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        <title type="main" level="a">Rappresentanza e cittadinanza</title>
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          <persName n="1" ref="https://orcid.org/0000-0003-1961-8620" type="ORCID">
            <forename>Alfio</forename>
            <surname>Mastropaolo</surname>
            <placeName type="affiliation">University of Turin, Italy</placeName>
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          <resp>This is a section of <title>La cittadinanza tra giustizia e democrazia</title>(DOI: <idno type="DOI">10.36253/979-12-215-0112-4</idno>) by </resp>
          <name>Stefano Grassi, Massimo Morisi</name>
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        <publisher>Firenze University Press</publisher>
        <pubPlace>Firenze</pubPlace>
        <date when="2023">2023</date>
        <idno type="DOI">https://doi.org/10.36253/979-12-215-0112-4.13</idno>
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          <p>Available for academic research purposes</p>
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          <p>Copyright Author(s)</p>
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        <p>This is original content, published for academic research purposes</p>
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      <abstract xml:lang="en">
        <p>One of the characteristics of advanced democratic societies is their fragmentation. This is a serious challenge for the synthesis activity that political representation has the task of carrying out.  Right-wing parties, both moderate and populist, can use the concepts of people and nation.  The parties of the left no longer use the concept of class and are therefore in serious difficulty. Tony Blair’s New Labour has used the concept of citizenship. It was an invention that did not have lasting success, but it certainly helped to make the concept very popular, beyond the boundaries of legal language.</p>
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            <item>Representation</item>
            <item>Citizenship</item>
            <item>Nation</item>
            <item>People</item>
            <item>New Labour</item>
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      <p>It is available online at https://doi.org/10.36253/979-12-215-0112-4.13<ref target="https://doi.org/10.36253/979-12-215-0112-4.13" /></p>


<p rend="h1_chapter" >Rappresentanza e cittadinanza</p><p rend="h1_author" >Alfio Mastropaolo</p><p rend="h2" >1. Intrecci concettuali</p><p rend="text" >Cittadinanza e rappresentanza sono concetti fondamentali del lessico politico attuale. Uno viene da lontano. Se parliamo di rappresentanza politica in senso moderno, risale alla Rivoluzione inglese, allorché vide la luce il primo regime politico fondato in via preminente sulla legittimazione elettorale di un corpo di portavoce della collettività. Il concetto di cittadinanza è assai più recente, almeno per le scienze politiche e sociali. Quando nel 1976, che è un tempo non lontanissimo, apparve la prima edizione del <hi rend="italic">Dizionario di politica</hi> diretto da Norberto Bobbio e Nicola Matteucci, il lemma non figurava. Non figurava nemmeno nell’indice analitico. Continuerà a mancare nell’edizione aggiornata del 1983, quando ai curatori si era aggiunto Gianfranco Pasquino: sia come lemma, sia come voce dell’indice analitico. Il lemma non figura neppure nella riedizione <hi rend="italic">low cost </hi>del 2004, dalla quale era stato rimosso l’indice analitico. E dire che nel 1976 era apparsa, presso la medesima casa editrice, la traduzione italiana del celebre saggio di Thomas H. Marshall, <hi rend="italic">Citizenship and social class</hi>, pubblicato per la prima volta nel 1949 (Marshall 1976). A fare le pulci ai dizionari, onore al merito del <hi rend="italic">Lessico della politica</hi>, curato da Giuseppe Zaccaria, del 1987: la cittadinanza vi figura in una voce redatta da Giovanna Zincone, d’impostazione apertamente marshalliana (Zaccaria 1987).