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        <title type="main" level="a">David Sassoli: per un’Europa più libera, più giusta e più prospera</title>
        <author>
          <persName n="1" ref="https://orcid.org/0000-0002-7439-2989" type="ORCID">
            <forename>Carlos</forename>
            <surname>Nogueira</surname>
            <placeName type="affiliation">University of Vigo, Portugal</placeName>
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          <resp>This is a section of <title>Europa: un progetto in costruzione</title>(DOI: <idno type="DOI">10.36253/979-12-215-0100-1</idno>) by </resp>
          <name>Michela Graziani, Ada Milani</name>
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        <publisher>Firenze University Press</publisher>
        <pubPlace>Firenze</pubPlace>
        <date when="2023">2023</date>
        <idno type="DOI">https://doi.org/10.36253/979-12-215-0100-1.10</idno>
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          <p>Available for academic research purposes</p>
          <p>Open Access</p>
          <p>Copyright Author(s)</p>
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            <p>Content licence CC BY 4.0</p>
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        <p>This is original content, published for academic research purposes</p>
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        <p>This essay aims to reflect on the political and ecological future of Europe, starting with the figure and the democratic values of David Sassoli.</p>
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            <item>Democracy</item>
            <item>Future of Europe</item>
            <item>David Sassoli</item>
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      <p>It is available online at https://doi.org/10.36253/979-12-215-0100-1.10<ref target="https://doi.org/10.36253/979-12-215-0100-1.10" /></p>


<p rend="h1_chapter" >David Sassoli: per un’Europa più libera, più giusta e più prospera</p><p rend="h1_author" >Carlos Nogueira</p><p rend="text" >In ogni tempo e luogo, in particolare nel mondo al tempo stesso alienato, indifferente ed estremista in cui viviamo, la morte di un democratico attivo è una perdita irrimediabile. David Sassoli era un socialista e un europeo convinto, un uomo di pensiero e azione impegnato a contribuire a fare dell’Europa e del mondo uno spazio più abitabile, più libero da egoismi e scissioni. Del primo discorso di Sassoli come Presidente del Parlamento Europeo ricordo ancora i temi fondamentali per il nostro presente e per il nostro futuro, su cui intendeva lavorare: i giovani, la povertà, l’uguaglianza e l’ecologia. Sassoli ha messo in evidenza anche il ruolo della memoria, quella capacità così umana a cui José Saramago si è riferito tante volte con un tono aforistico: «Siamo la memoria che abbiamo, senza memoria non sapremmo chi siamo» (Saramago 2015, 40). David Sassoli ha ricordato che suo padre dovette lottare contro altri europei e sua madre fu obbligata a lasciare la sua casa per rifugiarsi presso altre famiglie. Questa evidente allusione alla Seconda guerra mondiale non è fortuita e nemmeno melodrammatica; rivela la memoria viva di Sassoli, la sua attenzione al passato, alle lezioni della Storia e all’imprevedibilità del domani.</p><p rend="text" >L’Italia dove sono nati il padre e la madre di Sassoli è stato il luogo dove innanzitutto si è istituito il fascismo (con Mussolini, come è noto) e da dove si è irradiato in altri paesi europei come la Germania che lo ha portato ad un estremo di perfezionismo. È in questa Europa, ricca dell’arte più sublime, che l’orrore e l’odio si sono istituzionalizzati, il crimine su scala industriale è diventato popolare per sei lunghi anni (senza contare il periodo che ha preceduto la Guerra). È successo, può tornare a succedere, disse Primo Levi che sapeva di cosa parlava. Sassoli è nato nel 1956, ben dopo la fine del conflitto che ha devastato l’Europa e il mondo per la seconda volta nello stesso secolo, da molti considerato il più crudele della Storia. Non è stato il secolo più violento, bensì quello in cui la schiavitù, la tortura e