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        <title type="main" level="a">Narratività ed embodiment della voce</title>
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            <forename>Alessandra</forename>
            <surname>Falzone</surname>
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          <resp>This is a section of <title>La narrazione come incontro</title>(DOI: <idno type="DOI">10.36253/979-12-215-0045-5</idno>) by </resp>
          <name>Fabio Ciotti, Carmela Morabito</name>
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        <publisher>Firenze University Press</publisher>
        <pubPlace>Firenze</pubPlace>
        <date when="2022">2022</date>
        <idno type="DOI">https://doi.org/10.36253/979-12-215-0045-5.08</idno>
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          <p>Available for academic research purposes</p>
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          <p>Copyright Author(s)</p>
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      <abstract xml:lang="en">
        <p>When speaking of narrativity, a widely held idea in various disciplinary fields that identity is essentially narrative is often called into question.
Numerous linguistic, literary, neuroscientific, and evolutionary studies corroborate this idea. In reality, narrativity in these different fields of study often means different objects of inquiry, which have different definitions and describe different processes and, therefore, different cognitive capacities.
In this paper, we will consider the notion of narrativity as a cognitive process, that is, as a component of the human mode of knowledge construction. As such, narrativity would constitute a cognitive universal.
From this definition, we will show how narrativity is an eminently linguistic process made possible by the body technology of language and voice in particular. 
Finally, we will argue for the constitutive and bodily role of language for narrativity in ontogenetic development and inner speech.</p>
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            <item>narrativity</item>
            <item>embodiment</item>
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      <p>It is available online at https://doi.org/10.36253/979-12-215-0045-5.08<ref target="https://doi.org/10.36253/979-12-215-0045-5.08" /></p>



<p rend="h1_chapter" >Narratività ed <hi rend="italic">embodiment</hi> della voce</p><p rend="h1_author" >Alessandra Falzone</p><p rend="h2" >1. Perché raccontare storie?</p><p rend="quotation_b ParaOverride-1" >Sappiamo già come va a finire. Moriremo, così come tutti quelli che amiamo, e alla fine giungerà la morte termica: tutto nell’universo smetterà di trasformarsi, le stelle si spegneranno e non resterà più nulla se non un vuoto infinito, gelido e senza vita. L’esistenza umana, con tutto il suo clamore e la sua tracotanza, è destinata a un’eterna insensatezza. […] La cura per l’orrore è il racconto (Storr 2020, xiii).</p><p rend="text" >Così Will Storr apre il suo libro intitolato <hi rend="italic">La scienza dello storytelling</hi>, uno dei saggi più noti in ambito letterario che tenta di spiegare con un approccio scientifico-divulgativo come mai l’essere umano sia affascinato dalle storie. La spiegazione che Storr fornisce è di tipo evoluzionistico: le storie, infatti, permeano ogni aspetto della vita quotidiana dell’uomo, dalla letteratura ai giornali, dai film alle cronache sportive e persino alle arene giuridiche. Ma c’è di più. Narrare storie è il modo in cui l’uomo costruisce la sua identità, un sé narrativo che permette di definirsi come individuo, conoscere il mondo e gli altri. Il cervello sarebbe ‘affascinato’ evoluzionisticamente dalla narrazione: nel corso della strada che ha condotto al <hi rend="italic">sapiens</hi>, narrare le storie sarebbe stato un booster nella selezione di altri processi cognitivi come il linguaggio, e il cervello – un vero e proprio ‘processore di storie’ – sarebbe stato il garante evoluzionistico degli ‘animali narrativi’, quali sono i <hi rend="italic">sapiens</hi>. </p><p rend="text" >In questa sintetica descrizione dell’ipotesi di Storr sulla narratività sono presenti davvero tanti assunti teorici, su alcuni dei quali torneremo più avanti in questo lavoro. Ciò che appare evidente, e non solo nel lavoro di Storr, è un chiaro e diffuso interesse da più parti nei confronti della capacità unicamente umana di raccontare storie. La narratività, infatti, è considerata come una capacità specie-specifica che permette di costruire la propria identità, di conoscere sé stessi e il mondo esterno, di stringere relazioni, rinsaldare rapporti sociali e di sentirsi appartenenti a una comunità. In sostanza, la narratività viene considerata un vero e proprio processo conoscitivo. Questo tipo di approccio allo studio della capacità umana di narrare storie, in questo modo, fuoriesce dall’ambito dell’analisi narratologica classica e si colloca all’interno degli studi sulla mente, o meglio, sulla cognizione umana, cioè all’interno del paradigma di indagine delle scienze cognitive.