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        <title type="main">‘Maledetta Signora’</title>
        <title type="sub">Storia dell’antijuventinismo (1897-2023)</title>
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        <title>Strumenti per la didattica e la ricerca</title>
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        <rs type="FUP_policy" source="https://doi.org/10.36253/fup_best_practice">Firenze University Press Best Practice in Scholarly Publishing</rs>
        <rs type="scientific_cloud" source="https://doi.org/10.36253/fup_best_practice.2">FUP Scientific Cloud for Books</rs>
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      <abstract xml:lang="en">
        <p>Juventus is a national symbol, the most loved club by Italian people, but also the most hated. The disdained, the hostility, the controversial that follows this team has no equal in the history of Italian sport. The anijuventinism is a cultural phenomena very complex that meets the history and the evolution of Italian football and also the whole country. All the controversy about the “Vecchia Signora” (the “Old Lady”) are the football projection of strong and deep feelings as the rejection of authority, conspiracy, populism and suspect about the institutions. Thanks to a historical analysis, this book tries to tell about a popular history that goes beyond football.</p>
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      <abstract xml:lang="it">
        <p>La Juventus è un simbolo nazionale: è la squadra più amata dagli italiani, ma anche la più odiata. Il disprezzo, l’antipatia e l’ostilità di cui è da sempre stata oggetto non hanno eguali nella storia dello sport italiano. L’antijuventinismo è un fenomeno culturale assai complesso e articolato, che si incrocia con la storia e l’evoluzione del calcio italiano e quindi dell’intero Paese. Le polemiche sul potere economico e politico della ‘Vecchia Signora’ si configurano come la proiezione calcistica di sentimenti profondamente radicati come il rifiuto per l’autorità, la dietrologia, il sospetto per le istituzioni, la demagogia, il populismo. Ricorrendo a una rigorosa analisi storica, il volume racconta una vicenda collettiva e popolare che va ben oltre il calcio giocato. </p>
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            <item>Juventus</item>
            <item>history of football</item>
            <item>history of contemporary Italy</item>
            <item>history of sports</item>
            <item>Italian culture and society</item>
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      <p>It is available online at https://doi.org/10.36253/979-12-215-0165-0<ref target="https://doi.org/10.36253/979-12-215-0165-0" /></p>
      
      
      
      <p rend="h1_chapter ParaOverride-2">Introduzione</p><p rend="text">Il 3 giugno del 2017 fuori da un pub, a Varsavia, ho visto un gruppo di allegri tifosi saltellare felici tra trombette e boccali di birra. La loro squadra, il Real Madrid, aveva appena vinto l’ennesima Champions League della sua storia battendo in finale per 4-1 la Juventus. Indossavano magliette e cappellini di quel club, ne agitavano sciarpe e stendardi ma c’era qualcosa che non andava. Si trattava di studenti Erasmus italiani, che tifavano squadre diverse, venivano da diverse parti dell’Italia e mi spiegarono che erano lì tutti accomunati dalla stessa cosa: l’odio nei confronti dei colori bianconeri. Intanto anche in Italia si stava facendo festa: a Napoli boati e cori da stadio avevano salutato tutti i gol degli spagnoli, una gran folla festeggiò per i vicoli della città e alla fine qualcuno sparò dei fuochi d’artificio (<hi rend="CharOverride-1">Ansa</hi> 2017). A Milano e provincia molti scesero in piazza e tra questi l’ex stella dell’Inter Sandro Mazzola che per tutta la notte celebrò l’evento a colpi di clacson (<hi rend="CharOverride-1">Tuttosport</hi> 2017a). A Nichelino, nell’hinterland torinese, le campane della chiesa Santissima Trinità suonarono a festa<hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi xml:id="footnote-067-backlink"><ref target="OP08873_xml.html#footnote-067">1</ref></hi></hi>. Non era una novità: l’Europa è stata sempre l’Eldorado degli antijuventini. Nel 1983 la Juventus sfidò in finale dell’allora Coppa dei Campioni l’Amburgo, schierando in campo ben sei campioni del mondo, il pallone d’oro in carica, Paolo Rossi e quello che lo sarebbe diventato di lì a poco, Michel Platini (che poi ne avrebbe vinti tre consecutivi) uscendo comunque sconfitta. Vinse l’Amburgo, avversario non certo irresistibile, grazie a un gol del centrocampista tedesco Felix Magath: il regista e tifoso della Fiorentina Franco Zeffirelli esultò ringraziando pubblicamente Dio e festosi caroselli si registrarono a Roma e Milano (Petrone 1983). Qualcuno sentì la necessità di celebrare l’eroe che aveva infranto i sogni juventini e l’Italia si riempì di graffiti commemorativi: «grazie Magath!» (Foot 2007, 110). D’altronde per tastare l’ostilità nei confronti dei colori bianconeri non è necessario attendere i suoi capitomboli europei. Periodicamente i suoi successi sono puntellati da roventi polemiche su episodi arbitrali, sulla forza economica e politica di una delle più antiche dinastie industriali del paese, la famiglia Agnelli e su quella che viene considerata dai tifosi avversari come una spregiudicata e insana ossessione per la vittoria. In realtà la Juventus non è mai stata solo e unicamente una squadra di calcio. La sua avventura sportiva si srotola senza sosta lungo ben 126 anni di storia italiana, dei quali è stata capace spesso di fotografarne aspetti cruciali: il graduale emergere di una società urbana e industriale ad inizio secolo; l’emigrazione di massa dal Sud al Nord del paese dopo la seconda guerra mondiale; il boom economico che vede nella Fiat uno dei suoi simboli più potenti; la nuova società dei consumi degli anni Ottanta e la riorganizzazione di taglio industriale di uno sport sempre più globale tra gli anni Novanta e il Duemila. In questo senso la Juventus appare come una fonte inesauribile di suggestioni, percorsi interpretativi, strutture<hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi xml:id="footnote-066-backlink"><ref target="OP08873_xml.html#footnote-066">2</ref></hi></hi>. La notevolissima ammirazione per l’efficienza, l’operosità e la sobrietà dei suoi modi che la società è riuscita a riscuotere durante la sua storia si incontra, anzi si scontra, con un’ostilità, un’antipatia, un disprezzo che non hanno eguali nella storia del nostro sport e che anzi la scavalcano per diventare un vero e proprio fenomeno di costume. </p><p rend="text">Così, guardando quei ragazzi felici e saltellanti fuori da quel pub a Varsavia, da storico, ho pensato che forse quella dell’antijuventinismo fosse una storia culturale che racconta molto del nostro paese e che si lega con fenomeni profondamente radicati come il rifiuto per l’autorità, la dietrologia, il complottismo, il sospetto per le istituzioni, l’emarginazione sociale ed economica, il populismo e la demagogia. Negli anni Trenta abbraccia la riorganizzazione del calcio avviata dalle autorità fasciste, l’emergere del pallone come pratica collettiva sempre più popolare, l’affermarsi di mezzi di comunicazione di massa come giornali e radio, il divismo e l’aumentare del suo giro d’affari; negli anni Sessanta si sposa con l’esplosione di uno sport che si evolve in una realtà in pieno boom economico, sempre più industrializzata; negli anni Settanta va a braccetto in un paese spossato da stragi e terrorismo con la dietrologia e il complottismo; negli anni Ottanta con la consacrazione del calcio a fenomeno di massa, al chiasso allegro e disinvolto tipico del consumismo di quel periodo e al boom del calcio parlato e della chiacchiera televisiva grazie a trasmissioni come il <hi rend="CharOverride-1">Processo del Lunedì</hi>; negli anni Novanta con l’esplodere delle dirette delle partite in tv, l’arrivo della <hi rend="CharOverride-1">pay tv</hi>, l’epoca del berlusconismo che vede anche un nuovo modo di interpretare il calcio e l’assunzione della moviola quale giudice supremo di tutte le contese calcistiche; oggi su blog e chat, in epoca di piena rabbia populista si sposa soprattutto dopo la vicenda della Superlega con critiche spesso confuse e nebulose alle grandi élite e con fenomeni come il neoborbonismo che incornicia il predominio calcistico della Juventus nel quadro di una presunta colonizzazione del Sud Italia avviata dal Piemonte dei Savoia dopo l’Unità.</p><p rend="text">La storia del calcio non è più un terreno di studi ignoto e inesplorato e il tempo in cui uno studioso che si addentrava nel mondo del pallone veniva accolto da sorrisini imbarazzati e colpi di gomito è ormai alle spalle. Oltre a pochi pionieri che da anni e con grande rigore scientifico studiano il fenomeno, una nuova generazione di validi studiosi sta rapidamente emergendo e la recente nascita della rivista di studi contemporanei <hi rend="CharOverride-1">Storia dello sport</hi> che ha creato un vivace spazio di discussione e dibattito, è ulteriore testimonianza di una rinnovata sensibilità scientifica<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-065-backlink"><ref target="OP08873_xml.html#footnote-065">3</ref></hi></hi>. Il calcio è un elemento di primo piano dell’identità nazionale italiana, un romanzo popolare, per usare una dicitura per la verità un po’ abusata e soprattutto un fenomeno di massa che molto racconta delle trasformazioni, delle evoluzioni, delle aspirazioni della nostra società. È anche quindi, un prezioso strumento di ricerca: </p><p rend="quotation_a">è passato il concetto che se la storia deve frugare nella testa, nella mentalità della gente, lo sport è un campo di ricerca importante. È una rottura metodologica fondamentale che può esser fatta risalire alla scuola degli “Annales”. Penso alla famosa frase di Marc Bloch: “l’orco va dove fiuta carne umana”. Gli storici debbono essere degli orchi, devono trovare le proprie fonti dovunque e snidare la storia delle persone in qualunque luogo, e in qualunque campo, essa sia, senza limitarsi ai settori di indagine della ricerca storiografica classica (partiti, archivi, istituzioni). Anche i sogni possono essere fonti storiche […] I luoghi dello sport sono luoghi dove si esaltano il senso di identità e di appartenenza di un popolo, i luoghi del tifo poi sono un vero e proprio laboratorio la crisi delle grandi ideologie, e spesso sono rivelatori di sintomi sociali destinati a esplodere altrove (basti pensare alla guerra nell’ex Jugoslavia, che è stata per così dire anticipata dagli scontri negli stadi tra gli ultrà serbi e quelli croati). Quindi vanno studiati in modo serio, facendo interagire la storia dello sport con la storia del paese (De Luna 2000, 1492). </p><p rend="text">Il libro segue un andamento cronologico prendendo spunto da specifiche vicende agonistiche e cercando di spiegare perché singoli episodi si siano sedimentati nella memoria collettiva con così tanta forza, raccontando quindi la loro percezione nel tempo e a quali sensibilità e modelli interpretativi si può ricondurre tale interpretazione ricostruendo così le trasformazioni e le tappe culturali del fenomeno tenuto sempre in costante connessione con la storia del paese. </p><p rend="text">L’esergo di questo libro è una citazione dell’avvocato Peppino Prisco, dirigente e tifosissimo dell’Inter, impareggiabile maestro d’ironia. In un modo o nell’altro quella della Juventus è una storia collettiva che chiama tutti in causa, che la si ami o la si odi. Il cuore calcistico di chi scrive non è neutrale: la ‘Vecchia Signora’ ha sedotto anche il sottoscritto, sin dall’infanzia. Ma nel corso di questo lavoro lo studioso ha sempre tenuto a bada il tifoso. Per ricostruire l’umore delle tifoserie avversarie e in generale della pubblica opinione si è fatto ricorso a un vastissimo spoglio critico della stampa sportiva, intendendo con questa non solo i quotidiani sportivi, ma anche la cronaca sportiva di quelli generalisti. Particolare attenzione è stata riservata alle rubriche dei lettori come ad esempio <hi rend="CharOverride-1">l’Arcimatto</hi> tenuta dal giornalista Gianni Brera sul <hi rend="CharOverride-1">Guerin Sportivo</hi> e <hi rend="CharOverride-1">Le frecce della settimana</hi> sul <hi rend="CharOverride-1">Corriere d’Informazione</hi> e tante altre che permettono di dare voce direttamente ai tifosi del tempo. Non è stato trascurato poi il materiale televisivo, sottoponendo a un’analisi attenta le principali trasmissioni italiane come <hi rend="CharOverride-1">La Domenica Sportiva</hi>, <hi rend="CharOverride-1">Novantesimo Minuto</hi>, il <hi rend="CharOverride-1">Processo del Lunedì</hi>. Si è sempre cercato di far dialogare le vicende sportive con il contesto storico del paese e per questa ragione sono state considerate anche fonti di varia estrazione. Il grande storico Federico Chabod divideva la ricerca storica in due momenti: soggettivo e oggettivo (Chabod 1977, 7-9). Nel primo emerge l’interesse vivo, la curiosità intellettuale e la personalità dello studioso, le sue chiavi di lettura. Nel secondo il rigore della ricerca, la verifica delle fonti, l’accuratezza nelle ricostruzioni, la serietà scientifica del lavoro svolto. Se prevale il primo l’opera si riduce a un saggio polemico senza ancoraggio scientifico mentre se prevale il secondo a un arido studio erudito. Nel mio piccolo ho cercato di far marciare di pari passo entrambi non rinunciando al gusto per il racconto come si dovrebbe concedere a un lavoro di questo tipo. A decidere se ci sono riuscito o meno, sarà come sempre il giudice più severo, quello inappellabile per eccellenza. Il lettore. </p><p rend="text ParaOverride-3"><hi rend="CharOverride-1">Varsavia, luglio 2023</hi></p><p rend="layout_notes"><hi rend="CharOverride-4"><ref target="OP08873_xml.html#footnote-067-backlink">1</ref></hi>	Don Riccardo Robella, cappellano del Torino calcio e parroco della santissima Trinità di Nichelino prese le distanze da quanto accaduto chiedendo ufficialmente scusa alla sua comunità e addebitando l’episodio all’iniziativa di un collaboratore (<hi rend="CharOverride-1">La Stampa </hi>2017).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="CharOverride-4"><ref target="OP08873_xml.html#footnote-066-backlink">2</ref></hi>	Punto di partenza imprescindibile per la comprensione della complessa storia bianconera è l’assai documentato e lucido saggio di Agosti e De Luna 2019. </p><p rend="layout_notes"><hi rend="CharOverride-4"><ref target="OP08873_xml.html#footnote-065-backlink">3</ref></hi>	Per un inquadramento generale sulla storia del calcio, si vedano i classici: Papa e Panico 1993; Foot 2007; Dietschy 2010. Per una prospettiva che dà spazio alla dimensione popolare e sociale del fenomeno: Moggia 2020; Correia 2019. Recentemente sono stati toccati argomenti di vario interesse: Brizzi e Sbetti 2018; Brizzi, Sbetti 2022; Milazzo 2022; Marchesini e Pivato 2022; Casanova e Sacco 2022. Per un approccio multidisciplinare allo storia del calcio: Lupo e Emina 2020; Lupo e Emina 2022; Pizzigoni e Riontino 2022. </p><p rend="editorial_metadata_polices">FUP Best Practice in Scholarly Publishing (DOI <ref target="https://doi.org/10.36253/fup_best_practice">10.36253/fup_best_practice</ref>)</p><p rend="editorial_metadata_book">Onofrio Bellifemine, <hi rend="CharOverride-2">‘Maledetta Signora’. Storia dell’antijuventinismo (1897-2023)</hi>, © 2023 Author(s), <ref target="http://creativecommons.org/licenses/by/4.0/legalcode">CC BY 4.0</ref>, published by Firenze University Press, ISBN 979-12-215-0165-0, <ref target="https://doi.org/10.36253/979-12-215-0165-0">DOI 10.36253/979-12-215-0165-0</ref></p><p rend="h1_part">Parte Prima</p><p rend="h1_part_title">Fredda, ricca, fortunata: il volto del potere (1897-1961)</p><p rend="h1_section">Capitolo 1</p><p rend="h1_chapter">Dalle origini al quinquennio d’oro</p><p rend="h2">1.1 «Gli avversari sono lieti delle nostre sconfitte»: gli inizi </p><p rend="text">L’11 aprile del 1905 la Juventus vinceva il suo primo campionato nazionale. A darne notizia poche righe pubblicate sulla <hi rend="CharOverride-1">Stampa</hi> infilate tra il resoconto dell’organizzazione di un tiro al piccione e quella di un duello tra ufficiali di fanteria avvenuto a Bra e conclusosi con la riconciliazione dei due. Il calcio era appena agli inizi, lontanissimo dall’essere quello sport di massa nazionalpopolare che sarebbe stato in seguito. Il quotidiano di Torino spiegava che</p><p rend="quotation_a">le gare per il campionato italiano di foot-ball sono terminate e la squadra di Torino ha vinto entrambe le categorie. È questo l’ottavo anno che si disputa il campionato e mai come quest’anno detta gara destò tanto interesse, sollevò tanto entusiasmo. Nel mese di febbraio ebbero luogo le gare eliminatorie; in marzo ed aprile si ebbe il girone finale tra Torino, Milano e Genova. Per il campionato di prime squadre è dichiarata vincitrice la prima squadra del F.C Juventus di Torino con sei punti, nove goals fatti e tre perduti. Diamo a titolo d’onore i nomi dei giocatori della squadra della Juventus: Barberis, Vareiti-Forlano, Squari, Donna, Walty, Goccione, Dimet, Armano, Mazzia, Durante. La società torinese entra in possesso per un anno del magnifico challenge in argento massiccio opera dello scultore De Albertis di Genova; vince pure una coppa ed una targa dalla Federazione italiana del F. B ed undici medaglie d’oro e diplomi ai giocatori (<hi rend="CharOverride-1">La Stampa </hi>1905).</p><p rend="text">Nel gennaio del 1906 <hi rend="CharOverride-1">La Stampa Sportiva</hi> supplemento settimanale illustrato del quotidiano torinese <hi rend="CharOverride-1">La Stampa</hi> rifletteva sugli sviluppi del gioco del calcio, facendo notare come il movimento in Italia fosse estremamente indietro rispetto a quello inglese e che difficilmente sarebbe riuscito a colmare il divario:</p><p rend="quotation_a">un giornale sportivo diceva ultimamente che in Inghilterra esistono 14.000 clubs, 13.000.000 di giuocatori, se anche non fossero esattissime le cifre suindicate, pure è certo che colà tutti se ne interessano giocando o aiutando i vari clubs. Al match finale per la Coppa di Inghilterra di 2 anni or sono, presenziarono circa 145.000 spettatori; essendo sovraccarico, sprofondò su un palco, si ebbero alcuni morti ed una trentina di feriti, ma gran parte del pubblico ed i giuocatori tutti non se ne accorsero nemmeno tanto grande era lo spazio di terreno su cui si giuocava. In Italia non arriveremo mai a questo punto ma speriamo di avanzare noi pure, sempre tenendoci nel campo dei dilettanti. In tutto il mondo si gioca attualmente il foot-ball, in Europa per valore di squadre, dopo l’Inghilterra, vengono l’Olanda, la Danimarca, il Belgio, la Svizzera, l’Austria, la Francia, l’Italia, la Spagna e di queste singolarmente ci occuperemo possibilmente in seguito (<hi rend="CharOverride-1">La Stampa Sportiva</hi> 1906). </p><p rend="text">In quel periodo il gioco iniziava a diffondersi nelle principali città dell’Italia settentrionale: a Milano gruppi di ragazzi, improvvisavano partitelle per le strade cittadine scontrandosi con i divieti municipali e venendo sanzionati anche con multe salate (<hi rend="CharOverride-1">La Stampa Sportiva</hi> 1905). Il foot-ball come veniva chiamato a quel tempo, era nato in Inghilterra: era un’evoluzione del rugby e di pratiche sportive pre-industriali, si era strutturato e affinato nelle public school britanniche dove studiavano le élite del paese ed era riuscito ad affermarsi come uno sport amato e popolare già nella seconda metà dell’Ottocento. I motivi della sua ascesa erano diversi:</p><p rend="quotation_a">il calcio rifletteva per certi versi i valori del capitalismo vittoriano in cui il principio della concorrenza offriva ai più intraprendenti, ai più dotati, ma anche ai più fortunati, possibilità di ascensione sociale mentre l’organizzazione delle squadre era influenzata dai principi del taylorismo. Inoltre le emozioni offerte dal giocare o dall’assistere ad una partita di calcio – limitata in spazi e tempi definiti – ben si adattavano alle esigenze di una società sempre più urbanizzata e industrializzata, in cui con l’introduzione del sabato inglese, anche le masse lavoratrici iniziavano a godere di un maggiore tempo libero (Brizzi e Sbetti 2018, 10).</p><p rend="text">Il calcio delle origini era uno sport molto lontano da quello praticato oggi: le regole erano incerte e confuse, i calciatori giocavano come dilettanti, non esistevano allenamenti né tattiche, gli arbitri venivano scelti tra i componenti dello staff di una delle due squadre e si giocava su improvvisati campetti di periferia spesso molto malconci. Secondo la tradizione in Italia il gioco arrivò nel settembre del 1893 quando alcuni consoli britannici fondarono il Genoa Cricket and Football Club (Foot 2007, 26-9) e si diffuse grazie allo sforzo di pionieri come Edoardo Bosio, un ragioniere che innamoratosi del foot-ball durante un viaggio di lavoro lo portò a Torino fondando una prima squadra di amatori, l’Internazionale Torino FC. Un ruolo di primo piano ebbero anche l’inglese Herbert Kilpin, un tecnico tessile, pilastro del Milan campione d’Italia nel 1901, 1906, 1907 e il medico James Richardson Spensley, animatore del Genoa vincitore di sei titoli tra il 1898 e il 1904 (Foot 2007, 31-6). La Juventus invece nacque nell’autunno del 1897 per iniziativa di un gruppo di studenti del prestigioso liceo classico Massimo d’Azeglio, scuola dell’alta borghesia cittadina. Il suo<hi rend="CharOverride-5"> </hi>primo presidente fu Eugenio Canfari in carica per un anno, a cui succedette il fratello Enrico che mantenne l’incarico dal 1898 al 1901. I Canfari erano i proprietari di un’officina meccanica in Corso Re Umberto 42, nei paraggi di via Parini, sede del liceo d’Azeglio e frequentavano studenti appassionati di sport come il podismo, il ciclismo e l’atletica. Si innamorarono del calcio assistendo alle prime pionieristiche partitelle, giocate dalle parti della vecchia piazza d’Armi da uomini d’affari come Bosio e aristocratici come il duca degli Abruzzi Luigi Amedeo di Savoia-Aosta. La prima sede della società venne sistemata in via Montevecchio, in una vecchia stalla, il primo approssimativo campo da gioco in Piazza d’Armi (Agosti e De Luna 2019, 15-40; Corinti 2017; Tavella 2017, 9-22). Era un calcio di amatori, dove si giocava per puro svago, nessuno veniva pagato e si vincevano medaglie e diplomi. Gli organizzatori, nel promuovere quei primi eventi ricordavano al pubblico che l’orario di inizio della competizione era tassativo, che non si sarebbero aspettati i ritardatari e che si sarebbe giocato con qualsiasi tempo, anche con la pioggia<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-064-backlink"><ref target="OP08873_xml.html#footnote-064">1</ref></hi></hi>. A volte invece, a far ritardo erano giocatori e arbitro: <hi rend="CharOverride-1">La Stampa Sportiva </hi>(1910), commentando un derby di Torino iniziato mezz’ora più tardi, faceva notare piccata che le squadre «non si diedero premura di essere puntuali» e che «il pubblico restò così trenta minuti a battere i piedi dal freddo e ad ammirare ogni altra cosa fuorché l’annunciata partita». </p><p rend="text">Di quel calcio, dilettantistico e intessuto di improvvisazione e goliardia si ha spesso una visione romantica e edulcorata, quella di uno sport disinteressato e animato da sentimenti nobili e genuini, lontano dall’affarismo spregiudicato e gelido dei nostri giorni. In realtà era uno sport, già alle sue origini, impastato di arroventate e aspre polemiche, di accuse e recriminazioni (Foot 2007, 40-6). Il gioco in campo era falloso, spesso molto violento e i primi tifosi sugli spalti si abbandonavano a intemperanze che sfociavano in risse e tafferugli (Greco e Felicetti 2016). Era lo specchio di un’Italia che conosceva le prime comodità borghesi ma era anche solcata da asprissime divisioni e tensioni sociali, politiche e culturali (Foot 2007, 55-6).</p><p rend="text">Nel 1906, un anno dopo il primo scudetto, la Juventus si trovò subito impigliata nella prima controversia della sua storia calcistica. Fu un campionato segnato da lunghe polemiche sui regolamenti applicati e giocandosi tra febbraio e marzo, fu incalzato dal maltempo che costrinse la federazione a rinviare diversi match e a scompaginare ripetutamente il calendario. Il torneo era diviso in tre gironi regionali (Lombardia, Piemonte, Liguria) e le tre vincitrici dovevano confrontarsi tra di loro, in un girone finale in gare di andata e ritorno per l’assegnazione del titolo. Il 18 marzo, a Torino, si disputò una delle gare chiave del campionato, Juventus-Genoa (<hi rend="CharOverride-1">La Stampa</hi> 1906a). L’incontro si giocò alle 15, con una buona cornice di pubblico e anche quotidiani prestigiosi come il <hi rend="CharOverride-1">Corriere della Sera</hi> e <hi rend="CharOverride-1">La Stampa</hi> dedicarono qualche riga all’evento. La partita però si trasformò subito in una corrida: la gara molto fallosa si arroventò dopo l’1-0 bianconero e l’assegnazione di due calci di rigore al Genoa, entrambi neutralizzati dal portiere della Juventus Domenico Durante di professione pittore (Rota 2008, Venturelli 2010, Brera e Tomati 1992, Maiorca, Montaruli, e Pisano 2011). Dopodiché il genoano Vieri Arnaldo Goetzlof commise un brutto fallo di frustrazione sullo juventino Jack Diment a cui fece seguito un concitato corpo a corpo con un tifoso bianconero, una rissa che coinvolse calciatori e dirigenti e l’invasione del campo da parte del pubblico. A quel punto l’arbitro sospese l’incontro. <hi rend="CharOverride-1">La Stampa </hi>(1906a) parlò di «fatti disgustosi» destinati, se si sarebbero ripetuti, a frenare «il crescente sviluppo che in questo momento il sano giuoco del football va prendendo in tutto il nostro paese». La ripetizione dell’incontro, fissata il 25 marzo, in una Torino sommersa dalla neve, fu però impedita dall’opposizione del Genoa di giocare davanti a un pubblico giudicato apertamente ostile (<hi rend="CharOverride-1">La Stampa</hi> 1906b). Il match fu quindi finalmente giocato il 2 aprile sul campo neutro di Milano. Da Torino partì un treno speciale organizzato a prezzo ridotto dalla stessa Juventus: in 200 si prenotarono presso il ristorante birreria Voigt in via Pietro Micea, partenza prevista alle 7.30 di mattina, ritorno alle 21 di sera (<hi rend="CharOverride-1">La Stampa</hi> 1906c). La Juventus vinse 2-0 ma per ripicca il Genoa, ormai fuori dai giochi per il titolo, disertò il<hi rend="CharOverride-5"> </hi>successivo match contro il Milan, permettendo ai rossoneri di vincere la partita a tavolino per 3-0 e di avvicinarsi in classifica al club di Torino. Alla fine fu necessario uno spareggio per permettere di assegnare il campionato. La gara si giocò in casa della Juventus che aveva una migliore differenza gol e terminò 0-0. La ripetizione dell’incontro si sarebbe dovuta disputare in campo neutro ma la Federazione scelse quello della US Milanese, un’altra società di Milano. La Juventus per protesta rinunciò all’incontro consegnando il titolo al Milan. Queste ingarbugliate vicende non erano straordinarie: nel 1911 la Pro Vercelli decise di far scendere in campo nello spareggio scudetto contro l’Inter, la formazione giovanile composta da ragazzini dagli undici ai quindici anni e in generale diserzioni, accuse e polemiche erano all’ordine del giorno mentre il calcio italiano finiva nella prima grande bufera della sua storia. Nel 1908 la FIF (Federazione Italiana Football) decise, su pressione delle società ginnastiche di riservare le gare del campionato italiano solo alle formazioni composte unicamente da calciatori italiani. Si trattava di una decisione che penalizzava i grandi club del Nord che avevano nella loro rosa diversi calciatori stranieri e che invece dava slancio alle società di ginnastica costituite per lo più da calciatori italiani. Per protesta Milan, Genoa e Torino decisero di ritirarsi dal campionato, mentre la Juventus cercò di mettere in piedi una squadra italiana ma fu sconfitta dalla Pro Vercelli che avrebbe dominato le scene fino al 1913 (Papa e Panico 1993, 63). </p><p rend="text">La Juventus dello scudetto del 1905 e del convulso campionato 1906 era guidata dall’imprenditore svizzero Alfred Dick proprietario di un’azienda di pellami e calzature che dette alla società un buon impulso organizzativo: dal 1906 i bianconeri ottennero di giocare le proprie partite presso il Velodromo Umberto I grazie a un contributo comunale di 200 lire e la squadra composta fino a quel momento soprattutto da studenti fu rinforzata da alcuni calciatori stranieri. Diversi di questi lavoravano nella società di Dick e quando questo venne messo in minoranza nel 1906 e perse la presidenza della società, lo seguirono in una nuova avventura, aiutandolo a fondare il Torino (Agosti e De Luna 2019, 24-5). Dopo Dick la Juventus visse stagioni travagliate, zeppe di spinosi problemi finanziari e rovinose <hi rend="CharOverride-1">debacle</hi> sportive. Eppure, si faceva strada, a causa della sua origine alto borghese e della fama di Torino come città prospera e aristocratica, l’immagine di un club danaroso e snob. La viglia di Natale del 1911, la Juventus si giocò con il Torino la 5° edizione della “Palla d’Oro Moët et Chandon”. Si trattava di un torneo messo in palio dalla famosa azienda di Champagne con la formula della challenge: gara secca, il vincitore tenuto a difendere il titolo in un successivo match con un’altra contendente. I bianconeri avevano conquistato la coppa a Milano, contro l’Inter a marzo e l’avevano difesa a dicembre, una settimana prima del derby natalizio col Torino, in un’altra gara accesa dalle polemiche: i giocatori nerazzurri avevano lamentato vari torti arbitrali e deciso alla fine di abbandonare in anticipo il terreno di gioco in segno di protesta. Il blog <hi rend="CharOverride-1">Calcio Romantico </hi>(s.d.)<hi rend="CharOverride-1"> </hi>spiega: </p><p rend="quotation_a">una partita rocambolesca quella di Milano, chiusasi con il ritiro dei nerazzurri a pochi minuti dal termine, in segno di protesta contro l’operato dell’arbitro Recalcati, che in completa confusione aveva anche chiesto a uno spettatore se un angolo fosse da accordare o meno. Una non-partita la seconda, giocata sotto una pioggia scrosciante che ha trasformato il terreno di gioco in una palude. </p><p rend="text">Invece il derby di Torino, si giocò il 24 dicembre e il ricavato dell’incontro di 531 lire, venne devoluto in beneficenza alle famiglie dei caduti e dei feriti in Tripolitania (<hi rend="CharOverride-1">La Stampa </hi>1911). <hi rend="CharOverride-1">La Stampa Sportiva</hi> (1911) nella sua cronaca dell’evento non mancava di far notare l’accurata e servizievole organizzazione del match da parte della Juventus che aveva predisposto anche un apposito servizio di trasporto per i propri tifosi. I vertici dirigenziali del club venivano definiti «magnati», anche se in realtà si trattava di una società in quel momento piuttosto squattrinata e partivano anche le primissime illazioni sul suo rapporto privilegiato con gli arbitri: </p><p rend="quotation_a">in quel giorno non v’era servizio tranviario che facilitasse la gran folla sportiva a portarsi sul suo campo […] il terreno era limaccioso e in certi luoghi impraticabile […] alla mancanza di tram elettrici la Direzione della F. C Juventus poté supplire ottenendo un treno speciale dalla società delle Tranvie a vapore in partenza da Porta Nuova ottenendo il trasporto del pubblico fino a poche centinaia di passi del campo di gioco, sulla linea di Orbassano […] al cattivo stato del terreno, una volta che il pubblico giunse al campo, rimediarono i magnati juventini, facendo pressioni sul referee signor Tobias, che da principio non voleva saperne di lasciar giocare la partita.</p><p rend="text">In quei primi suoi tredici anni di vita, la Juventus aveva colto scarse soddisfazioni sportive, ma era riuscita a diventare una presenza costante del calcio italiano, partecipando alle principali competizioni del paese e coltivando un proprio seguito di tifosi e curiosi. In quelle primissime battute era già passata l’immagine di una società attrezzata e dotata dei mezzi necessari per affrontare competizioni di caratura nazionale. Era un calcio che iniziava a vivere importanti trasformazioni. Le prime partite della nazionale avevano aumentato la popolarità di questo sport e segnalavano che «la passione sportiva» si stava saldando «al senso di appartenenza ad una comunità maggiore» (Papa e Panico 1993, 73)<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-063-backlink"><ref target="OP08873_xml.html#footnote-063">2</ref></hi></hi>. E nel primo dopoguerra l’interesse salì ancora e così quel mondo caotico e improvvisato, fondato sul dilettantismo, che era il calcio degli esordi, iniziò a vacillare:</p><p rend="quotation_a">il denaro iniziava a scorrere a fiumi nel mondo del calcio, grazie ai biglietti venduti per assistere alle partite, alla pubblicità, ai giornali e ai giornalisti, ai premi. Scavalcando le regole in vigore, i grandi club cominciarono così ad assumere allenatori e a pagare i giocatori, servendosi di una serie di trucchi, come per esempio far passare i tecnici come semplici consulenti (Foot 2007, 48). </p><p rend="text">Si stava per aprire una lunga e asprissima polemica sul dilettantismo e il professionismo, che avrebbe lasciato larghe tracce nella storia del nostro calcio: le controversie sugli stipendi dei calciatori, sul giro d’affari che ruota attorno a questo mondo, su quanto possa essere poco etico investire somme così impegnative di denaro per un’attività di puro svago, non si sarebbero mai più arrestate e avrebbero visto spesso al loro centro la Juventus. L’episodio simbolo del passaggio dal dilettantismo al professionismo, sancito nel 1926 con la carta di Viareggio, si verificò nel 1923 e fu legato ai colori bianconeri. Si trattava del passaggio dalla Pro Vercelli alla Juventus di Virginio Rosetta, terzino vercellese, uno degli assi della squadra a quel tempo dominatrice del calcio italiano. La vicenda si inserisce in un momento di evoluzioni anche per la Juventus e per l’immagine che di questa ben presto inizierà a consolidarsi presso l’opinione pubblica. Tra gli anni Dieci e gli anni Venti la società «diventò un luogo d’incontro soprattutto della gioventù benestante e della borghesia industriale e commerciale di Torino» (Agosti e De Luna 2019, 45). Soci e simpatizzanti iniziavano ad elaborare un codice di valori e comportamenti improntati alla signorilità, alla correttezza, all’etica, al cosmopolitismo e a predicare in campo e fuori un contegno signorile e piuttosto altezzoso. L’elegante e benestante pubblico bianconero non mostrava allo stadio striscioni e bandiere, esultava sventolando cappelli e fazzoletti e deprecava qualsiasi offesa rivolta agli avversari (Agosti e De Luna 2019, 50-3). <hi rend="CharOverride-1">Hurrà</hi>, il periodico della società, nel gennaio del 1923, invitava ad «incoraggiare» i calciatori ma senza «eccitarli» (Agosti e De Luna 2019, 50) eppure iniziava ad intravedere il rischio di sollevare una certa antipatia nel mondo del pallone e così nel gennaio del 1923 biasimava alcuni aspetti troppo snob della juventinità:</p><p rend="quotation_a">ogni juventino gode reputazione di homo emunctae naris pel quale ogni altro mortale rappresenta un grado inferiore nella scala zoologica. Questa coloritura di superuomini nuoce al nostro Club più di una stagione calcistica disgraziata. Generalmente gli avversari sono lieti delle nostre sconfitte sul campo assai più per lo smacco morale che ne deriva al nostro Olimpo che per la soddisfazione del conseguito successo sportivo. Noi non potremo comprendere mai quale elemento di gioia e di conforto sia la simpatia del pubblico, perché della simpatia che non avremo mai fingiamo di infischiarcene, portando tutta la nostra considerazione al successo finanziario […] mentre appare evidente che la vietata soglia della popolarità è pur sempre al vertice delle nostre aspirazioni (Agosti e De Luna 2019, 53).</p><p rend="h2">1.2 «Dal forziero suo rubarono tutti i gioielli due ladri, il denaro e l’ambizione»: il caso Rosetta</p><p rend="text">Mentre gli avversari iniziavano già a festeggiare per le sconfitte bianconere, la proiezione snob ed elitaria del club si rafforzava con due avvenimenti: l’inaugurazione del nuovo stadio di proprietà della Juventus nell’ottobre del 1922 e l’inizio della presidenza di Edoardo Agnelli, figlio del fondatore della Fiat, Giovanni, nel luglio del 1923:</p><p rend="quotation_a">l’avvento del giovane Edoardo alla presidenza del club era l’esito abbastanza logico dell’evoluzione che la Juventus aveva conosciuto nel periodo post bellico: già sotto la presidenza di Olivetti, da società di studenti benestanti, di <hi rend="CharOverride-1">sportsmen</hi> borghesi e aristocratici, si era trasformata in impresa, con una tendenza ormai inarrestabile al professionismo. Per raccogliere le risorse economiche necessarie l’autofinanziamento non era più sufficiente, per quanto abbienti fossero i componenti del nucleo fondatore (Agosti e De Luna 2019, 60).</p><p rend="text">Non erano svolte isolate: nel 1924 Enrico Marone Cinzano patron della nota ditta di spumanti diventò presidente del Torino mentre il Milan viveva la presidenza del magnate Piero Pirelli già dal 1909. Il calcio cresceva, godeva di nuovi, più ampi spazi nella società italiana e necessitava quindi di strutture organizzative più complesse, di squadre più attrezzate, di maggiori risorse economiche. La pratica dell’acquisto dei calciatori più ambiti era in realtà già largamente in atto, seppur vietata: nel 1913-14 Renzo De Vecchi quotato difensore del Milan, venne acquistato dal Genoa che riuscì a garantirgli un lauto stipendio facendolo figurare come impiegato in una banca cittadina e sempre il Genoa lo stesso anno acquistò Aristodemo Santamaria e Celeste Enrico Sardi dall’Andrea Doria riuscendo a impiegarli con profitto (Foot 2007, 38). Quando però Virginio Rosetta sbarcò in bianconero nell’autunno del 1923 diventando il pilastro di una squadra che sospinta dagli acquisti di Edoardo Agnelli era immediatamente diventata la protagonista del campionato insieme al Genoa, la questione irrisolta del rapporto tra dilettantismo e professionismo nel mondo del calcio deflagrò in un nugolo di furibonde polemiche. Freddo, elegante, carismatico, futuro protagonista della Juventus dei cinque scudetti consecutivi degli anni Trenta, nato come centravanti, poi mezzala, infine terzino, Rosetta, per usare le parole dello scrittore Leo Pestelli, era</p><p rend="quotation_a">nemico di ogni fronzolo, alieno da effettismi e spettacolosità egli rassettava la sua porzione di campo con passaggi e rilanci di portentosa misura e chiaroveggenza scherzando col pericolo come il gatto col topo […]. Quel trasferimento patteggiato non fu un caso di leso sport come dissero allora i malinconici ma un naturale portato dell’evoluzione del gioco. Rosetta fu il primo professionista nella storia del calcio perché anche fu il primo che giocasse da professionista (Pestelli<hi rend="CharOverride-1"> </hi>1975). </p><p rend="text">Arrivato a Torino, Rosetta fu subito protagonista e il 2 dicembre segnò il gol decisivo nella sfida al vertice contro il Genoa portando i bianconeri al primo posto in classifica con i rossoblù. Ma Genoa, Modena e Padova, tre delle sette squadre affrontate dalla Juventus con Rosetta in campo, presentarono ricorso considerando la presenza in campo dell’ex calciatore della Pro Vercelli irregolare. Il ricorso fu accolto dalla Lega Nord, l’organizzazione che gestiva i gironi settentrionali del campionato di calcio e ne seguì un lunghissimo e polemico braccio di ferro con la Figc che portò infine al commissariamento di quest’ultimo e all’istituzione di un direttorio per l’intervento diretto del sottosegretario del governo Mussolini, Aldo Finzi. Il caso Rosetta era simile a quello del suo compagno di squadra a Vercelli Gustavo Gay passato al Milan quella stessa estate. Per questo la Figc in un suo rapporto ufficiale ravvisò un complotto ai danni della Juventus (Chiesa 2012).</p><p rend="text">Il 17 febbraio del 1924 il trasferimento di Rosetta venne giudicato irregolare, alla Juventus furono tolti i punti conquistati con Genoa, Modena e Padova, trasformate in sconfitte a tavolino e in campionato dal primo posto scivolò al settimo. <hi rend="CharOverride-1">La Stampa </hi>di Torino polemicamente, già a dicembre aveva avvisato i propri lettori che nel pubblicare la classifica del campionato avrebbe «guardato solo ai risultati dei <hi rend="CharOverride-1">matches</hi>, quali ce li diedero le partite effettivamente giocate e manteniamo alla Juventus la posizione che si è conquistata con le sue 7 vittorie» (<hi rend="CharOverride-1">La Stampa</hi> 1923). L’11 febbraio, una settimana prima di essere costretto a tornare a Vercelli, Rosetta segnò il gol decisivo che permise ai bianconeri di battere 3-2 il Casale proprio all’ultimo minuto (<hi rend="CharOverride-1">La Stampa</hi> 1924). Poi abbandonò momentaneamente Torino, mentre il calcio italiano viveva l’ennesima bufera della sue breve ma già intensa e avvelenata storia. Il caso, per il blasone della proprietà coinvolta, la famiglia Agnelli, per la fama della squadra autrice dell’acquisto e del calciatore oggetto della trattativa, assunse a simbolo della fine del dilettantismo e dell’inizio del professionismo: «il credo che stava alla base del dilettantismo era ideologico. Lo sport non doveva essere praticato per denaro perché ciò avrebbe sminuito i concetti di correttezza, lealtà e salutare attività fisica» (Foot 2007, 48). </p><p rend="text">Il trasferimento di Rosetta</p><p rend="quotation_a">mise in luce il crescente potere dei grandi club, e l’inizio della lunga decadenza delle forti squadre di provincia che avevano preso d’assalto il calcio nella prima parte del secolo. Alcuni studiosi di calcio fanno addirittura risalire il profondo odio di moltissimi tifosi italiani nei confronti della Juventus proprio al caso Rosetta (Foot 2007, 55-6<hi rend="CharOverride-5">)</hi>.</p><p rend="text">L’avversione per il giro d’affari che iniziava a girare attorno al calcio è ben testimoniata da un articolo di Vittorio Pozzo, datato dicembre 1923 quando la Juventus e il Torino disputarono insieme un’amichevole contro la Törekvés, squadra di Budapest. Pozzo non citava la Juventus né tanto meno Rosetta ma parlando della Törekvés che in un anno aveva visto i suoi risultati sportivi in calo a causa della tante cessioni, osservava che</p><p rend="quotation_a">una piccola bufera è passata sulla sua strada. Dal forziero suo rubarono tutti i gioielli due ladri, il denaro e l’ambizione. È un po’ la sorte di tutte le società che hanno la pazienza e la sapienza di allevare elementi nuovi, di produrre giocatori di classe. A fatica compiuta se la legge non tutela i diritti d’autore giunge chi è povero di conoscenza ma ricco di quattrini e fa man bassa sul lavoro del produttore (Pozzo 1923).</p><p rend="text">La Juventus chiuse il girone settentrionale al quinto posto mentre il Genoa potette vincere il suo nono titolo, l’ultimo della sua storia. La vicenda si chiuse a fine luglio:</p><p rend="quotation_a">il caso Rosetta che aveva sollevato quest’inverno così grandi discussioni nell’ambiente dei calciatori è finalmente risolto perché nessun ostacolo verrà ormai frapposto al passaggio di Rosetta alla Juventus di Torino. Con la partita che avrà luogo il 21 settembre a Vercelli fra la Pro Vercelli e la Juventus verrà festeggiata ufficialmente la riconciliazione fra le due società piemontesi (<hi rend="CharOverride-1">Corriere della Sera</hi> 1924a). </p><p rend="text">La notizia venne ufficializzata il 1° agosto mentre l’opinione pubblica italiana seguiva con sempre maggiore apprensione le indagini sulla scomparsa del deputato socialista Giacomo Matteotti barbaramente assassinato da una squadra fascista (<hi rend="CharOverride-1">Corriere della Sera</hi> 1924b). Rosetta arrivava a Torino con un premio di ingaggio di 45.000 lire e un ricco stipendio di 700 lire al mese, ufficialmente come ragioniere nella ditta torinese Ajmone Marsan (Agosti e De Luna 2019, 64).<hi rend="CharOverride-4"> </hi>Mentre l’Italia malgrado le prime trasformazioni industriali di inizio secolo, era ancora un paese contadino e nelle grandi città masse di indigenti vivevano alla giornata. Il <hi rend="CharOverride-1">Corriere della Sera</hi> (1924c) in un suo reportage sulla miseria a Milano raccontava che</p><p rend="quotation_a">sui bastioni di Porta Genova, una mattina fra le 10.30 e le 11, nella baracca del «Pane quotidiano». Davanti alla porta d’entrata centocinquanta poveri fanno la fila per arrivare in ordine allo sportello di distribuzione, dietro al quale si muove metodicamente, una donna che porge a ciascun povero due pani, o taglia una porzione da una forma grande. Un signore con due gran baffi grigi da vecchio militare osserva e controlla. La fila si accorcia rapidamente: passano le solite vecchiette vestite di miseria che si portano il pane a casa per farne un pranzo con otto soldi di latte; passano i vagabondi con un cencio di feltro in testa, la barba e i capelli fusi in un solo groviglio grigiastro, i piedi nudi nelle scarpacce slabbrate, una gavetta o un tollin appeso al fianco con uno spago nericcio; passano le donne senza tetto con la niada dei bambocci che vogliono tutti la michetta; passa qualche altro miserabile senza classe, si parla poi di un uomo che si vergogna di chiedere il pane, un impiegato che ha perso il lavoro. Viene poi convinto a farlo.</p><p rend="text">Intanto il calcio cambiava: dopo la prima guerra mondiale la Figc crebbe notevolmente e anche al Sud il movimento visse una fase di espansione con la nascita di nuovi club. Inoltre «negli anni ’20 si verificò un fenomeno destinato a straordinari sviluppi: l’incontro tra industria, pubblicità e calcio» con la comparsa di cartelloni pubblicitari a bordo campo e l’utilizzo delle immagini dei calciatori nelle réclame del tempo (Papa e Panico 1993, 63).</p><p rend="text">Con il successo aumentavano anche gli incidenti. Nel primo dopoguerra, nel tumultuoso e confuso periodo di violenza generalizzata che si ebbe nel paese, furono numerosi gli episodi di violenza legati al mondo del pallone: invasioni di campo, risse, sassaiole erano quasi all’ordine del giorno (Foot 2007, 41-5; Sèbastien 2019).</p><p rend="text">Cresceva anche l’ostilità verso i colori bianconeri. A Genova nel dicembre del 1926 l’autobus sul quale la squadra stava lasciando lo stadio venne preso a sassate da alcuni ultras del Genoa provocando il ferimento del conducente e del giocatore bianconero Antonio Vojak (<hi rend="CharOverride-1">La Stampa </hi>1926). Secondo il <hi rend="CharOverride-1">Corriere </hi>a innescare le violenze dei tifosi genoani sarebbe stato un gol annullato nei minuti finali alla squadra di casa dopo una furibonda mischia in area di rigore e che sarebbe valso il 2-2 (<hi rend="CharOverride-1">Corriere della Sera</hi> 1926). Qualche mese dopo, nel maggio del 1927, il match disputatosi a Milano, tra Milan e Juventus fu interrotto sul punteggio del 3-0 per i torinesi dopo che l’arbitro Albino Carraro venne colpito dal lancio di una moneta e da alcuni sassi, scagliati dal pubblico rossonero che aveva cercato più volte di invadere il campo. Le rimostranze del pubblico erano partite con un lancio di cuscini in campo per protestare contro l’espulsione di due giocatori rossoneri (<hi rend="CharOverride-1">La Stampa</hi> 1927). Il <hi rend="CharOverride-1">Corriere</hi> cercava di ridimensionare le responsabilità dei tifosi locali facendo presente che i giocatori della Juventus li avevano aizzati con la loro scorrettezza, ma non mancava di stigmatizzare le violenze: «il pubblico, anzi una parte minima di pubblico, quella più intemperante ed eccessivamente appassionata, ha avuto la sua lezione. Non deve essere concesso su un campo milanese adoperare i cuscini come proiettili e colpire l’arbitro coi sassi» (<hi rend="CharOverride-1">Corriere della Sera </hi>1927). Anche a Casale Monferrato i bianconeri non erano i benvenuti: nel 1927 la sfida Casale-Juventus venne rinviata per motivi di ordine pubblico (Agosti e De Luna 2019, 78). La situazione non migliorò l’anno dopo quando i bianconeri acquistarono il beniamino locale, il terzino Umberto Caligaris provocando le accese proteste dei tifosi nerostellati (Giorcelli e Grignolio 1999, 95). Si trattava di un’antipatia alimentata da invidie e gelosie legate all’estrazione alto borghese del club, alla sua immagine fredda e distaccata e alle sue prime esose campagne acquisti che come visto iniziavano a sollevare tanta ostilità in provincia. </p><p rend="text">Le radici dell’antijuventinismo erano state piantate: gli anni Trenta le avrebbero fatte germogliare. </p><p rend="h2">1.3 «Sempre sorretta dalla fortuna»: la fidanzata d’Italia</p><p rend="text">L’11 giugno del 1933 a Torino, la Juventus superò largamente il Milan per 3-0 conquistando il terzo titolo nazionale consecutivo. Era un giorno di inizio estate freddo e piovoso e il tiepido pubblico torinese tentò solo un incerto tentativo di invasione mentre i giocatori si affrettarono rapidamente negli spogliatoi. Il <hi rend="CharOverride-1">Guerin Sportivo</hi> immortalò la scena in una vignetta dove i calciatori bianconeri lasciavano placidamente il campo protetti da dei grossi ombrelli. Il periodico sportivo commentò con la consueta ironia la scenetta:</p><p rend="quotation_a">Benedetta gente, questi piemontesi. Possono anche desiderare molto una cosa, possono saperla veramente volere, senza tuttavia farsene accorgere troppo; ma quando l’hanno raggiunta, niente. Come se fosse la cosa più facile del mondo. Quindi niente sbaciucchiamenti, niente ubriacature. Guardano, constatano, pigiano e fanno magari un sorrisetto. Sino al sorrisetto arrivano; togliersi le mani di tasca per una fregatina di soddisfazione sarebbe già troppo […] pigliano su e vanno pensando: «bene. Adesso bisognerà studiarne un’altra». A Napoli se vincessero il campionato ci sarebbero almeno mezza dozzina di sincopati e molti signori andrebbero vestiti in giro in azzurro chiaro. Qui gli unici veramente entusiasti sono i paracarri (<hi rend="CharOverride-1">Guerin Sportivo</hi> 1933a).</p><p rend="text">Niente invasioni, cori e festeggiamenti vari. Anche i calciatori apparivano freddissimi: «i giocatori se ne vanno alla spicciolata, senza nemmeno sorridere. Pensano più alla doccia calda che allo scudetto. Lo scudetto ce l’hanno già. La doccia non ancora» (<hi rend="CharOverride-1">Guerin Sportivo</hi> 1933a). Vittorio Pozzo (1933) che di quel gruppo, in qualità di allenatore della nazionale conosceva molti elementi, approvava tanto contegno. Commentando la partita sulla <hi rend="CharOverride-1">Stampa</hi> spiegava che </p><p rend="quotation_a">i giocatori stessi schivi di onori e seri e modesti come sono, videro nel giro d’onore e nella passeggiata trionfale per il bel campo una teatralità che non si addiceva al loro carattere. Il che costituiva un titolo di merito per i componenti la squadra. L’uomo che ha superato la fatica e raggiunto uno scopo, non coll’aiuto del caso, ma concentrandosi, applicandosi, fermamente volendo, l’uomo serio e volitivo, non ha desiderio di caracollare per raccogliere sorrisi e consensi, quando ha vinto ma è piuttosto proclive a chiudersi in sé e a pensare. La prima manifestazione di plauso al successo riportato l’han data quindi i giocatori, a se stessi in modo dignitoso.<hi rend="CharOverride-4"> </hi></p><p rend="text">L’austera compostezza dei campioni bianconeri veniva colta anche dal <hi rend="CharOverride-1">Littoriale </hi>(1934) che un anno dopo raccontava il ritorno in treno della squadra da Roma, dove battendo la Lazio per 1-0 aveva conquistato il quarto titolo consecutivo. Pochi sorrisi imbarazzati, diverse telegrafiche frasi di circostanza e molti <hi rend="CharOverride-1">no comment</hi>. I difensori Rosetta e Caligaris spiegarono che più che i festeggiamenti ufficiali preparati a Torino, a interessargli era l’accoglienza dei propri figli ai quali avrebbero dedicato il successo: «a quest’ora avranno portato in trionfo i loro piccoli nella intima lietezza della famigliola». L’anno seguente fu il <hi rend="CharOverride-1">Guerin Sportivo</hi> (1935a) a seguire in treno la Juventus nella sua trasferta a Firenze per l’ultima giornata di campionato, dove avrebbe vinto il suo quinto titolo consecutivo. Si sottolineava lo spirito calvinista della squadra, l’attaccamento al lavoro, all’impegno, alla dedizione per il risultato. I dirigenti rifiutavano di parlare di calciomercato e invitavano l’ambiente a restare concentrato sull’obbiettivo finale mentre i giocatori, elegantemente vestiti e sempre sobri nei comportamenti sembravano insensibili a qualsiasi tipo di svago e distrazione. Rosetta ad esempio, aveva raggiunto il gruppo dopo aver inaugurato davanti alle autorità cittadine la sua nuova gelateria nel centro di Torino e a chi lo chiamava «cavaliere» rispondeva di essere molto più umilmente un semplice «gelatiere». La Juventus che dal 1930 al 1935 dominò il calcio italiano vincendo ben cinque titoli nazionali consecutivi e che venne accusata ripetutamente di eccessiva freddezza e austerità, era in realtà molto orgogliosa della ferrea disciplina del proprio ambiente. Guidata dal vicepresidente della Fiat, Edoardo Agnelli, la società poteva contare su un nutrito e ben assortito gruppo dirigenziale che annoverava tra le sue fila uomini come Giovanni Mazzonis industriale cotoniere, abile organizzatore di accorte campagne acquisti, Enrico Craveri alla Juventus dal 1905 e impegnato in svariati compiti di rappresentanza e dirigenti di livello come Alessandro Ajmone Marsan, Piero Monateri e Sandro Zambelli (Agosti e De Luna 2019, 84-8). La guida tecnica venne affidata a Carlo Carcano, che si era distinto sulla panchina dell’Alessandria e che insieme a Vittorio Pozzo fu tra gli ideatori del ‘metodo’, un sistema di gioco concreto ed essenziale, basato su difesa e contropiede. Forte di un eccezionale terzetto difensivo (oltre al portiere Combi, i terzini Rosetta e Caligaris), di un centrocampo granitico e compatto trascinato dalla dominanza fisica dell’italo-argentino Luis Monti e di un settore offensivo completo ed estroso che negli anni si arricchì di giocatori come Felice Borel, Renato Cesarini, Raimondo Orsi, Federico Munerati, Giovanni Vecchina, la Juventus dominò le scene anche grazie a un impegno quasi maniacale. La disciplina imposta da Carcano era severissima: divieto assoluto di vita notturna e di svaghi ritenuti incompatibili con l’attività atletica, obbligo di presenza giornaliera nella sede societaria con seguente firma di un foglio presenze, divieto di consumo di bevande alcoliche, allenamenti serrati (Agosti e De Luna 2019, 86-8)<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-062-backlink"><ref target="OP08873_xml.html#footnote-062">3</ref></hi></hi>. Travolto da insistenti voci sulla propria omosessualità, Carcano fu costretto alle dimissioni nel gennaio del 1935, pochi mesi prima della vittoria del quinto titolo consecutivo e il suo nome sprofondò nell’oblio del mondo sportivo. Dopo brevissimi incarichi presso Genoa (in qualità di vice), Sanremese, Inter, Atalanta, Alessandria e ancora Sanremese (questi ultimi due come direttore tecnico) si ritirò a vita privata a Sanremo dove fonderà la società amatoriale Carlin’s Boys<hi rend="CharOverride-1"> </hi>e qui morirà completamente dimenticato nel giugno del 1965<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-061-backlink"><ref target="OP08873_xml.html#footnote-061">4</ref></hi></hi>. <hi rend="CharOverride-1">La Stampa</hi> (1965a) ne comunicò la morte con un piccolo trafiletto di due righe<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-060-backlink"><ref target="OP08873_xml.html#footnote-060">5</ref></hi></hi>. Oltre al generale e pesantissimo clima omofobo che pervade ancora oggi il mondo del calcio bisogna tenere anche conto che nell’Italia fascista</p><p rend="quotation_a">l’omosessualità era condannata severamente dall’opinione pubblica e dalla morale cattolica come un vizio acquisito o una passione congenita da cui derivavano comportamenti depravati e riprovevoli perché contro natura e nocivi alla sanità e all’integrità della stirpe (Gentile 2005)<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-059-backlink"><ref target="OP08873_xml.html#footnote-059">6</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">La sua Juventus, tutta austerità e disciplina, iniziava a sollevare le prime ironiche speculazioni sulla sua eccessiva e marziale rigidità. Il <hi rend="CharOverride-1">Guerin Sportivo</hi> (1933a), difendendola, parlava di un</p><p rend="quotation_a">ambiente che ha ammansito giocatori selvatici, dove tutti i giocatori sono migliorati fuori campo e sul campo, in tecnica ed in carattere, dove tutti sono ben trattati e nessuno idolatrato, dove il livello passa su simpatie e antipatie, su nervi e su muscoli fino a far andare giù pance di trenta chili, fino a far diventare di venticinque anni giocatori di trentadue come quelli di diciannove, non c’è più posto per capricci e sorprese […] un allenatore, un buon allenatore italiano basta dove non basterebbe un direttore sportivo, un allenatore e due o tre consiglieri tecnici a comporre una commissione Azzeccagarbugli. I dirigenti stessi sono livellati, nessuno si crede più di un altro, nessuno padreterneggia, tanto meno chi più tira fuori i soldi. La Juventus con tutta la sua freddezza è piuttosto un alto forno. Tutti i metalli più diversi entrano nel crogiolo, si fondono e non ne esce che un bronzo unico, marca juventina. È bronzo non per far campane che ad ogni colpo risuonino per gioia o per dolore. È bronzo per fare dei cannoni […] quel bronzo è arma e non lamento. </p><p rend="text">Parca e glaciale fuori dal campo ed essenziale e pragmatica dentro, la Juventus sollevava critiche e distinguo anche per il suo gioco, ritenuto poco spettacolare e troppo impostato all’ottenimento del risultato. Una critica che si sarebbe ripetuta a più riprese e ciclicamente nel corso della sua centenaria storia. E iniziavano anche le prime speculazioni su episodi e casualità: la Juventus vince perché fortunata. Il quotidiano sportivo <hi rend="CharOverride-1">Il Littoriale</hi> (1931) annotava che</p><p rend="quotation_a">la Juventus che continua ad essere sorretta dalla fortuna, palesa nella sua compagine lacune e insufficienze che non appaiono invece nelle sue antagoniste dirette e non mancheranno di influire nei futuri scontri diretti. </p><p rend="text">Nel gennaio del ’33 sempre <hi rend="CharOverride-1">Il Littoriale </hi>(1933a) alla vigilia di una partita contro la Fiorentina descriveva la Juventus come una «squadra anziana, furba, tenace […] nessun dubbio che essa possa con la fortuna ripetere il gesto dello scorso anno e vincere».</p><p rend="text"><hi rend="CharOverride-1">La Gazzetta dello Sport</hi> (1931), commentando un Bari-Juventus vinto per 1-0 dalla squadra di Torino, notava che</p><p rend="quotation_a">molto di più si attendeva il pubblico barese dai campioni d’Italia e il guizzo finale non ha cancellato l’impressione non certo entusiasmante destata da parecchi uomini bianco-neri […] il Bari meritava altra sorte.</p><p rend="text">Brutta, fortunata e vincente anche la Juventus corsara a Firenze per 1-0 il 2 giugno del 1935 e trionfatrice quindi per la quinta volta consecutiva in Italia. Secondo il <hi rend="CharOverride-1">Corriere della Sera </hi>(1935):</p><p rend="quotation_a">la vittoria è stata strappata più per un episodio fortunato che per merito vero e proprio […] non il gioco granitico che disarma gli avversari ma un gioco prudente anche troppo prudente quasi che l’obbiettivo non fosse che il risultato pari. </p><p rend="text">Dello stesso incontro <hi rend="CharOverride-1">Il Littoriale</hi> (1935) spiegava che «la Fiorentina abilissima ma sterile è battuta per 1-0 dalla Juventus solida, combattiva e anche un po’ fortunata» e sul campo si era vista</p><p rend="quotation_a">una netta, chiara e continua superiorità dei viola che si sono battuti con uno spirito alto […] La Juventus pur sempre salda, astuta, la furbacchiona che sa approfittare di ogni esitazione non ha mai dato la sensazione di poter diventare la dominatrice dell’incontro come il risultato starebbe a dimostrare. </p><p rend="text">Il <hi rend="CharOverride-1">Corriere della Sera</hi> nell’aprile del 1933, commentando la vittoria a Torino della Juventus 2-0 sul Bari annotava che «la Juventus avrebbe potuto vincere nel secondo tempo con un punteggio più rilevante se si fosse maggiormente impegnata» (<hi rend="CharOverride-1">Corriere della Sera</hi> 1933a) mentre una settimana più tardi a proposito del 6-0 sul Casale sottolineava che «per conseguire una così netta vittoria la Juventus non ha dovuto neppure impegnarsi a fondo e spesso anzi si è limitata a fare dell’accademia» (<hi rend="CharOverride-1">Corriere della Sera</hi> 1933b). Sulla vittoria per 1-0 sulla Triestina ottenuta il 21 maggio del 1933, il quotidiano milanese parlava di una squadra prudente e sparagnina che alla fine aveva trovato la vittoria con un gol di Borel perché «la fortuna arride agli ospiti» (<hi rend="CharOverride-1">Corriere della Sera </hi>1933c). Non la più forte quindi ma la più organizzata, la più scaltra, la più cinica.</p><p rend="text">Lo spirito bianconero veniva spiegato bene da una penna raffinata come quella di Bruno Roghi già nel 1931:</p><p rend="quotation_a">la personalità tecnica della compagine bianco-nera non è facilmente decifrabile. Ricordiamo le squadre che hanno vinto il campionato negli ultimi anni: la Juventus non ha lo scintillio tecnico e l’estro inventivo dell’Ambrosiana 1929-30, non ha la fluida armoniosità del gioco incisivo del Torino 1927-1928, non ha l’equilibrata e spavalda veemenza del Bologna 1928-1929. Viste attraverso la lente dello stile, le partite della Juventus offrono un panorama ove le luci e le ombre s’alternano con distacchi spesso repentini e taglienti. Partite grige, partite sfavillanti. La virtù somma della squadra juventina consiste nella compattezza del gioco, nel timbro maschio del suo gioco. Spirito trincerista, si è detto, con felicissima immagine: la partita che diventa impegno d’onore, il combattimento che diventa fredda e disperata volontà di vittoria […] la Juventus ha vinto perché ha subordinato la valentia dei suoi campioni allo spirito di corpo della squadra (Roghi 1931). </p><p rend="text">La Juventus si configurava già come la proiezione «della modernità industriale e dello sviluppo economico» (Agosti e De Luna 2019, 81) così ben incarnato dalla città di Torino. Una squadra azienda, fredda e potente, ricca e glaciale supportata dalla fortuna, tutta dedizione, impegno, attaccamento al lavoro. Efficiente, austera, cinica. Era forte l’identificazione con la Fiat e con la sua realtà industriale come spiega Piera Callegari (1974, 65): </p><p rend="quotation_a">a casa sua la Juventus non si presentava come un miraggio impalpabile: era invece molto più semplicemente la squadra dei padroni. Nella polemica sociale sempre spontanea dove c’è un grande agglomerato di industrie, il club bianconero veniva a pagare presso un gran numero di accusatori l’insistita distinzione della sua nascita, il dominante accento borghese che ne aveva accompagnato il cammino […]. [Non era] una pira questione di soldi, un risentimento verso l’eccezionale disponibilità finanziaria garantita dagli Agnelli. […] era piuttosto un dissidio di appartenenza, l’accusa verso un presunto peccato d’origine. Era quel primo Liceo d’Azeglio e tutti gli altri che in seguito avevano dato il contributo, era il Collegio San Giuseppe che tifava in tribuna con riduzioni speciali, e quei titoli di studio, quei dottori, quei nobili che dopo aver giocato al tempo loro, ancora circolavano nella sede del Club Juventus. Il quale manteneva con puntiglio uno stile che ai ceti più popolari appariva troppo sofisticato ed esclusivo, simbolico di una situazione sociale che distanziava nettamente due strati della popolazione. </p><p rend="text">In realtà queste interpretazioni e letture su una squadra così operosa ed efficiente rispecchiavano quelle assai radicate nel sentire comune sul Piemonte e i piemontesi (Patriarca 2010, 20-1; Bellifemine 2022). Intellettuali e patrioti come Balbo, Gioberti, D’Azeglio avevano esaltato il senso degli affari, l’attaccamento al lavoro, la disciplina caratteriale e in tempi più vicini a quelli della Juventus del quinquennio d’oro, Antonio Gramsci lodava l’essenziale efficienza torinese e Piero Gobetti il Piemonte per il suo virtuosismo e la Fiat «uno dei pochi stabilimenti anglosassoni, moderni, capitalistici in Italia» (Patriarca 2010, 188-89). </p><p rend="text">Anche i tifosi bianconeri rispecchiavano questo stile così composto e sostenuto. Frequentatori della tribuna, amanti della sobrietà negli applausi e negli incitamenti, prudenti anche nelle proteste verso arbitri e nelle recriminazioni verso squadre e sostenitori rivali, la tifoseria juventina risultava essere piuttosto tiepida (Agosti e De Luna 2019, 83).