gli assassinii di massa sono diventati più facili per via dello sviluppo scientifico e tecnologico. C’era da aspettarsi, almeno dopo la Prima guerra mondiale, più moderazione di fronte alla pulsione umana verso la violenza e la morte dell’altro. David Sassoli, che non ha vissuto nessuna delle due tragedie europee, ha avuto accesso diretto, per via dell’esperienza della sua famiglia, alla memoria del totalitarismo di Mussolini e della Seconda guerra mondiale, ha vissuto in piena Guerra Fredda, era molto giovane quando arrivò il maggio del 1968, aveva 33 anni quando cadde il Muro di Berlino, 36 quando iniziò la Guerra in Bosnia, 45 quando ci fu l’attacco alle Torri Gemelle negli Stati Uniti l’11 settembre 2001, 48 nel marzo del 2004 (anche in quel caso nel giorno 11), quando scoppiò l’attentato di Madrid presso la stazione dei treni di Atocha, più di 50 e più di 60 quando altri attacchi e altre guerre si sono concretizzate in Europa (soprattutto in Francia: Bataclan nel 2015, ecc.) e in tutto il mondo.</p><p rend="text" >Per chi la soffre, l’oppressione è una dura verità, non un’immagine sbiadita di uno stato di cose che coloro che vivono nell’abbondanza e nella sicurezza si possono concedere il lusso di considerarla inaccettabile senza fare niente. Sassoli, come giornalista, ha visto le molteplici facce della dominazione, dell’esclusione sociale, politica e culturale, della discriminazione e della distruzione morale e fisica; ha visto l’ascesa social-democratica, la sconfitta del comunismo; ha visto l’attrazione che il modello democratico esercita sui popoli che vivono sotto la dittatura (penso alla primavera Araba, soprattutto); ha anche visto la crescita delle forze antidemocratiche, in Europa e nel mondo, che parlano un linguaggio in cui democrazia e populismo si confondono, che aspirano al potere per il potere, e per questo, strumentalizzano le paure, le difficoltà e la tendenza umana a vedere nell’altro, in colui che è diverso (il povero o l’agiato accusano il ricco, il ricco incolpa il povero o l’agiato) e straniero (i migranti o altri popoli), la causa dei suoi problemi (disoccupazione, inflazione, bassa crescita economica, tasse d’interesse, ecc.).</p><p rend="text" >Sassoli giornalista ha osservato e affrontato l’estrema destra e l’estrema sinistra, ha analizzato i movimenti della demagogia, ha potuto vedere da vicino come politici senza scrupoli creano false verità e menzogne, sapendole mettere in circolazione sui social network, in televisione, sui giornali, nel mondo accademico: ha potuto vedere come essi sovrappongono la soggettività e le emozioni alla ragione e fattualità, come proferiscono frasi brevi e immediate che comunicano idee povere o inesistenti rivestite dell’energia delle verità inconfutabili e salvatrici, come presentano soluzioni che definiscono infallibili e concretizzabili in un breve arco di tempo.</p><p rend="text" >Tutto questo (la sua storia familiare, la sua formazione accademica in scienze politiche, il suo impegno attivo nel giornalismo) ha portato David Sassoli verso la politica italiana e il Parlamento Europeo. Come Presidente, si è impegnato ad agire in aree nevralgiche. Ripeto: i giovani, la povertà, l’uguaglianza e l’ecologia.</p><p rend="text" >La società responsabile e libera per la quale Sassoli ha lavorato come politico socialista democratico ha al suo centro i bambini e i giovani, e naturalmente, l’educazione e la cultura. Educazione scolastica, senza dubbio, nei suoi molteplici ambiti curriculari, ma anche educazione e cultura nel senso di consapevolezza di diritti e doveri, di rispetto verso se stessi e gli altri, di costruzione di una cittadinanza ampia in cui non ci siano gli altri (i diversi da noi per colore di pelle, religione, usi e costumi, ricchezza materiale). Cultura anche nel senso di elevazione dello spirito, ricerca costante di comprensione di ciò che è umano che si arricchisce dal convivio tra letteratura, musica, teatro; un aspetto in cui la scuola e la società in generale hanno fallito, in Europa e nel mondo, ora perché non formano con la qualità tecnica desiderabile, ora perché non considerano i valori etico-morali, la trasmissione di un’idea di società in cui ci siano diritti, tanto quanto doveri e regole, libertà ma non meno divieti. La scuola europea è molto più uno spazio di competizione per buone classificazioni che per la formazione spirituale.