<hi rend="italic"> </hi></p><p rend="text" >La ricognizione sulle assenze e le presenze vuole soprattutto segnalare il laborioso affermarsi del termine. Fino a tempi relativamente recenti la cittadinanza si è identificata con l’anagrafe e coi passaporti. La Costituzione italiana, che la cita all’articolo 22, si limita a vietare la possibilità che la cittadinanza sia revocata per qualsiasi motivo: come non può essere revocato a nessuno il suo nome e nemmeno la sua capacità giuridica. Per i Padri costituenti, e non solamente per loro, il concetto evocava un confine, che, come tutti i confini, includeva ed escludeva. Una volta inclusi entro il confine, nessuno sarebbe stato estromesso</p><p rend="text" >L’inclusione prevista nel linguaggio comune dalla parola cittadinanza prevedeva un perimetro non solo geografico, ma anche storico, culturale, giuridico, amministrativo, tracciato dalla Stato. Questo per lungo tempo è stato il significato prevalente. I nuovi significati, o l’affinamento di quei significati, che addirittura hanno messo in discussione il ruolo dello Stato, e di cui il saggio di Sergio Caruso sulla filosofia della cittadinanza dà ampio resoconto (Caruso 2014), sono recenti. Si è molto ragionato sulla radice, sul concetto di «cittadino», e la parola si è alfine insediata, e con parecchie pretese, nel linguaggio delle scienze sociali, in quello della teoria politica e anche nel parlare comune. </p><p rend="text" >La fortuna del concetto di rappresentanza politica è tutt’altra. È un concetto ben stabilizzato per il diritto, per la teoria politica che a lungo andare, ha trovato spazio entro la sociologia e perfino in economia. Naturalmente, è sempre stato oggetto di accese discussioni. Com’è sempre stata molto criticata la pratica della rappresentanza: è in crisi fin dalla nascita. Le sue vicissitudini, comunque, riguardano una cosa piuttosto nota. Semmai, potremmo maliziosamente osservare che, alla luce dei tempi che stiamo vivendo, mentre la cittadinanza è un concetto in entrata, la rappresentanza politica corre il rischio di essere in uscita, almeno per come l’abbiamo conosciuta. A parte possibili involuzioni plebiscitarie, c’è chi mette in discussione il principio elettorale e chi immagina forme di rappresentanza non elettiva. Magari costituita per sorteggio. </p><p rend="text" >Come si possono intrecciare questi due concetti? O, come, la rappresentanza, che non è solo un concetto, ma è un’istituzione, è un insieme di regole e di relazioni sociali, s’incrocia con un concetto, che è anche istituzione, ma sulla cui pratica abbiamo molte incertezze? Sulla cittadinanza Sergio Caruso ha ragionato da filosofo. Proveremo a seguire un’altra strada, che è quella del fatto politico: anche il successo, o l’obsolescenza, di un concetto è un fatto politico. In che modo la cittadinanza ha avuto successo a cavallo tra secondo e terzo millennio? Servirebbe un’analisi lunga e complicata. Ci limiteremo ad avanzare un’ipotesi, proprio ricongiungendo la cittadinanza alla rappresentanza.</p><p rend="h2" >2. Rappresentanza</p><p rend="text" >Iniziamo da quest’ultima. Dalla sua definizione: forse un po’ meno scontata di quanto sembri. Perché se c’è una tradizione classica, sono importanti anche i suoi aggiornamenti. Per la teoria classica, la rappresentanza è politica non è vera rappresentanza. Kelsen la definisce una «finzione» (Kelsen 1970, 22-23). Simula un rapporto di delega, o un mandato, che da un lato è palesemente irrealistico, dall’altro torna comodo, per quanto simulato, per i suoi effetti legittimanti. Hanno allora buon gioco i critici della teoria classica, il cui capofila è Rousseau, per i quali la rappresentanza è invece un imbroglio. I paladini della teoria classica, comunque, replicano che la rappresentanza politica, fondata sulle elezioni, mette utilmente in comunicazione governati e governanti, fornisce occasioni per le quali dal basso verso l’alto i primi trasmettono le loro preferenze e godono anche della possibilità di giudicare, seppure approssimativamente, l’operato dei governanti. </p><p rend="text" >Le scienze sociali hanno però apportato alla teoria della rappresentanza un’importante correzione. È la teoria costruttivista della