<hi rend="CharOverride-5"> </hi>Nell’aprile del 1933 il <hi rend="CharOverride-1">Guerin Sportivo</hi> elencava invidie e cattiverie che circondavano i due più notevoli fenomeni sportivi del momento: il ciclista Alfredo Binda, che di lì a breve avrebbe vinto il suo quinto Giro d’Italia e la Juventus appunto, spendendosi in un’accorata difesa di entrambi. Sui bianconeri la raccolta delle critiche era ampia. Il gioco in primis, come già ricordato. Cinico, calcolatore, monotono e poco spettacolare centrato solo ed esclusivamente sul risultato e sull’obbiettivo da raggiungere che nulla concede allo spettacolo e al divertimento del pubblico, avaro di gol e di emozioni. Un gioco ‘freddo’, che il <hi rend="CharOverride-1">Guerin Sportivo</hi> (1933b) assolveva: </p><p rend="quotation_a">gioco d’assieme, compiti ripartiti, cooperazione automatica […] la forza della Juventus come società sta appunto in quella freddezza a cui abitua i giocatori, con l’esempio Rosetta e Monti in campo, con l’esempio dei dirigenti fuori dal campo: i quali non esaltano i giocatori per domani perseguitarli, ma mantengono le distanze basate sul rispetto reciproco. Noi amiamo i campioni freddi e calcolatori e più quelli incoraggiamo: né mai ci siamo sbagliati. È ora di finirla nel disprezzare l’intelligenza nello sport e quel carattere fatto di silenzio e di disciplina interiore che porta con l’educazione, alla conquista maggiore dello sportivo e dell’uomo: il dominio su se stessi, la più bella fra tutte le vittorie. </p><p rend="text">Anche l’ironia che iniziava a serpeggiare sull’eccessiva disciplina, quasi militaresca della società veniva bersagliata: </p><p rend="quotation_a">ecco una squadra di gente che cammina invece che correre. Ecco certi freddi campioni che vanno a dormire alle dieci, per calcolo, che ubbidiscono all’allenatore, per mancanza di carattere, che salutano i dirigenti col cappello in mano invece di schiaffeggiarli. Ecco dei giocatori che stanno dieci, vent’anni in una società senza bisticciare, che giocano di voglia tutte le partite. </p><p rend="text">A maggio dello stesso anno sempre il <hi rend="CharOverride-1">Guerin Sportivo </hi>(1933d) tornava sulla fortuna attribuita alla Juventus denunciando il generale clima di antipatia e di invidia che portava a considerare le vittorie della squadra dovute essenzialmente a «continue fortune frammezzate da qualche inelegante furto». In occasione del quarto titolo consecutivo conquistato dai bianconeri nel maggio del ’33 la stessa rivista rifletteva proprio sulla presunta fortuna dei campioni:</p><p rend="quotation_a">la grande regolarità della Juventus (nel vincere) è quella che la rende indiscutibile. Sarebbe infatti terribilmente stupido parlare di fortuna. Si potrà sospettare di fortuna una squadra per qualche settimana o per qualche mese, specie nei casi in cui a brillanti sequenze susseguono tracolli rovinosi; ma per aver fortuna per quattro anni, per 136 partite, in modo da vincerne un centinaio e pareggiarne una ventina, è difficile crederlo. Ci saranno molti modi per spiegare come una squadra, per quattro anni di seguito, perda al massimo quattro o cinque partite e ne vinca ventitré o venticinque; ci saranno molti modi per spiegare come una squadra per quattro anni faccia tre volte più goals di ciò che ne prenda; ma il modo di spiegare tutto ciò con la fortuna è lo stesso modo che hanno gli ubriachi per spiegare che la terra gira.</p><p rend="text">Non c’erano dubbi: </p><p rend="quotation_a">molti hanno desiderato in questi ultimi tempi, che la Juventus si indebolisse. Nulla di più logico dal punto di vista tifodeo, nulla di più stupido dal punto di vista generale. Che la Juventus sia il nucleo della nazionale lo si ricorda soltanto nell’imminenza delle grandi partite. Poi, lo si dimentica subito volentieri […] antipatia per invidia, da tifo basso, tifo da barriera. </p><p rend="text">Anche il <hi rend="CharOverride-1">Corriere della Sera </hi>(1933d) lo ammetteva candidamente, affermando che ormai attorno alla squadra bianconera s’era creata una vasta e diffusa antipatia, in moltissimi speravano di non vederla più vincente e tifavano ogni domenica a favore dell’avversaria di turno dei campioni: </p><p rend="quotation_a">ovunque vada la Juventus, gli sportivi stanno all’erta sia per ammirare il gioco dei campioni d’Italia, sia per attenderli ad un eventuale capitombolo, non già per il malvagio istinto demolitorio ma per il desiderio di veder riaccendere la combattività del torneo.</p><p rend="text">Il giornalista Gino Palumbo rileggendo quegli anni proponeva un’analisi simile arricchita da un elemento di riflessione in più: «Genova si sentiva ferita […] Milano e Bologna vedevano nella Juventus un’antagonista […] nel Sud no, non c’erano motivi di contrasto, non esistevano ambizioni rivaleggianti» (Agosti 2000, 914). La Juventus iniziava a rappresentare anche per via della sua proprietà, uno strapotere economico corruttore dell’etica sportiva ma anche una squadra-fabbrica gelida, asettica, marziale e allo stesso tempo elitaria che suscitava illazioni e polemiche sulla propria fortuna e astio e invidia per le sue vittorie. </p><p rend="text">L’antijuventinismo prendeva rapidamente piede ed era una delle facce di questa stagione di vittorie bianconere. L’altra era quella di una squadra estremamente popolare, in grado di suscitare entusiasmi e ammirazione sinceri e di innescare una vera e propria passione nazionale. </p><p rend="text">Gli anni del fascismo, furono per il calcio italiano un periodo di crescita ed evoluzioni organizzative che permisero l’espansione di tutto il movimento:</p><p rend="quotation_a">grazie al varo di un generale piano di riordino che prevedeva l’introduzione del professionismo, il blocco degli stranieri, la riorganizzazione del massimo campionato italiano, chiamato ora Divisione Nazionale e composto da due gironi di venti squadre l’uno, e la sostituzione del Consiglio Federale, eletto dalla base e troppo spesso teatro di liti e tensioni tra differenti cordate politiche, con il ben più efficiente e snello Direttorio, di nomina presidenziale, ratificato dal Coni e chiaramente mutuato dal modello organizzativo del Pnf (Landoni 2010, 78).</p><p rend="text">I mondiali organizzati dall’Italia fascista nel 1934 e poi vinti dai padroni di casa erano lo specchio di questo fermento e furono l’occasione per lanciare ulteriormente il movimento e aumentarne la popolarità<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-058-backlink"><ref target="OP08873_xml.html#footnote-058">7</ref></hi></hi>. </p><p rend="text">I cinque anni di successi della Juventus raccontavano anche importanti e significative evoluzioni del mondo del pallone in Italia durante il fascismo: la consacrazione dei mezzi di comunicazione di massa come radio e giornali durante il regime che parlano abbondantemente di sport e delle imprese bianconere; l’esplosione dell’associazionismo che rispecchia l’evoluzione della politica del primo dopoguerra e che il fascismo comprende e incanala con il dopolavoro; l’ipoteca della grande industria del triangolo industriale sul calcio italiano che in pratica non si sarebbe mai interrotta:</p><p rend="quotation_a">la fase di transizione del rapporto tra città e campagna, tra capoluogo e provincia, che contagia il contado, le cui simpatie si riversano quasi automaticamente su Juventus e Inter, leader dell’aneddotica più pregnante di quegli anni (De Luna 1998).<hi rend="CharOverride-5"> </hi></p><p rend="text">Nel 1934, Carlo Levi dalle colonne della rivista <hi rend="CharOverride-1">Quaderni di Giustizia e Libertà</hi>,<hi rend="CharOverride-1"> </hi>organo di propaganda dell’omonimo movimento antifascista, intervenne proprio sui significati che lo Sport in generale e il calcio in particolare stavano assumendo nell’Italia fascista. Numerose erano le critiche: lo sport come passione collettiva era finito sotto il rigido controllo del regime che lo utilizzava «per scopi di governo, di polizia, di propaganda e di prestigio» e ne aveva soffocato libertà e autonomia grazie a una capillare organizzazione delle varie federazioni che rispondevano risolutamente a quello che veniva deciso a Roma. Anche il calcio aveva smarrito il suo spirito originario, era stato addomesticato dalla politica, ne era diventato un suo strumento e mortificando le realtà provinciali, favoriva semplicemente l’ascesa di facili «idoli», utili strumenti di «distrazione». Sembrava un riferimento alla Juventus. Spiegava Levi (1934, 50) che </p><p rend="quotation_a">le squadre cittadine, un tempo, erano veramente rappresentative del luogo, e amate per questo. Sarà stato spirito campanilistico, ma era pur sempre qualcosa di vivo […] tutto ciò permetteva di partecipare alle vicende del campionato con un interesse reale. Ora invece questo interesse, tranne qualche eccezione provinciale, va spegnendosi nelle masse; resta soltanto, sapientemente alimentato, il desiderio della distrazione e l’amore per gli idoli. Lo sport è diventato per opera del fascismo, una grande industria dove tutti i risultati sono accuratamente raccolti, catalogati, utilizzati, sfruttati […] lo sport coopera nel modo più efficace a tenere il paese nello stato beato dell’infanzia.</p><p rend="text">L’espansione del calcio portava con se due fenomeni che avrebbero avuto poi grandissima fortuna: la nascita del calciomercato, che soprattutto nel periodo estivo avrebbe appassionato tifosi e curiosi sulla sorte sportiva dei propri beniamini e l’aumento esponenziale delle partite. <hi rend="CharOverride-1">La Gazzetta dello Sport </hi>(1935) esprimeva critiche e riserve su entrambi. Riguardo al primo parlava di una vera e propria «corsa all’accaparramento dei giocatori da parte dei dirigenti delle società, convulsa e disordinata» e sulla vicenda intervenne in modo polemico anche il segretario del Coni Giorgio Vaccaro che criticava pesantemente voci e indiscrezioni sul futuro dei calciatori, che a quanto pare gli italiani amavano leggere sotto l’ombrellone: «vi è una condotta morale ed una linea di stile fascista che devono essere conservati ed affermati. Non posso infatti ammettere la ridda di promesse e di profferte troppo spesso non mantenute». Sull’aumento delle partite, le critiche si appuntavano soprattutto sul proliferare dei tornei estivi e delle partite amichevoli che le grandi squadre italiane disputavano in giro per l’Europa e <hi rend="CharOverride-1">La Gazzetta dello Sport </hi>(1933a) notava con rammarico che anche le squadre inglesi, espressione di un calcio nobile e disinteressato stavano cedendo a questa «antigienica usanza per una ragione di soldi». E il calcio iniziava a non essere più un affare per soli uomini e sempre sulla<hi rend="CharOverride-1"> Gazzetta dello Sport</hi>, nel giugno del 1933 era possibile leggere questa inserzione: «signorine desiderose imparare gioco calcio si iscrivano subito, formare terza, quarta squadra. Iscrizioni gratuite. Gruppo Femminile, Stoppani, 12» (<hi rend="CharOverride-1">La Gazzetta dello Sport </hi>1933b)<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-057-backlink"><ref target="OP08873_xml.html#footnote-057">8</ref></hi></hi>. </p><p rend="text">Mentre<hi rend="CharOverride-5"> </hi>il gioco del calcio cresceva e si evolveva, guadagnando nuovi, importanti spazi, la Juventus diventava un fenomeno di costume, riempiva gli stadi, diventava protagonista di réclame pubblicitarie e pellicole cinematografiche, costituiva l’ossatura della nazionale di calcio protagonista delle vittorie degli anni Trenta. A Brescia, per esempio, nell’aprile del 1934 centinaia di tifosi del posto accolsero in stazione i propri beniamini arrivati il sabato per giocare il giorno seguente contro la squadra di casa. Non mancò qualche piccolo incidente: la folla accalcatasi fin sotto alle pensiline del treno, occupò anche la sala d’attesa mandando in frantumi alcuni lastroni di vetro messi lì come divisorio. Nelle ore seguenti la Juventus, che alloggiò presso l’albergo Europa, fu costretta per calmare gli animi, a salutare dai balconi la folla di tifosi, oltre mille, che gremiva la piazza adiacente. Un’accoglienza simile fu ricevuta una settimana prima a Genova e un mese dopo a Trieste (<hi rend="CharOverride-1">Guerin Sportivo </hi>1933c, 1934). I campioni bianconeri divennero ovviamente, anche un affare per i botteghini: nel marzo del 1933 a Roma, per il match contro la Juventus l’incasso record fu di ben 250.000 lire, con 30.000 spettatori sugli spalti e tantissimi altri accalcati ai cancelli d’ingresso e impossibilitati ad entrare (<hi rend="CharOverride-1">La Stampa </hi>1933a). Anche la tiepida Torino iniziò ad osannare i propri beniamini e in occasione del quinto titolo vinto consecutivamente, l’accoglienza fu senza precedenti. </p><p rend="text">Migliaia di persone salutarono la squadra, affollando le vie del centro e portando in trionfo i giocatori issati a spalla dai tifosi dalla stazione Porta Nuova fino alla sede societaria in via Bogino. Anche le massime autorità politiche della città non fecero mancare il proprio saluto a iniziare dal segretario federale del partito fascista Piero Gazzotti e il podestà Ugo Sartirana, ai quali si aggiunsero la squadra del Torino al completo con dirigenza al seguito e la banda musicale dei Giovani Fascisti che intonò <hi rend="CharOverride-1">Giovinezza</hi>. Centinaia i telegrammi arrivati in sede: politici, autorità, squadre e associazioni sportive, semplici appassionati. Uno di questi recitava: «un professore milanese, barbuto ma non barbogio, plaude al trionfo della volontà indomabile» (<hi rend="CharOverride-1">La Stampa </hi>1935)<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-056-backlink"><ref target="OP08873_xml.html#footnote-056">9</ref></hi></hi>. Le festose celebrazioni bianconere raccontavano anche la nuova dimensione mediatica e popolare vissuta dal calcio, l’emergere del divismo, la graduale trasformazione dei costumi (Bellifemine 2022, 5). Il campionato 1934-35 fu l’ultimo trionfo bianconero del periodo: bisognerà aspettare il 1950 per un nuovo scudetto. Il calcio italiano sarà dominato dal Bologna, vincitrice di quattro titoli tra il 1936 e il 1941 e il <hi rend="CharOverride-1">Grande Torino</hi>, cinque volte campione tra il 1942 e il 1949. Eppure, nonostante il lungo digiuno di vittorie, la tragedia della guerra che portò alla sospensione dei campionati professionistici tra il 1943 e il 1945, la supremazia sportiva dei cugini <hi rend="CharOverride-1">granata</hi>, la Juventus continuava a godere di una straordinaria popolarità accompagnata sempre da una altrettanto non comune ostilità. Nel settembre del ’45, proprio per il suo ruolo simbolico fu impegnata in una tournée precampionato nel sud del paese, esibendosi prima a Napoli e poi a Roma. Chiare le ragioni: </p><p rend="quotation_a">il tifo nazionale che ormai si era consolidato intorno alla Juve a partire da cinque scudetti consecutivi dei primi anni Trenta rendeva il club torinese l’ambasciatore ideale per una missione diplomatica che puntava a rafforzare i legami di un’Italia ancora largamente disunita (Agosti e De Luna 2019, 124). </p><p rend="text">Le accoglienze erano ancora entusiastiche: nel gennaio del ’48, 15.000 persone affollarono il campo di Salerno per la partita di campionato contro i bianconeri, terminata poi 0-0, per l’incasso record per quella società di 5.240.000 lire (<hi rend="CharOverride-1">Stampa Sera</hi> 1948). Alla fine della partita in migliaia attesero l’uscita dei bianconeri dallo stadio, sperando in un autografo: il più acclamato fu Carlo Parola che sarebbe diventato celebre di lì a poco per una spettacolare rovesciata ancora oggi simbolo delle note figurine Panini. Intanto la Juventus festeggiava i suoi primi cinquant’anni di vita: il 26 novembre del 1947, ricordando l’importante compleanno, <hi rend="CharOverride-1">La Stampa</hi> celebrava la squadra torinese sottolineando soprattutto il significato simbolico dell’essere juventino: avere uno stile, sapersi rapportare al mondo dello sport mostrando sempre un certo contegno, una giusta eleganza e soprattutto portando in alto il valore della correttezza e dell’onestà. Il vicepresidente Craveri, raccontava il quotidiano torinese, accoglieva con un emozionante discorso i nuovi giocatori che arrivavano in società: </p><p rend="quotation_a">ricordatevi che in campo dovete essere cavallereschi e padroni dei vostri nervi. Una volta Ferrari in una partita ricevette da un avversario un pugno. Invece di reagire si mise sull’attenti. Non fu espulso e l’incontro terminò bene. Noi gli assegnammo un premio speciale. Questo è lo stile della Juventus (<hi rend="CharOverride-1">Stampa Sera </hi>1947).</p><p rend="text">Gli altri tifosi, come visto pensavano esattamente l’opposto e l’accusavano di scorrettezza, cinismo, immoralità. A Napoli nella decisiva partita scudetto del luglio 1946 terminata 0-0 e che avrebbe di fatto consegnato il titolo al Torino, il pubblicò protestò animatamente per il gioco ritenuto troppo violento dei calciatori bianconeri e tentò a più riprese di invadere il campo: fu necessario l’intervento della Celere per placare gli animi (<hi rend="CharOverride-1">La Stampa </hi>1946, <hi rend="CharOverride-1">Corriere d’Informazione </hi>1946). In questi primi cinquant’anni della sua storia la Juventus era riuscita ad affermarsi tra i più importanti club del paese, ad entrare nel cuore dei propri beniamini e a vedersi riconosciuto un codice comportamentale fatto di rispetto, etica e morale che ne accresceva un’immagine romantica e cavalleresca, unica nello sport italiano. Eppure i suoi legami con il mondo dell’industria torinese, il suo potere economico, la sua attitudine alla vittoria ne avevano favorito anche un’immagine alternativa che stava alimentando un’antipatia, anche questa unica. Quella di una società pronta a tutto pur di vincere, cinica e pragmatica che con i suoi acquisti e il suo denaro aveva alterato lo spirito originario del calcio.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="CharOverride-4"><ref target="OP08873_xml.html#footnote-064-backlink">1</ref></hi>	Per esempio il <hi rend="CharOverride-1">Corriere della Sera</hi>, nel marzo del 1901 parlava di un torneo per «l’assegnazione di una splendida medaglia d’oro assegnata dal re Umberto. A disputare l’ambito premio mandarono le loro iscrizioni le società Mediolanum di Milano, la Juventus di Torino e Genoa foot-ball and Cricket Club di Genova. Per domani il Milan club, detentore della medaglia, ha fissato il suo primo match con la Mediolanum. Le due squadre scenderanno in campo alle 14.30 precise, qualunque sia il tempo, sul terreno del Trotter italiano» (<hi rend="CharOverride-1">Corriere della Sera </hi>1901).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="CharOverride-4"><ref target="OP08873_xml.html#footnote-063-backlink">2</ref></hi>	Il primo incontro degli ‘azzurri’ si tenne il 15 maggio 1910 all’Arena di Milano contro la nazionale francese. </p><p rend="layout_notes"><hi rend="CharOverride-4"><ref target="OP08873_xml.html#footnote-062-backlink">3</ref></hi>	Per un ritratto di Carcano: D’Orsi 2000; Maggioli 1965.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="CharOverride-4"><ref target="OP08873_xml.html#footnote-061-backlink">4</ref></hi>	 Dell’omosessualità di Carcano parlò per la prima volta Gianni Brera sulla <hi rend="CharOverride-1">Repubblica</hi> (Brera 1986). Sull’allontanamento di Carcano: Pastore 2018a; Caruso 2013, 139; Brizzi 2016.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="CharOverride-4"><ref target="OP08873_xml.html#footnote-060-backlink">5</ref></hi>	Nel maggio del 2012 un cronista della<hi rend="CharOverride-1"> Repubblica </hi>ha cercato di ricostruirne la vicenda partendo dalla sua lapide, ma al cimitero di Sanremo non c’è più nessuna traccia dello sfortunato allenatore (Calandri 2018).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="CharOverride-4"><ref target="OP08873_xml.html#footnote-059-backlink">6</ref></hi>	Sull’omosessualità durante il fascismo si veda anche: Goretti e Giartosio 2022. </p><p rend="layout_notes"><hi rend="CharOverride-4"><ref target="OP08873_xml.html#footnote-058-backlink">7</ref></hi>	Sui mondiali del 1934: Brizzi e Sbetti 2018, 41-8; Mugnai 2001. Sul calcio e il fascismo: Martin 2006, Landoni 2010, 77-80;<hi rend="CharOverride-5"> </hi>Ghirelli 1954, 80-91; Papa e Panico 1993, 130-44; Dietschy 2010, 178-89; Landoni 2011, 29-34. Per una lettura vivace e romanzata del periodo: Brizzi 2016. Su sport e fascismo si veda anche: Serapiglia 2016, 2019. </p><p rend="layout_notes"><ref target="OP08873_xml.html#footnote-057-backlink">8</ref>	Il Gruppo Femminile Calcistico (Gfc) nacque nel febbraio del 1933 in via Stoppani 12 a Milano e fu la prima squadra femminile del nostro calcio. L’esperimento accolto inizialmente con sorpresa e curiosità e poi con crescente ostilità da parte della stampa sportiva nazionale, venne fermato quasi immediatamente dal Coni, proprio mentre nuove squadre stavano nascendo nel resto del paese. Nel settembre del 2020 il consiglio comunale di Milano si è detto favorevole all’intitolazione di una piazza o un’area verde al Gfc. Il calcio femminile in Italia è diventato uno sport professionistico il 1° luglio del 2022 quasi cento anni dopo il via al professionismo del calcio maschile. Sul Cfc: Giani 2021, D’Ascenzo 2020. </p><p rend="layout_notes"><hi rend="CharOverride-4"><ref target="OP08873_xml.html#footnote-056-backlink">9</ref></hi>	 Altri dettagli sull’accoglienza ricevuta in: <hi rend="CharOverride-1">Guerin Sportivo </hi>1935b. Questi sono anche gli anni del boom del tifo bianconero nel Sud del paese: se ne parlerà diffusamente nell’ultimo capitolo.</p><p rend="h1_section">Capitolo 2</p><p rend="h1_chapter">Gli anni di Charles e Sivori</p><p rend="h2">2.1 «Per una montagna d’oro!»: soldi e veleni</p><p rend="text">Nella stagione 1960-61 la Figc decise di disputare la dodicesima giornata del girone di andata il giorno di Natale. Una decisione che suscitò stupore e perplessità: </p><p rend="quotation_a">Calcio anche a Natale! Il campionato domina proprio su tutto; nemmeno per la più grande festa dell’anno ha voluto tirarsi in disparte. È domenica e si gioca. Una sola eccezione in serie A: l’anticipo odierno a Roma tra Lazio e Catania. Il resto tutto a domani, con scarso pubblico perché è logico pensare che ben poca gente lascerà, anche per due ore sole, la tranquillità e la felicità natalizia della famiglia, per andare sugli spalti a fare il tifo. Sarebbe stato facile rinviare tutto al giorno dopo. Ma più che all’incasso le società devono badare ai due punti. E tenere a freno i giocatori il giorno di Natale è stato reputato difficile: meglio farli giocare e poi darli la libertà (<hi rend="CharOverride-1">Corriere d’Informazione </hi>1960a).</p><p rend="text">Anche per il mondo del pallone il boom economico fu un periodo di veementi trasformazioni: stava entrando definitivamente nel cuore della maggioranza degli italiani, affermandosi come fenomeno di costume di primo piano. Tra la fine degli anni Cinquanta e l’inizio degli anni Sessanta il calcio aveva superato in popolarità il ciclismo che vedeva chiudersi la sua epoca d’oro: era il segno dell’ascesa «delle nuove classi medie urbane e del loro stile di vita» e del declino di sport popolari come boxe e ciclismo che «in quanto pratiche agonistico-competitive» rimandavano «ad un quadro di riferimento socioculturale in via di rapido ridimensionamento (la povertà, la campagna, l’ignoranza o almeno la semplicità dei consumi e la modestia delle aspirazioni)» (Marchesini 1996, 262).<hi rend="CharOverride-5"> </hi></p><p rend="text">Era un’Italia ancora di cauti risparmiatori che per svago e tempo libero (teatro, cinema e calcio) spendeva poco più dell’1% dei bilanci domestici (Papa e Panico 1993, 266). Ma indubbiamente interesse e partecipazione crescevano vistosamente: oltre ovviamente a quelli sportivi (<hi rend="CharOverride-1">La Gazzetta dello Sport</hi>,<hi rend="CharOverride-1"> Stadio</hi>, <hi rend="CharOverride-1">Tuttosport</hi>) i principali quotidiani del paese, come<hi rend="CharOverride-1"> Corriere della Sera</hi>, <hi rend="CharOverride-1">La Stampa</hi>, <hi rend="CharOverride-1">Corriere d’Informazione</hi>, <hi rend="CharOverride-1">Il Messaggero</hi>, <hi rend="CharOverride-1">Paese Sera</hi>, <hi rend="CharOverride-1">l’Unità </hi>e <hi rend="CharOverride-1">Avanti!</hi>, dedicavano al calcio dettagliate cronache delle partite giocate, approfondimenti a cura di firme prestigiose, rubriche specializzate e spazi riservati alle lettere dei lettori, oggi utilissime per ricostruire gli umori dei tifosi in piena epoca pre-social. Il calcio in un momento in cui il tempo libero iniziava ad aumentare anche per le classi meno abbienti, rappresentava uno svago ma anche una passione ardente capace di accendere infuocate polemiche e di trascinare in piazza migliaia di persone intente a festeggiare la vittoria di un prestigioso trofeo. Stava nascendo un nuovo calcio «attorno alla crescita, agli scambi intereuropei, all’apertura al commercio mondiale» segnato dall’emergere</p><p rend="quotation_a">di generazioni di giocatori superdotati e di forte personalità, il sostegno finanziario di potenti mecenati e di aziende multinazionali, una nuova concezione dell’allenamento e dell’organizzazione tattica (Dietschy 2010, 345). </p><p rend="text">Crescevano club professionistici anche al Sud e sempre meglio attrezzati per poter affrontare competizioni di anno in anno più impegnative. A testimoniare la crescente popolarità di questo sport erano vicende come quella della città di Napoli, dove l’imprenditore Achille Lauro acquistava la squadra cittadina rendendola una delle massime basi su cui poi avrebbe costruito la sua lunga carriera politica (Robbe 2011, Lomartire 2009, Gentile 2008). In questo modo </p><p rend="quotation_a">si rafforzò la tendenza del potere politico locale ad affidare il proprio prestigio ai colori della squadra di calcio e a farne una sorta di fabbrica municipale del consenso, che ebbe la sua più vivace esperienza nella capitale del Sud (Papa e Panico 1993, 269). </p><p rend="text">Il calcio correva come tutto il resto della società italiana: tra il 1958 e il 1963 l’Italia visse un imprevisto e dirompente boom economico, un vero e proprio «miracolo» secondo la definizione del quotidiano britannico <hi rend="CharOverride-1">Daily Mail</hi> (Vecchio e Trionfini 2014, 120-21). Il paese abbandonava dopo secoli la sua connotazione agraria e diventava invece una potenza industriale di rilievo mondiale, vivendo una trasformazione epocale che ne avrebbe cambiato per sempre il volto. Furono anche gli anni dell’emigrazione di massa dal Sud al Nord: tra il 1951 e il 1965 nelle regioni del triangolo industriale si registrarono ben 113.000 arrivi l’anno, nel solo ’61, 240.000 (Panichella 2014).</p><p rend="text">Gli anni del boom economico furono sostanzialmente dominati dalla Juventus, abilmente guidata dal presidente Umberto Agnelli e che tra il 1958 e il 1961 vinse 3 scudetti (stagioni: 1957-58, 1959-60, 1960-61) e 2 coppe Italia (1958-59, 1959-60), dando spesso l’impressione di una soverchiante superiorità tecnica sulle altre avversarie. </p><p rend="text">Ma fu un periodo segnato anche da un acceso antijuventinismo che ruotava attorno a precisi elementi: l’accusa di poter contare costantemente su pesanti sostegni politici all’interno del mondo del pallone in grado di tutelare la società in momenti particolarmente delicati; lo strapotere economico che portava la società ad acquisti clamorosi e spregiudicati violando spesso i sentimenti delle tifoserie avversarie; una squadra fredda e senz’anima, cinica, spesso scorretta, impegnata in un gioco considerato da più parti come assai poco spettacolare votato esclusivamente al raggiungimento del massimo risultato. Non mancavano i riferimenti alla fortuna. Come visto era stato costantemente sottolineato nella storia bianconera la sua impronta, i suoi aiuti, i suoi morbidi abbracci: è la fortuna che trascina la Juventus al successo, che le permette di superare gli ostacoli più impervi, di venire a capo delle situazioni più delicate. Fosse un rimpallo, un autogol, una rete negli ultimi minuti, una svista arbitrale. La fortuna amica della Juventus, è la complice occulta di mille successi. </p><p rend="text">Questa Juventus era stata costruita con abilità strategica e organizzativa, passo dopo passo dal fratello minore dell’Avvocato Gianni Agnelli, Umberto, che divenne presidente della società nel novembre del 1955, attuando una immediata riorganizzazione dei vertici societari e promuovendo dirigenti capaci e al passo coi tempi come Remo Giordanetti, Walter Mandelli, Giorgio Amerio (Agosti, De Luna 2019, 150-59).</p><p rend="text">La formazione bianconera degli anni 1957-1961 poteva contare su un solido reparto difensivo (Corradi-Ferrario-Garzena) coordinato dal carismatico portiere Carlo Mattrel, su un centrocampo in grado di unire il fiato e la concretezza dei mediani Flavio Emoli e Umberto Colombo alla classe delle ali Bruno Nicolè e Gino Stacchini e soprattutto su un settore offensivo straordinariamente prolifico che poggiava sul cosiddetto trio magico: Boniperti, Sivori e Charles. Omar Sivori e John Charles furono acquistati entrambi nella primavera del 1957 dopo delle operazioni di mercato clamorose e onerosissime. John Charles, un metro e novanta per novanta chili, era nato a Swansea nel 1931 e dopo aver tentato con poca fortuna una carriera da pugile era entrato nel vivaio del Leeds, squadra nella quale aveva segnato 150 gol in 182 partite distinguendosi per potenza fisica, abilità nel gioco aereo, astuzia tattica. Lo<hi rend="CharOverride-5"> </hi>chiamavano «the king» ma anche il «gigante buono» per via della sua correttezza e generosità in campo. Alla fine della stagione 1956/57 diverse squadre avanzarono delle offerte per portarlo via dall’Inghilterra: tra queste sicuramente Lazio, Real Madrid e Inter. La situazione fu decisa a favore della Juventus dall’intervento diretto di Umberto Agnelli che si recò a Londra per incontrare Sam Bolton, presidente del Leeds, offrendo alla società 65.000 sterline (<hi rend="CharOverride-1">La Stampa</hi> 1957a; Ciriello 1957; <hi rend="CharOverride-1">Corriere d’Informazione</hi> 1957a)<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-055-backlink"><ref target="OP08873_xml.html#footnote-055">1</ref></hi></hi>. I dettagli vennero riportati in prima pagina dal <hi rend="CharOverride-1">News Chronicle</hi> che seguì la vicenda molto da vicino. La trattativa fu mediatica e suscitò in Italia e in Inghilterra, numerose polemiche per il costo complessivo dell’operazione. Charles d’altronde era circondato da un’aura leggendaria avendo la fama di essere «un prodigioso calciatore: dotato di una velocità e precisione notevolissime, praticamente insuperabile nel gioco di testa» e capace di ricoprire «indifferentemente qualsiasi ruolo sia in difesa che in attacco» (<hi rend="CharOverride-1">Corriere d’Informazione </hi>1957b). Altri spiegavano che il gallese «gioca indifferentemente in sei ruoli, i tre della mediana e quelli del trio centrale dell’attacco» (<hi rend="CharOverride-1">l’Unità</hi> 1957). Ma probabilmente più che Charles, a prendersi involontariamente il centro della scena era la famiglia Agnelli uno dei simboli più potenti del capitalismo italiano, che in quel momento con il concomitante boom dell’industria automobilistica aveva ottenuto pienamente anche la ribalta internazionale. L’arrivo di Umberto a Londra venne seguito dalla stampa italiana e inglese e in centinaia tra curiosi e tifosi tentarono di incontrarlo. Il presidente della Juventus giunse in Inghilterra il 18 aprile scatenando un interesse</p><p rend="quotation_a">paragonabile soltanto a quello dei cantanti rock and roll o i predicatori evangelici americani […] ieri l’atrio del grande albergo di Londra dove Agnelli ha preso alloggio era affollato di giornalisti che desideravano sapere quale cifra la società calcistica torinese sia disposta a pagare per John Charles il formidabile centroattacco del Leeds United […] tutti i giornali pubblicano fotografie del giovane industriale italiano che viene definito da alcuni Mister Fiat e da altri il miglior partito di Italia. Ma i giornali informano le loro lettrici che il ventiduenne presidente della Juventus pur essendo “bello, alto, bruno e con un milione di sterline in banca è ahimè sposato col gioco del calcio”. “L’adorabile Umberto preferisce il calcio” è il titolo in prima pagina del «News Chronicle» (<hi rend="CharOverride-1">Corriere d’Informazione </hi>1957c).</p><p rend="text">Il <hi rend="CharOverride-1">News Chronicle</hi> pubblicava una vignetta che mostrava una lunga schiera di calciatori inglesi alti e bassi, magri e grassi in maglie di tutti i colori che facevano la fila davanti al portone di un albergo. La didascalia era chiara: «non le rimarranno per caso un po’ di spiccioli signor Agnelli?» (<hi rend="CharOverride-1">Corriere d’Informazione </hi>1957c). </p><p rend="text">La trattativa fu decisa il 18 aprile quando l’Inter fece saper di non avere intenzione di imbarcarsi in un’asta con un’altra società italiana considerata amica e si chiamò fuori (<hi rend="CharOverride-1">Corriere della Sera </hi>1957). La cessione di Charles, seguiva quella di Eddie Firmani (Sappino 2000, 226-27), acquistato due anni prima dalla Sampdoria che lo aveva pagato al Charlton quasi 60 milioni di lire dell’epoca e apriva in Inghilterra un lungo e teso dibattito su stipendi dei calciatori, etica e futuro del calcio. Per un rigido regolamento della federazione inglese i calciatori militanti in First Division, la massima serie calcistica nazionale, antenata dell’attuale Premier League, non potevano percepire più di 60 sterline al mese pari a 100.000 lire. Numerosi club inoltre vivevano un difficile periodo finanziario, come il Leeds che era indebitato per 40.000 sterline. Molti videro in questi acquisti una minaccia per il calcio britannico che rischiava di perdere i suoi migliori campioni. Il <hi rend="CharOverride-1">Times</hi> lesse nel trasferimento un’occasione di crescita per il movimento inglese e spiegò in un editoriale che </p><p rend="quotation_a">le ripercussioni di questo trasferimento di Charles sono ancora imprevedibili. Ma insieme alla cessione di Firmani alla Sampdoria da parte del Charlton Athletic la partenza di Charles potrà servire un giorno a far aumentare gli stipendi e gli incentivi per i giocatori inglesi in patria (<hi rend="CharOverride-1">Corriere d’Informazione </hi>1957d). </p><p rend="text">Charles commentò la sua cessione con poche parole, affermando molto candidamente che avrebbe guadagnato «nei prossimi due anni più di quanto avrei potuto ottenere giocando nel calcio inglese per tutta la vita» (<hi rend="CharOverride-1">Corriere d’Informazione </hi>1957e). I giornali di Londra assolsero il gigante gallese schierandosi dalla sua parte: giusto accettare l’offerta bianconera dato che «a Torino lo aspetta una vita da signore» (<hi rend="CharOverride-1">Corriere d’Informazione </hi>1957e). Meno comprensivi furono gli amareggiati tifosi del Leeds. Charles si congedò dai suoi compagni segnando una doppietta al Sunderland ma dopo la fine del match ebbe problemi a lasciare lo stadio, assediato da centinaia di tifosi, mentre altri lo attesero sotto la sua abitazione al grido di «vogliamo Charles». Dovette intervenire la polizia per permettergli di raggiungere l’aeroporto e di sbarcare finalmente a Torino (<hi rend="CharOverride-1">Corriere d’Informazione</hi> 1957f). Qui fu accolto da Umberto Agnelli in persona, da alcuni tifosi bianconeri e da numerosi giornalisti. La stampa non mollò un attimo il calciatore gallese: dall’Inghilterra partirono tre cronisti intenti a descrivere l’inizio della sua avventura italiana, il <hi rend="CharOverride-1">Corriere d’Informazione</hi> gli mise alle calcagna il cronista Alberto Macchiavello col compito di seguirlo per tutta la sua prima giornata torinese. A Charles oltre a un ricco contratto annuo da 5 milioni di lire, spettava anche un elegante appartamento in via Perrone, «una strada silenziosa nel cuore della città». La nuova sistemazione gli venne mostrata dal ragionier Artino, segretario dei bianconeri, mentre Charles</p><p rend="quotation_a">si è soffermato a lungo in ogni stanza, misurando le pareti e cercando di immaginare la disposizione dei mobili. Sorrideva, provava e riprovava con i gesti varie sistemazioni; poi ha disegnato una piantina e l’ha spedita per via aerea alla moglie per l’approvazione definitiva (Macchiavello 1957). </p><p rend="text">Veniva descritto come «l’atleta più competo del mondo, veloce ed elegante» che «penetra nelle difese e le scardina con magici arabeschi. Ma è capace di segnare anche con un tiro da 40 metri» e come un ragazzo simpatico, modesto, disponibile molto austero, «di scarso appetito: la carne è il suo piatto preferito, beve un bicchiere di birra e alla fine dei pasti fuma due sigarette leggere», un tipo «tutto casa e stadio […] che non può vivere senza la moglie e i figli vicini» (Macchiavello 1957). Arrivato sul campo di allenamento della Juventus per conoscere i suoi futuri compagni di squadra qualcuno cercò di fargli indossare una maglia bianconera per immortalarlo per la prima volta con indosso i suoi nuovi colori societari, ma nonostante una affannosa ricerca da parte dei magazzinieri non se ne trovò nessuna della sua taglia: ne serviva una su misura. Intanto non si arrestavano le polemiche sul costo del suo trasferimento. La famiglia Agnelli definì ridicole le cifre pubblicate dai giornali, mantenendo sulla questione un certo riserbo. Comunque si parlava di somme che oscillavano tra 55 e 65.000 sterline, cioè tra i 100 e i 120 milioni di lire. <hi rend="CharOverride-1">l’Unità</hi> (1957a) parlò di 165 milioni di lire e fece polemicamente notare che si trattava di «più del quadruplo di quanto può guadagnare un operaio del signor Agnelli in una intera vita di lavoro!». Il quotidiano comunista criticò l’intera operazione: «si ha l’ennesima conferma che tutti i dirigenti italiani pensano al superasso da importare e nessuno a spendere qualche lira per cercarlo tra i giovani di casa nostra». </p><p rend="text">Perplessità venivano espresse anche dai tifosi di fede non bianconera per un acquisto che sembrava snaturare lo spirito originale di una attività ludica come il calcio. Il signor Giacomo Tinella da Monza per esempio, inviò a <hi rend="CharOverride-1">Le frecce della settimana</hi>, la rubrica settimanale del <hi rend="CharOverride-1">Corriere d’Informazione</hi> dedicata allo sport, una lettera colma di sdegno, definendo la cifra pagata per Charles</p><p rend="quotation_a">una pazzia, soprattutto se si pensa che a spenderli non è stato il popolo americano che nei milioni guazza ma quello italiano che all’estero gode della triste fama propagandata dai film neorealistici tipo <hi rend="CharOverride-1">Sciuscià</hi> o <hi rend="CharOverride-1">Ladri di biciclette</hi>, i quali hanno presentato la nostra gente come una massa di miserabili che non conoscono l’uso dell’acqua potabile e delle scarpe […] è vero che l’Italia non è l’Italia degli sciuscià ma non è nemmeno vero che l’Italia è l’Italia dei cento milioni spesi per acquistare un giocatore di calcio. Io penso che abbiamo perduto il senso della misura<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-054-backlink"><ref target="OP08873_xml.html#footnote-054">2</ref></hi></hi>. </p><p rend="text">Charles rientrò poi in Inghilterra per concludere la stagione con il Leeds e conoscere il suo terzogenito nato proprio durante la sua rapida visita torinese. Per il primo vero allenamento con i suoi futuri compagni di reparto, Boniperti e Sivori dovette attendere il 13 giugno (<hi rend="CharOverride-1">La Stampa </hi>1957b).</p><p rend="text">I tre non si conoscevano ed erano fuori forma ma i pochi che potettero assistere alla seduta di allenamento non ebbero dubbi: la Juventus aveva comprato due grandissimi calciatori. L’altro veniva dall’Argentina. Nato nel 1935 nella provincia di Buenos Aires, a San Nicolas, Omar Sivori era entrato nelle giovanili del River Plate diventandone ben presto uno dei pilastri e vincendo con i Milionarios due titoli nazionali e nel 1957 a soli 21 anni aveva letteralmente trascinato la nazionale argentina alla vittoria del titolo continentale sudamericano disputatosi in Perù, venendo eletto miglior giocatore del torneo<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-053-backlink"><ref target="OP08873_xml.html#footnote-053">3</ref></hi></hi>. Irriverente, sfrontato, imprevedibile, Sivori era un genio del dribbling e del tunnel col quale amava beffare e a volte irridere gli avversari che spesso gli restituivano lo sgarbo con spicciativi trattamenti a base di entrate ruvide e gomitate. Con Sivori in campo le risse fioccavano allegramente: sarà squalificato in serie A per un totale di 33 giornate. Nel 1957 su suggerimento dell’ex bianconero Cesarini, la Juventus aveva dato mandato a Carletto Levi, da tempo emigrato in Argentina, amico personale di Gianni Agnelli e responsabile del mercato bianconero in Sud America, di portarlo a Torino (<hi rend="CharOverride-1">La Stampa </hi>1957c).<hi rend="CharOverride-5"> </hi>Ben presto si rivelò una trattativa molto complicata. Idolo dei tifosi locali, Sivori fu al centro in Argentina di una violenta campagna mediatica finalizzata ad arrestarne la cessione e che vide in prima fila la popolare rivista <hi rend="CharOverride-1">Goles</hi>. Più tardi il periodico sportivo <hi rend="CharOverride-1">Mundo Deportivo</hi> commentò la vicenda con una vignetta polemica: il volto degli argentini Sivori, Angelillo, Maschio (anche questi due acquistati da squadre italiane, rispettivamente l’Inter e il Bologna) veniva proiettato in dei palloncini prossimi a volare in cielo. Chiara l’accusa: il sistema europeo con i suoi milioni stava uccidendo i sogni romantici del calcio argentino portando via i beniamini dei campionati più poveri lontano dai cuori dei propri tifosi, come accade ai bambini quando si lasciano sfuggire dei palloncini dalle mani (<hi rend="CharOverride-1">Corriere d’Informazione </hi>1957h). A un certo<hi rend="CharOverride-1"> </hi>punto anche l’Inter cercò di entrare nella trattativa ma senza fortuna (<hi rend="CharOverride-1">Corriere d’Informazione </hi>1957i). Il giorno della partenza di Sivori per l’Italia, l’11 giugno, l’aeroporto di Buenos Aires venne invaso da una folla di tifosi e uno di questi riuscì a intrufolarsi a bordo dell’aereo costringendo il pilota a rientrare nell’area parcheggio e a ritardare di un’ora il decollo (<hi rend="CharOverride-1">Corriere d’Informazione </hi>1957i). Dopo la sua cessione, la federazione argentina per sedare gli animi varò una lista di 44 calciatori considerati incedibili. L’affare fu ufficializzato dal River Plate il 28 maggio.<hi rend="CharOverride-5"> </hi><hi rend="CharOverride-1">La Stampa</hi><hi rend="CharOverride-5"> </hi>ne parlò con toni entusiastici presentando Sivori come «il più famoso giocatore sudamericano» (Accatino 1957) mentre i giornali milanesi misero in evidenza il suo costo elevatissimo. Il <hi rend="CharOverride-1">Corriere della Sera</hi> parlò di un’operazione da 150 milioni di lire ed elogiava invece l’acquisto da parte del Milan del centrocampista Ernesto Grillo dall’Indipendiente per soli 60 milioni. Il <hi rend="CharOverride-1">Corriere d’Informazione 1957m</hi> riportando la notizia in prima pagina parlò di 190 milioni sommando anche i 30 milioni di premio che la Juventus si impegnava a pagare all’argentino. In generale la stampa sottolineava che</p><p rend="quotation_a">è la più alta cifra che mai sia stata pagata per un calciatore professionista in tutto il mondo. Gli ambienti argentini sono rimasti letteralmente sbalorditi, tenuto conto soprattutto che Sivori ha appena 21 anni (<hi rend="CharOverride-1">Corriere della Sera </hi>1957b)<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-052-backlink"><ref target="OP08873_xml.html#footnote-052">4</ref></hi></hi>. </p><p rend="text">Sivori arrivava in un momento molto delicato per il calcio italiano: la nazionale aveva collezionato una serie di umilianti sconfitte, le più clamorose delle quali erano state rimediate a Zagabria contro la Jugoslavia vincitrice per 6-1 e a Lisbona col Portogallo, vincitore per 3-0 (Sappino 2000, 1308). La Figc finì nell’occhio del ciclone e i tifosi di tutta Italia scrissero alle redazioni dei giornali lettere infuocate nelle quali mettevano sotto accusa il divismo, i troppi soldi guadagnati dai calciatori, il loro scarso attaccamento alla maglia azzurra, l’arrendevolezza di talenti troppo molli e disimpegnati, le strategie dei club impegnati a strapagare campioni stranieri a discapito dei giovani talenti italiani che troppo poco spazio trovavano nelle prime squadre. Polemiche che si sarebbero ripetute nel corso degli anni. Un tifoso rassegnato sosteneva che sarebbe «più onorevole desistere dagli incontri internazionali fintanto che non saremo riusciti a trovare il rimedio a queste impressionanti mortificazioni», altri parlavano di «giocatori di ventura senza spirito di bandiera», altri ancora proponevano in massa di «disertare gli stadi» (<hi rend="CharOverride-1">Corriere d’Informazione </hi>1957n).<hi rend="CharOverride-5"> </hi><hi rend="CharOverride-1">Il Messaggero</hi> (1957) in prima pagina chiese il commissariamento della Federcalcio, l’<hi rend="CharOverride-1">Avanti! </hi>(1957a) sostenne che il calcio nazionale valeva «zero» e che «l’intero sport italiano» era «tutto da rifare»<hi rend="CharOverride-1">.</hi> Particolarmente dura fu <hi rend="CharOverride-1">l’Unità </hi>(1957b) che definì gli azzurri degli inetti, «figli della gallina bianca», inutilmente e scandalosamente strapagati<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-051-backlink"><ref target="OP08873_xml.html#footnote-051">5</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">Il 28 maggio dopo la sconfitta col Portogallo, il quotidiano comunista rincarava la dose sostenendo che «gli azzurri per reagire all’amarezza della sconfitta si sono recati a puntare biglietti da mille al Casinò» un atteggiamento che rifletteva «una crisi di costume oltre che tecnica» (<hi rend="CharOverride-1">l’Unità </hi>1957b)<hi rend="CharOverride-1">.</hi> Venne pubblicata anche una vignetta dal titolo «la nazionale dei milioni» dove un calciatore fatto di banconote veniva tagliato in due da una pallonata. In realtà, le cause del tracollo del calcio italiano a dieci anni ormai dalla strage di Superga, erano molteplici: la profonda crisi degli organismi federali, l’incapacità di crescere e valorizzare giovani talenti portando in campo una nazionale con una età media attorno ai 28 anni, il declino delle realtà associative affiliate alla Figc, un progetto tecnico incerto e confuso che puntava su ventenni come Gastone Bean e Giuseppe Virgili e oriundi affermati come Schiaffino e Alcide Ghiggia (Papa e Panico 1993, 285-89)<hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi xml:id="footnote-050-backlink"><ref target="OP08873_xml.html#footnote-050">6</ref></hi></hi>. Ma l’opinione pubblica puntava soprattutto il dito contro lo scarso impegno portato avanti da ragazzi multimilionari ritenuti fiacchi e viziati, senza passione né orgoglio. Si trattava di una polemica che sembrava trascendere la dimensione calcistica e mettere sotto accusa le generazioni più giovani che stavano godendo dei frutti del nuovo benessere economico ma che allo stesso tempo, in questa lettura, davano la sensazione di aver smarrito i più elementari valori di correttezza e moralità. Quello stesso giorno venne ufficializzato l’acquisto di Sivori e <hi rend="CharOverride-1">l’Unità </hi>(1957c) collegò ironicamente la notizia al terremoto che stava scuotendo dalle fondamenta il mondo del pallone: </p><p rend="quotation_a">la pronta risposta alla risoluzione dei problemi che assillano il calcio Italiano è giunta questa notte da Buenos Aires da dove si informa che il calciatore argentino Omar Sivori e stato venduto alla Juventus per 10 milioni di pesos. Questa è forse la più alta cifra pagata per un calciatore professionista.</p><p rend="text">Anche l’<hi rend="CharOverride-1">Avanti! </hi>(1957b) fu polemico: «per una montagna d’oro Sivori alla Juventus»<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-049-backlink"><ref target="OP08873_xml.html#footnote-049">7</ref></hi></hi>. Questo sport affarista e senza cuore, senza morale e buon senso sembrava aver trovato un volto piuttosto riconoscibile: quello della Juventus.</p><p rend="h2">2.2 «Col solito freddo calcolo»: brutta e vincente</p><p rend="text">Le polemiche sul potere economico della ‘Vecchia Signora’, sui suoi acquisti milionari, sulla fine del calcio romantico fatto di sentimenti e valori quali l’attaccamento alla maglia e la fedeltà alla propria squadra, rientravano in realtà in un discorso molto più ampio e che andava al di là del calcio. La Juventus di quegli anni era la perfetta proiezione calcistica del boom economico. Torino ne era la capitale e la Fiat la sua azienda simbolo, la locomotiva dell’economia italiana. Nel 1950 furono vendute 100.000 autovetture, nel ’55, 230.000, nel 1962, 877.000, nel ’63, più di 1 milione (Vecchio e Trionfini 2014, 106-8)<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-048-backlink"><ref target="OP08873_xml.html#footnote-048">8</ref></hi></hi>. Le automobili dell’azienda torinese scandivano le nuove giornate degli italiani che abbandonavano le vecchie consuetudini tipiche della società contadina e si spostavano a bordo di Seicento e Cinquecento per lavoro ma anche per coltivare tempo libero e relax, percorrendo strade nuove di zecca costruite grazie alle politiche infrastrutturali dei governi a guida democristiana. La Fiat divenne un colosso internazionale, simbolo di un nuovo, rampante capitalismo efficiente, moderno, dinamico e la squadra della famiglia Agnelli, la Juventus, con i suoi successi, con la fama dei suoi campioni e con l’eleganza e la raffinatezza dei propri comportamenti, il famoso stile Juve, ne rappresentò il perfetto<hi rend="CharOverride-5"> </hi>completamento sportivo e mondano. I tanti emigranti che<hi rend="CharOverride-5"> </hi>arrivavano a Torino dal Sud vedevano in un posto di lavoro alla Fiat un orizzonte lavorativo affidabile e stabile, uno status symbol. Goffredo Fofi, nel suo celebre <hi rend="CharOverride-1">Studio sull’emigrazione meridionale</hi>, notò che «durante una partita tra Juventus e Palermo c’erano molti entusiasti tifosi immigrati siciliani i cui figli, ormai, come ogni operaio della Fiat che si rispetti, tifavano per la squadra di casa» (Fofi 1964, 9). </p><p rend="text">In realtà in pochi ce la facevano davvero, tanti dovevano accontentarsi di lavoretti saltuari, conducevano una vita grama e vivevano in squallide e sovraffollate periferie, resistendo alla tentazione di tornare a casa, solo perché animati dal sogno di una possibile riscossa sociale. A Torino, raccontava <hi rend="CharOverride-1">l’Unità</hi> viveva circa un terzo esatto degli abitanti di Spinazzola (5.000 su 15.0000), cittadina della provincia di Bari e la maggioranza di questi si arrangiava grazie alla solidarietà dei compaesani emigrati lì pure loro. Un sacrestano aveva venduto tutto per sostenere le spese del viaggio: mobili, materassi e gran parte della biancheria ma nella città piemontese aveva combinato poco trovando un impiego precario come muratore (Sansone<hi rend="CharOverride-1"> </hi>1958). Erano storie di tutti i giorni. Dopo la seconda guerra mondiale il Meridione era tornato a occupare un posto importante nell’agenda politica del paese: nel 1950 per iniziativa del governo De Gasperi, era stata istituita la Cassa per il Mezzogiorno, un ente impegnato in interventi a favore delle aree depresse, in particolare nel settore agrario e infrastrutturale (Graziani 1972, 47-51). Nel giugno del 1957, il governo guidato dal democristiano Adone Zoli approverà sull’onda dell’impegno del Nuovo Meridionalismo, che annoverava il meridionalista ed economista Pasquale Saraceno tra i suoi più autorevoli interpreti, la legge n. 634 a favore dell’industrializzazione del Meridione e che vedrà tra i suoi più immediati risultati, la costruzione del quarto centro siderurgico di Taranto (Pizzigallo 1989, 55-90, Bellifemine 2018, Romeo 2019).</p><p rend="text">Miseria e disuguaglianze però restavano fortissime e l’emigrazione la prima valvola di sfogo per le masse indigenti.</p><p rend="text">Nel gennaio del ’59 <hi rend="CharOverride-1">La Stampa</hi> (1959) avviò una sottoscrizione per aiutare i figli dei muratori disoccupati, alla quale parteciparono anche i calciatori della Juventus inviando 110.000 lire complessivamente. Nel ’61 un lettore scrisse alla<hi rend="CharOverride-1"> Stampa</hi>: «sono l’unico nel mio ufficio che non può permettersi l’acquisto di una vettura e ciò mi rende molto triste» (Lepre 1999, 187). La crescita economica allargava le differenze sociali, creava nuovi status symbol, nuove gerarchie, nuovi desideri e lasciava tanti fuori dai giochi. Accadeva anche nel calcio, dove ormai pochi club erano capaci di ritagliarsi un posto nelle posizioni più alte della gerarchia sportiva e con soldi e successo attiravano anche frustrazioni e risentimenti vari. I campioni strapagati resero la Juventus il club più amato dagli italiani. E il più odiato. Come il miracolo economico anche la ‘Vecchia Signora’ esercitava un misto di fascino e avversione. Il legame tra Fiat e Juventus diventava sempre più forte e aveva una fortissima proiezione simbolica presso l’opinione pubblica. La squadra bianconera si configurava così, come una squadra azienda seria, operosa, instancabile tesa a centrare precisi obiettivi industriali, con un’applicazione al lavoro quasi calvinista. Cinica, sarà l’aggettivo più utilizzato da stampa e tifosi nel corso della sua lunga storia, per definirne attitudine e carattere. Un modo di intendere il calcio messo ben presto nel mirino dei tifosi italiani di fede non bianconera, visto come grigio e disincantato, scarsamente gioioso e spensierato. Quella di Sivori e Charles, che poi è entrata nella storia del calcio come una squadra spigliata e spettacolare, venne più volte accusata di praticare un gioco opaco e difensivista, freddo e calcolatore, assai poco pirotecnico proteso solo al raggiungimento del risultato. Un’accusa che aveva già colpito la Juventus degli anni Trenta e che quasi cinquant’anni più tardi martellerà la Juventus di Massimiliano Allegri. La stagione calcistica 1957-1958 venne dominata dai bianconeri che riconquistarono dopo sei anni il titolo di campione d’Italia con ben otto punti di vantaggio sulla Fiorentina seconda e facendo brillare soprattutto il reparto offensivo: John Charles diventò capocannoniere del torneo segnando 28 reti, Sivori ne mise a segno 22, mentre Boniperti arretrato al ruolo di trequartista, ispirò l’attacco con assist ed eleganti giocate. Fu il decimo scudetto per la Juventus, la prima squadra a centrare il prestigioso traguardo: Umberto Agnelli per celebrare l’evento pensò di far cucire sulle magliette bianconere una stella. Diventerà una consuetudine (Agosti e De Luna 2019, 154). Eppure le accuse di catenaccio, brutto gioco e cinismo si susseguirono per gran parte della stagione. Il 19 settembre 1957, dopo una vittoria di misura sull’Udinese grazie a un gol di Charles il tifoso Enrico Fini da Asti si lamentò per l’atteggiamento della squadra: </p><p rend="quotation_a">non posso condividere la tattica di gioco svolta dalla squadra per difendere il vantaggio conseguito con la rete di Charles. Va bene arretrare un poco i reparti ma scendere addirittura a fare il catenaccio con Ferrario battitore libero mi sembra un po’ troppo (<hi rend="CharOverride-1">Il Corriere d’Informazione </hi>1957o). </p><p rend="text">La settimana dopo la Juventus piegò il Genoa con un più emozionante 3-2 con reti di Boniperti, Sivori e Charles meritandosi stavolta l’epiteto di «gigante coi piedi d’argilla»: «la sua difesa è troppo fragile. Non può non preoccupare» (<hi rend="CharOverride-1">Il Corriere d’Informazione </hi>1957p). La giornata seguente espugnò per 1-0 il campo della Spal grazie a un rigore di Montico. Per <hi rend="CharOverride-1">l’Unità </hi>(1957c) la netta prova dell’inferiorità della squadra di Torino nei confronti del Napoli che con la Spal aveva vinto precedentemente per 4-0: «c’è da attendere solo che anche la classifica prenda atto di questa realtà innegabile». Invece i bianconeri continuavano a vincere: il 13 ottobre stesero il Torino ancora con un gol di Charles. Il<hi rend="CharOverride-1"> Corriere d’Informazione</hi> fu lapidario: «col solito freddo calcolo battuto anche il Torino». Il cronista Eveno Visioli spiegava che</p><p rend="quotation_a">la Juventus ricorda una di quelle vecchie signore che vivono in un palazzo carico di storia e pieno di stucchi dorati ma che sono terribilmente avare. Quando si è invitati a casa loro ci si può considerare fortunati se ci viene offerto un caffè, magari che sia di surrogato. La capolista bianconera fa di questa impressione ma come tutti i personaggi che hanno un blasone non si dà cura di ciò che dice la gente (Visioli 1957).</p><p rend="text">Il 5 gennaio «solito punteggio di misura» (<hi rend="CharOverride-1">l’Unità </hi>1958): 1-0 sul campo dell’Alessandria, gol di Charles che all’ultimo minuto di partita respinse anche un tiro destinato ad entrare mentre i tifosi locali mostrarono la loro insoddisfazione per l’ingiusto risultato urlando «ladri!» ai giocatori juventini schierati a fine partita al centro del campo per il saluto finale (Visioli 1958). Con il campionato ormai segnato dal ritmo indiavolato della Juventus iniziarono le prime polemiche sui suoi successi. Un tifoso lamentò il favore mediatico che la squadra torinese poteva godere, mettendo nel mirino la telecronaca tra Juventus-Sampdoria e l’imparzialità del telecronista che aveva considerato solare il rigore dato a Charles (<hi rend="CharOverride-1">Corriere d’Informazione </hi>1958b). </p><p rend="h2">2.3 «Ruggine sullo scudetto»: il campionato 1960-61</p><p rend="text">Le cose non cambiarono nella stagione 1960-61 che sarà segnata da roventi polemiche e che sarà destinata a lasciare larghe tracce nella storia del nostro calcio. Dopo un opaco quarto posto (stagione 1958-1959) e l’undicesimo scudetto (stagione 1959-60, di nuovo otto punti sulla Fiorentina, seconda per la quarta volta consecutiva), la Juventus dette vita a un lungo, appassionante, polemico testa a testa contro l’Inter allenata da Helenio Herrera, soprannominato il Mago.<hi rend="CharOverride-5"> </hi>La Juventus ebbe un avvio di campionato molto complicato e a fine ottobre i rivali milanesi guidavano già la classifica. L’accusa era sempre la stessa: le vittorie arrivavano giocando male, cinicamente e senza particolari meriti (Oppio 1960, Samarelli 1960, Verratti 1960a, Verratti 1960b). </p><p rend="text">Intanto la Juventus a Sofia veniva sorprendentemente travolta per 4-1 e quindi eliminata dalla Coppa dei Campioni dai modesti bulgari del C.D.N.A (<hi rend="CharOverride-1">Corriere d’Informazione </hi>1960b). La <hi rend="CharOverride-1">debacle </hi>europea dei bianconeri, faceva notare un tifoso, era la prova di una rete di favori e sudditanza che ne agevolavano i successi in Italia:</p><p rend="quotation_a">sono un sereno appassionato di calcio e da molti anni devo subire le aggressioni dei tifosi locali, quasi tutti forsennati fautori della Juventus come supersquadra di calcio, inimitabile nel mondo. Tifosi così illogici da dover quasi sempre troncare ogni discussione e pensare che con i matti non si ragiona […] è veramente una grande squadra la Juventus internazionalmente parlando? Dico e sostengo di no. La Juventus alla sua prima comparsa in Coppa dei Campioni ne buscò nientemeno che sette a Vienna e adesso viene buttata fuori nientepopodimeno che al primo turno da una squadra bulgara che fino a poco tempo fa non si sapeva nemmeno esistesse. Invito tutti (giocatori avversari, arbitri, segnalinee e tifosi) a non essere più suggestionati dal suo nome. In Italia da parte delle altre squadre calcistiche vi è un complesso di inferiorità ed un vero panico di fronte ai bianconeri, queste squadre si liberino da questi complessi e giochino sicure e veloci e vedranno che molta parte del mito juventino crollerà nell’interesse del campionato italiano. Mi auguro anche che la fortuna che non è mai stata avara con i torinesi ricordi di cambiare qualche volta strada e ripartire più equamente i suoi favori (<hi rend="CharOverride-1">Corriere d’Informazione </hi>1960c). </p><p rend="text">Tra novembre e gennaio la Juventus fu sconfitta da Milan, Inter e Roma e sembrò fuori dai giochi. Il 15 gennaio dopo aver pareggiato a Napoli 2-2 scivolò in classifica a 5 punti dall’Inter capolista. Gli elogi alla solida e autoritaria Inter di Herrera si sprecavano (Verratti 1961a) e il 29 gennaio dopo una roboante vittoria per 5-0 contro il Catania i nerazzurri si laurearono campioni di inverno mentre i bianconeri vinsero a cinque minuti dalla fine a Bari, con un gol di testa di Charles che aveva «messo in rete in modo un po’ fortunoso il pallone della vittoria» (<hi rend="CharOverride-1">Corriere d’Informazione </hi>1961a). Vittorio Pozzo sulla <hi rend="CharOverride-1">Stampa</hi> sottolineò che «quelli della Juventus non osarono nemmeno accennare a qualcosa di più di un semplice cenno di reciproca congratulazione. Parevano increduli i torinesi, stupiti» (Pozzo 1961).