</p><p rend="text" >Una maggiore e migliore istruzione e sapienza si traducono, a medio e lungo termine, nella diminuzione della povertà, in un accesso più qualificato e degno al mondo del lavoro e in uguaglianza di opportunità, maggiore benessere economico, personale e sociale, minor conformismo e maggiore propensione alla decostruzione del linguaggio populista, per non lasciarsi sedurre da promesse di felicità e ricchezza immediate, per essere agente di una democrazia responsabile e inclusiva, per tendere a contrastare l’egoismo, l’autoritarismo e il gusto del potere, impulsi e caratteristiche proprie della specie umana, come sappiamo bene, e preferire anche altri elementi antropologici che ci definiscono (l’amore, l’altruismo, l’‘educazione’, la comprensione, il desiderio di armonia e pace, l’intolleranza contro la violenza e la sottomissione).</p><p rend="text" >Pensare ai bambini e ai giovani europei (e non solo), per Sassoli significava garantire loro condizioni di realizzazione in quanto persone con la loro individualità e come cittadini preparati al mondo del lavoro. Sassoli era ben consapevole del processo che Marx definì come alienazione del lavoro, e non lo desiderava per i giovani d’Europa (e per nessun altro, ovviamente), che egli voleva vedere esultanti a ogni livello, con garanzie di benessere mentale e fisico, intellettuale, personale e professionale. David Sassoli voleva uomini e donne che non si sentissero, per usare un linguaggio socialista, fuori da se stessi, esseri con la loro individualità negata dal lavoro, impossibilitati a poter riconoscere la propria personalità nei prodotti che creano e di riconoscersi partecipanti al movimento di emancipazione che deve sempre accompagnare la società. Non è questo che sta succedendo. I giovani si vedono per lo più sottomessi a una «macchina di valorizzazione del capitale» (Louçã 2018, 24, traduzione nostra), distrutti da un lavoro che li sfrutta soltanto.</p><p rend="text" >Per lo meno in parte è così, perché il sistema di educazione europeo, la comunicazione sociale pubblica e i Governi continuano a non sapere e a non volere investire veramente nella cultura e nell’arte. Queste parole di George Steiner sono esemplari e molto attuali, più che nel 2004 quando sono state scritte: «se i giovani inglesi scelgono di posizionare David Beckham prima di Shakespeare e Darwin nella lista dei tesori nazionali, se le istituzioni culturali, le librerie e le sale da concerto e teatro lottano per la sopravvivenza in un’Europa che è fondamentalmente prospera e dove la ricchezza non ha mai parlato così ad alta voce, la colpa è molto semplicemente nostra» (Steiner 2007, 55, traduzione nostra). Steiner non poteva sapere, nel 2004, della crisi finanziaria che si sarebbe abbattuta nel 2008, e per questo, ciò che dice nello stesso testo, come conclusione, ha un che di coinvolgimento premonitore che continua a echeggiare in paesi come Portogallo e Italia. Mi riferisco alla constatazione che molti dei migliori talenti scientifici e umanistici europei abbandonano l’Europa per non tornarvi più. Il pensatore conclude, in termini molto pragmatici: «se non sarà colmata la differenza tra l’America in termini di salari, opportunità di carriera, risorse destinate alla ricerca e alla scoperta in collaborazione, saremo effettivamente condannati alla sterilità o alla seconda mano» (Steiner 2007, 54, traduzione nostra).