddetti ‘studi letterari cognitivi’ (Jackson 2003). Dalla pubblicazione dell’articolo di Jackson, l’approccio cognitivo ha acquisito rilevanza all’interno degli studi letterari, come evidenziato da un crescente numero di pubblicazioni<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi xml:id="footnote-015-backlink"><ref target="OP08653_Ciotti-Morabito_XML_04.html#footnote-015">2</ref></hi></hi>. La critica di Jackson è spesso citata senza esaminare adeguatamente la sua obiezione centrale sull’incommensurabilità tra interpretazione letteraria e modelli scientifico-cognitivi. Alcuni studiosi hanno trovato più produttivo aggirare queste obiezioni concentrandosi sui fattori bio-evolutivi e psicologici che <hi rend="italic">sottendono </hi>l’interpretazione<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi xml:id="footnote-014-backlink"><ref target="OP08653_Ciotti-Morabito_XML_04.html#footnote-014">3</ref></hi></hi>. Tuttavia, la questione di quale ruolo – se ce ne è uno – dovrebbe giocare la pratica accademica dell’interpretazione letteraria all’interno del progetto degli studi letterari cognitivi non è stata affrontata a sufficienza. Da un lato, l’interpretazione – il <hi rend="italic">close reading</hi> di singoli testi – sembra essere viva e vegeta nel lavoro di molti, se non della maggior parte, degli studiosi aderenti agli studi letterari cognitivi. D’altra parte, la pratica dell’interpretazione sembra, di fatto, destare qualche preoccupazione, specialmente se si è a favore di un modello forte di interdisciplinarità in cui ci si aspetta che gli studi letterari aprano un ‘dialogo a due vie’ con le scienze cognitive, non solo importando concetti e modelli (spesso in modo metaforico) ma partecipando attivamente alla ricerca scientifico-cognitiva e dandole forma. L’intuizione principale di questo articolo è che questo invito per un dialogo a due vie – mosso da studiosi come Meir Sternberg e David Herman – possa essere accolto solo raccogliendo la sfida di Jackson e rivalutando lo statuto dell’interpretazione nella nostra disciplina (Herman 2013, 311; Sternberg 2003).</p><p rend="text" >La mossa iniziale della mia argomentazione è di riconoscere che l’interpretazione letteraria e la scienza cognitiva sono effettivamente soggette a vincoli diversi e sembrano essere incommensurabili in una varietà di modi. A differenza di Jackson, tuttavia, non penso che concedere questo assunto segni la fine degli studi letterari cognitivi, poiché questo approccio non è necessariamente basato sull’«idea di ancorare l’interpretazione alla scienza cognitiva», come ritiene Jackson (2003, 197). Al contrario, vorrei dimostrare che gli studi letterari cognitivi possono fare la loro parte solo riconsiderando, e in qualche misura andando <hi rend="italic">oltre</hi>, la pratica dell’interpretazione. Cercherò di spiegare quale ruolo l’interpretazione potrebbe giocare all’interno di questo progetto cognitivista, chiarendo che dovrebbe essere usata in modo euristico e con la piena consapevolezza dei suoi limiti epistemologici: attraverso quella che chiamerò una ‘tematica cognitiva’, i testi letterari possono illuminare uno sfondo di domande metacognitive, suggerendo l’incompletezza dell’attuale conoscenza scientifica sulla mente. Interpretazione e modelli cognitivo-scientifici possono pertanto lavorare in tandem, ciascuno richiamando attenzione sui punti ciechi dell’altro.</p><p rend="text" >Cominciamo parafrasando ed estendendo la discussione di Jackson sulle differenze di base tra l’interpretazione letteraria e le ipotesi (cognitivo-)scientifiche. Lo scopo qui non è tanto quello di offrire un resoconto completo della nozione di spiegazione scientifica (o, parallelamente, di quella di interpretazione), quanto quello di segnalare alcune delle discrepanze più evidenti tra loro. Una buona interpretazione letteraria deve essere innovativa e stimolante, deve rispondere agli interessi di una data comunità interpretativa (criterio dell’interesse); deve gettare luce su un aspetto importante del testo che si propone di interpretare (criterio testuale); inoltre, deve essere ben argomentata e sufficientemente fondata sull’evidenza testuale (criterio retorico). Una buona ipotesi scientifica deve dare un contributo a un determinato quadro scientifico (una versione del criterio dell’interesse); deve fare previsioni su fenomeni che mostrano qualche tipo di regolarità (criterio di generalizzabilità); e deve essere falsificabile e supportata da prove sperimentali (criterio empirico). Da questo punto di vista, e come sostenuto da Jackson, l’interpretazione letteraria è davvero lontana da qualsiasi progetto scientifico, perché si basa sull’argomentazione invece che su prove empiriche, perché non può essere falsificata e perché cerca di far luce su uno <hi rend="italic">specifico</hi> testo o corpus di testi, invece di rispondere a una domanda generale sul mondo o sulla psicologia umana.</p><p rend="text" >Dobbiamo tenere a mente, tuttavia, che l’interpretazione non è completamente contrapposta alla generalizzazione: possiamo capire un testo specifico solo collegandolo a un insieme più generale di interessi e domande definite congiuntamente dall’interprete e da una comunità interpretativa. Ma la generalizzazione coinvolta nell’interpretazione letteraria opera in modo diverso dalla generalizzazione scientifica: mentre la scienza tende ad astrarre dalle istanze particolari di un fenomeno per poterle sussumere sotto una legge generale o uno schema/modello astratto, l’interpretazione mantiene quella che vorrei chiamare – prendendo in prestito un termine dalla psicologia della Gestalt – una struttura figura-sfondo<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi xml:id="footnote-013-backlink"><ref target="OP08653_Ciotti-Morabito_XML_04.html#footnote-013">4</ref></hi></hi>. Una precondizione dell’interpretazione è che, affinché un testo o un artefatto assuma un significato (la ‘figura’), deve essere posizionato in relazione a un dato aspetto della visione del mondo dell’interprete (lo ‘sfondo’). La figura o significato interpretativo emerge sempre da uno sfondo, e sfondi diversi porteranno gli interpreti a concentrarsi su una figura diversa. Barend van Heusden arriva vicino a teorizzare questa struttura figura-sfondo dell’interpretazione: «Noi non interpretiamo i testi, interpretiamo con l’aiuto dei testi. Ciò che viene interpretato, infatti, non è il testo ma un aspetto dell’attualità, della vita. Quindi capire un testo implica: essere in grado di concettualizzare un aspetto della realtà» (van Heusden 2010, 60). A differenza di van Heusden, non penso che «interpretare testi» e «interpretare un aspetto della realtà» siano attività contrastanti. Noi interpretiamo i testi proiettandoli <hi rend="italic">contro</hi> un aspetto della nostra visione del mondo, e questa ‘proiezione’ costituisce la base di una determinata interpretazione. Questa relazione tra figura e sfondo è vitale per l’interpretazione e la distingue dalla spiegazione scientifica, dove alla fine lo sfondo (la regola generale o il modello) annulla la figura (i singoli casi esaminati dallo scienziato).</p><p rend="text" >Il fatto che un testo letterario possa essere proiettato contro molti sfondi diversi rispecchia la flessibilità dell’interpretazione stessa e rende conto di ciò che Marcus Nordlund e Nancy Easterlin hanno definito la sua «inimmaginabile complessità» (Easterlin 2012, cap. 1; Nordlund 2002). In altre parole: lo stesso testo letterario può generare molteplici letture (da qui la complessità dell’interpretazione) a causa dei molti sfondi con cui può comunicare (da qui la sua flessibilità). Ciò che è particolarmente importante in questo contesto è che la scienza cognitiva stessa può porsi come sfondo interpretativo: una lettura informata dalla scienza cognitiva (abbreviata come LISC in seguito) mira a collegare particolari testuali con domande, modelli e teorie che emergono dalla scienza cognitiva. Quali sono i presupposti di questo tipo di interpretazione? Come differisce da altre interpretazioni, e come può contribuire alla scienza cognitiva? Queste sono alcune delle domande con le quali mi misurerò nelle prossime pagine.</p><p rend="text" >Inevitabilmente, la mia discussione comporta un certo grado di semplificazione, poiché qualsiasi approccio cognitivista alla letteratura è destinato ad essere eterogeneo nelle sue fonti e nei suoi metodi: l’interpretazione è un <hi rend="italic">aspetto</hi> degli studi letterari, forse un aspetto chiave, ma non può comunque spiegare tutto ciò che gli studiosi di letteratura fanno o scrivono. Questo è particolarmente vero per gli approcci cognitivi alla letteratura, dove – come suggerirò – gli obiettivi interpretativi spesso coesistono con altri progetti, come teorizzare la risposta dei lettori o esplorare il rapporto tra la letteratura e i suoi contesti socioculturali. Tuttavia, mantenere il <hi rend="italic">focus</hi> sull’interpretazione mi aiuterà a far emergere questioni e limiti che altrimenti sarebbe difficile individuare, sollevando domande cruciali sul presente e sul futuro degli studi letterari.</p><p rend="h2" >2. Due tesi sull’interpretazione letteraria</p><p rend="text" >Nell’introduzione ho chiamato «LISC» («lettura informata dalla scienza cognitiva») qualsiasi interpretazione di un dato testo/autore/periodo che utilizzi come fondamento una teoria o un modello cognitivo. Gli esempi di LISC abbondano negli studi letterari cognitivi, dal lavoro di Alan Richardson sul sublime Romantico (Richardson 2010) alla «analisi cinesica» di Guillemette Bolens di testi che vanno da <hi rend="italic">Sir Gawain e</hi><hi rend="italic"> il Cavaliere Verde </hi>all’<hi rend="italic">Ulisse</hi> di James Joyce (Bolens 2012). Al contrario, chiamerò «OAL» («ogni altra lettura») qualsiasi interpretazione che adotti come base un insieme di problematiche non direttamente collegate alla scienza cognitiva, come la rappresentazione culturale della disabilità o le dinamiche sociali nella Londra Vittoriana. In questa sezione discuterò due tesi sullo statuto dell’interpretazione negli studi letterari cognitivi. La tesi 1 è la seguente:</p><p rend="text" >Una lettura ispirata alle scienze cognitive (LISC) non è necessariamente una interpretazione migliore di una che utilizzi come base una teoria non scientifica (OAL).