</p><p rend="text">Intanto crescevano le polemiche sulla scarsa correttezza dei bianconeri giudicati fallosi e poco sportivi. Durante la gara persa contro la Roma la Juventus venne apostrofata come la «signora omicidi» e nel mirino finirono soprattutto i duri interventi di Boniperti e Colombo che avrebbero costretto il centrocampista Francisco Lojacono a uscire anzitempo (<hi rend="CharOverride-1">Corriere d’Informazione </hi>1960d). Ma il volto scorretto della Juventus era ovviamente quello di Sivori coinvolto in un gran numero di controversi episodi. Il 18 settembre durante la finale di coppa Italia vinta 3-2 contro la Fiorentina il campione argentino che aveva vanamente chiesto due calci di rigore, aveva manifestato il suo disappunto verso l’arbitro Raoul Righi colpendolo con una pallonata, rimediando cartellino rosso e diversi turni di squalifica (<hi rend="CharOverride-1">Corriere della Sera </hi>1960). Il 6 novembre durante il match perso 4-3 col Milan, dopo aver messo a segno un assist e un gol si era accapigliato con Cesare Maldini rimediando un’altra espulsione per abbandonarsi poi a un lungo pianto di frustrazione negli spogliatoi. Il 18 dicembre contro l’Inter alcune sue entrate fallose sollevarono lo sdegno della cronaca sportiva: </p><p rend="quotation_a">Sivori è stato ancora quel mediocre commediante impegnato ad interpretare falli che non ha nulla con lo squisito artista che in realtà è quando gioca correttamente. Sivori non merita la maglia di campione d’Italia, è troppo scioccamente cattivo e bene fa Ferrari a negargli quella azzurra per questi motivi (Oriani 1960).</p><p rend="text">Nei suoi mesi conclusivi il campionato visse sorprendentemente una nuova fase: tra marzo e aprile l’Inter crollò, perdendo con Lecco, Padova, Milan e Sampdoria, dilapidando così il suo vantaggio. Il 27 marzo la Juventus piegò 4-2 il Bologna passando in testa al campionato per la prima volta nella stagione. Ormai apparve chiaro a tutti che il match risolutivo sarebbe stato lo scontro diretto di scena allo stadio Comunale di Torino il 16 aprile. Sui principali quotidiani italiani i giorni che precedettero il big match furono segnati da commenti, previsioni, articoli sulla preparazione delle due squadre e il duello tra Juventus e Inter, sintomo della spettacolarizzazione e popolarità del calcio ispirò anche le reclames pubblicitarie (<hi rend="CharOverride-1">Corriere d’Informazione </hi>1961b; Verratti 1961b; Berra 1961a; Pozzo 1961). Così sul <hi rend="CharOverride-1">Corriere della Sera</hi> (1961a) si promuoveva un negozio di Milano:</p><p rend="quotation_a">Fra Inter e Juve chi vincerà lo scudetto? Il pronostico è incerto. Nessuna incertezza invece, turba il tifoso e l’uomo elegante dinnanzi alle famose stoffe che Larus importa settimanalmente dall’Inghilterra in tagli originali esclusivi per i suoi negozi di via Manzoni 43.</p><p rend="text">Si trattava di una sfida che portava con se numerosi risvolti simbolici, tra due squadre che vivevano una del talento, dell’armonia, della classe dei propri campioni (la Juventus), l’altra della compattezza del gruppo, del suo acceso agonismo e dell’estroso e irriverente protagonismo del suo allenatore, Helenio Herrera (l’Inter). Si trattava anche del confronto tra le due principali dinastie industriali del capitalismo italiano, gli Agnelli e i Moratti. Una sfida che si sarebbe rinnovata e ripresentata nel corso degli anni. Come del resto le infuocate polemiche e illazioni che avrebbero preceduto e seguito l’incontro. L’avvicinamento al match fu inasprito anche dalle polemiche per la vittoria della Juventus con il Vicenza per 1-0. Il fischio finale dell’arbitro Adami arrivò proprio mentre i giocatori del Vicenza che stavano assediando l’area di rigore bianconera, avevano battuto un calcio d’angolo e centrato il gol del pareggio. Sui quotidiani spiccò la foto dell’arbitro circondato dai furibondi giocatori vicentini. Si tornava a parlare della fortuna bianconera. Il <hi rend="CharOverride-1">Corriere d’Informazione</hi> fece notare nella cronaca di Nino Oppio che «non si vince il campionato senza l’aiuto della fortuna e sotto questo aspetto la Juventus è davvero matura per vincerlo» (Oppio 1961a). Anche <hi rend="CharOverride-1">l’Unità </hi>sottolineava che «la fortuna si è vistosamente alleata alla Juventus» (Pagnini 1961a) e il <hi rend="CharOverride-1">Corriere della Sera</hi> dedicò un approfondimento alla ormai mitica fortuna<hi rend="CharOverride-1"> </hi>bianconera con un commento di Claudio Benedetti: </p><p rend="quotation_a">la fortuna che pure ha la sua innegabile importanza è però troppo spesso un comodo pretesto. Ma è proprio la leggenda della fortuna alleata alla Juventus che vorremmo sfatare anche se non desideriamo confutare al cento per cento l’opinione di coloro che spiegano qualche, ma soltanto qualche risultato favorevole dei campioni con la buona sorte (Benedetti 1961).</p><p rend="text">Mentre ci si avvicinava allo scontro diretto del Comunale, montavano le polemiche sul ruolo di Umberto Agnelli presidente delle Juventus ma anche della Figc (<hi rend="CharOverride-1">Corriere della Sera </hi>1961b). </p><p rend="text">Lo scontro diretto tra Juventus e Inter si disputò alle 15.00 del 16 aprile 1961 al Comunale di Torino e durò 32 minuti. Dopodiché, l’arbitro sospese la partita per capire il da farsi: nello stadio era entrata molta più gente del dovuto e non trovando posto sulle gradinate aveva scavalcato la rete di protezione e si era sistemata lungo la pista d’atletica che circondava il campo, a un soffio dai calciatori. Qualcuno spinto dalla folla si ritrovò a seguire il match in panchina con gli allenatori delle due squadre, Herrera e Gren (Oppio 1961b). Sotto una pioggia scrosciante il direttore di gara, il signor Carlo Gambarotta di Genova, cercò di allontanare il più possibile il pubblico dal campo e fece riprendere l’incontro, ma dopo altri 3 minuti il capitano dell’Inter Bruno Bolchi ne chiese una nuova interruzione sostenendo l’impossibilità di continuare il match. Seguì allora, una lunga e turbolenta riunione nel tunnel che conduceva agli spogliatoi tra i dirigenti dell’Inter rappresentati dal figlio del presidente Moratti, Gian Marco e dall’onorevole Franco Servello, storico esponente del Msi lombardo e amico della società nerazzurra e quelli della Juve guidati dal presidente, Umberto Agnelli. Moratti chiese che l’area contigua al campo venisse immediatamente sgomberata e che i tifosi fossero ricacciati dietro la rete di protezione; Agnelli vista l’impossibilità di accogliere la richiesta nerazzurra propose di invitare i tifosi a fare qualche passo indietro. Gambarotta si disse disponibile a riprendere in quelle condizioni il match ma davanti al no risoluto dei nerazzurri si vide costretto a sospendere definitivamente l’incontro. L’Inter chiese immediatamente la vittoria a tavolino per 2-0 e per le seguenti settimane il mondo del pallone finì al centro di asprissime polemiche. </p><p rend="text">La Juventus fu accusata di affarismo, di avidità, di speculare cinicamente sulla passione dei tifosi: i maggiori quotidiani italiani infatti, si dissero convinti che il club torinese per aumentare gli incassi che arrivarono al record di 109 milioni di lire, avesse venduto 20.000 tagliandi in più della capienza massima degli spalti (Pagnini 1961b; Oppio 1961b). In quei giorni si parlava ancora dell’impresa dell’astronauta sovietico Jurij Gagarin che il 12 aprile era stato il primo uomo a volare nello spazio e dei fatti di Cuba dove un manipolo di mercenari addestrati dalla Cia aveva tentato vanamente di rovesciare il governo di Fidel Castro. Ma la vicenda della partita sospesa riuscì a ritagliarsi ampissimo spazio sui principali quotidiani nazionali con articoli in prima pagina e dettagliati approfondimenti interni. I giornali milanesi (<hi rend="CharOverride-1">Corriere della Sera</hi>, <hi rend="CharOverride-1">Corriere d’Informazione</hi>, <hi rend="CharOverride-1">Gazzetta dello Sport</hi>) sostennero le richieste interiste e pubblicarono indignate lettere da parte di tifosi delusi. Tutto ruotava ancora una volta attorno ai calcoli aziendali della Juventus. Un tifoso sosteneva che: </p><p rend="quotation_a">domenica la Juventus non si è davvero comportata da Signora. Si è preoccupata innanzitutto di speculare e di prendere due piccioni con una fava […] per fare una bella squadra di calcio, bisogna essere ricchi sì, ma non soltanto di quattrini, bisogna esserlo nel modo in cui lo è la Signora Juventus (<hi rend="CharOverride-1">Corriere d’Informazione </hi>1961c).</p><p rend="text">Invece «un gruppo di sportivi di un bar di piazza della Vittoria di Pavia, protestavano energicamente contro il comportamento dei dirigenti della Juventus» e veniva quindi chiesto alla:</p><p rend="quotation_a">Federazione italiana Gioco Calcio l’applicazione del regolamento che dispone di assegnare, in casi del genere, partita vinta alla squadra ospite e che vengano assegnati due punti a favore dell’internazionale (<hi rend="CharOverride-1">Corriere d’Informazione </hi>1961c). </p><p rend="text">Il 27 aprile la commissione giudicante della Lega nazionale professionisti, presieduta dal magistrato Mario Campana, dette la partita vinta all’Inter per 2-0 (<hi rend="CharOverride-1">Corriere della Sera 1961c</hi>). I giornali di Torino si schierarono contro la sentenza: <hi rend="CharOverride-1">Tuttosport</hi> (1961) la definì una «farsa», la <hi rend="CharOverride-1">Gazzetta del Popolo</hi> parlò «di sport a brandelli» e di sentenza che «viola sostanzialmente i valori eterni dello sport» (Toniolo 1961), sulla <hi rend="CharOverride-1">Stampa</hi> Vittorio Pozzo scrisse di «una decisione ingiusta e soprattutto antisportiva» (Pozzo 1961c)<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-047-backlink"><ref target="OP08873_xml.html#footnote-047">9</ref></hi></hi>. In realtà le invasioni di campo non erano una rarità: a Bergamo ad esempio in quella stessa stagione, sia la Juventus che l’Inter avevano giocato con una gran folla a bordo campo (Pozzo 1961c). La Juventus fece ricorso alla Caf (Corte di appello federale) preparando un dettagliato dossier che faceva leva su pochi, chiari punti: l’invasione era stata compiuta anche dai tifosi dell’Inter quindi con una compartecipazione di colpa; i biglietti venduti non erano stati superiori all’agibilità dello stadio (più di 82.000 persone); il questore aveva dato il suo benestare al servizio d’ordine predisposto dalla società alleggerendone così le responsabilità; alcuni tifosi avevano divelto i cancelli d’ingresso e molti si erano intrufolati senza biglietto, un fatto che sfuggiva alle competenze della Juventus.</p><p rend="text">Mentre le polemiche montavano il campionato andava avanti con un testa a testa appassionante, punto su punto. Ma la sentenza della Caf tardava ad arrivare destando dubbi e sospetti tra i tifosi che vi vedevano dietro chiare manovre ordite dai vertici del calcio italiano a favore della ‘Vecchia Signora’ (<hi rend="CharOverride-1">Corriere d’Informazione </hi>1961d).</p><p rend="text">Sabato 3 giugno arrivò la sentenza: il ricorso della Juventus veniva accolto e il match era da rigiocare. L’Inter che in quel momento era prima in classifica con la Juventus a 46 punti, si trovò seconda a 44. Restava da giocare ancora l’ultima giornata di campionato e se entrambe le squadre avessero vinto, il match che si sarebbe dovuto rigiocare a Torino l’11 giungo sarebbe risultato decisivo. Ma non fu così. L’Inter crollò inaspettatamente a Catania per 2-0, mentre i bianconeri pareggiarono 1-1 a Torino contro il Bari al quale serviva un punto per salvarsi e si laurearono campioni d’Italia per la dodicesima volta. Il <hi rend="CharOverride-1">Corriere d’Informazione </hi>parlò di uno «scudetto con tutti gli onori e tutti i diritti» anche se «la sentenza cattiva della Caf ha tolto splendore al campionato» ma nella cronaca dell’ultima giornata fu molto dura verso i bianconeri: «come purtroppo spesso avviene, la Juventus non ha concluso in bellezza il torneo. Sia per il risultato ottenuto nell’ultima partita sia per il gioco sfoggiato dai bianconeri» (<hi rend="CharOverride-1">Samarelli </hi>1961). A finire al centro delle polemiche oltre alla sentenza della Caf fu anche il match disputato contro il Bari. Sull’1-1 (rigore di Mora e pareggio di De Robertis) arrivò la notizia della <hi rend="CharOverride-1">debacle</hi> interista e col punteggio che premiava entrambe le squadre la partita scivolò verso un noioso torello. I commenti furono molto severi: </p><p rend="quotation_a">quello che è accaduto sul terreno torinese sarebbe meglio fosse dimenticato perché non è stato bello né tanto meno sportivo. Essendosi propagata la notizia anche tra i giocatori in campo che l’Inter stava perdendo a Catania la partita ha praticamente cessato di venire disputata. I bianconeri ormai sicuri della conquista del titolo, si sono subito accordati coi pugliesi, paghi di aver evitato la sicura retrocessione grazie al pareggio ottenuto. E si è assistito così per circa 20 minuti alla parodia di un incontro calcistico con palleggi e scambi platonici con oziose evoluzioni e altri palesi espedienti in attesa del fischio di chiusura (Samarelli<hi rend="CharOverride-1"> </hi>1961). </p><p rend="text">Alla fine del match i bianconeri fischiati dal proprio pubblico, furono bersaglio di bottigliette di gassosa e giornali. <hi rend="CharOverride-1">La Gazzetta dello Sport</hi> (1961) fece osservare polemicamente che nonostante tutto gli organismi della federazione non erano comunque riusciti a falsare il campionato e che l’Inter alla fine lo aveva perso sul campo.</p><p rend="text"><hi rend="CharOverride-1">l’Unità</hi> (1961) scrisse che «la Juventus oggi si è comportata in maniera meschina» ma ammetteva anche che «nella lunga maratona i bianconeri hanno anche regalato parecchie belle domeniche». <hi rend="CharOverride-1">La Stampa</hi> parlò di una Juventus «calcolatrice, organizzata, prudente ma decisa ed implacabile nelle decisioni» e addossò la responsabilità del soporifero pareggio «all’atteggiamento demolitore» del Bari (Berra 1961b). L’<hi rend="CharOverride-1">Avanti! </hi>(1961) di «ruggine sullo scudetto». </p><p rend="text">L’ultimo strascico polemico si consumò il 9 giugno quando si recuperò il match tra Juventus e Inter. La società nerazzurra in segno di protesta per le decisioni del Caf mandò in campo la squadra giovanile: finì 9-1 per la Juventus con sei gol di Sivori (Visioli 1961a; <hi rend="CharOverride-1">La Gazzetta dello Sport </hi>1961). Le vicende del campionato 1960-1961 non crearono l’antijuventinismo ma ne rappresentarono una chiara evoluzione, un salto di qualità. Ora i tifosi avversari non avevano più dubbi: «questo scudetto non fa troppo onore alla squadra bianconera, dal momento che una parte del merito va riconosciuta alla Caf e agli arbitri. La verità scotta ma bisogna pure che qualcuno la esprima» (<hi rend="CharOverride-1">Corriere d’Informazione </hi>1961e).</p><p rend="text">Il 9 giugno Eveno Visioli sul <hi rend="CharOverride-1">Corriere d’Informazione</hi> espresse un auspicio: «chiudiamo definitivamente la questione augurandoci che in futuro non si debba più ripetere ciò che si è visto in questo torneo» (Visioli 1961b). Invece si era appena agli inizi.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="CharOverride-4"><ref target="OP08873_xml.html#footnote-055-backlink">1</ref></hi>	Su Charles si veda anche Sappino 2000 vol.1, 149. </p><p rend="layout_notes"><hi rend="CharOverride-4"><ref target="OP08873_xml.html#footnote-054-backlink">2</ref></hi>	Un altro lettore, Carlo Fabbri, scriveva a favore dell’acquisto: «è una operazione di bilancio, di dare per avere. Una speculazione come un’altra, fatta però in favore dello sport e per questo nobilitata nella sua forma e nei suoi intendimenti. I calciatori richiamano pubblico, fanno aumentare gli incassi, aumentano la popolarità della squadra». Le lettere in: <hi rend="CharOverride-1">Corriere d’Informazione </hi>1957g.</p><p rend="layout_notes ParaOverride-4"><hi rend="CharOverride-4"><ref target="OP08873_xml.html#footnote-053-backlink">3</ref></hi>	Su Sivori: Sappino 2000, 499; Foot 2007, 477-78. Per un’opera di memorialistica ricca di aneddoti e immagini: Gregori 2005.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="CharOverride-4"><ref target="OP08873_xml.html#footnote-052-backlink">4</ref></hi>	<hi rend="CharOverride-1">La Stampa</hi> (1957c) ridimensionava però queste cifre ritenendole maggiorate da parte del River Plate <hi >«</hi>forse per attenuare nei tifosi l’amarezza per la vendita del fuoriclasse<hi >»</hi> e parlava di cifre <hi >«di</hi> molto inferiori».</p><p rend="layout_notes"><hi rend="CharOverride-4"><ref target="OP08873_xml.html#footnote-051-backlink">5</ref></hi>	La disfatta della nazionale italiana provocò aspri commenti anche da parte della politica. Giuseppe Saragat ad esempio, deputato socialdemocratico, in quel momento vicepresidente del consiglio accusò duramente gli azzurri parlando di eccessivo affarismo e pigrizia fisica (<hi rend="CharOverride-1">La Stampa </hi>1957d).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="CharOverride-4"><ref target="OP08873_xml.html#footnote-050-backlink">6</ref></hi>	Il peggio però doveva ancora arrivare: il 15 gennaio del ’58 l’Irlanda del Nord sconfisse gli azzurri per 2-1 a Belfast durante le qualificazioni per i mondiali eliminandoli dal torneo che si sarebbe giocato in Svezia quell’estate (<hi rend="CharOverride-1">Corriere d’Informazione </hi>1958a).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="CharOverride-4"><ref target="OP08873_xml.html#footnote-049-backlink">7</ref></hi>	Il quotidiano socialista notava che: <hi >«è</hi> la prima volta nella storia del calcio professionistico che una società paga una cifra cosi alta per assicurarsi un giocatore straniero». Gli acquisti clamorosi e chiacchierati della Juventus non si limitarono alla stagione 1957-1958. A creare qualche malumore fu anche il trasferimento nel 1960 di Bruno Mora, acquistato dalla Sampdoria nella finestra di mercato di novembre. Mora era un’ala veloce, tecnica e potente ed era stato acquistato per una cifra vicina ai 100 milioni (Sappino 2000, 364). L’operazione venne criticata soprattutto perché compiuta a campionato in corso e con una trattativa lampo che sembrava fotografare la supremazia economica del club bianconero. </p><p rend="layout_notes"><hi rend="CharOverride-4"><ref target="OP08873_xml.html#footnote-048-backlink">8</ref></hi>	 Sulla storia della Fiat: Cingolani 1990; Castronovo 2005; Garuzzo 2006. </p><p rend="layout_notes"><hi rend="CharOverride-4"><ref target="OP08873_xml.html#footnote-047-backlink">9</ref></hi>	Pozzo (1961c) faceva anche notare che <hi >«la</hi> Lega ha applicato ciecamente il regolamento non soffermandosi un istante a considerare altre regole ed altre norme di ordine morale e superiore, quelle che devono sempre vigere nei rapporti tra uomo e uomo, specialmente in una Federazione che <hi >è</hi> pur sempre sportiva».</p><p rend="h1_part">Parte seconda</p><p rend="h1_part_title">Tra complottismo e dietrologia (1964-1979)</p><p rend="h1_section">Capitolo 3</p><p rend="h1_chapter">La Juve di Heriberto</p><p rend="h2">3.1 «Un grande Movimiento per la Signora»</p><p rend="text">Heriberto Herrera<hi rend="CharOverride-5"> </hi>arrivò a Torino nel giugno del 1964. Aveva 38 anni ed era un ex centromediano dell’Atletico Madrid che aveva dovuto interrompere la carriera da calciatore a causa di un brutto infortunio al ginocchio. Divenuto allenatore si era distinto in Spagna, prima centrando la promozione nella massima serie con Tenerife, Valladolid e Real Club, poi facendo molto bene nella Liga con l’Elche. Aveva la fama del sergente di ferro, di tecnico austero e inflessibile, fanatico della preparazione atletica, della disciplina, della fatica e del sudore, accanito sostenitore di un nuovo metodo di gioco atletico e collettivo da lui chiamato «il movimiento» dove tutti i componenti della squadra avrebbero dovuto sacrificarsi per i propri compagni coprendo più ruoli nel corso della stessa partita. Il suo slogan era: «tutto per la squadra» (Giorgi 1964). La Juventus gli aveva affidato la guida tecnica dopo alcune stagioni incolori e diversi episodi di indisciplina che avevano visto come protagonista soprattutto Sivori, la cui personalità era diventata sempre più straripante all’interno dello spogliatoio dopo il ritiro di Boniperti e l’addio di Charles. Il suo arrivo suscitò l’attenzione della stampa, la curiosità dei tifosi e la perplessità generale del calcio italiano. Dai modi semplici e austeri, dal «volto che sembrava scavato nel legno e due occhi che saettavano determinazione, volontà, rabbia» (Gherarducci 1996) definito da molti un’asceta, Herrera portò immediatamente la squadra in ritiro, imponendo un severo regime di dieta, doppie sedute giornaliere di allenamento basate su lunghi e impegnativi training atletici, lezioni teorico-pratiche durante le quali davanti ad una lavagna spiegava i suoi complessi schemi e partitelle giocate con le mani invece che coi piedi per assimilare meglio i movimenti richiesti. Dopo una di queste sedute il portiere Mattrel collassò per la troppa fatica (<hi rend="CharOverride-1">La Stampa </hi>1964a). Ad agosto Herrera decise di aprire le porte del ritiro di Villar Perosa ad un pubblico di tifosi e giornalisti. <hi rend="CharOverride-1">La Stampa </hi>(1964b) raccontò l’allenamento con divertito impaccio: giocatori che cambiavano continuamente posizione, Sivori costretto a giocare arretrato come suggeritore dietro a tre punte salvo ritrovarsi improvvisamente in avanti, centrocampisti che salivano a ridosso della porta avversaria a sostegno degli attaccanti e che repentinamente rientravano a sostegno della difesa, le ali che si invertivano ripetutamente, un «continuo movimento, una rotazione senza soste, un tourbillon».</p><p rend="text">Alla stampa il tecnico rivolse poche parole esponendo essenzialmente i suoi programmi: accurata preparazione atletica, gioco di squadra senza individualismi, «amichevole collaborazione» fra i giocatori e lanciò severi ammonimenti nei confronti dei talenti indisciplinati. Venivano esposte anche le prime teorie sul gioco collettivo e atletico che sarebbero diventate poi l’elemento più riconoscibile degli schemi dell’allenatore paraguaiano. Il gruppo veniva prima dei singoli. Anche prima dei talenti che «sono importanti, ma sono utili soltanto se sono messi a servizio dell’economia della squadra» (<hi rend="CharOverride-1">La Stampa </hi>1964b). Propositi del genere aprivano possibili conflitti con Omar Sivori. L’estroso e indisciplinato campione argentino partecipò diligentemente ai primi allenamenti ma a settembre dopo poche partite di campionato i due avevano già rotto<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-046-backlink"><ref target="OP08873_xml.html#footnote-046">1</ref></hi></hi>. Insofferente alla rigida disciplina del nuovo tecnico, il campione finì ben presto ai margini dei piani della società e per lo sconforto dei tifosi bianconeri, a fine stagione, abbandonò il club torinese, direzione Napoli. Intanto il movimiento di Herrera veniva accolto da un coro di stroncature. <hi rend="CharOverride-1">l’Unità</hi> lo liquidò come il «vezzo di portare la palla per trenta metri laddove un semplice passaggio lungo eseguito di prima» raggiungerebbe «lo scopo senza uno sciocco dispendio di energie», un «astruso vocabolo» che «si traduce in un gran correre di uomini a palla ferma» (Pagnini 1966), una «disordinata, rissosa caccia alla palla e all’uomo» (Panzera 1966). Più tardi <hi rend="CharOverride-1">La Stampa</hi> accuserà Herrera di «aver dato alla squadra uno stile organico, preciso, funzionale ma anche troppo serio e privo di fantasia come il carattere del trainer in difficoltà nel compito di guidare gli squadroni» (Bertoldi 1969). Lunga e appassionata fu invece la campagna condotta dal <hi rend="CharOverride-1">Guerin Sportivo </hi>(1967a) contro il «burbanzoso ginnasiarca paraguaiano» alla guida di una</p><p rend="quotation_a">Juve squallida e paesana […] anti-gioco che si muove alla viva il parroco […] una formazione tutta chiusa, tutta prudente come il Padova di Rocco. Non è più la splendida, aristocratica Vecchia Signora dei tempi d’oro. Niente spettacolo, niente orpelli, niente applausi. Bada al sodo con una oculatezza plebea, che rasenta la spilorceria. Undici robot telecomandati da un ragioniere gretto e taccagno, che vigila dalla panchina per impedire distrazioni romantiche<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-045-backlink"><ref target="OP08873_xml.html#footnote-045">2</ref></hi></hi>. </p><p rend="text">Anche Sivori nel settembre del ’65, appena arrivato a Napoli, alla vigilia del suo ritorno a Torino come avversario rilasciò dichiarazioni al vetriolo sul suo ex allenatore paragonando quella Juve al Padova di Rocco (Di Nanni 1965). </p><p rend="text">In quella circostanza, in uno stadio dove in ben pochi fecero il tifo per la Juventus, tra fan di Sivori, emigranti napoletani e tifosi del Torino accorsi a vedere la partita di cartello, Herrera riuscì a imbrigliare l’illustre ex inchiodando i partenopei sullo 0-0. Come visto, con l’emigrazione meridionale di massa al Nord e la fama sempre più ampia che la squadra bianconera si era guadagnata presso le masse operaie aumentava presso l’opinione pubblica l’associazione della squadra alla Fiat, alla quale prima era legata soprattutto per ragioni proprietarie. Il pragmatismo e il cinismo della Juventus, tipici di una rigorosa mentalità industriale, ora venivano sottolineati con sempre più energia: nasce la Juve operaia fatta di gregari volenterosi, animati da un indomabile spirito ardente dedito al sacrifico e che avrà svariate versioni nel corso degli anni (De Luna 1998). </p><p rend="text">Intanto i risultati latitavano. Quarta nella stagione 1964-1965 con 14 punti di distacco dall’Inter campione e solo quinta nel 1965-1966 con 8 lunghezze in meno ancora dei rivali nerazzurri, la Juventus rimediò una serie di cocenti delusioni. Nel febbraio del 1965 venne clamorosamente eliminata dalle semifinali di coppa Italia dal sorprendente Catanzaro per 2-1 (<hi rend="CharOverride-1">Corriere d’Informazione </hi>1966a), mentre nel dicembre dello stesso anno subì un altrettanto clamoroso rovescio in campionato, contro il Brescia, che la travolse per 4-0. Fu una sconfitta che fece rumore e suscitò polemiche, malumori ma anche i divertiti sfottò degli avversari. A Milano, nei corridoi di San Siro, l’altro Herrera, Helenio, saputo della disfatta dei bianconeri, raggiunse raggiante i giornalisti che lo attendevano per le dichiarazioni postpartita esclamando più volte «movimiento, movimiento!» (De Felice 1965). Il <hi rend="CharOverride-1">Corriere d’Informazione</hi> non aveva dubbi: «la sconfitta di Brescia segna l’amaro tramonto del movimiento» (Maletto 1965). </p><p rend="text">Il quotidiano torinese <hi rend="CharOverride-1">Tuttosport</hi> si chiedeva polemicamente se gli insuccessi fossero «colpa dei giocatori» o del «modulo fasullo» del tecnico mentre il <hi rend="CharOverride-1">Corriere dello Sport</hi> ospitò una polemica intervista al tecnico delle giovanili bianconere Ercole Rabitti che criticava la mancata valorizzazione dei giovani ironizzando sul movimiento (<hi rend="CharOverride-1">Corriere d’Informazione </hi>1966b).</p><p rend="text">Le polemiche montavano mentre Heriberto continuava a predicare il suo calcio, a rivendicare i risultati ottenuti e ad invitare tifosi e non alla calma: i risultati sarebbero arrivati. La ‘Vecchia Signora’ non vinceva più ma le polemiche sul suo potere politico, sulla protezione goduta presso le alte sfere del mondo del pallone, su presunti capillari e costanti aiuti arbitrali, continuavano. I fatti del 1961 avevano lasciato in questo ampie tracce. Si era fatta strada la convinzione, come vedremo a breve, che la Juventus fosse sempre e comunque favorita da una serie di poteri occulti, che di volta in volta immancabilmente la agevolavano a discapito delle altre formazioni.</p><p rend="text">Mentre il vento della contestazione sessantottina si sollevava iniziando a soffiare poderoso sul mondo occidentale e a mettere in discussione gerarchie e poteri esistenti, anche il popolo del pallone puntava spesso il dito contro un establishment considerato intoccabile e spregiudicato. Nei primi anni Sessanta non mancarono polemiche anche accese sul potere dell’Inter di Moratti, che dominava le competizioni nazionali ed europee, ma anche sulla Juventus che pure in campionato si affannava dietro le milanesi e in Europa era uscita dal calcio che contava. Nel novembre del ’65 ad esempio contestatissima fu la vittoria bianconera per 1-0 all’Olimpico di Roma contro la Lazio. I giocatori biancocelesti chiesero vanamente un calcio di rigore per un presunto fallo di mano in area bianconera e l’atmosfera si incendiò al punto che al termine della partita la squadra ospite fu colpita da un fitto lancio di oggetti e il centrocampista juventino Del Sol si salvò fortunosamente da un tentativo di aggressione da parte di tifosi esagitati grazie all’intervento di alcuni giornalisti<hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi xml:id="footnote-044-backlink"><ref target="OP08873_xml.html#footnote-044">3</ref></hi></hi>. Commentando questi episodi, Helenio Herrera lanciò pesantissime accuse nei confronti della Juventus. In partenza per Bucarest per disputare una partita di Coppa dei Campioni, il tecnico nerazzurro parlò alla stampa di ben due calci di rigore non concessi alla Lazio e di «un certo movimento esterno inteso ad aiutare la Juventus». Alle domande dei giornalisti che gli facevano notare la gravità delle sue dichiarazioni Herrera replicò sprezzante: </p><p rend="quotation_a">non ho paura e non sono ipocrita, diciamo le cose come stanno. C’è un movimiento nella squadra, ma c’è un movimento estraneo ad essa. Se la Juventus è forte vince pure il campionato ma soltanto con le sue forze. Mi sono spiegato? (Josti 1965).</p><p rend="text">Qualche ora dopo la dose venne addirittura rincarata con una intervista al <hi rend="CharOverride-1">Corriere della Sera</hi>: «tutti lavorano per favorire la Juventus. C’è un grande movimento, anzi un grande “movimiento” per portare avanti la Juventus […] Questo in verità non è giusto e non è sportivo» (Verratti 1965a). </p><p rend="text">Helenio alludeva a precisi interventi della Federcalcio tesi a favorire la società bianconera e all’incoraggiamento generale di cui poteva godere da parte di tutto l’ambiente del calcio italiano. Le accuse rivolte facevano quindi, per la prima volta un salto di qualità: si iniziava a parlare adesso, apertamente, di un sistema teso a favorire la squadra di Torino e a manipolare i risultati delle partite di campionato. Accuse che si struttureranno meglio negli anni a seguire e che come vedremo più avanti avranno una grandissima presa sull’opinione pubblica italiana<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-043-backlink"><ref target="OP08873_xml.html#footnote-043">4</ref></hi></hi>. La Juventus rispose con poche parole per bocca del presidente Catella e dei dirigenti Giordanetti e Cerruti che rilasciarono scarne ma risolute dichiarazioni alla stampa invitando Herrera a sostanziare meglio le proprie accuse, a dimostrarle con prove riscontrabili e alla Lega ad indagare sulle frasi incriminate ed eventualmente a punire in modo esemplare quello che era un suo tesserato. Era anche attraverso uscite di questo tipo chiare ma pacate, che la Juventus costruiva e rafforzava il culto del suo celebre «stile», quel mix di eleganza, compostezza, buon senso al quale si legheranno così tanto i propri estimatori (<hi rend="CharOverride-1">La Stampa </hi>1965c). </p><p rend="h2">3.2 «Uno stucchevole tourbillon»: lo scudetto del 1967 </p><p rend="text">Intanto dopo due stagioni difficili, la Juventus stava per tornare alla vittoria. Il campionato 1966-67 fu segnato dalla lunga fuga solitaria dell’Inter che sembrava destinata a vincere il terzo titolo consecutivo. La squadra allenata da Helenio vinse le prime sette giornate di campionato, si laureò poi campione d’inverno con un punto sulla Juventus e il 30 aprile, alla trentesima giornata di campionato grazie alla vittoria del Milan per 3-1 proprio contro i bianconeri, portò a 4 punti il suo vantaggio a quattro giornate dalla fine, chiudendo così apparentemente i conti. Il <hi rend="CharOverride-1">Guerin Sportivo</hi> parlò di un <hi rend="CharOverride-5">«</hi>requiem per la Juve<hi rend="CharOverride-5">»</hi><hi rend="CharOverride-5"> </hi>(Slawitz 1967), <hi rend="CharOverride-1">l’Unità</hi> criticò ancora il movimiento parlando di «uno stucchevole tourbillon orizzontale» praticato inutilmente da una Juventus ridotta ad uno «strazio» (Pagnini 1967) e anche per la torinese <hi rend="CharOverride-1">La Stampa</hi> non c’erano più dubbi che la Juventus avesse «lasciato a Milano le residue speranze di scudetto» (Bernardi 1967). Heriberto predicò la calma facendo presente che mancavano «ancora quattro giornate alla fine del campionato» e che tutti i componenti della squadra avrebbero «giocato alla morte le ultime partite» per «continuare a lottare per lo scudetto» (Bernardi 1967). </p><p rend="text">Nemmeno la vittoria nello scontro diretto, ottenuta la settimana successiva per 1-0 dai bianconeri sembrò riaccendere le speranze di vittoria finale. Il 14 maggio l’Inter e la Juventus pareggiarono entrambe 1-1 rispettivamente col Napoli e il Mantova e una settimana dopo i nerazzurri pareggiarono ancora per 1-1 contro la Fiorentina mentre i bianconeri vinsero 1-0 contro il Vicenza. A novanta minuti dalla fine la squadra di Helenio manteneva dunque un punto di vantaggio. Sembrava un margine rassicurante: l’Inter avrebbe affrontato in trasferta il già salvo Mantova mentre i bianconeri avrebbero dovuto misurarsi con la Lazio, squadra in piena lotta salvezza e perciò costretta a far punti. Ed invece i pronostici della vigilia furono ribaltati. L’ultima giornata di quel campionato si trasformò in un evento mediatico che catturò l’attenzione di tifosi, opinionisti, tv e carta stampata, occupando le prime pagine dei giornali e portando i tifosi ad una partecipazione emotiva quasi inedita. Le partite iniziarono alle 18 e si conclusero alle 19.40. Il centralino del <hi rend="CharOverride-1">Corriere dello Sport</hi> ricevette quasi 3000 telefonate in due ore: erano tifosi che chiedevano dell’andamento degli incontri (<hi rend="CharOverride-1">Corriere dello Sport </hi>1967). </p><p rend="text">La Lazio giocò una gagliarda gara difensiva, attenta a non concedere margini all’attacco avversario e i primi quarantacinque minuti si conclusero sullo 0-0. Nella ripresa Heriberto tentò il tutto per tutto e stravolse la propria formazione: il difensore centrale Ernesto Bercellino fu promosso centravanti; l’attaccante Gianfranco Zigoni trasformato in ala destra; il laterale Erminio Favalli diventò interno sinistro. La Lazio non ebbe il tempo e il modo di riadattare le marcature e su calcio d’angolo proprio Bercellino, lasciato solo, segnò l’1-0. Pochi minuti dopo Cinesinho calciò un altro calcio d’angolo: stavolta fu Zigoni ad andare a segno, ancora di testa. A quel punto il «boato del pubblico» divenne «continuo, insistente e quasi ossessionante» (<hi rend="CharOverride-1">Corriere dello Sport </hi>1967). Il movimiento, il tourbillon di Heriberto, finalmente sembrava dare i suoi frutti. A Mantova intanto accadeva l’imponderabile: al 49’ il mantovano, ex interista, Beniamino Di Giacomo crossava un innocuo pallone al centro dell’area nerazzurra che il portiere Sarti si faceva sfuggire in rete (<hi rend="CharOverride-1">Stadio </hi>1967). Nei minuti finali a Torino la Lazio riuscì ad accorciare su calcio di rigore e a Mantova l’Inter a rendersi più volte pericolosa ma i risultati non cambiarono (<hi rend="CharOverride-1">Corriere dello Sport </hi>1967). La squadra nerazzurra dopo essere stata in testa per tutta la stagione veniva riagguantata e superata. Alcuni giorni prima a Lisbona aveva incassato un’altra inaspettata e dolorosa sconfitta venendo battuta per 2-1 dal sorprendente Celtic nella finale di Coppa dei Campioni. Si concludeva così il ciclo di vittorie del Mago. La Juventus invece, che all’inizio della stagione era sembrata meno attrezzata di squadre come Napoli, Bologna, Fiorentina riusciva a spuntarla dopo 6 anni, segnando solo 44 reti e incassandone 19, ben 15 meno dell’Inter. A Torino esplose la festa. Al termine della partita con la Lazio i tifosi invasero il campo e portarono in trionfo i propri beniamini così tanto criticati fino a quel momento e anche Heriberto visse il suo momento di gloria. La città fu percorsa da caroselli festanti per tutta la notte. Il <hi rend="CharOverride-1">Corriere d’Informazione</hi> raccontò di una pazza festa nelle vie del centro che coinvolse tutti, dai semplici tifosi ai massimi dirigenti juventini: «immaginate una città che prende una sbronza: questa è Torino. E la cosa anche se comprensibile, data la conquista dello scudetto, sorprende conoscendo la tradizionale compostezza del popolo bianconero» (Oppio 1967a). </p><p rend="text">Si fece beffardamente festa anche a Milano dove molti tifosi bianconeri scesero in strada per celebrare l’inattesa vittoria, improvvisando</p><p rend="quotation_a">frastornanti cortei – a piedi, in auto e in motocicletta – per festeggiare a loro modo la sconfitta dell’Inter a Mantova e la perdita dello scudetto da parte dei nerazzurri. Esibizioni di paramenti funebri e di casse da morto, campanacci e urla incomposte hanno offeso per alcune ore non soltanto il buon gusto ma anche i timpani di migliaia di cittadini disturbati nel sonno, sino a tarda notte. In un autofurgone era stato allestito un grosso bidone della spazzatura addobbato con lumini funerari. Numerosissime le proteste telefoniche ai centralini telefonici dei vigili urbani della polizia e dei carabinieri da parte di moltissimi cittadini indignati per l’incivile gazzarra. La chiassata ha avuto il suo epicentro dopo mezzanotte in via Serbelloni, dove abita il presidente dell’Inter Moratti. Per ridurre a più miti consigli taluni scalmanati hanno dovuto intervenire gli agenti della volante con il funzionario di notturna. Tuttavia ancora a notte inoltrata gruppi di tifosi bivaccavano in piazza del Duomo schiamazzando (<hi rend="CharOverride-1">Corriere della Sera </hi>1967a). </p><p rend="text">Heriberto cercò di mantenere il suo proverbiale aplomb anche in quel contesto di euforici festeggiamenti e si presentò alla stampa con la giacca ridotta a brandelli dall’affetto dei tifosi. Poi portò immediatamente la squadra in ritiro presso l’Hotel Riposo Pineta, poco fuori Torino, dove giocatori e dirigenti festeggiarono compostamente il titolo. Il giorno dopo guidava già di buon mattino, un allenamento sul campo di Sasso Marconi, nei pressi di Bologna, dove la Juventus avrebbe affrontato la squadra di casa per un incontro valevole le semifinali di Coppa Italia. Diresse l’allenamento a torso nudo sfidando le temperature non miti di quell’inizio giugno e strappando gli applausi dei tifosi bolognesi che assistettero a quel magistrale esempio di attaccamento al lavoro con divertita partecipazione<hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi xml:id="footnote-042-backlink"><ref target="OP08873_xml.html#footnote-042">5</ref></hi></hi>. </p><p rend="text">Confermando l’immagine di un club, solido, tenace e pragmatico a chi gli chiese se davvero avesse sempre creduto alla vittoria rispose semplicemente: «per me fino a che non s’è perduto si può sempre vincere. Voglio far presente a questo punto, che dalle nostre parti a tante chiacchiere si risponde coi fatti. Ecco tutto» (<hi rend="CharOverride-1">Stadio </hi>1967b).</p><p rend="text">L’inaspettato trionfo fu però intessuto di aspre polemiche. Per molti l’ennesima dimostrazione del potere bianconero. Tra le tante recriminazioni che nelle settimane successive piombarono sullo scudetto juventino spiccavano due elementi che a volte si incrociavano tra loro. Tornava quello della fortuna che aveva favorito la ‘Vecchia Signora’ e si era invece accanita con l’Inter. In questo senso andavano tutte le osservazioni che facevano notare come avesse vinto la squadra col gioco peggiore, quella più noiosa, incapace di accendere gli entusiasmi del pubblico e che fosse arrivata alla meta grazie a una lunga serie di fortunate coincidenze. Poi c’erano accuse più esplicite: la Juventus aveva vinto il titolo grazie a un sistema di potere che l’aveva favorita falsando le partite chiave e consentendone così il successo. </p><p rend="text">Già le prime ore dopo il triplice fischio che poneva fine al campionato da più parti venne osservata l’ingiustizia del verdetto: non aveva vinto la squadra migliore.<hi rend="CharOverride-5"> </hi>Gino Palumbo uno dei maestri del giornalismo sportivo italiano,<hi rend="CharOverride-5"> </hi>nel suo commento scriveva che: </p><p rend="quotation_a">lo scudetto premia la irriducibile tenacia della Juventus ma non indica nella Juventus la miglior squadra del torneo. La Juventus in virtù della sua ostinazione ha raccolto ciò che l’Inter ha lasciato cadere ma non c’è stata quasi mai nel suo gioco o nelle sue imprese, l’impronta della squadra di eccezione […] al successo juventino mancano la qualità del gioco, mancano le attrattive spettacolari, manca il ricordo di una impresa squillante e anche la figura di un giocatore che possa esserne scelto come simbolo […] Herrera ha ottenuto dalla sua squadra un rendimento incredibilmente superiore ai requisiti dei giocatori di cui disponeva (Palumbo 1967).</p><p rend="text">Il <hi rend="CharOverride-1">Guerin Sportivo</hi> pubblicò una vignette nella quale Vittorio Pozzo domandava a Gianni Agnelli come mai i tifosi bianconeri stessero issando in piazza San Carlo una statua in onore di Helenio Herrera e non di Heriberto. Telegrafica la risposta: «perché il merito è tutto di Helenio». La Juventus veniva descritta dal giornalista Willy Molco come una squadra di «brocchi» trascinata alla vittoria dal caso che prendeva le vesti ora dell’allenatore della Lazio Maino Neri che non aveva saputo leggere tatticamente la partita decisiva del campionato, ora di Helenio Herrera che aveva eccessivamente caricato i suoi uomini di lavoro, arrivati troppo stanchi al traguardo (Molco 1967). Nel numero successivo, Il <hi rend="CharOverride-1">Guerin Sportivo </hi>(1967b) rincarava la dose:</p><p rend="quotation_a">la Juventus non ha vinto perché è andata forte: ha vinto perché l’Inter si è fermata […] la Juventus ha vinto il titolo segnando 44 gol appena nessuna squadra ha mai vinto lo scudetto con un così esiguo bottino di reti […] la Juventus ha vinto lo scudetto ma non ha mai giocato tanto male in tutta la sua storia gloriosissima: non è mai stata tanto paesana e tanto squallida come quest’anno […] Heriberto è un falso idolo al quale continuiamo a non credere.</p><p rend="text">Numerosi erano poi i sospetti sull’epilogo del campionato. Veniva fatta notare l’egregia prestazione del portiere Dino Zoff che aveva salvato più volte e in modo decisivo la porta del Mantova nell’ultima giornata contro l’Inter, mentre aveva incassato una rete banale nella gara contro la Juventus; l’inopportunità da parte dei bianconeri di aver acquistato l’attaccante mantovano Carlo Volpi proprio alla vigilia del match tra Mantova e Inter; i sospetti su premi a vincere pagati dalla Juventus al Mantova; gravi torti arbitrali subiti dall’Inter a iniziare da un solare calcio di rigore negato a Mazzola nel corso dell’ultima partita. Gianni Brera non ebbe dubbi nel liquidare queste recriminazioni come: «argomenti del dispetto e del ringhio» (Brera 1967). Ma le polemiche non si arrestavano. Proprio il <hi rend="CharOverride-1">Guerin Sportivo </hi>(1967b) pubblicava un ricco dossier contenente tutti i principali torti arbitrali che l’Inter avrebbe subito a partire dalla stagione 1960-61, quella dell’invasione di campo contro la Juventus, in avanti. L’Inter per bocca di Helenio Herrera, del suo presidente Angelo Moratti, dei suoi giocatori più rappresentativi a iniziare da Sandro Mazzola e Giacinto Facchetti denunciava ingerenze esterne, condizionamenti vari, gravi sviste arbitrali. Il presidente Moratti fu il più polemico: fece intendere in modo assai poco velato che l’arbitro della gara, il signor Francesco Francescon, fosse stato appositamente inviato a Mantova per sfavorire i nerazzurri e parlò nuovamente di un sistema volto a penalizzare l’Inter e a favorire la Juventus (Oppio 1967b). Duro fu anche Helenio Herrera che espresse dubbi sulla papera del portiere dell’Inter Giuliano Sarti che due anni dopo sarebbe stato acquistato proprio dalla Juventus:</p><p rend="quotation_a">avesse commesso Zoff l’errore di Sarti sarebbe insorta tutta l’Italia, isole comprese, quelli della Juventus lo scudetto se lo sono ritrovati per strada. Sarti migliore in campo a Lisbona subisce un gol impossibile, neanch’io lo saprei definire, un gol rocambolesco, a raccontarlo uno che non l’ha visto non ci crede. Non ci può credere (Violanti 1967)<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-041-backlink"><ref target="OP08873_xml.html#footnote-041">6</ref></hi></hi>. </p><p rend="text">Scettico anche il cronista della <hi rend="CharOverride-1">Gazzetta dello Sport</hi> Emilio Violanti che parlò di errore inspiegabile: «il tiro di Di Giacomo non era né forte, né pericoloso, Sarti che aveva dato l’impressione di controllarlo in tutta tranquillità» (Violanti 1967). Alcuni giorni dopo sul <hi rend="CharOverride-1">Corriere dello sport</hi>, il giornalista Eugenio Danese scrisse una durissima requisitoria contro la Juventus. Numeri alla mano, Danese cercava di dimostrare che da quando la serie A era a girone unico la Juventus aveva potuto godere del maggior numero di rigori rispetto alle altre rivali (Danese 1967)<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-040-backlink"><ref target="OP08873_xml.html#footnote-040">7</ref></hi></hi>.<hi rend="CharOverride-5"> </hi>Danese sosteneva che la causa di una tale differenza fosse legata ad una irriducibile sudditanza psicologica causata dal potere economico della Juventus e della famiglia Angelli. Riportava quindi il dialogo di un incontro avuto anni prima con Umberto Agnelli quando questo era presidente della Lega:</p><p rend="quotation_a">il 1° novembre del ’59 ci trovavamo nella hall dell’albergo di Praga che ospitava la nazionale. All’amabile dirigente juventino feci suppergiù questo discorsetto: vede quel signore laggiù? È un arbitro fra i migliori in tutti i sensi. Onestissimo, manco a dirlo. Tanto onesto da chiederle, in nostra presenza e siamo in tanti, quello che giustamente definisce un piccolo-grande favore: una Fiat 1100 pagabile in contanti e senza un soldo di sconto. Il favore consiste unicamente nella consegna quasi immediata (fra 15 giorni, ricorrendo il compleanno della moglie) e nel colore (grigio perla). Come vede, caro Presidente, una piccola onestissima richiesta. Ma un arbitro che avesse inflitto alla Juventus un rigore decisivo, anche se giusto secondo il regolamento, non ardirebbe fare richieste del genere. E allora, poiché ogni arbitro pensa di poter aver bisogno magari un anno dopo di una Fiat da pronta consegna, quando dirige partite della Juventus, inconsciamente vede i rigori a favore e non quelli contro. Io stesso, sento che non saprei sottrarmi a una tale suggestione. Sino a quando ci sarà il calcio di rigore la Juventus continuerà a beneficiarne più di tutti. La prestigiosa Juventus esercita sugli arbitri un fascino che inconsciamente li induce a favorirla. E si badi bene, non è una mia impressione personale, ma un dato di fatto, disponibile da statistiche abbraccianti lunghi anni e pertanto attendibili. Non impressioni personali, dunque, ma dati di fatto (Danese 1967).</p><p rend="text">Il messaggio era chiaro: «una tale differenza non può non trovare spiegazione se non nella suggestione che gli arbitri provavano e diciamo pure, continuano a provare per la Vecchia Signora». </p><p rend="text">La Juventus rispose ancora una volta con poche parole. Furono pronunciate da Gianni Agnelli in occasione di una serata di gala organizzata dalla famiglia per celebrare lo scudetto vinto e alla quale, oltre a squadra e staff tecnico, erano state invitate le personalità più in vista della città. L’Avvocato ringraziò tutti: dirigenza, squadra, ex giocatori come Giampiero Boniperti che non avevano fatto mai mancare il loro apporto alla causa bianconera, mentre felicitazioni molto più tiepide furono rivolte ad Herrera<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-039-backlink"><ref target="OP08873_xml.html#footnote-039">8</ref></hi></hi>. Sulle polemiche di quei giorni fu semplicemente fatto notare che: «abbiamo vinto con una squadra meno forte di quella che abbiamo battuto. Dico a Moratti: un giorno a te, un giorno a me. Non bisogna farne un dramma» (<hi rend="CharOverride-1">Corriere della Sera </hi>1967b).</p><p rend="h2">3.3 «Giù le mani dal Torino!» L’<hi rend="CharOverride-2">affaire</hi> Meroni</p><p rend="text">In quegli stessi giorni si ripresentò l’eventualità di una fusione tra Juventus e Torino. La notizia rimbalzò da ambienti vicini alla famiglia Angelli e vennero accreditate nei giorni della festa scudetto, diverse frasi in questo senso all’ex presidente Umberto (<hi rend="CharOverride-1">Corriere della Sera </hi>1967c). L’affare veniva accostato alla mentalità affarista del gruppo Fiat desideroso di diminuire le spese, aumentare i profitti, massimizzare i risultarti. Voci di fusione, iniziarono a circolare già dall’inizio del 1956 e dopo essere state smentite più volte adesso venivano con forza riproposte. Torino era troppo piccola per potersi permettere due club di livello nazionale, gli incassi non bastavano a sostenere le spese, il pubblico cittadino non rispondeva come avrebbe dovuto. Fondere avrebbe significato aprire nuove prospettive di crescita. A innescare le polemiche fu un’intervista di Gianni Agnelli al <hi rend="CharOverride-1">Corriere della Sera</hi> nel febbraio del ’66. L’Avvocato in quella circostanza parlò di «concentrazione» e la sua uscita sollevò la viva reazione del Partito Comunista che aprì una polemica sull’eventualità di una fusione tra le due squadre cittadine che finì poi nel mirino di un ironico articolo di Antonio Ghirelli:</p><p rend="quotation_a">i comunisti torinesi sembrano più inclini ad accettare la fusione tra Fiat e General Motors che non l’orribile prospettiva di una concentrazione tra Juventus e Torino. Forse è un omaggio a Togliatti. Quasi tutti i giornali sportivi sono contrari all’operazione che è dovuta essenzialmente a motivi economici: la Juventus guadagna poco, ha poche risorse, la gente va pochissimo allo stadio e non sopporta il movimiento di Herrera, a Torino gli operai sono quasi tutti del Toro, mentre la Juventus gode di popolarità nella provincia; davanti al gioco di Herrera i tifosi bianconeri sono colti da vivo dispetto prima, poi da profonda malinconia […] di fronte a questa situazione, il dirigente di grande respiro internazionale che è Gianni Agnelli non può vedere altra prospettiva che quella della creazione di una squadra unica a cui affidare a un tempo la difesa del passato bianconero e la rappresentanza dell’orgoglio cittadino (Ghirelli 1966). </p><p rend="text">Umberto Agnelli si era spinto oltre e nel 1967, in piena festa scudetto si era lasciato a dichiarazioni ancora più esplicite: </p><p rend="quotation_a">l’era calcistica che stiamo vivendo è estremamente impegnativa […] il futuro è nella fusione della Juventus con il Torino. E penso che ad essa si arriverà certamente, entro una scadenza relativamente breve (<hi rend="CharOverride-1">Guerin Sportivo</hi> 1967c). </p><p rend="text">Era una prospettiva che inquietava ovviamente entrambe le tifoserie divise da una viva e pluridecennale rivalità ma che suscitava una particolare opposizione in quella del Toro che vedeva nella Juventus il simbolo di valori antitetici alla storia del proprio club, come spiegava un tifoso scrivendo al <hi rend="CharOverride-1">Guerin Sportivo</hi>, alla rubrica l’Arcimatto tenuta da Gianni Brera: «la potente e ricchissima famiglia Agnelli, padrona dispotica della città di Torino, finirà per cancellare dalla storia dello sport il glorioso Torino che sarà fagocitato dalla Juventus. Non è assurdo e mostruoso tutto questo?» (Brera 1967b)<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-038-backlink"><ref target="OP08873_xml.html#footnote-038">9</ref></hi></hi>. </p><p rend="text">L’ipotesi della fusione sfumò ben presto anche questa volta, come era già accaduto negli anni Cinquanta ma della forza, per alcuni della prepotenza, economica della Juventus e della famiglia Agnelli si tornò a parlare alcune settimane dopo quando i bianconeri entrarono in trattativa proprio con il Torino per l’acquisto di Gigi Meroni, una estrosa ala destra, già noto alle cronache per il suo spregiudicato anticonformismo e soprannominato il «Sivori italiano» (Sappino 2000, 352; Foot 2007, 203-9). Il 27 giugno alcune centinaia di tifosi granata, riunitisi presso lo stadio Filadelfia, inscenarono una clamorosa protesta sfilando per le strade del centro e montando una chiassosa contestazione sotto la sede del Torino, l’abitazione privata di Gianni Agnelli e in piazza San Carlo, dove sventolando bandiere del club e srotolando striscioni si intrattennero fino a tarda notte distribuendo volantini polemici (<hi rend="CharOverride-1">Corriere della Sera </hi>1967d). Al centro della contestazione granata non era tanto la cessione di Meroni in se per sé ma il nome dell’acquirente. Il centravanti aveva ricevuto numerose offerte nei mesi precedenti, una particolarmente ghiotta da parte del Napoli di ben 500 milioni di lire. Secondo la tifoseria, il presidente Orfeo Pianelli l’aveva declinata per fare un favore alla famiglia Agnelli e stringere con i potenti padroni della Fiat un conveniente accordo economico consumato sulla pelle degli ingenui sogni dei tifosi granata. Anche <hi rend="CharOverride-1">l’Unità</hi> era di questo avviso. Il cronista Nello Paci spiegava in un suo articolo del 29 giugno che il presidente del Torino Pianelli era il proprietario della Pianelli-Traversa azienda di linee ed impianti elettrici industriali che doveva il 50% del suo fatturato proprio alla Fiat e che quindi non solo il club granata si muoveva con prudenza nei confronti dei cugini bianconeri ma anzi cercava di favorirli. Fallito il tentativo di fusione, ci si sarebbe accontentati di rinforzare la Juventus cedendo Meroni. </p><p rend="text">Pianelli cercò di sedare gli animi spiegando che l’offerta della Juventus era vantaggiosissima: 750 milioni in tutto, 500 subito, il resto in rate pagate in 5 anni, la promessa di supportare la società in trattative di mercato complicate e la garanzia che l’operazione si sarebbe consumata in uno spirito di collaborazione per consentire alla città di Torino la permanenza in serie A di due club ben attrezzati (Costa 1967). Furono argomenti che non fecero breccia nei cuori dei tifosi granata che il 28 giugno assediarono la dirigenza del club presso l’Hotel Ambasciatori dove con la squadra stava festeggiando la fine della stagione calcistica, costringendo ad un pronto intervento le forze dell’ordine (Paci 1967)<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-037-backlink"><ref target="OP08873_xml.html#footnote-037">10</ref></hi></hi>. La trattativa a questo punto venne chiusa dalla stessa Juventus che ritirò l’offerta rinunciando a Meroni. Probabilmente a essere decisivo fu una durissimo affondo polemico del giornalista Nicola Adelfi (pseudonimo di Nicola de Feo) che sul quotidiano <hi rend="CharOverride-1">La Stampa</hi>, del quale la Fiat era socio di maggioranza, si schierò contro l’operazione adducendo ragioni di carattere etico e morale. Risultava infatti, secondo Adelfi, grottesco e irresponsabile spendere centinaia di milioni per l’acquisto di un calciatore in un paese tartassato da gravi problemi economici e sociali come l’Italia. Gianni Agnelli venne chiamato direttamente in causa:</p><p rend="quotation_a">E al mecenate che obiettasse che i soldi sono suoi e lui ne fa quel che vuole, noi rispondiamo che di certo egli non è un amico sincero dello sport. Magari per vanità o per calcoli suoi personali può imbottire la squadra di cui è capo con gli assi più costosi reperibili sul mercato, ma non per questo egli fa un lavoro costruttivo. Se quel dirigente ha realmente a cuore le sorti sportive del suo campanile, allora egli impiegherà il suo denaro molto più vantaggiosamente costruendo campi sportivi e invitando i ragazzi del posto a tirare calci sotto la guida di un bravo allenatore. Col tempo verrà a disporre di una vasta massa di praticanti, e probabilmente un giorno avrà la soddisfazione di mostrare, ai suoi concittadini, giocatori cresciuti e diventati eccellenti all’ombra dei colori sociali. Sono concetti molto semplici (Adelfi 1967)<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-036-backlink"><ref target="OP08873_xml.html#footnote-036">11</ref></hi></hi>. </p><p rend="text">Erano polemiche che come visto si affacciavano periodicamente nel mondo del calcio e anzi si riproponevano con più forza man mano il cartellino dei giocatori saliva di prezzo e aumentava il giro d’affari legato al mondo del pallone. La Juventus che per via della sua proprietà assolveva anche un ruolo simbolico facilmente riconoscibile, incarnando il potere economico del paese, spesso ne diventava l’emblema. Dunque, Gigi Meroni rimase al Torino e iniziò la stagione 1967-1968 da protagonista ma il 15 ottobre del 1967 fu mortalmente investito da un’auto. Aveva 24 anni. Capace di entusiasmare le folle dei tifosi grazie alle sue doti da funambolo del dribbling e ai suoi gol fuori dal comune, Meroni era diventato celebre anche per vicende extra-calcistiche. Avevano destato l’attenzione dei media una polemica con l’allenatore della nazionale Fabbri, che aveva finito con l’allontanarlo dal giro degli azzurri per via della lunghezza dei suoi capelli e per la sua relazione sentimentale con Cristina, una donna ancora sposata con un regista romano (Foot 2007, 209). Amante della provocazione e dell’anticonformismo, Meroni nel suo piccolo era lo specchio di un paese che stava cambiando profondamente. Se il movimiento praticato da Heriberto Herrera, era un innovativo gioco atletico e collettivo che rivoluzionava il modo di intendere e praticare il calcio portando tutti i componenti della squadra a partecipare alle principali fasi offensive e difensive del team, storie come quella di Meroni ci dicevano che anche attraverso la figura del calciatore era possibile scorgere cambiamenti significativi nei costumi degli italiani che emergevano proprio in quegli anni<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-035-backlink"><ref target="OP08873_xml.html#footnote-035">12</ref></hi></hi>.<hi rend="CharOverride-5"> </hi></p><p rend="text">Eppure restavano forti certi pudori come testimoniato proprio dal mondo del calcio. </p><p rend="text">In occasione dell’invasione di campo dei tifosi juventini per festeggiare lo scudetto, un tifoso scrisse al quotidiano <hi rend="CharOverride-1">Stadio</hi> una lettera contro gli spogliarelli dei calciatori a fine partita intenti a regalare magliette e pantaloncini ai propri supporters adoranti. Il direttore gli diede ragione: «gli spogliarelli ormai tanto in uso sui campi a fine campionato costituiscono uno spettacolo tutt’altro che edificante. Particolarmente se ammirato in televisione» (<hi rend="CharOverride-1">Stadio </hi>1967c). Mentre i calciatori juventini festeggiavano lo scudetto del ’67, l’Italia era percorsa da infuocate manifestazioni studentesche che presagivano l’onda lunga del ’68. </p><p rend="text">In questo scenario il calcio si ritagliava spazi sempre più importanti nel tempo libero degli italiani. Aumentava il pubblico che seguiva attivamente lo spettacolo delle partite, giornali e tv potenziavano la copertura mediatica degli eventi e ingaggi e cartellini dei calciatori aumentavano anno dopo anno.</p><p rend="text"> Eppure era un mondo che conservava ancora aspetti paesani e romantici. Alla fine degli anni Sessanta a Genova le partite iniziavano 15 minuti più tardi del tempo stabilito per attendere l’arrivo di un treno che portava in città molti appassionati e che arrivava poco prima delle 14.30. I cancelli restavano quindi aperti un po’ di più per permettere l’ingresso a tutti i tifosi (<hi rend="CharOverride-1">Stadio </hi>1967d). Lo scudetto del 1967 fu l’apice della carriera di Heriberto. Herrera voleva rivoluzionare il calcio e per certi versi ci riuscì: i germi del suo movimiento attecchiranno negli anni Settanta quando l’Olanda del calcio totale praticherà un gioco atletico e spettacolare basato proprio sulla partecipazione di tutti i singoli al gioco collettivo. Non era forse un caso che nella seconda metà degli anni Sessanta qualcuno cercasse di cambiare le cose anche sui campi da gioco proprio mentre il mondo veniva investito dal vento della contestazione. Gli incessanti inviti di Herrera al collettivo, alla forza della squadra, all’unità del gruppo erano il perfetto omologo calcistico delle rivendicazioni studentesche, della loro richiesta di un nuovo mondo. Gianni Agnelli, amante dell’estro, della classe, del genio che illumina il gioco lo rimprovererà di aver costruito una Juventus «socialdemocratica» (Costa 1967). Lo scudetto ottenuto nel 1967 fu il suo canto del cigno. La stagione seguente la Juventus fu solo terza, a dieci lunghezze dal Milan campione, mentre in Coppa fu eliminata in semifinale dal Benfica di Eusebio. Nella stagione seguente si piazzò quinta e la società anche per evitare l’esplodere del malumore dello spogliatoio sempre più insofferente alla ferrea disciplina imposta, lo congedò dopo ben sei stagioni (Agosti e De Luna 2019, 172). Heriberto allenò ancora in serie A con Inter, Sampdoria e Atalanta e poi dopo in Spagna fino al 1979, senza però riuscire a ripetere i successi ottenuti a Torino. Il calcio italiano e i tifosi bianconeri lo avrebbero ben presto dimenticato: stavano arrivando gli anni Settanta. </p><p rend="layout_notes"><hi rend="CharOverride-4"><ref target="OP08873_xml.html#footnote-046-backlink">1</ref></hi>	Il 27 settembre la Juventus perse malamente a Catania per 3-1 durante la terza giornata di campionato. Sivori non prese parte alla trasferta restando a Torino, ufficialmente per motivi di salute certificati dai medici societari. Ma il dissidio tra il talento argentino e l’allenatore paraguaiano era evidente e fu colto dalla stampa. Si veda: Pozzo 1964; <hi rend="CharOverride-1">La Stampa </hi>1964c.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="CharOverride-4"><ref target="OP08873_xml.html#footnote-045-backlink">2</ref></hi>	 Altri commenti durissimi:<hi rend="CharOverride-1"> </hi>Pula 1967; <hi rend="CharOverride-1">Guerin Sportivo </hi>1967d. </p><p rend="layout_notes"><hi rend="CharOverride-4"><ref target="OP08873_xml.html#footnote-044-backlink">3</ref></hi>	Vittorio Pozzo (1965) sugli episodi contestati dai giocatori della Lazio espresse dei dubbi: <hi rend="CharOverride-6" >«</hi>è difficile dalla tribuna stampa cogliere particolari come quello se sia la palla ad urtare un braccio o il braccio ad andare incontro alla palla. Quindi noi ci guardiamo bene dall’esprimere un parere al riguardo di questa controversia<hi rend="CharOverride-6" >»</hi>. </p><p rend="layout_notes"><hi rend="CharOverride-4"><ref target="OP08873_xml.html#footnote-043-backlink">4</ref></hi>	 Herrera fece marcia indietro qualche ora dopo: <hi >«</hi>ma <hi >è</hi> possibile che in Italia non si può scherzare un po’ quando si discorre? Dove <hi >è</hi> andato a finire quell’humour latino, che sempre <hi >è</hi> stato un vanto degli italiani? Io sulla Juventus ho scherzato, quando mi hanno chiesto cosa pensassi del movimiento di Heriberto Herrera, sorridendo ho detto che vi era molto movimiento attorno alla Juve, che tutti insomma erano in agitazione per portare avanti questa squadra popolarissima ma era una battuta allegra, si capisce e alludendo al pubblico, alla stampa e niente affatto alla federazione o agli arbitri. Che diamine, non si può scherzare più! Ma voi giornalisti siete sempre col fucile spianato contro Herrera!