</p><p rend="text" >Comprendere come l’uomo conosce il mondo, interno ed esterno, e come costruisce conoscenza condivisa è, infatti, uno degli obiettivi delle scienze cognitive, un campo di indagine fruttuoso e ormai consolidato in cui almeno a partire dalla metà del secolo scorso – volendo considerare solo la storia più recente degli studi sulla cognizione che ricade sotto l’etichetta pluridisciplinare di ‘cognitive science’ – numerosi studiosi hanno messo insieme i propri sforzi epistemologici e metodologici per descrivere i processi conoscitivi dell’uomo (Falzone 2010).</p><p rend="text" >A partire dagli anni Novanta del secolo scorso, si è assistito a un incremento esponenziale dell’interesse nei confronti della narrazione, tanto da spingere alcuni studiosi a individuare un <hi rend="italic">narrative turn</hi> (Kreiswirth 2005) che ha investito vari ambiti disciplinari, da quelli che da sempre si sono occupati della narrazione, come la letteratura e la critica letteraria, o la linguistica e la filosofia, ad ambiti meno tradizionali come la politica, il marketing, l’evoluzionismo, le neuroscienze. </p><p rend="text" >L’ipotesi che anima questo tipo di ‘contaminazioni interdisciplinari’ convergenti sul tema della narrazione è proprio relativa alla natura della mente e della conoscenza: studiare la narrazione non vuol dire solo capirne la forma e la struttura, ma anche indagare i processi cognitivi della narrazione stessa, considerata un tratto definitorio della specie<hi rend="italic"> sapiens</hi>. Secondo Niles (1999) è possibile rintracciare nella narrazione la cifra evoluzionistica del <hi rend="italic">sapiens</hi>, che viene definito <hi rend="italic">Homo narrans</hi>, <hi rend="italic">Homo</hi><hi rend="italic"> fabulator</hi> (Thompson 2010) o <hi rend="italic">Homo fictus</hi> (Gottschall 2012).</p><p rend="text" >«Narrare è un’esigenza umana insopprimibile», secondo il linguista Simone (2020, 211) che però limita la narratività a «una delle proprietà semiotiche caratterizzanti le lingue verbali». La narrazione sarebbe, in questa cornice, un «parlare dentro il parlare» cioè un processo che sfrutta componenti del linguaggio, in particolare quelle pragmatiche e quelle strutturali.</p><p rend="text" >Una prospettiva molto più interna all’analisi narratologica ed evoluzionistica viene offerta da Gottschall (2012) secondo cui «l’imperativo umano a produrre e consumare storie è qualcosa di ancora più profondo della letteratura, dei sogni e delle fantasie. Siamo inzuppati di storie fino alle ossa». Così Daniel Taylor (1996) sostiene che raccontare storie è la forma primaria attraverso cui l’esperienza umana acquista significato. E ancora, Mark Turner definisce la capacità di narrare storie «the fundamental instrument of thought» (Turner 1996, 112), uno strumento su cui vengono costruite le capacità razionali e in generale l’intera cognizione umana. </p><p rend="text" >Descrivere i vari approcci e le evoluzioni epistemologiche che hanno condotto alla individuazione della narrazione come oggetto di studi esula dallo scopo di questo lavoro (per una accorta ricostruzione nell’ambito della teoria della letteratura, e con un attento e informato sguardo sulla componente evoluzionistico-biologica della narrazione, si veda Cometa 2017), che considera il campo di indagine già consolidato e cerca di spiegare quali meccanismi cognitivi stiano alla base della narratività, intesa come processo cognitivo. </p><p rend="text" >Numerose, infatti, sono le ipotesi che cercano di delineare una teoria generale della narrazione come processo cognitivo, inquadrabili all’interno di due approcci distinti: da un lato, alcune teorie cercano di capire come mai nel corso dell’evoluzione del <hi rend="italic">sapiens</hi> sia stato selezionato il ‘comportamento narrativo’. Dall’altro lato, altre teorie cercano di individuare gli universali cognitivi della narratività, cioè i processi che stanno alla base della narratività e che la determinano. </p><p rend="text" >La prima categoria di ipotesi assegna alla narratività una funzione, di norma di tipo evoluzionistico: narrare è servito (e serve) a qualcosa di utile per la sopravvivenza del <hi rend="italic">sapiens</hi>. Tra queste possiamo includere le ipotesi che considerano la narratività un by-product dell’evoluzione.