</p><p rend="text" >Da questo punto di vista, ciò che rende un’interpretazione una buona interpretazione non è la scientificità delle teorie a cui ricorre, ma piuttosto il suo soddisfare i tre criteri esposti nell’introduzione: interesse, acume testuale e attrattiva retorica. Se seguiamo una teoria istituzionale della letteratura come quella di Peter Lamarque, questi criteri sono stabiliti dai lettori e dai professionisti della letteratura e sono diversi dai criteri <hi rend="italic">scientifici</hi> (Lamarque 2009, 59-61).</p><p rend="text" >Consideriamo, per esempio, la lettura psicoanalitica di Peter Brooks de <hi rend="italic">La Peau de chagrin</hi> di Balzac in <hi rend="italic">Reading for the Plot</hi> (Brooks 1984, 48-54)<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi xml:id="footnote-012-backlink"><ref target="OP08653_Ciotti-Morabito_XML_04.html#footnote-012">5</ref></hi></hi>. La scientificità delle teorie psicoanalitiche è stata ferocemente dibattuta durante le cosiddette ‘Freud wars’ degli anni ’80 e ’90, ma ci sono pochi dubbi oggi che la psicoanalisi freudiana non può essere intesa in senso stretto come una teoria scientifica, se non altro per il fatto che alcune delle sue ipotesi sono state testate empiricamente e si sono rivelate false (Easterlin 2000; Erwin 1996). Eppure la lettura di Brooks del romanzo di Balzac appare tutt’altro che banale o poco interessante: la sua interpretazione è sfumata e perspicace e aggiunge valore alla nostra comprensione del romanzo di Balzac in maniera considerevole. Un interprete contemporaneo potrebbe proporre una lettura alternativa dello stesso romanzo ispirata, per esempio, a una rispettabile teoria scientifica di psicologia evolutiva. Questa ipotetica lettura potrebbe essere meno perspicace e gratificante di quella di Brooks, anche se quest’ultima è sostenuta da una teoria (la psicoanalisi) che la maggior parte degli psicologi cognitivi oggi non considererebbe più valida come modello di funzionamento mentale. Il risultato è che l’adesione delle LISC a un paradigma scientifico non le trasforma in interpretazioni intrinsecamente migliori di OAL, semplicemente perché la scientificità di un modello o di una teoria perde rilevanza nel momento della sua applicazione all’interpretazione letteraria. Ciò che conta, in un contesto interpretativo, è la novità e l’adeguatezza testuale delle intuizioni offerte su una data opera.</p><p rend="text" >Anticipo due possibili obiezioni a questa tesi. La prima parte da quello che chiamo il ‘criterio dell’interesse’, sostenendo che, istituzionalmente, la critica letteraria ha sempre bisogno di nuovi framework e fondamenti interpretativi su cui lavorare: quindi, le LISC possono essere considerate intrinsecamente superiori alle OAL a causa di questo bisogno di novità. Presumibilmente, il campo degli studi letterari in ciascun momento consiste di un certo numero di programmi ermeneutici – per usare il termine di Liesbeth Korthals Altes (2014, 96-7) – o di approcci critici che lottano per acquisire visibilità e status. Gli studi letterari cognitivi sono, senza dubbio, uno di questi programmi ermeneutici: pur occupando ancora una posizione minoritaria, sembrano guadagnare rilevanza<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi xml:id="footnote-011-backlink"><ref target="OP08653_Ciotti-Morabito_XML_04.html#footnote-011">6</ref></hi></hi>. In tal modo, le LISC potrebbero essere preferite ad altre interpretazioni perché seguono questa tendenza sempre più riconosciuta negli studi letterari di oggi. Nella temperie attuale, una LISC di <hi rend="italic">La Peau de chagrin</hi> potrebbe sembrare intrinsecamente più attraente di una ennesima interpretazione che, seguendo le orme di Brooks, applichi la teoria freudiana al romanzo di Balzac. Questa ipotetica lettura psicoanalitica può essere considerata superata perché riflette un paradigma precedente – e in larga misura esaurito – all’interno dell’indagine letteraria. Si noti, tuttavia, che questa obiezione complica la Tesi 1 senza negare la sua affermazione centrale, la quale rivendica il fatto che la scientificità di uno sfondo interpretativo <hi rend="italic">non</hi> ne garantisce la superiorità. I fattori istituzionali giocano un ruolo nella valutazione delle interpretazioni, ma questi fattori sono interni agli studi letterari come disciplina e non dovrebbero essere confusi con la validità scientifica di un modello cognitivo <hi rend="italic">al di fuori</hi> <hi rend="italic">dell</hi>’interpretazione. Nell’odierno studio accademico della letteratura, le LISC esistono fianco a fianco con altri programmi ermeneutici non cognitivisti, e non c’è, istituzionalmente, alcun consenso sulla loro superiorità. La Tesi 1 è, quindi, <hi rend="italic">sia</hi> un’affermazione normativa <hi rend="italic">sia</hi> una descrizione della situazione attuale dell’interpretazione letteraria.</p><p rend="text" >Una seconda obiezione alla Tesi 1 è stata recentemente formulata in un diverso contesto da Emily Troscianko. In breve, essa sostiene che l’interpretazione può trarre profitto dalla consapevolezza del suo stesso funzionamento psicologico. Come dice Troscianko, «è importante ricordare che l’interpretazione letteraria non è una modalità di spiegazione a priori; essa stessa può trarre beneficio da un’indagine che cerca di spiegare i suoi processi» (Troscianko 2016, 22). Così, le LISC possono essere preferibili a OAL perché possono utilizzare le teorie cognitive dell’atto della lettura come sfondo interpretativo. Potenzialmente, questo rende le LISC più universalmente valide di OAL, poiché rafforzano le intuizioni interpretative di un dato lettore con esempi di come altri lettori possono comprendere un testo letterario. Questo programma di ricerca funziona combinando l’interpretazione con quello che chiamerò nella prossima sezione un approccio ‘processuale’, ovvero un approccio che mira a teorizzare l’atto della lettura da una prospettiva psicologica. Sfortunatamente questa idea, che può sembrare molto attraente a prima vista, si imbatte in difficoltà concettuali non appena consideriamo più da vicino i suoi presupposti.</p><p rend="text" >Per cominciare, questa obiezione presuppone che l’interpretazione letteraria possa essere completamente <hi rend="italic">spiegata</hi> dalla scienza cognitiva. Tuttavia, come hanno argomentato negli ultimi anni studiosi quali Nordlund (2002) e Easterlin (2012, cap. 1), questa affermazione ignora un gran numero di avvertenze sulla difficoltà di conciliare la spiegazione scientifica con la comprensione interpretativa: l’interpretazione non può essere facilmente <hi rend="italic">equiparata</hi> ai processi che rientrano nell’ambito delle scienze cognitive. La psicolinguistica e la psicologia cognitiva, per esempio, possono studiare l’elaborazione di inferenze e la costruzione di modelli che contribuiscono alla comprensione linguistica e alla comprensione del discorso, ma queste attività non sono interpretazione in senso stretto. Korthals Altes argomenta questo punto come segue: «Dovrebbe essere chiaro che [la creazione del significato letterario] va ben oltre l’inferenza automatica o l’attribuzione di significato semantico alle parole: esso include una sintesi sofisticata, così come il calcolo complesso di un gioco di prospettive, portando l’indagine cognitiva vicina all’interpretazione, forse troppo vicino per sentirsi a proprio agio» (2014, 36).</p><p rend="text" >Sulla stessa linea, il filosofo della letteratura Lamarque distingue tre livelli di coinvolgimento con i testi letterari: esplicazione (comprensione linguistica), elucidazione (comprensione narrativa), e l’interpretazione propriamente detta (Lamarque 2009, 141-51). Come articolazione riflessiva di significati tematici o culturali, l’interpretazione propriamente detta è sempre prospettica, poiché dipende dagli interessi e dalle predisposizioni dell’interprete. Presumibilmente, la scienza cognitiva può aiutarci a comprendere come i vincoli evolutivi e psicologici plasmino questi processi interpretativi, ma non può convalidare le letture individuali – e spesso altamente idiosincratiche – offerte dagli studiosi di letteratura (Hart 2001). In breve, il divario tra lo studio dei processi cognitivi e la <hi rend="italic">pratica</hi> dell’interpretazione non può essere facilmente colmato o spiegato. Finché questo divario non sarà affrontato, sembra ingiustificato pensare che sapere di più sulla psicologia della lettura possa aiutarci a trovare letture migliori di singole opere letterarie, come suggerito da Troscianko. Le letture convincenti, ho sostenuto nell’introduzione, sono innovative e non ovvie, mentre il progetto di studiare i vincoli psicologici dell’interpretazione sembra andare in una direzione molto diversa: esso mette a fuoco processi che sono <hi rend="italic">condivisi</hi> dai lettori, di solito a livello subpersonale (inconscio).</p><p rend="text" >Dopo aver considerato la Tesi 1, relativa allo status delle LISC rispetto ad altri tipi di letture, possiamo concentrarci sulla Tesi 2, che considera il ruolo che le LISC possono giocare all’interno di un progetto cognitivo:</p><p rend="quotation_b" >Una determinata lettura di un’opera letteraria non può contribuire a un progetto scientifico <hi rend="italic">di per sé</hi>.</p><p rend="text" >Dal punto di vista delle scienze cognitive, una LISC può servire come applicazione o illustrazione di una teoria scientifica, ma non si possono trovare prove per una peculiare visione della mente in un testo letterario, poiché l’evidenza testuale è diversa dall’evidenza scientifica, e i criteri e metodi dell’indagine scientifica sono diversi da quelli dell’interpretazione letteraria. Ritengo che questa visione sia meno controversa rispetto alla Tesi 1 e impiegherò meno tempo a difenderla da possibili obiezioni. Un avvertimento per tutti: sostenere che «una data lettura di un’opera letteraria non può contribuire ad un progetto scientifico <hi rend="italic">di per sé</hi>» non implica che gli studi letterari non possano aprire un dialogo produttivo con le scienze cognitive, un dialogo in cui anche gli scienziati cognitivi hanno qualcosa da guadagnare. In larga misura, l’obiettivo di questo articolo è mostrare che questo agognato ‘dialogo a due vie’ <hi rend="italic">è</hi> possibile, ma deve basarsi su qualcosa di più della sola pratica dell’interpretazione letteraria. Per contribuire alla scienza cognitiva, gli studi letterari devono integrare – e in alcuni casi anche sostituire – l’interpretazione con un altro insieme di obiettivi e metodi. Esplorerò alcune di queste possibilità nella prossima sezione di questo articolo.