<hi >»</hi> (Verratti 1965b). Per queste dichiarazioni Herrera venne deferito alla commissione disciplinare della Lega (<hi rend="CharOverride-1">La Stampa </hi>1965b).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="CharOverride-4"><ref target="OP08873_xml.html#footnote-042-backlink">5</ref></hi>	 <hi >«</hi>La Juventus arriva allo stadio per un breve allenamento defaticante dopo i festeggiamenti; i tifosi del Bologna applaudono la squadra e soprattutto Herrera per la sua teoria della fatica. Quando si toglie la giacca della tuta imitato dai suoi e restando a torso nudo la folla esplode in un applauso frenetico: eccolo l’uomo – gridavano – ecco quello che ha tirato la carretta per tutti. Bravo, bravo. Guarda un po’ che fisico. Potrebbe giocare anche lui!» (<hi rend="CharOverride-1">Stadio </hi>1967b).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="CharOverride-4"><ref target="OP08873_xml.html#footnote-041-backlink">6</ref></hi>	Il direttore della <hi rend="CharOverride-1">Gazzetta dello Sport</hi>, Gualtiero Zanetti, faceva però notare che: <hi >«dirigere</hi> <hi >è</hi> anche prevedere e purtroppo per lui, Herrera non si <hi >è</hi> accorto a tempo di quanto stava accadendo nel momento in cui la squadra perdeva cinque punti in quattro domeniche e segnava soltanto un gol su azione manovrata (Domenghini a Cagliari) in sei partite: 540 minuti, un solo gol!» (Zanetti 1967). </p><p rend="layout_notes"><hi rend="CharOverride-4"><ref target="OP08873_xml.html#footnote-040-backlink">7</ref></hi>	 Danese faceva notare che la Juventus aveva ottenuto 114 rigori subendone 44 con un margine attivo di 70 rigori superiore a Inter-Milan-Bologna messi insieme. </p><p rend="layout_notes"><hi rend="CharOverride-4"><ref target="OP08873_xml.html#footnote-039-backlink">8</ref></hi>	«Per quanto riguarda il signor Heriberto Herrera, debbo dire che l’ho conosciuto al suo arrivo in Italia ed ho capito subito che era una persona seria, di poche parole. Heriberto allontanando Sivori dalla Juventus mi ha irritato, perché io ero affezionato alla Juventus estrosa. Tuttavia Heriberto ha vinto il campionato ed il merito principale <hi >è</hi> suo». Il racconto della serata in <hi rend="CharOverride-1">Corriere della Sera </hi>1967b. </p><p rend="layout_notes"><hi rend="CharOverride-4"><ref target="OP08873_xml.html#footnote-038-backlink">9</ref></hi>	Brera non sembrava però credere a questa eventualità liquidando le dichiarazioni di Agnelli come un astuto stratagemma per mettere in guardia i tifosi che la proprietà non avrebbe speso altri soldi per la seguente stagione.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="CharOverride-4"><ref target="OP08873_xml.html#footnote-037-backlink">10</ref></hi>	 Sull’<hi rend="CharOverride-1">affaire</hi> Meroni si veda anche il libro autobiografico del presidente del Torino: Pianelli 1967. </p><p rend="layout_notes"><hi rend="CharOverride-4"><ref target="OP08873_xml.html#footnote-036-backlink">11</ref></hi>	<hi rend="CharOverride-1">l’Unità</hi> sosteneva che l’affondo fosse dovuto alla polemica serrata in atto in quel momento tra il direttore della <hi rend="CharOverride-1">Stampa</hi> Giulio De Benedetti e Gianni Agnelli e che era emersa con forza nei giorni del conflitto del Medio Oriente (Paci 1967).</p><p rend="layout_notes"><ref target="OP08873_xml.html#footnote-035-backlink">12</ref>		Su tutti i casi di Franca Viola e della rivista stampata dai ragazzi del liceo classico Parini di Milano <hi rend="CharOverride-1">La Zanzara</hi>.<hi rend="CharOverride-1"> </hi>Su questi fatti: Vecchio e Trionfini 2014, 168-69.</p><p rend="editorial_metadata_author">Onofrio Bellifemine, Cardinal Stefan Wyszynski University in Warsaw, Poland, <ref target="mailto:o.bellifemine%40uksw.edu.pl?subject=">o.bellifemine@uksw.edu.pl</ref>, <ref target="https://orcid.org/0000-0002-4958-687X">0000-0002-4958-687X</ref></p><p rend="editorial_metadata_polices">Referee List (DOI 1<ref target="https://doi.org/10.36253/fup_referee_list">0.36253/fup_referee_list</ref>)</p><p rend="editorial_metadata_polices">FUP Best Practice in Scholarly Publishing (DOI <ref target="https://doi.org/10.36253/fup_best_practice">10.36253/fup_best_practice</ref>)</p><p rend="editorial_metadata_book">Onofrio Bellifemine, <hi rend="CharOverride-2">‘Maledetta Signora’. Storia dell’antijuventinismo (1897-2023)</hi>, © 2023 Author(s),<lb/><ref target="http://creativecommons.org/licenses/by/4.0/legalcode">CC BY 4.0</ref>, published by Firenze University Press, ISBN 979-12-215-0165-0 (PDF), <ref target="https://doi.org/10.36253/979-12-215-0165-0">DOI 10.36253/979-12-215-0165-0</ref></p><p rend="h1_section">Capitolo 4 </p><p rend="h1_chapter">Da Vycpálek a Trapattoni</p><p rend="h2">4.1 «Devoti al silenzio, all’intrallazzo, alla paura»: gli anni Settanta</p><p rend="text">Nel marzo del 1972 diversi tifosi sfiduciati e furibondi scrissero al <hi rend="CharOverride-1">Corriere della Sera</hi> lettere al vetriolo sui torti arbitrali subiti dal Milan a vantaggio della Juventus e su una infuocata polemica sul mondo degli arbitri in Italia, innescata da Rivera e sulla quale torneremo più avanti. Il signor Guido Guerrasio ad esempio sosteneva che</p><p rend="quotation_a">Rivera è un vero uomo perché alle ingiustizie e alle provocazioni reagisce con estrema chiarezza, incurante di farne le spese […] in lui milioni di persone hanno individuato non solo il depositario di uno stile che cerca il risultato attraverso il bel gioco ma anche il campione che combatte contro le mene, le cricche, la politica e le ingiustizie. L’accusa d Rivera è un atto di coraggio inconsueto nella nostra società devota al silenzio, all’intrallazzo, alla paura (<hi rend="CharOverride-1">Corriere della Sera </hi>1972a).</p><p rend="text">Un altro lettore, la signora Angela Gaddani da Mantova aggiungeva: «adesso c’è l’inchiesta ma sono pessimista riguardo al suo esito. La verità non verrà a galla. Rivera è solo contro tante persone importanti che faranno di tutto per uscirne pulite» (<hi rend="CharOverride-1">Corriere della Sera </hi>1972a). Siamo negli anni Settanta e un sostantivo all’apparenza innocuo, dietrologia, stava per entrare nel vocabolario degli italiani per non uscirci mai più. Il primo a parlarne è il giornalista Luca Goldoni, nel 1974, sul <hi rend="CharOverride-1">Corriere della Sera</hi>: </p><p rend="quotation_a">è ovvio che in tutti i tempi e a tutte le latitudini siano sempre esistite le eminenze grigie che hanno esercitato il potere nell’ombra ma mi chiedo se oggi in Italia tutto non sia ormai finito dietro e non ci sia più niente davanti […]. La dietrologia è così diffusa che dilaga anche a livello familiare […]. Ci guardiamo in faccia con occhi allusivi anche nelle riunioni condominiali chiedendoci cosa si può nascondere dietro la proposta dell’inquilino del terzo piano di piantare una magnolia in giardino […]. Questo articolo che ironizza sul frenetico balletto del “chistadietro” da chi è stato ispirato e di chi fa il gioco? (Goldoni 1974). </p><p rend="text">D’altronde tra la fine degli anni Sessanta e l’inizio degli anni Settanta, che l’Italia fosse una nazione «devota al silenzio, all’intrallazzo, alla paura» molti italiani lo pensarono davvero per ragioni assai più serie di quelle calcistiche. Nel maggio del 1967 una clamorosa inchiesta del settimanale <hi rend="CharOverride-1">L’Espresso</hi> condotta dai giornalisti Eugenio Scalfari e Lino Jannuzzi denunciò l’esistenza di un piano del 1964, organizzato dal generale Giovanni De Lorenzo, comandante generale dei carabinieri, teso a instaurare in Italia un regime autoritario arrestando e deportando in Sardegna personalità legate a partiti di sinistra e di opposizione, occupando i principali luoghi delle istituzioni e soffocando sul nascere l’eventuale risposta dell’opinione pubblica (Jannuzzi 1967). La rivelazione del piano, soprannominato in codice «piano Solo», all’inizio accolta tra scetticismo e ironia, fece sempre più scalpore, portò alla rimozione di De Lorenzo intanto diventato capo di Stato Maggiore, all’istituzione di una Commissione parlamentare d’Inchiesta e suscitò gradualmente l’inquieto sdegno del paese<hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi xml:id="footnote-034-backlink"><ref target="OP08873_xml.html#footnote-034">1</ref></hi></hi>. Il 25 aprile del 1969 a Milano si registrarono attentati dinamitardi che colpirono la Fiera Campionaria e la Stazione Centrale provocando una decina di feriti. A novembre durante uno sciopero generale per la casa proclamato da Cgil, Cisl e Uil scoppiarono violenti scontri tra manifestanti e forze dell’ordine al termine dei quali perse la vita Antonio Annarumma, agente del Terzo Reparto Celere di 22 anni. Ufficialmente Antonio rimase ucciso dopo essere stato colpito da un tubolare d’acciaio da alcuni facinorosi che partecipavano allo spezzone del corteo guidato dall’Unione Comunisti Italiani (marxisti-leninisti), secondo questi ultimi invece rimase ucciso investito da una camionetta proprio della polizia. Indagini e sentenze della magistratura avvallarono la prima tesi ma i responsabili non furono mai identificati. Il 12 dicembre dello stesso anno una bomba esplose presso la Banca Nazionale dell’Agricoltura in Piazza Fontana a Milano: 17 morti, 88 feriti. Le indagini si indirizzarono subito verso gli ambienti anarchici ma la pista pian piano si raffreddò concentrandosi invece sui gruppi eversivi di estrema destra. Dopo decenni di indagini, processi, depistaggi nel 2005 la Corte di Cassazione stabilì che la strage era da attribuire al gruppo terrorista neofascista Ordine Nuovo Veneto ma molti sono gli aspetti tutt’ora da chiarire. L’attentato apriva una profonda ferita nella storia del secondo dopoguerra italiano, aveva rilevantissime conseguenze politiche e simboliche, spingeva molti giovani a vedere nella violenza una risorsa risolutiva per scongiurare derive autoritarie e presentava due vicende collaterali altrettanto intrigate e inquietanti. Il 15 dicembre l’anarchico Giuseppe Pinelli, di mestiere ferroviere, in un primo momento indagato per Piazza Fontana, precipitò dalla finestra del quarto piano della questura di Milano dopo un nottata di serrati interrogatori. Il questore di Milano Marcello Guida sostenne la tesi del suicidio ma da sinistra partì una accesa campagna stampa contro il commissario Luigi Calabresi ritenuto responsabile dell’accaduto. Calabresi venne assassinato il 17 maggio del 1972 da una commando di ignoti sicari identificati poi in esponenti di Lotta Continua mentre stava indagando sulla fine dell’editore Giangiacomo Feltrinelli morto presso un traliccio dell’Enel a Segrate a seguito di una esplosione. Nel 1971 nel frattempo, si era tornato a parlare di colpi di Stato: a marzo il governo denunciò un tentativo di sovvertire l’ordine democratico portato avanti nel dicembre del 1970 dal generale Junio Valerio Borghese punto di riferimento del neofascismo italiano, già comandante dell’unità speciale ai tempi del regio esercito 1ª Flottiglia MAS, presidente onorario del Msi e fondatore del gruppo di estrema destra Fronte Nazionale. Il golpe, già in stato di avanzata esecuzione venne bruscamente interrotto per ordine proprio di Borghese che poco dopo riparò in Spagna protetto dal regime di Franco lasciando moltissimi interrogativi aperti. Stava per iniziare per il paese un turbolento periodo che sarebbe sfociato nella stagione del terrorismo e delle stragi e avrebbe avuto i suoi picchi nel rapimento e nell’uccisione del presidente della Dc Aldo Moro da parte delle Brigate Rosse e dell’esplosione di una bomba a Bologna il 2 agosto del 1980 che avrebbe provocato 85 morti e 200 feriti da addebitare a manovre di estrema destra. Questa era solo l’ultima di una lunga serie di stragi contro i civili che dal 1969 al 1980 insanguinò il paese: </p><p rend="quotation_a">il fatto che di nessuna di esse si siano mai scoperti gli esecutori e soprattutto i mandanti ha fatto pensare che gli stragisti abbiano avuto fortissime coperture all’interno degli organi statali e in particolare dei servizi segreti […] è probabile che si sia trattato di un fenomeno complesso per l’intervento di forze che avevano obbiettivi diversi, dai servizi segreti stranieri alla criminalità organizzata (Lepre 1999, 249). </p><p rend="text">Nell’aprile del 1969, il prefetto di Torino faceva presente che:</p><p rend="quotation_a">osservatori, stampa e partiti – esaminando l’attuale momento politico caratterizzato da un clima sociale inquieto e segnato da mutamenti profondi che scuotono le strutture esistenti – ne sottolineano le difficoltà, particolarmente per quanto attiene il problema dell’ordine democratico. Mentre da talune parti si invoca lo “Stato forte”, negli ambienti più autorevoli si continua ad affermare che, a parte ogni manchevolezza, la democrazia resta il sistema più idoneo a contemperare la libertà con la legalità, per cui lo Stato, mentre è tenuto a dare la risposta più avanzata possibile alle istanze del paese, deve però mantenersi intransigente nella tutela della dignità degli istituti democratici e della libertà dei cittadini (Archivio centrale dello Stato 1968-1969).</p><p rend="text">Mentre la tensione politica si faceva più rilevante e i dubbi sulla tenuta del sistema democratico aumentavano, l’Italia veniva sconvolta da una lunga, interminabile scia di sangue. E di misteri. Il quotidiano comunista <hi rend="CharOverride-1">l’Unità</hi> (1972) parlò di «un unico disegno criminoso» di un «disegno fascista messo in opera allo scopo di creare uno stato di tensione per stroncare il grande movimento di lotta dei lavoratori». La verità sembrava lontana e non interessare alle istituzioni che anzi erano complici di attentati e delitti. Così la pensava Rogas, l’onesto poliziotto, protagonista del <hi rend="CharOverride-1">Contesto</hi> di Sciascia:</p><p rend="quotation_a">si trattava di difendere lo Stato contro coloro che lo rappresentavano, che lo detenevano. Lo stato detenuto. E bisognava liberarlo. Ma era in detenzione anche lui: non poteva che tentare di aprire una crepa nel muro (Sciascia 1971, p. 82-3; citato anche in Crainz 2016, 162). </p><p rend="text">La verità era negata e poteri occulti tessevano inquietanti e misteriose trame sulla pelle del paese. Nel dicembre del 1970 Dario Fo presentava a Varese la commedia <hi rend="CharOverride-1">Morte accidentale di un anarchico</hi>. Si parlava dell’anarchico italiano Andrea Salsedo, precipitato nel 1920 dagli uffici della FBI dopo un lungo interrogatorio ma i riferimenti a Pinelli erano evidenti. Su depistaggi e anomalie investigative di quegli anni un gruppo di intellettuali della sinistra extraparlamentare scrisse il pamphlet <hi rend="CharOverride-1">La strage di stato</hi>, un vero e proprio <hi rend="CharOverride-1">j’accuse</hi> (Giannulli 2019). L’Italia urbana e violenta di quegli anni era anche lo scenario di episodi di cronaca nera come sequestri, furti, rapine a mano armata, riconducibili a una piccola criminalità che ispirò il <hi rend="CharOverride-1">poliziottesco</hi>, il discusso e popolare genere cinematografico che raccontava gesta di commissari di polizia violenti e spregiudicati alle prese con criminali feroci, agevolati da una giustizia molle e arrendevole che si muoveva in nome di un garantismo irresponsabile e buonista. Erano solo film ma che bisognasse usare le maniere forti andando anche al di là dello Stato di diritto non lo pensavano in pochi. Il prefetto di Torino ad esempio in una sua relazione del 1970 spiegava che la nuova delinquenza con</p><p rend="quotation_a">spavalderia e con feroce determinazione, sfrutta con tracotante abilità le norme che vincolano la Polizia. Dell’inquietudine della popolazione si è fatta interprete la stampa torinese [..] che ha auspicato una più sollecita e rigorosa applicazione delle leggi da parte della Magistratura ed un rafforzamento delle forze di Polizia (Archivio centrale dello Stato 1968-1969, 18-9).</p><p rend="text">Le nuove leve della criminalità in questa lettura erano costituite «da giovani spregiudicati e insofferenti, travolti dalle lusinghe della società del benessere, che ormai non si fanno scrupolo di ricorrere, con sempre maggiore facilità alle armi» (Archivio centrale dello Stato 1968-1969, 18-9). </p><p rend="text">Anche l’economia del paese cambiava: l’età dell’oro si era esaurita, la fine del sistema monetario di Bretton Woods nel 1971 e le crisi petrolifere nel 1973 e nel 1979 aprivano una nuova fase densa di incertezze: il boom era alle spalle e l’economia visse un periodo di crisi. La fiducia in un progresso costante e inscalfibile lasciava lo spazio a preoccupazioni per il futuro e a dubbi sulla sostenibilità del paradigma di sviluppo basato sull’industria (Vecchio e Trionfini 2014, 344). </p><p rend="text">Negli anni Settanta anche il mondo del pallone finì spesso nell’occhio del ciclone e l’antijuventinismo diventò la proiezione calcistica del pesante clima di sospetto e inquietudine che si respirava nel paese, l’amara consapevolezza che trame occulte distorcevano i risultati del campo per assecondare i propositi truffaldini della potente famiglia bianconera che poteva dispiegare tutto il suo potere economico e politico. Si precisavano anche le accuse verso il sistema Juve già più volte denunciato negli anni Sessanta, chiamando in causa direttamente l’associazione degli arbitri e uno dei suoi massimi dirigenti, Giulio Campanati, designatore dei direttori di gara dal 1968 al 1972 e Presidente dell’Associazione nazionale arbitri dal 1972 al 1990. Campanati nelle polemiche di inizio anni Settanta e nelle campagne portate avanti da Gianni Rivera e da una parte della stampa italiana era il garante di un sistema corrotto e senza scrupoli che aveva il suo terminale realizzativo nell’arbitro Concetto Lo Bello più volte al centro di illazioni e accese recriminazioni. Le accuse avevano una doppia mandata: colpivano sia le designazioni arbitrali che gli arbitraggi. Le prime avrebbero permesso di inviare arbitri compiacenti per partite delicate e cruciali per le sorti della classifica, soprattutto quelle che vedevano scendere in campo le avversarie della Juventus, mentre le seconde avrebbero inciso direttamente sul risultato prendendo decisioni ritenute inaccettabili e indecorose. </p><p rend="text">Adesso queste teorie compivano un salto di qualità: dietro la regia di ruberie e complotti, sembrava scorgersi secondo una narrazione sempre più strutturata, la regia della Juventus. Le polemiche sugli arbitri montavano proprio mentre iniziava un periodo di nuova espansione per il calcio che superò definitivamente il ciclismo e potette godere di una nuova, potenziata copertura mediatica. Mentre le storiche testate come <hi rend="CharOverride-1">Gazzetta dello Sport</hi> e <hi rend="CharOverride-1">Corriere dello Sport</hi> aumentavano le proprie tirature diventando tra i quotidiani più letti del paese anche giornali non sportivi come <hi rend="CharOverride-1">Corriere della Sera</hi>, <hi rend="CharOverride-1">La Stampa</hi>, <hi rend="CharOverride-1">Il Messaggero</hi>, <hi rend="CharOverride-1">l’Unità</hi> aumentavano lo spazio dedicato al gioco del calcio. Ma la vera rivoluzione stava per arrivare dalla tv: nel 1970 su idea di Maurizio Barendson nacque <hi rend="CharOverride-1">Novantesimo Minuto</hi> che in onda nel tardo pomeriggio della domenica calcistica, raccontava con dovizia di particolari e collegamenti in diretta da tutti i campi la giornata di serie A appena conclusasi. Negli stessi anni iniziava anche il boom delle prime reti tv locali che parlavano diffusamente dei risultati delle partite. Il calcio irrompeva in trasmissioni domenicali non calcistiche, come durante il varietà <hi rend="CharOverride-1">Domenica In </hi>durante il quale venivano trasmessi in sovrimpressione i risultati in tempo reale delle partite di campionato. Il calcio era ormai entrato profondamente nelle case degli italiani, nel loro quotidiano, nelle loro abitudini più intime (Papa e Panico 1993, 336-40). Era uno sport che si trasformava e iniziava anche a veder cambiare i propri equilibri: la città di Torino avrebbe riscoperto una centralità da tempo perduta vedendo i granata vincere lo scudetto del 1976 e lottare per quello del 1977 fino all’ultimo, in un appassionante e adrenalinico duello con i cugini bianconeri e quest’ultimi affermarsi campioni per ben sette volte in dieci anni (vincenti nelle stagioni 1971/72, 1972/73, 1974/75, 1976/77, 1977/78, 1980/81, 1981/82). Per la Juventus si stava aprendo un ciclo di straordinari successi e affermazioni anche a livello internazionale. Nel luglio del 1971 aveva assunto la presidenza del club Giampiero Boniperti.</p><p rend="text">Aveva 43 anni, succedeva a Catella e la sua nomina rientrava in un piano di profondo rinnovamento dei quadri dirigenziali della società che cercava il rilancio dopo alcune stagioni difficili seguite alla rottura con Heriberto Herrera. Scaltro, astuto, pragmatico, Boniperti aveva un fiuto fuori dal comune per gli affari di mercato, un profondo attaccamento alla Juventus e alla famiglia Agnelli, della quale era devoto amico fin dalla fine degli anni Quaranta e incarnava perfettamente quello spirito aziendalista essenziale e teso al risultato tipico di quella ricca ma sobria realtà piemontese alla quale la squadra bianconera era sempre appartenuta. Legatissimo a Gianni Agnelli, così il giornalista Giorgio Tosatti (2003) ne ricordò l’inizio del rapporto quando aveva appena iniziato a giocare nella Juventus: </p><p rend="quotation_a">Gianni Agnelli con Boniperti aveva fatto un accordo: “ad ogni gol che segni puoi andarti a prendere una mucca nella mia fattoria”. Dopo parecchi gol il fattore gli fece sapere: “il biondino ci prende tutte le mucche gravide”. Giampiero fu il suo braccio destro come dirigente per tantissimi anni e l’amico con cui parlare di calcio fin quando ha potuto.</p><p rend="text">A Boniperti viene universalmente attribuita una frase che in realtà ha una paternità incerta ma che senza dubbio incarna perfettamente lo spirito bianconero e quello che ha ispirato la sua azione da calciatore e dirigente: «vincere non è importante ma è l’unica cosa che conta» (Pastonesi e Terruzzi 1992, 97)<hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi xml:id="footnote-033-backlink"><ref target="OP08873_xml.html#footnote-033">2</ref></hi></hi>. Il nuovo presidente affiancato dall’abile manager Italo Allodi costruì una squadra giovane, italiana, piena di talenti di sicuro avvenire quali: Bettega, Causio, Furino, Anastasi, Spinosi, Morini, ai quali si affiancarono campioni già navigati come Altafini e Haller. Era una Juventus che avrebbe visto grazie alla lunga scia dei suoi successi per tutti gli anni Settanta, aumentare esponenzialmente il numero dei propri tifosi, facendo ancora più breccia nel cuore dei supporter del Sud Italia (per cui si veda l’ultimo capitolo).</p><p rend="text">L’espansione del tifo juventino al Sud e il contributo determinante di atleti di quelle regioni ai colori bianconeri si collocava in un momento assai felice per il calcio meridionale. Tra gli anni Sessanta e gli anni Settanta un quinto delle squadre militanti in serie A e B era meridionale, diversi atleti del Sud entrarono stabilmente nel giro della nazionale e nella stagione 1969/70 lo scudetto fu vinto per la prima volta nella storia da una squadra del Sud, il Cagliari di Gigi Riva<hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi xml:id="footnote-032-backlink"><ref target="OP08873_xml.html#footnote-032">3</ref></hi></hi>. </p><p rend="h2">4.2 «Rivera, Rivera!»: il grande sospetto </p><p rend="text">Così rinnovata, la Juventus visse da protagonista la stagione 1971/72 dando vita ad una accesa lotta a quattro con Cagliari, Torino e Milan per la vittoria del titolo. La giornata decisiva fu la ventisettesima: i bianconeri sconfissero per 3 a 0 l’Inter grazie a una tripletta di Causio mentre il Cagliari veniva fermato 1 a 1 dal Varese e il Torino battuto dal Milan per 1 a 0. A quel punto però il campionato era già precipitato in una delle più accese e controverse polemiche della sua storia. Il 20 febbraio durante lo scontro diretto a Torino il Milan riuscì a fermare i bianconeri in quel momento davanti in classifica sull’1-1, impedendone così la fuga, ma allo stesso tempo lamentò un rigore giudicato netto per uno strattone di Morini su Bigon (<hi rend="CharOverride-1">Corriere della Sera </hi>1972e). Il direttore di gara Concetto Lo Bello presentatosi quella sera ai microfoni della <hi rend="CharOverride-1">Domenica Sportiva</hi>, davanti alle immagini commentate dal giornalista Bruno Pizzul, ammise candidamente l’errore (<hi rend="CharOverride-1">Corriere della Sera </hi>1972e). Un atto di onestà che il <hi rend="CharOverride-1">Corriere della Sera</hi> non gradì rispondendo con un articolo dal titolo eloquente: «se Lo Bello avesse visto il fallo da rigore su Bigon il campionato avrebbe una diversa fisionomia» (Palumbo 1972b). Veniva pubblicata anche una grossa foto sfocata: due ombre, una in bianconero e accanto una didascalia «il documento della moviola dimostrerebbe il rigore». Iniziava così ad aprirsi il lunghissimo e travagliato dibattito sulla moviola in campo, l’utilizzo della tecnologia per coadiuvare la terna arbitrale, l’uso delle immagini tv per fare giustizia di torti e decisioni controverse. In questo clima si arrivò alla sesta giornata di ritorno del campionato. Il Milan venne sconfitto all’ultimo minuto a Cagliari a causa di un rigore assai dubbio mentre il Torino fu fermato a Genova dalla Sampdoria per 2-2 ma recriminò per un tiro dell’attaccante Aldo Agroppi respinto dal difensore Marcello Lippi sulla linea: l’arbitro Barbaresco prima assegnò il gol poi annullò. Nel frattempo la Juventus vincente a Bologna per 2-1 potette aumentare il proprio vantaggio, allungando in classifica. I giornali presentarono la giornata come determinante per lo scudetto denunciando con forza i torti arbitrali incassati dalle due squadre, sottolineando la malafede delle giacchette nere e facendo aleggiare pesanti sospetti sulla regolarità del campionato. In realtà mancavano ancora ben nove giornate al termine del torneo, il vantaggio dei bianconeri non era incolmabile (tre punti sulle seconde Cagliari e Fiorentina, quattro sul Milan) e all’undicesima di ritorno a quattro giornate dalla fine la Juventus perse anche la testa della classifica a favore del Torino. Per vincere ufficialmente lo scudetto la ‘Vecchia Signora’ dovette attendere il 28 maggio, l’ultima giornata di campionato. Una sfida lunga e combattuta dunque. Ma le polemiche divamparono ugualmente tradendo ragioni assai più profonde dei singoli episodi arbitrali. A pesare era probabilmente il pesante clima di sospetto che si respirava nel paese, del quale abbiamo già parlato ma anche il ruolo iconico della Juventus che ormai si era consolidata come simbolo di potere e soprusi. Un ruolo che poteva andare anche al di là della vittoria: nel 1972 erano ben cinque anni che i bianconeri non conquistavano lo scudetto. I giornali di Milano condussero una dura campagna: il <hi rend="CharOverride-1">Corriere d’Informazione</hi> parlò di «mani degli arbitri sul campionato» e di «Milan e Torino borseggiati da Michelotti e Barbaresco» (<hi rend="CharOverride-1">Corriere d’Informazione </hi>1972a; Visioli 1972a), il <hi rend="CharOverride-1">Corriere della Sera</hi> sottolineò che «ingiustizia è fatta: gli arbitri stroncano il Milan e il Toro, avvelenate le partite delle due inseguitrici della Juventus» mentre <hi rend="CharOverride-1">Il Calcio Illustrato</hi> (1972) pubblicò una vignetta di Mariano Congiu seguita da una chiara didascalia che giocava con il nome dell’arbitro di Sampdoria-Torino: «povero Torino, cucinato in modo barbaresco». Anche i giornali di sinistra furono molto duri:<hi rend="CharOverride-1"> l’Unità</hi> (1972) chiese una radicale riforma del sistema arbitrale che in quel momento prevedeva ancora la figura dell’arbitro dilettante, facendo presente che il calcio era ormai una macchina da decine di miliardi di lire e che non poteva più ritrovarsi nelle mani di gente che figurava ufficialmente come dilettante mentre l’<hi rend="CharOverride-1">Avanti!</hi> (1972) parlò di «un’altra giornata sconcertante di questo torneo che non finisce più di stupire». Le polemiche vennero ulteriormente ampliate dalla clamorose dichiarazioni di Gianni Rivera, fuoriclasse del Milan e suo carismatico uomo simbolo. Subito dopo la partita chiamò in causa Campanati il disegnatore degli arbitri e fece espressamente riferimento a un preciso disegno teso a danneggiare i rossoneri e a favorire invece la Juventus:</p><p rend="quotation_a">Finché a capo degli arbitri ci sarà il signor Campanati, per noi del Milan le cose andranno sempre in questo modo. Saremo costantemente presi in giro. Credevo che ci avrebbero bidonato a Torino contro la Juventus. Invece quella volta ci presero in giro a metà con la sceneggiata di Lo Bello che va alla televisione e ammette chiaramente di aver sbagliato a nostro danno (Visioli 1972b). </p><p rend="text">Qualche ora dopo Rivera rincarò le accuse: «tutti lo sappiamo, si vede che sta scritto da qualche parte che il Milan non debba assolutamente raggiungere la Juventus» (Visioli 1972b). <hi rend="CharOverride-1">La Gazzetta dello Sport</hi> (1972) riportava altri affondi di Rivera: </p><p rend="quotation_a">è il terzo campionato che ci portano via gli arbitri. L’unica cosa che c’è in queste cose è che bisogna far perdere il Milan. A noi chissà perché occorrono otto o nove punti di vantaggio per vincere uno scudetto.</p><p rend="text">Erano dichiarazioni incendiarie destinate a dare la stura ad altre avvelenate polemiche. Gino Palumbo, il 13 marzo sul <hi rend="CharOverride-1">Corriere della Sera</hi> commentò: </p><p rend="quotation_a">centinaia di telefonate ieri sera in redazione, hanno espresso l’indignazione, lo sgomento, lo smarrimento degli sportivi italiani di fronte agli errori commessi dagli arbitri negli incontri più delicati della giornata. “Hanno ucciso il campionato”, dicevano i più calmi, “hanno voluto ucciderlo” dicevano i più esagitati. Da ieri sera il campionato è piombato in un clima di sospetto e di diffidenza. Sostenitori di ogni squadra sempre divisi da accese rivalità si sono uniti nel manifestare il proprio sdegno a difesa di uno spettacolo, del loro spettacolo: “è una delle poche cose pulite che ancora ci restano” ha detto con tono accorato una voce sconosciuta “salvatelo, aiutateci a salvarlo” quel che si è visto a Cagliari ha dell’inaudito (Palumbo 1972a). </p><p rend="text">Negli approfondimenti interni, sempre il <hi rend="CharOverride-1">Corriere della Sera</hi> (1972b) faceva ventilare pesantissimi dubbi sugli errori arbitrali che avevano simultaneamente colpito Milan e Toro definendoli «sconcertanti analogie».</p><p rend="text">Perplessità venivano espresse anche sulla vittoria della Juventus a Bologna sotto la pioggia: il campo sarebbe stato impraticabile per la troppa acqua e la partita da sospendere come avrebbe chiesto lo stesso bianconero Sandro Salvadore. Il 14 marzo, Nino Oppio cronista sportivo del <hi rend="CharOverride-1">Corriere della Sera</hi> e del <hi rend="CharOverride-1">Corriere d’Informazione</hi> si schierò con Rivera con un articolo pubblicato in prima pagina:</p><p rend="quotation_a">Uno dei campionati più belli ed equilibrati degli ultimi anni è stato rovinato, la gente non crede più a niente, si fanno colpe specifiche, le telefonate di protesta non si contano. Gli errori sono stati confermati ieri sera dalla moviola televisiva (Oppio 1972). </p><p rend="text">In piena bufera arbitrale iniziò il processo nei confronti di Rivera per le sue pesanti dichiarazioni. Presso la Commissione disciplinare il calciatore rossonero confermò in parte le accuse agli arbitri sostenendo che la sua squadra era stata danneggiata dall’incapacità dei direttori di gara e di chi li disegnava, ma stemperò quelle sulla loro malafede. La sentenza fu comunque durissima: squalifica fino al 30 giugno e campionato finito (Paloscia 1972). La polemica aveva segnato un punto di non ritorno nel clima di generale diffidenza e antipatia dei tifosi italiani verso le giacchette nere. Sembrava che l’opinione pubblica non si fidasse più dei direttori di gara e fu anche proposto di utilizzare un sofistico, per i tempi, calcolatore elettronico, situato fuori Milano per le designazioni arbitrali (<hi rend="CharOverride-1">Corriere d’Informazione</hi> 1972b). Il pc avrebbe tenuto conto di turni di riposo, qualifica dell’arbitro se internazionale o meno, località di residenza. Intanto Rivera era diventato simbolo di una resistenza popolare al malaffare e veniva fatto notare che «all’arbitro che sbaglia il pubblico grida: Rivera, Rivera! Il grido non intende essere un insulto: piuttosto un richiamo ad ascoltare la voce della coscienza» (Bugialli 1972). Il Milan lamentò ancora un torto arbitrale il 16 aprile quando pareggiò con il Verona per 1-1 per una presunta irregolarità nell’esecuzione di un rigore parato a Pierino Prati e così il Torino a cui era stato annullato un gol contro l’Atalanta – in una gara peraltro vinta (de Felice 1972a). Nonostante le polemiche quando la Juventus il 28 maggio sconfisse per 2-0 il Vicenza laureandosi per la quattordicesima volta campione d’Italia nessuno tra opinionisti, osservatori e protagonisti della serie A ebbe davvero qualcosa da eccepire (<hi rend="CharOverride-1">Corriere della Sera</hi> 1972c; <hi rend="CharOverride-1">La Gazzetta dello Sport </hi>1972b). Il <hi rend="CharOverride-1">Corriere della Sera</hi> che come visto fu in prima linea nel denunciare errori arbitrali e presunte ingiustizie inflitte alle avversarie dei bianconeri celebrò con entusiasmo l’ennesimo tricolore juventino. Il successo della Juventus dava un «nuovo impulso» al calcio italiano: «i neo-campioni hanno imposto un gioco più dinamico e stanno per offrire gli elementi necessari al rinnovamento della nazionale». Rocco fece i complimenti ai rivali riconoscendogli di aver vinto con merito, anche perché per quasi tutta la stagione privi dell’allora ventiduenne Roberto Bettega, talentuoso e promettente centravanti ammalatosi di tubercolosi. Giampiero Boniperti al suo primo scudetto da presidente dichiarò alla stampa di aver ottenuto il più bel successo di tutta la sua carriera da professionista e dedicò la vittoria ad Armando Picchi, campione dell’Inter di Herrera e l’anno prima giovane allenatore dei bianconeri ucciso a soli 36 anni da un tumore alla colonna vertebrale (<hi rend="CharOverride-1">Corriere dalla Sera</hi> 1972d). Antonio Ghirelli celebrò sul <hi rend="CharOverride-1">Corriere della Sera</hi> la vittoria bianconera con un lungo e appassionato editoriale. La Juventus era</p><p rend="quotation_a">un fenomeno che sa di mistero come tutti i fenomeni di massa, si può azzardare una duplice spiegazione per questa leggenda: la sua continuità nel tempo, la sua fedeltà a uno stile. Lo stile sosteneva Francesco De Sanctis, non è l’uomo, è la cosa, cioè il modo con cui l’idea si realizza. Nell’arte. Il modo con cui l’idea juventina si è realizzata nell’arte del campionato è la sua inalterabile eleganza che fu dapprima quella dei gentiluomini piemontesi di antico stampo che avevano fondato la società e quindi quella degli industriali di calibro mondiale che raccolsero la preziosa eredità e la esaltarono nel primo periodo del girone unico con quel quinquennio d’oro che vive dentro di noi vecchi come la formula di un rito magico […] eleganza e continuità. La società si fece sempre uno scrupolo anzi un puntiglio, di serbarsi fedele ad un modello di discrezione, di riserbo, di raffinatezza che diede adito perfino a qualche accusa di ipocrisia, diplomatica elusività; la squadra onorò sul campo la tradizione arricchendola di campionato in campionato con risultati egregi e periodicamente irresistibili (Ghirelli 1972). </p><p rend="text">Stile ed eleganza che la dirigenza bianconera che molto poco aveva commentato gli attacchi delle settimane precedenti, rivendicò nei giorni seguenti con una intervista di Gianni Agnelli. Il club per bocca dell’Avvocato, parlava con distacco delle polemiche arbitrali, rivendicava a dispetto delle dicerie un modello imprenditoriale sano che non prevedeva spese di mercato folli, insisteva nel restare competitivi puntando sui giovani talenti e distribuiva garbati buffetti al suo grande accusatore: «Rivera è un grandissimo giocatore ma parla un po’ troppo: in un vero sportivo il vittimismo non è mai molto elegante» (Agnelli 1972). </p><p rend="h2">4.3 «Quando c’è di mezzo la Juventus…»: da Lo Bello ad «Altafini core ‘ngrato»</p><p rend="text">Ma l’anno seguente la situazione si ripetette in modo quasi identico. La stagione 1972/73 fu un serrato testa a testa tra il Milan, la sorprendente Lazio allenata da Tommaso Maestrelli e trascinata dai gol del suo attaccante Giorgio Chinaglia e la Juventus guidata in panchina per il secondo anno consecutivo dal cecoslovacco <hi rend="CharOverride-1">Čestmír Vycpálek</hi> e che si era rinforzata con l’arrivo di giocatori come Dino Zoff e Josè Altafini, il vecchio campione italo-brasiliano, venduto dal Napoli perché considerato finito. L’8 aprile, a sei giornate dalla fine la Juventus sconfitta a Firenze scivolò al terzo posto, a cinque punti da uno scintillante Milan che a Genova aveva travolto per 4-1 la Sampdoria, trascinato da un grande Rivera. La squadra venne quindi portata in ritiro a Villar Perosa, dove secondo il <hi rend="CharOverride-1">Corriere della Sera</hi>, sventolava «bandiera bianca»: «la Juventus si è arresa […] ormai tutto lascia pensare che per la Juve sia impossibile difendere lo scudetto» (<hi rend="CharOverride-1">Corriere della Sera </hi>1973). Dello stesso avviso era Giorgio Tosatti, caporedattore del <hi rend="CharOverride-1">Corriere dello Sport</hi>: «la sconfitta di Firenze ha tolto definitivamente di mezzo la Juve per quanto riguarda lo scudetto» poiché tutti quei punti a sole sei giornate dalla fine «non si possono recuperare» (Tosatti 1973). Sulla scia del Milan restava ancora la Lazio e il 22 aprile all’Olimpico di Roma le due squadre si affrontarono in un attesissimo scontro diretto. Vinsero per 2-1 i biancocelesti ma al Milan fu annullato un gol regolare all’attaccante Luciano Chiarugi. I rossoneri per stessa ammissione dei loro dirigenti giocarono male, incassarono il primo gol a causa di un’autorete di Schnellinger, il secondo segnato da Chinaglia per un errore del portiere Pierangelo Belli, offrendo nel complesso «un gioco scarno e affannoso» (de Felice 1973a). Tuttavia i vertici societari, l’allenatore Rocco, alcuni giocatori simbolo come Rivera e Romeo Benetti si abbandonarono a pesanti accuse e recriminazioni, sia in campo che ai microfoni dei giornalisti (<hi rend="CharOverride-1">Corriere dello Sport </hi>1973, <hi rend="CharOverride-1">La Gazzetta dello Sport </hi>1973a). Al centro delle polemiche finì stavolta il più famoso dei fischietti italiani, Concetto Lo Bello direttore di gara della partita incriminata, seguito a ruota da tutta la categoria arbitrale giudicata da stampa e tifosi, corrotta e inetta. Ma il vero bersaglio attorno al quale si appuntavano le avvelenate critiche di quei giorni era il presunto disegno sostenuto dai poteri forti del calcio teso a favorire la Juventus in quel momento in affanno e che invece per precisi interessi qualcuno cercava ostinatamente di spingere verso la vittoria. Durante il match Lo Bello allontanò Rocco ed ammonì Rivera. Il presidente rossonero Buticchi chiamò in causa il designatore degli arbitri Giuseppe Ferrari Aggradi fratello dell’influente ministro democristiano delle Partecipazioni Statali Mario e rivelò gravi retroscena (de Felice 1973). Seguirono settimane di aspri e polemici scambi tra i dirigenti della società rossonera e quelli dell’associazione degli arbitri. La situazione precipitò ulteriormente quando Rivera venne punito con una squalifica di quattro giornate di campionato per essersi abbandonato al termine dell’incontro con la Lazio, ormai giunto negli spogliatoi, a una lunga serie di irriguardose frasi nei confronti del direttore di gara. Concetto Lo Bello, non era un arbitro come gli altri. Istrionico, plateale, provocatorio e carismatico, a colpi di fischietto «aveva rivoluzionato e reinventato un ruolo». Nato nel 1924 a Siracusa, aveva iniziato ad arbitrare nelle categorie minori alla fine degli anni Quaranta per giungere poi, in serie B nel ’51, in serie A nel ’54, per ottenere infine la promozione ad arbitro internazionale nel 1958. Fortunata anche la sua esperienza in politica: consigliere comunale con la Dc a Siracusa dal ’56 al ’70, nel ’72 venne eletto alla Camera dei Deputati, conservando il suo seggio per quattro legislature (dal 1972 al 1986). Nella sua lunghissima carriera (detiene tutt’ora il record di partite dirette in serie A, ben 329), aveva arbitrato due finali di coppa dei Campioni (1968 e 1970), una di Coppa Intercontinentale (1968), una di Coppa delle Coppe (1967) e una di Coppa delle Fiere (1966). Una carriera lastricata di roventi strascichi polemici: nel 1948, dopo Angri-Casertana 0-1 fu costretto a fuggire travestito da carabiniere. Nell’aprile del ’58 «parlò alla gente che aveva sfondato i cancelli e fece giocare la partita con 5000 persone sedute intorno al campo» (Grandini 1991)<hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi xml:id="footnote-031-backlink"><ref target="OP08873_xml.html#footnote-031">4</ref></hi></hi>. Nel 1974 venne girata una commedia, <hi rend="CharOverride-1">L’Arbitro</hi>, in cui l’attore Lando Buzzanca interpretava un direttore di gara Carmelo lo Cascio, chiaramente ispirato a Lo Bello. Nell’incriminata partita tra Lazio e Milan, a Rocco appena espulso e intento a rivolgergli pesanti accuse, rispose semplicemente con un plateale e signorile inchino. Lo scrittore Giovanni Arpino sulla <hi rend="CharOverride-1">Stampa</hi> ne fece gli elogi esaltando i suoi modi risoluti ma eleganti degni di: «un altissimo prelato» (Arpino 1973). Adesso, però, appariva il custode di un sistema vetusto e profondamente corrotto che necessitava di una profonda e radicale revisione. Contro Lo Bello partì una lunga e decisa campagna stampa. Il <hi rend="CharOverride-1">Corriere d’Informazione</hi> pubblicò una lettera polemica scritta da Nino Oppio dal titolo eloquente (“Onorevole perché odia Rivera?”), nella quale si accusava Lo Bello di arbitrare accecato dall’antipatia e dal risentimento, di muoversi a favore di una vera e propria «guerra personale» (Oppio 1973). Il <hi rend="CharOverride-1">Corriere della Sera</hi>, il 24 aprile, spiegò che il pubblico semplicemente «non vuole ombre sullo scudetto» e che «il grave errore arbitrale [….] può influire decisamente sulla lotta per il titolo ma non deve essere ritenuto intenzionale o doloso» (<hi rend="CharOverride-1">Corriere della Sera</hi> 1973b). Eppure il 27 aprile con un articolo del cronista Gianni De Felice, futuro condirettore della <hi rend="CharOverride-1">Gazzetta dello Sport</hi>, ne chiese a gran voce la fine della carriera e l’immediato allontanamento dai campi di gioco definendolo, tra le altre cose, «sire di Sircausa e duce del calcio italiano» (de Felice 1973b). </p><p rend="text">Anche il milanese <hi rend="CharOverride-1">La Notte</hi> (1973a) chiedeva «una pensione per l’onorevole» ma si spingeva anche oltre, fino a pretendere: «un’inchiesta federale per ripulire il calcio italiano» facendo notare che a norma di regolamento gli arbitri avrebbero dovuto evitare atteggiamenti autoritari come «discutere con i giocatori, correre, saltellare, […] assumere pose statuarie e sostare con le mani sui fianchi… sembra proprio il ritratto spiaccicato dell’on. Concetto Lo Bello. Non è vero?». </p><p rend="text">Venivano riportate anche notizie di numerose telefonate e telegrammi giunti in redazione come quella di Giuseppe Peverelli, 68 anni democristiano che lanciava una minaccia politica, quella di non votare più Dc (<hi rend="CharOverride-1">La Notte </hi>1973a). </p><p rend="text">Anche l’<hi rend="CharOverride-1">Avanti! </hi>sottolineava gli «atteggiamenti settari e duceschi» dell’arbitro, espressione anche di «un fatto di costume, di mentalità di malinteso senso dell’autorità» e forniva poi una lettura politica della vicenda: dietro gli atti di Lo Bello «c’è ormai manifesta premeditazione». </p><p rend="text">Lo Bello è descritto come un «arbitro-personaggio», ma</p><p rend="quotation_a">è soltanto la vernice del quadro: dietro ci sono molte miserie, molte ridicole posizioni, numerosi intrallazzi anche economici […] da quando è diventato deputato e agita il suo fischietto lucente capita anche che ci sia qualche eco più lontano; è il caso di Ferrari-Aggradi il fratello del ministro che tanto per essere sportivo anche lui è il designatore degli arbitri. Così Lo Bello che già si sentiva tanto autorevole prima dell’ingresso a Montecitorio adesso è diventato super come la benzina. E di fronte a questo monumento la relativa giustizia calcistica può benissimo essere manomessa; una squadra favorita (l’<hi rend="CharOverride-1">Avanti!</hi> 1973a)<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-030-backlink"><ref target="OP08873_xml.html#footnote-030">5</ref></hi></hi>. </p><p rend="text">Lo Bello riuscì a superare la bufera e l’anno seguente chiuse trionfalmente la sua carriera arbitrando a 50 anni appena compiuti la finale di Coppa Uefa tra Feyenoord e Tottenham. Ma era l’intera classe arbitrale ad essere sotto accusa. Nella stessa giornata di campionato al Marassi di Genova, al termine di Sampdoria-Cagliari scoppiarono gravissimi incidenti: infuriati per la mancata assegnazione di un rigore per la propria squadra, sconfitta 3-0, al fischio finale i tifosi doriani lanciarono in campo ogni sorta di oggetto mentre i dirigenti blucerchiati tentavano vanamente di calmare la folla. All’arbitro Cesare Gussoni non restò che asserragliarsi negli spogliatoi mentre alcuni tifosi cercarono di entrare forzando la porta usando un palo di una insegna pubblicitaria. La giacchetta nera riuscì a lasciare lo stadio di nascosto, chiuso nel furgoncino del custode dell’impianto solo tre ore dopo la fine della partita (Grandini 1973)<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-029-backlink"><ref target="OP08873_xml.html#footnote-029">6</ref></hi></hi>. Il <hi rend="CharOverride-1">Corriere della Sera </hi>commentando i disordini fece notare che si trattava di una rivolta popolare contro lo «squallore a pagamento» (Grandini 1973). Ma le polemiche più infuocate riguardavano ancora una volta la Juventus. Mentre il Milan veniva fermato dalla Lazio, i bianconeri erano tornati in lotta per lo scudetto battendo in una rocambolesca partita per 3-2 il Vicenza, con una rete segnata a quattro minuti dalla fine. Il club veneto aveva però lamentato un mancato rigore per un fallo subito dal suo centrocampista, Gian Paolo Galuppi. Il dirigente vicentino Razzetti fu subito durissimo ed esplicito: «fanno di tutto, come oggi, per derubarci. La Juve doveva essere rilanciata e così è stato» così come l’allenatore Hector Puricelli: «si è fatto un grosso furto, il più grosso della storia calcistica» (de Felice 1973a). Il Vicenza minacciò di ritirare la propria prima squadra dal campionato per protestare contro l’arbitraggio giudicato pro-Juventus limitandosi infine a un duro comunicato del consiglio direttivo (<hi rend="CharOverride-1">Corriere d’Informazione</hi> 1973b). L’epilogo del torneo sembrò la copia carbone di quello vinto dalla Juventus al fotofinish nel 1967. Il 20 maggio si disputò l’ultima giornata di campionato con il Milan in testa con 44 punti, seguito dalla Lazio e dalla Juventus a quota 43. Sembrava una formalità: i rossoneri erano impegnati a Verona contro una squadra di medio-bassa classifica, ormai salva e senza stimoli mentre Lazio e Juventus avrebbero dovuto espugnare campi storicamente più impegnativi giocando rispettivamente in trasferta contro Napoli e Roma. Invece la Juventus inizialmente sotto di un gol, riuscì a capovolgere la partita nel secondo tempo, prima con un gol di Altafini e a tre minuti dalla fine con un disperato tiro di Cuccureddu mentre il Milan crollava clamorosamente, venendo travolto per 5-3 dal Verona e la Lazio veniva superata per 1-0 dal Napoli (<hi rend="CharOverride-1">La Gazzetta dello Sport</hi> 1973c)<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-028-backlink"><ref target="OP08873_xml.html#footnote-028">7</ref></hi></hi>. A causa dell’adrenalinico susseguirsi di colpi di scena, per il blasone delle squadre coinvolte nella lotta scudetto e per l’epilogo beffardo a danno dei rossoneri che più volte avevano sollevato perplessità sulla regolarità del campionato, queste vicende ebbero larghissimo spazio sui quotidiani non solo sportivi (<hi rend="CharOverride-1">Corriere della Sera </hi>1973c)<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-027-backlink"><ref target="OP08873_xml.html#footnote-027">8</ref></hi></hi>. Ancora una volta ombre foschissime si allungavano sul successo bianconero e dubbi e sospetti sulla pienezza di quel successo venivano avanzati da esponenti del club rossonero, dalla stampa e da vari osservatori. Il <hi rend="CharOverride-1">Corriere d’Informazione</hi> spedì un inviato per raccontare le reazioni della carovana di tifosi del Milan che seguì la propria squadra con un apposito treno speciale diretto a Verona: </p><p rend="quotation_a">sul lunghissimo interminabile convoglio, anche il viaggio sembra non aver fine. Negli scompartimenti si formano gruppi, si discute, si recrimina. La rabbia si scarica contro obiettivi e personaggi precisi. Nell’occhio del ciclone è ovviamente l’onorevole Lo Bello: “non gli bastava averci annullato quel gol all’olimpico, doveva arbitrare proprio la partita con la Juve! Avete visto il Verona oggi? Mai stato così deciso, sembrava che fosse questione di vita o di morte, tanto i suoi giocatori si sono impegnati. E sapete perché? Perché erano stati pagati: non vi dice niente il fatto che Garonzi, il presidente, sia proprietario di una grossa filiale Fiat?” (Petrone 1973).</p><p rend="text">I tifosi recriminavano per l’eccessivo impegno del Verona, per il cedimento finale della Roma, sospettavano il pagamento di premi a vincere per incoraggiare gli avversari del Milan, adombravano un preciso e interessato intervento economico della Juventus finalizzato a forzare gli equilibri del campionato. Anche il Milan protestò, lamentando il mancato rinvio della partita con il Verona, dato l’impegno, solo tre giorni prima a Salonicco nella finale della Coppa delle Coppe. Il <hi rend="CharOverride-1">Corriere della Sera</hi> malignamente fece notare che gli arbitri che avevano fischiato a danno della Juventus erano stati puniti, mentre quelli che avevano fischiato a favore, premiati come Lo Bello che dopo aver penalizzato il Milan aveva ricevuto come premio la prestigiosa designazione per Roma-Juventus «ritenuta qui molto inopportuna»<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-026-backlink"><ref target="OP08873_xml.html#footnote-026">9</ref></hi></hi>. Molte pagine furono dedicate a Josè Altafini. Il campione del mondo 1958, già centravanti del Brasile di Pelè, del Milan di Rocco e poi come oriundo della nazionale italiana, era arrivato a Torino a parametro zero, considerato ormai a fine carriera e incapace di incidere. Aveva invece segnato reti pesanti, compresa quella del pareggio con la Roma all’ultima giornata di campionato e promosso così a emblema del perfido genio machiavellico della Juventus<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-025-backlink"><ref target="OP08873_xml.html#footnote-025">10</ref></hi></hi>. Due anni più tardi, nella stagione 1974-75, fu proprio Altafini a chiudere la lotta scudetto segnando la rete che permise alla Juventus di sconfiggere a Torino il Napoli, principale inseguitore, per 2-1 e di allungare in classifica di 4 punti a 5 giornate dalla fine del torneo. La rete dell’ex fu al centro di una divertente e scherzosa lettera aperta di Antonio Ghirelli sul <hi rend="CharOverride-1">Corriere della Sera</hi>: «egregio Josè lei è un picciotto di sgarro, lei ci ha vibrato una coltellata tra cuore e costato da cavarci il sangue, lei ci ha distrutto, detestabile Josè. Lei […] ha spento il Vesuvio, ha sommerso Posillipo, ha subissato Capri» (Ghirelli 1975a). Sempre sul <hi rend="CharOverride-1">Corriere della Sera</hi> Gianni de Felice spiegava che </p><p rend="quotation_a">l’epilogo della più attesa e vibrante sfida della stagione ha un vago sapore di nemesi, saremo quasi per dire di vendetta. Tre anni fa il Napoli si era stupidamente disfatto del grande campione brasiliano, giudicandolo ormai troppo anziano per le nuove ambizioni della squadra, sicuramente finito. Gli aveva addirittura concesso la lista gratuita per buonuscita come appunto si usa con quei giocatori che calcisticamente non hanno più cielo da vendere e terra da camminare. Fingendosi offeso per il benservito il furbo Josè si era venduto alla Juventus per cinquanta milioni e quello è stato il più bell’affare che Allodi abbia concluso all’epoca della sua gestione bianconera (de Felice 1975a). </p><p rend="text">Intanto a Napoli i muri della città si riempivano di scritte eloquenti: «Altafini core ‘ngrato» (de Felice 1975b). Nella stessa giornata in cui la Juventus ipotecava il suo sedicesimo scudetto, la Lazio veniva travolta a Roma per 5-1 dal Torino. I giocatori biancocelesti vennero salutati dai propri tifosi a fine gara da un fitto e prolungato lancio di oggetti verso il terreno di gioco (de Felice 1975b). La violenza iniziava a dilagare negli stadi. </p><p rend="text">Il 9 febbraio del 1975 la Juventus vinse un tesissimo match contro il Milan per 2-1 grazie a un rigore contestato procurato e realizzato dall’attaccante bianconero Oscar Damiani. La partita fu preceduta da una lunga serie di incidenti: quasi 10.000 persone senza biglietto presero d’assalto lo stadio cercando di entrare, i cancelli furono sfondati e la polizia rispose con delle dure cariche. Durante l’incontro un commando di teppisti lanciò razzi e petardi verso il campo colpendo il centravanti bianconero Pietro Anastasi che fu costretto ad uscire in barella (<hi rend="CharOverride-1">Corriere della Sera </hi>1975). L’anno seguente un episodio analogo si registrò nel derby di Torino: i tifosi juventini colpirono con un petardo il portiere del Torino Luciano Castellini che soccorso immediatamente dai sanitari fu costretto ad abbandonare il campo (<hi rend="CharOverride-1">Stampa Sera </hi>1975). Il fenomeno della violenza negli stadi italiani trovò il suo episodio più grave il 28 ottobre del 1979: durante il derby Lazio-Roma, un tifoso biancoceleste che sedeva nella curva nord, Vincenzo Paparelli, di anni 33, fu centrato al viso da un razzo antigrandine lanciato dall’altra parte dello stadio. Morì quasi subito accanto alla moglie impotente (<hi rend="CharOverride-1">Il Messaggero </hi>1979). Era un fenomeno complesso che ancora oggi non presenta una facile chiave di lettura. La</p><p rend="quotation_a">violenza, che allora apparve a molti come una risorsa da spendere a fini politici, tracimò dai cortei e dalle occupazioni universitarie alle curve calcistiche, in una crescita parossistica che vide coincidere gli anni di piombo del terrorismo e delle stragi con una vertiginosa impennata dei comportamenti violenti delle tifoserie (Agosti e De Luna 2019, 191).</p><p rend="text">A una analisi attenta:</p><p rend="quotation_a">il rituale degli estremisti del pallone assomigliava sempre più a un atteggiamento sistematicamente aggressivo, allo scontro pregiudiziale con il nemico. Per non dire dei nuclei “duri” che tendevano agguati e imboscate in luoghi e in momenti sempre più distanti dall’appuntamento domenicale e spesso si abbandonavano a gravi atti di vandalismo per le strade (Papa e Panico 1993, 308; citato anche in Agosti e De Luna 1993, 193). </p><p rend="text">A caldo, dopo gli scontri di San Siro, Antonio Ghirelli offrì un’articolata e assai cupa analisi del fenomeno, indissolubilmente legato alla degenerazione etica e morale del paese: </p><p rend="quotation_a">la classe politica deve meditare sulle proporzioni e sulla virulenza del fenomeno, come su un sintomo non marginale di quella disgregazione sociale che va spiegata anzitutto come conseguenza di uno sviluppo distorto della nostra comunità, delle sue patenti ingiustizie, delle sue irrazionali contraddizioni. C’è un legame sotterraneo, ma più profondo e logico di quanto si possa sospettare tra gli episodi di vandalismo registrati ieri a San Siro e le infinite prove di inefficienza, di debolezza e di corruzione che la nostra vita pubblica offre ogni giorno dalle stragi senza processo agli scandali senza castigo (Ghirelli 1975b).</p><p rend="text">L’attaccante juventino Pietro Anastasi attribuì la causa delle violenze alla difficile situazione economica nella quale si ritrovava il paese: «c’è molta gente in cassa integrazione. Troppa anzi» (Perricone 1975)<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-024-backlink"><ref target="OP08873_xml.html#footnote-024">11</ref></hi></hi>. Gianni Agnelli forniva una interpretazione analoga: «indubbiamente in Italia c’è una situazione piena di inquietudine. Di malessere. Inoltre non si deve dimenticare che negli stadi si radunano 70-80.000 persone. C’è sempre chi ne approfitta. La partita indubbiamente è un’occasione» e invitava a smorzare i toni polemici:</p><p rend="text">«perché anche i tifosi ritrovino la serenità indispensabile per entrare negli stadi meno esasperati è necessario che siano distesi, che la temperatura si abbassi. Speriamo che ciò si verifichi presto» (Perricone 1975). In effetti accuse e recriminazioni nei confronti della Juventus continuavano a montare. Dopo quel Milan-Juventus segnato dall’incidente nel quale era incappato Anastasi, l’allenatore rossonero Gustavo Giagnoni recriminando per il rigore assegnato a Damiani parlò di un vero e proprio «furto» sottolineando come sistematicamente la Juventus venisse favorita a sfavore del Milan (<hi rend="CharOverride-1">Corriere d’Informazione</hi> 1975). Il mediano della Sampdoria Gianfranco Bedin affermò che: «Rivera ha ragione: c’è la mafia nel calcio» mentre nel febbraio del 1978 i giocatori della Juventus arrivati a Napoli per raggiungere il ritiro della nazionale, furono accolti da urla ostili e minacce e riuscirono a raggiungere l’albergo solo sotto la scorta delle forze dell’ordine (<hi rend="CharOverride-1">Corriere della Sera </hi>1978a)<hi rend="CharOverride-1">.</hi> Qualche giorno dopo questo episodio si giocò un altro Milan-Juventus turbolento: l’incontro finì 0-0 ma i rossoneri lamentarono la mancata concessione di un rigore e il comportamento violento dei bianconeri accusati di aver sistematicamente picchiato Rivera. Il direttore sportivo del Milan non ebbe dubbi: «si sta tentando di far finire il campionato un mese prima» (<hi rend="CharOverride-1">Corriere della Sera </hi>1978b)<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-023-backlink"><ref target="OP08873_xml.html#footnote-023">12</ref></hi></hi>. Il <hi rend="CharOverride-1">Corriere della Sera</hi> sarcastico, osservò che: «quando c’è di mezzo la Juventus non è la prima volta che dirigenti e giocatori della squadra avversaria si lamentano. È quasi una consuetudine […] qualche motivo ci sarà pure» (<hi rend="CharOverride-1">Corriere della Sera </hi>1978b). Lungo tutti gli anni Settanta dominati calcisticamente dalla Juventus, sembrava esserci una costante. La squadra bianconera che costituiva l’ossatura della nazionale che ben avrebbe figurato nei mondiali argentini del 1978 e conquistato quelli spagnoli del 1982, sembrava agli occhi, di una parte importante della stampa e della tifoseria italiana una sorta di Spectre in grado di controllare le designazioni arbitrali, ottenere arbitraggi favorevoli e decisivi, manipolare i propri avversari con premi e promesse, drogare il mercato con il proprio potere economico garantendosi i migliori giocatori sulla piazza, assicurarsi una sorta di impunità sul campo e fuori consentendosi qualsiasi genere di scorrettezza e irregolarità. La drammatica sequenza di tragici e oscuri eventi che avevano sconvolto la vita degli italiani in quegli anni sembravano trovare una precisa proiezione calcistica nei successi dei bianconeri dietro i quali, sempre o quasi, sembravano celarsi sotterfugi loschi e immorali. Se nella vita di tutti i giorni molti eventi drammatici restavano misteriosi e inspiegabili nel mondo del pallone gran parte delle bassezze e delle irregolarità sembravano avere un nome solo, quello della Juventus.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="CharOverride-4"><ref target="OP08873_xml.html#footnote-034-backlink">1</ref></hi>	Per una riflessione critica sugli anni Settanta: De Luna 2009. </p><p rend="layout_notes"><hi rend="CharOverride-4"><ref target="OP08873_xml.html#footnote-033-backlink">2</ref></hi>	Boniperti ha poi ripetuto la frase durante la commovente cerimonia d’inaugurazione del nuovo stadio della società l’8 settembre del 2011 in compagnia di Alessandro Del Piero, davanti a una copia della storica panchina dove i ragazzi del Liceo “D’Azeglio” fondarono la società nel 1897: Perrone 2011. </p><p rend="layout_notes"><hi rend="CharOverride-4"><ref target="OP08873_xml.html#footnote-032-backlink">3</ref></hi>	Spiegano Papa e Panico (1993, 303): <hi >«la</hi> felice stagione dei club meridionali fu dovuta in larga parte alle strategie delle dirigenze locali, tradizionalmente legate al potere politico e amministrativo, che investirono nel pallone cospicui capitali nella convinzione di poter giocare, grazie al favore popolare, buone carte sul tavolo della politica delle opere pubbliche. I costruttori edili ebbero non piccola parte nel provvisorio miracolo meridionale del pallone».</p><p rend="layout_notes"><hi rend="CharOverride-4"><ref target="OP08873_xml.html#footnote-031-backlink">4</ref></hi>	Per un ritratto completo di Lo Bello: Foot 2007,<hi rend="CharOverride-5"> </hi>87-8; Sappino 2000, 653-54.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="CharOverride-4"><ref target="OP08873_xml.html#footnote-030-backlink">5</ref></hi>	Sempre l’<hi rend="CharOverride-1">Avanti!</hi> (1973b) aveva dedicato alla vicenda un approfondimento il 24 aprile. Dell’episodio si parlò a lungo: Giulio Cesare Turrini (1973) su <hi rend="CharOverride-1">Stadio</hi> ad esempio notava che: <hi >«Lo</hi> Bello a nostro avviso, non <hi >è</hi> riuscito stavolta a mascherare il suo tipico atteggiamento: se aveva delle ragioni per mostrare il viso dell’arme al Milan, c’<hi >è</hi> riuscito». Altre analisi affollarono nei giorni successivi i maggiori quotidiani del paese: <hi rend="CharOverride-1">La Gazzetta dello Sport</hi> 1973b; <hi rend="CharOverride-1">La Notte</hi> 1973b; <hi rend="CharOverride-1">Il Giorno</hi> 1973. Al gol di Chiarugi è stato dedicato anche un assai documentato libro: Taccone 2018. </p><p rend="layout_notes"><hi rend="CharOverride-4"><ref target="OP08873_xml.html#footnote-029-backlink">6</ref></hi>	Gravi disordini anche in serie C a Lucca, dove la Spal vinse la partita clou del girone B con un rigore contestatissimo che provocò disordini tra il pubblico.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="CharOverride-4"><ref target="OP08873_xml.html#footnote-028-backlink">7</ref></hi>	Si sottolineava come: <hi >«ha</hi> vinto la Juventus e senza un’ombra di dubbio sulla sua classifica: <hi >è</hi> una squadra completa con un nutrito parco di giocatori che si può permettere il lusso di lasciare in panchina e negli spogliatoi».