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        <title type="main" level="a">Sergio Caruso, ‘levità del concetto’ e ricerca di mondi possibili</title>
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            <forename>Barbara</forename>
            <surname>Henry</surname>
            <placeName type="affiliation">Sant’Anna School of Advanced Studies Pisa, Italy</placeName>
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          <resp>This is a section of <title>La cittadinanza tra giustizia e democrazia</title>(DOI: <idno type="DOI">10.36253/979-12-215-0112-4</idno>) by </resp>
          <name>Stefano Grassi, Massimo Morisi</name>
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        <publisher>Firenze University Press</publisher>
        <pubPlace>Firenze</pubPlace>
        <date when="2023">2023</date>
        <idno type="DOI">https://doi.org/10.36253/979-12-215-0112-4.07</idno>
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          <p>Available for academic research purposes</p>
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          <p>Copyright Author(s)</p>
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            <p>Content licence CC BY 4.0</p>
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        <p>This is original content, published for academic research purposes</p>
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      <abstract xml:lang="en">
        <p>The contribution focuses through some philosophical examples in context – acroamatics, social philosophy, symbolic forms, imaginary, ‘good utopia’ – on Sergio Caruso’s unique style and mood of thinking. Both enabled him to balance a terrific wideness of interests, knowledges and sounding/enciclopedic competences about heavy matters with a unique hint of hirony, curiosity and levity. The convergence in all of his contributions of conceptual clarity, rigour and accuracy with intellectual and pragmatic committment to the human affairs and sorrows are the key elements of Caruso’s openess to the unforeseen in the social and political domains.</p>
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            <item>Lightness in the depth</item>
            <item>Acroamatic turn</item>
            <item>Symbolic Forms</item>
            <item>'Good Utopia'</item>
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      <p>It is available online at https://doi.org/10.36253/979-12-215-0112-4.07<ref target="https://doi.org/10.36253/979-12-215-0112-4.07" /></p>




<p rend="h1_chapter" >Sergio Caruso, ‘levità del concetto’ e ricerca di mondi possibili</p><p rend="h1_author" >Barbara Henry</p><p rend="text" >Al fine di collocare adeguatamente le prossime riflessioni, consentite a chi scrive di partire con un <hi rend="italic">incipit</hi> conforme alla ‘politica del posizionamento’: è questa una chiave interpretativa accreditata per merito dei femminismi e degli studi di genere, elettivamente idonea a gettare una luce mirata e circoscritta sul profilo in realtà molto più vasto di Sergio Caruso, e ciò a partire dalla visuale di chi, come me, consideri in questa sede il suo magistero a partire dal proprio itinerario intellettuale e personale<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-009-backlink"><ref target="07.html#footnote-009">1</ref></hi></hi>. Mi accingo a scrivere provando commozione, non potendo dimenticare il lucido e toccante contributo di Debora Spini, allieva prediletta di chi stiamo onorando in questo volume, di chi è tornato davanti agli occhi della memoria eidetica e simbolica – non esatta nei particolari, ma autentica nella sostanza – attraverso i passaggi evocativi delle fonti di ispirazione riferibili a Sergio, come pure dei suggerimenti stimolanti e fruttuosi provenienti direttamente da lui. Si tratta di contatti che sono realmente venuti alla luce, in una ricchezza poliedrica di cui – come altri<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-008-backlink"><ref target="07.html#footnote-008">2</ref></hi></hi> – io stessa ho tratto vantaggio, negli anni di frequentazione di Sergio Caruso, a partire dalla fine degli anni Ottanta fino a pochi anni fa, quando i nostri scambi si sono purtroppo diradati, per ragioni dettate da eventi esterni e imponderabili. Tale ultima circostanza non offusca né cancella quanto è stato, come tenterò di mostrare nelle brevi note che seguono. </p><p rend="text" >Ricordo una circostanza saliente, fra le altre; che il seminario interuniversitario di filosofia politica, denominato SIFP, nato nel 1988/89 e conclusosi nel 2001<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi xml:id="footnote-007-backlink"><ref target="07.html#footnote-007">3</ref></hi></hi>, abbia fatto da incubatore ad una generazione di docenti e ricercatori e ricercatrici universitari/e, non soltanto toscani/e, attualmente in ruolo e molto