rappresentanza. Non è una teoria recentissima. È una teoria che ha la sua età, perché è stata anticipata dagli elitisti. Per Gaetano Mosca non sono gli elettori che eleggono il deputato, ma è il deputato che elegge gli elettori. Per Joseph A. Schumpeter, che scrive più o meno mezzo secolo dopo e che aveva ben più ampia dimestichezza con la politica democratica, è assurdo pensare che gli elettori possano avere qualche volontà degli elettori ed esprimerla. Tanto meno che esistano «autentiche volizioni di gruppo» (Schumpeter 1954, 258). Semmai, esistono allo stato latente dei sentimenti, i quali si manifestano unicamente perché qualche portavoce ha convenienza a portarli alla luce, a metterle in forma e a utilizzarle per guadagnare consenso elettorale.</p><p rend="text" >Michael Saward ha da ultimo sistematizzato e aggiornato questa non secondaria correzione. La rappresentanza prenderebbe avvio da quello che lui chiama un <hi rend="italic">claim</hi>, una pretesa, una rivendicazione, pubblicamente avanzata da qualcuno, individuo o gruppo, di parlare a nome di qualcun altro e di prendersi cura dei suoi interessi (Saward 2010). È più o meno il medesimo punto di vista  della sociologia costruttivista della rappresentanza di Pierre Bourdieu. Anche secondo quest’ultimo non è il rappresentato che precede il rappresentante, ma viceversa (Bourdieu 2001). Non esiste corpo collettivo che non sia istituito dalla rappresentanza. Quella variante del <hi rend="italic">genus</hi> rappresentanza che è la rappresentanza politica assembla elettori. Sono i pretendenti alla rappresentanza che contestualmente si istituiscono quali rappresentanti e attribuiscono a coloro che rappresentano delle caratteristiche tali da ravvicinarli e farne un corpo collettivo, portatore di preferenze e anche di una volontà comune. È la <hi rend="italic">supply-side politics</hi>. L’offerta di rappresentanza, che si consolida tramite una complessa azione simbolica, ma anche organizzativa, che costituisce la domanda. E il presunto mandato.</p><p rend="text" >Quando furono inventati i regimi rappresentativi, i pretendenti alla rappresentanza costituivano il loro seguito su basi eminentemente locali. Erano i notabili che si disputavano i seggi in parlamento, forti delle loro clientele. Passata la metà del XIX secolo la storia della rappresentanza è stata riscritta inventando una nuova tecnologia e nuovo grande corpo collettivo: la tecnologia erano i partiti popolari, il corpo collettivo la classe sociale. Non provvidero solo i pretendenti alla rappresentanza: ci si misero in tanti, artisti, letterati, scienze sociali, e altri ancora. Fatto sta che le vittime dell’industrializzazione si persuasero di essere una classe. Da un lato i partiti organizzavano e fidelizzavano il proprio elettorato, dall’altro strutturavano tutta la contesa politica . La stessa borghesia, che si era finora percepita come totalità, fu rappresentata dai partiti socialisti come classe, si percepì come classe e fu alfine rappresentata come classe dai suoi stessi portavoce, che però tenevano a dichiararsi interclassisti: le classi c’erano, ma loro le ricomponevano. Lo stesso vale per i partiti confessionali. Facevano eccezione, nessuno schema va mai preso in maniera troppo rigida, i partiti di estrema destra, i nazionalisti e i fascisti, che, essendo congenitamente avversi al pluralismo, si appropriarono e riformularono a loro uso uno dei grandi temi del liberalismo ottocentesco, quello della nazione.</p><p rend="text" >L’interpretazione della rappresentanza come <hi rend="italic">claim</hi> o come offerta di rappresentanza corrisponde a un’evidenza empirica. È molto difficile stabilire cosa e quanto transiti nella rappresentanza come movimento dal basso verso l’alto. Mentre la rappresentanza come offerta di rappresentanza è più agevole da misurare: anzitutto in termini di consenso elettorale, ma, a lavorarci sopra, anche in termini d’ingegneria sociale. In questa sede, ci serviremo di questa interpretazione perché torna molto comoda per stabilire un nesso non ovvio con la cittadinanza. Che tra i diritti di cittadinanza vi sia il diritto dalla rappresentanza è scontato. Molto meno ovvio è considerare l’uso politico che della cittadinanza si è fatto entro l’offerta di rappresentanza.