</p><p rend="text" >Prese insieme, le Tesi 1 e 2 evidenziano alcune delle insormontabili divergenze tra la scienza cognitiva e l’interpretazione letteraria. Dibattiti precedenti sull’epistemologia degli studi letterari cognitivi erano volti a qualificare la LISC come paradigma legittimo e produttivo per il <hi rend="italic">close reading </hi>di testi letterari (Hart 2001). Tali discussioni hanno avuto successo nell’istituzionalizzare lo studio cognitivo della letteratura, ma al costo di trasformarlo in programma ermeneutico vero e proprio. Eppure, se si concentrano esclusivamente o principalmente sull’interpretazione di specifici testi gli studi letterari cognitivi falliscono nel tentativo di costituire un genuino cambiamento di paradigma, poiché devono seguire le stesse regole e gli stessi criteri di ogni altro programma ermeneutico sul mercato (per esempio, ecocritica, studi di genere, ecc.). Nelle prossime pagine, esaminerò come gli studi cognitivi letterari possano superare questa impasse metodologica e avanzerò alcune osservazioni su ciò che essi possano legittimamente aspettarsi dall’interpretazione.</p><p rend="h2" >3. Gli studi letterari cognitivi oltre il <hi rend="italic">close reading</hi>?</p><p rend="text" >Parte della retorica sottostante agli approcci cognitivi alla letteratura è consistita nel sostenere che questo movimento possa consolidare gli studi letterari – renderli capaci di capitalizzare la conoscenza scientifica e persino di contribuire allo sviluppo della scienza cognitiva. A prima vista, l’interpretazione – a causa della sua complessità e flessibilità – potrebbe apparire una buona candidata per un dialogo interdisciplinare di tale sorta. Tuttavia, come è stato evidenziato nella sezione precedente, questo approccio si rivela alquanto problematico, poiché le LISC si misurano con gli stessi vincoli di OAL<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi xml:id="footnote-010-backlink"><ref target="OP08653_Ciotti-Morabito_XML_04.html#footnote-010">7</ref></hi></hi>. Una possibile soluzione di questo dilemma è di allontanarci non solo dalle LISC, ma anche dalla stessa interpretazione. Ritengo che questo obiettivo possa essere raggiunto in due modi, che rubricherei sotto l’etichetta di approcci ‘processuale’ e ‘funzionale’ allo studio cognitivo della letteratura.</p><p rend="text" >L’approccio processuale è, molto semplicemente, una teoria della risposta del lettore rivisitata alla luce dei modelli e metodi delle scienze cognitive: esso consiste nel teorizzare l’atto della lettura in modi che siano almeno <hi rend="italic">coerenti </hi>con i paradigmi scientifici (per esempio, la mente incarnata) e possano essere supportati dalla ricerca sperimentale. Il campo degli studi letterari empirici offre un chiaro precedente in questo senso: studiosi come Marisa Bortolussi e Peter Dixon, David S. Miall e Catherine Emmott indagano i processi psicologici alla base del coinvolgimento dei lettori nella letteratura da una prospettiva empirica e psicolinguistica (Bortolussi, Dixon 2003; Miall 2006; Sanford, Emmott 2012). In altri casi il quadro di riferimento è fenomenologico e mira a distinguere tra diverse <hi rend="italic">classi </hi>di strategie interpretative, ma l’accento cade sempre sui lettori e su come essi rispondono e danno senso ai testi letterari (Kuiken, Miall, e Sikora 2004). Pur con tutte le sue potenzialità, questo percorso empirico verso lo studio cognitivo della letteratura è complicato da due fattori: in primo luogo, la ripida curva di apprendimento richiesta per padroneggiare metodologie empiriche può essere intimidatoria per gli studiosi di ambito letterario; in secondo luogo, i vincoli della ricerca empirica e in particolare di quella sperimentale limitano il numero di domande che possono essere poste in questo contesto.</p><p rend="text" >Per aggirare questi ostacoli, altri studiosi di letteratura cognitiva hanno praticato un approccio più morbido e speculativo, simile a quello che Marie-Laure Ryan chiama il «metodo della convergenza», che consiste nel «citare la ricerca scientifica a sostegno di tesi, sviluppate più o meno indipendentemente, concernenti il processo di lettura» (Ryan 2010, 487). Attraverso il suo empirismo indiretto, questo approccio combina l’introspezione del ricercatore con modelli sviluppati in psicolinguistica e psicologia cognitiva, avanzando ipotesi che possono essere successivamente testate in una ricerca empirica più strutturata<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi xml:id="footnote-009-backlink"><ref target="OP08653_Ciotti-Morabito_XML_04.html#footnote-009">8</ref></hi></hi>. L’attenzione è ancora sul lettore, quindi questa linea di indagine rientra in quello che ho chiamato il campo ‘processuale’.</p><p rend="text" >L’approccio ‘funzionale’ ha obiettivi diversi: piuttosto che approfondire l’esperienza dei lettori e l’elaborazione cognitiva <hi rend="italic">della</hi> letteratura, un’indagine funzionale cerca di far luce sul modo in cui il rapporto con i testi letterari possa giocare un ruolo in processi psicologici più ampi. Da questa prospettiva, la cognizione e la cultura sono viste come intrinsecamente correlate, poiché le pratiche culturali – inclusa la letteratura – forniscono ‘impalcature’ mentali per l’acquisizione e lo sviluppo di abilità cognitive<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi xml:id="footnote-008-backlink"><ref target="OP08653_Ciotti-Morabito_XML_04.html#footnote-008">9</ref></hi></hi>. A volte questa indagine è condotta attraverso un dialogo con la psicologia cognitiva o evoluzionistica, come nelle spiegazioni avanzate da Lisa Zunshine (2006) e Blakey Vermeule (2011) sul valore cognitivo del relazionarsi con i personaggi. Una metafora comune qui è quella della lettura come forma di ‘allenamento cognitivo’, che permette ai lettori di mettere a punto capacità come quella della Teoria della Mente (che ci aiuta a dare un senso agli stati mentali altrui). Gli studiosi empirici della letteratura e gli psicologi hanno raccolto la sfida di dimostrare gli effetti della lettura letteraria, offrendo prove preliminari per questo modello della fruizione letteraria come ‘allenamento cognitivo’: per esempio, gli esperimenti di Jèmeljan Hakemulder (Hakemulder 2000) suggeriscono che la letteratura accresce la riflessione sulle proprie esperienze passate e sui valori morali, mentre Keith Oatley e colleghi hanno studiato i benefici della lettura sulla cognizione sociale (Mar et al. 2006)<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi xml:id="footnote-007-backlink"><ref target="OP08653_Ciotti-Morabito_XML_04.html#footnote-007">10</ref></hi></hi>. Un ulteriore esempio di questo approccio funzionale, di carattere maggiormente teorico, è il lavoro di Herman sulla narrativa come <hi rend="italic">tool </hi><hi rend="italic">for thinking </hi>(uno strumento di pensiero), dove la narrazione (letteraria) è vista come un dispositivo cognitivo per organizzare l’esperienza, distribuire la conoscenza e attribuire stati mentali complessi ad altre persone (“Stories as a Tool for Thinking”, in Herman 2003; 2013, cap. 6). Le affermazioni di Herman sono ispirate da – e si misurano con – i lavori sulla produzione di senso narrativo nella filosofia della mente e nelle scienze sociali (Bamberg, De Fina, e Schiffrin 2007; Hutto 2008).</p><p rend="text" >Come mostra questa pur breve rassegna, gli studi letterari e l’indagine scientifica possono trovare un punto di convergenza genuino e potenzialmente mutualmente vantaggioso negli approcci processuali e funzionali. Che si concentrino sull’esperienza della lettura o sul ruolo della letteratura nel <hi rend="italic">feedback loop</hi> tra cognizione e cultura, gli studiosi di letteratura possono mettere sul tavolo di questi programmi di ricerca una sensibilità unica per le sfumature dei testi e dei contesti che possono condurre a nuove ipotesi e, idealmente, arricchire la comprensione scientifica. Mentre gli studiosi menzionati in questa sezione hanno aperto nuove prospettive per lo studio cognitivo della letteratura, non dovrebbe passare inosservato che sia nell’approccio processuale sia in quello funzionale l’interpretazione dei testi letterari tende a scomparire o – nel migliore dei casi – a giocare solo un ruolo di supporto. È questa la fine del close reading? Dall’ascesa del New Criticism, l’interpretazione dei singoli testi è stata una componente centrale dello studio letterario inteso come istituzione e professione (Easterlin 2012, 6-11). La pratica del close reading è stata ereditata anche da coloro che – essendo affiliati all’uno o all’altro ramo del poststrutturalismo – si opponevano al rigoroso formalismo dei New Critics.</p><p rend="text" >Gli approcci cognitivi alla letteratura hanno seguito questa tradizione, in gran parte per deferenza verso le convenzioni dominanti negli studi letterari. Tuttavia, i modelli cognitivi sono molto meno compatibili con le pratiche interpretative rispetto ai programmi poststrutturalisti che li hanno preceduti: da un lato, l’interpretazione mina la scientificità dei modelli cognitivi, poiché ogni lettura che usa la scienza cognitiva come base (LISC) si trova su un piano di parità con le altre letture (OAL). D’altra parte, alcune delle linee di ricerca più promettenti negli studi letterari cognitivi – quelli che ho chiamato gli approcci ‘processuali’ e approcci ‘funzionali’ – sembrano rinunciare all’interpretazione come principale focus della ricerca. Questo scontro o almeno questa tensione tra la scienza cognitiva e l’interpretazione letteraria può a sua volta condurre gli studiosi a mettere in discussione la centralità dell’interpretazione nella nostra disciplina. Dovremmo, dunque, concludere che gli approcci cognitivi alla letteratura prefigurano un modello differente di studio letterario, uno in cui l’interpretazione è marginalizzata e, infine, sostituita dai metodi empirici ereditati dalle scienze della mente? Se gli studi letterari cognitivi sono davvero legati all’idea di un dialogo a due vie con le scienze cognitive, questa ‘conversione’ disciplinare è un’opzione naturale, ma certo non priva di problemi. Eppure, questo non implica che l’interpretazione debba essere del tutto messa da parte. Nonostante le tesi scettiche articolate nella sezione precedente, ci sono importanti vantaggi nella pratica dell’interpretazione, come mostrerò nella sezione seguente. Fondamentalmente, tuttavia, l’interpretazione deve essere accompagnata dalla piena consapevolezza dei suoi propri limiti epistemologici.