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        <title type="main" level="a">Le sfide e i sequestri dell’Europa</title>
        <author>
          <persName n="1">
            <forename>José Manuel de</forename>
            <surname>Vasconcelos</surname>
            <placeName type="affiliation">Portuguese Association of Editors, Spain</placeName>
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          <resp>This is a section of <title>Europa: un progetto in costruzione</title>(DOI: <idno type="DOI">10.36253/979-12-215-0100-1</idno>) by </resp>
          <name>Michela Graziani, Ada Milani</name>
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        <publisher>Firenze University Press</publisher>
        <pubPlace>Firenze</pubPlace>
        <date when="2023">2023</date>
        <idno type="DOI">https://doi.org/10.36253/979-12-215-0100-1.11</idno>
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          <p>Open Access</p>
          <p>Copyright Author(s)</p>
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        <p>This is original content, published for academic research purposes</p>
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      <abstract xml:lang="en">
        <p>The project of European unity has oscillated between dream and disillusion. Its future will depend on its ability to know how to think and interpret Europe’s Historical lessons, particularly since the end of the nineteenth-century, keeping in mind its remote cultural roots and the values of freedom and solidarity that survived the hecatombs it went through. Thus, increasingly seeking social justice, Europe will be able to come closer to the values that, in a broad sense, characterize its identity, not shutting upon itself, but rather opening to the world, without losing its autonomy and its inventiveness.</p>
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            <item>Future of Europe</item>
            <item>humanist values</item>
            <item>solidarity</item>
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      <p>It is available online at https://doi.org/10.36253/979-12-215-0100-1.11<ref target="https://doi.org/10.36253/979-12-215-0100-1.11" /></p>




<p rend="h1_chapter" >Le sfide e i sequestri dell’Europa </p><p rend="h1_author" >José Manuel de Vasconcelos</p><p rend="epigraph_inscription_epigraph_1" >Oggi la linea dell´orizzonte è scura</p><p rend="epigraph_inscription_epigraph_2" >e la proda ribolle come una pentola.</p><p rend="epigraph_inscription_epigraph_2" >(Eugenio Montale)</p><p rend="epigraph_inscription_epigraph_2" >L’Europa ci può aiutare a stare meglio al mondo.</p><p rend="epigraph_inscription_epigraph_3" >(David Sassoli)</p><p rend="text" >Gli sguardi sulla Storia dell’Europa mi evocano, a volte, il mito di Sisifo, per quel che in lui si manifesta come aspirazione e delusione, sforzo e crollo, impulso utopistico e sconfitta. Le vicissitudini politiche e sociali del vecchio continente, degli ultimi cento cinquant’anni, che più direttamente si sono proiettate sul presente, a cominciare dalla guerra franco-prussiana, sono state oggetto di ricerca da parte di molti storici ma anche di filosofi, scrittori e artisti che hanno cercato la consistenza, la natura, la genesi e i limiti di una ‘idea d’Europa’ e di una ‘identità europea’, ottenendo come risultati delle visioni per la maggior parte poco ottimiste sul futuro della sua auspicata unità politica minacciata, come sembra, da varie dissonanze. Il sogno iniziale di una comunità europea – la cui prima formulazione è stata quella di Mazzini alla fine del secolo XIX con l’espressione ‘Stati Uniti d’Europa’ – è passato per tribolazioni e insuccessi storici, arrivando alle concretizzazioni sorte dopo la fine della guerra del 1939-1945 e agli sviluppi conosciuti fino ad oggi, ma è svanito poco a poco e la coesione indispensabile al consolidamento di un’Europa unita, ma che rispetti la diversità delle voci che la compongono, non è stata ferma sulle pratiche politiche, economiche e sociali a cui abbiamo assistito. Pensare al passato, al presente e al futuro dell’Europa (così come alle vite individuali, alla storia dei popoli, tre dimensioni che vivono le une con le altre in modo indissociabile), significa apprezzare la sfilata di opinioni e azioni, tante volte di un antagonismo non cicatrizzabile che vanno dal rianimo delle ragioni per la difesa della continuità di un progetto che esibisce diverse ferite in corso d’opera, alle pietre impietose che sono state lanciate su questo progetto da coloro che profetizzano la sua più o meno imminente disgregazione, basandosi su convinzioni ideologiche, primitivi ardori nazionalisti o semplicemente sul discredito provocato da una certa mediocrità, ipocrisia e arroganza di alcuni responsabili politici, come pure sull’inefficacia dei risultati e sui successivi esempi di una solidarietà falsa o guidata da criteri disuguali, più orientata da progetti economici a breve e medio termine e da strategie politiche in cui spiccano i meri interessi