</p><p rend="text" >Andiamo per ordine. Tutte le storie finiscono. La storia della rappresentanza tramite i partiti e incentrata su una concezione classista della società se l’è portata via il Novecento. Perché è finita? Possiamo fare tante ipotesi. La prima è che si è esaurito, o contratto, o è stato disperso il suo principale fondamento: la società industriale. In parte è trasmigrata fuori dall’occidente, in parte si è evoluta tecnologicamente e si è ritirata in poche regioni privilegiate dell’occidente, in parte la classe specificamente legata all’industrializzazione, è stata disciolta sociologicamente dal postfordismo. Si può anche argomentare che la classe operaia è stata vittima di un processo di dis-rappresentanza. Come c’è costruzione, ci può essere decostruzione. Seppur faticosamente, un bel pezzo di classe operaia in realtà sopravvive e, se si è contratto il mondo del lavoro operaio, si esteso il mondo del non-lavoro: della flessibilità e della disoccupazione. Lo si sarebbe potuto definire una classe. Le scienze sociali, che hanno molto utilizzato quest’ultimo concetto, hanno preferito licenziarlo e dedicare le loro attenzioni agli individui. </p><p rend="text" >Politicamente, i partiti è possibile capirli. La conferma, l’aggiornamento e la manutenzione della classe era un impegno politico molto gravoso. Organizzarla, come facevano i partiti socialisti, lo era senz’altro. Per diverse ragioni, i partiti hanno preferito la mobilitazione mediatica degli elettori. In più, i partiti socialisti hanno rimodulato la loro azione di rappresentanza, rivolgendosi alle classi medie, abbandonando le classi lavoratrici. È una delle tante domande senza risposta anche questa:  era necessario abbandonare queste ultime? In ogni caso, è cambiata la loro offerta di rappresentanza. Grazie ai <hi rend="italic">media</hi> sono possibili <hi rend="italic">claims</hi>, usa e getta: fondati su eventi, scandali, personaggi e via seguitando.  Tutto il mercato della rappresentanza è del resto cambiato. </p><p rend="h2" >3. Il risveglio della cittadinanza</p><p rend="text" >Veniamo al punto, cioè alla cittadinanza. Questi sviluppi non hanno tuttavia ovviamente risolto i problemi della rappresentanza e dei suoi pretendenti. Li hanno anzi complicat. La rimozione delle classi ha tolto respiro all’azione di rappresentanza svolta dai partiti <hi rend="italic">mainstream</hi>. La rappresentanza mediatizzata è frammentata e suscita una dispersione estrema dell’elettorato. Sono noti i fenomeni di distacco di quest’ultimo, tra cui spicca vistosamente l’incremento dell’astensionismo. Qualche principio unificante va trovato. È anche una questione di <hi rend="italic">marketing</hi>. Ma anche di sostanza. Le classi suggerivano un orizzonte di lungo andare. La rappresentanza frammentata non ha orizzonte. I partiti dell’estrema destra populista ci hanno pensato fin dalla nascita, grosso modo tra gli anni Settanta e Ottanta, trovando il loro principio nel popolo. Che è una formula antica e di pronto uso. In realtà, la loro idea di popolo nascondeva il principio della nazione, che loro non si potevano permettere. Riscoprire l’alterità, per fabbricare una comunanza più stabile, era un’operazione molto agevole, che ha infatti trovato buon ascolto in tutti gli strati sociali: non solo, come si ama dire, tra le classi lavoratrici danneggiate maltrattate dalla fine del fordismo. Il popolo dei populisti pertanto <hi rend="italic">ethnos</hi>, reso diverso da ogni altro da storia, cultura, religione, dalle sue tradizioni e, naturalmente, dal sangue. Grazie alle grandi migrazioni, l’«altro», il diverso, era ormai a portata di mano: nelle strade, nelle scuole, nei condomini, negli ospedali, sui mezzi di trasporto. Perché non profittarne?