</p><p rend="h2" ><hi rend="italic CharOverride-2">4. </hi><hi rend="italic">Intuition </hi><hi rend="CharOverride-3">Pumps</hi> e tematiche cognitive</p><p rend="text" >Se c’è una parola che probabilmente ricorre nelle discussioni su come l’interpretazione letteraria possa contribuire alla conoscenza scientifica, quella parola è «euristico». Come affermato dalla Tesi 2, il <hi rend="italic">close reading </hi>di testi letterari non può far avanzare la nostra comprensione scientifica della mente umana <hi rend="italic">di per sé</hi>. La qualificazione è importante: forse, in un approccio esplorativo, l’interpretazione letteraria può effettivamente sollevare domande o considerare possibilità che possono poi essere riprese e valutate nella ricerca scientifica. Detto altrimenti, i testi letterari possono funzionare come una sonda in questioni di vecchia data nelle scienze della mente, servendo non ad avanzare direttamente ma a ispirare e stimolare la ricerca cognitiva. Questo, naturalmente, presuppone che gli scienziati cognitivi siano interessati al <hi rend="italic">close reading</hi> di testi letterari, o che siano disposti a impegnarsi in conversazioni con studiosi di letteratura – e nessuna di queste cose può essere data per scontata. Quindi, quando si afferma che l’interpretazione letteraria può offrire strumenti euristici per la scoperta scientifica, bisogna procedere con cautela. Ma in linea di principio questo uso esplorativo dell’interpretazione letteraria non può essere escluso. In questa sezione esaminerò alcuni argomenti a favore di questo approccio euristico, spiegando perché l’idea che l’interpretazione letteraria possa stimolare la conoscenza cognitiva ha una certa forza intuitiva. Seguire questa pista argomentativa mi porterà a considerare come gli interpreti possano collegare i testi letterari a questioni metacognitive (cioè domande sul funzionamento del nostro stesso apparato cognitivo) sul piano tematico.</p><p rend="text" >Ho sostenuto nell’introduzione che l’interpretazione ha una struttura figura-sfondo: si costruisce una ‘figura’ (un significato) quando la si proietta su un aspetto della visione del mondo dell’interprete o ‘sfondo’”. Una teoria o modello cognitivo, ho affermato, può servire come base per la lettura di un’opera letteraria. Ma ci sono molti modi in cui la relazione figura-sfondo può essere realizzata. Per esempio, la letteratura può essere usata per esemplificare un punto più generale sul funzionamento della mente umana. Si consideri, ad esempio, la lettura di Herman del modernismo letterario come dimostrazione della «inseparabilità del percepire e del pensare dall’agire e dall’interagire» (David Herman 2011, 253). Qui Herman va controcorrente rispetto a un’intera tradizione storico-letteraria che vedeva il modernismo impegnarsi in un’esplorazione della ‘vita interiore’. Basandosi su modelli incarnati ed estesi della mente, Herman suggerisce una riconcettualizzazione del modernismo: «Il risultato della sperimentazione modernista non è stato quello di scandagliare le profondità psicologiche, ma di diffondere la mente all’esterno», scrive (2011, 254). In breve, la rappresentazione della mente dei personaggi nella narrativa modernista (uno degli esempi di Herman è Stephen Dedalus in <hi rend="italic">A Portrait of the Artist as a Young</hi> <hi rend="italic">Man </hi>di Joyce) illustra come i processi mentali siano estesi al mondo esterno, come postulato da una tendenza della scienza cognitiva più recente. Chiamo questa modalità di interpretazione ‘analogica’ dal momento che, nelle parole di Uri Margolin, presuppone «un’affinità di base tra le menti reali e quelle fittizie per quanto attiene all’elaborazione delle informazioni» (Margolin 2003, 281).</p><p rend="text" >Ma l’interpretazione letteraria può andare oltre l’applicazione analogica dei modelli cognitivi alla psicologia dei personaggi. Infatti, è possibile leggere i testi letterari come se chiedessero ai lettori di <hi rend="italic">esercitare</hi> o <hi rend="italic">scoprire</hi> alcuni aspetti del nostro apparato cognitivo attraverso l’esperienza diretta. Consideriamo, per esempio, la lettura di <hi rend="italic">The Unnamable</hi> di Samuel Beckett fornita da H. Porter Abbott nel suo <hi rend="italic">Real Mysteries</hi> (2013, cap. 1). Abbott prende spunto dal lavoro del filosofo José Luis Bermúdez sul cosiddetto «paradosso dell’autocoscienza», ovvero l’inevitabile circolarità di ogni tentativo di spiegare il sé, dal momento che l’oggetto da spiegare è sempre parte della spiegazione (Bermúdez 1998). Secondo Abbott, «è proprio questa circolarità che Beckett abbraccia trasgredendo continuamente i livelli grammaticali del soggetto personale e dell’oggetto personale… Attraversando, nel modo in cui lo fa, i confini grammaticali, Beckett non solo espone il paradosso ma ci immerge in esso» (Abbott 2013, 38). Secondo la lettura di Abbott, <hi rend="italic">The</hi><hi rend="italic"> Unnamable</hi> ci permette di diventare consapevoli della circolarità dell’autocoscienza in un modo esperienziale e incarnato, poiché viene messo in atto attraverso le scelte stilistiche di Beckett. Un’intuizione filosofica sull’individualità è messa in pratica in un’opera letteraria. L’interpretazione funziona così – con le parole di Daniel Dennett – come una «intuition pump», nel senso che ci chiede di sperimentare realtà cognitive per mezzo di coinvolgimenti immaginativi (Dennett 1991, 397). Dennett usa il termine <hi rend="italic">intuition</hi><hi rend="italic"> pumps</hi> per esperimenti di pensiero filosofici, i quali – sostiene – potrebbero riuscire a portare avanti un’idea, ma sono in realtà «più arte che scienza» dal momento che fanno leva sulla nostra immaginazione senza necessariamente produrre risultati affidabili dal punto di vista scientifico (1991, 440). Similmente, le intuition pumps letterarie come <hi rend="italic">The Unnamable </hi>di Beckett sono di utilità limitata per le scienze cognitive (come affermato nella Tesi 2) poiché sono create tramite l’interpretazione letteraria. Tuttavia, tali interpretazioni potrebbero avere un valore euristico nella misura in cui possono permettere ai lettori di comprendere le realtà cognitive in un modo più immediato che attraverso argomentazioni filosofiche o sperimentazioni scientifiche.</p><p rend="text" >L’uso della finzione letteraria come intuition pump comporta un certo grado di <hi rend="italic">tematizzazione</hi><hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi xml:id="footnote-006-backlink"><ref target="OP08653_Ciotti-Morabito_XML_04.html#footnote-006">11</ref></hi></hi><hi rend="italic">.</hi> La differenza tra questa strategia interpretativa e l’esemplificazione analogica (come nel resoconto di Herman sulla narrativa modernista) può essere espressa come segue: nella modalità analogica, l’interprete prende un testo letterario come riflesso di processi e funzioni cognitive attraverso le dinamiche della mente dei personaggi; nella modalità tematica delle intuition pumps, l’interprete prende un testo letterario come se riflettesse <hi rend="italic">su</hi> processi e funzioni cognitive – e quindi come se chiedesse ai lettori di impegnarsi con domande relative alla scienza cognitiva. Questa idea cattura un importante aspetto di ciò che intendiamo quando diciamo che l’interpretazione letteraria può funzionare come uno strumento euristico: alcuni testi letterari possono essere letti non solo come <hi rend="italic">rappresentazione</hi> ma come interrogazione – a livello tematico – del funzionamento della psicologia umana. Questo tipo di interpretazione ha, a prima vista, un certo potenziale per stimolare la ricerca cognitiva. La questione della letteratura come strumento euristico, quindi, diventa una domanda su come la letteratura può fare appello a letture tematiche incentrate su questioni metacognitive (una ‘tematica cognitiva’).</p><p rend="text" >Per comprendere appieno questo punto, suggerisco soffermarsi sulla polisemia dell’aggettivo «cognitivo». Secondo il dizionario Merriam-Webster, «cognitivo» significa «di, relativo a, costituendo o coinvolgendo attività intellettuale cosciente (come pensare, ragionare o ricordare)». Ma cognitivo può anche riferirsi a un modo storicamente specifico di concettualizzare tale attività nei termini – e attraverso i metodi – della <hi rend="italic">scienza</hi> cognitiva contemporanea. Questo è, naturalmente, il paradigma di indagine psicologica su cui è impegnato lo studio letterario cognitivo. Ma il significato più ampio di «cognitivo» non è mai svanito completamente, e anzi può aiutarci a rendere conto della funzione euristica attribuita talvolta all’interpretazione letteraria.</p><p rend="text" >Il filosofo della letteratura Stein Haugom Olsen ha scritto nel 1987 che «ciò che tendiamo a menzionare maggiormente, se ci viene chiesto quale sia [il tratto distintivo delle opere letterarie], è il loro concernere le “Domande Mortali”, per prendere in prestito il titolo di un libro di Thomas Nagel – domande che riguardano ‘la vita mortale: come comprenderla e come viverla.’» (Olsen 1987, 67). La proposta di Olsen non è esente da problematiche, ma non è necessario sottoscrivere in pieno la sua visione della letterarietà per riconoscere che molti (e forse la maggior parte) dei testi che consideriamo letterari tendano a gravitare intorno a questioni importanti o significative per i loro lettori. Alcune di queste domande sono metacognitive – cioè, riguardano i fenomeni cognitivi in senso lato. Durante la sua lunga storia, la letteratura ha sempre avuto la tendenza a porre – o, più precisamente, è stata interpretata come se ponesse – domande come: Cos’è il sé? Può esistere autonomamente dall’interazione intersoggettiva? Cos’è la coscienza? Quanto è affidabile la nostra conoscenza del mondo, e che ruolo giocano le emozioni nel plasmarla? Queste domande sembrano resistere ostinatamente a risposte definitive, formando così una sorta di background ‘profondo’ al coinvolgimento dei lettori con i testi letterari: non importa come le culture e le società concettualizzano il sé o la mente, queste domande sono probabilmente percepite come significative per l’auto-interpretazione e la riflessione umana. Dati un testo adatto e lettori disponibili, queste domande metacognitive rendono possibile l’uso euristico dell’interpretazione letteraria: nella lettura di un’opera letteraria da un punto di vista tematico cognitivo, l’interprete può usare come base una teoria cognitiva contemporanea, ma questa teoria è sempre proiettata su uno sfondo più ampio di interessi metacognitivi. L’aspetto euristico di questa LISC nasce dal dialogo – o in alcuni casi dallo scontro – tra il modello cognitivo che si proietta sul testo e l’insieme trans-storico di domande metacognitive che l’interprete ha in comune con l’autore del testo e con le comunità interpretative precedenti.