</p><p rend="text" >In un ormai famoso saggio del 1996, il biologo evoluzionista Robin Dunbar sostiene che narrare storie sia il prodotto evolutivo della selezione, di quella sessuale in particolare. Nella sua ricostruzione comparativa, Dunbar mette in evidenza come le differenze cerebrocognitive tra il <hi rend="italic">sapiens</hi> e i primati non umani abbiano consentito il passaggio da una forma di comunicazione prevalentemente basata sul contatto corporeo uno a uno (il <hi rend="italic">grooming</hi>, il tipico spulciamento della pelliccia tra primati) a una forma di comunicazione basata sul racconto (il gossip, il chiacchiericcio tipico dei <hi rend="italic">sapiens</hi>). Tra i primati non umani, infatti, lo spulciamento del manto viene praticato con finalità evidentemente sociali: i membri di rango inferiore spulciano la pelliccia dei maschi alfa, e il tempo che dedicano a questa attività è direttamente proporzionale alla posizione nella gerarchia sociale del gruppo. Anche le mamme spulciano il pelo dei cuccioli, così come avviene tra le femmine dello stesso gruppo. In sostanza, lo spulciamento è un indice di attenzione sociale e di cura, molto efficace, ma terribilmente dispendioso, essendo praticato da un primate alla volta su un altro. </p><p rend="text" >Nel <hi rend="italic">sapiens</hi> questa forma di comunicazione uno-a-uno ha lasciato spazio al gossip, cioè il discutere ‘di chi ha fatto cosa a chi’, una forma di comunicazione che permette di raccontare fatti, alcuni avvenuti, altri inventati. Il racconto consente di raggiungere contemporaneamente molti più membri della stessa specie permettendo così di rinsaldare i legami sociali e soprattutto di gestire meglio le risorse, sia quelle alimentari che quelle riproduttive. Narrare le storie, dunque, sarebbe utile per la coesione sociale e in ultima analisi per la sopravvivenza e l’affermazione della specie.</p><p rend="text" >Secondo Bietti e colleghi (2018), narrare storie ha una funzione evidentemente adattativa e svolge funzioni evoluzionistiche essenziali come la coesione e il mantenimento dei legami sociali all’interno del gruppo e la trasmissione di informazioni utili per la sopravvivenza (cibo, risorse nutritive e territoriali, pericoli) con l’economizzazione dei costi relativi alla conoscenza di prima mano. Inoltre, come effetto della narrazione, il narratore acquisterebbe maggiore credibilità sociale (e di conseguenza un miglioramento della sua fitness). La narrazione, quindi, consentirebbe di fornire soluzioni a condizioni non conosciute dal singolo sfruttando l’esperienza precedente, acquistando così un notevole valore adattativo. <hi >L’aspetto interessante dell</hi><hi >’ipotesi di Bietti e colleghi risiede nel carattere ‘creativo’</hi><hi > della narrazione: «We propose that the specific adaptive value </hi><hi >of storytelling lies in making sense of non-routine, uncertain, or </hi><hi >novel situations, thereby enabling the collaborative development of previously acquired </hi><hi >skills and knowledge» (Bietti et al. 2018, 710).</hi></p><p rend="text" >L’ipotesi di Bietti e colleghi, dunque, sebbene ricerchi una spiegazione funzionale, individua alcune caratteristiche generali di tipo cognitivo della narratività, così come la seconda categoria di ipotesi cui abbiamo fatto riferimento sopra, cioè quelle che cercano di indagare gli universali cognitivi della narratività. Un approccio simile è rintracciabile anche in Gottschall (2012), secondo cui che la narrazione sia stata oggetto di selezione durante la nostra storia evolutiva è rintracciabile anche nello sviluppo ontogenetico, in particolare nella tendenza degli infanti al gioco di immaginazione/finzione, durante il quale emerge in maniera evidente la capacità del <hi rend="italic">sapiens</hi> di raccontare e costruire una storia. Secondo Gottschall la narrazione di storie costituisce un universale conoscitivo per il <hi rend="italic">sapiens</hi>, e per tale motivo presenta alcune regole universali, che sulla scorta dell’ipotesi chomskiana sul linguaggio, Gottschall definisce «Grammatica Universale delle storie», una sorta di insieme di principi costitutivi di base che vengono utilizzati per narrare, una struttura profonda che accomuna tutte le storie di tutto il mondo, in tutte le epoche. Nella costruzione delle storie, secondo Michele Cometa, sarebbe possibile rintracciare delle catene operative, «sequenze ordinate di azioni» (Cometa 2017, 63) che ricalcano le aspettative conoscitive e i processi di funzionamento di base della memoria, dello svolgimento delle azioni nel tempo e nello spazio. È come se per costruire una buona storia, fosse necessario soddisfare una sorta di «bisogno di controllo» dei nostri processi cognitivi sulla storia stessa (Storr 2020): il nostro sistema nervoso centrale ci farebbe provare piacere quando la storia conferma le nostre previsioni e, a volte, il piacere diviene maggiore se, invece, le aspettative non si realizzano.