</p><p rend="layout_notes"><hi rend="CharOverride-4"><ref target="OP08873_xml.html#footnote-027-backlink">8</ref></hi>	Il <hi rend="CharOverride-1">Corriere della Sera </hi>(1973c) riportava che i tifosi bianconeri <hi >«hanno</hi> esultato in massa in piazza Duomo insieme ai tifosi dell’Inter; i venditori ambulanti hanno esaurito i vessilli e gli emblemi bianconeri».</p><p rend="layout_notes"><hi rend="CharOverride-4"><ref target="OP08873_xml.html#footnote-026-backlink">9</ref></hi>	Gianni de Felice (1973c), sul<hi rend="CharOverride-1"> Corriere della Sera</hi>, osservava polemicamente che <hi >«nella</hi> repubblica del calcio non tutti i tesserati sono eguali. Monti non avrebbe visto un pugno di Morini mentre Toselli sarebbe reo di aver fischiato un rigore contro la Juventus e di aver espulso Causio. Il primo <hi >è</hi> stato sospeso due mesi, il secondo messo a riposo e tolto dal giro delle grandi partite. Lo Bello invece, non ha pagato la svista in Lazio-Milan e premiato con la designazione in Roma-Juventus». Alle polemiche la risposta della Juventus fu sobria: il centravanti Pietro Anastasi non aveva dubbi: <hi >«il</hi> Milan polemizza? Lasciamolo fare. Così il primato noi lo gustiamo di più» (Magni 1973).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="CharOverride-4"><ref target="OP08873_xml.html#footnote-025-backlink">10</ref></hi>	<hi rend="CharOverride-1">Il Corriere d’Informazione</hi> celebrava Altafini, che aveva segnato all’occasione la sua duecentesima rete in serie A, con una intervista a Meazza, Piola e Nordahl, i tre attaccanti che lo precedevano nella classifica dei più prolifici marcatori di sempre nella massima categoria (Petrone 1973).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="CharOverride-4"><ref target="OP08873_xml.html#footnote-024-backlink">11</ref></hi>	«Gli anni Settanta furono caratterizzati da una crescita economica lenta: l’incremento annuo della produzione, che si era mantenuto nel 1969 al 5,9% e nel 1970 al 5,1%, nel 1972 crollò al 1,4% […] diminuirono gli investimenti, i consumi privati e cadde la produzione industriale […] tra il 1974 e il 1980 l’Italia si caratterizzò per il più alto livello di inflazione tra i paesi europei (oltre il 20%) e per i tassi elevati di disoccupazione e di disavanzo pubblico» (Vecchio e Trionfini 2014, 207-8).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="CharOverride-4"><ref target="OP08873_xml.html#footnote-023-backlink">12</ref></hi>	Il <hi rend="CharOverride-1">Corriere d’Informazione </hi>(1978) parlò di scandalo: <hi >«</hi>hanno giocato tutti per la Juventus, in modo scandaloso l’arbitro Bergamo. La Juventus è una squadra omicidi<hi >»</hi>.</p><p rend="editorial_metadata_author">Onofrio Bellifemine, Cardinal Stefan Wyszynski University in Warsaw, Poland, <ref target="mailto:o.bellifemine%40uksw.edu.pl?subject=">o.bellifemine@uksw.edu.pl</ref>, <ref target="https://orcid.org/0000-0002-4958-687X">0000-0002-4958-687X</ref></p><p rend="editorial_metadata_polices">Referee List (DOI 1<ref target="https://doi.org/10.36253/fup_referee_list">0.36253/fup_referee_list</ref>)</p><p rend="editorial_metadata_polices">FUP Best Practice in Scholarly Publishing (DOI <ref target="https://doi.org/10.36253/fup_best_practice">10.36253/fup_best_practice</ref>)</p><p rend="editorial_metadata_book">Onofrio Bellifemine, <hi rend="CharOverride-2">‘Maledetta Signora’. Storia dell’antijuventinismo (1897-2023)</hi>, © 2023 Author(s),<lb/><ref target="http://creativecommons.org/licenses/by/4.0/legalcode">CC BY 4.0</ref>, published by Firenze University Press, ISBN 979-12-215-0165-0 (PDF), <ref target="https://doi.org/10.36253/979-12-215-0165-0">DOI 10.36253/979-12-215-0165-0</ref></p><p rend="h1_part">Parte terza</p><p rend="h1_part_title">Chiacchiere e veleni. Il calcio parlato (1980-2023)</p><p rend="h1_section">Capitolo 5 </p><p rend="h1_chapter">Gli anni Ottanta</p><p rend="h2">5.1 «Un distillato di veleni»: il <hi rend="CharOverride-2">Processo del lunedì</hi></p><p rend="text">Il 27 aprile del 1981 su Rai Tre (allora chiamata Terza Rete) come ogni lunedì notte, il giornalista molisano Aldo Biscardi aprì la trasmissione calcistica il<hi rend="CharOverride-1"> Processo del lunedì</hi>, da lui stesso ideata e lanciata pochi mesi prima, con un consueto monologo. Il taglio era fortemente polemico. Mancavano quattro giornate alla fine di un campionato ancora incertissimo e già incendiato da svariate e velenosissime polemiche e scosso da non infrequenti atti di violenza sugli spalti e Biscardi parlò di trame oscure, vicende poco chiare che influenzavano lo svolgimento del torneo, avanzò dubbi sulla inaspettata sconfitta del Napoli a Perugia e sull’improvvisa impennata in classifica della Juventus. I toni erano da inquisizione e denunciando tutto attorno un clima ostile teso a silenziare la trasmissione, rivendicava il diritto di fare luce sulle ombre e i fantasmi che si allungavano sul nostro calcio: </p><p rend="quotation_a">non è un’impresa facile, credetemi, allestire un processo calcistico dietro l’altro con questo finale di campionato che ci ritroviamo e il crescente successo della nostra trasmissione. Si corre il pericolo di apparire almeno ad una critica superficiale non obbiettivi come si deve essere usando un mezzo importante come questo della televisione. Quando soprattutto cerchiamo di affrontare argomenti determinanti ed indagare su vicende oscure. Si potrebbe dare il pretesto a qualche spirito malizioso di accusarci di mirare a scopi, obbiettivi poco chiari quando raccogliamo nel nostro studio centrale di Roma determinati ospiti e giornalisti, invece che altri. Anche questa sera la nostra coscienza si sente a posto proponendo come tema diversi interrogativi. Perché il Napoli tra i primi della classe è caduto ieri davanti al suo immenso, fragoroso, entusiasta pubblico contro l’ultimo della classe, contro il Perugia? È caduto per errori tecnici? Per pura sfortuna? O anche per una sorta di maledizione storica che lo vede sempre soccombere, cedere al momento decisivo? E perché la Juventus ha preso il volo approfittando anche del mezzo passo falso della Roma ad Ascoli? Perché la Juventus è effettivamente la squadra più forte del campionato? Perché è abituata al clima delle esaltanti e aspre lotte per lo scudetto? O anche perché ha dalla sua l’inesauribile forza della tradizione? (Verocalcio History 2020).</p><p rend="text">Sette giorni prima, durante la puntata del 20 Aprile, sempre Biscardi parlava di un grave «clima di sospetti, intrighi, discussioni, polemiche che sta improntando questo finale di stagione» (Verocalcio History 2020). </p><p rend="text">Al momento del lancio del <hi rend="CharOverride-1">Processo</hi>, nel settembre del 1980, Aldo Biscardi aveva 50 anni e alle spalle una già lunga, importante carriera nella carta stampata prima come collaboratore del <hi rend="CharOverride-1">Mattino</hi> e poi come caporedattore della redazione sportiva di <hi rend="CharOverride-1">Paese Sera</hi> dove aveva colto l’eredità di Antonio Ghirelli (Bocca 2017).</p><p rend="text">Nel 1979 l’entrata in Rai che nel frattempo aveva appena lanciato la Terza Rete e l’incarico di organizzare uno spazio sportivo, affidatogli dal direttore Giuseppe Rossini. Nasceva quindi il <hi rend="CharOverride-1">Processo </hi>che si configurò sin da subito come una «evoluzione populista della <hi rend="CharOverride-1">Domenica Sportiva</hi>» (Bocca 2017). </p><p rend="text">La trasmissione andava in onda nell’allora terza serata, alle 22.45, sulla terza Rete, ogni lunedì dagli studi Rai di Roma di via Teulada 28. Il programma veniva aperto dal suo ideatore, Biscardi, che faceva il punto sulla situazione del campionato e poi guidava la serata dalla cabina di regia mentre in studio conduceva lo storico radiocronista Enrico Ameri con la collaborazione di Novella Calligaris. Organizzato inizialmente come un’accusa e una difesa, il programma prevedeva il collegamento con una serie di studi televisivi dalle principali città italiane (Torino, Milano, Napoli) e la presenza di giornalisti carismatici, comunicativi e dotati di un notevole acume polemico come Gianni Brera, Gian Maria Gazzaniga, Oliviero Beha, Marino Bartoletti, Lino Cascioli. Le discussioni man mano passarono gli anni divennero sempre più aspre, chiassose, interrotte da interventi veementi che alludevano direttamente all’esistenza di un sistema di potere che indirizzava il risultato delle partite. La Juventus finì spesso sul banco degli imputati rappresentando agli occhi del <hi rend="CharOverride-1">Processo</hi> il dominio del ricco Nord industriale, sostenuto dal potere politico dei palazzi calcistici, contro uno sport invece più genuino e paesano simboleggiato dalla Roma del presidente Dino Viola e dal sorprendente Napoli dell’imprenditore Corrado Ferlaino. Sempre quel 27 aprile, ad esempio, Lino Cascioli sostenne che il dominio calcistico bianconero veniva favorito da ragioni di natura strutturale. Città come Napoli e Roma tormentate da una moltitudine di gravi problematiche di natura sociale, scaricavano sul calcio le proprie frustrazioni, costituendo così, per le proprie compagini cittadine, un fardello troppo grande per correre libere e spensierate in campo. La Juventus invece poteva concentrarsi solo su questioni calcistiche: </p><p rend="quotation_a">Il Napoli e la Roma hanno molte più difficoltà della Juventus per vincere uno scudetto perché questo è un fatto puramente calcistico, se noi lo vogliamo gravare del fatto esistenziale di una città come Napoli, di una città come Roma, diventa tutto più difficile. A Torino non si stanno chiedendo se lo scudetto della Juve possa risolvere i problemi della Fiat (Verocalcio History 2020).</p><p rend="text">La trasmissione facendo da grancassa polemica sui privilegi e il potere della Juventus ebbe un immediato, clamoroso successo e cambiò il modo di vedere il calcio. Quello di Biscardi</p><p rend="quotation_a">ebbe un immediato successo perché coglieva i temi e le modalità della più tipica <hi rend="CharOverride-1">chiacchiera</hi> calcistica, dei tradizionali discorsi del lunedì, del vocio del popolo del calcio […] L’elenco degli italiani era lunghissimo e non si limitava ai giornalisti, ai giocatori, agli allenatori, ai dirigenti federali, ai dirigenti delle società. Pochi furono gli uomini dello spettacolo, della cultura e della politica che si sottrassero alla lusinga di parlare di calcio e di manifestare la propria fede sportiva. Ne nasceva un dibattito a volte proficuo, a volte inconcludente, spesso banale, di quella benvenuta banalità che costituisce il sale della chiacchiera calcistica e il miracolo della comunicazione sportiva (Papa e Panico 1993, 365). </p><p rend="text">Accanto al calcio parlato, diventava sempre più importante anche l’utilizzo della moviola che avrà un ruolo di primo piano nel plasmare l’immaginario collettivo degli sportivi italiani<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-022-backlink"><ref target="OP08873_xml.html#footnote-022">1</ref></hi></hi>. La sua storia era iniziata durante la puntata numero 589 della Domenica Sportiva del 28 febbraio 1965, per verificare che la rete di Gianni Rivera, segnata in quel Milan-Messina (2-0) fosse regolare. Il conduttore di quella trasmissione, Enzo Tortora, la presentò con grande entusiasmo: </p><p rend="quotation_a">è piuttosto importante perché quando succederà qualche questione spinosa potremo eventualmente ripassarcela qui tra amici con calma e decidere, se del caso. Molto bene, niente sfugge, non è più calcio minuto per minuto, ma secondo per secondo direi! (Frisoli 2015). </p><p rend="text">All’inizio il suo utilizzo era relegato solo a casi straordinari, poi a partire dal 1969/70 ebbe uno spazio tutto suo: per ogni giornata di campionato la <hi rend="CharOverride-1">Domenica Sportiva</hi> prese ad esaminare gli episodi dubbi. Negli anni Ottanta con il boom dei talk show sportivi divenne uno dei protagonisti assoluti della domenica calcistica degli italiani. L’auspicio di Tortora si mostrò col tempo una ingenua illusione: la moviola si trasformò ben presto in un avvelenato moltiplicatore polemico. In primo luogo la ripetizione continua e ossessiva delle stesse immagini rallentate, genera la certezza nella mente del tifoso che quel singolo episodio sia stato assolutamente decisivo al fine del risultato di quella partita, se non addirittura del campionato. In secondo sembrava porsi come strumento di verità per far luce su una situazione che invece altri avevano voluto oscurare. Dimenticando che il calcio è uno sport che per la sua stessa dinamica di gioco è disseminato di episodi arbitrali opinabili e quasi mai insindacabili, si finiva col delegittimare l’operato arbitrale e col seminare dubbi e sospetti sulla regolarità delle gare giocate. </p><p rend="text">Chiacchiere e moviola cambiarono il calcio. E l’antijuventinismo. Il <hi rend="CharOverride-1">Processo</hi> infatti</p><p rend="quotation_a">sarà il catalizzatore di un fenomeno che porterà il calcio, in tutti i suoi aspetti (compresi quelli al di fuori della partita vera e propria) a diventare un gigantesco genere mediatico; a seguito di ciò, si produrrà anche una mutazione genetica del giornalismo sportivo che, uscendo dall’alveo della carta stampata, perderà le sue connotazioni a cavallo tra epica popolare e letteratura minore, unendo umori, passioni ed antipatie in veri e propri blocchi d’opinione influenti e capaci di orientare azioni ed opinioni sempre, beninteso, nell’ambito calcistico. Grazie alla fortunata coincidenza temporale fra l’avvento di questo programma che, essendo realizzato a Roma, attinge largamente dal giornalismo sportivo della capitale, con l’ascesa della Roma fra i club di vertice del campionato, la stampa sportiva romana uscirà dal (vasto) ghetto capitolino, assurgendo in breve tempo ad un vero e proprio contropotere mediatico, auto investito di una sorta di missione redentrice di torti (più presunti che reali) perpetrati dalle squadre più potenti ed, in particolare, dall’odiata Juventus (<hi rend="CharOverride-1">Il Pallone Racconta </hi>2012).</p><p rend="text">I filoni polemici dell’antijuventinismo (il potere economico, il potere politico, i favori arbitrali, la doppia morale della società e dei calciatori, complotti e oscure manovre finalizzate a nasconderne le meschine ambizioni) non cambiavano ma guadagnavano una nuova, assai più penetrante forza mediatica. Stava per iniziare una nuova epoca per il mondo del pallone all’insegna del prevalere del mezzo televisivo nel racconto dei fatti calcistici e di una permanente polemica sugli episodi arbitrali dominata dalla moviola. </p><p rend="text">Era esploso il calcio parlato: </p><p rend="quotation_a">il Processo consacrò in uno spazio istituzionale le polemiche e le discussioni da bar, trasferendole in una fittizia aula di tribunale in cui le diverse parti accusavano, arringavano, difendevano e finivano immancabilmente per litigare fomentate e manovrate dall’enfasi verbale dell’inappellabile giudice Biscardi, scuola Sandro Curzi (Grasso 2017).</p><p rend="text">Gli episodi più controversi della giornata calcistica venivano la domenica visti e rivisti alla moviola dalla <hi rend="CharOverride-1">Domenica Sportiva</hi> (che in realtà raramente riusciva a fugare definitivamente dubbi e sospetti) e diventavano poi oggetto di una lunga e incandescente polemica il giorno dopo, sulla terza rete durante il<hi rend="CharOverride-1"> Processo</hi> trasmettendo l’impressione in un paese già scosso da scandali e tragedie, che in realtà più che piedi e talento dei calciatori fossero misteriose trame a decidere i destini del campionato. A marzo, alla vigilia di un Juventus-Inter, <hi rend="CharOverride-1">l’Unità</hi>, rilevava perplessa che il</p><p rend="quotation_a">‘processo’ del lunedì sulla Terza Rete per alcuni è diventato un processo alla ‘vecchia signora’. Che mai in questa stagione era apparsa tanto giovane e così, invece di discutere della partita, ci si chiede con quale stato d’animo scenderà in campo l’arbitro designato per questa sfida che vede a confronto le due più famose squadre italiane (Paci 1981).</p><p rend="text">A fine campionato, l’USSI (Unione Stampa Sportiva Italiana) si disse preoccupata di come la trasmissione stesse trasformando il giornalismo sportivo italiano e soprattutto la figura stessa del giornalista che da professionista della carta stampata si stava evolvendo in una chiassosa e polemica star televisiva (<hi rend="CharOverride-1">La Stampa </hi>1981). In quei giorni <hi rend="CharOverride-1">La Stampa</hi> di Torino protestò formalmente, denunciando quella che giudicava una pericolosa deriva innescata da Biscardi e che stava portando ad una «squallida bagarre» segnata da «toni astiosi, rabbia, parolacce» e rivendicando la decisione della redazione di disertare la controversa teletribuna (<hi rend="CharOverride-1">La Stampa </hi>1981). In particolare i timori erano rivolti sulle conseguenze che un tale carico polemico potesse avere sui tifosi più esagitati. Ma, nonostante ciò, i successi del <hi rend="CharOverride-1">Processo</hi> non si fermarono e nella stagione 1985-86, la trasmissione adesso condotta direttamente da Biscardi, arrivò a centrare i sei milioni di spettatori e a superare ampiamente i risultati della Prima Rete. Il 13 novembre del 1985, ad esempio, la rete ammiraglia, che stava trasmettendo un’intervista esclusiva al Presidente del Consiglio Bettino Craxi, venne quasi doppiata dal <hi rend="CharOverride-1">Processo </hi>(<hi rend="CharOverride-1">la Repubblica</hi> 1985). La trasmissione faceva seguito alla decima giornata di campionato, segnata dalla vittoria della Juventus in casa per 3-1 contro la Roma ma soprattutto da una lunga e allarmante scia di violenze negli stadi di Torino e Milano (Bianchini 1985). Nella città piemontese si consumarono gli episodi più gravi: alcuni ultras giallorossi saccheggiarono bar e negozi vari nei pressi della stazione ferroviaria, ferendo alla testa un ragazzo di quindici anni, mentre il presidente della Roma, il senatore Dc Dino Viola, intento a lasciare la tribuna d’onore dello stadio, fu aggredito senza gravi conseguenze da un gruppo di hooligans bianconeri (<hi rend="CharOverride-1">Stampa Sera</hi> 1985a). Quella notte al <hi rend="CharOverride-1">Processo</hi> accadde un po’ di tutto. La puntata si aprì come sempre con un atto d’accusa che partendo dall’episodio dell’aggressione a Viola suonò molto polemico nei confronti della Juventus: «sotto accusa il teppismo dentro e fuori gli stadi e quegli addetti ai lavori che poco fanno per sconfiggerlo». L’allusione era ai vertici bianconeri accusati di non aver condannato pubblicamente il grave episodio. Franco Evangelisti, senatore democristiano molto vicino a Giulio Andreotti ed ex presidente della Roma fu esplicito e parlò di un tipo di violenza perpetrato dalla Juventus: «sono qui per Boniperti ed Agnelli. Da parte loro non c’è stata una battuta per quanto accaduto. È una vigliaccheria, una cafonaggine e anche questo è un tipo di teppismo» (Vergnano 1985). In realtà Gianni Agnelli si era scusato già in mattinata con una lunga telefonata a Viola ma Biscardi ne dette notizia solo a puntata praticamente conclusa quando il clima era già ampiamente degenerato (Vergnano 1985, <hi rend="CharOverride-1">Stampa Sera </hi>1985b). Il presidente dell’Ascoli Agostino Rozzi legò le violenze ai gravi torti arbitrali subiti dalle piccole squadre a favore delle grandi e mentre in studio urla e schiamazzi si susseguivano, il giornalista della <hi rend="CharOverride-1">Stampa</hi> Gian Paolo Ormezzano in collegamento da Torino abbandonò furioso lo studio proferendo una delle prime parolacce nella storia della tv italiana: «sono cinquanta minuti che ascoltiamo minchiate da tutta Italia senza poter intervenire. Anche questa è violenza!» (Ormezzano 1985). La trasmissione finì per qualche giorno nell’occhio del ciclone e aprì un articolato dibattito su compiti e doveri del servizio pubblico, sull’etica del giornalismo televisivo, sull’opportunità di conferire così tanto spazio alla moviola, sulla logica di inseguire grandi ascolti innescando polemiche scomposte che negli stadi si sarebbero potute tramutare in tragedia. <hi rend="CharOverride-1">La Stampa</hi> fu durissima. Gianni Romeo, responsabile dei servizi sportivi per il giornale di Torino, parlò di «un distillato di veleni», di «una belva ringhiosa» finalizzata a fare ascolti a tutti i costi e di un Biscardi avido e sempre più spregiudicato, che aveva messo nel mirino la Juventus (che da oltre un anno si rifiutava di partecipare alla trasmissione) dipingendola come la culla del male per ottenere il plauso dell’Italia antijuventina che adesso gravitava sempre di più attorno a Roma (Romeo 1985). Ormezzano chiese scusa per i toni utilizzati in diretta ma allo stesso tempo rincarò la dose: il<hi rend="CharOverride-1"> Processo</hi> era diretto responsabile delle violenze che tormentavano il mondo del calcio, alimentando tensioni strumentali e irresponsabili e si configurava come «una trasmissione ideale per scatenare gli animi, sollevare le polemiche, creare le rivalità» (Ormezzano 1985). Ironico ma impietoso ed ugualmente duro fu il giudizio del critico letterario e televisivo Beniamino Placido dalle colonne della <hi rend="CharOverride-1">Repubblica</hi>: </p><p rend="quotation_a">in questa popolare trasmissione accade un fenomeno di ‘inversione’ che dovrebbe interessare molto gli allievi e i seguaci del Dottor Freud. Il quale sosteneva – come è ben noto – che laddove c’è l’‘Es’ dovrebbe arrivare – e regnare – l’‘Io’. Che laddove ribollono gli istinti dovrebbe arrivare – e governare – la razionalità. Al Processo del lunedì accade esattamente l’opposto. Questa trasmissione ha un ‘Io’ debole e compiacente, anche se all’apparenza imponente, nella persona del suo conduttore Aldo Biscardi, che invece di tenere a freno l’‘Es’ lo eccita. Che scatena gli istinti peggiori dei suoi ospiti. Il Processo del lunedì è in termini psicanalitici una regressione collettiva (Placido 1985).</p><p rend="text">Il critico e saggista Folco Portinari sull’<hi rend="CharOverride-1">Unità</hi>, descrisse con amarezza come la trasmissione di Biscardi fosse un tragico specchio dei tempi: giornali e tv inseguivano solo tirature e telespettatori, senza curare etica e qualità del servizio offerto. Ma soprattutto rimproverava al <hi rend="CharOverride-1">Processo</hi> di aver semplificato un problema complesso, quello della violenza negli stadi: </p><p rend="quotation_a">la vera violenza sta nel portafoglio delle persone così e tanto perbene sedute in tribuna, specie d’onore; che il sistema socio economico sul quale si fonda questa civiltà capitalistica è sostanzialmente violento (le logiche di mercato, la concorrenza, l’acquisizione dei mercati, i mezzi di persuasione…); che un sistema che incrementa la disoccupazione invece della produzione è violenza; che la classificazione per classi (ci sono ancora, eccome, caro Biscardi) è violenza… (Portinari 1985).</p><p rend="text">Non solo giornalisti e intellettuali: anche calciatori e allenatori sembrarono spaventati dalla deriva polemica della tv italiana. Manlio Scopigno, allenatore del Cagliari campione d’Italia nel 1970 chiese la chiusura del <hi rend="CharOverride-1">Processo</hi>,<hi rend="CharOverride-1"> </hi>l’allora presidente della Lazio Giorgio Chinaglia e l’allenatore Giancarlo De Sisti lo stop alla moviola e Dino Zoff, Cesare Maldini e Silvio Piola, campione del mondo del 1938 con la squadra di Pozzo, di abbassare i toni ed evitare polemiche. Solo Gianni Rivera solidarizzò con il <hi rend="CharOverride-1">Processo</hi> e accusò la carta stampata di essere ormai senza ideali (<hi rend="CharOverride-1">La Stampa</hi> 1985). Biscardi non si scompose. Festeggiò il quasi 50% di share della sua trasmissione e lasciò un’intervista alla <hi rend="CharOverride-1">Stampa</hi> in cui si difendeva dichiarando il programma «neutrale e democratico» (Viglino 1985). Il <hi rend="CharOverride-1">Processo </hi>superò la tempesta mediatica, continuò a macinare furiose polemiche e stratosferici ascolti negli anni a seguire e nel 1993 Telepiù, la prima pay tv italiana, strappò Biscardi alla Rai offrendogli un contratto miliardario e affidandogli il lancio della sua sezione sportiva (<hi rend="CharOverride-1">Corriere della Sera </hi>1993a). Il giornalista molisano continuerà nei vent’anni seguenti a saltellare da una tv privata all’altra e a mantenere intatto il suo format portandosi dietro il suo numeroso e appassionato pubblico. Urla e moviole erano ormai entrati nel cuore degli italiani. Ed era partito tutto con gli anni Ottanta. </p><p rend="h2">5.2 «Udienza a Palazzo»: la sfida scudetto con la Roma</p><p rend="text">Il <hi rend="CharOverride-1">Processo </hi>irrompeva nel calcio italiano trasformando per sempre il suo modo di essere percepito e raccontato, mentre l’Italia si tuffava in un decennio che l’avrebbe profondamente cambiata. Sin da subito all’orizzonte si profilò la crisi delle ideologie e dell’impegno politico e di contro l’imporsi del superfluo, dell’effimero, del superficiale. Una improvvisa voglia di chiassosa, colorata e leggera spensieratezza sembrava riempire la vita degli italiani che già dalla fine degli anni Settanta avevano preso ad affollare le discoteche, a scrivere ai quotidiani lettere sui propri problemi di cuore e a ridimensionare l’impegno pubblico a beneficio del disimpegno privato. Il matrimonio del principe Carlo di Galles erede alla corona inglese, con Lady Diana dei Visconti Spencer nel febbraio del 1981, si trasformò in un evento mediatico che appassionò il Bel Paese con le principali riviste di cronaca popolare come <hi rend="CharOverride-1">Oggi</hi> e <hi rend="CharOverride-1">Gente</hi> che seguirono le nozze nei dettagli venendo premiate da tirature record (Anselmi 2016, 269-71). Nel frattempo alcuni mesi prima, l’estate e l’autunno del 1980 sembravano fotografare la crisi della sinistra «nei suoi architravi culturali e sociali» (Crainz 2016, 216) prima con le grandi manifestazioni operaie dell’agosto del 1980 che sconvolsero la Polonia e culminarono con l’occupazione dei cantieri navali di Danzica e la nascita del sindacato indipendente Solidarność, guidato dall’elettricista Lech Wałęsa e poi a ottobre con la marcia a Torino dei 40.000 quadri e impiegati della Fiat che chiedevano di tornare a lavoro dopo settimane di scioperi e mobilitazioni sindacali mossi contro l’azienda che aveva deciso di licenziare 14.000 operai. Scrive Walter Tobagi nel maggio del 1980, poco prima di essere assassinato da un commando di terroristi di estrema sinistra, che a Genova all’università, corso di sociologia, gli studenti abbandonavano gli scritti di Marx preferendogli quelli di Weber e Durkheim (Crainz 2016, 217). Un anno più tardi, maggio 1981, gli italiani furono chiamati al voto per decidere se abrogare o meno la legge 194 approvata dal Parlamento nel 1978 e che disciplinava e autorizzava l’interruzione volontaria della gravidanza. La schiacciante vittoria del no (68% dei voti) che si consumò in un clima di grande tensione in seguito al grave attentato subito da Giovanni Paolo II in Piazza San Pietro «confermò la drammatica perdita di controllo da parte della Chiesa sugli orientamenti morali e civili degli italiani» (Vecchio e Trionfini 2014, 299-301). In quel maggio, il referendum divise le prime pagine dei principali quotidiani italiani con l’elezione in Francia di François Mitterrand a presidente della Repubblica e con l’emozionante e tesissimo testa a testa tra Juventus e Roma per l’assegnazione dello scudetto. Si trattò di una sfida seguita con una passione e un interesse da parte dell’opinione pubblica italiana, probabilmente senza precedenti e che conteneva al proprio interno una serie di elementi di primo interesse, come vedremo meglio a breve. Il calcio ormai consacrato definitivamente a sport di massa e rito collettivo, stava per vivere un decennio di straordinaria espansione e anche una evoluzione di natura «industriale» che avrebbe portato nel mondo del pallone sponsor, televisioni, nuovi interessi economici: </p><p rend="quotation_a">il perseguimento del successo a ogni costo, l’individualismo sfrenato, l’esaltazione dell’effimero, la gioia di vivere giorno per giorno le opportunità di uno sviluppo ritenuto illimitato se sciolto dai lacci e dalle regole che lo imbrigliavano, l’appannamento dei valori ‘forti’ in nome dei quali si era giocata la sfida tra i due blocchi internazionali: questi furono i tratti salienti degli anni Ottanta. Il calcio, fenomeno capace come pochi altri di intraprendere lo spirito dei tempi, non faticò ad introiettarli e ne fu profondamente cambiato. Tutto lievitò: la sua visibilità e popolarità, gli incassi, gli stipendi dei giocatori, il giro d’affari complessivo (Agosti e De Luna 2019, 198-99).</p><p rend="text">Il calcio «stava diventando uno dei simboli dell’Italia aggressiva e vincente di quegli anni» (Papa e Panico 1993, 363) mentre il suo successo sembrò inarrestabile: nel 1980 la serie A riaprì le proprie porte ai calciatori stranieri attirando negli anni successivi i migliori talenti del pianeta e riempiendo ulteriormente gli stadi che registrarono presenze record. Si gonfiava così anche il giro d’affari: nel 1981 comparvero per la prima volta sulle magliette dei calciatori gli sponsor e le televisioni investirono a piene mani nel mondo del pallone. I diritti televisivi che nel 1970 valevano per tutta la serie A 45 milioni di lire, nel 1983-84 arrivarono a 7 miliardi di lire e nel 1986-87 schizzarono a 42,5 miliardi. Il calcio che fino a quel momento era stato un monopolio Rai, iniziò a fare gola anche a imprenditori privati: nel 1981 il Mundialito, un torneo che si disputò in Uruguay tra le nazionali che avevano vinto almeno una volta il mondiale, fu trasmesso in collaborazione con la Rai, da una neonata tv privata, Canale 5, fondata da un imprenditore milanese ancora poco conosciuto, Silvio Berlusconi (Dietschy 2010, 378-86). Ovviamente aumentarono enormemente anche il costo del cartellino e gli ingaggi dei calciatori: nel 1984 il Napoli comprò Diego Armando Maradona, al termine di una lunga e clamorosa trattativa col Barcellona per la cifra record di 13 miliardi e mezzo di lire mentre nel 1982 la Juventus era riuscita ad assicurarsi l’asso francese Michelle Platini per soli 250 milioni di lire ma garantendogli un ingaggio di quasi 1 miliardo di lire l’anno<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-021-backlink"><ref target="OP08873_xml.html#footnote-021">2</ref></hi></hi>. Si impennavano dunque incassi degli stadi, ascolti tv, ingaggi e costi dei calciatori. E le polemiche. </p><p rend="text">Nel marzo del 1981, il <hi rend="CharOverride-1">Corriere della Sera</hi> cercava di dare una spiegazione all’ondata di sdegno popolare che aveva colpito il calcio italiano, già provato nella propria credibilità dallo scandalo scommesse<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-020-backlink"><ref target="OP08873_xml.html#footnote-020">3</ref></hi></hi>.<hi rend="CharOverride-5"> </hi>Le polemiche sui torti arbitrali, che secondo molti avevano colpito alcune squadre e favorito la Juventus, venivano collegate dal quotidiano milanese al clima generale di tensione che si respirava nel paese: </p><p rend="quotation_a">sono momenti di malcontento e di tensioni generali: basta guardarsi intorno, parlare, domandare, leggere i giornali dalla prima all’ultima pagina. È probabile che talune inquietudini di fondo contribuiscano anche all’esasperazione di un fenomeno culturale di secondo o di terz’ordine ma di primissimo sul piano popolare, qual è il calcio (Grandini 1981a).</p><p rend="text">Si cercava così, anche di spiegare le tantissime lettere di protesta arrivate in redazione e che mettevano sotto accusa il sistema calcio, ancora una volta deciso per interessi e pressioni di vario tipo ad agevolare il cammino della Juventus ma anche il silenzio complice dei media. Il signor Alfonso de Biasio da Roma riferendosi ad un episodio da moviola che aveva coinvolto la Juventus e l’arbitro Terpin, chiedeva che </p><p rend="quotation_a">il Corriere chiarisse che quando la Juventus gioca per lo scudetto, riceve spesso aiuti arbitrali, come è accaduto domenica in un momento determinante della stagione. Terpin non si è voluto mettere contro la mezza Italia juventina ma ha dimenticato che l’altra mezza Italia non è juventina ed è stanca di certe sudditanze psicologiche (Grandini 1981b).</p><p rend="text">I tifosi non bianconeri sembravano rassegnati: la ‘Vecchia Signora’ avrebbe ricevuto sempre e comunque concreti aiuti dai palazzi delle istituzioni calcistiche, grazie al suo enorme potere politico ed economico. Accuse rilanciate sistematicamente anche dagli addetti ai lavori. Nel maggio del 1981, ad esempio, l’ex presidente del Vicenza Giuseppe Farina davanti agli sconti decisi dalla corte federale nei confronti dei calciatori coinvolti nello scandalo scommesse, faceva osservare polemicamente che la Juventus era in grado di «fare e disfare le carte federali» e che presto avrebbe ottenuto il rientro in campo di un suo calciatore, Paolo Rossi (Grandini 1981c).</p><p rend="text">Che gli italiani fossero rassegnati a vivere in una società corrotta e manipolata da oscuri e sotterranei poteri, lo sosteneva anche il prefetto di Torino, in una relazione redatta nell’estate del 1982: </p><p rend="quotation_a">per quanto riguarda la questione morale il continuo verificarsi di episodi (da ultimo il caso Calvi) che incidono sui cardini fondamentali dello Stato e sulla credibilità dell’intero sistema politico ed economico, provoca una sorta di scetticismo sempre più accentuato da parte dell’opinione pubblica, ormai propensa a considerare ineluttabile il susseguirsi di fatti di tal genere (Archivio Centrale dello Stato 1982).</p><p rend="text">A innescare le ennesime polemiche sui favori arbitrali dei bianconeri e il loro privilegiato rapporto con il potere fu la partita di campionato del 22 marzo 1981 con il Perugia. I bianconeri riuscirono a vincere per 2-1 nei minuti finali con un rigore del regista irlandese Liam Brady e un gol in mischia di Marocchino. Gli umbri gridarono subito al furto recriminando irregolarità in entrambe le reti subite<hi rend="CharOverride-1">.</hi> Il <hi rend="CharOverride-1">Corriere della Sera</hi> parlò di scippo e di una Juventus che con quel successo e il contemporaneo pareggio della Roma a Catanzaro si ritrovava al primo posto in classifica, spinta in vetta dagli arbitri (<hi rend="CharOverride-1">Corriere della Sera</hi> 1981). Durissimo fu il commento della società perugina che faceva riferimento all’esistenza di un sistema di potere occulto, gravitante attorno alla Juventus che manipolava scientificamente i risultati delle partite. L’attaccante Gianni De Rosa parlò di una «belva» che si era scatenata dopo la sua rete, alludendo a una macchina manipolatrice manifestatasi nella terna arbitrale che era prontamente intervenuta per sistemare il risultato, mentre il presidente Franco D’Attona, ironicamente chiese scusa al «palazzo» per aver messo a repentaglio il successo della Juventus (Garioni 1981). Ma il commento più duro fu quello di Giampiero Molinari. L’allenatore del Perugia era una presenza anomala nella scena del calcio italiano: avvocato civilista specializzato in diritto di famiglia e infortunistica, appassionato di calcio e allenatore in seconda dei Grifoni, si era ritrovato alla guida della squadra dopo l’esonero di Renzo Ulivieri. Le accuse di Molinari ricordavano quelle dei lettori delusi del <hi rend="CharOverride-1">Corriere della Sera</hi> e quella sensazione di generale sfiducia nelle istituzioni e nel loro senso di giustizia, registrata dal prefetto di Torino. Non c’era giustizia, non poteva esserci, incalzava l’allenatore perugino, se tutto veniva prestabilito a tavolino (Forcignanò 1981). Molinari rassegnò le dimissioni, poi respinte dalla società, mentre alcuni calciatori del Perugia accusarono Bettega di avergli chiesto esplicitamente di far segnare la Juventus, vista la loro cattiva classifica che gli avrebbe comunque condannati alla retrocessione. Una vicenda questa che come vedremo più avanti avrà ulteriori strascichi polemici. In quella stessa giornata si manifestarono altri gravi episodi: l’Inter vinse a Pistoia con un rigore molto discusso e i tifosi locali assediarono il presidente nerazzurro Ivanoe Fraizzoli costringendolo a una precipitosa fuga dallo stadio. L’allenatore del Pistoia Edmondo Fabbri, invitò i tifosi a farsi giustizia da soli visto che le istituzioni calcistiche non la garantivano mentre nelle stesse ore a Buddusò, un paesino della Sardegna, dopo l’incontro tra la locale squadra e l’Aurora di Ozieri il pubblico picchiò l’arbitro, il signor Paolo Fresu (Rotondo 1981). Il <hi rend="CharOverride-1">Corriere della Sera</hi> parlò di «calcio in tempesta» e «chiese un drastico intervento della federazione» (Petrone 1981). Quel campionato che in quel momento era entrato nel vivo, in realtà non era iniziato meglio: il 26 ottobre del 1980, durante la sesta giornata si registrarono incidenti e scontri in molti stadi italiani (<hi rend="CharOverride-1">Corriere d’Informazione</hi> 1980)<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-019-backlink"><ref target="OP08873_xml.html#footnote-019">4</ref></hi></hi>. A Genova all’uscita dallo stadio di Marassi al termine della partita Sampdoria-Milan, un giovane venne accoltellato mentre a Brescia il pullman della Fiorentina fu salutato dai tifosi locali da una fitta sassaiola e a Torino dopo un infuocato derby vinto dai granata 2-1 e accese proteste in campo, i supporter bianconeri inveirono in modo scomposto contro il direttore di gara Agnolin. Intanto il campionato viveva una imprevedibile altalena di emozioni. Il Napoli allenato da Rino Marchesi e la Roma guidata da Nils Liedholm, trascinate dai propri assi stranieri (rispettivamente il libero olandese Ruud Krol e il fantasista brasiliano Roberto Falcao) disputarono una stagione esaltante tenendo testa fino all’ultimo alla Juventus di Giovanni Trapattoni. I bianconeri sembrarono in più momenti della stagione fuori dalla lotta scudetto ma riuscirono sempre a riemergere e a cinque giornate dalla fine la vetta della classifica si assestò con tutte e tre le protagoniste del campionato ferme a 35 punti. Il racconto giornalistico e televisivo di quella stagione seguì due binari: da una parte si sottolineava la presenza per la contesa al titolo di ben due squadre del centro-sud che rappresentavano la provincia del pallone o comunque ambienti non abituati a frequentare i vertici della classifica in modo vincente. In particolare emergeva il racconto di città innamorate delle proprie squadre, che attendevano con un tifo giocoso e spensierato un successo che non era mai arrivato nel corso della propria storia (il caso del Napoli) o che era molto lontano nel tempo (il caso della Roma). Quest’ultimo veniva visto anche come una forma di riscatto collettivo da parte di grandi comunità attraversate da problemi complessi (in particolare per il Napoli si sottolineava la portata emotiva di uno scudetto per una terra travagliata da tante e assai spinose questioni di natura sociale ed economica) e che vivevano quindi queste vicende calcistiche con enorme attesa e trepidazione. Un calcio con meno mezzi, meno soldi, meno strutture, lontano dai giochi di potere dei palazzi, più vicino ai sentimenti genuini dei tifosi italiani. Sogno e speranza diventarono infatti i termini più utilizzati da quotidiani e trasmissioni televisive per descrivere le ambizioni scudetto di napoletani e romanisti. Il compito di respingere questo colorato e gioioso assalto della provincia toccava alla Juventus che invece rappresentava l’establishment del pallone, il potere calcistico gelido e austero, calcolatore e manipolatore che con occulta ma onnipotente forza continuava a esercitare un dominio che sembrava inarrestabile. Come visto le polemiche sul sistema Juve erano state tambureggianti per tutta la stagione e si erano fatte ancora più forti dopo la partita di Perugia. Questa aveva dimostrato agli occhi dei tifosi italiani, non solo l’esistenza dei soliti favori arbitrali a vantaggio dei bianconeri ma anche per via della vicenda Bettega, la doppia morale della ‘Vecchia Signora’ che dietro una apparenza decoubertiana celava invece un’anima cinica che si spingeva fino a chiedere agli avversari ormai retrocessi di perdere di proposito. Il 26 aprile, durante la ventiseiesima giornata proprio il Perugia sconfisse il Napoli per 1-0, mentre la Roma veniva fermata ad Ascoli per 0-0. La Juventus si ritrovò così, sola in testa alla classifica con un punto più dei giallorossi. Apparve chiaro che lo scudetto si sarebbe deciso alla terzultima giornata di campionato, nello scontro diretto tra le due squadre previsto allo Stadio Comunale di Torino il 10 maggio. Mentre il<hi rend="CharOverride-1"> Processo del lunedì</hi> malignava sull’eccessivo impegno del Perugia<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-018-backlink"><ref target="OP08873_xml.html#footnote-018">5</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-4"> </hi>ormai retrocesso e che aveva eliminato dalla corsa per il titolo i partenopei, l’attenzione mediatica per la sfida scudetto arrivava ad un livello inedito nella storia calcistica del nostro paese, riempiendo le prime pagine dei maggiori quotidiani italiani e monopolizzando l’attenzione delle trasmissioni sportive. Chiaramente il tam-tam mediatico senza precedenti con il seguente codazzo di polemiche e speculazioni, rientrava anche nel processo di spettacolarizzazione che il nostro calcio stava vivendo e di cui abbiamo parlato. Da più parti però, si faceva chiaramente allusione al fatto che la Juventus grazie al suo peso economico e politico sarebbe riuscita a far suo l’agognato titolo. Il giorno prima del match, il noto giornalista Andrea Barbato nella sua rubrica sulla <hi rend="CharOverride-1">Stampa</hi>,<hi rend="CharOverride-1"> Nomi e Cognomi</hi> da tifoso giallorosso, cercava di spiegare la grande attesa della città eterna per la partita che avrebbe potuto consegnargle lo scudetto, tratteggiando anche dei campi di valore sempre lungo le linee dello scontro tra provincia e palazzo. Essere tifoso della Roma voleva dire richiamarsi ad «una scuola d’umiltà, un’abitudine alla sofferenza e alla modestia, alle retrocessioni e alle sconfitte» e tutto il torneo sembrava avere un chiaro valore metaforico:</p><p rend="quotation_a">Il risultato di questo campionato, il fatto di batterci alla pari con voi, lo vediamo come un riscatto, una ritrovata serietà. Non è colpa mia se una partita di calcio si carica anche di significati non sportivi. So bene che Roma è una città odiata, perché da essa sembra partire tutto il male nazionale, gli scandali, la corruzione, il malcostume, il divismo politico, l’inefficienza. Città improduttiva, levantina, ministeriale, indebitata, e chi più ne ha più ne metta. Sottogoverno e Caltagirone, clericalismo e borgate. Tutti gli argomenti razionali, a dimostrazione del fatto che ciò non è colpa di Roma né dello scirocco, non rimuovono il pregiudizio, affettuoso od ostile che sia. Di questa animosità antiromana, i romani sono consapevoli, ma ne soffrono solo moderatamente. Talvolta se ne fanno complici, talvolta reagiscono con distaccato orgoglio. Ma nel pazzo mondo del calcio, li davvero hanno sempre patito l’inferiorità: si sentono Sud, provincia, davanti ai grandi club della pedalata vincente. Ed è per questo che stavolta, cosi in alto, si soffre un po’ di vertigini […] Perdonateci se chiediamo sfacciatamente udienza, noi popolani del football alla corte reale del pallone. Forza Roma (Barbato 1981).</p><p rend="text">Anche la politica prese posizione: il sindaco di Roma, il comunista Luigi Petroselli, annunciò la sua presenza al Comunale e si abbandonò ad una appassionata dichiarazione di amore e di tifo per la squadra cittadina mentre il suo collega di partito e tifoso granata Diego Novelli, sindaco di Torino, dichiarò che per questa volta e per amore della sua città anche lui avrebbe tifato la squadra dei padroni (Petrone 1981b). I biglietti andarono esauriti diversi giorni prima dell’incontro per un incasso record di mezzo miliardo di lire mentre la prefettura di Torino stanziò più di 2000 uomini delle forze dell’ordine per fronteggiare il massiccio arrivo di tifosi giallorossi giunti da Roma con cinque aerei, cento autobus, due treni speciali e migliaia d’auto (<hi rend="CharOverride-1">Stampa Sera </hi>1981a). Le ore prima della partita furono incendiate dalla decisione del giudice sportivo di squalificare Bettega per oltre un mese per i fatti di Perugia, ponendo così fine anticipatamente al suo campionato (<hi rend="CharOverride-1">Corriere della Sera </hi>1981). La Juventus si trovò dunque a disputare la parte decisiva della stagione senza uno dei suoi elementi più importanti. La vicenda scatenò l’ira dei tifosi bianconeri che il giorno prima del match inscenarono un’accesa protesta davanti ai cancelli del Combi, il campo d’allenamento della squadra torinese, cercando di bloccare i camion della Rai ritenuta ostile e vicina ai giallorossi, un ulteriore segno del peso che ormai veniva dato alla comunicazione sportiva televisiva. Nei tafferugli furono feriti due fotografi e un giornalista del <hi rend="CharOverride-1">Giornale</hi> (<hi rend="CharOverride-1">Corriere d’Informazione</hi> 1981). Il <hi rend="CharOverride-1">Corriere della Sera</hi> condannò l’episodio con un commento durissimo, affidato a Carlo Grandini (1981d): </p><p rend="quotation_a">non è facile fare digerire la giustizia in un paese che suo malgrado si è abituato all’ingiustizia: anche perché coloro i quali dovrebbero fare giustizia, sovente, per non dire più spesso, fanno o tentano di fare ingiustizia. È il degrado di un costume, quindi di un principio di civiltà, che investe la nostra intera società e quindi rimbalza con fragore contro il tamburo di grancassa dello sport e del calcio in particolare […] lo scandalo lievitato intorno alla sua condanna e alla vigilia della sua condanna è roba da terzo mondo, è la tomba conclamata della giustizia.</p><p rend="text">Sempre dalle colonne del <hi rend="CharOverride-1">Corriere della Sera</hi>, il giornalista Nino Petrone, percependo un clima di tensione sopra i livelli di guardia, si lanciò in un «appello al buon senso» (Petrone 1981c). L’attesa sembrava infinita: <hi rend="CharOverride-1">La Stampa</hi> andò in edicola con pagine speciali dedicate all’evento, interviste a tifosi illustri come Gianni Agnelli, Giulio Andreotti e Gian Carlo Pajetta, grafici, analisi tattiche, commenti e individuando la chiave di volta della partita nella sfida in mezzo al campo tra Gaetano Scirea e Paolo Falcao (<hi rend="CharOverride-1">La Stampa </hi>1981b). Il brasiliano ebbe l’onore anche di finire in prima pagina sul <hi rend="CharOverride-1">Messaggero </hi>con una grande foto che lo mostrava impegnato in un elegante controllo di testa e una didascalia molto lusinghiera che spiegava: «Falcao, il cervello della Roma». Accanto a questa foto ce n’erano altre due: quelle di Giscard d’Estaing e Francois Mitterand. Il quotidiano romano divideva la prima pagina tra le presidenziali francesi che si svolgevano quel giorno e la sfida scudetto e si diceva preoccupato per il grave clima di intimidazione che si sarebbe respirato a Torino (<hi rend="CharOverride-1">Il Messaggero</hi> 1981a). Poi, finalmente le ore 16 del 10 maggio arrivarono e si scese in campo.</p><p rend="h2">5.3 «Razza padrona»: il gol di Turone</p><p rend="text">Finì 0-0 con otto ammoniti e un espulso, il capitano della Juventus Giuseppe Furino. Le partite di campionato non venivano ancora trasmesse in diretta televisiva e gli italiani dovettero aspettare nel tardo pomeriggio la trasmissione <hi rend="CharOverride-1">Novantesimo Minuto</hi>, per vedere le prime immagini della sfida. Il programma condotto da Paolo Valenti andò in onda con un’edizione straordinaria dedicata all’evento, con cronaca della partita e collegamenti da Torino dove il giornalista Gino Rancati intervistò l’ex bianconero Ernesto Castano e il direttore di <hi rend="CharOverride-1">Tuttosport</hi> Pier Cesare Baretti mentre dallo studio di Roma disse la sua l’ex romanista Pedro Manfredini. Erano tutti d’accordo: partita brutta, molto nervosa, terminata giustamente con un pareggio e che manteneva tutti gli scenari aperti vista anche la vittoria all’ultimo minuto del Napoli a Como, vittoria che ne aveva rilanciato le ambizioni scudetto. Del gol segnato dal difensore romanista Maurizio Turone e annullato per fuorigioco all’80° ne parlò per pochi secondi solo Valenti e tutti elogiarono l’arbitraggio di Paolo Bergamo, capace di gestire in modo così abile la tensione in campo. Il giorno seguente i maggiori quotidiani italiani si assestarono su questa linea interpretativa, criticando il cattivo spettacolo visto in campo ed elogiando la direzione di Bergamo. <hi rend="CharOverride-1">La Stampa</hi> parlò di</p><p rend="quotation_a">una rissa tra polli di quelle che Alessandro Manzoni descrive così bene. La tv l’ha confermato: prese per i capelli, colpi di testa più sulla fronte altrui che sul pallone, falciate alle caviglie (i colpi si sentivano dalla tribuna giornalisti, credevamo di vederci arrivare addosso pezzi di caviglia, frantumi di perone ed affini) gomitate, proditorie ginocchiate alle reni (<hi rend="CharOverride-1">Stampa Sera </hi>1981b). </p><p rend="text">Mentre <hi rend="CharOverride-1">La Gazzetta dello Sport</hi> (1981) di un <hi rend="CharOverride-5">«</hi>vero e proprio rodeo che per almeno un’ora ha visto coinvolti in azioni brutali quasi tutti i protagonisti», <hi rend="CharOverride-1">Paese Sera</hi> di <hi rend="CharOverride-5">«</hi>pura follia agonistica» da parte della Juventus e <hi rend="CharOverride-1">Tuttosport</hi> (1981) titolò semplicemente: “Una rissa targata 0-0”. Senza mezzi termini sul <hi rend="CharOverride-1">Giornale</hi>, Gianni Brera: <hi rend="CharOverride-5">«</hi>Furino è quanto di meno juventino possa darsi nella nostra pedata: a dirla schietta egli sembra ormai un piccolo truculento scherano di Corto Maltese» (Brera 1981). L’arbitraggio di Bergamo però incassava l’elogio generale: lucido, imparziale, brillante aveva tenuto in pugno la partita, ammonendo quando serviva e impedendo che le intemperanze di alcuni giocatori degenerassero. A caldo anche i vertici della Roma si dicevano soddisfatti. Il suo presidente, Dino Viola, riconobbe che <hi rend="CharOverride-5">« </hi>Bergamo ha diretto molto bene ed era difficile cavarsela in una partita così nervosa» mentre l’allenatore Nils Liedholm osservava che <hi rend="CharOverride-5">«</hi>Bergamo è stato molto bravo ammonendo chi doveva ammonire in una gara davvero non facile» (<hi rend="CharOverride-1">Stampa Sera </hi>1981c). Anche uno dei suoi uomini simbolo, Bruno Conti, gettava acqua sul fuoco: <hi rend="CharOverride-5">«</hi>è perfettamente inutile recriminare, serve solo ad alimentare pericolose polemiche» (<hi rend="CharOverride-1">Stampa Sera </hi>1981d). Eppure più passavano le ore e più le proteste della Roma montavano. A innescare le polemiche sull’arbitraggio di Bergamo e a lanciare nell’immaginario collettivo il gol di Turone come simbolo e prova provata dei favori arbitrali ricevuti dalla Juventus e del suo sistema di potere, furono due trasmissioni televisive: la <hi rend="CharOverride-1">Domenica Sportiva</hi> e il <hi rend="CharOverride-1">Processo del lunedì</hi>. La prima andò come sempre in onda nella tarda serata della domenica del match e si soffermò sull’episodio del gol annullato che invece nei primi commenti a caldo aveva avuto un ruolo pressoché nullo o comunque molto marginale. Il gol fu analizzato alla moviola dal giornalista Carlo Sassi ma le immagini partivano da una inquadratura confusa, obliqua e dall’alto (<hi rend="CharOverride-1">Stampa Sera </hi>1981d)<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-017-backlink"><ref target="OP08873_xml.html#footnote-017">6</ref></hi></hi>. In quegli anni le telecamere che inquadravano un incontro di cartello erano tre in tutto: una in alto, al centro del campo e due in basso vicino alle porte (<hi rend="CharOverride-1">Libero Quotidiano</hi> 2013). Sassi chiarì subito che <hi rend="CharOverride-5">«</hi>la posizione di Turone è indecifrabile anche perché la prospettiva non ci consente una valutazione esatta» ma che forse cercando di ricostruire la sua posizione utilizzando il dischetto del rigore si poteva dire che il difensore della Roma si trovava effettivamente in fuorigioco, concludendo comunque che <hi rend="CharOverride-5">«</hi>la valutazione restava impossibile da stabilire guardandola anche in moviola» (Moviola della Domenica Sportiva 10 maggio 1981). Come osserverà anni dopo lo stesso Sassi, la natura delle immagini era però ingannevole: </p><p rend="quotation_a">noi che ci occupavamo della moviola, dato che solitamente all’epoca si disponeva di un’unica inquadratura (obliqua e dall’alto), sapevamo che quel particolare punto di vista (lo stesso da cui è stato immortalato il gol di Turone) falsava di parecchio – addirittura fino a due metri – la reale dinamica dell’azione. Se lei fa un esperimento a casa sua con una telecamerina può verificare di persona che con la prospettiva funziona così. Era quindi pacifico che quella di Turone fosse una posizione di offside, e il guardalinee della partita, giustamente, come tale la valutò, segnalandola a Bergamo che annullò la rete (<hi rend="CharOverride-1">Libero Quotidiano</hi> 2013).</p><p rend="text">Le immagini però, sembravano confermare la validità del gol e il meccanismo stesso della moviola come visto, seminava dubbi e sospetti. Le proteste di tifosi e carta stampata romana si accesero e anche un protagonista pacato come Liedholm si sbilanciò. In una intervista rilasciata il 12 maggio al <hi rend="CharOverride-1">Messaggero</hi> e che il quotidiano romano titolò “Juve razza padrona”, l’allenatore svedese si scagliò contro Sassi e la <hi rend="CharOverride-1">Domenica Sportiva</hi>: </p><p rend="quotation_a">fanno vedere quello che fa loro comodo, è una vecchia storia. Ancora sto aspettando di rivedere i tredici rigori che ci sono stati negati. Ho deciso di non guardare più la Ds per non rovinarmi la vita. Ogni cosa viene travisata sempre […] Quando le cose non vanno per il verso giusto i bianconeri sanno come far sentire che sono loro i padroni! Quando giocano in casa poi! (<hi rend="CharOverride-1">Il Messaggero </hi>1981b). </p><p rend="text">Esisteva un sistema occulto di potere dunque, controllato dalla Juventus e pronto a intervenire a sostegno dei bianconeri nel momento del bisogno. In fondo erano «loro i padroni». </p><p rend="text">Il giorno seguente fu il presidente Dino Viola a rilasciare un’intervista al quotidiano romano: rispondeva ad alcune battute di Giovanni Trapattoni e dell’Avvocato Gianni Agnelli<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-016-backlink"><ref target="OP08873_xml.html#footnote-016">7</ref></hi></hi>. Sul gol di Turone sorvolava: è vero, era regolare ma non c’era stata malafede da parte di Bergamo, che aveva arbitrato bene e a tradirlo era stato il guardalinee con la sua chiamata sbagliata. Ma le accuse verso il potere dei bianconeri restavano intatte. C’era effettivamente un sistema che adesso stava franando sotto l’urto di una squadra popolare e popolana, venuta e costruita dal basso e che per questo veniva vista come una minaccia dal Palazzo<hi rend="CharOverride-1">:</hi></p><p rend="quotation_a">condivido le accuse del tecnico alla tv, sono anch’io indignato. La Juve ha vinto troppo, i giocatori non sono abituati a perdere ed hanno l’arroganza dei potenti. La faccenda della Juventus padrona merita un mio chiarimento: e cioè che bisogna aver comprensione verso il potente che improvvisamente sente franargli il terreno sotto i piedi. Noi della Roma compreso me che la rappresento e che vengo dalla gavetta sappiamo non perdere la testa di fronte alle avversità ma bisogna pur capire quei signorini quei figli di papà, che hanno sempre avuto quello che hanno voluto e che ora trovano difficoltà impreviste ed inaccettabili secondo la loro arrogante etica. La Juventus per me soffre del male della supremazia, un sentimento che scatena intolleranti reazioni quando viene intaccato da altri. Noi della Roma che siamo davvero poveri ci vergogneremmo di chiedere al potente di concederci almeno per un anno un po’ di potenza (<hi rend="CharOverride-1">Il Messaggero </hi>1981c).</p><p rend="text">Il giorno dopo la messa in onda della <hi rend="CharOverride-1">Domenica Sportiva</hi>, fu la volta del<hi rend="CharOverride-1"> Processo </hi>che fu interamente dedicato all’episodio incriminato. L’arbitraggio fu definito scandaloso e di parte, il gol assolutamente valido e furono avanzati numerosi dubbi sulla regolarità della partita (<hi rend="CharOverride-1">Il Sussidiario</hi> 2012). I giornali romani passarono all’attacco: Giorgio Tosatti sul <hi rend="CharOverride-1">Corriere dello Sport</hi> (1981) spiegava che la Juventus è «stata salvata da una decisione errata dell’arbitro tratto in errore dal suo guardalinee. Questi faceva annullare un gol di Turone apparso in posizione regolare», <hi rend="CharOverride-1">Il Messaggero</hi> parlava di «annullamento di uno splendido, regolarissimo gol di Turone» mentre <hi rend="CharOverride-1">Il Tempo</hi> notava che: «il reale ostacolo sulla strada del primato l’ha proposto infine la distrazione di un guardalinee» (<hi rend="CharOverride-1">Stampa Sera</hi> 1981d). Il giornalista e scrittore Fulvio Stinchelli sul <hi rend="CharOverride-1">Messaggero </hi>(1981d), definì uno scippo il gol non assegnato a Turone e metteva nel mirino il sistema mediatico soprattutto quello che gravitava attorno ai grandi quotidiani del Nord e che aveva coperto l’arbitraggio di Bergamo, sottolineando anche la falsità del famoso stile Juve.</p><p rend="text">Il 13 maggio Liedholm rilasciò alcune dichiarazioni alla <hi rend="CharOverride-1">Stampa</hi> in cui smentiva quelle registrate dal <hi rend="CharOverride-1">Messaggero</hi> il giorno prima: il gol probabilmente era regolare ma era molto difficile da dire, anche perché la visuale dalla panchina era pessima e in ogni caso «qualsiasi insinuazione di malafede da parte della terna arbitrale» era da respingere (Bianchini 1981).<hi rend="CharOverride-5"> </hi>Ma come rilevava assai acutamente il capitano della Roma Di Bartolomei, moviola e talk show sportivi erano riusciti a far passare il messaggio che l’episodio del gol di Turone era stato decisivo, aveva condizionato la partita e che la Roma era da considerarsi la vincitrice morale dell’incontro: </p><p rend="quotation_a">l’arbitro se ha sbagliato l’ha fatto in perfetta buona fede. È umano può capitare a chiunque. È importante invece che gli sportivi italiani si siano convinti attraverso la moviola che il gol di Turone era perfettamente legittimo e che la Roma aveva quindi vinto la gara con la Juventus (Bianchini1981). </p><p rend="text">Gli sportivi sembravano non avere dubbi: non solo il campionato era stato manipolato ma la ‘Vecchia Signora’ aveva potuto contare anche su un consistente aiuto da parte del sistema mediatico che aveva insabbiato a caldo l’episodio incriminato. Un lettore, il sig. Mario Bisceglia da Milano, rimproverava il cronista Carlo Grandini del<hi rend="CharOverride-1"> Corriere</hi> di aver accennato solo sommariamente nella sua cronaca sulla partita al gol di Turone: </p><p rend="quotation_a">il gol della Roma era regolarissimo ma lui non lo ha scritto. L’impressione mia è che un po’ voi tutti giornalisti, quando c’è qualcosa che può disturbare la Juventus, o non lo fate o comunque non vi sbilanciate. Avete paura che Agnelli vi sgridi? (Grandini 1981e). </p><p rend="text">Grandini rispose che il <hi rend="CharOverride-1">Corriere</hi> non era per niente tenero con la Juventus e che in ogni caso era difficile davvero stabilire se il gol fosse o meno regolare (Grandini 1981e). Il 20 maggio a scudetto vinto dai bianconeri, un altro lettore, sempre al <hi rend="CharOverride-1">Corriere</hi> sostenne la tesi del campionato falsato a tavolino: </p><p rend="quotation_a">non sembra che il campionato di calcio sia una specie di telefilm in cui il vincitore è anche l’assassino? Mi riferisco a Juventus-Perugia: da quel momento è stato chiaro che lo scudetto l’avrebbe vinto una squadra ben precisa, più o meno la solita (Grandini 1981e). </p><p rend="text">Anche la Roma col passare delle settimane recriminava con sempre più forza: il centrocampista Domenico Maggiora, diceva che moltissime «cose sono poco chiare» (Bertolani 1981) e a scudetto perso un po’ tutti abbandonarono qualsiasi tipo di aplomb: Pruzzo parlò di un vero e proprio «furto», Di Bartolomei «di un titolo che solo la Roma avrebbe meritato», Liedholm disse che «le conclusioni si possono trarre facilmente. Non c’era assolutamente niente da fare» (Sasso 1981). L’episodio del gol di Turone era entrato per sempre nell’immaginario dell’antijuventinismo come la pietra d’inciampo del potere e della corruzione bianconera e la sua corsa non si sarebbe mai più arrestata. Nel 1986 la Rai lanciò sulla seconda rete una nuova trasmissione sportiva, <hi rend="CharOverride-1">Studio-Stadio</hi> che andava in onda la domenica pomeriggio e veniva condotta dal giornalista Gianfranco De Laurentis (Frisoli 2020). Qui venne utilizzato per la prima volta il celebre <hi rend="CharOverride-1">Telebeam</hi> una nuova e per quei tempi avveniristica tecnologia computerizzata che applicata alla moviola avrebbe dovuto rendere le immagini televisive più nitide, correggendo gli errori di angolazione delle telecamere. Lo strumento venne utilizzato per la prima volta il 1° dicembre 1985 per stabilire se durante il derby di Milano tra Milan-Inter e finito 2-2 il gol dell’attaccante Altobelli fosse regolare o meno. L’esperimento ebbe successo, sollevò il plauso anche dell’ex arbitro Concetto Lo Bello e sembrò aprire una nuova fase nella comprensione degli eventi calcistici. </p><p rend="text">La Rai pensò quindi di utilizzare il nuovo strumento per fare finalmente luce sul celebre episodio del gol di Turone: il 9 febbraio del 1986, cinque anni dopo il fatto, la moviola riesaminò l’episodio sentenziando che sì, Turone era in posizione regolare. La Juventus, che intanto stava dominando quel campionato, vide nell’utilizzo del <hi rend="CharOverride-1">Telebeam</hi>, che andava a riesumare un episodio ormai datato, un atto ostile nei propri confronti e per protesta decise per svariati mesi di disertare i programmi Rai (Romeo 1986; <hi rend="CharOverride-1">Corriere della Sera </hi>1986). Il 24 febbraio del 2013 il moviolista Carlo Sassi ospite su Radio 2 della trasmissione condotta da Massimo De Luca, <hi rend="CharOverride-1">Circo Massimo</hi>, espresse molti dubbi sul Telebeam, facendo intendere che non era così efficace e che le immagini trasmesse nel 1986 furono «acchitate» ad arte dalla redazione romana della Rai. Probabilmente il guardalinee aveva visto bene: era fuorigioco (Bocca 2013). Maurizio Turone, detto Ràmon, dopo quella stagione giocò un altro anno a Roma, poi si trasferì a Bologna dove rimase per due anni, per concludere in serie C2 con la Cairese. Lo scudetto è rimasto il suo sogno incompiuto: nel 1978 aveva lasciato dopo sei stagioni il Milan proprio nel campionato in cui avrebbero trionfato i rossoneri e la stessa cosa accade con la Roma nella stagione 1982/83: andò via poco prima che la squadra di Liedholm riuscisse finalmente a prendersi il titolo. Falcao gli dedicherà il tricolore. L’immagine della sua carriera è stata interamente risucchiata da quel singolo episodio e per anni ha rilasciato interviste e dichiarazioni su quei pochi secondi, infine proprio nel 2013 dopo le parole di Sassi ha chiesto a carta stampata e Tv di non occuparsi mai più di quella vicenda (Gambaro 2013)<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-015-backlink"><ref target="OP08873_xml.html#footnote-015">8</ref></hi></hi>. Vanamente. Nel 2021 per l’anniversario dei quarant’anni siti, blog e quotidiani vari hanno ripreso a dare la caccia ai protagonisti di quel non gol come l’arbitro Paolo Bergamo, il guardalinee Giuliano Sancini e ovviamente Turone (Zara 2021, Facchinetti 2021). <hi rend="CharOverride-1">Il Messaggero</hi> di Roma, quasi ogni anno, ritorna sul gol annullato. Nel 2020 ad esempio ricordava che il gol di Turone è</p><p rend="quotation_a">ormai diventato simbolo del potere (forte) della Vecchia Signora, capace di vincere anche quando lo avrebbe meritato la piccola grande Roma di Dino Viola. Il gol di Turone come metafora della vita, con le sue ingiuste verità e le favole ridotte a nulla (Ferretti 2020).