</p><p rend="text" >I partiti populisti se la sono dunque cavata con il popolo/nazione. Come si sono tratti d’impaccio i partiti <hi rend="italic">mainstream</hi>? Pure quelli di destra hanno ceduto alla tentazione di riscoprire il nazionalismo. Avevano meno <hi rend="italic">handicap</hi>. Il caso più illustre è il thatcherismo. Che parlava sì di popolo, com’è sempre piaciuto ai grandi partiti conservatori, ma insisteva moltissimo sulla sua <hi rend="italic">britishness</hi>. Stuart Hall parlava non per caso di populismo autoritario. Nelle parole di Thatcher la dose di nazionalismo era ingente, in prevalenza rivolta contro gli immigrati, anche se con qualche ipocrisia – la sicurezza – per edulcorarla, o renderla meno impresentabile. Ed era offerta, come orizzonte, anzitutto al popolo dei <hi rend="italic">tax-payers</hi>, ai ceti medi indipendenti, ai ceti proprietari. Due furono i colpi di genio di Thatcher. Uno, spedire la Royal Navy alle Isole Falkland, l’altro cedere ai piccoli risparmiatori le grandi imprese pubbliche e le <hi rend="italic">council houses</hi>, coniugando identità e proprietà. </p><p rend="text" >Chi si è trovato nei guai sono stati i partiti socialisti e socialdemocratici, gli orfani <hi rend="italic">par excellence</hi> delle classi sociali. Qualche refolo di nazionalismo si è avvertito anche da quelle parti. Ma di solito hanno preferito cercare altri principi unificanti. Uno è la società civile, un altro la democrazia, un terzo la moralità pubblica. Non l’hanno ancora trovato. Per una breve stagione la cittadinanza è tornata a proposito. Non ha funzionato neanche quella, ma è entrata nel lessico politico e ha conosciuto successivamente un’attenzione straordinaria, in ragione delle circostanze. </p><p rend="text" >Bisogna anche capirli i partiti socialisti. Sono stati, dapprincipio, negli anni Ottanta, travolti elettoralmente dai partiti della destra liberale. Si erano riconverti anche loro alla politica mediatica e si erano disabituati a lavorare sul campo. Si sono alfine anche persuasi che il loro vecchio pubblico fosse condannato a scomparire e si sono adattati. Il caso più interessante di tutti, e l’adattamento più riuscito, è quello del New Labour di Tony Blair, che più di ogni altro si è intellettualmente impegnato per condurre e legittimare la propria riconversione. Nella sua elaborazione la cittadinanza ha ottenuto uno spazio che non aveva avuto finora nel linguaggio politico. L’avrebbe ottenuta lo stesso? Non lo sappiamo. Sappiamo che in quei frangenti il concetto di cittadinanza si è avvicinato a quelli di società civile e di civismo, venuto in auge, quest’ultimo, grazie alle ricerche di Robert D. Putnam (2004). Capita ai concetti delle scienze sociali, non così di rado, di superare la staccionata che isola l’accademia per accedere a circuiti molto più ampi e politicamente rilevanti. É forse accaduto anche stavolta. </p><p rend="h2" >4. Cittadinanza e Terza via</p><p rend="text" >Per il Labour, ribattezzato New Labour nell’era Blair, era anzitutto un omaggio alla tradizione. Chi aveva ridisegnato per primo il concetto di cittadinanza è il già ricordato Thomas H. Marshall, un sociologo britannico, che aveva compiuto la sua carriera accademica alla London School of Economics e prossimo al Labour Party. Quando l’esperienza riformatrice – ma forse addirittura rivoluzionaria – del governo Attlee stava per concludersi, Marshall aveva definito la cittadinanza come appartenenza alla collettività, a quel tempo perimetrata dallo Stato. Era un’appartenenza la cui intensità era maturata storicamente, attraverso tre diverse ondate di diritti: civili, politici, sociali. Che, per Marshall, avrebbero consentito, se non di cancellare, di bilanciare e rendere sopportabili le disuguaglianze di classe. Il capitalismo divideva, la cittadinanza riuniva. </p><p rend="text" >L’omaggio a Marshall offriva un’immagine, una formula, una parola con cui l’offerta di rappresentanza del New Labour potesse rappresentare complessivamente la propria utenza. Ovvero, potesse farne un corpo collettivo da contrapporre al concetto di «popolo», caro al thatcherismo e alle incombenti destre populiste. Tony Blair si mise all’opera di persona. Anche se qualcosa si trova tra le pagine del suo fondamentale ispiratore intellettuale: Anthony Giddens, un altro sociologo della London School, dalla quale,  peraltro, proveniva