</p><p rend="text" >Sassoli credeva nella sovranità popolare illuminata, non nel potere di un popolo che si lascia manipolare da uomini e donne non democratici; credeva possibile conciliare progresso, libertà individuali ed economia di mercato libero, regolato dalla politica e non dai gruppi economici e finanziari che nel recente passato (recessione del 2008) tante tragedie sociali e individuali hanno causato. Si investa nei giovani, dunque, diceva Sassoli, che certamente sapeva come il sistema educativo, in non pochi paesi europei, è subordinato ad una inerzia che fa sì che, ad esempio, un alunno maleducato impedisca a un’intera classe di avere un ambiente salubre in aula, che l’autorità dei professori e delle scuole sia praticamente inesistente, tale è il timore di aggressioni da parte di padri e madri offesi perché i loro figli sono stati ripresi. L’educazione inizia in casa, si sviluppa a scuola e nella società in generale, non solo in aula (di solito con un numero eccessivo di alunni, nonostante la riduzione che si è verificata negli ultimi anni, almeno in Portogallo, dove si avevano classi con oltre 30 alunni). Senza questo collegamento, senza dialogo e rispetto intergenerazionale, senza bambini e giovani che comprendano che non devono sporcare l’aula e che hanno dei doveri, il futuro dell’Europa è compromesso. L’esempio che ho finito di illustrare (la pulizia dello spazio di insegnamento-apprendimento) può sembrare quello minore, ma in esso è racchiusa tutta una cultura di deresponsabilizzazione dei nostri bambini e dei nostri giovani, molto diversa da altre culture, come quella giapponese (dove i bambini, in aula, salvaguardano l’ambiente fisico che è di tutti, portano con sé il proprio cibo, mangiano in armonia, lavano e sistemano le posate).</p><p rend="text" >«Ecologia» è l’altro dei quattro termini del problema per la cui risoluzione Sassoli si era dato da fare con idee e azioni (e anche qui la cultura scolastica è fondamentale). Non ci sono buone politiche senza un pensiero ecologico ampio e in dialogo con i segnali che la Natura ci manda. Siamo esseri inseriti in un ambiente naturale, siamo parte della Natura ma siamo stati contro di lei. Questo paradigma deve essere sostituito da un altro in cui gli individui e le società, nella loro ecologia sociale, culturale e scientifica, debbano imparare di nuovo a inserirsi nella ecologia della Natura e a rispettare le sue risorse di energia, acqua, terra, aria, vita animale, regno minerale. In un mondo multipolare, questo cambiamento non si può fare senza una ricerca continua di dialogo e negoziazioni, senza investimento scientifico che promuova lo sviluppo rapido della cosiddetta energia verde. Gli interessi reciproci e la sopravvivenza della specie umana (il pianeta si conserverà così come molti esseri viventi) devono sovrapporsi all’avidità e all’ambizione.</p><p rend="text" >Abitare un pianeta devastato da una distruzione ambientale e climatica antropogenica, che sembra inarrestabile, significa destinare tutti noi a conflitti, violenze e guerre che risultano sempre da ingiustizie e disuguaglianze. Da qui l’impegno di David Sassoli nell’approvazione della Legge sul Clima. Sassoli desiderava un nuovo modo di abitare la Terra, un cambiamento nel nostro modo di vita e non si è mai astenuto dal dirlo, nonostante le critiche di quegli scettici (o irresponsabili) per i quali le nostre cattive abitudini energetiche non hanno alcun impatto sul clima. Nella conferenza stampa in occasione del Summit Europeo del 16 dicembre 2021, consapevole dell’avanzamento della pandemia da Covid 19, l’allora Presidente del Parlamento Europeo affermò che c’era bisogno di fare di più e meglio. Sassoli sapeva che questa è una calamità naturale con un rapporto diretto con l’azione umana e sapeva che dobbiamo imparare da questa, non dimenticarla, non appena la supereremo. Questo virus (come altri) nasce dalla sottomissione che vogliamo imporre a tutto ciò che ci circonda, che sia un essere vivente o una qualsiasi forza o sostanza, in particolare, in questo caso, animali selvatici vivi che trattiamo da una prospettiva ‘specista’. Proprio come è esistito ed esiste razzismo, è esistito ed esiste lo ‘specismo’ e per questo Sassoli non accettava la volontà umana di controllo delle leggi della Natura e di sottomissione di ogni essere vivente. </p><p rend="text" >L’immagine di servilismo e omogeneità che Descartes e tanti altri apprezzavano e usavano a favore di un’idea di futuro di abbondanze materiali senza limiti, continua ad essere troppo forte. Politici e umanisti come Sassoli possono fare la differenza tra il nostro futuro sulla Terra o la nostra estinzione. Non viviamo solo nel tempo di questo virus; siamo noi questo virus o siamo la sua origine e la sua