attivi/e nell’ambito della formazione, della ricerca, della comunicazione politica a livello nazionale e internazionale. In altre parole, Sergio, pur avendo contribuito a importanti istituzioni e fondazioni<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi xml:id="footnote-006-backlink"><ref target="07.html#footnote-006">4</ref></hi></hi>, e prima di fondare il <hi rend="italic">Labirinto</hi>, il suo proprio seminario permanente di filosofia delle scienze sociali, è stato attivamente presente nelle iniziative del SIFP, costituendone una delle figure più libere, anti-conformiste e non allineate, come lo è stata Elena Pulcini, non meno compianta e non meno decisiva di Sergio Caruso per l’influenza esercitata durante una fase cruciale della crescita intellettuale ed umana di molti-e di noi.</p><p rend="text" >Quanto precede giustifica nel merito il motivo della mia presenza in questo contesto, rafforzando la ragione ufficiale: quella di porgere come delegata della Preside della Classe di Scienze Sociali i saluti della Scuola Superiore Sant’Anna nell’occasione del convegno commemorativo della figura scientifica e dello spessore umano del filosofo e intellettuale Sergio Caruso. Questi ha infatti avuto proficui contatti con la Scuola Sant’Anna, tanto in via diretta quanto indiretta. Nel primo caso, la sua influenza si è dispiegata attraverso i suoi contributi sullo <hi rend="italic">Homo oeconomicus</hi> e la filosofia delle Scienze sociali<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-005-backlink"><ref target="07.html#footnote-005">5</ref></hi></hi>, sulle genealogie teologiche del pensiero politico moderno e contemporaneo, sul ruolo del pensiero messianico rispetto al pensiero utopico. Nel secondo caso, non meno cruciale, l’influsso di Sergio è ‘fluito’ nell’istituzione attraverso i contatti fruttuosi con persone ed iniziative specifiche in periodi particolari: Debora Spini, me stessa, Anna Loretoni, la Scuola di Alta formazione di Aqui Terme, patrocinata dalla Scuola Sant’Anna e diretta da Alberto Pirni<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-004-backlink"><ref target="07.html#footnote-004">6</ref></hi></hi>. </p><p rend="text" >Se l’occasione iniziale è stata del tenore appena descritto, la generosità degli organizzatori e organizzatrici ha trasformato questa incombenza ufficiale in un contributo, di necessità brevissimo, ma fondato sulla lunga frequentazione di cui ho già accennato, e con un titolo che vorrebbe esaltare, ponendoli appunto sotto una luce situata, alcuni elementi – non certo esaustivi ma caratterizzanti – del percorso e il profilo di Sergio. </p><p rend="text" ><hi rend="italic">Sergio Caruso, ‘levità del concetto’</hi><hi rend="italic"> e ricerca di mondi possibili</hi>. Il titolo congiunge tematiche e forme espressive nell’intento di riprodurre in una modalità per così dire testimoniale tanto lo stile intellettuale, rinvenibile nella scrittura e nell’eloquio, quanto la tonalità, in senso uditivo e musicale vero e proprio, della traccia lasciata da Sergio in questo nostro tempo. Siamo in un momento<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-003-backlink"><ref target="07.html#footnote-003">7</ref></hi></hi> storico arduo e complicato, in cui si percepisce nettamente un disperato bisogno di nitore intellettuale, di chiarezza definitoria, di sistematicità rigorosa, non meno che di ironia, di sobrietà, di arguzia, di levità, appunto, pur sempre a partire dalla solidità della ricerca su basi filosofiche, analitiche ed ermeneutiche, teologiche e storiche. Valga per tutte la necessità mai sufficientemente ribadita di un tipo specifico di scandaglio testuale, che includa nel significato di ‘testo’ anche il tessuto socio-culturale, da cogliere nei suoi risvolti possibili, non soltanto nella sua configurazione data. Infatti, abbiamo bisogno di ricorrere ad una immaginazione politica e simbolica che sia costituzionalmente predisposta a sottoporsi a critiche serrate, ma condotte secondo le caratteristiche immanenti alla facoltà immaginativa medesima e ai suoi prodotti; questo, senza indulgere nel perfezionismo inattivo, perché abbiamo bisogno di una «buona utopia», come diceva Sergio, di una capacità ideativa e progettuale dai tratti lungimiranti e fattivi, che non sfugga alla responsabilità della propria messa in atto, nonostante i limiti peraltro ineliminabili nella conoscenza delle interconnessioni fra azioni e conseguenze, e le carenze altrettanto inevitabili nella realizzazione della visione progettuale. L’espressione «buona utopia» indica prima di tutto il bisogno di guardare oltre, di ascoltare oltre, di percepire oltre, con antenne multisensoriali per individuare vie d’uscita – i mondi possibili – rispetto alla chiusura cognitiva e percettiva, alla asfissia condivisa e anche perpetrata a livello strutturale a danno di ciascuno, a detrimento del