</p><p rend="text" >Da questo punto di vista, la letteratura diventa un repertorio storico di esperienze di coinvolgimento con problemi metacognitivi. Qui dobbiamo distinguere tra un coinvolgimento a livello strettamente testuale e uno a livello ermeneutico. A livello testuale, la letteratura può implicare o addirittura proporre in modo esplicito risposte a domande metacognitive, con autori, narratori e personaggi che si riferiscono a modelli culturalmente disponibili dei processi mentali. In questo senso i testi letterari non possono che riflettere le concezioni della mente che circolano in un dato momento e in una data cultura. Ma aprendosi all’interpretazione, la finzione letteraria può anche mettere in discussione, o sottilmente minare, le risposte che sembra avallare. Questa discrepanza può essere spiegata attraverso il lavoro del filosofo John Gibson, e in particolare attraverso la sua discussione del ‘valore cognitivo’ della finzione letteraria: secondo Gibson, la letteratura può trasmettere conoscenza (per esempio, una particolare visione della psicologia umana), ma sarebbe riduttivo dire che il <hi rend="italic">valore</hi> specifico della finzione stia nella trasmissione di tale conoscenza. Gibson si basa sulla distinzione di Stanley Cavell tra conoscere e riconoscere per sostenere che, al suo meglio, la finzione letteraria <hi rend="italic">riconosce</hi> la rilevanza delle credenze e dei criteri valutativi umani, mostrandoli all’opera in scenari di azione e interazione connotati emotivamente ed eticamente (Gibson 2012, cap. 3). È l’indefinitezza di questo <hi rend="italic">riconoscimento</hi> che permette alla letteratura di andare oltre le risposte storicamente determinate alle domande metacognitive, anche se, a volte, sembra farsi esplicitamente carico di tali risposte. Implicando un intero orizzonte di problematiche metacognitive, la letteratura può destabilizzare le sue proprie visioni esplicite di tali problemi – e, potenzialmente, quelle dei suoi interpreti.</p><p rend="text" >Si prenda, ad esempio, <hi rend="italic">La coscienza di Zeno</hi> di Italo Svevo (1923), una delle opere fondamentali del modernismo letterario italiano. Si tratta di un romanzo fortemente informato dalla psicoanalisi freudiana che delinea il difficile rapporto analitico tra Zeno, narratore e protagonista, e un emblematicamente denominato Dottor S. (un’allusione al nome di Freud, Sigmund)<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi xml:id="footnote-005-backlink"><ref target="OP08653_Ciotti-Morabito_XML_04.html#footnote-005">12</ref></hi></hi>. Il romanzo di Svevo ci chiede quindi di accettare, almeno in via preliminare, la validità di una concezione psicoanalitica dei processi mentali e dello sviluppo psicologico. Eppure, mentre scrive le sue memorie – un’attività che, secondo il medico, dovrebbe guarirlo dalla sua nevrosi – il narratore arriva a mettere in discussione questo quadro psicoanalitico della mente. In un famoso passaggio alla fine del romanzo, Zeno giunge alla conclusione che qualsiasi memoria autobiografica, specialmente quando è mediata dalla scrittura, è inevitabilmente falsa e fuorviante: «Il dottore presta una fede troppo grande anche a quelle mie benedette confessioni che non vuole restituirmi perché le riveda. Dio mio! Egli non studiò che la medicina e perciò ignora che cosa significhi scrivere in italiano per noi che parliamo e non sappiamo scrivere il dialetto. Una confessione in iscritto è sempre menzognera» (Svevo 1930, 495).</p><p rend="text" >La tensione tra la psicoanalisi di Freud e l’esplorazione dell’individualità del narratore in questo romanzo apre la porta a letture che <hi rend="italic">non </hi>si basano su un resoconto psicoanalitico della mente. Per esempio, solo poche pagine dopo questo brano, Zeno inizia a descrivere le illusioni percettive che sperimenta quando chiude gli occhi<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi xml:id="footnote-004-backlink"><ref target="OP08653_Ciotti-Morabito_XML_04.html#footnote-004">13</ref></hi></hi>. Alla luce delle teorie contemporanei del sé, si potrebbe sostenere che questa scena contrasta l’ingannevole senso di identità personale creato dalla narrazione autobiografica – come le confessioni di Zeno – opponendogli una modalità molto più elementare di soggettività, fondata sull’esperienza fenomenica (Zahavi 2007). Il romanzo di Svevo funzionerebbe dunque come una <hi rend="italic">intuition pump</hi> che evidenzia i limiti dell’inflazionata rappresentazione narrativa del sé Freudiana. Questa interpretazione, che naturalmente dovrebbe essere approfondita per essere pienamente convincente, va contro il modello psicologico incorporato ne <hi rend="italic">La coscienza di Zeno</hi> e può stimolare ulteriori riflessioni metacognitive nei lettori. Gli interpreti possono usare il riconoscimento da parte di Svevo delle problematiche riguardanti la memoria autobiografica e l’identità come base per interpretare il romanzo, e possono essere invitati a cercare nuove risposte nella scienza cognitiva contemporanea. In questo modo, l’interpretazione letteraria potrebbe entrare in dialogo con le teorie contemporanee dei processi mentali e, potenzialmente, rivelare i loro limiti e punti ciechi. Questa funzione euristica dell’interpretazione letteraria è resa possibile da due fattori complementari: primo, la tensione tra un insieme di domande metacognitive ampiamente condivise e l’evoluzione costante delle prospettive storiche e culturali su queste domande (la psicoanalisi di Svevo, l’odierna scienza cognitiva); secondo, la capacità della letteratura di riconoscere la rilevanza di queste domande mettendole in scena in situazioni concrete dell’agire umano (come il dilemma di Zeno alla fine del romanzo).</p><p rend="text" >Questa dinamica è illustrata dalla figura 1, in tre fasi: le domande metacognitive implicate dai testi letterari incoraggiano i lettori a impegnarsi con la scienza cognitiva contemporanea, che serve come terreno per l’interpretazione (passo 1). Le letture risultanti tentano di far luce sulle domande metacognitive (passo 2), ma allo stesso tempo possono rivelare i limiti della conoscenza scientifica attuale (passo 3). In questo processo, gli interpreti possono diventare consapevoli del divario storico tra i modelli cognitivi e scientifici e le concezioni della mente incorporate nei testi letterari. Questo divario è di importanza centrale per il progetto di una tematica cognitiva, poiché indica la natura intrinsecamente provvisoria di qualsiasi tentativo di comprensione dei fenomeni mentali, inclusa la scienza cognitiva stessa. La ‘profondità’ storica dell’interpretazione letteraria mette in primo piano la storicità dei modelli cognitivo-scientifici a cui attingiamo nelle nostre interpretazioni, problematizzando così qualsiasi tendenza a vedere tali modelli come ‘verità’ o ‘fatti’ definitivi riguardo la mente. La scienza cognitiva è un progetto in corso, e mentre molte delle sue scoperte hanno portato ad una comprensione sempre più ricca della psicologia umana, nessuno dei suoi modelli è incontrovertibile; siamo lontani dall’avere un quadro completo dei fenomeni mentali<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi xml:id="footnote-003-backlink"><ref target="OP08653_Ciotti-Morabito_XML_04.html#footnote-003">14</ref></hi></hi>. L’interpretazione letteraria ci avverte di questa fallibilità – e processualità – della scienza cognitiva, proiettandola su uno sfondo di questioni metacognitive più o meno stabili. L’opposizione tra interpretazione e ipotesi scientifiche diventa così un’opposizione epistemologicamente produttiva, indicando la (forse fondamentale) incompletezza della scienza e controbilanciando qualsiasi fede assoluta nel ‘progresso’ scientifico. La letteratura, come ho sostenuto in questo articolo, non può contribuire alla conoscenza cognitiva di per sé, ma può funzionare come strumento euristico quando è interpretata in un modo che rivela, allo stesso tempo, il valore delle risposte cognitive alle domande metacognitive e la loro inadeguatezza. Qualsiasi concezione della letteratura come intuition pump per ipotesi cognitive, quindi, dovrebbe essere accompagnata dalla consapevolezza dei limiti <hi rend="italic">sia</hi> dell’interpretazione letteraria <hi rend="italic">sia</hi> dei modelli scientifici a cui si ispira.</p><p rend="h2" >5. Conclusioni</p><p rend="text" >Questo saggio ha tentato di fare i conti con la dialettica che sussiste tra l’interpretazione letteraria intesa come attività accademica e il campo emergente degli studi letterari cognitivi. Ho anche offerto una panoramica degli approcci cognitivi alla letteratura, distinguendo tra progetto ‘analogico’, ‘tematico’, ‘processuale’ e ‘funzionale’ all’interno di questa più ampia impresa intellettuale (vedi Fig. 2)<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi xml:id="footnote-002-backlink"><ref target="OP08653_Ciotti-Morabito_XML_04.html#footnote-002">15</ref></hi></hi>. A differenza di Jackson, secondo cui lo status problematico dell’interpretazione destituisce di fondamento qualsiasi cognitivismo letterario, ho indicato alcune aree di ricerca esistenti all’interno degli approcci cognitivi alla letteratura dove le insidie del <hi rend="italic">close reading</hi> vengono evitate concentrandosi sui processi cognitivi sottostanti l’attività della lettura (approccio processuale) o sulle dinamiche psicologiche che si mettono in moto durante la fruizione dei testi letterari (approccio funzionale). Sebbene ci sia bisogno di ulteriori indagini per estendere e sviluppare questi progetti, essi sembrano collocarsi in una posizione unica per rinnovare gli studi letterari arricchendoli reciprocamente con le scienze della mente.