anche William Beveridge. </p><p rend="text" >Il recupero dell’eredità di Marshall è stato però ben di più di un atto formale. Non è stato nemmeno troppo influente il contributo di Giddens. Se per quest’ultimo «la cittadinanza tende a produrre coesione sociale, giacché i diritti di cittadinanza sono detenuti praticamente da tutti i membri della comunità nazionale» (Giddens 1994, 71), Blair, al quale interessava la cittadinanza e molto anche la comunità, ma non tanto la coesione sociale, interveniva di persona. In un testo del 1993, un anno prima della sua ascesa alla <hi rend="italic">leadership</hi> del partito e dunque dell’opposizione, intitolato <hi rend="italic">Why modernisation matters</hi>, delineava il suo progetto: «Ricostruire la Gran Bretagna come una comunità forte, con una moderna nozione di cittadinanza al centro, è l’obiettivo politico per la nuova era. Il Partito laburista deve trasformarsi in un veicolo credibile per raggiungerlo».<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-000-backlink"><ref target="13.html#footnote-000">1</ref></hi></hi> Come era intesa però la cittadinanza? </p><p rend="text" >Per prima cosa, la ricollocazione degli individui nella vita collettiva non valeva solo per la sfera civile e sociale, ma si esten deva anche al mercato. Per Marshall la cittadinanza compensava. Per Blair il cittadino avrebbe dovuto abitare come si conviene anche il mercato, accettando la sfida della concorrenza che quest’ultimo suppone, e non solo godere dei diritti. Infatti, lui scriveva, «i diritti che riceviamo dovrebbero corrispondere ai doveri cui siamo tenuti».</p><p rend="text" >A unire la cittadinanza per Blair sarebbero state le obbligazioni reciproche: non sarebbe infatti compito dello Stato garantire a tutti i suoi cittadini uguali diritti alla luce di un principio di giustizia sociale, ma lo Stato avrebbe piuttosto offerto a tutti gli strumenti, le «opportunità», per partecipare alla vita collettiva, anche se  non a titolo gratuito: «per ogni nuova opportunità che offriamo, chiediamo in cambio responsabilità». Infatti, chi non avesse adempiuto ai propri doveri avrebbe perso i propri diritti, o si sarebbe trovato in una condizione per la quale gli sarebbero stati negati alcuni diritti riconosciuti ad altri cittadini. Detto con molta franchezza, per Blair «se investiamo per dare ai disoccupati la possibilità di un lavoro essi, hanno la responsabilità di accettarlo o di perdere il sussidio». </p><p rend="text" >Il Labour della seconda metà anni Quaranta si pensava in cammino verso il socialismo e per Marshall la Gran Bretagna era già un paese socialista. Nel vino di Attlee e Bevin, i suoi successori verseranno parecchia acqua, ma un po’ di vino l’avrebbero lasciato. Dopo tre lustri di dure sconfitte elettorali, il New Labour invece sposava senza rimpianti l’interpretazione dello stato del mondo del neoliberalismo, salvo rivederne le <hi rend="italic">policies,</hi> e richiamava in servizio la cittadinanza, avendola però emendata: per Marshall era il coronamento, di un plurisecolare percorso di emancipazione, per Blair «una nozione moderna di cittadinanza dà diritti, ma esige obblighi, mostra rispetto ma lo vuole restituito, concede opportunità, ma insiste sulle responsabilità. Pertanto, lo scopo della politica economica e sociale dovrebbe essere quello di estendere le opportunità, rimuovere le cause alla base dell’alienazione sociale, ma dovrebbe anche prevedere misure severe per garantire che le opportunità che vengono date siano colte». I diritti sociali erano scivolati sul fondo: «dobbiamo creare, conferma ancora Blair nel 1996 una società basata su una nozione di diritti reciproci e di responsabilità… Come società accettiamo l’obbligo di dare a ciascuno una prospettiva per il suo futuro. E in cambio ogni persona accetta la responsabilità di rispondere, di lavorare per migliorarsi». </p><p rend="h2" >5. Cittadinanza e democrazia</p><p rend="text" >Non è questa la sede per fare l’esegesi del pensiero di Blair e del New Labour. Ma solo per avanzare un’ipotesi. Blair è una personalità politica che si può giudicare in molti modi. Ma non