nostro <hi rend="italic">synolon</hi> corporeo, material-simbolico, e per tanto relazionale. A ben guardare, e da qui in poi la definizione di Caruso vale come libera fonte di ispirazione, il connubio vivente fra componenti biofisiche e simboliche che ci rende ciò che siamo è molto più reticolare ed aperto alla parentela fra enti e fra condizioni di quanto non si pensi. Nonostante ciò, è invece <hi rend="italic">descritto/normato</hi> dal punto di vista epistemico e sociale come <hi rend="italic">se fosse</hi> condannato all’isolamento narcisistico della fruizione illimitata di situazioni, accadimenti e relazioni effimere con beni e servizi, imposte socialmente come le più desiderabili, e alla frustrazione rispetto all’infinito spostamento del godimento atteso; un sentimento e un’attitudine, quelli appena descritti, che in definitiva si riverberano nella impossibilità di ipotizzare orizzonti alternativi, inediti, non ripetitivi sul piano politico, ai vari livelli di spazialità della stessa dimensione politica. La crisi globale attuale è uno dei sintomi, se non il portato, di questa modalità asfittica, occlusiva, di apprendere ed esperire, che produce conseguenze deleterie sull’agire, e sull’agire politico, nello specifico. </p><p rend="text" >Un’altra manifestazione fra le altre di siffatta dismorfìa psicosociale, di cui fra poco, sarebbe stata indotta dall’allineamento verificatosi fra imperativi di mercato e modelli tecno-sociali di comportamento (anche se non determinato da complotti o da meccanismi ineluttabili). Si tratta dell’interiorizzazione della proibizione, inespressa ma efficace, per cui non si possa legittimamente rivendicare né tantomeno esercitare su larga scala, e senza costi in termini di relazioni personali e professionali, il diritto a non rispettare i tempi e gli obblighi della presenza ininterrotta <hi rend="italic">online</hi>. Questo è stato annoverato peraltro fra uno dei diritti fondamentali per l’era digitale: è il diritto a essere disconnessi, <hi rend="italic">the right to be off</hi> (Frischmann e Selinger 2018). Non si tratta in nessun modo di professare forme di tecno-pessimismo, considerando al contrario quali siano le infinite potenzialità della rivoluzione cibernetico digitale in cui siamo immersi/e, e da cui già beneficiamo ampiamente; piuttosto, si invoca la necessità di usare le armi del pensiero critico all’interno delle stesse dinamiche del cambiamento socio-tecnologico, a favore di un corretto e benefico impiego delle tecnologie, viste nelle loro articolate sfaccettature tanto rispetto alle implicazioni potenzianti, quanto ai rischi. Tornando al punto: ciò che si vuol dire è che il diritto ad essere sconnessi sia disconosciuto o deriso come se fosse un retaggio luddistico è di per sé un fatto increscioso, ma ancor più grave e pericolosa è l’inettitudine diffusa a concepire persino la possibilità di <hi rend="italic">desiderare di rompere</hi> le gabbie psico-sensoriali più in voga e a pensare/agire al di fuori dei modelli dominanti, pochi e ferrei, sotto le mentite spoglie della piacevolezza. </p><p rend="text" >Di fronte ai sintomi di siffatte e diffuse patologie sociali abbiamo bisogno di quelle preziose qualità che Caruso, nella vastità poliedrica dei suoi interessi, si è impegnato con successo a bilanciare. Chiarezza e levità, ironia, arguzia, capacità polisemantica nell’alleggerire i contenuti con esempi graffianti tratti dalla medesima cultura di massa (dei fumetti e <hi rend="italic">cartoons</hi>, ad esempio)<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi xml:id="footnote-002-backlink"><ref target="07.html#footnote-002">8</ref></hi></hi> da cui accanto ad altre fonti possiamo trarre i controveleni ai rischi di assuefazione ottusa e acritica a determinati modelli di consumo e di vita. Tutto ciò procede in Sergio sempre a partire: a) dalla profondità delle conoscenze, storico-politiche, storico-economiche e teologico-politiche; b) dal rigore nei metodi dichiarati ed impiegati, capaci di superare valorizzandole tanto la prospettiva analitica, quanto quella ermeneutica, con una evidente ascendenza di un razionalismo non assiomatico bensì simbolico, <hi rend="italic">a là</hi> Cassirer<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi xml:id="footnote-001-backlink"><ref target="07.html#footnote-001">9</ref></hi></hi>; c) dall’innesto produttivo e della psicanalisi e della psicologia nella filosofia sociale. Di quest’ultima prospettiva disciplinare, a sua volta finora parte della declaratoria della filosofia politica in Italia, Sergio rivendicava il valore e la specificità euristica rispetto a temi cruciali come il nesso fra dimensione umana e dimensione tecnologica, già studiato a partire dal 2007. Tali innesti e l’atteggiamento non assiomatico e non preclusivo rispetto alle contaminazioni fra generi, stili, linguaggi, temi, intenzionalmente praticato da Sergio era, e resta tuttora, disorientante e irritante per i fautori dei vari tipi di arroccamenti disciplinari.