</p><p rend="h2" >2. Narratività e cognizione</p><p rend="text" >Se da una parte le discipline della narrazione – nel senso più ampio discusso nel paragrafo precedente – hanno cercato di individuare sia la funzione che gli universali cognitivi della narrazione, dall’altra le scienze cognitive si sono occupate di comprendere i processi sottostanti la narratività, sia perché narrare storie è considerata una modalità specie-specifica per il <hi rend="italic">sapiens</hi> di dare significato ai singoli eventi e rappresentare la realtà, sia perché la narratività è considerata come una capacità costitutiva del proprio sé, cioè un processo cognitivo costruttore dell’identità personale. </p><p rend="text" >Secondo LeDoux (2020) la capacità di conoscere il mondo e la consapevolezza di sé stessi dipendono dalla memoria e dalla capacità top-down di costruire modelli di predizione basati sul pattern elementari di indicazioni sensoriali che riguardano l’ambiente circostante. In particolare LeDoux sostiene che la memoria episodica, che è legata a episodi specifici e include il soggetto che li ha vissuti (ed è quindi una memoria autobiografica), e la memoria semantica, che è acquisita tramite esperienze specifiche ma non è necessariamente legata a quelle esperienze, si avvalgono della narrazione e dell’esperienza linguistica. </p><p rend="text" >Smorti e Fioretti (2016) sostengono che la narrazione cambi la memoria autobiografica. Nel loro studio, individuano due forme di memoria di sé stessi: la memoria autobiografica e quella narrativa. La prima è un tipo di memoria episodica e semantica specifica per gli eventi legati a sé stessi ricordati dalla prospettiva presente. La memoria episodica tiene traccia dei cambiamenti personali così da consentire il mantenimento della propria identità tramite proprio la narrazione. La seconda, invece, è fondamentale per il recupero delle informazioni autobiografiche grazie alla ripetizione linguistica di tali informazioni. La memoria narrativa fornisce coerenza alla nostra vita creando dei «blocchi di memoria». Secondo i due autori, la memoria narrativa trasforma quella autobiografica, poiché le memorie narrate vengono trasformate in storie e socializzate, grazie all’intervento del linguaggio. </p><p rend="text" >Secondo alcuni studiosi la narratività sarebbe non tanto una competenza utilizzata per esplicitare le memorie personali ma una modalità specifica di immagazzinamento della memoria, includendo le strutture narrative consapevoli nell’architettura cognitiva generale (León 2016). </p><p rend="text" >Sono di questo avviso alcuni studiosi che hanno descritto la narratività come un’abilità unicamente umana di costruire significati tra due agenti, in maniera intersoggettiva. La costruzione narrativa delle relazioni e dei significati ha anche una forte accezione semiotica, nella cui tradizione la narratività è una struttura profonda, una morfologia, con un pattern regolare che dà forma a significato ed esperienza, organizzando azioni ed eventi nel tempo (Paolucci 2019, 386): non coinciderebbe né col significato in sé né con il linguaggio, ma darebbe forma esperienziale ad entrambi a livello intersoggettivo.</p><p rend="text" >La narrazione, secondo questa prospettiva, sarebbe un processo interazionale di co-produzione di significato in cui un narratore e un ascoltatore costruiscono una storia esperienziale, sulla base dei loro corpi, delle loro intenzioni e delle loro esperienze precedenti (cfr. ad esempio De Jaegher, Di Paolo 2007). In questa prospettiva enattivista, la narrazione non è legata soltanto alla capacità di utilizzare il linguaggio per accordarsi sul mondo, un esito della funzione del linguaggio o ancora un sottoprodotto della cognitività linguistica o un’implicatura pragmatica (Pratt 1977), ma sarebbe una forma di organizzazione della conoscenza consentita dalla relazione costitutiva della cognizione con il mondo (cfr. Popova 2014). </p><p rend="text" >Le teorie <hi rend="italic">embodied</hi> della cognizione postulano che la capacità di costruire rappresentazioni del mondo (qualora queste esistessero) dipende dalle esperienze, dalle memorie corporee, oppure ancora dalle simulazioni di tali esperienze. La narratività, dunque, consentirebbe di conoscere il mondo interno ed esterno tramite processi simulativi delle esperienze vissute, corporificate. <hi >Shaun Gallagher (2007), ad esempio, identifica un </hi><hi rend="italic" >narrative self</hi><hi > come «a more or less coherent self (or self-image) </hi><hi >that is constituted with a past and a future in </hi><hi >the various stories that we and others tell about ourselves»</hi><hi >. </hi>Si tratta, quindi, di un <hi rend="italic">sé</hi> caratterizzato da una dimensione temporale garantita dall’abilità di raccontare storie (<hi rend="italic">narrative language</hi>), a differenza del <hi rend="italic">minimal self</hi>, «a consciousness of oneself as an immediate subject of experience, unextended in time», caratterizzato da competenze basiche di agency e ownership.