si può negargli di essere stato l’uomo giusto al momento giusto e di avere avanzato un’offerta di rappresentanza e di governo che si è rivelata vincente per oltre un decennio. Non solo: ha anche orientato la spirito del tempo. L’hanno seguito tutti i partiti della famiglia socialista e socialdemocratica europea e anche i reduci di un grande partito ex comunista. Era, la sua, l’unica risposta e quella più appropriata al mutamento sociale e al grande <hi rend="italic">market turn</hi>? Ultimamente, molti suoi vecchi fan storcono il naso. Sinceramente, è molto difficile pronunciarsi. La storia non offre controprove e ciascuno ha la sua risposta. Di sicuro, tuttavia, il New Labour ha spezzato una tradizione e ne ha creata un’altra, intrisa di moralismo e di individualismo. Il suo discrimine tra chi è operoso e civico e chi non lo è ripropone anche un vecchio vizio di molti liberali: che concedono di essere liberi, ma prescrivono come esserlo. Rispetto al paternalismo burocratico di cui era accusato il <hi rend="italic">welfare</hi>, è vero progresso?<hi rend="italic"> </hi> O ha soprattutto il pregio di essere democraticamente più compatibile del popolo costituito su base  etnica? </p><p rend="text" >Il disegno di costituire un corpo collettivo a vasto raggio sotto le vesti della cittadinanza è caduto nel dimenticatoio piuttosto in fretta. Il New Labour si farà travolgere dalla politica mediatica ed è, anzi, tra i partiti che l’hanno più e meglio sfruttata. Ma il successo successivo dell’idea di cittadinanza – che è un successo travagliato, ma incontestabile – gli deve forse qualcosa. L’operazione cittadinanza ha suscitato un <hi rend="italic">fall out</hi> intellettuale impressionante. Nella ricchissima bibliografia radunata da Sergio Caruso c’è un solo titolo che precede gli anni Ottanta ed è il famoso saggio di Marshall. Segue una decina di titoli tra la fine degli anni Ottanta e metà anni Novanta. Sono un centinaio i titoli successivi. Forse è una coincidenza, ma forse Blair ha avuto il merito di avere dato la stura a una letteratura imponente. </p><p rend="text" >Per concludere. Marshall trovava nella cittadinanza un’opportunità di compromesso, o di bilanciamento, tra l’ambizione democratica alla giustizia sociale e le attese di profitto dell’economia capitalistica. Il rilancio blairiano della cittadinanza non è nemmeno un compromesso al ribasso. Le attese di profitto appartengono all’ordine naturale delle cose. A osservare gli eventi, era una resa, quasi senza condizioni, della democrazia al capitalismo. Ma la resa era del New Labour, non dei tanti che hanno ripreso il tema della cittadinanza, balzata dai primi del millennio al centro di un dibattito colossale, come testimonia la pregevole indagine di Sergio Caruso. É un dibattito che va più in direzione di Marshall che non in quella del New Labour. Anche Caruso si iscrive in questa filiera, quando riconosce alla cittadinanza un potenziale aggregante: «la ragione liberaldemocratica e la società aperta hanno esse pure bisogno di ‘miti’ o, almeno, d’idee forza e di parole d’ordine capaci di accendere i cuori. La cittadinanza può forse assolvere a questo bisogno» (Caruso 2014, 51). </p><p rend="text" >Che è il tema donde siamo partiti: la rappresentanza, e la politica, non possono imprigionarsi nell’usa e getta del <hi rend="italic">marketing </hi>elettorale, perché morrebbero di asfissia. Hanno bisogno di conferire al loro operato un valore più nobile e rispettabile della mera sommatoria di interessi privati ed emozioni momentanee. Caruso addirittura rilancia, sul doppio versante della rappresentanza e della cittadinanza. La società è fatta di tante sfere. Perché mai limitarle alla sfera politica? Che il futuro, che al momento non si prospetta troppo luminoso, della rappresentanza politica non risieda anziché nel suo ripiegamento, nel tornare finalmente all’attacco al fianco della cittadinanza?</p><p rend="h2" >Bibliografia</p><p rend="bib_indx_bib" >Marshall, Thomas  H. 1976. <hi rend="italic">Cittadinanza e classe sociale</hi>. Torino: Utet.</p><p rend="bib_indx_bib" >Zaccaria, Giuseppe. 