</p><p rend="text">L’episodio è finito al centro di saggi, racconti e romanzi (Zampini 2009, De Santis 2014, Montebelli 2021) ed è stato sempre presentato come decisivo per quel campionato. Ma in realtà mancavano ancora due partite e il calendario della Juventus era assai impegnativo: avrebbe dovuto giocare al San Paolo di Napoli con i partenopei ancora in lotta per lo scudetto e all’ultima giornata con i rivali storici della Fiorentina mentre la Roma aveva un percorso agevole con Pistoiese e Avellino. La settimana seguente i bianconeri vinsero per 1-0 a Napoli proprio mentre l’Italia veniva chiamata al voto sul referendum sull’aborto. A Milano, al seggio di via Ciriè, a Niguarda, arrivò la voce di un gol del Napoli che avrebbe spianato la strada dello scudetto alla Roma: gli scrutinatori, quasi tutti meridionali e di fede milan-interista, lasciarono per qualche istante i propri posti per abbandonarsi all’esultanza (Paracchini 1981). Invece vinse la Juventus che la settimana seguente piegò anche la Fiorentina conquistando il suo diciannovesimo scudetto. Come spesso accadeva, dopo molte polemiche veniva riconosciuto che il titolo era andato alla squadra migliore. Il giornalista e ex calciatore dell’Inter Annibale Frossi parlò di un premio per la «fredda volontà» e «l’acceso agonismo» dei bianconeri (Frossi 1981), il sindaco di Torino Novelli del successo della grinta e di «un po’ di fortuna» mentre Gianni Agnelli fu molto parco di complimenti con i suoi giocatori: avevano fatto semplicemente il loro dovere (Petrone 1981d). Il cronista sportivo Bruno Panzera sull’<hi rend="CharOverride-1">Unità</hi> riconosceva pienamente i meriti sportivi della Signora ma si chiedeva anche perché quella stagione fosse stata così tanto intossicata dalle polemiche: </p><p rend="quotation_a">non c’è dubbio che chi vince troppo finisce, a lungo andare, col riscuotere più antipatie che consensi, e la Juve, con questo al suo diciannovesimo scudetto, un po’ antipatica a molti indubbiamente è. Sicuramente che si trova pressoché in pianta stabile nel cosiddetto occhio del ciclone, qualche interrogativo lo solleva, qualche perplessità la suggerisce; e la Juve puntualmente sulla cresta dell’onda di ogni polemica giusto gli uni e suggerisce le altre. Certo quello che si usa ormai definire lo stile bianconero, ricco di vecchia tradizione e dunque di particolare fascino un po’ dà fastidio; e la Juve a torto o a ragione dà fastidio a molti (Panzera 1981). </p><p rend="text">Quello fu il primo e unico titolo conteso tra tre squadre provenienti da tre aree geografiche diverse del paese. La Juventus aveva respinto l’assalto della provincia. Cosa che accadde anche nella stagione seguente. Stavolta a concorrere per il titolo fu la sorprendete Fiorentina allenata da Giancarlo De Sisti e composta da giocatori di grande esperienza come Antonello Cuccureddu, Eraldo Pecci, Daniel Bertoni, Francesco Graziani e di giovani e promettenti talenti come lo stopper Pietro Vierchowod, il centrocampista Daniele Massaro e il suo capitano Giancarlo Antognoni. La stagione fu segnata da un lungo e imprevedibile testa a testa tra i viola e i bianconeri, poi la squadra di Torino a tre giornate dalla fine riuscì a prendere la vetta della classifica. Ma la settimana dopo pareggiò in casa con il Napoli 0-0. Così l’ultima giornata si disputò con le due squadre a pari punti. La Fiorentina era impegnata in un difficile match esterno con il Cagliari che aveva bisogno di punti per non retrocedere mentre la Juventus era attesa dal Catanzaro, già salvo. Eppure l’accoglienza subita dai bianconeri nella città calabrese dava la cifra di quanto si fosse allargata l’antipatia e l’ostilità per i colori della ‘Vecchia Signora’. Più di 3000 tifosi assediarono il pullman degli juventini che dovettero farsi spazio tra insulti, urla ostili, lanci di monetine e minacce assortite: un ultras riuscì a schiaffeggiare l’attaccante Paolo Rossi, appena rientrato dalla squalifica per la vicenda del calcio scommesse (Garioni 1982). La squadra calabrese onorò l’impegno, resistette gagliardamente agli attacchi bianconeri e venne piegata solo a 15 minuti dalla fine da un rigore realizzato da Liam Brady per un solare fallo di mano del difensore Costanzo Celestini. La Fiorentina invece non andò oltre lo 0-0 e protestò lungamente per un gol annullato a Graziani. Quella domenica, l’immancabile moviola di Carlo Sassi passò in rassegna gli episodi incriminati cercando di fare chiarezza: netto il rigore per i bianconeri, giusto anche l’annullamento del gol dei viola per una carica di Bertoni sul portiere Corti, mentre forse mancava un rigore al Catanzaro (Pastore 2018b). Gli arbitraggi vennero quindi promossi ma ciononostante le polemiche partirono ugualmente e non si sarebbero mai più fermate proprio come accaduto con il gol di Turone. I calciatori della Fiorentina gridarono allo scandalo, il vicepresidente Giorgio Morichi affermò che ormai era meglio «che si smetta per sempre di giocare al calcio» visto che i risultati venivano decisi altrove. Eppure molti osservatori riconoscevano i meriti dei bianconeri e derubricavano quello di Cagliari a un semplice episodio dubbio che di certo non poteva giustificare l’invocazione di complotti e scandali (Grandini 1982). Anche il capitano dei viola Antognoni, a denti stretti ammise che in realtà la sconfitta in campionato era dovuta a una mancanza di personalità della sua squadra che nel momento decisivo non era riuscita a superare l’ultimo ostacolo, come fatto invece dai bianconeri (Forcignano 1982). Le recriminazioni dei viola che negli anni sarebbero state raccontate da più parti come una delusione di popolo a causa di un vero e proprio furto sportivo (<hi rend="CharOverride-1">La Gazzetta dello Sport </hi>2012), erano senz’altro dovute alla frustrazione di una provincia calcistica che ancora una volta doveva solo accontentarsi di sfiorare il successo. Ma c’era anche dell’altro. </p><p rend="text">I burrascosi campionati vinti dalla Juventus nella prima metà degli anni ottanta, impastati di arroventate e corrosive polemiche e destinati a lasciare una interminabile scia di sospetti e recriminazioni che sembra non essersi esaurita nemmeno oggi, confermavano alcuni tasselli dell’antijuventinismo che si erano già consolidati nell’immaginario collettivo italiano: l’appoggio politico del sistema, la manipolazione sistematica del campionato grazie alla corruzione della classe arbitrale, la capacità della squadre dei «padroni» di dispiegare un potere economico e mediatico senza eguali, l’ipocrita doppia morale tipica dell’establishment, una scorrettezza sfacciata e impunita dentro e fuori dal campo. Tutto ciò si legava alla storia particolare del paese, in quel momento segnato da scandali e misteriose e inquietanti vicende. La rivista fiorentina <hi rend="CharOverride-1">Brivido Sportivo</hi>, coniò uno slogan poi assai fortunato negli ambienti antijuventini: «Meglio secondi che ladri!». Mentre il regista Franco Zeffirelli scrisse una lettera dai toni molto pesanti al <hi rend="CharOverride-1">Giornale Nuovo</hi>, rilanciando gli stessi argomenti in una intervista alla <hi rend="CharOverride-1">Nazione</hi>. Si sosteneva che la Juventus avesse «vinto una buona metà dei suoi scudetti con la benevolenza e i pasticci arbitrali» e che la stessa «era costretta a sporcarsi le mani con traffici mafiosi» e non più tenere erano le osservazioni sul presidente della Juventus: «ho visto Boniperti in tribuna: mangiava noccioline come un mafioso americano» (<hi rend="CharOverride-1">La Stampa </hi>1983a, <hi rend="CharOverride-1">La Stampa </hi>1983b, <hi rend="CharOverride-1">La Stampa </hi>1983c). Stavolta la Juventus agì per vie legali e querelò Zeffirelli: il grande regista dopo anni di battaglie nelle aule dei tribunali fu costretto a pagare nel 1989 un risarcimento di 37 milioni di lire (<hi rend="CharOverride-1">La Gazzetta dello Sport</hi> 2006a). Come osservato dal cronista sportivo del <hi rend="CharOverride-1">Corriere</hi>, Mario Gherarducci all’indomani dello scudetto vinto contro la Fiorentina, era ormai fortissima un’identificazione simbolica della Juventus con il potere e la corruzione e il paese era calcisticamente diviso:</p><p rend="quotation_a">difficile resistere alla suggestione di immaginare l’Italia del pallone spaccata in due. Da una parte chi ama la Juventus da una parte chi la detesta, magari identificando nella testa di Tardelli o nei polpacci di Gentile il potere padronale, la Fiat, gli Agnelli […] settantacinquesimo minuto, ne mancano 15 alla fine. A Catanzaro l’arbitro accorda un rigore alla Juventus. L’Italia bianconera ammicca maliziosamente. Visto che il potere conta? Figurarsi se lo scudetto non deve finire a Torino (Gherarducci 1982).</p><p rend="text">Qualche settimana più tardi la «testa» e i «polpacci» di Marco Tardelli e Claudio Gentile, insieme a quelli di Dino Zoff, Gaetano Scirea, Antonio Cabrini e Paolo Rossi trascinarono la nazionale guidata da Enzo Bearzot ad una insperata e mitica vittoria ai mondiali di calcio disputatisi in Spagna. La vittoria del titolo scatenò una gioia collettiva irrefrenabile ed inedita per un evento sportivo e per tutta l’Italia spuntarono bandiere azzurre e tricolori (Guasco 2016). Gli uomini di Trapattoni diventarono eroi nazionali e per un po’ il loro essere juventini non ebbe nessuna importanza. Durò poco. </p><p rend="layout_notes ParaOverride-5"><hi rend="CharOverride-4"><ref target="OP08873_xml.html#footnote-022-backlink">1</ref></hi>	Sullo sport in Tv assai documentato e puntuale è: De Luca e Frisoli 2010. Pino Frisoli, storico di Tv e sport e documentatore per Rai Sport cura anche un blog ricco di informazioni e curiosità sull’argomento: &lt;http://pinofrisoli.blogspot.com/&gt; (2023-07-05). Su calcio e tv si veda anche: Pessach 2013, Abbiezzi 2007; Carelli 2017, Carelli 2019; Simoncelli 1988, Ciofalo 2011.</p><p rend="layout_notes ParaOverride-5"><hi rend="CharOverride-4"><ref target="OP08873_xml.html#footnote-021-backlink">2</ref></hi>	Celebre la fulminante battuta dell’Avvocato Agnelli sull’ingaggio del francese: <hi >«Lo</hi> abbiamo acquistato per un pezzo di pane e sopra ci abbiamo messo il caviale» (<hi rend="CharOverride-1">Corriere della Sera </hi>2011). </p><p rend="layout_notes ParaOverride-5"><hi rend="CharOverride-4"><ref target="OP08873_xml.html#footnote-020-backlink">3</ref></hi>	Il 23 marzo 1980 la magistratura attuò una serie di clamorosi arresti sui campi da gioco nei confronti di alcuni calciatori di Avellino, Genoa, Lazio, Lecce, Milan, Palermo, Perugia. Al centro dell’inchiesta un giro di scommesse clandestine denominato Totonero. Le immagini degli arresti furono riprese in diretta da <hi rend="CharOverride-1">Novantesimo minuto</hi> e suscitarono grande scalpore mentre il processo si concluse con la retrocessione di Lazio e Milan in serie B e pesanti squalifiche nei confronti dei giocatori coinvolti (Carbone 2003).</p><p rend="layout_notes ParaOverride-5"><hi rend="CharOverride-4"><ref target="OP08873_xml.html#footnote-019-backlink">4</ref></hi>	Il<hi rend="CharOverride-1"> Corriere d’Informazione</hi> avviava una riflessione sull’aumento della violenza nel mondo del calcio e allo stesso tempo dei soldi che continuavano a girarci intorno. Una riflessione analoga anche sull’<hi rend="CharOverride-1">Unità</hi> 1980.</p><p rend="layout_notes ParaOverride-5"><hi rend="CharOverride-4"><ref target="OP08873_xml.html#footnote-018-backlink">5</ref></hi>	Particolarmente polemico fu l’allenatore del Napoli Marchesi, che sottolineò la prestazione del Perugia contro i suoi calciatori: Cisternino 1981. </p><p rend="layout_notes"><hi rend="CharOverride-4"><ref target="OP08873_xml.html#footnote-017-backlink">6</ref></hi>	La storica moviola di Sassi è disponibile online: <hi rend="CharOverride-1">Moviola della Domenica Sportiva </hi>10 maggio 1981: &lt;https://www.youtube.com/watch?v=QEJaGmTRsyk&amp;t=1s&gt; (2023-07-05).</p><p rend="layout_notes ParaOverride-5"><hi rend="CharOverride-4"><ref target="OP08873_xml.html#footnote-016-backlink">7</ref></hi>	L’allenatore della Juventus Giovanni Trapattoni aveva dichiarato che un eventuale spareggio con la Roma rappresentava una <hi rend="CharOverride-5" >«</hi>minaccia» per le ambizioni dei bianconeri, mentre Gianni Agnelli alla <hi rend="CharOverride-1">Gazzetta dello Sport</hi> aveva commentato così un possibile scudetto dei giallorossi: <hi >«è</hi> l’anno dell’handicappato ma non bisogna esagerare». La battuta dell’Avvocato faceva riferimento all’anno<hi rend="CharOverride-1"> </hi>internazionale delle persone disabili proclamato<hi rend="CharOverride-1"> </hi>nel 1976 dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite<hi rend="CharOverride-1"> </hi>per sensibilizzare sull’argomento della disabilità. Uscite aspramente criticate dall’<hi rend="CharOverride-1">Unità</hi> (1981) che osservava come forse «il famoso stile Juventus si va deteriorando».</p><p rend="layout_notes ParaOverride-5"><hi rend="CharOverride-4"><ref target="OP08873_xml.html#footnote-015-backlink">8</ref></hi>	Eppure nel 2020 rilascia una lunga intervista al <hi rend="CharOverride-1">Corriere dello Sport</hi>: <hi >«non</hi> c’era corruzione degli arbitri ma tanta sudditanza. Quando ti appariva nei sottopassaggi dello stadio uno come Gianni Agnelli non rimani indifferente. Il gol alla Juve la più grossa ingiustizia che ho subito nel calcio<hi >»</hi> (Dotto 2020). </p><p rend="editorial_metadata_author">Onofrio Bellifemine, Cardinal Stefan Wyszynski University in Warsaw, Poland, <ref target="mailto:o.bellifemine%40uksw.edu.pl?subject=">o.bellifemine@uksw.edu.pl</ref>, <ref target="https://orcid.org/0000-0002-4958-687X">0000-0002-4958-687X</ref></p><p rend="editorial_metadata_polices">Referee List (DOI 1<ref target="https://doi.org/10.36253/fup_referee_list">0.36253/fup_referee_list</ref>)</p><p rend="editorial_metadata_polices">FUP Best Practice in Scholarly Publishing (DOI <ref target="https://doi.org/10.36253/fup_best_practice">10.36253/fup_best_practice</ref>)</p><p rend="editorial_metadata_book">Onofrio Bellifemine, <hi rend="CharOverride-2">‘Maledetta Signora’. Storia dell’antijuventinismo (1897-2023)</hi>, © 2023 Author(s),<lb/><ref target="http://creativecommons.org/licenses/by/4.0/legalcode">CC BY 4.0</ref>, published by Firenze University Press, ISBN 979-12-215-0165-0 (PDF), <ref target="https://doi.org/10.36253/979-12-215-0165-0">DOI 10.36253/979-12-215-0165-0</ref></p><p rend="h1_section">Capitolo 6</p><p rend="h1_chapter">Dagli anni Novanta ad oggi</p><p rend="h2">6.1 Una Signora «stupefacente»: da Zeman al rigore su Ronaldo</p><p rend="text">Il 10 agosto del 1998 il<hi rend="CharOverride-1"> Corriere della Sera</hi> pubblicò in prima pagina una vignetta di Emilio Giannelli dal titolo «fiala di rigore». Un calciatore della Juventus tirava un penalty: al posto del pallone c’era però una grossa siringa e dell’arbitro un giudice che sorpreso, esclamava «stupefacente!». In quei giorni roventi d’agosto il mondo del pallone era finito nella bufera per delle clamorose accuse lanciate dal tecnico boero Zdeněk Zeman, in quel momento allenatore della Roma, sul presunto uso diffuso e sistematico di farmaci dopanti da parte di società calcistiche. A fine luglio da Predazzo, sede del ritiro dei giallorossi, Zeman iniziò a parlare per la prima volta di doping rilasciando una serie di dichiarazioni in cui affermava che il calcio doveva «uscire dalle farmacie» e denunciando pressioni messe in atto dalle case farmaceutiche nei confronti delle società calcistiche per l’acquisto di medicinali sospetti. Il 7 agosto poi, <hi rend="CharOverride-1">L’Espresso</hi> (1998) pubblicò una lunga intervista al tecnico boero in cui le accuse venivano precisate parlando di «sostanze al limite del lecito e comunque nocive, contemplate nei programmi di preparazione di molti club» e tirando chiaramente in ballo la Juventus: </p><p rend="quotation_a">sono rimasto sorpreso dalle esplosioni muscolari di alcuni juventini. Lo sbalordimento incominciò guardando la trasformazione di Gianluca Vialli e per il momento arriva ad Alessandro Del Piero. Avendo praticato diversi sport, io pensavo che determinati risultati si potessero ottenere solo con il culturismo dopo anni e anni di addestramento specifico. Resto certo che il calcio sia un altro tipo di attività, almeno il mio che definirei positivo.</p><p rend="text">La procura antidoping del Coni decise immediatamente di aprire un’inchiesta e convocò Zeman per il 26 agosto, poi su pressione diretta del vicepresidente generale Giancarlo Abete anticipò l’audizione dell’allenatore all’11 mentre anche la giustizia ordinaria iniziava a interessarsi della faccenda: il 9 agosto il procuratore aggiunto presso la procura di Torino, Raffaele Guariniello aprì un procedimento giudiziario e convocò Zeman come persona informata dei fatti. L’avviso venne recapitato all’allenatore dai carabinieri nel ritiro dei giallorossi (Rosaspina 1998a). Poi iniziò la sfilata di campioni, allenatori, dirigenti e medici sportivi prima presso la Procura antidoping del Coni, poi presso quella di Torino (Rosaspina 1998b, Melli 1998a, Melli 1998b, Buccini 1998a). Gli interrogatori, sempre più incalzanti, cercarono di fare luce sulla lista dei farmaci utilizzati, sulle modalità e le quantità di somministrazione, sugli effetti prodotti, sugli eventuali effetti collaterali e danni arrecati al corpo degli atleti (Galluzzo 1998). Il mondo del calcio nel frattempo era finito nell’occhio del ciclone. Le reazioni di opinionisti e addetti ai lavori si susseguirono frenetiche con un taglio polemico spesso assai deciso (Colombo 1998; Melli 1998c; <hi rend="CharOverride-1">Corriere della Sera</hi> 1998b, 1998c; Costa 1998). Si mosse anche la politica: il leader dei Verdi, Pecoraro Scanio, ringraziò il tecnico boero per il coraggio dimostrato (<hi rend="CharOverride-1">Corriere della Sera</hi> 1998e) e dallo stesso partito, il senatore Athos De Luca lanciò un’associazione di parlamentari italiani impegnata per uno sport pulito, intitolata a Abele Bikila, maratoneta etiope, simbolo dello «sport naturale» (<hi rend="CharOverride-1">Corriere della Sera </hi>1998d). </p><p rend="text">Prese posizione anche il governo Prodi: Walter Veltroni, vicepresidente del consiglio, sostenne le accuse di Zeman e si scagliò contro chi sfruttava la salute dei calciatori per meri interessi di bottega (<hi rend="CharOverride-1">la Repubblica</hi> 1998a). La tempesta sembrava destinata a non arrestarsi e polemiche e speculazioni sullo stato di forma dei calciatori juventini continuarono a lungo. In questo clima, il 15 novembre, andò di scena in un Olimpico di Roma blindato da misure di sicurezza straordinarie, la sfida in campionato tra i giallorossi e i bianconeri, vinta poi dai primi per 2-0 (Melli 1998d). I tifosi della Roma prepararono una chiara coreografia a tema: una gigantesca siringa dipinta su un enorme striscione che partendo dal tabellone luminoso della curva Sud avrebbe dovuto muoversi lungo tutti gli spalti dello stadio (Sorrentino 1998). I vertici della società chiesero alla curva organizzata di rinunciare alla provocazione ma non mancarono comunque numerosi striscioni e cartelli sullo scandalo (Lamorte 2020)<hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi xml:id="footnote-014-backlink"><ref target="OP08873_xml.html#footnote-014">1</ref></hi></hi> e risse e insulti si verificarono nel tunnel degli spogliatoi coinvolgendo dirigenti, calciatori e addetti ai lavori (Toti 1998a). L’inchiesta di Guariniello intanto andò avanti: furono incriminate Juventus e Torino con quest’ultima società che vide il suo ex amministratore delegato, Davide Palazzetti, venire condannato a 6 mesi per «detenzione abusiva di medicinali e frode in commercio» nel 2001 e poi essere assolto dalla Corte d’Appello nel gennaio del 2003 (Travaglio 2001; <hi rend="CharOverride-1">Adnkronos </hi>2003). Per la Juventus invece furono rinviati a giudizio il medico Riccardo Agricola e l’amministratore delegato Antonio Giraudo. Nel 2004 il tribunale di Torino condannò Agricola a un anno e dieci mesi per frode sportiva e assolse Giraudo (Travaglio 2004)<hi rend="CharOverride-4"> </hi>mentre nel dicembre del 2005 la Corte d’Appello di Torino, assolse totalmente i due dirigenti juventini. Nel 2006 la II Sezione Penale della Cassazione dichiarò la prescrizione del reato di frode sportiva nei confronti dei due imputati e l’assoluzione per la somministrazione di eritropoietina e stessa cosa fece nel 2007 la II Sezione Penale della Cassazione davanti al ricorso della procura di Torino firmato da Giancarlo Caselli e Raffaele Guariniello. Da più parti si è fatto notare che i due dirigenti bianconeri furono salvati dalla prescrizione e non da una piena assoluzione e che in generale in tutto il percorso giudiziario era emersa la responsabilità della società. Il giornalista Marco Travaglio ad esempio, che seguì per <hi rend="CharOverride-1">la Repubblica</hi> il caso, nel 2004 dopo la condanna in primo grado di Agricola osservava che è «pienamente confermato il cuore dell’accusa» poiché «l’accusa principale […] era la frode sportiva mediante somministrazione sistematica di eritropoietina» (Travaglio 2004; <hi rend="CharOverride-1">Adnkronos</hi> 2003). Nel 2017 Guariniello è tornato sul processo dai microfoni di Radio 1: «è stata dichiarata la prescrizione ma la cassazione ha dichiarato una cosa molto importante: il fatto era un reato, però era prescritto» (<hi rend="CharOverride-1">Tuttosport</hi> 2017b). Anche negli anni seguenti le polemiche sulla vicenda non si sono mai arrestate. In Olanda, nel maggio del 2013 la popolare trasmissione <hi rend="CharOverride-1">Andere Tijden Sport</hi>, prodotta dall’emittente Nos, tornò sulla finale di Champion’s League disputata a Roma tra Juventus e Ajax nel 1996 e vinta dai bianconeri ai calci di rigore dopo che nei tempi regolamentari non si era andati oltre l’1-1. Il titolo della puntata era assai eloquente “Il tradimento di sangue nella finale di Champions” e le accuse pesantissime: George Finidi, centrocampista di quell’Ajax notava che «i giocatori della Juventus correvano, pressavano, non ci facevano pensare. Di solito lo puoi fare per 20 minuti, non per 90, anzi 120. Non era normale». La trasmissione parlava apertamente di « squadra drogata» e «gioco sporco» alludendo a un uso sistematico e strutturato di sostanze dopanti che aveva permesso ai bianconeri di affermarsi in quegli anni ai vertici del calcio mondiale. Si alludeva anche al sistema di potere della Juventus che aveva imbrigliato o comunque rallentato le indagini esercitando una certa pressione su possibili testimoni. Gauriniello intervistato dall’emittente olandese, a questo proposito notava che «è più facile trovare un pentito nei processi di mafia che in quelli di doping» mentre un perito che aveva esaminato i campioni di sangue dei giocatori bianconeri evidenziava come in quel 1996 furono diversi i calciatori juventini ad avere strani valori di emoglobina proprio nella parte decisiva della stagione. Accuse, dubbi, sospetti, denunce, processi non hanno mai portato a una squalifica dei calciatori protagonisti in campo e come visto anche i dirigenti bianconeri sono usciti indenni dai procedimenti giudiziari. Ma la convinzione che la ‘Vecchia Signora’ manipolasse con mano corruttrice tornei e competizioni varie fece un salto di qualità. Fino a quel momento, come visto, erano state molteplici le accuse di corruzione della classe arbitrale; di esercitare in modo spregiudicato e scomposto il proprio potere economico per alterare il calciomercato e accaparrarsi i giocatori migliori; di vincere in campo mostrando una sinistra doppia morale che dietro un fondale di stile e signorilità invece vedeva i propri calciatori praticare un gioco falloso, scorretto, violento e ben oltre i limiti del regolamento. Per la prima volta però, si sosteneva che la superiorità in campo dei bianconeri fosse riconducibile all’uso di sostanze illecite che alteravano direttamente le prestazioni dei propri calciatori. Al momento delle accuse contro la Juventus, Zdeněk Zeman era all’apice della sua carriera. Aveva 51 anni e dopo una lunga gavetta nel calcio dilettantistico si era imposto alla guida del Foggia con il quale aveva conseguito una promozione in serie A e che era poi riuscito a mantenere nella massima serie per ben tre anni, praticando un gioco spettacolare e offensivo, per sedere dopo sulla panchina della Lazio e conquistare un secondo e un terzo posto. Era arrivato in Italia dalla Cecoslovacchia, dopo la Primavera di Praga e si era immediatamente avvicinato al mondo della Juventus della quale divenne subito un acceso tifoso. Suo zio materno, infatti, era Čestmír Vycpálek ex giocatore e allenatore dei bianconeri con i quali aveva vinto due scudetti e all’inizio degli anni Settanta Zeman era un assiduo frequentatore dei campi di allenamento della squadra e di alcuni giocatori come Roberto Bettega (Toti 1998a). Grazie all’interessamento dello zio iniziò la propria carriera in Sicilia, prima a Cinisi e poi nella Bagigalupo dove venne notato da un dirigente della società, Marcello Dell’Utri, futuro collaboratore di Silvio Berlusconi e fondatore di Forza Italia (Buccini 1998b). Incontrò per la prima volta la Juventus proprio ai tempi del Foggia, perdendo per 1-0 «con un gol strano» e lamentando almeno «due rigori negati»: fu come una folgorazione (Toti 1998b). Da quel momento il tecnico boero è diventato un profeta dell’antijuventinismo e dei presunti soprusi del Palazzo. Negli anni seguenti la sua denuncia contro il doping, non è più riuscito ad allenare squadre di vertice ma ha esplorato in lungo e in largo la provincia italiana e ha continuato a far parlare di se grazie al suo gioco spumeggiante, alla scoperta di tanti talenti e alla sua parlantina flemmatica ma diretta e sempre controcorrente. Per tanti tifosi che continuano a seguirlo con affetto è diventato un allenatore di culto, antisistema. Nel 2011 il regista Giuseppe Sansonna lo celebrò in due documentari e un libretto riuniti in un cofanetto dalla casa editrice Minimum fax intitolato <hi rend="CharOverride-1">Il ritorno di Zeman</hi> mentre <hi rend="CharOverride-1">Alias</hi> (2011) l’inserto del <hi rend="CharOverride-1">Manifesto</hi>, gli dedicò il numero di ottobre di quell’anno. Appare in una foto in bianco e nero con una sigaretta serrata tra le labbra, presentato come «l’ammazzacattivi». Ancora <hi rend="CharOverride-1">Alias </hi>nel settembre del 2021 ne ha salutato il ritorno alla guida del Foggia come il «ritorno del maestro». In quella circostanza Zeman ha dichiarato di non poter allenare in Repubblica Ceca a causa della diffusa corruzione delle istituzioni calcistiche di quel paese e ha denunciato che la sua carriera è stata arrestata a causa dei suoi affondi contro la Juventus: «sono andato contro il Sistema, il calcio ha reagito in maniera pesante contro di me. Ho sempre trovato da allenare, però avevo altre ambizioni e alcune strade mi sono state precluse» (Coccia 2021). La Juventus messa sotto accusa da Zeman stava dominando le scene nazionali ed internazionali dal 1994, anno in cui la società venne affidata a una nuova dirigenza e guida tecnica. Sul ponte di comando salirono l’ex campione bianconero Roberto Bettega col ruolo di vicepresidente, l’abile manager, già alla guida della stazione sciistica di Sestriere Antonio Giraudo nominato amministratore delegato e il chiacchierato ma assai stimato nel mondo del pallone, Luciano Moggi dirigente del Napoli di Maradona e ora direttore generale. In panchina venne chiamato Marcello Lippi, che aveva ben figurato come allenatore di Atalanta e Napoli e che riuscì a costruire una squadra spigliata e spettacolare in grado di unire nel corso degli anni, l’esperienza di campioni come Roberto Baggio e Gianluca Vialli a giovani talenti come Alessandro Del Piero. Campione d’Italia nelle stagioni 1994-1995, 1996-1997, 1997-1998, d’Europa e del Mondo nel 1996, finalista di competizioni europee nel 1995 (Coppa Uefa) e 1997 e 1998 (Champions League), quella squadra sarebbe entrata ben presto nel cuore dei propri tifosi (Agosti e De Luna 2019, 241-50). La Juventus si lasciava così alle spalle un lungo periodo di amarezze e passi falsi aperto nel periodo 1986-1987 con l’addio di Michel Platini e Giovanni Trapattoni e segnato dall’ascesa del Milan di Silvio Berlusconi. Per la società torinese si apriva un’epoca in cui «si convertiva a un modello di gestione ed organizzazione più simile a quello del Milan, fondato sul criterio della massimizzazione e diversificazione dei profitti in una dimensione sempre più internazionale» (Agosti e De Luna 2019, 243-44). Il calcio cambiava per sempre. Il 29 agosto del 1993 andò in onda per la prima volta nella storia delle televisione italiana su un canale a pagamento, Tele+2, una partita di serie A. Si trattava del posticipo della prima giornata di campionato, Lazio-Foggia. La partita fu preceduta da un commento di Aldo Biscardi, al quale come visto, la neonata piattaforma televisiva aveva affidato la propria redazione sportiva, mentre la cronaca del match fu condotta dal telecronista Massimo Marianella e venne allestito su un altro canale del gruppo, anche uno spazio satirico con il trio comico della Gialappa’s Band a commentare ironicamente le immagini dell’incontro (Grandini 1993). Telepiù aveva acquistato i diritti televisivi dei posticipi della Serie A la domenica sera e l’anticipo della B il sabato sera per gli anni 1993-1996, mentre nel successivo triennio si riservò la possibilità di trasmettere tutte le partite dei due campionati (Agosti e De Luna 2019, 229-30). Si trattava di una rivoluzione senza ritorno. Il calendario delle partite da questo momento in poi sarebbe stato programmato in base a pure esigenze televisive, gli introiti televisivi avrebbero superato quelli del botteghino degli stadi e sarebbe esploso il numero di canali e trasmissioni a tema calcistico. Il pallone invase letteralmente i palinsesti di tv pubbliche, private e a pagamento e l’overdose calcistica impastata di moviola, estenuanti replay e infuocati dibattiti sulla correttezza delle scelte arbitrali fu uno straordinario veicolo polemico. Arrivava a compimento quel processo che partito dagli anni ‘80 non si sarebbe mai più arrestato. <hi rend="CharOverride-1">La Stampa</hi> (1993) di Torino dopo quel primo Lazio-Foggia salutò con entusiasmo l’arrivo della pay tv: «buone riprese, regia attenta e intanto calda, interessanti le telecamere alte dietro le porte […] primi piani abbondanti ma ottimi». Veniva espresso anche l’auspicio, per la verità assai ingenuo, che i calciatori osservati da decine e decine di telecamere avrebbero adottato un gioco più corretto e che forse, certi falli e certe scorrettezze non si sarebbero mai più visti su un campo da gioco (<hi rend="CharOverride-1">La Stampa </hi>1993). Ma fioccavano anche le polemiche. Alcuni temevano che l’abbuffata televisiva avrebbe ucciso la bellezza di ammirare una partita dal vivo allo stadio (celebre lo slogan apparso in quei giorni su un quotidiano «il calcio in tv svuota gli stadi»), altri che la sovraesposizione mediatica avrebbe allontanato spettatori e tifosi, altri ancora che le logiche televisive avrebbero inquinato l’autentico spirito del calcio, qualcuno polemizzava su uno sport popolare che adesso invece veniva visto in diretta solo da pochi e agiati spettatori (<hi rend="CharOverride-1">Corriere della Sera</hi> 1993b). Sembrava essere quindi, quasi un segno dei tempi che accanto alla solita Juventus, fosse il Milan del signore delle tv commerciali, Silvio Berlusconi, a dominare il calcio italiano di quegli anni Novanta. Nel periodo 1991-1999 i rossoneri si aggiudicarono 5 campionati e i bianconeri 3. Ma nella stagione 1997-1998 furono i cugini dell’Inter a lottare per il titolo contro gli uomini di Marcello Lippi, in quella che fu probabilmente la stagione più avvelenata della storia del calcio italiano. La sfida decisiva si disputò al Delle Alpi di Torino, domenica 27 aprile 1998 e rappresentò anche il punto più alto del nostro calcio: il match fu seguito in diretta da un miliardo di persone collegate da quindici paesi, l’evento televisivo fu trasmesso in esclusiva da Tele+ Bianco e monopolizzò l’attenzione di carta stampata e talk show per diversi giorni (Tosatti 1998a). Le due squadre avevano animato un entusiasmante duello per l’intera stagione, riservando agli appassionati una esaltante altalena di emozioni, offrendo loro le spettacolari giocate di campioni come Zinedine Zidane, Edgar Davids, Didier Deschamps, Youri Djorkaeff, Diego Simeone, Aron Winter e soprattutto i gol di Alessandro Del Piero e Luis Nazario de Lima, conosciuto come Ronaldo, considerati entrambi come i migliori centravanti in circolazione (Mura 1998a). La sfida presentava numerosi motivi di interesse: si trattava delle uniche due squadre a non essere mai andate nemmeno una volta in serie B fino a quel momento e per questa ragione la partita era soprannominata il derby d’Italia; la Juventus aveva solo un punto di vantaggio sui nerazzurri a tre giornate dalla fine; rappresentava il meglio di un calcio sempre più ricco e sempre più globale, che era ormai arrivato ad interessare con i propri campioni e i propri marchi l’intero pianeta ed era anche la vetrina più luccicante di quello che in quel momento veniva considerato come il torneo più bello in assoluto; era il simbolico confronto tra due delle più antiche e potenti dinastie del capitalismo italiano, gli Agnelli e i Moratti che già dagli anni del boom economico e nel caso della Juventus ancora prima, avevano raccontato così bene l’intreccio tra capitalismo e calcio e tra due modi manageriali radicalmente diversi (De Luna 1998). Come nel caso della sfida scudetto contro la Roma di Dino Viola nel 1981, anche questa volta, quello dei nerazzurri veniva visto come il tentativo di sovvertire una struttura di potere, quella della Juventus, per così tanto tempo inscalfibile e duratura. Giorgio Tosatti (1998a) sul <hi rend="CharOverride-1">Corriere della Sera</hi> osservava che Juventus-Inter era anche</p><p rend="quotation_a">il nuovo assalto di Milano alla regina degli scudetti e a un consolidato potere. È il confronto fra due filosofie gestionali. Una Juventus che facendo onore al proprio nome, punta sulla valorizzazione dei giovani talenti italiani, coniugando rigorosamente efficienza e bilancio […] dall’altra parte un’internazionale di nome e di fatto, un inno alla convivenza e alla società multietnica, un club goloso di campioni dovunque nascano e qualunque cifra costino. Secondo una mentalità imprenditoriale che considera il buon investimento un affare.</p><p rend="text">Juventus e Inter rappresentavano davvero il meglio del calcio italiano ed europeo: guidavano praticamente appaiate la serie A con i migliori attacchi e entrambe avevano conquistato la finale della Coppa europea che stavano disputando, la Juventus la Champions League, per il secondo anno di fila, l’Inter la Coppa Uefa. La sfida affascinò anche il <hi rend="CharOverride-1">New York Times</hi> che seguì con divertito interesse il fermento con cui la Grande Mela italiana stava vivendo la vigilia della partita e incontrò un ristoratore di Manhattan, Pino Di Bartolo che nel suo locale “All’angolo”, aveva preso a<hi rend="CharOverride-5"> </hi>servire piatti con i nomi dedicati alle due squadre (<hi rend="CharOverride-1">Corriere della Sera</hi> 1998f). Ovviamente nel prepartita si parlò tantissimo di arbitri, sudditanza psicologica, potere politico ed economico dei bianconeri. I discorsi sulla manipolazione del campionato, sul sistematico e storico aiuto da parte della terna arbitrale a favore della ‘Vecchia Signora’ sembravano far parte dell’enorme show che l’evento rappresentava e i media lo cavalcarono con convinzione con una vera e propria serie dedicata di interviste sulla correttezza del campionato e su che tipo di favori avrebbero potuto ricevere i torinesi. Le polemiche erano rinfocolate anche dalla vittoria della Juventus a Empoli una settimana prima, per 1-0 con un gol del difensore Stefano Bianconi, non visto dal direttore di gara Pasquale Rodomonti. Già il 6 aprile, il presidente dell’Inter Massimo Moratti si era abbandonato a dichiarazioni polemiche («mi auguro che a Torino si giochi 11 contro 11») (<hi rend="CharOverride-1">la Repubblica</hi> 1998b), mentre alla vigilia del match qualcuno parlava di campionato già finito: altrove avevano deciso chi lo avrebbe vinto (<hi rend="CharOverride-1">Corriere della Sera</hi> 1998g). Omar Sivori derubricava le polemiche a semplice invidia per chi vince spesso: «al di là di favole antiche su pretese sudditanze arbitrali, la Juve ha sempre dato fastidio e continua a dare fastidio perché vince troppo» (Sivori 1998) mentre il deputato di Rifondazione Comunista e tifoso bianconero, Nerio Nesi notava che «la Juve ha qualcosa di diverso e speciale, che attira le polemiche soprattutto in vista delle supersfide. È una squadra diversa dalle altre che porta con sé i valori tipici torinesi: serietà e metodo» (Piccardi 1998). In realtà il campionato era stato fino a quel momento assai equilibrato e più che il peso di singoli episodi l’Inter scontava i punti persi contro squadre, alcune di queste certo non irresistibili, come Bari, Empoli, Udinese, Lazio, Parma, Bologna. </p><p rend="text">Era un fatto che le costanti polemiche sugli arbitraggi a favore della Juve costituivano un elemento spettacolare<hi rend="CharOverride-1"> </hi>che contribuiva a tenere altissimo l’interesse di tifosi e appassionati. Per dirigere il match fu scelto uno dei migliori direttori di gara italiani, Piero Ceccarini. Era un arbitro internazionale, aveva 45 anni e una lunghissima carriera alle spalle iniziata nel 1972 e che poteva vantare la direzione di ben 121 partite in serie A, la finale di Coppa delle Coppe tra Saragozza e Arsenal nel 1995 e quella di Supercoppa Uefa tra Barcellona e Borussia Dortmund nel 1997. Fino all’ultimo era stato candidato insieme a Pierluigi Collina per rappresentare i fischietti italiani ai Mondiali francesi del 1998, poi qualche settimana prima della grande partita la Federazione aveva scelto il secondo. I quotidiani sottolinearono tutti un punto: nessuno avrebbe voluto trovarsi al suo posto in quel momento. Il <hi rend="CharOverride-1">Corriere della Sera </hi>(1998h) lo definì «l’uomo più solo in campo». L’allenatore dell’Inter Gigi Simoni, noto per la sua compostezza e signorilità, un passato anche da mezzala nella Juventus di Heriberto Herrera e che adesso arrivava a giocarsi il titolo dopo una lunga gavetta in provincia, cercò di gettare acqua sul fuoco. Alla vigilia dell’incontro rilasciò un’intervista alla <hi rend="CharOverride-1">Stampa</hi> e rispondendo ad una domanda sulla sudditanza arbitrale nei confronti della Juventus non aveva dubbi: </p><p rend="quotation_a">noi gli arbitri li dobbiamo aiutare e non metterli in imbarazzo. Perciò aiuteremo Ceccarini, magari arrabbiandoci se sbaglierà ma senza pensare mai alla malafede. L’Inter non deve temere niente. Io che ho allenato in altre realtà so che la sudditanza psicologica esiste ma danneggia le società piccole: noi e la Juve non lo siamo (Simoni 1998).</p><p rend="text">La sua partita in panchina durò 69 minuti, poi entrò in campo inveendo contro l’arbitro e venne espulso. A far saltare i nervi all’allenatore nerazzurro e a tutta la sua squadra fu un contatto in area juventina tra il difensore bianconero Mark Iuliano e l’attaccante nerazzurro Ronaldo. Si trattava di un fallo di ostruzione e non fu sanzionato, mentre sul prosieguo dell’azione venne fischiato un penalty a favore dei bianconeri per un fallo su Del Piero (che poi lo fallì). Quindi vinse la Juventus 1-0, proprio grazie a un gol di Del Piero nel primo tempo. A caldo, ai microfoni della Rai che lo intercettarono fuori dallo stadio, Ceccarini si difese: l’azione era stata molto veloce e un errore di valutazione poteva pure esserci stato ma nel complesso non era stata una partita difficile da arbitrare (Perrone 1998a). Nel post partita le dichiarazioni della società danneggiata, in questo caso l’Inter, non si discostavano molto dal tenore che avevano di solito in questi casi e che abbiamo avuto modo di vedere. Oscillavano dall’allusione a uno strutturato sistema di potere occulto e corrotto retto dalla Juventus e atto ad avvantaggiarla in modo fraudolento a generali riferimenti a un clima di sudditanza psicologica al quale nessun arbitro pareva potersi sottrarre. Ovviamente si sprecavano termini come scandalo, furto, latrocinio, vergogna. Quello che però non aveva precedenti fu la durezza della polemica condotta dall’Inter e in generale l’ampiezza e la portata che la vicenda ebbe anche fuori dalla cerchia dello sport. Attori, cantanti, giornalisti, opinionisti, intellettuali, politici nessuno volle sottrarsi all’incombenza di commentare l’accaduto. Quel singolo episodio sembrava mettere in dubbio la validità di un intero campionato e scoperchiava un sistema di corruzione che aveva come suo terminale la Juventus. Il presidente dell’Inter Massimo Moratti parlò «di campionato falsato», di «un complesso che gli arbitri si portano dietro ogni volta che dirigono la Juve», di quella che ormai era «una regola del calcio italiano» quella di favorire la Juventus e che portava i direttori di gara a «temerla», Gigi Simoni di «una vergogna», Ronaldo dichiarò che «tutto il mondo deve vedere gli arbitri sempre a favore della Juve. Mi resta una grande tristezza. […] Il calcio è allegria quando si gioca 11 contro 11, ma diventa triste quando dall’altra parte sono in 12» (Monti 1998; <hi rend="CharOverride-1">la Repubblica</hi> 1998c; <hi rend="CharOverride-1">La Gazzetta dello Sport</hi> 1998; Ansaldo 1998). A stupire forse, fu l’affondo, di una durezza senza precedenti, del mondo della politica che vide nell’episodio la pietra dello scandalo di un sistema marcio. Come osservato con un certo imbarazzo da Giorgio Tosatti, molti politici intervennero con toni così sostenuti da sembrare più capi ultrà che capi partito (Tosatti 1998b). Dietro questo interventismo c’era anche un discorso di opportunità: intervenire sul rigore mancato di Ronaldo voleva dire presidiare un argomento sul quale la pubblica attenzione era vivissima e strappare così facili consensi. Di certo gli interventi fioccarono senza precedenti. Lo storico dirigente comunista Armando Cossutta tifoso dell’Inter, in quel momento tra i massimi leader di Rifondazione Comunista osservò «che la Juventus gode di molte protezioni, è una cosa scandalosa, ha proprio ragione il presidente Moratti» (Perrone 1998b) mentre il deputato Pietro Folena responsabile giustizia dei Democratici di Sinistra parlò di un vero e proprio «problema di giustizia: i cittadini hanno il diritto di non dover pensare che il campionato sia truccato», ricordò che la Juventus «ha un’influenza forte in tutti i campi, anche a livello economico» e chiese una riforma del sistema arbitrale con l’istituzione del sorteggio nella scelta degli arbitri e dell’utilizzo della moviola in campo (Folena 1998). Critiche piovvero anche da Destra: Gianfranco Fini leader di An fece presente che «esiste chiaramente un problema arbitri», Ignazio La Russa, altro tifoso illustre dell’Inter e all’epoca anch’esso deputato di An chiese di «sospendere l’assegnazione dello scudetto per il campionato in corso» (Nese 1998). Intervenne anche il governo. Walter Veltroni chiese un incontro con il presidente della Federcalcio Luciano Nizzola e il 29 aprile la vicenda sbarcò alla Camera dei Deputati in una surreale e incandescente seduta parlamentare. Il deputato leghista Cesare Rizzi presentò una interrogazione urgente nei confronti proprio del vicepresidente del Consiglio e ministro per i beni culturali e ambientali Veltroni che informò la Camera sui punti emersi durante il suo incontro con Nizzola. Venne fatto presente che</p><p rend="quotation_a">Il presidente Nizzola mi ha dato assicurazione che subito prima della partenza della nazionale per i mondiali di calcio, e cioè entro il mese di maggio, il consiglio della federazione italiana gioco calcio assumerà decisioni che riguardano innovazioni radicali da proporre a garanzia di un clima di serenità che deve accompagnare il gioco del calcio e la sua manifestazione […] È interesse del paese, che riconosce il calcio come un gioco, che però è anche una delle grandi industrie nazionali, che il gioco del calcio si svolga in condizioni di grande trasparenza, di regolarità e moralità assolute (Atti parlamentari 1998, 32).</p><p rend="text">Le rassicurazioni però non bastarono a Rizzi che tra gli applausi, chiese la ripetizione della partita con una terna di arbitri straniera, accusò apertamente gli arbitri di essere pilotati «da qualcuno che è al di sopra» e addirittura accusò la Juventus di aver intimidito il Parlamento riuscendo a far ritirare alcune interrogazioni simili alla sua. Ancora più esplicito fu il deputato di An Domenico Gramazio che parlò di «arbitri ladri» e si chiese polemicamente «quante Fiat hanno guadagnato gli arbitri? Questa è la verità che non si dice, che non si vuole dire!» (Atti parlamentari 1998, 31-3). A quel punto l’onorevole dell’Ulivo, ex calciatore di Juventus e Napoli, Massimo Mauro, diede del buffone a Gramazio che per tutta risposta scese nell’emiciclo e dirigendosi verso i banchi della maggioranza cercò di raggiungerlo. I due si insultarono sotto gli occhi del Presidente della Camera Luciano Violante e non riuscirono ad accapigliarsi solo perché trattenuti dai commessi. Su delibera dell’ufficio di presidenza, Gramazio venne sospeso per 15 giorni mentre il comportamento di Mauro venne censurato. Un allibito <hi rend="CharOverride-1">Financial Times</hi> registrò che in Italia le polemiche per la partita Juventus-Inter erano diventate «un affare di Stato» (<hi rend="CharOverride-1">la Repubblica</hi> 1998d). Un ruolo fondamentale nell’incendiare l’atmosfera sia prima che dopo l’incontro lo ebbe la televisione. La sera stessa dell’incontro la trasmissione Mediaset <hi rend="CharOverride-1">Pressing</hi>,<hi rend="CharOverride-1"> </hi>condotta da Raimondo Vianello esaminò con dovizia di particolari le immagini dell’incontro. La moviola come sempre venne affidata al giornalista Maurizio Pistocchi che passò al vaglio non solo l’episodio incriminato del contatto fra Iuliano e Ronaldo ma anche tutti i cartellini gialli distribuiti da Ceccarini e anche numerosi falli assolutamente secondari avvenuti a centrocampo. Venne sottolineata non solo la disparità dei fischi tra Juventus e Inter ma, incalzando gli ospiti in studio, il calciatore del Bologna Roberto Baggio, l’ex portiere Giovanni Galli e il giornalista Massimo De Luca, anche una diversa condotta rispetto alla linea generale intrapresa dagli arbitri in tutto il resto del campionato, dando così l’immagine di una partita manipolata dall’inizio alla fine. Ancora oggi, quella moviola è un cult del web, visualizzata centinaia di migliaia di volte e nella galassia antijuventina è diventata il simbolo di un giornalismo corsaro. Lo stesso Pistocchi torna spesso su quella trasmissione rivendicando il coraggio dimostrato. In realtà, come osservato da Gianni Mura sulla <hi rend="CharOverride-1">Repubblica</hi>, Ceccarini prima dell’episodio incriminato aveva arbitrato in modo impeccabile e anche dopo, mentre gli animi si scaldavano, era riuscito a non perdere il controllo della sfida. Più che altro, l’episodio era stata la scintilla che aveva incendiato la prateria, inserendosi in un clima di generale sospetto: </p><p rend="quotation_a">Ceccarini per più di un’ ora ha diretto molto bene una partita tranquilla, correttissima e incerta. Poi è cambiato lo scenario, con colpi proibiti, capannelli furiosi, di tutto. Ceccarini, nei commenti di chi non tifa Juve, paga anche responsabilità non sue: da Boggi a Rodomonti, da Cesari a Messina. È calato nel ruolo dell’ultima goccia. Peccato, è anche colpa sua ma bisogna riconoscergli di non aver perso la testa (Mura 1998b).</p><p rend="text">Era passato ancora una volta il messaggio che il campionato era stato vinto non dalla squadra migliore ma da quella meglio attrezzata politicamente ed economicamente. Eppure una settimana dopo la Juventus non andò oltre lo 0-0 con il Vicenza: l’Inter avrebbe potuto riportarsi a -2 e riaprire il campionato. Invece i nerazzurri pareggiarono con il Piacenza e la domenica successiva furono sconfitti (per la seconda volta in quel campionato) dal Bari di Eugenio Fascetti mentre la Juventus vinceva 3-2 a Torino contro il Bologna, conquistando così il suo venticinquesimo titolo. Gigi Simoni dovette accontentarsi di aver solo sfiorato lo scudetto: all’inizio del successivo campionato, a novembre, venne esonerato dal presidente Massimo Moratti non soddisfatto del suo rendimento. Nei successivi vent’anni è stato il testimone di quello che per gli antijuventini è diventato il simbolo più luminoso della corruzione della ‘Vecchia Signora’. In occorrenza di ogni derby d’Italia, intervistato da tv e giornali, come accaduto per Turone, ha ricordato le dinamiche di quell’episodio ricordando sempre come: «senza quell’arbitro Ceccarini che mi ha rovinato la carriera, il campionato lo avremmo vinto noi» (Crosetti 2020). Un mese dopo la sfida avvelenata con l’Inter gli uomini di Marcello Lippi giocarono la terza finale consecutiva di Champions League venendo sconfitti per 1-0 dal Real Madrid e confermando la loro maledizione europea. Qualche settimana dopo invece, i bianconeri Deschamps e Zidane trascinarono la propria nazionale alla conquista dei Mondiali organizzati proprio in Francia mentre nella stagione successiva Ronaldo e Del Piero fermati da terribili infortuni non saranno più protagonisti e anche le loro squadre lasceranno spazio ad altre compagini. Gli anni Novanta stavano finendo, le polemiche sulla Juventus, no. </p><p rend="h2">6.2 La «Tangentopoli del calcio»: Calciopoli</p><p rend="text">Il 13 maggio del 2006 commentando lo scandalo appena esploso di Calciopoli, Giorgio Bocca parlava di una storia antica, già nota, piemontese ma anche molto italiana, assai rappresentativa del nostro paese: quella di una famiglia potente che si chiamasse Savoia o Agnelli poco importa, che con soldi e prestigio, da un parte presentava una rassicurante immagine di stile ed eleganza e dall’altra invece esercitava il proprio predominio con l’inganno e la corruzione. Lo scandalo travolgeva la dirigenza bianconera della Triade Moggi, Giraudo, Bettega ma, spiegava Bocca, affondava le proprie radici nell’avidità della Juve del quinquennio 1930-1935 e poi nella squadra pigliatutto di Boniperti: </p><p rend="quotation_a">Leggendo le cronache amare dello scandalo Juventus mi è parso di ritornare a una storia nota, una storia piemontese e monarchica dove re onnipotenti e amati dagli umili per la loro onnipotenza, si circondano di corti tanto brave a gestire il potere e i privilegi quanto ipocrite nel celebrare virtù che non hanno uno stile signorile e corretto mentre si dilaniano per la spartizione del bottino: lo stile Savoia o lo stile Juventus […] E forse questa ambiguità è di tutte le grandi istituzioni del nostro come di altri paesi. Le cose sono andate sempre così. L’ ex giocatore e factotum della Juventus Boniperti era il padrone del mercato dei calciatori, aveva il diritto di prima scelta, solo che era uno di Pertengo, delle risaie vercellesi e non un capostazione vanesio e chiacchierone come Luciano Moggi. Se una squadra di calcio vince tutto per settant’anni e ha alle spalle un gigante industriale, non ha bisogno di chiedere dei favori perché tutti sono pronti a farglieli, si crea un tale incantamento che i tifosi, la gente comune se ne fa un’ immagine diversa e migliore di quella reale, un’ immagine superiore persino alla lotta di classe, con il Togliatti juventino, e il siciliano Anastasi diventato l’idolo degli operai piemontesi del Lingotto. Ma la fame dell’oro era già forte nella Juventus del quinquennio dei cinque campionati consecutivi vinti. Ricordo un allenatore austriaco, Sturmer, mi pare, che quando andai a Torino per fare un provino alla Juventus si informava del mio rapporto con il denaro, mi metteva in guardia dal diventare avido come il terzino Rava o come i sudamericani Monti e Cesarini, ma io non capivo di che parlasse: la Juventus per un ragazzo di provincia era un sogno, una riunione di tutte le virtù sportive e civili (Bocca 2006).</p><p rend="text">Giorgio Bocca, tifoso bianconero, era uno dei più autorevoli e conosciuti giornalisti del paese e da opinionista aveva analizzato più volte il carattere degli italiani del quale a suo vedere l’elemento centrale «era la tendenza alla doppiezza, alla menzogna e alla dissimulazione» ma anche al «trasformismo» all’«opportunismo», al calcolo personale (Patriarca 2010, 263)<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-013-backlink"><ref target="OP08873_xml.html#footnote-013">2</ref></hi></hi>. Adesso, lo scandalo di Calciopoli fotografava l’inadeguatezza storica delle nostre élite, corrotte e inette, viscide e doppiogiochiste, immorali e fameliche. Nelle settimane successive si fece strada con sempre più forza la lettura di una Juventus che aveva sempre gestito ed esercitato in questo modo il proprio potere e tutto o quasi tutto quello che aveva vinto e ottenuto nei suoi precedenti 109 anni di storia si portava dietro il marchio della frode e dell’inganno. Il recente scandalo metteva finalmente un punto su questa storia di prevaricazione sportiva, dava ragione a quanti l’avevano da sempre raccontata e denunciata e probabilmente chiudeva per sempre il predominio bianconero sul calcio italiano. </p><p rend="text"> Il giornalista Beppe Severgnini ad esempio parlava di «fasulle indignazioni nazionali», le cose erano sempre andate così, tutti sapevano e nessuno si era veramente mosso per non disturbare la potente manipolatrice:</p><p rend="quotation_a">gli unici a credere che i risultati della Juventus (e non solo) dipendessero solo dal campo erano milioni di tifosi, per cui dispiace, perché non c’entrano niente. Hanno una passione […] e gliel’hanno sporcata. Tutti gli altri […] dovrebbero chiedersi: far finta di nulla è stata una buona idea? (Severgnini 2006).</p><p rend="text">Sempre sul <hi rend="CharOverride-1">Corriere </hi>un lettore denunciava il disgusto per il calcio corrotto e faceva un parallelismo tra il marcio rappresentato dalla Juventus nel mondo dello sport e quello delle ingiustizie quotidiane che intossicano la vita di tutti i giorni. La sconfitta del primo dava speranza che si potessero spazzare vie anche le seconde: </p><p rend="quotation_a">il disgusto per il calcio disonesto riunisce la famiglia dei tifosi lontani da camarille e malaffari, ci sentiamo tutti traditi anche se non siamo juventini e questa lezione ci dovrebbe servire per tutte le volte che abbiamo tollerato ingiustizie, malversazioni, mobbing, pressioni indebite, favoritismi, ricatti nella società e nei posti di lavoro senza alzare un dito, un ciglio, una qualchessia voce per dissentire, disubbidire e rompere il muro dell’ipocrisia di tacito assenso a qualcosa di ignobile o contrario a quella che chiamiamo morale. Credo che oltre ai tifosi delusi ci siano migliaia di persone che leggono questo scandalo come la rivincita dell’etica, della correttezza sul marcio e si aspettano una pulizia vera, duratura (<hi rend="CharOverride-1">Corriere della Sera </hi>2006).</p><p rend="text">Un altro lettore sulla<hi rend="CharOverride-1"> Gazzetta dello Sport</hi> (2006b) si chiedeva:</p><p rend="quotation_a">Ora dove sono tutti quei grandi giornalisti che si riempivano la bocca e riempivano le pagine dei giornali, parlando dello stile Juve, di società modello e di grandi dirigenti, che suggerivano di copiarlo per vincere? Non provano un senso di vergogna profondo ora per la loro disonestà intellettuale, o ad esser buoni, per la loro stupida cecità?</p><p rend="text">Sull’<hi rend="CharOverride-1">Unità</hi>, il giornalista Oliviero Beha noto per le sue osservazioni spesso polemiche, scriveva che «l’Avvocato si rivolta nella tomba, anche se su un fianco solo» (Beha 2006a) e parlava di «P3 del pallone» (Beha 2006b) mentre <hi rend="CharOverride-1">la Repubblica</hi> (2006a) fu la prima testata a adoperare l’accostamento tra questa vicenda e Mani Pulite titolando a tutta pagina “La Tangentopoli del calcio”, una chiave di lettura retorica che ebbe poi moltissima fortuna<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-012-backlink"><ref target="OP08873_xml.html#footnote-012">3</ref></hi></hi>. Dura fu anche la presa di posizione del mondo cattolico: l’<hi rend="CharOverride-1">Osservatore Romano </hi>(2006) nella pagina dedicata all’Italia espresse «profondo disgusto» ricordando come il calcio sia sempre stato per gli italiani «un’oasi felice» ma adesso lo scandalo aveva</p><p rend="quotation_a">colpito anche i nostri ricordi, quando si correva nelle strade, nei giardini, nei garage, dietro ad un pallone impecettato infinite volte. Sarà retorica. Ma nonostante gli episodi di teppismo, e anche di più grave violenza, che sempre più frequentemente lo ferivano, e i sospetti che lo inquinavano, il calcio restava un rifugio sicuro, un porto dove ancorarsi al riparo dalle preoccupazioni quotidiane. E lo era per tutti. Anche per chi il calcio non lo seguiva direttamente […] Ecco, se una colpa, un reato si può fin da subito contestare agli indagati in queste inchieste della magistratura è proprio questo: averci rubato anche questa nostra povera illusione, che il pallone cioè, nonostante tutto rimane rotondo, per bianchi e neri, piccoli e grandi, ricchi e poveri. Ecco, per questo reato non c’è pena che sia all’altezza.</p><p rend="text">Il disgusto per il malaffare diffuso, la corruzione dei costumi, il disordine morale dei potenti non riguardava soltanto il calcio. In quegli stessi mesi, il <hi rend="CharOverride-1">Corriere della Sera</hi> aveva preso a pubblicare una serie di dettagliati articoli dei giornalisti Gian Antonio Stella e Sergio Rizzo, che denunciavano con grande puntiglio investigativo privilegi, malversazioni, speculazioni spericolate, piccoli, grandi soprusi legalizzati da parte del mondo della politica. Dal torbido exploit delle cliniche private siciliane legate a doppio filo alla politica dell’isola, agli affari delle coop rosse, passando per lottizzazioni, allegri rimborsi elettorali, concessioni pubbliche e nomine dirigenziali opache (Rizzo e Stella 2006; Stella 2006; Rizzo 2006a, 2006b). Alla fine dello stesso anno i due cronisti spulciarono le tabelle della finanziaria del 2007 varata dall’allora governo Prodi, sottolineando come i costi degli organi costituzionali non venissero mai tagliati. Un anno più tardi, nel maggio del 2007, quegli articoli verranno ampliati e riuniti in un volume dall’evocativo nome, <hi rend="CharOverride-1">La Casta</hi>,<hi rend="CharOverride-1"> </hi>destinato ad avere un enorme successo di pubblico e a scuotere profondamente l’opinione pubblica italiana suscitando un’indignazione collettiva che avrebbe lasciato larghissime tracce nella storia recente del paese (Cundari 2017). Tra i più recettivi del nuovo clima che iniziava a serpeggiare ci fu un blog di controinformazione, lanciato e gestito dal comico genovese, Beppe Grillo. Nell’agosto del 2006, a scandalo ormai consumato, Grillo inseriva Calciopoli nel clima di grave squallore morale che imperversava nel paese e chiedeva alla Juventus di restituire tutti i soldi di cui si era appropriata indebitamente manipolando i risultati sul campo e quindi manipolando anche quelli delle proprie azioni in borsa (Grillo 2006). Il paese si mostrava sempre più insofferente verso le istituzioni e intanto anche il mondo del pallone bruciava. Partì tutto ad inizio maggio da</p><p rend="quotation_a">una costola dell’indagine sul doping avviata da Raffaele Guariniello. Dalle intercettazioni telefoniche disposte per l’inchiesta, infatti, risultarono contatti ambigui tra vertici delle società calcistiche, arbitri, procuratori, dirigenti federali e arbitrali, che adombrarono il sospetto di un vero e proprio sistema finalizzato a influire sulle designazioni arbitrali e condizionare le partite del campionato di serie A. Un sistema al cui centro sarebbe stata proprio la Juventus, attraverso il ruolo esercitato da Luciano Moggi e Antonio Giraudo (Agosti e De Luna 2019, 269).