</p><p rend="text" >Non si può negare che gli approcci processuali e funzionali segnino un allontanamento radicale dagli studi letterari come li conosciamo, specialmente per via del sacrificio del <hi rend="italic">close reading</hi> a favore della costruzione di modelli psicologici e persino di metodi sperimentali. Per citare i commenti di Easterlin sul cosiddetto Darwinismo letterario, i programmi di ricerca processuale e funzionale «alla fine puntano nella direzione di un tipo molto diverso di disciplina, una che forse individua la natura umana [o la psicologia umana] piuttosto che la letteratura come suo principale oggetto di studio» (Easterlin 2012, 18)<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi xml:id="footnote-001-backlink"><ref target="OP08653_Ciotti-Morabito_XML_04.html#footnote-001">16</ref></hi></hi>. Chiedere agli studi letterari di attuare una conversione su larga scala verso i metodi empirici sembra un compito arduo, a causa degli ostacoli istituzionali e – cosa ancora più importante – a causa della sensazione diffusa che l’interpretazione letteraria sia troppo preziosa per essere messa da parte una volta per tutte. Ma l’interpretazione non dovrebbe neppure essere data per scontata. Per lo meno, la coesistenza di interpretazione e modelli cognitivi negli approcci analogici e tematici serve a ricordarci che il <hi rend="italic">close reading</hi> non è solo un obbligo professionale degli studiosi di letteratura, ma un’abilità da coltivare a diversi livelli, e in particolare nei contesti educativi. Lo status problematico dell’interpretazione letteraria può quindi incoraggiarci a sviluppare argomenti convincenti per il <hi rend="italic">valore</hi> personale e sociale dell’interpretazione. Senza dubbio, l’approccio funzionale allo studio cognitivo della letteratura può offrire importanti strumenti per questo compito: per esempio, sembra ragionevole pensare che gli effetti sociali e psicologici della lettura di testi letterari siano accresciuti <hi rend="italic">riflettendo</hi> attivamente su di essi nello svolgimento di pratiche interpretative quali la discussione in classe o la scrittura di un saggio<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi xml:id="footnote-000-backlink"><ref target="OP08653_Ciotti-Morabito_XML_04.html#footnote-000">17</ref></hi></hi>.</p><p rend="text" >Anche la scienza cognitiva può beneficiare indirettamente di questa riflessione, come ho argomentato nell’ultima parte di questo articolo. La letteratura non solo riflette i processi mentali per come vengono concettualizzati dalla scienza cognitiva (il presupposto dell’approccio analogico) ma può anche attrarre nella sua scia domande metacognitive sulla coscienza umana, la memoria e l’identità. La rilevanza umana di tali questioni è riconosciuta attraverso la dinamica esperienziale dei personaggi e della trama, e può essere estrapolata adottando un approccio tematico. Sebbene l’interpretazione non possa produrre direttamente conoscenza scientifica, essa può suscitare l’interesse dei lettori per le teorie cognitive come tramite per misurarsi con un background di questioni metacognitive ampiamente condiviso. Nell’esplorare il possibile uso euristico della letteratura come intuition pump per la scienza cognitiva, tuttavia, dovremmo rimanere consapevoli della precarietà delle nostre interpretazioni, le quali si basano su visioni temporalmente contingenti dei processi mentali e riflettono necessariamente criteri e <hi rend="italic">bias</hi> non scientifici. A sua volta, il feedback loop tra interpretazione letteraria e i modelli cognitivi può rivelare le carenze della stessa scienza cognitiva, indicando le inadeguatezze nelle concettualizzazioni attuali della mente e, più in generale, spostando l’attenzione sulla continua rivedibilità di ogni impresa scientifica.</p><p rend="text" >«Studi letterari cognitivi» è per molti versi un termine ombrello per un progetto eterogeneo, in cui alcuni studiosi cercano un rapporto più diretto con i modelli e i metodi cognitivi, mentre altri rimangono ancorati a obiettivi interpretativi. Per il momento, penso che le cose debbano rimanere così: se gli studi letterari cognitivi hanno ottenuto un certo riconoscimento nel panorama intellettuale attuale, è senza dubbio grazie alla loro volontà di parlare il linguaggio dell’interpretazione. Eliminare completamente l’interpretazione non sembra auspicabile, perché renderebbe gli studi letterari cognitivi meno attrattivi per gli altri specialisti di una disciplina che – piaccia o meno – attribuisce ancora <hi rend="italic">valore</hi> al <hi rend="italic">close reading</hi>. La tensione tra interpretazione e scienza cognitiva può creare difficoltà concettuali e metodologiche, ma può anche essere sfruttata per un’integrazione produttiva. La chiave per evitare queste difficoltà sta nel promuovere la consapevolezza dei limiti epistemologici <hi rend="italic">sia</hi> dell’interpretazione letteraria <hi rend="italic">sia </hi>della scienza cognitiva. Questo è ciò che ho cercato di fare in questo saggio, sostenendo che l’interpretazione letteraria di per sé non può far progredire la conoscenza scientifica, ma può funzionare euristicamente per considerare la scienza cognitiva come una risposta storicamente determinata alle questioni metacognitive. Se questo è il ‘dialogo a due vie’ che ci aspettiamo dagli studi letterari cognitivi, allora sono totalmente favorevole.</p><p rend="h2" >Riferimenti bibliografici</p><p rend="bib_indx_bib" ><hi >Abbott, H. Porter. 2013. </hi><hi rend="italic" >Real Mysteries: Narrative and the unknowable</hi><hi >. Columbus: Ohio State University Press.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi >Bamberg, Michael, Anna De Fina, and Deborah Schiffrin, edited by. 2007. </hi><hi rend="italic" >Selves and Identities in Narrative and Discourse</hi><hi >. Amsterdam: John Benjamins Publishing Company.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi >Bermúdez, José Luis. 1998. </hi><hi rend="italic" >The Paradox of Self-Consciousness</hi><hi >. Cambridge, Mass: MIT Press.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi >Bernaerts, Lars, Dirk De Geest, Luc Herman, and Bart Vervaeck, edited by. 2013. </hi><hi rend="italic" >Stories and Minds: Cognitive Approaches to Literary Narrative</hi><hi >. University of Nebraska Press.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi >Bolens, Guillemette. 2012. </hi><hi rend="italic" >The Style of Gestures: Embodiment and Cognition in Literary Narrative</hi><hi >. Baltimore: Johns Hopkins University Press.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" >Bortolussi, Marisa, and Peter Dixon. <hi >2003. </hi><hi rend="italic" >Psychonarratology: Foundations for the Empirical Study of Literary Response.</hi><hi > Cambridge: Cambridge Univ. Press.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi >Bremond, Claude, Thomas Pavel, and Joshua Landy. 1995. </hi><hi rend="italic" >Thematics. New Approaches.</hi><hi > Albany: SUNY Press.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi >Brooks, Peter. 1984. </hi><hi rend="italic" >Reading for the Plot: Design and Intention in Narrative</hi><hi >. New York: A.A. Knopf.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi >Caracciolo, Marco. 2014. “</hi><hi >Interpretation for the Bodies: Bridging the Gap.” </hi><hi rend="italic" >Style</hi><hi > 48 (3): 385-403.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" >Carroll, Joseph. 2008. “An Evolutionary Paradigm for Literary Study.” <hi rend="italic">Style</hi> 42 (2-3): 103-34.</p><p rend="bib_indx_bib" >Clark, Andy. 1997. <hi rend="italic">Being there: putting Brain, Body, and World together again </hi>. Cambridge, Mass: MIT Press.</p><p rend="bib_indx_bib" >Cohen, Patricia. 2010. “Next Big Thing in English: Knowing They Know That You Know.” <hi rend="italic">New York Times</hi>. &lt;http://www.nytimes.com/2010/04/01/books/01lit.html&gt; (2023-02-02).</p><p rend="bib_indx_bib" >Dennett, Daniel C. 1991. <hi rend="italic">Consciousness Explained</hi>, edited by di Paul Weiner. London: Penguin Books.</p><p rend="bib_indx_bib" >Easterlin, Nancy. 2000. “Psychoanalysis and “The Discipline of Love”.” <hi rend="italic">Philosophy and Literature</hi> 24 (2): 261-79.</p><p rend="bib_indx_bib" >Easterlin, Nancy. 2012. <hi rend="italic">A Biocultural Approach to Literary Theory and Interpretation</hi>. Baltimore: ohns Hopkins University Press.</p><p rend="bib_indx_bib" >Erwin, Edward. 1996. <hi rend="italic">A Final Accounting: Philosophical and Empirical Issues in Freudian Psychology</hi>. Cambridge, Mass.: MIT Press.</p><p rend="bib_indx_bib" >Gibson, John. 2012. <hi rend="italic">Fiction and the Weave of Life</hi>. Oxford: Oxford Univ. Press.</p><p rend="bib_indx_bib" >Hakemulder, Jèmeljan. 2000. <hi rend="italic">The Moral Laboratory: Experiments Examining the Effects of Reading Literature on Social Perception and Moral Self-Concept</hi>. Amsterdam Philadelphia (Pa.): J. Benjamins.</p><p rend="bib_indx_bib" >Hart, F. Elizabeth. 2001. “The Epistemology of Cognitive Literary Studies.” <hi rend="italic">Philosophy and Literature</hi> 25 (2): 314-34.</p><p rend="bib_indx_bib" >Herman, David, edited by. 2003. <hi rend="italic">Narrative Theory and the Cognitive Sciences</hi>. Stanford, Calif: CSLI Publications.</p><p rend="bib_indx_bib" >Herman, David. 2011. “Re-Minding Modernism.” In <hi rend="italic">The Emergence of Mind: Representations of Consciousness in Narrative Discourse in English</hi>, edited by David Herman, 243-72. Lincoln: University of Nebraska Press.</p><p rend="bib_indx_bib" >Herman, David. 2013. <hi rend="italic">Storytelling and the Sciences of Mind</hi>. Cambridge (Mass): MIT press.</p><p rend="bib_indx_bib" >Hogan, Patrick Colm. 2011. <hi rend="italic">Affective Narratology: the Emotional Structure of Stories</hi>. Lincoln: University of Nebraska Press.</p><p rend="bib_indx_bib" >Hutto, Daniel D. 2008. <hi rend="italic">Folk Psychological Narratives: the Sociocultural Basis of Understanding Reasons </hi>. Cambridge, Mass: MIT Press.</p><p rend="bib_indx_bib" >Jackson, Tony E. 2003. ““Literary Interpretation” and Cognitive Literary Studies.” <hi rend="italic">Poetics Today</hi> 24 (2): 191-205.</p><p rend="bib_indx_bib" >Jaén, Isabel, and Julien Jacques Simon, edited by. 2013. <hi rend="italic">Cognitive Literary Studies: Current Themes and New Directions</hi>. Austin (Tex.): University of Texas press.</p><p rend="bib_indx_bib" >Keen, Suzanne. 2007. <hi rend="italic">Empathy and the Novel </hi>. Oxford-New York: Oxford University Press.</p><p rend="bib_indx_bib" >Kidd, David Comer, and Emanuele Castano. 