</p><p rend="text" >La levità fondata sulla conoscenza è anche coessenziale alla svolta metodica chiamata <hi rend="italic">auditory turn</hi>, o <hi rend="italic">acroamatic turn</hi>, nelle scienze sociali qualitative, che Sergio ha accompagnato in forma forse impercettibile o anche incompiuta, con effetti minuti ma riscontrabili, nella filosofia delle scienze sociali e nella filosofia sociale. Tale svolta avviene attraverso il ricorso al <hi rend="italic">medium</hi> dell’oralità, alla musicalità della parola detta e ascoltata in specifiche condizioni di apprendimento, asimmetrico e temporaneo, per poi essere trasposta come strumento metodico nella ricerca etnografica e sociale. Indubbiamente, in campo prettamente filosofico continentale la dimensione acroamatica (uditiva) dell’ermeneutica è stata richiamata in auge da Manfred Riedel, all’inizio degli anni Novanta del secolo scorso, e ciò tramite un diretto riferimento a Nietzsche (Riedel 1990). Per una spontanea concordanza scaturita da un proprio, originale, percorso Caruso aveva del pari ben presente la dimensione uditiva di una specifica relazione fra discenti e docenti, ossia fra l’esperto del caso, e chi si predispone <hi rend="italic">per un tempo circoscritto</hi> ad apprendere conoscenze/esperienze tendendo l’orecchio per cogliere da “chi ne sa di più”. L’esperto in questione diviene un maestro, che si rivolge ad una cerchia ristretta di uditori e uditrici per lo stesso – limitato – lasso di tempo; si verifica dunque una sincronizzazione asimmetrica, fra chi parla e chi ascolta, in analogia con quanto accade in un concerto, o in una rappresentazione, in cui il pubblico tace, in reverente silenzio, fintanto che il maestro gli trasmette ciò che sa; tale passaggio avviene nella più ampia varietà di toni, sia impalpabili sia indessicali, e l’immersione temporanea nella dimensione uditiva vale anche per l’emittente, per chi si trovi nel ruolo ‘asimmetrico’ dell’esperto, che può essere anche un testimone privilegiato rispetto a eventi, conoscenze, costellazioni fenomeniche particolari, colui o colei che racconta, parla mentre pensa e ricorda e ‘invera’ non solo nozioni, ma anche esperienze di vita. </p><p rend="text" >Queste riflessioni sull’acroamatica sono state espresse sia attraverso conversazioni, di cui ho personalmente beneficiato, sia attraverso uno scritto breve, di origine commemorativa, eppure di grande eco e rilevanza, e non da ultimo confluito nell’archivio Marini. In esso, Sergio aveva riportato l’acroamatica alle sue origini, tanto a livello lessicografico, quanto semantico e storico-filosofico, fino a ricondurla con precisione genealogica e nitore esplicativo all’antichità greca, in particolare alle consuetudini e ai metodi pitagorici, trasmessici da Platone, Aristotele, i dotti cristiani. L’intento perseguito era di mettere in risalto le potenzialità mai esaurite dell’acroamatica rispetto alla realizzabilità di una corretta comunicazione fra esperti e discenti nel tempo presente (Caruso 2005). Ciò facendo, Caruso si è anche mosso in parallelo con l’emergere di una particolare modalità di ricerca qualitativa delle scienze sociali che si riconoscono nella prospettiva omonima<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi xml:id="footnote-000-backlink"><ref target="07.html#footnote-000">10</ref></hi></hi>. Usando con parafrasi le sue parole, si può comprendere il motivo di tale convergenza.</p><p rend="text" >L’insegnamento acroamatico è in origine un insegnamento orale: affidato alla voce di un docente per le orecchie di una ristretta cerchia di allievi, i quali ne godono in silenzio come di una sacra rappresentazione del vero. Si differenzia dunque non solo dalla pedagogia socratica, autenticamente dialogica, ma anche da quelle forme d’insegnamento pseudo-dialogico che procedono per domande e risposte. L’insegnamento acroamatico è, come ogni ‘lezione’, un tipo di comunicazione assolutamente monologica; rispetto alla <hi rend="italic">lectio</hi> classicamente intesa, trova tuttavia una sua peculiare differenza nel contenuto del messaggio e nella natura dei destinatari. Infatti, la lezione trasmette verità per così dire ‘pubbliche’, che appartengono alla società intera e potenzialmente riguardano tutti. Che si tratti di matematica oppure di storia o di altro ancora, il docente e l’istituzione in cui questi opera fungono qui solo da tramite educativo fra individuo e società, così come hanno già fatto il genitore e la famiglia; solo, a un livello di approfondimento assai più elevato, entro un ambito circoscritto e in maniera sistematica. E quelle verità che vengono trasmesse, per quanto siano di norma ignote agli allievi, non sono ignote in assoluto bensì socialmente acquisite: ‘pubbliche’, appunto. Invece, l’insegnamento acroamatico trasmette verità ‘esoteriche’. Che non vuol dire necessariamente ‘segrete’, ma semplicemente riservate a una più ristretta cerchia di destinatari, che ad esse si propongono di dedicare in tutto o in parte la loro vita: per assumerle come orientamento, per esserne custodi, per ritrasmetterle a loro volta. Per la qual cosa non basta trasmettere agli allievi talune conoscenze; bisogna trasmettere loro anche i princìpi sommi che le organizzano e le giustificano, nonché un metodo di ricerca. Nell’insegnamento acroamatico, pertanto, il docente e le conoscenze da lui trasmesse fungono da tramite iniziatico fra l’individuo e l’istituzione, intesa come una comunità applicativa e/o di ricerca. Per chiarire con un paio di esempi: la <hi rend="italic">lectio</hi> sta all’insegnamento acroamatico ed esoterico come una lezione sul fegato tenuta per un corso ginnasiale di biologia sta a una lezione postuniversitaria sullo stesso argomento tenuta per una scuola di specializzazione; ovvero (secondo esempio) come un ciclo di conferenze su Gesù stanno al corso di cristologia di un seminario teologico. Non è solo e non è tanto questione di approfondimento: una lezione ginnasiale può essere molto ben fatta, ed esistono conferenze di ‘alta divulgazione’. È principalmente una questione di ruoli istituzionali: il professore e l’oratore possono anche possedere una straordinaria competenza specialistica, ma non sono chiamati a fungere in quel momento e in quel ruolo da ‘maestri’ in senso forte; cioè, devono trasmettere una serie di conoscenze, ma non devono ragguagliare sullo ‘stato dell’arte’ un gruppo di potenziali colleghi, così come fa e deve fare uno specialista in medicina interna con gli aspiranti specialisti o un sacerdote con gli aspiranti sacerdoti. Tanto meno ci si aspetta, da una qualunque ‘lezione’, che con essa il docente proponga una ricerca <hi rend="italic">in fieri</hi> suscettibile di produrre risultati inediti. Benché possa non leggere un testo scritto, il docente fa comunque una <hi rend="italic">lectio</hi>: cioè si limita a esporre un contenuto pre-scritto. L’insegnamento acroamatico, invece, è talora un pensare ad alta voce, che chiama i destinatari a testimoni di un travaglio e, così facendo, mostra ‘come si fa’.</p><p rend="text" >Potrebbe sorgere da quanto precede una impressione errata; che la funzione dell’intellettuale così come è stata rappresentata da Sergio Caruso con il suo lungo magistero sia stata soltanto (e non sarebbe certo cosa da poco) quella dello svolgimento del compito quotidiano, inteso come la predisposizione e lo svolgimento di una ricerca seria, ponderata, critica, capace certo di includere la diffusione nella sfera pubblica dei risultati, agendo anche in via selettiva e acroamatica, ma pur sempre in una forma indiretta e accessoria. Risulta invece l’opposto, se guardiamo all’esempio offerto proprio da lui. E questo convincimento viene corroborato dalla seguente circostanza: dal fatto che il <hi rend="italic">leitmotiv</hi> principale, se non addirittura il ‘basso continuo’ dell’attività scientifica, accademica, professionale, umana di Sergio sia stato la ricerca dei modi in cui il nesso fra il ruolo degli intellettuali e le spinte di emancipazione sociale fosse individuabile, accessibile e praticabile; ciò, al fine di prefigurare attraverso questa riconquistata alleanza i «nuovi mondi possibili» di cui sempre più abbisogniamo, come cittadini/e cultori e cultrici di discipline filosofiche, sociali e politiche. Il libro del 1989, anno fatidico, <hi rend="italic">Intellettuali e mondi possibili </hi>(Caruso 1989), riguarda, come recita il medesimo sottotitolo, gli itinerari e problemi del pensiero politico moderno e contemporaneo. Il volume conteneva fra l’altro il saggio <hi rend="italic">Cosa fare del marxismo</hi>, uscito nel maggio dello stesso anno sulla rivista <hi rend="italic">Il Ponte</hi>; in quello scritto, di Marx, verso cui non mostrava alcuna riverenza, Sergio Caruso ricercava le <hi rend="italic">valenze libere</hi>, per ripartire dalle domande di Marx stesso, dalle singole categorie analitiche anziché dalla serie di contenuti che un’ottocentesca filosofia della storia ricuce in sistema.