</p><p rend="text">Guariniello non ritenne che l’indagine presentasse rilievi di natura penale e così archiviò il fascicolo e inviò tutto l’incartamento al procuratore capo Marcello Maddalena che lo girò al presidente della Figc Franco Carraro che a sua volta lo inoltrò all’ufficio indagini della Federcalcio. Dopo mesi di silenzio la magistratura ordinaria e la giustizia sportiva avviarono delle indagini e le migliaia di intercettazioni telefoniche che costituivano il corpo principale dell’inchiesta, pian piano iniziarono a essere pubblicate sui quotidiani nazionali causando il più grave terremoto della storia sportiva del nostro paese. Emergeva un quadro di certo non edificante: direttori sportivi spregiudicati, arbitri compiacenti, designazioni addomesticate, maleodoranti richieste di favori a tutti i livelli e di qualsiasi tipo, giornalisti servizievoli, sospetti su convocazioni della nazionale indirizzate per non danneggiare determinati club. Non tutte le telefonate dimostravano chiaramente un reato, moltissime per la verità, erano semplicemente inopportune. E non era implicata soltanto la Juventus: sembravano emergere responsabilità dirette anche di Milan, Fiorentina e Lazio e di dirigenti come Andrea e Diego Della Valle presidenti della Fiorentina e del suo amministratore esecutivo Sandro Mencucci; dell’amministratore delegato del Milan Adriano Galliani e di Leonardo Meani dirigente della stessa squadra; del presidente della Lazio Claudio Lotito (Bufi e Sarzanini 2006). Eppure la vicenda sembrava travolgere soprattutto la Juventus e la sua dirigenza nelle persone di Moggi e Giraudo e tirava in ballo anche la Gea una società di procuratori accusata di manipolare il mercato dei calciatori e che vedeva tra i suoi soci anche Alessandro Moggi, figlio di Luciano. </p><p rend="text">L’ondata di sdegno popolare fu senza precedenti e la copertura mediatica dello scandalo anche. Per settimane i quotidiani dedicarono centinaia di pagine alla vicenda, pubblicando stralci di intercettazioni e commenti durissimi sul clima di squallore morale del calcio italiano e sulle dirette responsabilità della ‘Vecchia Signora’. Molti furono i commenti sull’affollato mondo che ruotava attorno al potente dirigente bianconero e alle tantissime celebrità coinvolte nelle intercettazioni. Il 16 maggio furono pubblicate quelle che riguardavano Giuseppe Pisanu, all’epoca dei fatti ministro dell’Interno, che chiedeva a Moggi un interessamento per la Torres Calcio, squadra della sua zona d’origine: il dirigente bianconero dopo essersi consultato con l’allenatore Mauro Sandreani e l’ex bianconero Franco Causio, inserì nella società la bandiera juventina Antonello Cuccureddu pagato direttamente da Moggi, che sulla panchina sarda otterrà ottimi risultati centrando i play-off in serie C1 (Sarzanini 2006a). Molte parole furono spese anche su favori e cortesie garantite da Moggi a gente dello spettacolo, funzionari di pubblica sicurezza, magistrati (Sarzanini 2006b). Il pm Antonio Rinaudo della procura di Torino, ad esempio, ricevette cene e biglietti omaggio per le partite della Juventus e voci girarono anche sul magistrato Giancarlo Caselli che fu aiutato da Moggi ad organizzare una serata evento con alcuni campioni della Juventus per assistere una bambina malata e bisognosa di cure (Imarisio 2006a). Il giornalista Lamberto Sposini, dopo la pubblicazione di alcune telefonate con il direttore generale della Juventus pubblicate sul <hi rend="CharOverride-1">Secolo XIX</hi>, fu accusato di aver difeso la Juventus con fare da tifoso in alcune trasmissioni televisive come il <hi rend="CharOverride-1">Processo</hi> di Biscardi. La difesa fu molto semplice: si trattava di un programma dedicato al tifo e lui ci andava proprio in quella veste di supporter bianconero (Sposini 2006). Sui quotidiani nazionali sembrava essersi aperto uno spettacolo senza fine, con pubblicazione di intercettazioni spesso con nessuna rilevanza giudiziaria, che scatenavano una curiosità morbosa su scambi di favori, rapporti personali, dinamiche di potere. Uno spettacolo che iniziò a sollevare distinguo e prese di distanza. A muoversi per prima fu la politica: il presidente del Senato Franco Marini chiese alla giunta delle Elezioni e delle Immunità di Palazzo Madama di occuparsi «dell’uso illegittimo delle intercettazioni telefoniche indirette in danno di parlamentari» mentre il senatore dell’Udc Marco Follini denunciò il «ricorso a una giustizia sommaria che si serve di intercettazioni la cui pubblicazione è di assai dubbia legalità» (Martirano 2006). Anche il presidente dell’ordine dei giornalisti Lorenzo del Boca invitò il mondo dell’informazione alla prudenza: «pubblichiamo quel che serve per capire ma lasciamo perdere il pettegolezzo» (Sposini 2006). Mentre in un clima surreale il 14 maggio, la Juventus dopo una stagione dominata vinceva il suo ventinovesimo scudetto, battendo in campo neutro a Bari 2-0 la Reggina, l’inchiesta andava avanti e travolgeva i principali accusati. Già l’11 maggio il consiglio di amministrazione della Juventus si dimise in blocco, il 16 maggio Moggi lasciò anche la carica di direttore generale e i vertici delle principali istituzioni del calcio italiano vennero decapitati in poche settimane. </p><p rend="text">Si dimisero il presidente e il vicepresidente della Figc, Franco Carraro e Innocenzo Mazzini, i designatori arbitrali Paolo Bergamo e Pierluigi Pairetto, il presidente dell’Associazione italiana arbitri Tullio Lanese, i membri dell’Ufficio indagini della Federcalcio Italo Pappa e Francesco Attardi, il presidente della Lega Calcio Adriano Galliani (Agosti e De Luna 2019, 271). La guida della Figc passava a un commissario straordinario, il giurista Guido Rossi, una decisione destinata a provocare parecchi malumori. Rossi, tifosissimo dell’Inter (Cecere 2006; Galdi 2006) e presenza costante nella tribuna rossa del Meazza, era stato anche membro del consiglio di amministrazione dei nerazzurri dal 1995 al 1999 e sarà soprattutto sua la decisione, assai controversa, di assegnare il titolo di campione d’Italia per la <ref target="https://it.wikipedia.org/wiki/Serie_A_2005-2006">stagione 2005-2006</ref> (in un primo momento non assegnato dopo le penalizzazioni a Juventus e Milan) all’Inter (<hi rend="CharOverride-1">La Gazzetta dello Sport</hi> 2010, <hi rend="CharOverride-1">Tuttosport </hi>2010). Il <hi rend="CharOverride-1">Corriere della Sera</hi> a caldo, notava con una certa malizia che l’Inter poteva contare su una folta e assai potente schiera di illustri tifosi: «il peso economico e finanziario che il tifo comune è in grado di concentrare sugli spalti del Meazza è assolutamente invidiabile […] tanti banchieri, tanti avvocati d’affari, tanti manager» (Agnoli 2006). Tra questi tifosi eccellenti, spiegava il quotidiano milanese, si annoveravano l’amministratore delegato di UniCredito italiano Alessandro Profumo, l’ex banchiere di Lazard Gerardo Braggiotti, il direttore di Mediobanca Alberto Nagel, il direttore generale di Sanpaolo Pietro Modiano e l’allora numero uno di Pirelli e Telecom Tronchetti Provera. Proprio sui rapporti tra Telecom e Inter si consumerà una lunga polemica, anche su presunte intercettazioni scomparse e sul ruolo della società nerazzurra nell’innescare l’inchiesta (Tavaroli 2016). Intanto l’immagine della Juventus usciva completamente demolita dallo scandalo che sembrava non solo minare la sua dirigenza, la sua storia recente e gettare ombre sul suo passato ma coinvolgeva in vari modi altri suoi uomini simbolo. Il suo portiere, nonché della nazionale italiana, Gianluigi Buffon per esempio, fu indagato con l’accusa di far parte di un giro di scommesse clandestine che avrebbe coinvolto anche gli ex juventini Maresca, Iuliano e Chimenti (Marrone 2006) e una parte della pubblica opinione iniziò a ritenere inopportuna una sua presenza agli imminenti mondiali che si sarebbero disputati in Germania (Toti 2006a; Imarisio 2006b<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-011-backlink"><ref target="OP08873_xml.html#footnote-011">4</ref></hi></hi>). Marcello Lippi invece finì nell’occhio del ciclone a causa del ruolo di suo figlio Davide, procuratore legato alla Gea: l’ipotesi è che avesse favorito la convocazione di calciatori Gea, accrescendone così il valore di mercato e lasciato riposare nelle amichevoli quelli della Juventus (Haver e Valdisser 2006; Haver 2006; Toti 2006b). Dopo giorni di voci sulle sue dimissioni e un ampio dibattito sulla stampa, il 22 maggio Guido Rossi lo confermò alla guida della nazionale (Monti 2006). Sempre in quei giorni da un’indagine su un traffico di droga emersero i nomi degli ex juventini Michele Padovano, accusato di spaccio e Gianluca Vialli che avrebbe acquistato stupefacenti dall’ex compagno di squadra, anche in questo caso furono pubblicate intercettazioni imbarazzanti (Girola 2006)<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-010-backlink"><ref target="OP08873_xml.html#footnote-010">5</ref></hi></hi>. Il danno non era solo d’immagine ma anche economico e sembrava scuotere alle fondamenta la società e metterne a rischio anche l’esistenza. L’11 maggio, a scandalo appena esploso la Juventus perse in borsa in una sola mattinata il 10% (<hi rend="CharOverride-1">Corriere della Sera</hi> 2006a) e andò peggio il 15 maggio, il giorno dopo la vittoria del suo ventinovesimo scudetto quando ormai si dava per scontato una sua retrocessione, con il titolo che perse il 15% bruciando 37 milioni di euro in poche ore (Rossi R. 2006).</p><p rend="text">Si iniziavano già a fare i conti: con una eventuale retrocessione in serie B, rischiava di perdere più di 300 milioni di euro e di finire in rovina (Curino 2006a; Rossi G. 2006). Secondo l’insigne fiscalista e tributarista Victor Uckmar, ex presidente della Covisoc, l’organo della Figc che vigila sui bilanci societari delle società professionistiche, la Juventus non giocando più in serie A sarebbe fallita a meno di un intervento diretto della famiglia Agnelli (<hi rend="CharOverride-1">l’Unità</hi> 2006a). In quei giorni perdite pesanti in borsa furono registrate anche per l’Ifil, la finanziaria che controllava il club che perse quasi il 4% e per la Fiat che perse oltre il 3% (Rossi R. 2006).</p><p rend="text">Sergio Marchionne, amministratore delegato della Fiat, tifoso juventino, si disse dispiaciuto ma rassicurò mercati e azionisti chiarendo che la vicenda non avrebbe avuto nessunissima conseguenza sull’azienda torinese (<hi rend="CharOverride-1">La Gazzetta dello Sport</hi> 2006e). </p><p rend="text">Era anche l’ora dei grandi, storici accusatori della Juventus che adesso leggevano nello scandalo la prova di essere sempre stati dalla parte della ragione e di essere state vittime di un sistema corrotto e corruttore presieduto dai bianconeri. Franco Zeffirelli, che come ricordato negli anni Ottanta aveva parlato di un sistema mafioso presieduto dalla Juventus e per questo era stato costretto al pagamento di un consistente risarcimento, adesso gonfiava il petto: </p><p rend="quotation_a">A distanza di oltre vent’anni, posso dire con sommo piacere e animo grato che il tempo mi ha dato clamorosamente ragione. Ho denunciato le prevaricazioni e le prepotenze della Signora del calcio italiano quando la società bianconera era intoccabile: e per questo ho pagato una pesantissima multa. Ma oggi abbiamo finalmente le prove provate di come la Juventus abbia costruito le proprie vittorie attraverso la compiacenza e la corruzione degli arbitri. Moggi non è un caso isolato e appartiene a un certo periodo della storia juventina, ma il sistema è vecchio come è vecchia la Juventus e non è mai cambiato […] La Juventus è sempre stata padrona del calcio in Italia, anche prima di Moggi. Non aveva certo bisogno che arrivasse Moggi per imporre la propria arroganza (<hi rend="CharOverride-1">La Gazzetta dello Sport</hi> 2006a). </p><p rend="text">Il grande regista fiorentino, annunciò quindi in una lettera a <hi rend="CharOverride-1">La Gazzetta dello Sport</hi> che si sarebbe aspettato a stretto giro di posta sia il rimborso dei 37 milioni di lire che aveva dovuto pagare come risarcimento per le calunnie mosse alla società bianconera, sia le immediate scuse di Boniperti. L’ex allenatore della Roma Zeman fu ascoltato il 19 maggio dalla procura di Napoli nell’ambito di uno dei filoni dell’inchiesta. Anche lui rivendicò di aver avuto il coraggio di denunciare quando invece tutto attorno un clima sordido e compiacente taceva (Nicita 2006). Passava all’incasso anche Gianni Rivera che ricordava che rispetto ai tempi delle sue accuse mosse verso i bianconeri adesso la situazione era «largamente peggiore» (Rivera 2006). Gigi Simoni tornò sull’episodio del fallo Iuliano-Ronaldo e ribadì che quella partita era stata manipolata dall’arbitro Ceccarini (Boldrini 2006). Il difensore del Milan Alessandro Nesta raccontò con orrore di essere finito dopo indebite pressioni di Moggi a un passo dall’essere acquistato dalla Juventus ma di essere poi riuscito a imporre il suo netto rifiuto e aver evitato quindi di diventare complice di un sistema marcio. Nesta spiegava di aver capito quello che accadeva nel calcio italiano dopo un grosso favore fatto dall’arbitro alla Juve in una partita contro il Milan (Garlando 2006). Di testimonianze del genere se ne contarono a decine in quei giorni. Olivier Bierhoff, centravanti nella seconda metà degli anni Novanta dell’Udinese e poi del Milan ripetette più o meno le stesse parole di Nesta: anche lui sapeva da tempo cosa accadeva nel calcio italiano, precisamente dal 1997 da quando un arbitro gli annullò un suo gol non accorgendosi che il pallone era entrato. La partita era terminata 4-1 per la Juventus e adesso si augurava di vedere i bianconeri in serie B in modo da poter fare «tabula rasa per poi ripartire da zero» (Frongia 2006). L’ex proprietario del Bologna Giuseppe Gazzoni rivelò di essere stato letteralmente terrorizzato dallo strapotere di Moggi e di aver temuto di vedere giocare la sua squadra nella serie cadetta per sua opera (Dalla Vite 2006). L’ ex centrocampista di Juventus e Parma Dino Baggio raccontò di aver coraggiosamente denunciato il corrotto sistema bianconero e per questo di aver pagato in prima persona. Alludeva ad un episodio del 2000, quando durante un Parma-Juventus intervenne duramente sul giocatore bianconero Zambrotta e per questo venne espulso: uscendo dal campo in segno di protesta mimò all’arbitro Farina il gesto dei soldi, strofinando il pollice e l’indice della mano destra. Baggio riteneva che quell’episodio avesse di fatto posto fine alla sua carriera mettendolo fuori dal giro della nazionale e costringendolo a giocare sempre meno in serie A (Schianchi 2006). Fioccavano ogni giorno storie di carriere stroncate dalla Juventus, ingiustizie perpetrate, muri di gomma che assorbivano la voce di pochi coraggiosi. Eppure, come visto abbondantemente fino qui, della Juventus in moltissimi e da sempre ne avevano parlato con toni ampiamente dispregiativi senza alcuna conseguenza. Aldo Biscardi rimase impigliato nello scandalo per delle telefonate, per la verità piuttosto irrilevanti con Luciano Moggi e nel difendersi ammise candidamente di essere stato sempre un antijuventino e che il suo <hi rend="CharOverride-1">Processo</hi> spesso metteva sotto accusa i bianconeri. Il 13 febbraio di quell’anno ad esempio, il giornalista molisano organizzò un’intera puntata «contro l’arroganza della Juve» scatenandogli «contro tutti, gli ospiti, il pubblico e abbiamo fatto perfino un televoto» (Roncone 2006). Le polemiche continuarono a galoppare fino ai Mondiali in Germania, vinti sorprendentemente dall’Italia allenata proprio da Marcello Lippi e trascinata anche dai bianconeri Buffon, Cannavaro, Camoranesi, Zambrotta, Del Piero e come avvenuto nel 1982 l’ubriacatura mondiale per qualche giorno scacciò scandali e polemiche. Poi il 14 luglio arrivarono le sentenze di primo grado della giustizia sportiva che condannavano la Juventus alla revoca di due scudetti e alla retrocessione in serie B con 30<hi rend="CharOverride-5"> </hi>punti di penalizzazione insieme a Fiorentina e Lazio penalizzate rispettivamente di 12 e 7 punti mentre il Milan restava in serie A con 15 punti in meno (<hi rend="CharOverride-1">Corriere della Sera </hi>2006c;<hi rend="CharOverride-1"> La Gazzetta dello Sport </hi>2006f; <hi rend="CharOverride-1">l’Unità</hi> 2006b; <hi rend="CharOverride-1">la Repubblica</hi> 2006b). Si trattava di una sentenza particolarmente dura che nel caso dei bianconeri voleva dire almeno due anni lontano dalla massima serie e che andava a recepire quasi completamente le richiesta della procura federale che ne aveva chiesto una retrocessione in serie C. Una sentenza salutata con favore dalla carta stampata italiana e che andava a chiudere una stagione oscura di sudditanza e potere che nessuno aveva più intenzione di riaprire. Sul <hi rend="CharOverride-1">Corriere </hi>Gianni Riotta applaudiva i giudici che non avevano ceduto alla tentazione di un’amnistia sotto l’entusiasmo della vittoria mondiale e nemmeno alla «soggezione per il palmares più prestigioso, quello bianconero» (Riotta 2006) e sull’<hi rend="CharOverride-1">Unità</hi> Oliviero Beha salutava positivamente le sentenze perché davano un «segnale di imprescindibile severità» (Beha 2006c). Ciononostante qualcuno considerava le pene, soprattutto nei confronti della Juventus, troppo blande. Giuseppe D’Avanzo riteneva quella emessa una sentenza di comodo: </p><p rend="quotation_a">Lo spettacolo evidentemente deve continuare. I centri di potere federale non vanno distrutti. Si trattiene la Juventus nel giro utile per i diritti televisivi e, con una squadra fortemente penalizzata, l’attenzione della tifoseria più numerosa d’ Italia. Per il tribunale del calcio, la società bianconera si è liberata dei corruttori e ha mostrato di sapersi rapidamente rigenerare. Merita comprensione (D’Avanzo 2006).</p><p rend="text">Il 25 luglio arrivò la sentenza di secondo grado che ammorbidì quella di primo, riportò in serie A Lazio e Fiorentina e lasciò la serie B alla sola Juventus (con 17 punti di penalizzazione) (Beha 2006d)<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-009-backlink"><ref target="OP08873_xml.html#footnote-009">6</ref></hi></hi>. Mario Sconcerti sul <hi rend="CharOverride-1">Corriere </hi>osservava che «confermando la serie B alla Juventus, la Corte federale ha ribadito la discontinuità con la storia del calcio e reso omaggio all’inevitabilità di condannare il sistema Moggi» (Sconcerti 2006a) mentre il 28 luglio, il giorno dopo la sorprendente decisione di assegnare lo scudetto all’Inter constatava che quest’ultima «rappresenta l’intero popolo del calcio che ha visto in tanti anni passare inutilmente sotto gli occhi decine e decine di ingiustizie» (Sconcerti 2006b). Con la Juventus tramortita, inabissata in serie B e priva di diversi campioni che fecero rapidamente le valige per altri più confortevoli lidi, sembrava davvero che qualcosa fosse cambiato definitivamente ed in effetti si stavano aprendo le porte a un lungo dominio dell’Inter. La società bianconera protestò con veemenza contro le sanzioni ricevute facendo presente di aver immediatamente azzerato la vecchia dirigenza e collaborato attivamente con la giustizia sportiva e che molto forte era la differenza con le pene inflitte alle altre società (Griseri 2006) ma nei fatti ebbe un approccio difensivo molto prudente (Agosti e De Luna 2019, 278). Moltissimi inoltre erano i dubbi sul futuro. Oltre alla tenuta finanziaria della società, all’arenarsi momentaneo della costruzione del nuovo stadio di proprietà congelato per far spazio ad altre più pressanti emergenze, preoccupavano le prospettive sportive della squadra (<hi rend="CharOverride-1">la Repubblica </hi>2006d). A caldo, dopo la sentenza di primo grado, un attonito Giampiero Boniperti, presidente onorario dei bianconeri, invitava i tifosi a restare vicini alla società, a farle sentire tutta la loro simpatia e affermava di nutrire il sogno di rivederla presto ai vertici del calcio mondiale ammettendo però «che è inutile farsi illusioni, che ricostruire sarà molto dura e non so quanto tempo ci vorrà» (Speroni 2006). Ancora più netto fu l’amministratore delegato Jean Claude Blanc quasi due mesi dopo, quando la situazione del club appariva più chiara: l’obbiettivo primario sarebbe stato quello di tornare immediatamente in serie A ma per tornare a lottare per qualcosa di importante sarebbero serviti almeno 5 anni (Curino 2006b). Il 9 settembre del 2006 ripartivano i campionati di serie A e serie B: per la prima volta nella storia la Juventus mancava dal primo e giocava nel secondo. Un fatto che venne salutato, commentava Sconcerti, come «l’effetto evidente del passato. Finiscono una leggenda e un luogo comune. Scompare la sudditanza psicologica» (Sconcerti 2006c). Il campionato della ‘Vecchia Signora’ iniziò a Rimini il 9 settembre in un clima surreale, in uno stadio da 8000 posti, contro una squadra che fino a quel momento aveva disputato solo 4 campionati di serie B e navigato soprattutto nel calcio minore, tra turisti e bagnanti incuriositi per il bizzarro evento. <hi rend="CharOverride-1">Il Resto del Carlino</hi> fece stampare 13.000 magliette con la scritta «io c’ ero», arrivarono 250 richieste di accrediti stampa, tra cui quelle di giornalisti giapponesi e i corrispondenti dell’<hi rend="CharOverride-1">Equipe</hi> e del <hi rend="CharOverride-1">Times</hi> mentre la Lega Calcio decise di spostare il campionato al sabato per non entrare in concorrenza con la serie A e Sky comprò a tempo record i diritti per la serie B e mandò la partita in onda affidando la telecronaca ai suoi commentatori più famosi Fabio Caressa e Beppe Bergomi che qualche settimana prima avevano commentato la finale di coppa del mondo Francia-Italia (Crosetti 2006a, Sorrentino 2006). Il Rimini, che avrebbe disputato una buona stagione e poteva annoverare giocatori di futuro avvenire come il portiere Samir Handanovič e l’attaccante Alessandro Matri riuscì a strappare uno storico pareggio (1-1) contro una Juventus oggettivamente smarrita e confusa (Calamai 2006). Poi, la squadra bianconera allenata dall’ex campione Didier Deschamps e nonostante le numerose cessioni in grado ancora di contare su campioni del calibro di Alessandro Del Piero, Gianluigi Buffon, Pavel Nedved, David Trezeguet, Mauro Camoranesi e giovani promesse come Claudio Marchisio e Giorgio Chiellini, inanellò una lunga serie di vittorie riuscendo ad ottenere l’agognata promozione in serie A il 19 maggio, alla quart’ultima giornata di campionato (D’Ottavi 2020). Quello in serie B, fu per la Juventus un lungo, desolato viaggio nella provincia italiana tra manifestazioni d’amore e ovviamente di odio (Gamba 2006a, 2006b). Anche nella serie cadetta, dopo una retrocessione, il ridimensionamento sportivo e l’azzeramento dei vecchi vertici societari, continuarono a non mancare le polemiche sulla sudditanza arbitrale nei confronti dei bianconeri e sul loro potere politico, sintomo della proiezione di una immagine profondamente radicata nell’immaginario collettivo. Il 3 ottobre l’assemblea di Lega approvò una norma, che in serie B non esisteva, che avrebbe consentito a un club di chiedere il rinvio di una partita, qualora avesse avuto almeno due giocatori impegnati con le varie rappresentative nazionali. La decisione era arrivata dopo un’esplicita richiesta della Juventus che con gli impegni della nazionale avrebbe perso 11 elementi, riuscendo così a vedere posticipata la partita col Brescia dall’8 ottobre al 1° novembre. L’allenatore del Bologna Renzo Ulivieri fu durissimo: «la regola non c’era, è stata fatta <hi rend="CharOverride-1">ad squadram</hi>. Si ricomincia la rumba, evidentemente» ma furono in moltissimi a protestare contro una decisione ritenuta politica (Gamba 2006c; Palmieri 2006). Il 28 ottobre l’Arbitrato del Coni ridimensionò i punti di penalizzazione della Juventus da 17 a 9 spianando la strada ai bianconeri per la serie A: il presidente del Napoli De Laurentiis parlò di una decisione «scorretta e scandalosa» quello del Genoa Preziosi di una «delegittimazione della giustizia sportiva» (<hi rend="CharOverride-1">la Repubblica.it</hi> 2006).</p><p rend="text">Tornarono rapidamente anche le polemiche arbitrali. Il 19 dicembre del 2006 la Juventus vinse 1-0 a Bologna con un gol di Zalayeta ma i rossoblù protestarono veementemente contro l’arbitro Messina reo di aver convalidato la rete che invece a una attenta analisi alla moviola risultava non esserci: il pallone non aveva oltrepassato la linea di porta (Calamai 2006b). Il presidente del Bologna Cazzola dichiarò furibondo che «dopo il gol la curva si è sgonfiata, la gente era attonita, diceva: vabbè, andiamo a casa» (Monari 2006a), <hi rend="CharOverride-1">la Repubblica</hi> lapidaria che «alla Signora si dà ancora una mano» (Monari 2006b) mentre la Lega Nord dell’Emilia parlò di «poteri forti da estirpare perché poco o nulla è cambiato» (Tomaselli 2006). Eppure qualcosa con la retrocessione dei bianconeri sembrava cambiato per sempre. Maurizio Crosetti sulla <hi rend="CharOverride-1">Repubblica</hi> rifletteva su una serie A che perdeva la sua protagonista più prestigiosa: </p><p rend="quotation_a">manca, alla serie A, un rituale di piccoli gesti e consuetudini, ecco la Juventus in borghese che va a “provare l’ erba”, i giocatori che escono sul prato e si prendono fischi e applausi, e l’attesa per provare a batterli, perché si sa che da cento e nove anni sono loro i più forti. Manca, al campionato, la certezza che la colonna della classifica a sinistra, quella delle prime dieci, ha un posto occupato, prenotato per l’eternità, ed è la Juve prima o seconda o quando proprio le gira male, terza. Manca chi siede sempre a capotavola, chi mangia di più, chi dà la mancia più generosa ai camerieri. Manca, anche se la parola è brutta e un po’ fuori moda, il padrone (Crosetti 2006b).</p><p rend="text">Particolarmente acuta appariva la riflessione scherzosa ma centrata del giornalista e scrittore Roberto Perrone che sul <hi rend="CharOverride-1">Corriere della Sera</hi>, si soffermava sulla portata e ampiezza culturale dell’antijuventinismo diventato ormai anche elemento di spettacolo e svago del mondo del pallone. Senza recriminazioni, polemiche e veleni che la ‘Vecchia Signora’ si portava dietro da sempre, chi avrebbe dato verve e pepe allo show del calcio italiano?</p><p rend="quotation_a">Da sessant’anni l’Italia, in ogni aspetto della sua vita sociale, ha tenuto un posto libero per il Grande Vecchio, il nemico, quello che sta dietro tutte le malefatte. Nel pallone il Grande Vecchio era una Grande Vecchia (Signora). Da sempre ma con una recrudescenza dal 1994, con Moggi e Giraudo al volante bianconero, l’idea del complotto, degli arbitri manipolati, del campionato pro-Juve, è stata segnalata in tutti i modi fino a risultare agli atti. Per anni abbiamo chiesto il calcio pulito. Perché questo faceva parte del gioco. Per anni abbiamo domandato di spazzare la corruzione, perché questo è molto popolare. Per anni abbiamo brandito l’arma della moviola per denunciare soprusi e per chiedere giustizia, perché fa spettacolo. Beh, la lotta è finita. E adesso? Quello a cui dare la colpa di tutto, secondo luogo comune, non c’è più. Se “piove governo ladro” ha un’aspettativa di vita discreta “la Juve ruba” non ha più senso. Chi sarà il nemico? […] contro chi ce la prenderemo in quelle domeniche d’inverno, verso sera, tra nebbie, mogli petulanti e malinconie da fine weekend? Con nessuno. Rimpiangeremo Moggi e Giraudo? No, questo forse no, però l’assenza del nemico pubblico numero 1 l’avvertiremo. Perché da noi tifare per è una faccenda di cuore ma tifare “contro” è il cuore di tutto (Perrone 2006).</p><p rend="text">La Juventus tornò a giocare nella massima serie il 25 agosto del 2007, festeggiando il suo ritorno con una goleada consumata per 5-1 ai danni del Livorno (Perrone 2007). Qualche giorno dopo, l’8 settembre, Beppe Grillo con una partecipatissima manifestazione andata di scena a Bologna in piazza Maggiore e dal titolo polemico V Day, contestava la classe politica italiana aprendo di fatto una nuova, travagliata fase politica. Quell’anno trascinata dalla sua inossidabile coppia di attaccanti, il campione del mondo Alessandro Del Piero (capocannoniere con 21 gol) e il francese David Trezeguet (secondo nella classifica dei marcatori con 20 realizzazioni) la ‘Vecchia Signora’ centrò un insperato terzo posto, tornando subito ai vertici della serie A. Ma il calcio italiano era molto cambiato. Dopo Calciopoli ci sarà spazio ancora per due squadre in grado di vincere la Champions League (il Milan nel 2007 e l’Inter nel 2010) ma i calciatori migliori iniziavano a fare le valige per altri campionati diventati nel frattempo più ricchi ed attraenti. Senza la Juventus, la Serie A perse quasi 100 milioni di euro nella sola stagione 2006/2007 e le maggiori squadre, tranne l’Inter, tramortite dagli effetti dello scandalo non ebbero la forza di trattenere i campioni più importanti: nel 2006 Emerson e Cannavaro furono acquistati dal Real Madrid, Zambrotta e Thuram dal Barcellona, Shevchenko dal Chelsea e nel 2007 andarono via tra gli altri, il cannoniere della Fiorentina Luca Toni, quello del Livorno Cristiano Lucarelli e il talento Giuseppe Rossi acquistati rispettivamente da Bayern Monaco, Shakhtar Donetsk<hi rend="CharOverride-1">, </hi>Villareal. L’Inter invece rinforzatasi con gli acquisti bianconeri Viera e Ibrahimovic riuscì ad inaugurare una lunga scia di successi che durerà fino al 2010 e che culminerà con la vittoria del Triplete. Le polemiche su responsabilità, processi e condanne legate a Calciopoli non si sono mai arrestate e nel 2010 emersero nuove imbarazzanti intercettazioni che coinvolgevano altissimi dirigenti dell’Inter (Massimo Moratti e Giacinto Facchetti). Nel 2011 questo nuovo filone d’inchiesta si concluse con un nulla di fatto dato il sopraggiungere della prescrizione ma secondo il procuratore federale Stefano Palazzi emergevano chiaramente da parte dei nerazzurri «condotte finalizzate ad assicurare un vantaggio in classifica» (<hi rend="CharOverride-1">la Repubblica.it </hi>2011). Una vicenda che inasprì ulteriormente le polemiche tra le due società.</p><p rend="text">I tifosi della ‘Vecchia Signora’ però non si erano mai perduti d’animo. Il 13 luglio del 2006, poco prima della drammatica sentenza di primo grado, <hi rend="CharOverride-1">Tuttosport</hi> (2006) diretto da Giancarlo Padovan, che per tutta quella estate ospitò lettere di solidarietà di tifosi bianconeri, pubblicò in prima pagina un manifesto firmato da decine di intellettuali juventini (Agosti e De Luna 2019, 276-77). Lo aveva scritto Paolo Bertinetti professore ordinario di Letteratura inglese all’Università di Torino e allora preside della facoltà di Lingue e Letterature straniere e manifestava l’orgoglio di una tradizione, la vicinanza ad una squadra che raccontava un modo ben preciso di vivere e sentire il calcio, l’appartenenza ad una comunità di tifosi, così duramente colpita in quei giorni (Bertinetti 2017). Uno dei firmatari, Claudio Gorlier, scrittore, accademico, critico letterario e insigne anglista spiegò le ragioni dell’iniziativa al <hi rend="CharOverride-1">Corriere della Sera</hi> (Beltramin 2006). Alla domanda «e adesso cosa succederà» rispose senza dubbi alcuni: «e me lo chiede? La Juve risorgerà come l’araba fenice. Come ha fatto Torino dopo gli anni bui del terrorismo e dopo la crisi della Fiat. Preparatevi, ve la faremo vedere un’altra volta». </p><p rend="text">Non si sbagliava. </p><p rend="h2">6.3 «Sono tornati»: da Muntari alla Superlega, tra sarristi e neoborbonici, il populismo antijuventino</p><p rend="text">Nel febbraio del 2012, Milan Channel la rete televisiva proprietà del Milan e dedicata ai colori rossoneri, mandò in onda uno speciale dedicato alla Juventus e dal titolo quanto mai evocativo: «sono tornati». Si faceva un chiaro riferimento agli anni di Calciopoli, alla Juventus di Moggi, alle ombre sui successi targati Lippi ma soprattutto si parlava apertamente di «un disegno» che mirava a riportare lo scudetto ai bianconeri (Perrone 2012a). La stagione calcistica 2011/2012 fu segnata da un lungo e appassionante duello tra il Milan di Massimiliano Allegri, campione in carica trascinato da Zlatan Ibrahimovic e la sorprendente Juventus di Antonio Conte, un mix di vecchi campioni, gregari rigenerati, giovani promesse.<hi rend="CharOverride-5"> </hi>Man mano il campionato si avvicinava agli appuntamenti decisivi della stagione le tensioni salivano sempre di più con la Juventus che si lamentò di alcuni arbitraggi ritenuti sfavorevoli e il Milan che protestò per la squalifica di tre turni inflitta ad Ibrahimovic per una manata data al portiere Aronica durante una sfida con il Napoli. Lo svedese avrebbe dovuto così saltare la sfida scudetto proprio contro i bianconeri. I tifosi del Milan esposero per protesta uno striscione piuttosto eloquente: «tre turni per un buffetto, è tornata la Juventus da scudetto» (<hi rend="CharOverride-1">Sky Sport</hi> 2012). In questo clima, sabato 25 febbraio, si giocò a San Siro un Milan-Juventus che non poteva essere decisivo per l’assegnazione del titolo (mancavano alla fine del campionato 13 partite e tra le due squadre c’era solo un punto) ma che avrebbe segnato una nuova tappa nell’itinerario dell’antijuventinismo. L’incontro terminò 1-1 ma diventerà celebre per un clamoroso errore arbitrale, la mancata assegnazione della rete realizzata dal centrocampista Sulley Muntari e non vista né dall’ arbitro Tagliavento, né dal guardalinee Romagnoli (Garlando 2012). Nel finale di partita fu annullato ingiustamente una rete per fuorigioco inesistente anche all’attaccante bianconero Alessandro Matri ma il Milan furibondo, per bocca del suo allenatore Allegri, considerò la partita «falsata» (Della Valle 2012) mentre il suo vicepresidente Adriano Galliani dopo aver inveito in tribuna contro il designatore, scese alla fine del primo tempo negli spogliatoi cercando lo scontro con il direttore di gara per poi beccarsi vivacemente con Antonio Conte (Zapelloni 2012). Il post partita fu acceso da un infuocato scambio di accuse ulteriormente esacerbate dalle dichiarazioni di Gianluigi Buffon. A caldo commentando l’incontro, il telecronista di Milan Channel Mauro Suma si era chiesto polemicamente perché Buffon non avesse dato un esempio di sportività avvisando l’arbitro dell’errore commesso: il pallone aveva superato la linea, smanacciato vanamente proprio dal portiere bianconero che quindi non aveva potuto non vedere. Questo rispose che non si era accorto di nulla e che comunque anche nel caso avesse visto la palla entrare non avrebbe avvisato l’arbitro. Un’ammissione che sollevò numerose critiche. Sul <hi rend="CharOverride-1">Corriere</hi> il cronista sportivo Daniele Dallera notò che a Buffon era mancata l’eleganza del campione (Dallera 2012). </p><p rend="text">Dopo quell’incontro la Juventus sembrò non avere energie e rosa per insidiare il titolo dei rossoneri e si perse in numerosi pareggi scivolando a -4 dalla vetta, poi a maggio anche grazie ad alcuni clamorosi scivoloni del Milan come il pareggio al Massimino di Catania o la sconfitta a Milano contro una Fiorentina a un passo dalla serie B, tornò in testa. </p><p rend="text">Lo scudetto arrivò il 6 maggio sul campo neutro di Trieste dopo aver battuto per 2-0 il Cagliari (gol di Vucinic e autorete del cagliaritano Canini) (Perrone 2012b). Erano passati sei anni da Calciopoli. A Torino migliaia di tifosi si riversarono per strada, piazza San Carlo si colorò di sciarpe e bandiere bianconere e in moltissimi attesero i loro beniamini all’aeroporto di Caselle fino a tarda notte (<hi rend="CharOverride-1">la Repubblica</hi> 2012). Secondo lo storico torinese e di fede bianconera Marco Revelli, l’ubriacatura di Torino per lo scudetto della squadra di Conte era anche il sospiro di sollievo di una città che temeva di essere relegata ai margini da crisi industriali e trasformazioni economiche: </p><p rend="quotation_a">l’ euforia che l’ accompagna è quella di una città in decadenza e in cerca di riscatto. Come se la serie di sconfitte e la retrocessione della Juventus fossero lo specchio della crisi di Torino, della Fiat, della famiglia Agnelli (Revelli 2012).</p><p rend="text">Ma si fece festa in tutta Italia: a Milano, piazza Duomo divenne il teatro cittadino dell’esultanza dei tifosi juventini milanesi (<hi rend="CharOverride-1">Corriere della Sera </hi>2012); a Martina Franca, in provincia di Bari, la tifoseria che festeggiava la promozione della squadra locale in serie C, unì i due festeggiamenti: moltissimi tifosi infatti erano anche bianconeri (Desiati 2012). L’<hi rend="CharOverride-1">Osservatore Romano</hi> con un articolo dello storico Andrea Possieri, di fede bianconera, salutò con entusiasmo il ritorno alla vittoria della Juventus:</p><p rend="quotation_a">il successo sportivo della Juventus può essere interpretato come una metafora dell’Italia attuale. Un’Italia che con forza e spirito di abnegazione, può superare gli errori del passato e uscire dalla crisi più forte e migliore di prima. Oggi una vittoria sportiva come questa che avviene dopo sei anni di durissime sconfitte, figlie delle ben conosciute vicende di Calciopoli può rappresentare anche un messaggio positivo. Non solo per il movimento calcistico ma per l’intero paese alle prese con una difficile opera di risanamento economico (Possieri 2012).</p><p rend="text">La Juventus del riscatto, quindi, poteva essere un simbolo per l’Italia minacciata dalla crisi finanziaria internazionale. Possieri ricordava anche le parole scritte da Gianni Brera nella sua <hi rend="CharOverride-1">Storia critica del calcio italiano</hi> a proposito dei successi della squadra bianconera nell’Italia degli anni Trenta: «la Juventus gioca bene, vince sempre e non è né lombarda, né emiliana, né veneta, né toscana: appartiene a una regione che ha innervato l’esercito e la burocrazia nazionale». Parole, rifletteva Possieri, che «assumono ancora oggi, all’indomani della vittoria dello scudetto della Juventus, una particolare attualità. E rimandano a un particolare aspetto di carattere, per così dire, simbolico-identitario» (Possieri 2012). La Juventus incassò le congratulazioni di Galliani, di Allegri e di Silvio Berlusconi che ammise che i bianconeri avevano meritato il titolo (Gamba 2012) ma le polemiche sul gol di Muntari non si sono mai arrestate. Proprio Galliani è tornato di recente sull’episodio affermando che questo ha cambiato la storia del calcio italiano (<hi rend="CharOverride-1">Fanpage </hi>2020).</p><p rend="text">La vittoria bianconera dello scudetto del 2012 aprirà un lunghissimo ciclo puntellato da 9 scudetti e 5 coppe Italia che ha completamente cancellato gli effetti di Calciopoli. Dopo una guida tecnica di tre anni di Antonio Conte, sarà proprio Massimiliano Allegri a guidare la ‘Vecchia Signora’ ad altri 5 titoli e due finali raggiunte di Champions League. La Juventus tornava a vincere e le polemiche sul suo potere che in realtà come visto, non si erano mai arrestate, ripresero slancio. Nell’ottobre del 2014 dopo un Juventus-Roma terminato 3-2 per i bianconeri, Francesco Totti ai microfoni di Sky, recriminò su alcune decisioni arbitrali prese dal direttore di gara durante l’incontro in modo piuttosto eloquente, facendo chiari riferimenti a Calciopoli:</p><p rend="quotation_a">Loro dovrebbero fare un campionato a parte, l’ho sempre detto. O con le buone o con le cattive vincono sempre. Non sta a me dire se siamo tornati ai vecchi tempi, di questa gara si parlerà tantissimo e tutta l’Italia vorrebbe dire le cose che sto dicendo io. Per loro tra il dubbio e il rigore è sempre rigore. Com’è possibile non vedere il fuorigioco? Parlatene voi in studio perché se lo faccio io mi squalificano (Piacentini 2014).</p><p rend="text">Il <hi rend="CharOverride-1">Corriere dello Sport</hi> (2014) malgrado si trattasse solo di ottobre considerò il campionato «falsato». Di potere bianconero si parlò tantissimo durante la stagione 2017-2018 quando uno spettacolare Napoli allenato da Maurizio Sarri contese fino all’ultimo lo scudetto alla Juventus. A prendersi la scena fu proprio l’allenatore dei partenopei: dai modi semplici e burberi, la sigaretta serrata tra le labbra, una tuta al posto della divisa societaria, le dichiarazioni irriverenti contro le istituzioni del calcio e ovviamente la Juventus, il gioco offensivo e collettivo di una squadra che gioca a memoria lo resero l’idolo di appassionati che fantasticavano su un calcio romantico e lontano dai miliardi delle grandi squadre europee. Un gruppo di supporter partenopei, Gianmarco Volpe, Fabio Piscopo e Claudio Starita ai quali poi successivamente si unì il giornalista d’inchiesta Sandro Ruotolo, aprì su Facebook una pagina a lui dedicata, dal titolo “Sarrismo - Gioia e Rivoluzione” che diventò poi un vero e proprio fenomeno di massa sul web. Improntata alla goliardia e al sarcasmo e utilizzando in chiave satirica una retorica di matrice sovietica, il collettivo che si autodefinì Comitato Centrale, prese a chiamare Sarri il «comandante», il «sarrismo» la sua ideologia, il suo gioco rivoluzione. Spiegò Volpe che</p><p rend="quotation_a"> la pagina Facebook nasce quasi come satirica: abbiamo usato questo lessico sovietico che si rifà anche agli atteggiamenti di Sarri, allenatore dichiaratamente di sinistra, il quale è sempre in tuta e mai in giacca e cravatta, che punta sul collettivo anziché sull’individualismo. Col crescere della figura del tecnico è divenuto col tempo uno spazio in cui si rivedono quei tifosi, anche non del Napoli, che vivono lo sport senza l’obbligo di vincere a ogni costo, ma con la bellezza e il divertimento al centro (<hi rend="CharOverride-1">Agi </hi>2019). </p><p rend="text">Nel 2018 la Treccani inserì il termine sarrismo tra i neologismi della lingua italiana definendolo: «la concezione del gioco del calcio propugnata dall’allenatore Maurizio Sarri, fondata sulla velocità e la propensione offensiva; anche, il modo diretto e poco diplomatico di parlare e di comportarsi che sarebbe tipico di Sarri» (Treccani 2018). Sarri cavalcò con convinzione il fenomeno e prima di una gara di Champions League in Danimarca disse di credere che «in 18 persone si possa fare un colpo di Stato e prendere il potere» e il 18 marzo del 2018 dopo aver vinto per 1-0 contro il Genoa ed essere arrivato a meno 2 punti dalla Juventus affermò di «voler arrivare fino al palazzo e prendere il potere anche se non è semplice» (<hi rend="CharOverride-1">Corriere dello Sport</hi> 2018). Le frecciate e gli attacchi diretti nei confronti dei bianconeri si sprecavano. Nel settembre del 2015 dopo un Napoli-Juventus vinto per 2-1 dichiarò riagganciandosi a Calciopoli che «la maggior parte dei sostenitori bianconeri sono brave persone, hanno solo il difetto di tifare Juve, chi sbaglia deve andare in galera» e qualche settimana più tardi dopo un 1-0 inflitto all’Udinese lamentandosi per un rigore negato, osservò sarcasticamente che per avere un rigore il Napoli avrebbe avuto bisogno di «maglie a righe». Nel febbraio del 2017 davanti a delle voci che lo volevano alla Juventus, si disse sdegnato parlando di «estremi per una querela» (Losapio 2020). </p><p rend="text">Nel 2018 il suo Napoli sfiorò lo scudetto arrivando a vincere lo scontro diretto allo Juventus Stadium per 1-0, con un gol all’ultimo minuto del difensore Koulibaly scatenando in città un entusiasmo mai più visto dai tempi di Maradona. Ma poi nelle ultime giornate si smarrì incassando una pesante sconfitta per 3-0 a Firenze e un pareggio per 1-1 in casa contro il Torino. I partenopei però recriminarono ripetutamente nel corso della stagione su un generale clima favorevole ai bianconeri. Sarri lamentò una cattiva organizzazione del calendario che avrebbe permesso alla Juventus di giocare spesso prima del Napoli e di trasmettergli così una certa pressione psicologica. Il 28 aprile poi, la Juventus vinse in rimonta una difficilissima partita a Milano contro l’Inter per 3-2, ma le proteste dei tifosi partenopei esplosero per un mancato cartellino giallo ai danni del centrocampista bianconero Pjanić. In quel momento l’Inter in 10, vinceva per 2-1 e l’ammonizione avrebbe ripristinato la parità numerica con mezz’ora ancora da giocare. Per molti quel cartellino fu decisivo per la vittoria sull’Inter che a sua volta provocò il crollo psicologico degli azzurri che il giorno dopo disputarono la sfortunata trasferta di Firenze. Sarri parlò di scudetto perso in albergo e De Laurentis di una Napoli vincitrice morale dello scudetto.</p><p rend="text">L’episodio diventò sul web in pochissimo tempo la prova della volontà da parte del sistema di sbarrare la strada al Napoli alla conquista dell’agognato tricolore. Lo scrittore e opinionista Angelo Forgione, molto popolare tra i tifosi partenopei, spesso impegnato in posizioni di stampo neoborbonico e in polemiche contro un Nord Italia giudicato vorace e predatorio, legava la corruzione del mondo del calcio, incarnata perfettamente dalla Juventus alla degenerazione morale dell’intero paese: </p><p rend="quotation_a">Gli azzurri, sabato sera, hanno capito che l’impresa non si può fare, che qualcosa spinge gli avversari, e hanno affrontato la Fiorentina senza quell’inerzia favorevole che si erano conquistati con la vittoria a Torino […] Qui si tratta di dire chiaramente che Inter-Juve è stata indirizzata e falsata, a prescindere che lo sia stata per errore o per volontà. Qui si tratta di capire come raccontare e farsi raccontare il calcio, di come analizzare certi eventi, perché la sentenza di malafede, in quanto a dimostrabilità, vale esattamente quanto quella di buonafede. Nessuno può dire con certezza se in un giudice vi siano dei condizionamenti o meno, ma il dogma dell’arbitro retto e degli addetti ai lavori integerrimi non regge più. È la storia del nostro calcio, e non solo il nostro, a dirlo, ad alimentare sospetti. Il sistema calcio, piuttosto, è guasto come il Paese di cui fa parte, e la sua questione morale si è palesata più volte nelle aule di tribunale, tra ripetuti scandali e crac finanziari che sono iniziati a inizio Novecento e mai sono terminati (Forgione 2018). </p><p rend="text">Il sistema calcio, corrotto e immorale specchio di un paese altrettanto corrotto e immorale. Sul rapporto tra il mondo del pallone e il populismo torneremo più avanti, qua è utile notare che attacchi del genere sono diventati una costante negli ultimi anni e a Napoli l’antijuventinismo sembra essersi saldato con istanze antiunitarie sempre più comuni nella città campana<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-008-backlink"><ref target="OP08873_xml.html#footnote-008">7</ref></hi></hi>. Nel giugno del 2021 per esempio, degli attivisti del movimento <hi rend="CharOverride-1">Napoli capitale</hi>, guidato dall’ex europarlamentare del Pdl Enzo Rivellini, si sono issati sulla grande statua dedicata a Giuseppe Garibaldi nella piazza della stazione centrale di Napoli vestendola con una maglietta della Juventus, sulla quale compariva la scritta «Garibaldi era juventino». Nel comunicato diffuso alla stampa, Rivellini spiegava che </p><p rend="quotation_a">non si tratta di una trovata pubblicitaria, ma di un blitz significativo e futuristico. Napoli riparte solo se ci saranno uomini e donne che amano Napoli e lavoreranno per essa, che ricorderanno gli splendori del passato. La statua di Garibaldi ritorni in Piemonte, in quelle risaie che si bonificarono grazie ai soldi che lo juventino Garibaldi rubò alle casse del Banco di Napoli. Ritorniamo a essere orgogliosi del nostro passato, Napoli deve tornare a essere capitale (<hi rend="CharOverride-1">NapoliToday </hi>2021).</p><p rend="text">Nelle letture revisioniste di una Unità d’Italia intesa come colonizzazione portata avanti dal Piemonte dei Savoia ai danni del Regno di Napoli, la Juventus quindi assurge a uno dei simboli più potenti di questo processo. Le maglie bianconere come fotografia di un dominio e di uno sfruttamento politico, economico e culturale. Eppure la Juventus è senza dubbio un simbolo nazionale. Anche il tifo da parte di milioni di meridionali viene spiegato dal mondo neoborbonico come un’operazione culturale imposta dall’alto. Secondo il già citato Forgione, </p><p rend="quotation_a">La geografia del tifo meridionale è figlia di una passione storica costruita a tavolino al culmine dell’ondata migratoria avutasi a Torino negli anni 70, quando il capoluogo piemontese divenne la terza più grande città “meridionale” d’Italia dopo Napoli e Palermo e gli Agnelli fecero leva sull’attaccamento agli idoli meridionali in maglia bianconera per promuovere l’integrazione degli operai e contenere le rivendicazioni sindacali. E così i calciatori del Sud vennero scelti per incontrare il favore dei meridionali in fabbrica e dei loro parenti rimasti a casa. Oggi la fidelizzazione bianconera segue dinamiche psicologiche. Lo juventinismo, anche più del milanismo e dell’interismo, cresce allontanandosi dai nuclei territoriali delle squadre con seguito identitario ampio e attecchisce nei piccoli e medi centri che non riescono a emergere nel calcio che conta. Un bambino di Messina, Catanzaro, Matera, Brindisi, Teramo e altre province fuori dai grandi giochi, senza una storia calcistica e lontane dai grandi capoluoghi, fa più facilmente una scelta che gli consenta di partecipare, di non sentirsi escluso, e per convenienza inconscia si affeziona alla squadra forte, quella che vince, meglio ancora se ha già vinto tanto in passato (<hi rend="CharOverride-1">AreaNapoli</hi> 2019).</p><p rend="text">Forgione fa risalire il tifo di massa per la Juventus al Sud agli anni Settanta e lo lega all’ondata migratoria nella Torino della Fiat durante la stagione del boom economico, quando decine di migliaia di lavoratori meridionali abbandonarono la propria terra per trovare un impiego nelle fabbriche del Nord. Alla ricerca di punti di riferimento simbolici, in grado di avvicinarli alla realtà locale, in molti avrebbero sposato la fede bianconera sponsorizzata dai padroni della Fiat che poi l’avrebbero puntellata con una efficace e mirata stagione di acquisti di calciatori provenienti dal Sud del paese (Forgione 2015).</p><p rend="text">In realtà il processo va anticipato di almeno quarant’anni, al periodo della Juventus dei cinque scudetti consecutivi (1930-1935). In questi anni la popolarità della squadra torinese straripò nel Sud del paese. Privi di squadre di chiaro valore nazionale che potessero primeggiare per il titolo, i tifosi meridionali riversarono la loro passione sullo squadrone bianconero. È negli anni Trenta infatti, che la Juventus conquista milioni di tifosi meridionali che avvieranno allo stesso tifo i propri figli, i futuri emigranti degli anni Cinquanta e Sessanta. Lo testimoniano le accoglienze trionfali riservate alla squadra di Torino durante le sue trasferte al Sud come ad esempio a Bari che salutò i campioni bianconeri sempre con grande entusiasmo. Nel novembre del 1931, <hi rend="CharOverride-1">La Gazzetta dello Sport</hi> (1931) commentando il match tra i pugliesi e la Juventus parlava di «una folla imponente accorsa da ogni centro della regione per vedere i campioni del cuore opporsi ai campioni d’Italia», uno scenario che si ripetette l’anno seguente quando, racconta <hi rend="CharOverride-1">La Stampa</hi> (1932a) ogni</p><p rend="quotation_a">ordine di posti è gremito da un pubblico che ha preso posto sugli spalti alcune ore prima che la partita iniziasse. La presenza dei campioni d’Italia ha infatti richiamato a Bari, da tutti i paesi della Puglia e della Basilicata, numerose carovane di appassionati. </p><p rend="text">Anche la Sicilia sviluppò presto un cuore bianconero: nel febbraio del 1933 <hi rend="CharOverride-1">Il Littoriale</hi> spiegava che a Palermo la Juventus era stata accolta «da una folla enorme, affluita dalla provincia non solo, ma da tutti i maggiori centri della Sicilia. Non un posto vuoto al Littorio. Ogni record di pubblico e di incasso battuto da lontano» (<hi rend="CharOverride-1">Il Littoriale </hi>1933b). Il giorno seguente la squadra si recò a Catania per una esibizione amichevole: anche qui stadio pieno e grandi «festeggiamenti degli sportivi locali» (<hi rend="CharOverride-1">La Stampa</hi> 1933b). Ad ottobre dello stesso anno, ancora a Palermo era possibile registrare «un eccezionale pubblico affluito da tutta l’isola e che gremendo ogni ordine di posti conferiva un insolito aspetto al magnifico campo del Littorio» (<hi rend="CharOverride-1">La Stampa</hi> 1933c). Napoli non era da meno: grande pubblico nel febbraio e nell’ottobre del 1932 (<hi rend="CharOverride-1">La Stampa</hi> 1932b, 1932c).</p><p rend="text"> Da più parti invece, è stato fatto osservare come negli anni Settanta l’acquisto di calciatori meridionali quali Anastasi, Furino, Causio, Cuccureddu e Longobucco rientrasse in una precisa strategia della società bianconera per superare lo strisciante antijuventinismo che si respirava nel paese e per ingraziarsi gli operai meridionali della Fiat:</p><p rend="quotation_a">La Juventus, fino a quel momento sostenuta in buona parte dalla borghesia torinese, divenne la squadra dei proletari immigrati. Dei lavoratori della Fiat. Dei meridionali. A quel punto, il club, tra retorica dell’integrazione e marketing, affinché potesse avere un’immagine familiare verso quelli che erano ormai diventati i propri tifosi, iniziò una campagna di reclutamento, con l’acquisto di diversi giocatori del sud Italia. Il primo fu il centravanti catanese Pietro Anastasi che, tra anni Sessanta e Settanta, divenne l’idolo di molti emigranti meridionali. E poi il sardo Cuccureddu, il palermitano Furino e il leccese Causio. Vestendo la maglia bianconera, in quegli anni, quei giocatori accrebbero la simpatia nel sud Italia per la squadra degli Agnelli. Fu un’operazione riuscita e i meridionali divennero, sempre più, convinti tifosi della Juventus. Dall’acquisto di calciatori meridionali all’apertura di centinaia di Juventus club, il colonialismo bianconero, in meno di trent’anni, s’impose prepotentemente nel sud e tra i meridionali (Ferreri 2018)<hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi xml:id="footnote-007-backlink"><ref target="OP08873_xml.html#footnote-007">8</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">Sono queste, in realtà letture parziali che non tengono conto di una rigorosa analisi storica del tifo bianconero e delle sue dinamiche<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-006-backlink"><ref target="OP08873_xml.html#footnote-006">9</ref></hi></hi>. Appare una lettura assai incerta quindi, quella di addebitare l’espansione del tifo bianconero ad acquisti mirati, mossi da un preciso calcolo territoriale. Il tifo segue schemi in realtà assai più complessi e negli anni Settanta si assisteva a una graduale identificazione della Juventus con un modello di successo e di riconoscimento sociale tangibile ed evidente:</p><p rend="quotation_a">con il grande esodo migratorio […] l’operaio massa scelse la Juventus. Per i giovani meridionali inurbati tifare per la squadra bianconera aiutava a superare le difficoltà d’inserimento nel nuovo contesto sociale e a integrarsi in una realtà sconosciuta e percepita come ostile. Ovviamente anche altri elementi incidevano su questa scelta: la stagione delle grandi lotte e delle speranze collettive che si aprì con il biennio 1968-1969 fu la vera certificazione della acquisita cittadinanza politica e sociale degli immigrati (Agosti e De Luna 2019, 184).</p><p rend="text">Rimane però interessante l’interpretazione simbolica qui offerta: i bianconeri arma culturale del Nord industriale. Le ragioni del risentimento napoletano nei confronti della Juventus negli ultimi anni sono andate oltre la rivalità sportiva, scudetti persi sul filo di lana, rivendicazioni di natura storica e culturale. Nel giugno del 2019 Maurizio Sarri che intanto aveva lasciato il Napoli per il Chelsea firmò sorprendente proprio per la Juventus sconvolgendo la tifoseria napoletana che gridò al tradimento facendo riferimento soprattutto a una resa simbolica di un calcio spensierato, gioioso e genuino che in realtà probabilmente non era mai esistito a quello freddo, calcolatore e milionario della Juventus. A Bagnoli, in via Silio Italico, venne immediatamente rimossa la targa celebrativa che era stata affissa in onore dell’ex tecnico del Napoli sul palazzo in cui era nato (<hi rend="CharOverride-1">Corriere dello Sport</hi> 2019). Il capitano del Napoli Insigne spiegò che «per noi napoletani il suo è un tradimento» e anche <hi rend="CharOverride-1">il Fatto Quotidiano</hi> (2019) parlò «dell’ennesimo tradimento subito dalla città di Napoli» mentre il collettivo di sinistra Laboratorio Politico Iskra rilasciò un comunicato in cui dichiarò che ormai era impossibile avere fiducia nel mondo del calcio in quanto questa viene «regolarmente spezzata dalle leggi di mercato». Il gruppo <hi rend="CharOverride-1">Sarrismo, gioia e rivoluzione</hi> annunciò lo scioglimento non prima però di un comunicato molto polemico verso Sarri e la Juventus:</p><p rend="quotation_a">Maurizio Sarri compromette il suo rapporto con il pubblico napoletano e con tutta quell’Italia calcistica che da anni assiste alla dittatura di una squadra che non si accontenta più di vincere e di lasciare le briciole alla concorrenza, ma si diletta anche a seppellirne i miti. La Juventus ha dimostrato di poter comprare quasi tutto ciò che ha un prezzo in questo mondo, ma la poesia no. La Juventus può comprare Sarri, ma non può comprare il Sarrismo. Il loro potrà essere un matrimonio di successo, ma né la Juventus né Sarri vivranno mai qualcosa di paragonabile al triennio del Napoli sarrista. Non è questione di risultati, è molto di più: questione d’emozioni (<hi rend="CharOverride-1">Tuttonapoli</hi> 2019).</p><p rend="text">La polemica sul potere economico della Juventus, sugli ingaggi esosi, sul violare i sentimenti genuini dei tifosi avversari, partita negli anni Venti con l’acquisto di Rosetta, arrivava adesso all’apice. Il giornale napoletano online, <hi rend="CharOverride-1">Il Napolista</hi>, sviluppava una riflessione assai acuta: Sarri era rimasto vittima di una narrazione che lui stesso aveva costruito. L’elemento retorico del <hi rend="CharOverride-1">Palazzo</hi> simboleggiato dalla Juventus, da assaltare e conquistare, era stato utilizzato per accreditarsi verso i tifosi napoletani, cavalcando la narrazione di un sistema di potere che andava scardinato e in questo modo si erano guadagnate delle facili simpatie, soprattutto presso una tifoseria e un ambiente assai emotivi.<hi rend="CharOverride-5"> </hi>Il <hi rend="CharOverride-1">sarrismo</hi> e l’anitjuventinismo ad esso connesso erano l’allegoria calcistica del populismo, della ricerca di un leader in grado di trascinare le masse e risolvere problemi complessi con uno schiocco di dita:</p><p rend="quotation_a">egli stesso contribuì alla generazione della retorica della presa del palazzo, della rivoluzione con quattordici uomini, della lotta al potere. Le sue dichiarazioni fecero breccia, attecchirono e germogliarono nella profonda esigenza di riconoscere una guida generando un attaccamento alla persona che si potrebbe definire, in alcuni casi, morboso. È questo stato delle cose che porta una buona fetta di tifosi a vivere l’eventuale passaggio di Sarri sulla panchina della Juventus come un tradimento. La sensazione del tradimento è, probabilmente, simile a quella generata da un calciatore che, dopo aver baciato la maglia, cambia casacca ma elevata alla potenza di tutte le dichiarazioni rilasciate al tempo della panchina partenopea […] le persone non sono, troppo spesso, in grado di riconoscere la strada da sole, di identificare, a qualunque livello, una guida, un capopopolo (Mendozza 2019). </p><p rend="text">Il giornalista Guido Ruotolo, fratello di Sandro, si rifiutava di parlare di tradimento di Sarri e piuttosto metteva alla berlina il sarrismo: «è stata una sporca operazione ideologica di massa, alla quale Napoli ha abboccato, e averla protratta fino a ieri dimostra che il veleno a Napoli si vende a poco prezzo e piace a molti» (<hi rend="CharOverride-1">il Fatto Quotidiano</hi> 2019).</p><p rend="text">Una riflessione analoga venne sviluppata sul <hi rend="CharOverride-1">Mattino</hi> da Massimo Adinolfi professore associato di Filosofia Teoretica presso l’Università Federico II di Napoli, che ricordava le parole dello storico Aurelio Musi a proposito del Masaniellismo: </p><p rend="quotation_a">la tendenza a svolgere funzione di caporione aggregando più settori, popolo, popolino e popolaccio, ma senza un obiettivo politico preciso. Tutti insieme non per un progetto comune a lungo termine ma per far risaltare i bersagli più semplici e immediati (<hi rend="CharOverride-1">Il Mattino</hi> 2019). </p><p rend="text">Espressione culturale ed emotiva della società, il calcio sembrava rispecchiare anche questa volta il sentire comune. Poche settimane prima del passaggio di Sarri alla Juventus infatti, la Lega Nord in quel momento al governo con il Movimento Cinque Stelle, si era affermata nettamente alle elezioni europee sfondando il 34 % dei consensi. Il suo leader, Matteo Salvini, soprannominato il <hi rend="CharOverride-1">Capitano </hi>dai suoi elettori, fu protagonista di un’accesa e martellante campagna elettorale che vedeva al suo centro la denuncia dei flussi migratori provenienti dal Nord Africa e la richiesta di una stretta securitaria. In conferenza stampa Salvini, celebrò il trionfo baciando un rosario mentre analisti ed esperti si interrogavano su futuro e prospettive del populismo. Infatti il populismo esalta «in modo demagogico il popolo visto come il vero depositario dei valori positivi della nazione» e lo considera «culturalmente e moralmente superiore alle élite dirigenti economiche, politiche e sociali […] per reazione alla globalizzazione e al sistema di potere economico capitalista, che è visto come troppo elitario e corrotto» (Raimo 2020). Quindi le polemiche sui poteri forti del mondo del pallone, sulla forza economica della ‘Vecchia Signora’, sulla corruzione delle istituzioni sportive ne erano il perfetto omologo calcistico. Anche il <hi rend="CharOverride-1">sarrismo</hi>, con la sua, come visto, ossessiva ricerca di un’autentica e disinteressata leadership sganciata dalla tradizionale catena di comando e portatrice di reali istanze popolari, andava in quella direzione.