2013. “Reading Literary Fiction Improves Theory of Mind.” <hi rend="italic">Science</hi> 342 (6156): 377-80.</p><p rend="bib_indx_bib" >Korthals Altes, Liesbeth. 2014. <hi rend="italic">Ethos and Narrative Interpretation: the Negotiation of Values in Fiction</hi>. Lincoln: University of Nebraska Press.</p><p rend="bib_indx_bib" >Kuiken, Don, David S. Miall, and Shelley Sikora. 2004. “Forms of Self-Implication in Literary Reading.” <hi rend="italic">Poetics Today</hi> 25 (2): 171-203.</p><p rend="bib_indx_bib" >Kuzmičová, Anežka. 2012. “Presence in The Reading of Literary Narrative: a Case for Motor Enactment.” <hi rend="italic">Semiotica</hi> 2012 (189).</p><p rend="bib_indx_bib" >Lamarque, Peter. 2009. <hi rend="italic">The Philosophy of Literature </hi>. Malden, MA: Blackwell.</p><p rend="bib_indx_bib" >Mar, Raymond A. et al. 2006. “Bookworms versus Nerds: Exposure to Fiction versus Non-Fiction, Divergent Associations with Social Ability, and the Simulation of Fictional Social Worlds.” <hi rend="italic">Journal of Research in Personality</hi> 40 (5): 694-712.</p><p rend="bib_indx_bib" >Margolin, Uri. 2003. “Cognitive Science, the Thinking Mind, and Literary Narrative.” In <hi rend="italic">Narrative Theory and the Cognitive Sciences</hi>, edited by David Herman, 271-94. Stanford, Calif: CSLI Publications.</p><p rend="bib_indx_bib" >Merriam-Webster. s.d. “Cognitive.” In <hi rend="CharOverride-4">Merriam-Webster.com dictionary</hi>. &lt;https://www.merriam-webster.com/dictionary/cognitive&gt; (2023-02-02).</p><p rend="bib_indx_bib" ><hi >Miall, David S. 2006. </hi><hi rend="italic" >Literary Reading: Empirical &amp; Theoretical Studies</hi><hi >. New York: P. Lang.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi >Moloney, Brian. 1972. “Psychoanalysis and Irony in “La Coscienza di Zeno”.” </hi><hi rend="italic" >The Modern Language Review</hi><hi > 67 (2): 309.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi >Nordlund, Marcus. 2002. “Consilient Literary Interpretation.” </hi><hi rend="italic" >Philosophy and Literature</hi><hi > 26 (2): 312-33.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi >Oatley, Keith. 2011. </hi><hi rend="italic" >Such Stuff as Dreams: the Psychology of Fiction</hi><hi >. Chichester, West Sussex, (U.K.)-Malden, MA: Wiley-Blackwell.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi >Olsen, Stein Haugom. 1987. </hi><hi rend="italic" >The End of Literary Theory</hi><hi >. Cambridge-New York: Cambridge University Press.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi >Richardson, Alan. 2010. </hi><hi rend="italic" >The Neural Sublime</hi><hi >. Baltimore: Johns Hopkins University Press.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi >Ryan, Marie-Laure. 2010. “Narratology and Cognitive Science: A Problematic Relation.” </hi><hi rend="italic" >Style</hi><hi > 44: 469-95.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi >Sanford, Anthony J., and Catherine Emmott. 2012. </hi><hi rend="italic" >Mind, Brain and Narrative</hi><hi >. Cambridge: Cambridge University Press.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi >Schneider, Ralf. 2001. “Toward a Cognitive Theory of Literary Character: The Dynamics of Mental-Model Construction.” </hi><hi rend="italic" >Style</hi><hi > 35 (4): 607-39.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi >Sternberg, Meir. 2003. “Universals of Narrative and Their Cognitivist Fortunes (I).” </hi><hi rend="italic" >Poetics Today</hi><hi > 24 </hi><hi >(2): 297-395.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi >Stockwell, Peter. 2009. </hi><hi rend="italic" >Cognitive Poetics: An Introduction</hi><hi >. Reprinted. London: Routledge.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" >Svevo, Italo. 1930. <hi rend="italic">La coscienza di Zeno</hi>. Seconda edizione. Milano: Giuseppe Morreale Editore.</p><p rend="bib_indx_bib" >Troscianko, Emily T. 2016. <hi rend="italic" >Kafka’s Cognitive Realism</hi><hi >. First issued in paperback. New York-London: Routledge, Taylor &amp; Francis Group.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi >van Heusden, Boris P. 2010. “Perception, Imagination, Interpretation, and Analysis in the Humanities.” In </hi><hi rend="italic" >Von Katastrophen, Zeichen und vom Ursprung der Menschlichen Sprache. Würdigung eines vielseitigen Linguisten, Wolfgang Wildgen zur Emeritierung</hi><hi >, hrsg. von Cornelia Stroh, 51-68. Bochum: Universitätsverlag Dr N. Brockmeyer</hi><hi > (Diversitas Linguarum 28).</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi >Vermeule, Blakey. 2011. </hi><hi rend="italic" >Why Do We Care about Literary Characters?</hi><hi > Baltimore: Johns Hopkins Univ. Press.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi >Wilson, Edward O. 1998. </hi><hi rend="italic" >Consilience: the Unity of Knowledge</hi><hi >. 1st ed. New York: Knopf : Distributed by Random House.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi >Zahavi, Dan. 2007. “Self and Other: The Limits of Narrative Understanding.” In </hi><hi rend="italic" >Narrative and Understanding Persons</hi><hi >, edited by Daniel D. Hutto, 179-201.</hi><hi > Cambridge: Cambridge University Press, 179-202.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi >Zunshine, Lisa. 2006. </hi><hi rend="italic" >Why We Read Fiction: Theory of Mind and the Novel</hi><hi >. Columbus: Ohio State University Press.</hi></p><p rend="layout_notes" ><ref target="OP08653_Ciotti-Morabito_XML_04.html#footnote-016-backlink">1</ref>	Questo capitolo è la traduzione di Caracciolo, Marco. <hi >2016. “Cognitive literary studies and the status of </hi><hi >interpretation: an attempt at conceptual mapping.” </hi><hi rend="italic">New Literary History</hi> 47 (1) Inverno: 187-207. La traduzione è stata curata da Camilla Antonini, Fabio Ciotti e revisionata dall’autore. <hi >© 2016 New Literary History, The University of Virginia. </hi><hi >Reprinted with permission of Johns Hopkins University Press.</hi></p><p rend="layout_notes" ><ref target="OP08653_Ciotti-Morabito_XML_04.html#footnote-015-backlink">2</ref>	Due raccolte offrono un esempio rappresentativo di questo lavoro: Jaén, Simon 2013 e Bernaerts et al. 2013.</p><p rend="layout_notes" ><ref target="OP08653_Ciotti-Morabito_XML_04.html#footnote-014-backlink">3</ref>	Si veda Easterlin 2012 e Caracciolo 2014.</p><p rend="layout_notes" ><ref target="OP08653_Ciotti-Morabito_XML_04.html#footnote-013-backlink">4</ref>	Anche Peter Stockwell sfrutta la relazione figura-sfondo per teorizzare il coinvolgimento dei lettori con la letteratura, ma in un senso più ampio. Si veda Stockwell 2009, 15-8.</p><p rend="layout_notes" ><ref target="OP08653_Ciotti-Morabito_XML_04.html#footnote-012-backlink">5</ref>	Nella sua lettura di <hi rend="italic">La </hi><hi rend="italic">Peau de chagrin</hi>, Brooks si basa principalmente su <hi rend="italic">Al di</hi><hi rend="italic"> là del principio di piacere</hi> di Freud: «Quasi tutta l’argomentazione di Freud… è allegorizzata qui» (50-1).</p><p rend="layout_notes" ><ref target="OP08653_Ciotti-Morabito_XML_04.html#footnote-011-backlink">6</ref>	Si veda, per esempio, Cohen 2010.</p><p rend="layout_notes" ><ref target="OP08653_Ciotti-Morabito_XML_04.html#footnote-010-backlink">7</ref>	Alcuni studiosi di letteratura – in particolare quelli del filone evoluzionistico, come Joseph Carroll – fanno appello alla nozione di «consilienza» di Edward O. Wilson per legittimare la convergenza tra l’interpretazione letteraria e la conoscenza scientifica. Lo stesso Wilson, dopo tutto, ha sostenuto che l’interpretazione «è il canale logico della spiegazione consiliente tra la scienza e le arti» (1998, 230). Si veda Carroll 2008. In ogni caso, come ha giustamente sottolineato un lettore anonimo per <hi rend="italic">New Literary</hi><hi rend="italic"> History</hi>, l’idea di consilienza solleva lo spettro del determinismo biologico e non tutti gli studiosi letterari cognitivi sarebbero contenti di abbracciare il concetto di Wilson.</p><p rend="layout_notes" ><ref target="OP08653_Ciotti-Morabito_XML_04.html#footnote-009-backlink">8</ref>	Per esempi di questo approccio, si veda Schneider 2001 e Kuzmičová 2012.</p><p rend="layout_notes" ><ref target="OP08653_Ciotti-Morabito_XML_04.html#footnote-008-backlink">9</ref>	Per la metafora dell’impalcatura («scaffolding»), si veda Clark 1997, 45-7.</p><p rend="layout_notes" ><ref target="OP08653_Ciotti-Morabito_XML_04.html#footnote-007-backlink">10</ref>	Si veda anche Kidd, Castano 2013 e Oatley 2011.</p><p rend="layout_notes" ><ref target="OP08653_Ciotti-Morabito_XML_04.html#footnote-006-backlink">11</ref>	In questo contesto il termine «tematico» si riferisce a qualsiasi interpretazione che si concentri sull’‘aboutness’ di un’opera letteraria. Per discussione si veda Bremond, Pavel, e Landy 1995.</p><p rend="layout_notes" ><ref target="OP08653_Ciotti-Morabito_XML_04.html#footnote-005-backlink">12</ref>	È stato versato molto inchiostro per descrivere la relazione tra Italo Svevo e la psicoanalisi. Si veda, ad esempio, Moloney 1972.</p><p rend="layout_notes" ><ref target="OP08653_Ciotti-Morabito_XML_04.html#footnote-004-backlink">13</ref>	«Bisogna sapere ch’io passavo il mio tempo gettato sul sofà di faccia alla finestra del mio studio donde vedevo un pezzo di mare e d’orizzonte. Ora una sera dal tramonto colorito nel cielo frastagliato di nubi, m’indugiai lungamente ad ammirare su un lembo limpido, un colore magnifico, verde, puro e mite. Nel cielo c’era anche molto color rosso gettato sui margini delle nubi a ponente, ma era un rosso ancora pallido, sbiaccato dai diretti, bianchi raggi del sole. Abbacinato, dopo un certo intervallo di tempo, chiusi gli occhi e si vide che al verde era stata rivolta la mia attenzione, il mio affetto, perchè sulla mia rétina si produsse il suo colore complementare, un rosso smagliante che non aveva nulla da fare col rosso luminoso, ma pallido nel cielo. Guardai, accarrezzai quel colore fabbricato da me» (Svevo 1930, 504).</p><p rend="layout_notes" ><ref target="OP08653_Ciotti-Morabito_XML_04.html#footnote-003-backlink">14</ref>	Troscianko offre un’argomentazione simile, sebbene sembri più sicura di quanto sia io sulla finalità delle risposte scientifiche alle questioni metacognitive. Si veda Troscianko 2016, 13-5.</p><p rend="layout_notes" ><ref target="OP08653_Ciotti-Morabito_XML_04.html#footnote-002-backlink">15</ref>	Questa panoramica degli studi cognitivi letterari non si propone di essere esaustiva. Per esempio, il lavoro di Patrick Colm Hogan su come le strutture letterarie riflettano prototipi di esperienze emotive non ricade in nessuno degli approcci che ho proposto qui (analogico, tematico, processuale, funzionale) e sembra richiedere una quinta categoria, che chiamerei – dato il suo focus sugli universali letterari – approccio ‘poetico’. Si veda Hogan 2011.</p><p rend="layout_notes" ><ref target="OP08653_Ciotti-Morabito_XML_04.html#footnote-001-backlink">16</ref>	Per maggiori informazioni sul Literary Darwinism, si veda Carroll 2008. </p><p rend="layout_notes" ><ref target="OP08653_Ciotti-Morabito_XML_04.html#footnote-000-backlink">17</ref>	Cfr. Suzanne Keen (2007, 91): «Leggere da soli (senza una discussione di accompagnamento, senza scrivere o senza la direzione di un insegnante) potrebbe non produrre gli stessi risultati della lettura che implica una discussione successiva».</p>