</p><p rend="text" >Il fine era di ripartire dalle domande, anche antiche, per rispondere ad esse al di fuori dagli apparati ideologico-partitici ma anche dalle eredità di natura critico-bibliografica, da quei fardelli, pur nobili, consegnatici dalla storia e dalla filosofia della storia dei secoli passati. Questa era la curvatura metodica, l’ispirazione di fondo che ci fa capire come, e a che scopo, sia stato scritto l’articolo apparso sulle pagine della rivista <hi rend="italic">Cosmopolis</hi>, nel 2013; questo scritto (Caruso 2013) compare nella sessione dedicata ai contributi più importanti del convegno della Società italiana di filosofia politica, che era stato dedicato pochi mesi prima al nesso fra <hi rend="italic">immaginazione e politica</hi>, che risulta essere uno dei nodi principali del pensiero di Caruso. In quel contesto, Sergio riprese le fila del proprio ininterrotto dialogo con il problema, e con alcuni degli autori che, in un arco diacronico molto ampio, avevano fatto da contrappunto alla sua riflessione. Il titolo stesso, portato qui al singolare rispetto a quello del volume quasi-omonimo del 1989, è come se ci chiamasse tutti direttamente in causa e ci invitasse a tentare un pur intermedio bilancio, sia da cultori di filosofia politica e di discipline politologiche, sia da cittadini. </p><p rend="text" >Cito per intero dalle conclusioni, che non potrebbero riverberare una luce più chiara su ciò che può esser considerato il suo lascito più duraturo: il testimoniare l’ineludibile necessità di riscrivere <hi rend="italic">ex novo</hi> il lemma ‘cittadinanza’ nei vocabolari teorici e pratici della politica.</p><p rend="quotation_b" >Ideologia e utopia – Mannheim lo spiegava già nel 1929 – sono due facce della stessa medaglia. Non si parla che di crepuscolo dell’ideologia, magari con soddisfazione; ma forse ciò di cui dovremmo occuparci e preoccuparci è piuttosto la fine dell’utopia. E con essa della speranza. Allora: come ritrovare la speranza? Scrive Gustavo Zagrebelsky (2012): le nostre speranze, la fede nel futuro, la fiducia operosa hanno bisogno di simboli. L’impegno politico, la fiducia, la speranza reggono solo se sorrette da una «simbolica politica», cioè da immagini capaci di trasmettere idee-forza. Le quali, invece, sembrano oggi mancare, specialmente in Italia. Al declino della vecchia simbolica non fa riscontro l’emergere di una nuova. A ciò, tuttavia, bisogna reagire con vigore, perché la «desertificazione simbolico-politica» non è meno dannosa per l’ambiente morale di quanto la desertificazione climatica sia per l’ambiente fisico. La filosofia politica e gli intellettuali non possono certo, da soli, risolvere questo problema; ma contribuiscono, questo sì, a identificarlo e a indicare una possibile direzione di uscita. In particolare: compete alla filosofia introdurre nella riflessione politica una temporalità più complessa della semplice cronologia: una temporalità distesa e plurale, che obbliga la coscienza a fare i conti col presente come storia in atto e, dunque, con la peculiare qualità di taluni momenti cui le scienze empiriche – attente alle leggi generali del processo sociale – non possono riconoscere altrettanta ricchezza di senso. Penso alla irripetibilità della «occasione» (<hi rend="italic">kairós</hi>), nozione che il cristianesimo mutua dalla grecità, come pure alla singolarità dell’Evento (<hi rend="italic">Ereignis</hi>) nella filosofia di Heidegger. E compete, d’altronde, agli intellettuali degni di questo nome un duplice compito. Primo, trovare nuove forme simboliche, cioè: immagini e parole che rendano questa temporalità complessa, quest’articolazione del reale col possibile, diffusamente «pensabile». Non solo per alcuni studiosi, ma potenzialmente per tutti. Però anche, preliminarmente, «fare spazio» ad esse nella mentalità di gruppo. Perché nessun messaggio troverà ascolto se non ci saremo – prima – liberati dalle forme simboliche della politica novecentesca che, prive ormai di contenuto, ancora ingombrano la nostra mente. Le ideologie del Novecento saranno pure morte, ma delle loro categorie siamo ancora prigionieri: da una certa maniera di concepire la Nazione, lo Stato, il Popolo, la Classe, non riusciamo proprio a distaccarci. E questo ci impedisce di pensare. In pratica: compete agli intellettuali – specialmente in Italia! – un compito in qualche modo ‘psicoanalitico’. Si tratta infatti di assistere l’opinione pubblica nel più difficile dei compiti che un gruppo sia chiamato ad affrontare: l’elaborazione del lutto. Solo allora capiremo che la globalizzazione non è tanto una maledizione quanto un Evento (Caruso 2007). E che nel ripensare la democrazia come intensificazione ed estensione della «cittadinanza» sta l’occasione che questo tempo ci offre. Prima che sia troppo tardi. (Caruso 2013, 9-10)</p><p rend="h2" >Bibliografia</p><p rend="bib_indx_bib" >Caruso, Sergio.<hi rend="italic"> </hi>1989.<hi rend="italic"> Intellettuali e mondi possibili. Itinerari e problemi del pensiero politico moderno e contemporaneo</hi>. Firenze: CUSL.</p><p rend="bib_indx_bib" >Caruso, Sergio. 2005. “Otto perle in cerca di un filo. Frammenti di filosofia della comunicazione nell’antichità greca.” In Serenella Armellini e Teresa Serra (a cura di), <hi rend="italic">Domenico Farias</hi> (1927-2002), 163-85. <hi rend="italic">Quaderni speciali </hi>della<hi rend="italic"> Rivista Internazionale di Filosofia del Diritto</hi> 5. Milano: Giuffrè. <ref target="Http://archiviomarini.sp.unipi.it/39/01/Caruso_per_Farias.pdf">Http://archiviomarini.sp.unipi.it/39/01/Caruso_per_Farias.pdf</ref> (10/02/2023).