1987. <hi rend="italic">Lessico della politica</hi>. Roma: Edizioni Lavoro.</p><p rend="bib_indx_bib" >Caruso, Sergio. 2014. <hi rend="italic">Per una nuova filosofia della cittadinanza</hi>.<hi rend="italic"> </hi>Firenze: Firenze University Press (ora in appendice al presente volume).</p><p rend="bib_indx_bib" >Kelsen, Hans. “Essenza e valore della democrazia.” In Id. <hi rend="italic">I fondamenti della democrazia e altri saggi</hi>. Bologna: Il Mulino.</p><p rend="bib_indx_bib" >Schumpeter, Joseph A. 1954. <hi rend="italic">Capitalismo, socialismo, democrazia</hi>. Milano: Edizioni di Comunità, Milano.</p><p rend="bib_indx_bib" ><hi >Saward, Michael. 2010.</hi><hi rend="italic" > The Representative Claim</hi><hi >. </hi><hi >Oxford: Oxford University Press.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi >Bourdieu, Pierre. 2001. </hi><hi >“</hi><hi >La représentation politique</hi><hi >.”</hi><hi > e </hi><hi >“</hi><hi >Délégation et fétichisme politique</hi><hi >.” In Id. </hi><hi rend="italic" >Langage et pouvoir symbolique</hi><hi >. Paris: Fayard.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" >Putnam, Robert D. 2004. <hi rend="italic">Capitale sociale e individualismo. Crisi e rinascita della cultura civica in America</hi>. <hi >Bologna: Il Mulino.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi >Giddens, Anthony. 1994. </hi><hi rend="italic" >Beyond Left and Right. The Future of Radical Politics</hi><hi >. London: Polity.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi >Bevir, Mark. 2010. </hi><hi rend="italic" >New Labour. A critique</hi><hi >. London: Routledge.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi >Morrison, David. 2018. “New Labour, citizenship and the discourse of the Third Way.” In </hi><hi >S. Hale</hi><hi >,</hi> <hi >W. Leggett</hi><hi >, </hi><hi >L. Martell</hi><hi > (eds). </hi><hi rend="italic" >The Third Way and Beyond. Criticisms, futures, alternatives</hi><hi >. Manchester: Manchester University Press.</hi></p><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="13.html#footnote-000-backlink">1</ref></hi>	Per una discussione dell’esperienza del New Labour e del contributo personale di Blair, cfr. Bevir (2010). Sulla cittadinanza, cfr. Morrison (2018). Di qui sono tratte le citazioni. </p>



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        <listBibl>
          <head>References</head>
          <bibl n="113104">Marshall, Thomas&amp;#160; H. 1976. Cittadinanza e classe sociale. Torino: Utet.</bibl>
          <bibl n="113099">Zaccaria, Giuseppe. 1987. Lessico della politica. Roma: Edizioni Lavoro.</bibl>
          <bibl n="112930">Caruso, Sergio. 2014. Per una nuova filosofia della cittadinanza. Firenze: Firenze University Press (ora in appendice al presente volume).</bibl>
          <bibl n="112964">Kelsen, Hans. “Essenza e valore della democrazia.” In Id. I fondamenti della democrazia e altri saggi. Bologna: Il Mulino.</bibl>
          <bibl n="113023">Schumpeter, Joseph A. 1954. Capitalismo, socialismo, democrazia. Milano: Edizioni di Comunit&amp;#224;, Milano.</bibl>
          <bibl n="113071">Saward, Michael. 2010. The Representative Claim. Oxford: Oxford University Press.</bibl>
          <bibl n="112906">Bourdieu, Pierre. 2001. “La repr&amp;#233;sentation politique.” e “D&amp;#233;l&amp;#233;gation et f&amp;#233;tichisme politique.” In Id. Langage et pouvoir symbolique. Paris: Fayard.</bibl>
          <bibl n="112950">Putnam, Robert D. 2004. Capitale sociale e individualismo. Crisi e rinascita della cultura civica in America. Bologna: Il Mulino.</bibl>
          <bibl n="113041">Giddens, Anthony. 1994. Beyond Left and Right. The Future of Radical Politics. London: Polity.</bibl>
          <bibl n="113125">Bevir, Mark. 2010. New Labour. A critique. London: Routledge.</bibl>
          <bibl n="112801">Morrison, David. 2018. “New Labour, citizenship and the discourse of the Third Way.” In S. Hale,&amp;#160;W. Leggett, L. Martell (eds). The Third Way and Beyond. Criticisms, futures, alternatives. Manchester: Manchester University Press.</bibl>
        </listBibl>
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