</p><p rend="text" >Daniel Hutto (2007) formula un’ipotesi sul ruolo cognitivo della narratività (<hi rend="italic">Hypothesis of Narrative Practice</hi>), secondo cui le storie raccontante dai genitori ai bambini in contesti interazionali (enattivi) consentono loro di familiarizzare con conoscenze sociali e competenze psicologiche basiche. In questo modo i bambini sarebbero in grado di esercitarsi a utilizzare le narrazioni in maniera competente. Tale processo sarebbe alla base della costruzione della propria identità e memoria autobiografica. A partire da questo assunto, Hutto sostiene un’ipotesi molto forte sul ruolo della narratività in contesto riabilitativo e psicoterapeutico, secondo cui la pratica narrativa consentirebbe di ri-agire in maniera psicologicamente nuova e accettabile le memorie precedenti, che sono alla base della condizione dolorosa del paziente. La narrazione, dunque, non sarebbe solo un modo per raccontare la propria esperienza, ma una vera e propria tecnica di riscrittura delle memorie individuali.</p><p rend="text" >Alcuni studi, infine, mirano a rintracciare nella narratività un processo cognitivo che non ha direttamente a che fare con il linguaggio, perché si baserebbe su competenze prelinguistiche. <hi >Secondo Adornetti </hi><hi >e Ferretti (2021): «the causal processes that allow a narrative</hi><hi > to act as a connection tool for the construction of</hi><hi > the narrative self are the systems that process global coherence,</hi><hi > which is a property referable to the cognitive level».</hi><hi > </hi>La narratività implicherebbe differenti sistemi di processamento cognitivo basati sulla capacità di costruire proiezioni nel tempo e nello spazio (il cosiddetto <hi rend="italic">Mental Time Travel</hi>) che a loro volta giocano un ruolo nella costruzione della <hi rend="italic">self-continuity</hi>, cioè il riconoscimento di sé stessi. La continuità del sé, secondo gli autori, si baserebbe sulla coerenza globale, cioè la relazione tra il contenuto della verbalizzazione e l’argomento generale della conversazione. La coerenza, a differenza della coesione linguistica, garantirebbe il ruolo della narratività nella costruzione del <hi rend="italic">self, </hi>e sarebbe indipendente dai dispositivi linguistici.</p><p rend="text" >È interessante sottolineare, a conclusione di questo paragrafo, come le ipotesi che sganciano la narratività dal linguaggio considerandola come un processo cognitivo non necessariamente linguistico si espongono a una delle critiche più forti sul ruolo della narratività nella definizione del sé, come quella formulata da Strawson (2004). In diversi lavori, Strawson sostiene che la narratività non sia un processo cognitivo e, qualora si potesse rintracciare un processo conoscitivo del genere nella mente o nel comportamento umani, potrebbe non essere un universale della cognizione del <hi rend="italic">sapiens</hi>: non tutti gli esseri umani costruiscono narrazioni continue e coerenti delle proprie esperienze (<hi rend="italic">episodic personality</hi>). La spiegazione narrativa del sé sarebbe più un’opzione epistemologica (<hi rend="italic">Ethical Narrativity Thesis</hi>) che di un effettivo universale cognitivo: </p><p rend="quotation_b" ><hi >There is widespread agreement </hi><hi >that human beings typically see or live or experience their </hi><hi >lives as a narrative or story of some sort, or </hi><hi >at least as a collection of stories. I’ll call </hi><hi >this the psychological Narrativity thesis, using the word ‘Narrative’ </hi><hi >with a capital letter to denote a specifically psychological property </hi><hi >or outlook. The psychological Narrativity thesis is a straightforwardly empirical, </hi><hi >descriptive thesis about the way ordinary human beings actually experience </hi><hi >their lives. This is how we are, it says, this </hi><hi >is our nature. The psychological Narrativity thesis is often coupled </hi><hi >with a normative thesis, which I’ll call the ethical </hi><hi >Narrativity thesis. This states that experiencing or conceiving one’s </hi><hi >life as a narrative is a good thing; a richly </hi><hi >Narrative outlook is essential to a well-lived life, to true </hi><hi >or full personhood (Strawson 2004, 428). </hi></p><p rend="text" >Sebbene si tratti di una posizione interna al dibattito sulla natura del sé, Strawson lascia trasparire nei suoi lavori una evidente idiosincrasia nei confronti del «narrative imperialism» (Eakin 2006). La sua posizione circa l’incapacità di definire sé stessi in termini di un racconto esplicito risulta, a nostro avviso, capziosa: la consapevolezza o meno di ciascun individuo della natura narrativa del proprio sé, infatti, non è dirimente per comprendere se la propria identità venga costruita tramite una narrazione o sfrutti competenze narrativo-cognitive. Per comprendere la natura del sé è probabile si debba fare riferimento a numerosi processi cognitivi, non esclusivamente all’autoconsapevolezza della propria narrazione esperienziale. In questo lavoro, quindi, proponiamo che la narratività sia un processo di natura linguistico-vocale, senza per questo pretendere di individuare un sé di tipo narrativo. Nel prossimo paragrafo cercheremo di sostenere l’idea secondo cui la narratività si realizza grazie ai vincoli tecnomorfi della voce, anche quando si dialoga con sé stessi.</p><p rend="h2" >3. <hi rend="italic">Constraints</hi>, <hi rend="italic">embodiment</hi> e narratività</p><p rend="text" >A partire dalle ipotesi di tipo biologico e cognitivo, in questo lavoro formuleremo una proposta sulla natura cognitiva della narratività che possa garantire l’ancoramento della narratività alla cognizione incarnata.</p><p rend="text" >Questa proposta si basa sulla nozione di vincolo e considera la narratività <hi rend="italic">embodied</hi> e <hi rend="italic">grounded</hi>. In particolare narratività, a nostra avviso, è un processo cognitivo, consentito dai vincoli biologici del <hi rend="italic">sapiens</hi>, cioè dalle possibilità corporee, ed è embodied proprio perché basata sulla tecnologia corporea linguistica del <hi rend="italic">sapiens</hi> e i processi a essa connessi. La nozione di vincolo nella nostra prospettiva ha un significato assolutamente tecnico, mutuato dalla biologia evoluzionistica dello sviluppo (EVO-DEVO), all’interno della quale i vincoli (<hi rend="italic">constraints</hi>) rappresentano le strutture dell’organismo di ogni essere vivente e ne rappresentano il piano delle sue possibilità funzionali. Un <hi rend="italic">constraint</hi> non costituisce semplicemente una costrizione strutturale su cui agisce la selezione naturale, ma descrive l’insieme delle possibilità funzionali di quella forma (per una discussione, si veda Falzone 2014, Pennisi, Falzone 2016). Sulla base di questi assunti, narrare è possibile grazie alla tecnologia corporea del linguaggio (<hi rend="italic">Bodly Language Technology</hi>) e dunque narrare è possibile a partire dalla voce.</p><p rend="text" >La tecnologia corporea del linguaggio assume un ruolo costitutivo per la narratività come è evidente sia nell’acquisizione delle capacità linguistico-narrative, sia durante il discorso interiore. </p><p rend="text" >Se si analizza l’acquisizione del linguaggio, infatti, la narratività rappresenta un processo linguistico-vocale già della prime fasi della vita. Prima ancora di comprendere i significati delle parole, fin dalle prime interazioni con chi si prende cura dei neonati, i suoni della lingua madre vengono percepiti come una sorta di variazione musicale costante e piacevole (Falzone 2012). Una mole impressionante di studi ha dimostrato che ogni adulto della nostra specie si rivolge, in maniera automatica, ai piccoli con il cosiddetto «motherese language» (Falk 2009), cioè una modalità prosodica connotata da alcune caratteristiche, come l’esagerazione dei contorni intonativi, la ridondanza sia dei picchi modulativi che delle parole, e l’amplificazione della temporalità ritmica (Mehler et al. 1988). La ritmicità e la modulazione melodica producono dei pattern prosodici che favoriscono lo sviluppo di una competenza metrica, una sorta di modello di narrazione che sintonizza bambino e caregiver e facilita lo sviluppo di capacità di manipolazione di tali pattern (Ferald-Simon 1984). Questo tipo di vocalità e il suo ritmo costituiscono la base per lo sviluppo di molte funzioni cognitive, secondo un modello noto come <hi rend="italic">bootstrapping</hi> prosodico (cfr. Pennisi, Falzone 2016). Dal punto di vista neurocognitivo, il motherese language attiva i circuiti del piacere e della ricompensa sia nell’adulto che nel neonato (in particolare la paleocortex e i circuiti sottocorticali coinvolti nel processo di attaccamento, cfr. Cozolino 2008) che inizia a selezionare i foni della lingua madre sulla base della musicalità prosodica (Kuhl et al. 2006). Inoltre l’arousal prodotto dai pattern vocali motherese language nel neonato determina l’attivazione dei circuiti dell’attenzione favorendo il <hi rend="italic">turn-taking</hi> dialogico, una forma di protonarrazione vocale. </p><p rend="text" >Che la capacità di narrare storie si presenti in maniera precoce sulla scorta della produzione vocale emerge anche dagli studi condotti sui bambini dai 18 ai 36m che sono in grado costruire storie sui pattern vocali tramite la personificazione della voce degli altri, prima ancora di saper utilizzare in maniera competente la grammatica della propria lingua (Simone 2020).