</p><p rend="bib_indx_bib" >Caruso, Sergio. 2007. “Mondo.” In Andrea Giuntini, Piero Meucci e Debora Spini (a cura di), <hi rend="italic">Parole del mondo globale. Percorsi politici ed economici nella globalizzazione</hi>, 111-35. Pisa: ETS.</p><p rend="bib_indx_bib" >Caruso, Sergio. 2012. <hi rend="italic">Homo oeconomicus. Paradigma, critiche, revisioni</hi>. Firenze: Firenze University Press.</p><p rend="bib_indx_bib" >Caruso, Sergio. 2013. “L’intellettuale e i mondi possibili”, <hi rend="italic">Cosmopolis</hi>, VIII, 2, online: <ref target="http://www.cosmopolis.globalist.it/2013">http://www.cosmopolis.globalist.it/2013</ref></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi >Frischmann, Brett, Evan Selinger. 2018. </hi><hi rend="italic" >Re-engineering Humanity</hi><hi >. Cambridge: Cambridge University Press.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi >Henry, Barbara. 2020. “Gender Sensitivity, Asymmetries, ‘Acroamatic Turn’. A Renewed Approach to Some ‘Gendered’ Methodologies’.” In </hi><hi rend="italic" >Emerging Issues in Science and Technology</hi><hi > 3: 1-9. London: Book Publisher International.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi >Mannheim, Karl. 1929. </hi><hi rend="italic" >Ideologie und Utopie</hi><hi >. </hi>Bonn: F. Cohen Verlag.</p><p rend="bib_indx_bib" >Riedel, Manfred. 1990. <hi rend="italic">Hören auf die Sprache. Die akroamatische Dimension der</hi><hi rend="italic"> Hermeneutik</hi>. Frankfurt am Main: Suhrkamp.</p><p rend="bib_indx_bib" >Zagrebelsky, Gustavo. 2012. <hi rend="italic">Simboli al potere. Politica, fiducia, speranza</hi>. Torino: Einaudi.</p><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="07.html#footnote-009-backlink">1</ref></hi>	La lettura, di tipo prospettivistico, è di chi a partire dalla propria visuale accresce la conoscenza di chi guarda da altre angolature, egualmente parziali.</p><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="07.html#footnote-008-backlink">2</ref></hi>	Molti di coloro a cui mi riferisco son attivi componenti dell’ambiente universitario e accademico italiano.</p><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="07.html#footnote-007-backlink">3</ref></hi>	Questo seminario è stato il luogo materiale e simbolico che ha legato e arricchito per più di un decennio, in una consuetudine di dibattito verace, vivace, aperto, assolutamente non convenzionale, le realtà universitarie di Pisa, di Firenze, di Siena, della Scuola Superiore Sant’Anna.</p><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="07.html#footnote-006-backlink">4</ref></hi>	Sergio Caruso, come è noto, è stato fra l’altro Presidente del comitato scientifico della Fondazione Balducci di Fiesole, nonché componente del Comitato Direttivo dell’Istituto Gramsci Toscana, e del Comitato dei Garanti della Fondazione Basso.</p><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="07.html#footnote-005-backlink">5</ref></hi>	Da menzionare è la conferenza del 28 maggio 2001 sul tema citato, che è nata anche a partire dal volume pubblicato nell’anno precedente (Caruso, 2000). </p><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="07.html#footnote-004-backlink">6</ref></hi>	Non si dimentichi, fra le altre cose, la lezione tenuta il 14 ottobre 2010 ad Aqui Terme su <hi rend="italic">Religione e politica; l’equivoco della verità</hi>.</p><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="07.html#footnote-003-backlink">7</ref></hi>	Un tempo corrusco come il nostro è simile a quello in cui «il ribollire caotico della materia vivente sempre più lentamente evolve verso l’ordine e l’armonia del creato», secondo una versione della definizione apocrifa attribuita al progetto di Buontalenti della grotta del giardino di Boboli, del 1583, dedicata a Francesco I de’ Medici. Si evoca qui per assonanza un luogo iconico della Firenze tardo-rinascimentale tanto cara a Sergio. </p><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="07.html#footnote-002-backlink">8</ref></hi>	Un esempio fra molti è costituito dal paragrafo 3 del capitolo 3 di <hi rend="italic">Homo oeconomicus </hi>(Caruso 2012). Si noti l’intensificazione dei tratti all’insegna della caricatura: fa testo la digressione sul turbo-capitalismo (e sui capitalisti che si credono Capitan America). Si veda Caruso 2012, 20-23.