garanzia di sopravvivenza (come ospiti e perché gli forniamo ambienti favorevoli; acqua, aria e terra inquinati), che è lo stesso. Ogni persona che muore a causa di questo coronavirus o della crisi ambientale e climatica è in qualche modo l’‘ultimo uomo’ del racconto-cronaca di Saramago <hi rend="italic">Gli </hi><hi rend="italic">animali morti di colera</hi>, scritto alla fine degli anni ’60 del XX secolo: l’ultimo uomo prima del vero ultimo uomo che le formiche, che popolano la letteratura di Saramago (come nel romanzo <hi rend="italic">Una terra chiamata Alentejo</hi>), devono convertire la materia prima da altre vite non umane, visibili e invisibili, unicellulari e pluricellulari, senza tralasciare i virus (che sono l’unico organismo vivente che non possiede cellule). Siamo nel 2020/2022 non nel 2968 e questa non è la prima zoonosi (malattia trasmessa dagli animali all’uomo) che l’umanità affronta (e scatena). In un’altra sede ho affermato: «la pandemia provocata dalla diffusione rapida di questo coronavirus, segno e simbolo dell’infinitamente piccolo che può decimare l’essere umano, accade ben prima dell’anno ‘profetizzato’ da Saramago (2968) per la fine del (nostro) mondo» (Nogueira 2022, 190, traduzione nostra). Ciò nonostante, per le sue stesse caratteristiche (come avere un periodo considerevole di incubazione nel corpo umano prima che emergano i sintomi, un dettaglio che aumenta il contagio, e per la sua universalità, agevolata dalla globalizzazione), questa pandemia è un’anteprima di quello che succederà, se non prima, nel 2968: </p><p rend="quotation_b" >Forse finirà davvero. E se gli animali impazziranno di collera e scateneranno questa guerra (nel 2968, ad esempio), almeno l’ultimo uomo coperto di formiche che lo sminuzzano potrà ancora pensare di morire lottando per l’umanità. Non contro l’umanità… E sarà la prima volta che accade (Saramago 2013, 74).</p><p rend="text" >Se (o quando) questo succederà, si presterà all’inversione completa e definitiva di quello che succede da secoli, ben prima e soprattutto dalla Rivoluzione Industriale, con l’essere umano che sfrutta senza limiti ogni risorsa naturale e tutti gli animali. Mai come oggi si è parlato tanto di crisi globale dell’ambiente, e mai come adesso si è capito che la Natura non può sopportare passivamente ogni sregolatezza umana e ogni tecnologia.</p><p rend="text" >Ricorro a un’altra mia affermazione: «la visione saramaghiana della nostra appartenenza al mondo e della nostra responsabilità in rapporto a quanto esiste, è sintonizzata con il pensiero ecologico e ambientalista più evoluto» (Nogueira 2022, 379, traduzione nostra). Anche Sassoli ha visto le rovine della casa che (male) abitiamo ed ha voluto contribuire ad una nuova etica della Natura in generale e della vita animale in particolare, e alla denuncia eloquente della smoderatezza tecnologica ed economica. Il Presidente del Parlamento Europeo parlava di «innovazione tecnologica» ma non di sviluppo al servizio del dominio illimitato della Natura e delle sue risorse. Senza una casa abitabile, non ci potrà essere un futuro degno, né (letteralmente) vita per noi e per altre specie. La liberazione dell’umano e del non umano avviene nella pratica umana, ma si deve verificare, prima di tutto, nelle coscienze individuali e collettive. Era lì che la parola di un pensatore come Sassoli voleva agire; è lì, nella coscienza e negli atti di ognuno di noi, che la trasformazione ha inizio.</p><p rend="text" >David Sassoli non sosteneva riforme e cambiamenti impossibili, non voleva nemmeno semplificare ciò che è complesso dal punto di vista umano, burocratico, scientifico e istituzionale. Molto del suo lavoro come cittadino impegnato, in Italia, in Europa e nel mondo, è consistito nella decostruzione di una tendenza che persiste, perché chi detiene il potere politico ed economico, nelle varie aree di decisione e dominazione, non li vuole semplificare e condividere; vuole, al contrario, renderli più complessi, aumentarli e tramandarli. David Sassoli è stato un uomo di cultura e di azione, sapeva che la libertà si costruisce con lungimiranza, con il coinvolgimento di tutta la società in un cammino sempre difficile per la costruzione di accordi, con la ‘cultura’ nelle varie accezioni del termine (educazione come procedimento di acquisizione di conoscenza e di valori, principi, norme di condotta, moderazione, capacità di dialogo, rispetto delle differenze di vario tipo), non con ideali più o meno assunti ed espliciti di supremazia (culturale, economica, politica, religiosa, geografica, etnica).