</p><p rend="text" >La voce, dunque, rappresenta un vincolo biologico per la narratività già dalle prime fasi dello sviluppo del linguaggio. La centralità della componente vocale nella narrazione, a nostro avviso, è rintracciabile anche in un altro processo che ha una natura eminentemente linguistico-vocale, sebbene non si manifesti direttamente con la produzione sonora di parole: facciamo riferimento al dialogo interiore o <hi rend="italic">inner</hi> <hi rend="italic">speech</hi>. </p><p rend="text" >L’<hi rend="italic">inner</hi><hi rend="italic"> speech</hi> può essere considerato una delle esperienze linguistiche più intime e naturali. Sebbene non sempre in maniera esplicita, ciascuno di noi ha esperienze di un dialogo interno. In diversi momenti della giornata ci ritroviamo a parlare con noi stessi, nella nostra mente. Alcune persone fanno esperienza di <hi rend="italic">inner </hi><hi rend="italic">speech</hi> mentre stanno facendo attività sportive, mentre stanno svolgendo un compito cognitivo, quando si incontra un amico, altri ancora mentre programmano la loro giornata oppure ricordano un episodio. Il dialogo interiore si può presentare anche in condizioni di riposo (<hi rend="italic">min</hi><hi rend="italic">d-wandering</hi>, Perrone-Bertolotti 2014) come una forma di flusso di pensieri non associato necessariamente a stimoli esterni o ad altri processi cognitivi.</p><p rend="text" >In generale l’<hi rend="italic">inner speech</hi> può essere definito come la capacità da parte del soggetto di dialogare con sé stesso in maniere silenziosa (Geva, Warburton 2018), nella propria mente, in assenza di articolazione linguistica (Alderson-Day, Fernyhough 2015). Proprio sulla base della natura dialogante, molti studi concordano nel definire l’<hi rend="italic">inner speech</hi> come un racconto di sé stessi a sé stessi (Irving, Glasser 2020). L’<hi rend="italic">inner speech</hi>, infatti, ha una natura essenzialmente dialogante anche quando la voce interna si riferisce a sé stessi.</p><p rend="text" >L’aspetto fenomenologico essenziale che caratterizza l’<hi rend="italic">inner speech</hi> è la voce: si tratta di un <hi rend="italic">covert speech</hi>, cioè una forma di linguaggio che non coinvolge le componenti motorie della voce. Nonostante ciò, l’<hi rend="italic">inner speech</hi> non può essere definito un processo mentale astratto e decorporificato, una sorta di esito funzionale del linguaggio parlato. Diversi dati di tipo neuroscientifico, infatti, hanno individuato il coinvolgimento delle aree del linguaggio durante il dialogo interiore, in particolare le regioni linguistiche classiche (aree di Broca, di Wernicke, il lobulo parietale inferiore sinistro, il network dorsale del linguaggio Geva e Fernyhough 2019), ma, a differenza della produzione vocale, l’<hi rend="italic">inner speech</hi> non elicita una elevata attivazione motoria delle regioni motorie e premotorie. Questo non significa che si tratti di un processo che non comporti embodiment. L’ipotesi che è stata formulata a riguardo è relativa alla componente inibitoria e di monitoraggio dell’azione, un sistema in grado di monitorare se le azioni sono prodotte dal soggetto o se provengono dall’esterno, impedendo che il soggetto percepisca come compiute da altri le proprie azioni (Frith 2019). Il anche il self talk, cioè il linguaggio prodotto e diretto a sé stessi rientra in questo sistema. Quando produciamo inner speech le aree del linguaggio, coinvolte nel processo di produzione del linguaggio ad alta voce, si attivano e inviano una <hi rend="italic">efference</hi><hi rend="italic"> copy</hi> alla parte della corteccia uditiva deputata alla decodifica del linguaggio. Tale messaggio allerta le aree che decodificano il messaggio linguistico che rispondono con una intensità di attivazione inferiore rispetto a quella richiesta per la comprensione di produzioni verbali esterne. È come se questa <hi rend="italic">efference copy</hi> ‘attenuasse’ l’attività di decodifica delle aree linguistiche (Ford, Mathalon 2004). In questo modo si realizzerebbe il monitoraggio della propria attività di inner speech: il messaggio inibitorio inviato dall’area di Broca (responsabile della codifica linguistica) tramite il fascicolo arcuato raggiungerebbe immediatamente l’area di Wernicke (responsabile della decodifica linguistica) inibendo la sua attivazione. Così il nostro cervello elabora la voce prodotta da Broca come una voce interna.