</p><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="07.html#footnote-001-backlink">9</ref></hi>	Sergio possedeva anche alcuni manoscritti autografi di Cassirer, e preliminari rispetto alle pubblicazioni, avverse alle posizioni relativistiche allora in auge ed uscite durante il periodo di esilio svedese, che Cassirer trascorse presso l’università di Göteborg. Oltre a questo aspetto che potrebbe sembrare meramente aneddotico, la conoscenza di Cassirer di cui Sergio era saldamente in possesso spaziava dalle opere sistematiche a quelle di filosofia della cultura. Come per Cassirer, si può affermare che Caruso rappresentasse un vero esemplare di studioso rinascimentale, per le sue capacità di discutere e scrivere con eguale competenza tanto di tematiche umanistiche quanto scientifiche, e di consultare criticamente la letteratura critica sui singoli argomenti da lui indagati nelle principali lingue moderne, avendo del pari ben presente la corrusca poliedricità e contradditorietà del Rinascimento medesimo. </p><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="07.html#footnote-000-backlink">10</ref></hi>	<hi >Si veda</hi><hi > a proposito delle ricadute in termini di metodologie qualitative Henry: </hi>«<hi >The acroamatic dimension, the interpretative attitude of hearing and listening to somebody narrating in a given time, is what I am referring to, as a specific methodology. It could make sense, because it is desirable, effective, and not merely fascinating, to make recourse again to the ‘noble’ set of hermeneutic kit of tools. In doing this we conceive ourselves as being positioned – temporarily – in the asymmetric location of a pupil who is convinced she/he is giving attention, maintaining silence, to someone else, who exhibits and possesses - </hi><hi rend="italic" >rebus sic stantibus</hi><hi >- the authoritative and cognitive role of a privileged testimony regarding something totally or almost unknown. It is like the audience in a concert, which is politely requested and committed, for the sake of the game played, to respectfully guarantee silence and attention, in order to enable the performer to give his/her own best in setting and embedding something (each interpretation is totally unprecedented) that has never been fulfilled in this particular way before, so long as the needs of the performance are accomplished, and no more. This kind of temporarily asymmetric condition is not imposed by anyone. It sets some self-evident contextual constraints existing on behalf of the cognitive goal at stake. To summarise, we should learn to abandon for a while, as ‘scientific master narrators’, the kind of surreptitiously over-ordered view of the world that we are used to dispensing as self-evident, together with its correlated vocabulary and nomenclature. It would be better to accept for a while, even better if for a long while, that the role of a listener is what is recommended as the most eligible method for today’s social scientists, who are mostly engaged in discovering the hidden interrelations between chains of cultural and social phenomena that are only </hi><hi rend="italic" >prima facie</hi><hi > well-known and feasible</hi>»<hi > (Henry 2020, 6-7).</hi></p>



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        <listBibl>
          <head>References</head>
          <bibl n="112935">Caruso, Sergio. 1989. Intellettuali e mondi possibili. Itinerari e problemi del pensiero politico moderno e contemporaneo. Firenze: CUSL.</bibl>
          <bibl n="112763">Caruso, Sergio. 2005. “Otto perle in cerca di un filo. Frammenti di filosofia della comunicazione nell’antichit&amp;#224; greca.” In Serenella Armellini e Teresa Serra (a cura di), Domenico Farias (1927-2002), 163-85. Quaderni speciali della Rivista Internazionale di Filosofia del Diritto 5. Milano: Giuffr&amp;#232;. Http://archiviomarini.sp.unipi.it/39/01/Caruso_per_Farias.pdf (10/02/2023).</bibl>
          <bibl n="112830">Caruso, Sergio. 2007. “Mondo.” In Andrea Giuntini, Piero Meucci e Debora Spini (a cura di), Parole del mondo globale. Percorsi politici ed economici nella globalizzazione, 111-35. Pisa: ETS.</bibl>
          <bibl n="113002">Caruso, Sergio. 2012. Homo oeconomicus. Paradigma, critiche, revisioni. Firenze: Firenze University Press.</bibl>
          <bibl n="112948">Caruso, Sergio. 2013. “L’intellettuale e i mondi possibili”, Cosmopolis, VIII, 2, online: http://www.cosmopolis.globalist.it/2013</bibl>
          <bibl n="113018">Frischmann, Brett, Evan Selinger. 2018. Re-engineering Humanity. Cambridge: Cambridge University Press.</bibl>
          <bibl n="112807">Henry, Barbara. 2020. “Gender Sensitivity, Asymmetries, ‘Acroamatic Turn’. A Renewed Approach to Some ‘Gendered’ Methodologies’.” In Emerging Issues in Science and Technology 3: 1-9. London: Book Publisher International.</bibl>
          <bibl n="113117">Mannheim, Karl. 1929. Ideologie und Utopie. Bonn: F. Cohen Verlag.</bibl>
          <bibl n="112970">Riedel, Manfred. 1990. H&amp;#246;ren auf die Sprache. Die akroamatische Dimension der Hermeneutik. Frankfurt am Main: Suhrkamp.</bibl>
          <bibl n="113049">Zagrebelsky, Gustavo. 2012. Simboli al potere. Politica, fiducia, speranza. Torino: Einaudi.</bibl>
        </listBibl>
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