</p><p rend="text" >Evocare Sassoli e i suoi valori umanistici e politici significa non dimenticare che l’Europa non si può disinteressare della sua responsabilità morale e civile, dei principi universali che il motto della Rivoluzione Francese (libertà, uguaglianza e fraternità) sintetizza; significa inoltre avere ben presente che la nostra Europa non può dimenticare che da lei sono nati dei mali che l’hanno portata ad un autodivoramento (le guerre europee) e al divoramento di tutto il mondo, con l’imposizione di valori apparentemente universali per mano di scopritori, conquistatori, missionari; che al suo interno, soprattutto nell’Europa Centrale colta ed evoluta, l’infamia ha raggiunto livelli di crudeltà di massa, programmata e scientifica (e pseudoscientifica, come è successo con le molte ‘leggi’ dettate da uomini come il medico nazista Josef Mengele).</p><p rend="text" >Non bisogna ignorare, per non incorrere nella tentazione di credere che l’arte, la letteratura, la civiltà, la sensibilità, solo per sé, implichino buona fede e pace: Hitler voleva essere pittore, Mussolini leggeva molto e suonava la chitarra (da solo, per ore, in campagna), Salazar andava a messa (con uno sguardo candido). Senza valori come quelli che David Sassoli difendeva, senza pensiero politico ed economico, senza una prassi rivolta al bene di tutti (senza eccezioni), la cultura può non essere l’anticamera della barbarie e dell’esclusione dei più deboli (o di tutti, come nel totalitarismo).</p><p rend="h2" >Riferimenti bibliografici</p><p rend="bib_indx_bib" ><hi >Louçã, F. </hi><hi >2018. “Marx e Engels na preparação de </hi><hi rend="italic" >O Capital. </hi><hi >A </hi><hi >suprema intriga da vida social.” In </hi><hi rend="italic" >O Capital de </hi><hi rend="italic" >Karl Marx 150 Anos Depois</hi><hi >, coords. C. Bastien, e J.</hi><hi > V. Fagundes, 17-36. Coimbra: Edições Almedina.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi >Nogueira, C. 2022. </hi><hi rend="italic" >José</hi><hi rend="italic" > Saramago: a Literatura e o Mal</hi><hi >. Lisboa: Tinta da </hi><hi >China.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi >Saramago, J. 2013. </hi><hi rend="italic">Di questo mondo e degli altri</hi>, trad. G. Lanciani, Milano: Mondadori (<hi rend="italic" >Deste Mundo e do Outro</hi><hi >. Lisboa: Editora Arcádia, </hi>1971<hi >).</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi >Saramago, J. 2015. </hi><hi rend="italic">L’ultimo</hi><hi rend="italic"> quaderno,</hi> trad. R. Desti, Milano: Feltrinelli (<hi rend="italic" >O Caderno</hi><hi >. Porto:</hi><hi > Porto Editora, </hi>2018<hi >).</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi >Steiner, G. 2007. </hi><hi rend="italic" >A Ideia de </hi><hi rend="italic" >Europa</hi><hi >. Ensaio introdutório de R. Riemen. Prefácio de J. M.</hi><hi > D. Barroso. Tradução de M. de F. St. Aubyn. </hi>Lisboa: Gradiva.</p>


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          <head>References</head>
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          <bibl n="115039">Nogueira, C. 2022. Jos&amp;#233; Saramago: a Literatura e o Mal. Lisboa: Tinta da China</bibl>
          <bibl n="114907">Saramago, J. 2013. Di questo mondo e degli altri, trad. G. Lanciani, Milano: Mondadori [1971. Deste Mundo e do Outro. Lisboa: Editora Arc&amp;#225;dia].</bibl>
          <bibl n="114954">Saramago, J. 2015. L’ultimo quaderno, trad. R. Desti, Milano: Feltrinelli [2018. O Caderno. Porto: Porto Editora].</bibl>
          <bibl n="114903">Steiner, G. 2007. A Ideia de Europa. Ensaio introdut&amp;#243;rio de R. Riemen. Pref&amp;#225;cio de J.M.D. Barroso. Tradu&amp;#231;&amp;#227;o de M. de F. St. Aubyn. Lisboa: Gradiva.</bibl>
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