</p><p rend="text" >Pur non coinvolgendo direttamente i vincoli morfologici della voce, l’<hi rend="italic">inner speech</hi> ha delle caratteristiche fenomenologiche sovrapponibili all’<hi rend="italic">overt speech</hi>: può variare nel picco, nella frequenza, nel tipo di voce, nella vividezza come l’<hi rend="italic">overt speech</hi> (Wilkinson, Alderson-Day 2016; Vilhaurer 2017). La qualità dell’<hi rend="italic">inner</hi> <hi rend="italic">voice</hi> può cambiare in base al contesto esterno, al compito in cui è coinvolto il soggetto, le emozioni, ma anche in base al tipo di reporting (diretto o indiretto) (Yao, Scheepers 2015). </p><p rend="text" >Il <hi rend="italic">self-reported inner</hi> <hi rend="italic">speech</hi> riguarda il parlante o le persone vicine (Morin et al. 2011) e l’<hi rend="italic">inner voice</hi> è sempre attribuita al parlante (Rosen et al. 2018) come agente dell’<hi rend="italic">inner speech</hi> (agentività). A meno di condizioni psicopatologiche o alterazioni percettive indotte da sostanze psicotrope, il parlante è agente dell’<hi rend="italic">inner </hi><hi rend="italic">speech</hi> e attribuisce a sé stesso la ‘produzione’ della voce interna (Gallagher 2007). </p><p rend="text" >Numerosi studi, sia comportamentali che neuroscientifici, hanno dimostrato che l’<hi rend="italic">inner speech</hi> è una fase centrale nello sviluppo ontogenetico della nostra competenza linguistica, cioè la cosiddetta internalizzazione del dialogo (Vygotskij 1987) e contemporaneamente costituisce modalità attraverso cui costruiamo la nostra vita interiore e di conseguenza la nostra esperienza (Lœvenbruck 2018). Dialogare con sé stessi, internamente, consente di ricostruire le memorie di sé stessi tramite la ripetizione linguistica delle esperienze episodiche: la memoria narrativa fornisce coerenza alla nostra vita creando dei ‘blocchi di memoria’ che vengono ripetuti a sé stessi e socializzati (Smorti, Fioretti 2016). </p><p rend="text" >La voce, anche quella interiore, sembra costituire un <hi rend="italic">tool</hi> cognitivo, una tecnologia corporea che consente di narrare le proprie esperienze di sé e del mondo: «<hi >inner speech is </hi><hi >a tool through which we experience our (internal and external) </hi><hi >‘world knowledge’ through our voice</hi>» (Cardella, Falzone 2021, 203). </p><p rend="h2" >4. Conclusioni</p><p rend="text" >La narratività, in conclusione, costituisce una possibilità offerta dai vincoli biologici del <hi rend="italic">sapiens</hi> fondata tecnologia corporea del linguaggio. La voce rappresenta un vero e proprio tool cognitivo che permette di narrare le proprie esperienze di sé e del mondo. In questo contesto teorico la narratività è un processo <hi rend="italic">embodied</hi> e <hi rend="italic">grounded</hi> come è evidente già nelle prime fasi di vita. </p><p rend="text" >Fin dalla nascita, i <hi rend="italic">sapiens</hi> sono immersi in narrazioni vocali-prosodiche da cui sono attratti e che riconoscono, probabilmente, già in utero. Le prime interazioni caregiver-neonato sono caratterizzate da una specifica e universale variazione del ritmo e della prosodia. I neonati sono in grado di riconoscere i pattern prosodici e la dialogicità narrativa elicitata dal motherese language.</p><p rend="text" >La voce, dunque, nella sua dimensione prosodica, racchiude le possibilità della narrazione.</p><p rend="text" >L’embodiment vocale della narratività è rintracciabile anche in una forma dialogica peculiare del <hi rend="italic">sapiens</hi> , l’<hi rend="italic">inner</hi><hi rend="italic"> speech</hi>, durante il quale nella contingenza quotidiana il <hi rend="italic">sapiens</hi> si rivolge a sé stesso utilizzando una voce interna alla sua mente, eppure con le caratteristiche fenomenologiche della voce proferita. Questo dialogo interiore è considerato una forma di narrazione di sé stessi, modalità attraverso cui costruiamo la nostra vita interiore e di conseguenza la nostra esperienza.</p><p rend="h2" >Riferimenti bibliografici</p><p rend="bib_indx_bib" >Adornetti, Ines, and Francesco Ferretti. <hi >2021. “The narrative self in schizophrenia and its</hi><hi > cognitive underpinnings.” In </hi><hi rend="italic" >Psychopathology and Philosophy of Mind. What Mental</hi><hi rend="italic" > Disorder Can Tell Us About Our Minds</hi><hi >, edited by Valentina </hi><hi >Cardella and Amelia Gangemi, 96-116. 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