      <div>
        <listBibl>
          <head>References</head>
          <bibl n="105523">Abbott, H. Porter. 2013. Real Mysteries: Narrative and the unknowable. Columbus: Ohio State University Press.</bibl>
          <bibl n="105356">Bamberg, Michael, Anna De Fina, and Deborah Schiffrin, edited by. 2007. Selves and Identities in Narrative and Discourse. Amsterdam: John Benjamins Publishing Company.</bibl>
          <bibl n="105566">Berm&amp;#250;dez, Jos&amp;#233; Luis. 1998. The Paradox of Self-Consciousness. Cambridge, Mass: MIT Press.</bibl>
          <bibl n="105349">Bernaerts, Lars, Dirk De Geest, Luc Herman, and Bart Vervaeck, edited by. 2013. Stories and Minds: Cognitive Approaches to Literary Narrative. University of Nebraska Press.</bibl>
          <bibl n="105416">Bolens, Guillemette. 2012. The Style of Gestures: Embodiment and Cognition in Literary Narrative. Baltimore: Johns Hopkins University Press.</bibl>
          <bibl n="105386">Bortolussi, Marisa, and Peter Dixon. 2003. Psychonarratology: Foundations for the Empirical Study of Literary Response. Cambridge: Cambridge Univ. Press.</bibl>
          <bibl n="105544">Bremond, Claude, Thomas Pavel, and Joshua Landy. 1995. Thematics. New Approaches. Albany: SUNY Press.</bibl>
          <bibl n="105545">Brooks, Peter. 1984. Reading for the Plot: Design and Intention in Narrative. New York: A.A. Knopf.</bibl>
          <bibl n="105546">
            <bibl>Caracciolo, Marco. 2014. “Interpretation for the Bodies: Bridging the Gap.” Style 48 (3): 385-403.</bibl>
            <idno type="DOI">10.5325/style.48.3.0385</idno>
          </bibl>
          <bibl n="105556">Carroll, Joseph. 2008. “An Evolutionary Paradigm for Literary Study.” Style 42 (2-3): 103-34.</bibl>
          <bibl n="105526">Clark, Andy. 1997. Being there: putting Brain, Body, and World together again . Cambridge, Mass: MIT Press.</bibl>
          <bibl n="105357">Cohen, Patricia. 2010. “Next Big Thing in English: Knowing They Know That You Know.” New York Times. &amp;lt;http://www.nytimes.com/2010/04/01/books/01lit.html&amp;gt; (2023-02-02).</bibl>
          <bibl n="105547">Dennett, Daniel C. 1991. Consciousness Explained, edited by di Paul Weiner. London: Penguin Books.</bibl>
          <bibl n="105516">Easterlin, Nancy. 2000. “Psychoanalysis and “The Discipline of Love”.” Philosophy and Literature 24 (2): 261-79.</bibl>
          <bibl n="105453">Easterlin, Nancy. 2012. A Biocultural Approach to Literary Theory and Interpretation. Baltimore: ohns Hopkins University Press.</bibl>
          <bibl n="105450">Erwin, Edward. 1996. A Final Accounting: Philosophical and Empirical Issues in Freudian Psychology. Cambridge, Mass.: MIT Press.</bibl>
          <bibl n="105592">Gibson, John. 2012. Fiction and the Weave of Life. Oxford: Oxford Univ. Press.</bibl>
          <bibl n="105325">Hakemulder, J&amp;#232;meljan. 2000. The Moral Laboratory: Experiments Examining the Effects of Reading Literature on Social Perception and Moral Self-Concept. Amsterdam Philadelphia (Pa.): J. Benjamins.</bibl>
          <bibl n="105487">
            <bibl>Hart, F. Elizabeth. 2001. “The Epistemology of Cognitive Literary Studies.” Philosophy and Literature 25 (2): 314-34.</bibl>
            <idno type="DOI">10.1353/phl.2001.0031</idno>
          </bibl>
          <bibl n="105517">Herman, David, edited by. 2003. Narrative Theory and the Cognitive Sciences. Stanford, Calif: CSLI Publications.</bibl>
          <bibl n="105305">Herman, David. 2011. “Re-Minding Modernism.” In The Emergence of Mind: Representations of Consciousness in Narrative Discourse in English, edited by David Herman, 243-72. Lincoln: University of Nebraska Press.</bibl>
          <bibl n="105569">Herman, David. 2013. Storytelling and the Sciences of Mind. Cambridge (Mass): MIT press.</bibl>
          <bibl n="105463">Hogan, Patrick Colm. 2011. Affective Narratology: the Emotional Structure of Stories. Lincoln: University of Nebraska Press.</bibl>
          <bibl n="105440">Hutto, Daniel D. 2008. Folk Psychological Narratives: the Sociocultural Basis of Understanding Reasons . Cambridge, Mass: MIT Press.</bibl>
          <bibl n="105512">Jackson, Tony E. 2003. ““Literary Interpretation” and Cognitive Literary Studies.” Poetics Today 24 (2): 191-205.</bibl>
          <bibl n="105372">Ja&amp;#233;n, Isabel, and Julien Jacques Simon, edited by. 2013. Cognitive Literary Studies: Current Themes and New Directions. Austin (Tex.): University of Texas press.</bibl>
          <bibl n="105571">Keen, Suzanne. 2007. Empathy and the Novel . Oxford-New York: Oxford University Press.</bibl>
          <bibl n="105457">
            <bibl>Kidd, David Comer, and Emanuele Castano. 2013. “Reading Literary Fiction Improves Theory of Mind.” Science 342 (6156): 377-80.</bibl>
            <idno type="DOI">10.1126/science.1239918</idno>
          </bibl>
          <bibl n="105404">Korthals Altes, Liesbeth. 2014. Ethos and Narrative Interpretation: the Negotiation of Values in Fiction. Lincoln: University of Nebraska Press.</bibl>
          <bibl n="105434">
            <bibl>Kuiken, Don, David S. Miall, and Shelley Sikora. 2004. “Forms of Self-Implication in Literary Reading.” Poetics Today 25 (2): 171-203.</bibl>
            <idno type="DOI">10.1215/03335372-25-2-171</idno>
          </bibl>
          <bibl n="105467">
            <bibl>Kuzmičov&amp;#225;, Anežka. 2012. “Presence in The Reading of Literary Narrative: a Case for Motor Enactment.” Semiotica 2012 (189).</bibl>
            <idno type="DOI">10.1515/semi.2011.071</idno>
          </bibl>
          <bibl n="105596">Lamarque, Peter. 2009. The Philosophy of Literature . Malden, MA: Blackwell.</bibl>
          <bibl n="105289">
            <bibl>Mar, Raymond A. et al. 2006. “Bookworms versus Nerds: Exposure to Fiction versus Non-Fiction, Divergent Associations with Social Ability, and the Simulation of Fictional Social Worlds.” Journal of Research in Personality 40 (5): 694-712.</bibl>
            <idno type="DOI">10.1016/j.jrp.2005.08.002</idno>
          </bibl>
          <bibl n="105315">Margolin, Uri. 2003. “Cognitive Science, the Thinking Mind, and Literary Narrative.” In Narrative Theory and the Cognitive Sciences, edited by David Herman, 271-94. Stanford, Calif: CSLI Publications.</bibl>
          <bibl n="105420">Merriam-Webster. s.d. “Cognitive.” In Merriam-Webster.com dictionary. &amp;lt;https://www.merriam-webster.com/dictionary/cognitive&amp;gt; (2023-02-02).</bibl>
          <bibl n="105562">Miall, David S. 2006. Literary Reading: Empirical &amp;amp; Theoretical Studies. New York: P. Lang.</bibl>
          <bibl n="105497">Moloney, Brian. 1972. “Psychoanalysis and Irony in “La Coscienza di Zeno”.” The Modern Language Review 67 (2): 309.</bibl>
          <bibl n="105535">Nordlund, Marcus. 2002. “Consilient Literary Interpretation.” Philosophy and Literature 26 (2): 312-33.</bibl>
          <bibl n="105446">Oatley, Keith. 2011. Such Stuff as Dreams: the Psychology of Fiction. Chichester, West Sussex, (U.K.)-Malden, MA: Wiley-Blackwell.</bibl>
          <bibl n="105540">Olsen, Stein Haugom. 1987. The End of Literary Theory. Cambridge-New York: Cambridge University Press.</bibl>
          <bibl n="105572">Richardson, Alan. 2010. The Neural Sublime. Baltimore: Johns Hopkins University Press.</bibl>
          <bibl n="105536">Ryan, Marie-Laure. 2010. “Narratology and Cognitive Science: A Problematic Relation.” Style 44: 469-95.</bibl>
          <bibl n="105507">Sanford, Anthony J., and Catherine Emmott. 2012. Mind, Brain and Narrative. Cambridge: Cambridge University Press.</bibl>
          <bibl n="105421">Schneider, Ralf. 2001. “Toward a Cognitive Theory of Literary Character: The Dynamics of Mental-Model Construction.” Style 35 (4): 607-39.</bibl>
          <bibl n="105498">
            <bibl>Sternberg, Meir. 2003. “Universals of Narrative and Their Cognitivist Fortunes (I).” Poetics Today 24 (2): 297-395.</bibl>
            <idno type="DOI">10.1215/03335372-24-2-297</idno>
          </bibl>
          <bibl n="105567">Stockwell, Peter. 2009. Cognitive Poetics: An Introduction. Reprinted. London: Routledge.</bibl>
          <bibl n="105555">Svevo, Italo. 1930. La coscienza di Zeno. Seconda edizione. Milano: Giuseppe Morreale Editore.</bibl>
          <bibl n="105441">Troscianko, Emily T. 2016. Kafka’s Cognitive Realism. First issued in paperback. New York-London: Routledge, Taylor &amp;amp; Francis Group.</bibl>
          <bibl n="105263">van Heusden, Boris P. 2010. “Perception, Imagination, Interpretation, and Analysis in the Humanities.” In Von Katastrophen, Zeichen und vom Ursprung der Menschlichen Sprache. W&amp;#252;rdigung eines vielseitigen Linguisten, Wolfgang Wildgen zur Emeritierung, hrsg. von Cornelia Stroh, 51-68. Bochum: Universit&amp;#228;tsverlag Dr N. Brockmeyer (Diversitas Linguarum 28).</bibl>
          <bibl n="105537">Vermeule, Blakey. 2011. Why Do We Care about Literary Characters? Baltimore: Johns Hopkins Univ. Press.</bibl>
          <bibl n="105499">Wilson, Edward O. 1998. Consilience: the Unity of Knowledge. 1st ed. New York: Knopf : Distributed by Random House.</bibl>
          <bibl n="105316">Zahavi, Dan. 2007. “Self and Other: The Limits of Narrative Understanding.” In Narrative and Understanding Persons, edited by Daniel D. Hutto, 179-201. Cambridge: Cambridge University Press, 179-202.</bibl>
          <bibl n="105521">Zunshine, Lisa. 2006. Why We Read Fiction: Theory of Mind and the Novel. Columbus: Ohio State University Press.</bibl>
        </listBibl>
      </div>
    </body>
  </text>
</TEI>