</p><p rend="text">Intanto da «bersaglio semplice e immediato» la Juventus diventò per Sarri la sua nuova squadra il 20 giugno del 2019. Si presentò a stampa e tifoseria con un impeccabile completo scuro con cucito sopra, all’altezza del taschino, il logo societario. Spiegò che la Juventus rappresentava «il coronamento di una carriera lunghissima e difficilissima»<hi rend="CharOverride-1">,</hi> che sinceramente il <hi rend="CharOverride-1">sarrismo</hi> non sapeva nemmeno cosa fosse, che quando parlava di prendere il Palazzo alludeva semplicemente alla vittoria dello scudetto e adesso sperava di poterla centrare (Sconcerti 2019). Cosa che poi avvenne proprio in quella stagione funestata dall’esplosione della pandemia Covid 19, a lungo sospesa e conclusasi in estate inoltrata. Dopo la vittoria del titolo, la Juventus lo esonerò non completamente soddisfatta del suo progetto tecnico. La vicenda Sarri assomigliava molto a quella che aveva coinvolto il campione argentino Gonzalo Higuain che nell’estate del 2016 fu acquistato dalla Juventus proprio dal Napoli per 90 milioni di euro dopo che la stagione prima aveva realizzato il record di gol segnati in serie A, 36. Anche in questo caso i tifosi napoletani gridarono al tradimento. Su Twitter l’<hi rend="CharOverride-1">hashtag</hi> #Higuain diventò <hi rend="CharOverride-1">trend topic</hi> catalizzando insulti, accuse, attacchi di ogni tipo da parte di tifosi imbufaliti. Il sindaco di Napoli Luigi De Magistris dichiarò<hi rend="CharOverride-5"> </hi>che «per chi come me continua a vivere il calcio come una passione, questo è un tradimento grave», il presidente del Napoli Aurelio de Laurentiis che «in questo calcio senza scrupoli non si ha rispetto neppure dei sentimenti». Il parroco di Agerola, un piccolo comune vicino Napoli, Don Giuseppe Milo in una sua omelia, dal pulpito tornò sull’episodio tuonando: <hi rend="CharOverride-5">«</hi>quel poveraccio ha avuto una grande proposta e l’ha presa. È la mentalità umana. Dio non ragiona così<hi rend="CharOverride-5">»</hi> (Demarco 2016). Anna Trieste, giornalista e blogger sul <hi rend="CharOverride-1">Mattino</hi> sottolineava il tradimento del campione argentino nei confronti di un intero popolo innamorato: </p><p rend="quotation_a">tradire deriva dal latino “tradere” e significa, come dice la bibbia dei latinisti Castiglioni/Mariotti, “consegnarsi al nemico”, se il nemico storico numero uno del Napoli per ragioni anche economiche ideologiche e culturali è la Juventus è evidente che andandosene proprio là Higuain ha tradito […] Chi tradisce si vergogna e se Higuain ha fatto tutto così di nascosto è perché si mette scuorno. E del resto va capito. Chi non si vergognerebbe come un ladro per aver tradito una bella e innamorata sirena con una vecchia seppur ricca signora? (Trieste 2016). </p><p rend="text">Le polemiche su Sarri e Higuain e quelle sugli acquisti di Cristiano Ronaldo, comprato a sorpresa nel luglio del 2018 per 100 milioni di euro e del serbo Dušan Vlahović preso dalla Fiorentina nel gennaio del 2022 per 70 milioni di euro, fanno parte di un filone dell’antijuventinismo particolarmente forte negli ultimi anni. Dalle polemiche arbitrali e dalle speculazioni sul potere politico della ‘Vecchia Signora’ (comunque ancora molto presenti) si è passati a un rafforzarsi di quelle sul suo potere economico e finanziario. Da una parte il calcio dei tifosi, dei bambini, di chi crede in un gioco spensierato e disinteressato. Dall’altra quello dei milioni, della finanza, del grigio potere del mercato e dell’economia. La vicenda della Superlega è a questo proposito assolutamente esemplare. Tra la notte di domenica 18 e lunedì 19 aprile 2021, 12 club europei (Juventus, Inter, Milan, Manchester United, Manchester City, Liverpool, Chelsea, Tottenham, Arsenal, Real e Atletico Madrid e Barcellona), annunciarono la creazione di una nuova competizione continentale. A questa, che sarebbe dovuta partire già dall’agosto di quell’anno, avrebbero preso parte su invito le squadre fondatrici della Lega, sostituendo di fatto la Champions League. Si trattava in realtà di un vecchio progetto<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-005-backlink"><ref target="OP08873_xml.html#footnote-005">10</ref></hi></hi> discusso più volte e mai andato in porto ma che adesso sembrava avere un nuovo slancio (De Carolis 2021). Parallelamente Andrea Agnelli vicepresidente della futura Lega, si dimise da presidente Eca e dall’esecutivo Uefa mentre JP Morgan, la più importante banca d’affari al mondo, confermò che avrebbe finanziato il progetto. L’iniziativa suscitò l’indignata ostilità e l’opposizione decisa di istituzioni politiche e calcistiche, con la Uefa che annunciò immediatamente durissime sanzioni ma anche del mondo dei tifosi, dell’opinione pubblica e della stampa internazionale e naufragò in poche ore. In un durissimo editoriale apparso sulla <hi rend="CharOverride-1">Gazzetta dello Sport</hi>, il suo vice direttore Andrea Di Caro puntò il dito contro la Juventus tra le principali promotrici dell’iniziativa e quindi tra le società più esposte: </p><p rend="quotation_a">anche la ricerca famelica degli interessi personali, a scapito di quelli collettivi, a un certo punto trova davanti a sé un muro. Sul quale rischiano di sbattere club e dirigenti (come la Juve e Agnelli) abituati ad agire con spregiudicatezza, arrivando a tradire non solo rapporti di fiducia e amicizia (e fin qui siamo nei giudizi etici e morali), ma anche gli obiettivi che ruoli o deleghe prevedono (e qui si entra nelle possibili cause in tribunale con richieste di risarcimenti). Ma quel muro diventa pericoloso anche per quei club e dirigenti che si accodano (come l’Inter di Marotta), pensando sempre al proprio tornaconto, ma esponendosi meno […] Anche i nostri club più vincenti e prestigiosi però devono pensare che non si può tirare troppo la corda. Soprattutto quando sono note in seno alle istituzioni certe particolari situazioni finanziarie. Quelle che costringono ad esempio la Juventus a plusvalenze tanto esagerate quanto necessarie, per far quadrare i bilanci. Con centinaia di milioni virtuali, ma solo pochi reali che entrano in cassa (Di Caro 2021)<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-004-backlink"><ref target="OP08873_xml.html#footnote-004">11</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">Ma tutti i commenti andavano più o meno in questo senso: si trattava di un’operazione economica cinica e scellerata che in nome del freddo guadagno tradiva la passione genuina dei tifosi, il merito sportivo, lo spirito ardente della competizione sportiva. Mario Sconcerti ad esempio era molto duro con Andrea Agnelli diventato ora <hi rend="CharOverride-5">«</hi>uno dei personaggi meno popolari del calcio europeo<hi rend="CharOverride-5">» </hi>e concludeva che: <hi rend="CharOverride-5">«</hi>il disegno è rozzo ma convincente: gestire in pochi la ricchezza di molti. Non una grande idea, non una novità almeno, è stata tentata molte volte in passato da regimi autarchici» (Sconcerti 2021) ma anche <hi rend="CharOverride-1">Tuttosport</hi><hi rend="CharOverride-5"> </hi>da sempre vicino alla Juventus fu durissimo. Il suo direttore Javier Jacobelli spiegava che la Superlega è</p><p rend="quotation_a">un’autentica licenza per uccidere la quintessenza del calcio, il merito sportivo, lo spirito della competizione, il premio ai migliori in campo, non ai migliori iban. Questa cosiddetta Superlega riporta indietro gli orologi di settant’anni e prende a calci il sentimento popolare. Ammette a corte solo i più abbienti, anche quelli con un palmarès internazionale arrugginito da anni di batoste. Nasce come un club di ricconi o ex ricconi che, non sapendo più come raccattare denaro, buttano nella spazzatura la grandezza del football per foderare di euro i bidoni nei quali intendono piombarla, infischiandosene dei tifosi, dei loro sentimenti, dei loro sacrifici, della loro passione, della loro storia (Jacobelli 2021a)<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-003-backlink"><ref target="OP08873_xml.html#footnote-003">12</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">In realtà la vicenda della Superlega è solo un capitolo di una partita assai complessa, quella del futuro di un’industria dal profilo sempre più internazionale come il calcio e che non si presta ad analisi e giudizi lapidari. Per Andrea Agnelli si è trattato di <hi rend="CharOverride-5">«</hi>un grido di allarme<hi rend="CharOverride-5">»</hi> da parte dei club più importanti del pianeta, sempre più indebitati (<hi rend="CharOverride-1">Corriere dello Sport </hi>2021), che reggono da soli il peso finanziario dello spettacolo e che sono stati letteralmente messi in ginocchio dall’emergenza Covid ma anche dal lievitare generale dei costi di gestione del sistema e dal calo d’interesse soprattutto del pubblico più giovane. La Superlega non avrebbe sostituito i campionati nazionali ma la Champions League rendendo più <hi rend="CharOverride-5">«</hi>sicuri<hi rend="CharOverride-5">»</hi> i posti per i club più grandi, garantendone l’accesso all’edizione successiva e quindi ricchi e fissi introiti (Vaciago 2021). Anche l’Uefa consapevole che il calcio così indebitato avrebbe bisogno di nuovi meccanismi in grado di aumentare spettacolo e introiti ha varato a partire dalla stagione 2024/2025 un’articolata riforma della competizione che aumenterà il numero delle partite (<hi rend="CharOverride-1">Eurosport </hi>2022). Il programma Rai di inchieste<hi rend="CharOverride-1"> PresaDiretta</hi>, in un approfondito e assai documentato reportage, ricostruendo la vicenda della Superlega la inserisce in un vero e proprio campo di battaglia geopolitico dove le massime potenze finanziarie del pianeta stanno cercando di spartirsi il calcio europeo e mondiale: </p><p rend="quotation_a">da una parte i capitali americani legati a Wall Street, dall’altra i capitali dei Paesi arabi. Sono loro i nuovi padroni del calcio. È evidente che in gioco ormai, prima del pallone, ci sono i soldi. E che l’aspetto finanziario prevale su quello sportivo. Lo dimostrano i bilanci delle società di calcio, costantemente in perdita e costantemente alla ricerca di modi per incrementare i ricavi, anche in maniera fittizia, attraverso sponsorizzazioni e il boom delle plusvalenze che hanno raggiunto gli 800 milioni di euro l’anno (<hi rend="CharOverride-1">il Fatto Quotidiano</hi> 2021).</p><p rend="text">Intanto, dopo quasi due anni di accese controversie, la Juventus anche per evitare una pesante squalifica in campo europeo, sembra aver rinunciato all’ambizioso progetto porgendo un ramoscello d’ulivo alla Uefa e sperando così di poter rientrare in Champions già a partire dalla stagione 2024/2025 e riprendere così la caccia a quella coppa così tanto lungamente desiderata. </p><p rend="layout_notes"><hi rend="CharOverride-4"><ref target="OP08873_xml.html#footnote-014-backlink">1</ref></hi>	Tra i tanti: <hi rend="CharOverride-6" >«</hi>Zeman signore, Lippi spacciatore<hi rend="CharOverride-6" >»</hi>, <hi >«Del</hi> Piero ci vediamo doping», <hi rend="CharOverride-6" >«</hi>Zizou non <hi >è</hi> un farmaco ma una purga<hi rend="CharOverride-6" >»</hi><hi rend="CharOverride-6"> </hi>(Lamorte 2020). </p><p rend="layout_notes"><hi rend="CharOverride-4"><ref target="OP08873_xml.html#footnote-013-backlink">2</ref></hi>	Le generalizzazioni di Bocca sul carattere negativo degli italiani presentavano molti punti di contatto con le analisi di un altro grande giornalista italiano, Indro Montanelli e affondavano in realtà le radici in una consolidata tradizione retorica e narrativa che di certo aveva trovato grande slancio nel secondo dopoguerra negli scritti di opinionisti, editorialisti e giornalisti: Patriarca 2010, 252-99; Isnenghi 1993, 251-86.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="CharOverride-4"><ref target="OP08873_xml.html#footnote-012-backlink">3</ref></hi>	Il 29 maggio in una intervista rilasciata alla<hi rend="CharOverride-1"> Gazzetta dello Sport</hi>, l’allenatore della Juventus Fabio Capello rilanciò l’accostamento: «mi sembra di rivedere la storia di Tangentopoli: la Juve è come il partito socialista di allora» innescando un ampio dibattito tra politici e opinionisti (Cerruti 2006). </p><p rend="layout_notes"><hi rend="CharOverride-4"><ref target="OP08873_xml.html#footnote-011-backlink">4</ref></hi>	 L’inchiesta si concluderà positivamente per tutti gli indagati, compreso Buffon, che vennero prosciolti nel dicembre del 2006 dopo che il procuratore federale Palazzi optò per l’archiviazione (<hi rend="CharOverride-1">La Gazzetta dello Sport</hi> 2006d).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="CharOverride-4"><ref target="OP08873_xml.html#footnote-010-backlink">5</ref></hi>	La vicenda giudiziaria si è conclusa dopo 17 anni nel marzo del 2023 con l’assoluzione in Cassazione di Padovano (Riggio 2023).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="CharOverride-4"><ref target="OP08873_xml.html#footnote-009-backlink">6</ref></hi>	Sull’<hi rend="CharOverride-1">Unità</hi> Beha fu molto critico verso la sentenza che suonava come una specie di mezza amnistia e notava come la terribile condanna di primo grado «si riduce a qualche vicolo oscuro, e a un vialone storico, quello della Juventus, che riporterà certo presto e bene la “più amata dagli italiani” in Serie A dopo un anno di Purgatorio: 17 punti invece che 30 in B sono un viatico per una galoppata» (Beha 2006d). </p><p rend="layout_notes"><hi rend="CharOverride-4"><ref target="OP08873_xml.html#footnote-008-backlink">7</ref></hi>	Sulle polemiche antiunitarie si vedano: Casalena 2013, Messina 2021. </p><p rend="layout_notes"><hi rend="CharOverride-4"><ref target="OP08873_xml.html#footnote-007-backlink">8</ref></hi>	Su questa linea anche Giorgio Tosatti: «ci fu un periodo in cui la sua Juve si riempì di campioni meridionali (Anastasi, Causio, Cuccureddu, ecc.) per dare ai molti emigranti in forza alla Fiat idoli delle loro terre» (Tosatti 2003). </p><p rend="layout_notes"><hi rend="CharOverride-4"><ref target="OP08873_xml.html#footnote-006-backlink">9</ref></hi>	Lo stesso Longobucco nato a Scalea nel 1951, ha dichiarato di provenire da una famiglia juventina e di chiamarsi Silvio in onore del grande centravanti Piola, nell’immediato dopoguerra in forze alla Juventus (Longobucco 2017).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="CharOverride-4"><ref target="OP08873_xml.html#footnote-005-backlink">10</ref></hi>	Ne parlava ad esempio già il <hi rend="CharOverride-1">Corriere della Sera</hi> nel settembre del 1998. Si trattava di un vero e proprio Campionato d’Europa a 36 squadre, con alcuni partecipanti di diritto in quanto soci fondatori (Milan, Juventus e Inter per l’Italia) e un ricchissimo budget, che per le sole partecipanti italiane prevedeva una somma attorno ai 200 milioni di dollari (contro i 45 guadagnati in quel momento grazie alle competizioni Uefa). Il progetto fu lanciato dalla società di marketing Media Partners, supportato dalla banca JP Morgan e suscitò l’entusiasmo di Silvio Berlusconi e Adriano Galliani e l’opposizione delle federazioni nazionali, a iniziare da quella inglese che minacciò di escludere dalle nazionali i calciatori coinvolti nel progetto. L’Uefa riuscì a impedire la competizione ma fu costretta ad avviare una rapida riforma della Champions League aumentando il numero delle partite e delle squadre coinvolte (<hi rend="CharOverride-1">Corriere della Sera </hi>1998i, 1998l; Bonanni 1998; Ghisi 1998). </p><p rend="layout_notes"><hi rend="CharOverride-4"><ref target="OP08873_xml.html#footnote-004-backlink">11</ref></hi><hi rend="CharOverride-5">	 </hi>Nel suo affondo Di Caro metteva sotto accusa anche l’Inter in quel momento impossibilitata a pagare gli stipendi ai propri calciatori.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="CharOverride-4"><ref target="OP08873_xml.html#footnote-003-backlink">12</ref></hi>	<hi rend="CharOverride-1">Tuttosport </hi>ha ribadito la propria posizione nel novembre del 2021 quando il capitano della Juventus Giorgio Chiellini si è schierato a favore della Superlega: Jacobelli 2021b.</p><p rend="editorial_metadata_author">Onofrio Bellifemine, Cardinal Stefan Wyszynski University in Warsaw, Poland, <ref target="mailto:o.bellifemine%40uksw.edu.pl?subject=">o.bellifemine@uksw.edu.pl</ref>, <ref target="https://orcid.org/0000-0002-4958-687X">0000-0002-4958-687X</ref></p><p rend="editorial_metadata_polices">Referee List (DOI 1<ref target="https://doi.org/10.36253/fup_referee_list">0.36253/fup_referee_list</ref>)</p><p rend="editorial_metadata_polices">FUP Best Practice in Scholarly Publishing (DOI <ref target="https://doi.org/10.36253/fup_best_practice">10.36253/fup_best_practice</ref>)</p><p rend="editorial_metadata_book">Onofrio Bellifemine, <hi rend="CharOverride-2">‘Maledetta Signora’. Storia dell’antijuventinismo (1897-2023)</hi>, © 2023 Author(s),<lb/><ref target="http://creativecommons.org/licenses/by/4.0/legalcode">CC BY 4.0</ref>, published by Firenze University Press, ISBN 979-12-215-0165-0 (PDF), <ref target="https://doi.org/10.36253/979-12-215-0165-0">DOI 10.36253/979-12-215-0165-0</ref></p><p rend="h1_chapter">Conclusioni</p><p rend="text">Mentre licenzio queste note conclusive la Juventus ha appena attraversato l’ennesima tempesta della sua storia. Indagata dalla Procura della Repubblica di Torino e poi dalla giustizia sportiva con l’accusa di varie irregolarità contabili, la società bianconera è stata punita con 10 punti di penalità in campionato e quindi esclusa dalla Champions League 2023/2024 mentre nel novembre del 2022 il suo consiglio d’amministrazione si è dimesso in blocco come accaduto ai tempi di Calciopoli. Sono tre anni che lo scudetto non sorride più alla ‘Vecchia Signora’ eppure l’ostilità verso i colori bianconeri sembra essersi addirittura ampliata. Per i tifosi italiani ormai il disprezzo verso la Juventus appare come il naturale completamento della propria fede calcistica e affianca quindi il tifo a supporto della propria squadra. E così un tifoso della Fiorentina è stato immortalato mentre brandiva un cartello offensivo verso la Juventus durante la finale di Conference League poi persa contro il West Ham, un magistrato, Ciro Santoriello, durante un pubblico convegno ha ammesso candidamente di odiare la ‘Vecchia Signora’ mentre la rock star Bono Vox a Napoli, al tavolo di un ristorante alla domanda di un cameriere su allergie e intolleranze alimentari non ha avuto dubbi: ne ha solo una, quella per la Juventus. L’antijuventinismo ormai ha tracimato i confini calcistici. Agli Europei a squadre di atletica a Chorzow, in Polonia, nel giugno del 2023, durante i festeggiamenti per la vittoria italiana qualcuno dagli altoparlanti ufficiali dello stadio ha fatto partire un coro antijuventus allegramente cantato e ballato da tutta la squadra azzurra. Una larga parte della pubblica opinione ha finito per leggere la storia bianconera come quella di una forza corrotta e corruttrice, impossibile da redimere simbolo di un più generale malcostume. Nella costruzione di questa immagine dev’esserci quindi anche qualcos’altro che va al di là dei singoli episodi. Infatti la storia del nostro calcio abbonda di controversie arbitrali, polemiche su sudditanza e potere politico dei grandi club e non. Nel 1990 il Napoli conquistò lo scudetto anche grazie a un episodio al centro di numerose recriminazioni: la concessione di una vittoria a tavolino per 2-0 contro l’Atalanta<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-002-backlink"><ref target="OP08873_xml.html#footnote-002">1</ref></hi></hi> mentre nel 2009 l’Inter di Mourinho sconfisse il Milan per 2-1 grazie a un gol chiaramente irregolare segnato di mano dall’attaccante nerazzurro Adriano e a un rigore negato all’attaccante milanista Inzaghi, chiudendo così la corsa scudetto<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-001-backlink"><ref target="OP08873_xml.html#footnote-001">2</ref></hi></hi>. La giornata decisiva per l’assegnazione dello scudetto 1998/1999 invece, fu la penultima di campionato quando la Lazio in testa alla classifica pareggiò 1-1 a Firenze mentre il Milan battendo l’Empoli conquistò la testa della classifica, vincendo di fatto il titolo. I calciatori biancocelesti protestarono animatamente per un evidente rigore non concesso: trattenuta del difensore fiorentino Roberto Mirri sull’attaccante biancoceleste Marcelo Salas. Un momento che «avrebbe potuto indirizzare partita e scudetto» (Toti 1999).</p><p rend="text">Tutti questi episodi e tanti altri, si sono completamente dissolti nella memoria collettiva dei tifosi italiani. Non vengono riproposti periodicamente ogni stagione calcistica come avviene per il gol di Turone, il rigore su Ronaldo e il gol non visto di Muntari. Non sono diventati il simbolo di uno scandalo, di un malaffare inequivocabile, di un sopruso sfacciato che grida vendetta e i tifosi delle squadre vittime non ne evocano mai il ricordo. Insomma, sono stati liquidati per quello che sono: episodi che possono accadere in una partita di calcio e nel corso di un campionato che comprende centinaia di partite e così sono stati archiviati. Anche la lista degli scandali finanziari che hanno coinvolto il nostro calcio, è molto lunga: i rolex regalati dalla Roma agli arbitri nel Natale del 1999; i passaporti falsificati da alcune importanti società nel 2001 (Inter, Milan, Roma, Lazio, Udinese e Sampdoria) per far giocare calciatori extracomunitari in serie A; l’operazione poco cristallina della vendita del brand tra il 2005 e il 2006 da parte di Milan, Inter, Roma, Lazio e Sampdoria, un artificio contabile mai sanzionato (Racca 2021). Nessuna di queste vicende ha goduto di una copertura mediatica pari a quella che la ‘Vecchia Signora’ ha vissuto negli ultimi mesi per il caso plusvalenze.</p><p rend="text">L’antijuventinismo diventa in un certo momento un elemento spettacolare: insinuare, alludere o accusare direttamente i bianconeri alimenta la polemica, genera rumore, fa lievitare l’interesse anche di quell’altra parte del paese che nei colori juventini non si riconosce. La Juventus dall’alto dei suoi 8 milioni di tifosi e di altrettanti detrattori è un elefante che si muove in una cristalleria: ogni suo passo è una detonazione, accende interesse, dà la stura alle polemiche. E il calcio italiano vive anche di questo e non c’è un catalizzatore polemico migliore della Juventus. Il sistema mediatico in tutte le sue articolazioni, sembra aver fatto tesoro di questa lezione: soffiare sulla brace delle polemiche è un’attività che paga. E così, come visto, è possibile osservare come anche in epoche lontanissime tra loro, la carta stampata dopo aver alimentato dubbi, sospetti, agitato inquietanti fantasmi, abbia infine ammesso senza ombra di imbarazzo, che al termine della stagione la vittoria ha arriso alla squadra migliore. Una narrazione del genere si lega a fenomeni culturali profondamente radicati nella pubblica opinione e che chiamano in causa discorsi più complessi che attengono all’immagine che il paese ha di se stesso. Infatti</p><p rend="quotation_a">l’idea che gli italiani hanno di sé non è affatto lusinghiera: di qualsiasi gruppo sociale facciano parte, si descrivono come un popolo di cinici, di individualisti, estremi incuranti del bene pubblico, di opportunisti propensi al clientelismo, falsi se non totalmente bugiardi (Patriarca 2010, xi).</p><p rend="text">Come sottolinea Patriarca la nozione di carattere nazionale «a livello accademico […] ha perso giustamente la sua legittimità» ma è «ancora ben presente nella cultura popolare» e nel giornalismo (Patriarca 2010, ix). Tra gli schemi discorsivi più radicati, grande risalto gode la tradizionale ostilità degli italiani all’autorità. Gli italiani non la amano, diffidano da chi la rappresenta, credono che ci sia sempre un cono d’ombra che si allunghi sul potere. Sono delle generalizzazioni, certo. Ma forse c’è del vero: </p><p rend="quotation_a">per il tifoso italiano l’arbitro è sempre corrotto, a meno che non venga dimostrato il contrario. Ciò che rimane da scoprire è come l’arbitro è stato corrotto, a favore di chi, e perché. È questa la tesi che domina e anima, la maggior parte delle discussioni sulla storia del calcio italiano, dove abbonano le teorie del complotto. A chi sarà concesso di vincere il prossimo anno, la prossima settimana, domani e perché? In Italia c’è la forte convinzione che lo Stato, le sue regole e le sue normative siano entità flessibili, infangate dalla corruzione e perciò pronte a essere trasgredite e messe in dubbio. Questa convinzione si poggia su una forte base storica. In Italia, come ammise lo scrittore e critico del calcio Giovanni Arpino chi detiene il potere anche solo per 90 minuti, non è mai visto di buon occhio. Gli arbitri sembrano imprigionati nel medesimo ragionamento reso celebre da Giovanni Giolitti: “per i nemici le leggi si applicano, per gli amici si interpretano” (Foot 2007, 73-4).</p><p rend="text">Oggi nell’epoca dei social e dei blog, l’antijuventinismo corre veloce a colpi di tweet e post. La galassia antijuventina appare sterminata: da YouTube a Facebook, passando per Twitter e Instagram fino a blog di giornali o di semplici tifosi invettive, accuse, recriminazioni, vecchie polemiche rimbalzano rapide senza sconti<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-000-backlink"><ref target="OP08873_xml.html#footnote-000">3</ref></hi></hi>. Su Facebook pagine come “Antijuventinismo militante” e “Antijuventini d’Italia” si contano a decine, mentre se si digitano su Google le parole Juventus Mafia e Juventus Scandali si ottengono rispettivamente poco meno di 3 milioni e 3 milioni e mezzo di risultati. Continuano imperterriti riferimenti a passati scandali arbitrali, ad attuali presunti scandali finanziari a progetti considerati controversi come quello della Superlega.</p><p rend="text">L’invidia, poi, sembra essere una compagna eterna degli sconfitti: </p><p rend="quotation_a">Piuttosto che lavorare o lottare per ottenere il bene invidiato […] si formano nell’invidioso dei gorghi di pensieri negativi che coinvolgono la persona o la cosa invidiata e sé stessi (autocommiserazione). Vi è anche, fra le reazioni negative, una generale sfiducia verso l’equità della sorte e la giustizia terrena, insieme a un forte antagonismo verso i privilegiati dalla fortuna (D’Urso 2013, 120). </p><p rend="text">La storica della cultura Tiffany Watt Smith ha dedicato un volume complesso al fenomeno, dal titolo Schadenfreude, che in tedesco significa «la gioia per le disgrazie altrui». Gioire per la sconfitta di qualcuno e addirittura desiderarla: Nietzsche la definiva la «vendetta dell’impotente» (Watt Smith 2019). E qui tornano alla mente quei ragazzi festosi e spensierati in quella notte, a Varsavia accanto al resto dell’Italia antijuventina, dalla quale sono partito per questo lungo viaggio. La parabola italiana della Juventus ricalca quella spagnola del Real Madrid. È una vicenda che si incrocia con la tormentata storia politica del paese nel secondo Novecento, che ha elementi specifici e che l’ha vista negli anni delle cinque Coppe dei campioni consecutive vinte dal 1956 al 1960 diventare per molti come una sorta di ambasciatrice del regime di Franco, una sorta di vetrina della dittatura. Il Real Madrid è anche la faccia snob della vittoria:</p><p rend="quotation_a">Nacio Vegas, cantautore asturiano che si rifà alla lezione di Bob Dylan e Tom Waits, tifoso dello Sporting, in un’intervista una volta ha detto che “l’antimadridismo nasce come reazione a un calcio sostenuto da valori come arroganza e disprezzo dei rivali, rappresentati da calciatori come Juanito, Hugo Sánchez, Cristiano Ronaldo. Conosco madridisti che sono antimadridisti” (Carotenuto 2013). </p><p rend="text">Anche qui la vittoria sembra il cemento che tiene unito il gigantesco edificio del tifo contro. Se i mattoni che lo compongono sono tanti, tantissimi come visto, è il successo che ne garantisce la tenuta. La vittoria costante, inseguita con ossessione. D’altronde se l’odio perpetuo è lo scotto da pagare per una vita di trionfi Giampiero Boniperti non avrebbe avuto nessun dubbio: meglio vincenti e antipatici che il contrario. Perché vincere non è importante, è l’unica cosa che conta.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="CharOverride-4"><ref target="OP08873_xml.html#footnote-002-backlink">1</ref></hi>	Durante la 31° giornata di campionato a tre turni dalla fine, il Napoli secondo in classifica e dietro il Milan di 1 punto pareggiò per 0-0 a Bergamo contro l’Atalanta. L’attaccante napoletano Alemao fu però colpito da una monetina da 100 lire e la società fece immediatamente ricorso chiedendo e poi ottenendo la vittoria a tavolino per 2-0. In questo modo gli azzurri raggiunsero in classifica i rossoneri risultando poi alla fine di un appassionante testa a testa campioni d’Italia per la seconda volta nella loro storia. Sull’episodio furono avanzati numerosi dubbi. Corbo 1990, <hi rend="CharOverride-1">la Repubblica</hi> 1990.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="CharOverride-4"><ref target="OP08873_xml.html#footnote-001-backlink">2</ref></hi>	Anche i toni della carta stampata peraltro in questo caso erano molto diversi dal solito, cercando di stemperare le polemiche attorno all’episodio. Il <hi rend="CharOverride-1">Corriere della Sera</hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi>per esempio parlò semplicemente di <hi rend="CharOverride-5">«</hi>gol molto dubbio<hi rend="CharOverride-5">»</hi>. Sconcerti 2009.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="CharOverride-4"><ref target="OP08873_xml.html#footnote-000-backlink">3</ref></hi>	Il tifoso bianconero e personaggio televisivo, l’avvocato Massimo Zampini, monitora da anni sulle sue pagine social con puntiglio divertente ma impeccabile questo mondo e in un volume ha raccontato il lungo dominio bianconero dell’ultimo decennio e i suoi effetti collaterali: Zampini 2020.</p><p rend="editorial_metadata_author">Onofrio Bellifemine, Cardinal Stefan Wyszynski University in Warsaw, Poland, <ref target="mailto:o.bellifemine%40uksw.edu.pl?subject=">o.bellifemine@uksw.edu.pl</ref>, <ref target="https://orcid.org/0000-0002-4958-687X">0000-0002-4958-687X</ref></p><p rend="editorial_metadata_polices">Referee List (DOI 1<ref target="https://doi.org/10.36253/fup_referee_list">0.36253/fup_referee_list</ref>)</p><p rend="editorial_metadata_polices">FUP Best Practice in Scholarly Publishing (DOI <ref target="https://doi.org/10.36253/fup_best_practice">10.36253/fup_best_practice</ref>)</p><p rend="editorial_metadata_book">Onofrio Bellifemine, <hi rend="CharOverride-2">‘Maledetta Signora’. Storia dell’antijuventinismo (1897-2023)</hi>, © 2023 Author(s),<lb/><ref target="http://creativecommons.org/licenses/by/4.0/legalcode">CC BY 4.0</ref>, published by Firenze University Press, ISBN 979-12-215-0165-0 (PDF), <ref target="https://doi.org/10.36253/979-12-215-0165-0">DOI 10.36253/979-12-215-0165-0</ref></p><p rend="h1_chapter">Riferimenti bibliografici</p><p rend="bib_indx_bib">Abbiezzi, Paola. 2007. <hi rend="CharOverride-1">La televisione dello sport: teorie, storie, generi</hi>. 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Storia dell’antijuventinismo (1897-2023)</hi>, © 2023 Author(s), <ref target="http://creativecommons.org/licenses/by/4.0/legalcode">CC BY 4.0</ref>, published by Firenze University Press, ISBN 979-12-215-0165-0, <ref target="https://doi.org/10.36253/979-12-215-0165-0">DOI 10.36253/979-12-215-0165-0</ref></p><p rend="h1_chapter">Indice dei nomi</p><p rend="bib_indx_index">Abbiezzi P.  93, 153</p><p rend="bib_indx_index">Abete G. 114</p><p rend="bib_indx_index">Accatino G. 43, 153</p><p rend="bib_indx_index">Adami G. 49, 168</p><p rend="bib_indx_index">Adelfi N. 68, 153</p><p rend="bib_indx_index"> Adinolfi M. 143, 153</p><p rend="bib_indx_index">Agnelli A. 145-147, 158-159</p><p rend="bib_indx_index">Agnelli E. 21-22, 26,  </p><p rend="bib_indx_index">Agnelli Famiglia 10, 22, 29, 40-41, 45, 49, 67, 76, 80, 111, 118, 123, 129, 136, 140, 141</p><p rend="bib_indx_index">Agnelli G. 39, 43, 49-50, 64-68, 70, 76, 80, 86, 95, 99, 103, 106-109, 111, 118, 123, 129, 136, 140-141, 153, 158-160, 168-170, 172-173</p><p rend="bib_indx_index">Agnelli U. 38-43, 47, 50, 65, 67, 156, 158</p><p rend="bib_indx_index">Agnolin L.  101</p><p rend="bib_indx_index">Agosti A. 10, 17, 19-21, 23-24, 26, 29, 31, 34, 39, 47, 70, 86, 98, 117, 126-127, 131, 135, 142, 153, 179</p><p rend="bib_indx_index"> Agricola R.  115</p><p rend="bib_indx_index">Agroppi A. 77</p><p rend="bib_indx_index">Alemao 150</p><p rend="bib_indx_index">Allodi  I. 76, 85</p><p rend="bib_indx_index">Altafini J. 76, 80, 83-85, 160, 162</p><p rend="bib_indx_index">Altobelli A. 108</p><p rend="bib_indx_index">Ameri E. 92</p><p rend="bib_indx_index">Amerio G. 39</p><p rend="bib_indx_index">Anastasi P. 76, 84-87, 123, 141, 167</p><p rend="bib_indx_index">Andreotti G. 95, 103</p><p rend="bib_indx_index">Angelillo A. 43</p><p rend="bib_indx_index">Annarumma A. 72</p><p rend="bib_indx_index">Ansaldo M. 120, 154, 172</p><p rend="bib_indx_index">Anselmi E.  97, 154</p><p rend="bib_indx_index">Antognoni G. 109-110, 161</p><p rend="bib_indx_index">Armano G. 15</p><p rend="bib_indx_index">Aronica S. 135</p><p rend="bib_indx_index"> Arpino G.  82, 151, 154</p><p rend="bib_indx_index">Attardi F. 127</p><p rend="bib_indx_index">Azeglio M.  17, 29, 76</p><p rend="bib_indx_index">Baggio D. 130, 172</p><p rend="bib_indx_index">Baggio R. 117, 122, 158</p><p rend="bib_indx_index">Balbo C. 29</p><p rend="bib_indx_index">Barbaresco E. 77-78, 157</p><p rend="bib_indx_index">Barbato A. 102-103, 154</p><p rend="bib_indx_index">Barberis A. 15</p><p rend="bib_indx_index">Barendson M. 75</p><p rend="bib_indx_index">Baretti P. 104</p><p rend="bib_indx_index">Bartoletti M. 92</p><p rend="bib_indx_index">Bean G. 44</p><p rend="bib_indx_index">Bearzot E. 111</p><p rend="bib_indx_index">Bedin G. 87</p><p rend="bib_indx_index">Beha O. 92, 125, 131, 154</p><p rend="bib_indx_index">Bellifemine O. 29, 34, 46, 154</p><p rend="bib_indx_index">Belli P. 81</p><p rend="bib_indx_index">Beltramin P. 135, 154</p><p rend="bib_indx_index">Benedetti C. 50, 68, 154</p><p rend="bib_indx_index">Benetti R. 81</p><p rend="bib_indx_index">Bercellino E. 62</p><p rend="bib_indx_index">Bergamo P.   87, 104-108, 127, 173</p><p rend="bib_indx_index">Bergomi B. 132</p><p rend="bib_indx_index">Berlusconi S. 98, 116-118, 137, 145</p><p rend="bib_indx_index">Bernardi B. 61, 154</p><p rend="bib_indx_index">Bertinetti P. 135, 154</p><p rend="bib_indx_index">Bertolani L.  107, 155</p><p rend="bib_indx_index">Bertoni D. 109-110</p><p rend="bib_indx_index">Bettega R.  76, 79, 100, 102-103, 116, 123, 157-158</p><p rend="bib_indx_index">Bianchini M.  95, 107, 155</p><p rend="bib_indx_index">Bianconi S. 119</p><p rend="bib_indx_index">Bierhoff O. 130, 161</p><p rend="bib_indx_index">Bigon A. 77, 169</p><p rend="bib_indx_index">Bikila A. 114</p><p rend="bib_indx_index">Biscardi A. 91-97, 117, 127, 130, 155, 158, 163-164, 170</p><p rend="bib_indx_index">Bisceglia M. 107</p><p rend="bib_indx_index">Blanc C. 132</p><p rend="bib_indx_index">Bocca F. 92, 108, 155</p><p rend="bib_indx_index">Bocca G. 123-124, 155, 164</p><p rend="bib_indx_index">Boggi R.  122</p><p rend="bib_indx_index">Bolchi B. 50</p><p rend="bib_indx_index">Boldrini S. 130, 155</p><p rend="bib_indx_index">Bolton S. 39</p><p rend="bib_indx_index">Boniperti G. 39, 42, 46-48, 57, 66, 75-76, 79, 95, 111, 123, 129, 132, 152, 166, 173-174</p><p rend="bib_indx_index">Borel F. 26, 28</p><p rend="bib_indx_index">Borghese J. V. 73</p><p rend="bib_indx_index">Bosio E. 16-17</p><p rend="bib_indx_index">Brady L. 100, 110</p><p rend="bib_indx_index">Braggiotti L. G. 128</p><p rend="bib_indx_index">Brera G. 12, 18, 27, 64, 67, 92, 104, 137, 155</p><p rend="bib_indx_index">Brizzi E. 16, 27, 31, 155</p><p rend="bib_indx_index">Brizzi R. 11, 16, 31, 155, 179</p><p rend="bib_indx_index">Buccini G. 114, 116, 155</p><p rend="bib_indx_index">Buffon G. 128, 130, 132, 136, 160, 164-165, 167, 174</p><p rend="bib_indx_index">Bufi F.              126, 155</p><p rend="bib_indx_index">Bugialli P. 79, 155</p><p rend="bib_indx_index">Buzzanca L. 81</p><p rend="bib_indx_index">Cabrini A. 111</p><p rend="bib_indx_index">Calabresi L. 73</p><p rend="bib_indx_index">Calamai L. 132-133, 155</p><p rend="bib_indx_index">Caligaris U. 24, 26, 162</p><p rend="bib_indx_index">Callegari P. 29, 155</p><p rend="bib_indx_index">Calligaris N. 92</p><p rend="bib_indx_index">Camoranesi M. 130, 132</p><p rend="bib_indx_index">Campana M. 51</p><p rend="bib_indx_index">Campanati G. 75, 78</p><p rend="bib_indx_index">Canfari E. (Enrico) 17</p><p rend="bib_indx_index">Canfari E. (Eugenio) 17</p><p rend="bib_indx_index">Canini M. 136</p><p rend="bib_indx_index">Cannavaro F. 130, 134</p><p rend="bib_indx_index">Capello F.  125, 156</p><p rend="bib_indx_index">Carbone P. 99, 155</p><p rend="bib_indx_index">Carcano C. 26-27, 155, 161, 166-167, 169</p><p rend="bib_indx_index">Carelli P.  93, 156</p><p rend="bib_indx_index">Caressa F. 132</p><p rend="bib_indx_index">Carlo di Galles  97</p><p rend="bib_indx_index">Carraro A. 24, </p><p rend="bib_indx_index">Carraro F. 24, 126-127, 174</p><p rend="bib_indx_index">Casalena M. 139, 156</p><p rend="bib_indx_index">Casanova O. 11, 156</p><p rend="bib_indx_index">Cascioli L. 92</p><p rend="bib_indx_index">Caselli G.  115, 127</p><p rend="bib_indx_index">Castano E. 104</p><p rend="bib_indx_index">Castellini L. 86, 173</p><p rend="bib_indx_index">Castiglioni L. 145</p><p rend="bib_indx_index">Castronovo V. 45, 156</p><p rend="bib_indx_index">Catella V. 61, 76</p><p rend="bib_indx_index">Causio F. 76-77, 84, 127, 141</p><p rend="bib_indx_index">Cazzola A. 133</p><p rend="bib_indx_index">Ceccarini P. 119-120, 122, 130, 159, 170</p><p rend="bib_indx_index">Cecere N. 128, 156</p><p rend="bib_indx_index">Celestini C. 110</p><p rend="bib_indx_index">Cerruti A. 61, 125, 156</p><p rend="bib_indx_index">Cesari G.  122</p><p rend="bib_indx_index">Cesarini R. 26, 42, 123</p><p rend="bib_indx_index">Chabod F.  12, 156</p><p rend="bib_indx_index">Charles J. 37, 39-42, 46-48, 57, 156-158, 164, 166-167, 171</p><p rend="bib_indx_index">Chiarugi L. 81, 83, 160, 173</p><p rend="bib_indx_index">Chiellini G.  132, 146, 164, 172</p><p rend="bib_indx_index">Chimenti A. 128</p><p rend="bib_indx_index">Chinaglia G. 80-81, 97</p><p rend="bib_indx_index">Cinesinho  62</p><p rend="bib_indx_index">Cingolani S.  45, 156</p><p rend="bib_indx_index">Cinzano E. M. 21</p><p rend="bib_indx_index">Ciofalo G. 93, 156</p><p rend="bib_indx_index">Ciriello M. 39, 156</p><p rend="bib_indx_index">Cisternino A. 102, 156</p><p rend="bib_indx_index">Coccia P.    116, 156</p><p rend="bib_indx_index">Collina P. 119</p><p rend="bib_indx_index">Colombo C. 114, 156</p><p rend="bib_indx_index">Colombo U.  39, 48</p><p rend="bib_indx_index">Combi G. 26, 103, 163</p><p rend="bib_indx_index">Congiu M. 78</p><p rend="bib_indx_index">Conte A.   135-137</p><p rend="bib_indx_index">Conti B. 104</p><p rend="bib_indx_index">Corbo A. 150, 156</p><p rend="bib_indx_index">Corinti A. 17, 156</p><p rend="bib_indx_index">Corradi G. 39</p><p rend="bib_indx_index">Correia M. 11, 156</p><p rend="bib_indx_index">Corti R.  110</p><p rend="bib_indx_index">Cossutta A. 121, 170</p><p rend="bib_indx_index">Costa A. 68, 70, 114, 159</p><p rend="bib_indx_index">Craveri E. 26, 34</p><p rend="bib_indx_index">Craxi B.  95</p><p rend="bib_indx_index">Crosetti M. 122, 132-133, 159</p><p rend="bib_indx_index">Cuccureddu A.  83, 109, 127, 141</p><p rend="bib_indx_index">Cundari F. 126, 159</p><p rend="bib_indx_index">Curino L. 129, 132, 159</p><p rend="bib_indx_index">Curzi S. 94</p><p rend="bib_indx_index">Dalla Vite M.  130, 160</p><p rend="bib_indx_index">Dallera D. 136, 160</p><p rend="bib_indx_index">Damiani O. 85, 87</p><p rend="bib_indx_index">D’Ascenzo M. 33, 159</p><p rend="bib_indx_index">D’Attona F. 100</p><p rend="bib_indx_index">D’Avanzo G. 131, 159</p><p rend="bib_indx_index">Davids E. 118</p><p rend="bib_indx_index">De Albertis E. 15</p><p rend="bib_indx_index">De Benedetti G. 68</p><p rend="bib_indx_index">De Carolis G. 145, 160</p><p rend="bib_indx_index">De Felice G. 59, 82, 160</p><p rend="bib_indx_index">De Gasperi A. 46</p><p rend="bib_indx_index">De Laurentiis A. 133</p><p rend="bib_indx_index">De Laurentis G. 108, 139</p><p rend="bib_indx_index">Della Valle A. 126</p><p rend="bib_indx_index">Della Valle D.  126</p><p rend="bib_indx_index">Della Valle F. 136, 160</p><p rend="bib_indx_index">Dell’Utri M. 116</p><p rend="bib_indx_index">De Lorenzo G.  72</p><p rend="bib_indx_index">Del Piero A. 76, 113-114, 117-118, 120, 123, 130, 132, 134, 171</p><p rend="bib_indx_index">Del Sol L. 60</p><p rend="bib_indx_index">De Luca A. 114</p><p rend="bib_indx_index">De Luca M. 93, 108, 122, 160</p><p rend="bib_indx_index">De Luna G.  10-11, 17, 19-21, 23-24, 26, 29, 32, 34, 39, 47, 59, 70, 72, 86, 98, 117-118, 126-127, 131, 135, 142, 153, 160, 179</p><p rend="bib_indx_index">De Magistris L. 144</p><p rend="bib_indx_index">Demarco M. 144, 160</p><p rend="bib_indx_index">De Robertis L. 52</p><p rend="bib_indx_index">De Rosa G.  100</p><p rend="bib_indx_index">De Sanctis F. 80, 172</p><p rend="bib_indx_index">De Santis E.   109, 160</p><p rend="bib_indx_index">Deschamps D.   118, 123, 132</p><p rend="bib_indx_index">Desiati M. 136, 160</p><p rend="bib_indx_index">De Sisti G. 97, 109</p><p rend="bib_indx_index">De Vecchi R.  21</p><p rend="bib_indx_index">Di Bartolomei A. 107</p><p rend="bib_indx_index">Di Bartolo P. 119</p><p rend="bib_indx_index">Di Caro A. 146, 160</p><p rend="bib_indx_index">Dick A. 19</p><p rend="bib_indx_index">Dietschy P. 11, 31, 38, 98, 160</p><p rend="bib_indx_index">Di Giacomo B. 62, 65</p><p rend="bib_indx_index">Diment J.  18</p><p rend="bib_indx_index">Di Nanni C. 59, 160</p><p rend="bib_indx_index">Djorkaeff  Y. 118</p><p rend="bib_indx_index">Domenghini A. 65</p><p rend="bib_indx_index">Donna D. 15</p><p rend="bib_indx_index">D’Ottavi M. 132, 160</p><p rend="bib_indx_index">Dotto G. 108, 160</p><p rend="bib_indx_index">Durante D. 15, 18, 48, 81, 85, 150</p><p rend="bib_indx_index">Durkheim E. 98</p><p rend="bib_indx_index">D’Urso V.  152, 160</p><p rend="bib_indx_index">Emerson F. 134</p><p rend="bib_indx_index">Emina A. 11, 167</p><p rend="bib_indx_index">Emoli F.   39</p><p rend="bib_indx_index">Eusebio S. F. 70</p><p rend="bib_indx_index">Evangelisti F. 95</p><p rend="bib_indx_index">Fabbri C.  42</p><p rend="bib_indx_index">Fabbri E. 69, 100</p><p rend="bib_indx_index">Facchetti G. 64, 134, 165, 173</p><p rend="bib_indx_index">Facchinetti A. 108, 161</p><p rend="bib_indx_index">Falcao R. 101, 103, 108</p><p rend="bib_indx_index">Farina G. 99</p><p rend="bib_indx_index">Farina S. 130</p><p rend="bib_indx_index">Fascetti E. 122</p><p rend="bib_indx_index">Favalli E. 62</p><p rend="bib_indx_index">Felicetti D. 17, 163</p><p rend="bib_indx_index">Feltrinelli G.   73, 160-162</p><p rend="bib_indx_index"> Ferlaino C. 92</p><p rend="bib_indx_index">Ferrari Aggradi G. 81</p><p rend="bib_indx_index">Ferrari Aggradi M. 81</p><p rend="bib_indx_index">Ferrari G. 34, 49, 81-82, 159, 171</p><p rend="bib_indx_index">Ferrario R. 39, 47</p><p rend="bib_indx_index">Ferreri A. 141, 161</p><p rend="bib_indx_index">Ferretti M. 109, 161</p><p rend="bib_indx_index">Finidi G. 115</p><p rend="bib_indx_index">Fini E. 47</p><p rend="bib_indx_index">Fini G. 121</p><p rend="bib_indx_index">Finzi A. 22</p><p rend="bib_indx_index">Firmani E. 40-41</p><p rend="bib_indx_index">Fo D. 74</p><p rend="bib_indx_index">Folena P. 121, 161</p><p rend="bib_indx_index">Follini M. 127</p><p rend="bib_indx_index">Foot J. 10-11, 16-17, 20-24, 42, 67, 69, 81, 151, 161</p><p rend="bib_indx_index">Forcignano N.  110</p><p rend="bib_indx_index">Forgione A. 139-140, 154, 161</p><p rend="bib_indx_index">Forlano L. 15</p><p rend="bib_indx_index">Fraizzoli I. 100</p><p rend="bib_indx_index">Francescon F. 64</p><p rend="bib_indx_index">Franco F.  10, 50, 73, 95, 100, 111, 126-127, 129, 152, 155, 159, 168, 174</p><p rend="bib_indx_index">Fresu P. 101</p><p rend="bib_indx_index">Freud S. 96</p><p rend="bib_indx_index">Frisoli P. 93, 108, 160-161, 179</p><p rend="bib_indx_index">Frongia M. 130, 161</p><p rend="bib_indx_index">Frossi A. 109, 161</p><p rend="bib_indx_index">Furino G. 76, 104, 141</p><p rend="bib_indx_index">Gaddani A. 71</p><p rend="bib_indx_index">Gagarin J. 51</p><p rend="bib_indx_index">Galdi M. 128, 161</p><p rend="bib_indx_index">Galliani A. 126-127, 136-137, 145</p><p rend="bib_indx_index">Galli G. 122, 155</p><p rend="bib_indx_index">Galluzzo M. 114, 161</p><p rend="bib_indx_index">Galuppi G. P. 83</p><p rend="bib_indx_index">Gamba E.  132-133, 137, 161-162</p><p rend="bib_indx_index">Gambaro F. 108, 162</p><p rend="bib_indx_index">Gambarotta C. 50</p><p rend="bib_indx_index">Garioni S. 100, 110, 162</p><p rend="bib_indx_index">Garlando L. 130, 135, 162</p><p rend="bib_indx_index">Garonzi S. 84</p><p rend="bib_indx_index">Garuzzo G. 45, 162</p><p rend="bib_indx_index">Garzena B. 39</p><p rend="bib_indx_index">Gazzaniga G. M. 92</p><p rend="bib_indx_index">Gazzoni G. 130</p><p rend="bib_indx_index">Gazzotti P. 33</p><p rend="bib_indx_index">Gentile C. 27, 38, 111, 162</p><p rend="bib_indx_index">Gentile E. 27, 38, 111, 162</p><p rend="bib_indx_index">Gherarducci M. 57, 111, 162</p><p rend="bib_indx_index">Ghiggia A. 44</p><p rend="bib_indx_index">Ghirelli A. 31, 66-67, 80, 85-86, 92, 162</p><p rend="bib_indx_index">Giagnoni G.  87</p><p rend="bib_indx_index">Giani M. 33, 162</p><p rend="bib_indx_index">Giannelli E. 113</p><p rend="bib_indx_index">Giannulli A. 74, 162</p><p rend="bib_indx_index">Gioberti V. 29</p><p rend="bib_indx_index">Giorcelli M. 25, 162</p><p rend="bib_indx_index">Giordanetti R. 39, 61</p><p rend="bib_indx_index">Giorgi A. 57, 162</p><p rend="bib_indx_index"> Giovanni Paolo II 98</p><p rend="bib_indx_index">Giraudo A. 115-116, 123, 126, 134</p><p rend="bib_indx_index">Girola E.       128, 162</p><p rend="bib_indx_index">Giscard d’Estaing V. 103</p><p rend="bib_indx_index">Goccione G. 15</p><p rend="bib_indx_index">Goetzlof V. A. 18</p><p rend="bib_indx_index">Goldoni L. 71-72, 162</p><p rend="bib_indx_index">Gorlier C. 135</p><p rend="bib_indx_index">Gramazio D. 121</p><p rend="bib_indx_index">Grandini C. 81, 83, 99-100, 103, 107, 110, 117, 162-163, 172</p><p rend="bib_indx_index">Grasso A. 94, 156, 163, 172</p><p rend="bib_indx_index">Graziani F. 46, 109-110, 163</p><p rend="bib_indx_index">Greco F. 17, 163</p><p rend="bib_indx_index">Gregori C. 42, 163</p><p rend="bib_indx_index">Gren G. 50</p><p rend="bib_indx_index">Grignolio I. 25, 162</p><p rend="bib_indx_index">Grillo B. 43, 126, 134, 163</p><p rend="bib_indx_index">Grillo E. 43, 126, 134, 163</p><p rend="bib_indx_index">Griseri P. 131, 163</p><p rend="bib_indx_index">Guariniello R. 114-115, 126, 174</p><p rend="bib_indx_index">Guasco A. 111, 163</p><p rend="bib_indx_index">Guerrasio G.  71</p><p rend="bib_indx_index">Guida M. 73</p><p rend="bib_indx_index">Gussoni C. 83</p><p rend="bib_indx_index">Haller H. 76</p><p rend="bib_indx_index">Herrera Helenio 48-50, 59-61, 63-67, 80, 164, 166, 174</p><p rend="bib_indx_index">Herrera Heriberto 57-61, 63-67, 69-70, 76, 119, 155, 162, 164, 166</p><p rend="bib_indx_index">Higuain G. 144-145, 160</p><p rend="bib_indx_index">Ibrahimovic Z.  134-135, 161</p><p rend="bib_indx_index">Imarisio M. 127-128, 164</p><p rend="bib_indx_index">Inzaghi F. 150, 173</p><p rend="bib_indx_index">Isnenghi M. 124</p><p rend="bib_indx_index">Iuliano M. 120, 122, 128, 130</p><p rend="bib_indx_index">Jacobelli J. 146, 164</p><p rend="bib_indx_index">Jannuzzi L.  72, 164</p><p rend="bib_indx_index">Josti G. 60, 164</p><p rend="bib_indx_index">Kilpin H. 17</p><p rend="bib_indx_index">Koulibaly K.  138</p><p rend="bib_indx_index">Krol R. 101</p><p rend="bib_indx_index">Lamorte V.  114, 167</p><p rend="bib_indx_index">Landoni E. 31, 167, 179</p><p rend="bib_indx_index">Lanese T. 127</p><p rend="bib_indx_index">La Russa I. 121</p><p rend="bib_indx_index">Lepre A.  46, 73, 167</p><p rend="bib_indx_index">Levi C. faccendiere 42</p><p rend="bib_indx_index">Levi C. scrittore 32, 167</p><p rend="bib_indx_index">Liedholm N. 101, 104-105, 107-108, 155</p><p rend="bib_indx_index">Lippi M. 77, 114, 117-118, 122, 128, 130, 135, 163, 168, 174</p><p rend="bib_indx_index">Lo Bello C. 75, 77-78, 80-84, 108, 154, 160, 163, 165, 169</p><p rend="bib_indx_index">Lojacono F. 49</p><p rend="bib_indx_index">Lomartire C. M. 38, 167</p><p rend="bib_indx_index">Longobucco S. 141-142, 167</p><p rend="bib_indx_index">Losapio A. 138, 167</p><p rend="bib_indx_index">Lotito C.  126</p><p rend="bib_indx_index">Lucarelli C.  134</p><p rend="bib_indx_index">Lupo M. 11, 167</p><p rend="bib_indx_index">Macchiavello A. 41, 167</p><p rend="bib_indx_index">Maddalena M. 126</p><p rend="bib_indx_index">Maestrelli T. 80</p><p rend="bib_indx_index">Magath F. 10</p><p rend="bib_indx_index">Maggioli U. 26, 167</p><p rend="bib_indx_index">Maggiora D. 107</p><p rend="bib_indx_index">Maiorca G. 18, 167</p><p rend="bib_indx_index">Maldini C. 49, 97</p><p rend="bib_indx_index">Mandelli W. 39</p><p rend="bib_indx_index">Manfredini P. 104</p><p rend="bib_indx_index">Manzoni A. 49, 104</p><p rend="bib_indx_index">Maradona D. A. 98, 116, 138</p><p rend="bib_indx_index">Marchesini D. 11, 38, 167</p><p rend="bib_indx_index">Marchesi R.  101-102, 156</p><p rend="bib_indx_index">Marchionne S. 129</p><p rend="bib_indx_index">Marchisio C.  132</p><p rend="bib_indx_index">Maresca E. 128</p><p rend="bib_indx_index">Marianella M. 117</p><p rend="bib_indx_index">Marini F. 127, 167</p><p rend="bib_indx_index">Marino L. 92</p><p rend="bib_indx_index">Mariotti S. 145</p><p rend="bib_indx_index">Marocchino D. 100</p><p rend="bib_indx_index">Marrone C. 128, 167</p><p rend="bib_indx_index">Marsan A. A. 23, 26</p><p rend="bib_indx_index">Martin S. 31, 167</p><p rend="bib_indx_index">Martirano D. 127, 167</p><p rend="bib_indx_index">Marx K.  97</p><p rend="bib_indx_index">Maschio H. 43</p><p rend="bib_indx_index">Massaro D.  109</p><p rend="bib_indx_index">Matri A.  132, 136</p><p rend="bib_indx_index">Mattrel C. 39, 58</p><p rend="bib_indx_index">Mauro M. 121, 127, 132, 136</p><p rend="bib_indx_index">Mazzia O. 15</p><p rend="bib_indx_index">Mazzini I. 127</p><p rend="bib_indx_index">Mazzola S.  9, 64, 174</p><p rend="bib_indx_index">Mazzonis G. 26</p><p rend="bib_indx_index">Meani L. 126</p><p rend="bib_indx_index">Meazza G. 85, 128, 165</p><p rend="bib_indx_index">Melli F. 114, 168</p><p rend="bib_indx_index">Mencucci S. 126</p><p rend="bib_indx_index">Mendozza R.  143, 168</p><p rend="bib_indx_index">Meroni G. 66-69, 158-159, 168</p><p rend="bib_indx_index">Messina D. 93, 122, 133, 139-140, 168</p><p rend="bib_indx_index">Michelotti A.  78, 157</p><p rend="bib_indx_index">Milazzo F. 11, 168</p><p rend="bib_indx_index">Milo G. 144</p><p rend="bib_indx_index">Mirri R. 150</p><p rend="bib_indx_index">Mitterrand F. 98</p><p rend="bib_indx_index">Modiano P. 128</p><p rend="bib_indx_index">Moggi A. 116, 123, 126-127, 129-131, 134-135, 154, 160, 164, 171-172, 174</p><p rend="bib_indx_index">Moggia V. 11, 168</p><p rend="bib_indx_index">Moggi L. 116, 123, 126-127, 129-131, 134-135, 154, 160, 164, 171-172, 174</p><p rend="bib_indx_index">Molco W. 64, 168</p><p rend="bib_indx_index">Molinari G.  100</p><p rend="bib_indx_index">Monari S. 133, 168</p><p rend="bib_indx_index">Monateri P. 26</p><p rend="bib_indx_index">Montaruli M. 18, 167</p><p rend="bib_indx_index">Montebelli G. 109, 168</p><p rend="bib_indx_index">Montico A. 47</p><p rend="bib_indx_index">Monti Fabio (arbitro) 84 </p><p rend="bib_indx_index">Monti Fabio (giornalista) 120,  128, 168</p><p rend="bib_indx_index">Monti L.  26, 30  123</p><p rend="bib_indx_index">Mora B. 45, 52</p><p rend="bib_indx_index">Moratti G. 50 </p><p rend="bib_indx_index">Moratti M. 49-50, 60, 63-64, 66, 118-122, 134, 160, 165, 168, 170, 173</p><p rend="bib_indx_index">Morichi G.  110</p><p rend="bib_indx_index">Morini F.  76-77, 84</p><p rend="bib_indx_index">Moro A. 73</p><p rend="bib_indx_index">Mourinho J. 150</p><p rend="bib_indx_index">Mugnai P. 31, 168</p><p rend="bib_indx_index">Munerati F.  26</p><p rend="bib_indx_index">Muntari S. 135, 137, 150, 161</p><p rend="bib_indx_index">Mura G. 118, 122, 168</p><p rend="bib_indx_index">Musi A. 143</p><p rend="bib_indx_index">Nagel A. 128</p><p rend="bib_indx_index">Nedved P. 132</p><p rend="bib_indx_index">Nese M. 121, 168</p><p rend="bib_indx_index">Nesi N. 119, 170</p><p rend="bib_indx_index">Nesta A. 130</p><p rend="bib_indx_index">Nicita M. 129, 168</p><p rend="bib_indx_index">Nizzola L. 121</p><p rend="bib_indx_index">Nordahl G. 85</p><p rend="bib_indx_index">Novelli D. 103, 109</p><p rend="bib_indx_index">Oppio N. 48, 50, 62, 65, 79, 82, 168-169</p><p rend="bib_indx_index">Ormezzano G. P.  96, 169</p><p rend="bib_indx_index">Orsi R.  26, 161</p><p rend="bib_indx_index">Paci N. 68, 95, 168</p><p rend="bib_indx_index">Padovan G. 135</p><p rend="bib_indx_index">Padovano M. 128, 171</p><p rend="bib_indx_index">Pagnini R. 50, 58, 61, 169</p><p rend="bib_indx_index">Pairetto P. 127</p><p rend="bib_indx_index">Pajetta G. C. 103</p><p rend="bib_indx_index">Palazzetti D. 114</p><p rend="bib_indx_index">Palazzi S. 128, 134</p><p rend="bib_indx_index">Palmieri L. 133, 169</p><p rend="bib_indx_index">Paloscia V. 79, 169</p><p rend="bib_indx_index">Palumbo G. 31, 63-64, 77-78, 169</p><p rend="bib_indx_index">Panichella N. 38, 169</p><p rend="bib_indx_index">Panico G. 11, 19-20, 24, 31, 38, 44, 75-76, 86, 93, 98, 169</p><p rend="bib_indx_index">Panzera B. 58, 109, 169</p><p rend="bib_indx_index">Papa A. 11, 19-20, 24, 31, 38, 44, 75-76, 86, 93, 98, 169</p><p rend="bib_indx_index">Paparelli V. 86</p><p rend="bib_indx_index">Pappa I.  127</p><p rend="bib_indx_index">Paracchini G. 109, 169</p><p rend="bib_indx_index">Parola C. 34</p><p rend="bib_indx_index">Pastonesi M. 76, 169</p><p rend="bib_indx_index">Pastore G.    27, 110, 169</p><p rend="bib_indx_index">Patriarca S. 29, 124, 151, 170</p><p rend="bib_indx_index">Pecci E. 109</p><p rend="bib_indx_index">Pecoraro Scanio A. 114, 159</p><p rend="bib_indx_index">Perricone L. 86-87, 170</p><p rend="bib_indx_index">Perrone R. 41, 76, 120-121, 133-136, 170</p><p rend="bib_indx_index">Pessach D. 93, 170</p><p rend="bib_indx_index">Pestelli L. 22, 170</p><p rend="bib_indx_index">Petrone N.  10, 84-85, 101, 103, 109, 170</p><p rend="bib_indx_index">Petroselli L. 103</p><p rend="bib_indx_index"> Peverelli G. 82</p><p rend="bib_indx_index">Piacentini G. 137, 170</p><p rend="bib_indx_index">Pianelli O. 67-68, 170</p><p rend="bib_indx_index">Piccardi G.  119, 170</p><p rend="bib_indx_index">Picchi A. 80</p><p rend="bib_indx_index">Pinelli G. 73-74</p><p rend="bib_indx_index">Piola S. 85, 97, 142</p><p rend="bib_indx_index">Pirelli P. 21, 128</p><p rend="bib_indx_index">Pisano P. 18, 167</p><p rend="bib_indx_index">Pisanu G. 127, 167, 172</p><p rend="bib_indx_index">Piscopo F.  138</p><p rend="bib_indx_index">Pistocchi M. 122</p><p rend="bib_indx_index">Pivato S. 11, 167</p><p rend="bib_indx_index">Pizzigoni C. 11, 170</p><p rend="bib_indx_index">Pizzul B. 77</p><p rend="bib_indx_index">Placido B. 96, 170</p><p rend="bib_indx_index">Platini M. 9, 99, 117</p><p rend="bib_indx_index">Portinari F. 96, 170</p><p rend="bib_indx_index">Possieri A. 136-137, 170</p><p rend="bib_indx_index">Pozzo V. 23, 25-26, 48-49, 51, 58, 60, 64, 97, 170-171</p><p rend="bib_indx_index">Prati P. 79</p><p rend="bib_indx_index">Preziosi E.  133</p><p rend="bib_indx_index">Prisco G.  12, 159, 167</p><p rend="bib_indx_index">Prodi R. 114, 125</p><p rend="bib_indx_index">Profumo A. 128</p><p rend="bib_indx_index">Provera T.  128</p><p rend="bib_indx_index">Pruzzo R. 107, 172</p><p rend="bib_indx_index">Puricelli H. 83</p><p rend="bib_indx_index">Rabitti E. 59</p><p rend="bib_indx_index">Racca M. 150, 171</p><p rend="bib_indx_index">Raimo A.  144, 171</p><p rend="bib_indx_index">Rancati G. 104</p><p rend="bib_indx_index">Rava P. 123</p><p rend="bib_indx_index">Recalcati A. 19</p><p rend="bib_indx_index">Revelli M. 136, 171</p><p rend="bib_indx_index">Riggio S. 128, 171</p><p rend="bib_indx_index">Righi R. 49</p><p rend="bib_indx_index">Rinaudo A. 127</p><p rend="bib_indx_index">Riontino G.  11, 170</p><p rend="bib_indx_index">Riotta G. 131, 171</p><p rend="bib_indx_index">Riva G.  76</p><p rend="bib_indx_index">Rivellini E. 139</p><p rend="bib_indx_index">Rivera G. 71, 75, 77-82, 87, 93, 97, 129-130, 155, 157-158, 165, 169, 171-172, 175</p><p rend="bib_indx_index"> Rizzi C. 121</p><p rend="bib_indx_index">Rizzo S. 125, 171, 173</p><p rend="bib_indx_index">Robbe F. 38, 171</p><p rend="bib_indx_index">Robella R.  9</p><p rend="bib_indx_index">Rocco N. 58-59, 79, 81-82, 85, 165</p><p rend="bib_indx_index">Rodomonti P. 119, 122</p><p rend="bib_indx_index">Roghi B. 28-29, 171</p><p rend="bib_indx_index">Romagnoli R. 135</p><p rend="bib_indx_index">Romeo G. 46, 81, 96, 108, 171</p><p rend="bib_indx_index">Ronaldo 113, 118, 120, 122-123, 130, 150, 154-155, 159</p><p rend="bib_indx_index">Ronaldo C.  145, 152</p><p rend="bib_indx_index">Roncone F.  130, 171</p><p rend="bib_indx_index">Rosaspina E. 114, 171</p><p rend="bib_indx_index">Rosetta V.  20-23, 26, 30, 143, 157</p><p rend="bib_indx_index">Rossi G. Giuseppe    134</p><p rend="bib_indx_index">Rossi Giampiero giornalista   129, 171</p><p rend="bib_indx_index">Rossi Guido  127-128, 134, 161-162, 165, 168, 174</p><p rend="bib_indx_index">Rossi P.  9, 100, 110-111, 162</p><p rend="bib_indx_index">Rossi R. 129, 171</p><p rend="bib_indx_index">Rossini G. 92</p><p rend="bib_indx_index">Rota D. 18, 171</p><p rend="bib_indx_index">Rotondo S. 101, 171</p><p rend="bib_indx_index">Rozzi A. 95</p><p rend="bib_indx_index">Ruotolo G.  143</p><p rend="bib_indx_index">Ruotolo S.  138, 143</p><p rend="bib_indx_index">Sacco G. 11, 156</p><p rend="bib_indx_index">Salas M. 150</p><p rend="bib_indx_index">Salsedo A. 74</p><p rend="bib_indx_index">Salvadore S. 79</p><p rend="bib_indx_index">Salvini M. 144</p><p rend="bib_indx_index">Samarelli N. 48, 52, 172</p><p rend="bib_indx_index">Sancini G. 108</p><p rend="bib_indx_index">Sandreani M. 127</p><p rend="bib_indx_index">Sansonna G. 116</p><p rend="bib_indx_index">Santamaria A. 21</p><p rend="bib_indx_index">Santoriello C. 149</p><p rend="bib_indx_index">Sappino M. 39-40, 42-43, 45, 67, 81, 153, 160-161, 172</p><p rend="bib_indx_index">Saragat G. 44</p><p rend="bib_indx_index">Sardi C. E. 21</p><p rend="bib_indx_index">Sarri M. 137-139, 142-145, 153, 159, 163, 167-168</p><p rend="bib_indx_index">Sarti G. 62, 65, 169</p><p rend="bib_indx_index">Sartirana U. 33</p><p rend="bib_indx_index">Sarzanini F. 126-127, 155, 172</p><p rend="bib_indx_index">Sassi C. 105, 108, 110, 155, 167-168</p><p rend="bib_indx_index">Sbetti N. 11, 16, 31, 155</p><p rend="bib_indx_index">Scalfari E. 72</p><p rend="bib_indx_index">Schiaffino J. A.  44</p><p rend="bib_indx_index">Schianchi A. 130, 172</p><p rend="bib_indx_index">Schnellinger K. 81</p><p rend="bib_indx_index">Sciascia L. 74, 172</p><p rend="bib_indx_index">Scirea G. 103, 111</p><p rend="bib_indx_index">Sconcerti M. 131-132, 144, 146, 150, 172</p><p rend="bib_indx_index">Scopigno M. 97</p><p rend="bib_indx_index">Serapiglia D. 31, 172</p><p rend="bib_indx_index">Servello F. 50</p><p rend="bib_indx_index">Severgnini B. 124, 172</p><p rend="bib_indx_index">Shevchenko 134</p><p rend="bib_indx_index">Simeone D. 118</p><p rend="bib_indx_index">Simonelli G. 172</p><p rend="bib_indx_index">Simoni G. 119-120, 122, 130, 159, 168, 172</p><p rend="bib_indx_index">Sivori O. 37, 39, 42-47, 49, 53, 57-59, 66-67, 119, 153-154, 157-158, 160, 163-164, 166, 172, 175</p><p rend="bib_indx_index">Slawitz B. 61, 172</p><p rend="bib_indx_index">Sorrentino A. 114, 132, 172</p><p rend="bib_indx_index">Spencer D. 97</p><p rend="bib_indx_index">Spensley J.R. 17</p><p rend="bib_indx_index">Speroni E. 132, 173</p><p rend="bib_indx_index">Spinosi L. 76</p><p rend="bib_indx_index">Sposini L. 127, 173</p><p rend="bib_indx_index">Stacchini G. 39</p><p rend="bib_indx_index">Starita C. 138</p><p rend="bib_indx_index">Stella G. A. 125, 173</p><p rend="bib_indx_index">Stinchelli F. 106</p><p rend="bib_indx_index">Suma M. 136</p><p rend="bib_indx_index">Tagliavento P. 135</p><p rend="bib_indx_index">Tardelli M. 111</p><p rend="bib_indx_index">Tavaroli G.  128, 173</p><p rend="bib_indx_index">Tavella R.   17, 173</p><p rend="bib_indx_index">Terpin R. 99</p><p rend="bib_indx_index">Terruzzi G. 76, 169</p><p rend="bib_indx_index">Thuram L. 134, 159</p><p rend="bib_indx_index">Tobagi W. 97</p><p rend="bib_indx_index">Tomaselli P. 133, 173</p><p rend="bib_indx_index">Tomati F. 18, 155</p><p rend="bib_indx_index">Toni L. 134</p><p rend="bib_indx_index"> Tortora E. 93, 161</p><p rend="bib_indx_index">Tosatti G. 76, 80-81, 106, 118, 120, 141, 173</p><p rend="bib_indx_index">Toselli P 84</p><p rend="bib_indx_index">Toti G.  114, 116, 128, 150, 173-174</p><p rend="bib_indx_index">Totti F. 137, 170</p><p rend="bib_indx_index">Trapattoni G. 71, 101, 106, 111, 117, 169</p><p rend="bib_indx_index">Travaglio M. 114-115, 174</p><p rend="bib_indx_index">Trezeguet  D. 132, 134</p><p rend="bib_indx_index">Trieste A. 33, 136, 144-145, 163, 174</p><p rend="bib_indx_index">Trionfini P. 38, 45, 69, 74, 86, 98, 174</p><p rend="bib_indx_index">Turone M.  104-110, 122, 150, 155, 158, 160-162, 167-168, 175</p><p rend="bib_indx_index">Turrini G. C.  82, 174</p><p rend="bib_indx_index">Uckmar V. 129, 164</p><p rend="bib_indx_index">Ulivieri R. 100, 133</p><p rend="bib_indx_index">Vaccaro G. 32</p><p rend="bib_indx_index">Vaciago G. 147, 174</p><p rend="bib_indx_index">Valenti P. 104</p><p rend="bib_indx_index">Vecchina G. 26</p><p rend="bib_indx_index">Vecchio G. 38, 45, 69, 74, 86, 98, 133, 174, 179</p><p rend="bib_indx_index">Vegas N. 152</p><p rend="bib_indx_index">Veltroni W. 114, 121</p><p rend="bib_indx_index">Venturelli F. 18, 174</p><p rend="bib_indx_index">Vergnano F. 95, 174</p><p rend="bib_indx_index">Verratti C. 48-49, 60-61, 174</p><p rend="bib_indx_index">Vialli G.  113, 117, 128, 162, 171</p><p rend="bib_indx_index">Vianello R. 122</p><p rend="bib_indx_index">Viera P. 134</p><p rend="bib_indx_index">Vierchowod P. 109</p><p rend="bib_indx_index">Viglino G. 97, 175</p><p rend="bib_indx_index">Viola D. 69, 92, 95, 104, 106, 109, 118, 164, 173</p><p rend="bib_indx_index">Viola F.  69, 92, 95, 104, 106, 109, 118, 164, 173</p><p rend="bib_indx_index">Violante L. 121</p><p rend="bib_indx_index">Violanti E. 65, 175</p><p rend="bib_indx_index">Virgili G. 44</p><p rend="bib_indx_index">Visioli E. 47, 53, 78, 175</p><p rend="bib_indx_index">Vojak A. 24</p><p rend="bib_indx_index">Volpe G. 138</p><p rend="bib_indx_index">Volpi C. 64</p><p rend="bib_indx_index">Vox B. 149</p><p rend="bib_indx_index">Vucinic M.   136</p><p rend="bib_indx_index">Walty P. A. 15</p><p rend="bib_indx_index">Watt Smith T. 152, 175</p><p rend="bib_indx_index">Weber M. 98</p><p rend="bib_indx_index">Winter A. 118</p><p rend="bib_indx_index">Zalayeta M. 133</p><p rend="bib_indx_index">Zambelli S. 26</p><p rend="bib_indx_index">Zambrotta G. 130, 134</p><p rend="bib_indx_index">Zampini M. 109, 152, 175</p><p rend="bib_indx_index">Zanetti G. 65, 175</p><p rend="bib_indx_index">Zapelloni U. 136, 175</p><p rend="bib_indx_index">Zara F.               108, 175</p><p rend="bib_indx_index">Zeffirelli F. 10, 111, 129, 166-167</p><p rend="bib_indx_index">Zeman Z. 113-114, 116, 129, 156, 164, 167-168, 173-174</p><p rend="bib_indx_index">Zidane Z. 118, 123</p><p rend="bib_indx_index">Zigoni G. 62, 168</p><p rend="bib_indx_index">Zoff D.  64-65, 80, 97, 111</p><p rend="bib_indx_index">Zoli A.  46</p><p rend="editorial_metadata_polices">FUP Best Practice in Scholarly Publishing (DOI <ref target="https://doi.org/10.36253/fup_best_practice">10.36253/fup_best_practice</ref>)</p><p rend="editorial_metadata_book">Onofrio Bellifemine, <hi rend="CharOverride-2">‘Maledetta Signora’. Storia dell’antijuventinismo (1897-2023)</hi>, © 2023 Author(s), <ref target="http://creativecommons.org/licenses/by/4.0/legalcode">CC BY 4.0</ref>, published by Firenze University Press, ISBN 979-12-215-0165-0, <ref target="https://doi.org/10.36253/979-12-215-0165-0">DOI 10.36253/979-12-215-0165-0</ref></p><p rend="h1_chapter">Ringraziamenti</p><p rend="text">Questo libro è stato possibile anche grazie alla collaborazione di diverse persone. Alcuni autorevoli studiosi mi hanno fatto pervenire suggerimenti, critiche, osservazioni di varia natura o mi hanno semplicemente posto domande che mi hanno permesso di interrogarmi su determinate questioni e di dare quindi una maggiore ampiezza al mio lavoro. Tra questi ringrazio: Aldo Agosti, Giovanni De Luna, Giorgio Vecchio, Enrico Landoni, Riccardo Brizzi. </p><p rend="text">Gli amici e colleghi dell’Università Cardinale Stefan Wyszyński di Varsavia non mi hanno fatto mancare mai il loro sostegno e hanno incoraggiato il mio studio. In particolare sono grato a: Leonardo Masi, Raoul Bruni, Małgorzata Ślarzyńska, Alberto Regagliolo.</p><p rend="text">Paolo Zerbinato ha seguito con competenza e disponibilità tutte le fasi di lavorazione del libro e non ha fatto mai mancare critiche e suggerimenti risultati sempre assai preziosi. Andrea Montanari e Fabrizio Solieri hanno seguito con amicizia e curiosità tutto il progetto. </p><p rend="text">Pino Frisoli, documentatore per Rai Sport, grande esperto di storia della tv e dello sport ha fornito utilissime indicazioni per fare luce su alcune vicende spesso non chiare, ostaggio di leggende metropolitane e stereotipi consolidati. Il suo blog è un’autentica miniera per chiunque ami la storia dello sport e della televisione. </p><p rend="text">Un ringraziamento particolare va infine allo staff della Biblioteca Sportiva Nazionale del Coni dove sono custodite le collezioni complete di numerosi quotidiani e riviste sportive. </p><p rend="text">Come sempre: i ringraziamenti vanno a tutti quelli che hanno agevolato a vario titolo il percorso di questo libro, la responsabilità è di chi scrive.</p><p rend="editorial_metadata_polices">FUP Best Practice in Scholarly Publishing (DOI <ref target="https://doi.org/10.36253/fup_best_practice">10.36253/fup_best_practice</ref>)</p><p rend="editorial_metadata_book">Onofrio Bellifemine, <hi rend="CharOverride-2">‘Maledetta Signora’. Storia dell’antijuventinismo (1897-2023)</hi>, © 2023 Author(s), <ref target="http://creativecommons.org/licenses/by/4.0/legalcode">CC BY 4.0</ref>, published by Firenze University Press, ISBN 979-12-215-0165-0, <ref target="https://doi.org/10.36253/979-12-215-0165-0">DOI 10.36253/979-12-215-0165-0</ref></p>
      
      
      
      
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