nazionali, regionali o settoriali, anziché da motivi di vero aiuto umano e umanitario. Le radici delle fragilità europee si devono cercare in terreni diversi ma senza dubbio, uno sguardo sulla Storia del continente, soprattutto a partire dalla fine del XIX secolo, contribuirà certamente a diagnosi e pronostici purtroppo poco incoraggianti. Le opere di storici come Eric Hobsbawm e Tony Judt hanno contribuito ad una utilissima radiografia storica dell’Europa recente, con le sue contraddizioni interne e con i suoi rapporti con il resto del mondo, dando a chi riflette sul destino dei popoli che la compongono, eccellenti basi per una riflessione sobria, né eccessivamente scettica e demolitrice, né superficialmente positiva. Il volto politico dell’Europa attuale ha ombre preoccupanti, rughe che non sono scomparse, macchie varie che inquietano coloro in cui sopravvivono ancora scintille di critico ottimismo. Le migliori riflessioni letterarie, sia di finzione sia saggistiche sui molteplici aspetti della realtà europea, lasciano trasparire una certa nostalgia di un passato forzosamente irrecuperabile, che non è un buon segno, nel tradurre un sentimento di sconforto, di inadeguatezza al tempo presente in cui viviamo. E non si dica che coloro che non nascondono riserve sulla consistenza dell’idea di unità politica e del futuro dell’Europa lo fanno perché osservano i fatti da un punto di vista solo teorico, lontani dai problemi e dalle sfide concrete che per la maggior parte disconoscono. In un libro pubblicato meno di dieci anni fa, <hi >Vasco</hi> Graça Moura, che oltre ad essere un intellettuale di indiscutibile statura, è stato politico e deputato del Parlamento Europeo, scriveva sulle piccole e grandi divergenze tra i paesi europei, queste sintomatiche riflessioni:</p><p rend="quotation_b" >Le debolezze degli uni diventano il pretesto per quelle evasive di altri. I casi concreti portano in sé il germe della disgregazione e della conflittualità. La stessa nozione di identità europea ne esce pregiudicata e le questioni culturali tendono ad essere ogni volta più centrifugate verso un limbo di preoccupazioni secondarie, a discapito soprattutto di alcune zone periferiche (Moura 2013, 16, traduzione nostra).</p><p rend="text" >È vero che le preoccupazioni dello scrittore si concentravano essenzialmente sulle questioni culturali, ma aveva pienamente ragione, visto che solo queste possono veramente solidificare l’unità europea e non i vettori economici, senza dubbio molto importanti, ma circostanziali con scadenze di validità di solito brevi e che obbediscono a logiche e strategie solo di alcuni paesi. La cultura e l’educazione sono state piuttosto disprezzate per quanto riguarda la profondità e la maturità delle conoscenze, come pure nella serietà e ponderazione del lavoro riflessivo, e come loro sostituto viene coltivato un insegnamento regolato dalla rapidità, sempre più abbreviato, di natura essenzialmente tecnicistica con un danno evidente per una formazione integrale, disprezzando le scienze umane, dimenticando il salutare appello alle ‘due culture’ (auspicate da vari autori sulla scia della famosa formulazione di C.P. Snow) e obbedendo ai dettami di una concezione errata di formazione, dovendo servire esclusivamente gli interessi economici dominanti. Le scienze umane sono i parenti poveri (ad eccezione di alcune aree di particolare interesse economico e di applicazione più o meno immediata), frequentemente relegati in secondo piano nei programmi scolastici secondari e universitari, e sebbene non lo si dica apertamente, si è trascurato, ridotto e anche disincentivato il loro studio. Eppure la maggior parte degli intellettuali europei che più direttamente hanno pensato l’Europa, non hanno mai smesso di sottolineare l’importanza reale dello studio e della riflessione di materie che, a medio e lungo termine, puntano alla formazione umanistica degli individui, una condizione indispensabile per il rifiuto della xenofobia, del razzismo e dei populismi che si sono manifestati ultimamente in modo preoccupante. Grandi scrittori e pensatori dei problemi europei hanno sempre evidenziato la necessità di una coscienza libera, al fine di avvicinarci alla giustizia, alla solidarietà, al pacifismo e al progresso. Per questo, l’europeismo non si può basare su di un pensiero chiuso, riduttivo e selettivo, su nazionalismi effervescenti, dovendo intraprendere cammini di vocazione internazionale e pacifista, fondati essenzialmente sul culto e sulla pratica dello sviluppo dello spirito e lontano da calcoli economici. Progetti, questi, che nell’attuale quadro europeo si rivelano molto difficili per non dire impossibili. Romain Rolland, uno dei maggiori pensatori dell’Europa e dei rapporti da incoraggiare nello spazio della convivenza tra popoli, in una lettera a Louis Gillet, il cui pensiero conservatore e cattolico si rivelava in molti aspetti diverso dal suo – il che non ha mai impedito una solida amicizia, il rispetto e l’ammirazione reciproci e un fertile dialogo – in un appello all’unità ha scritto le seguenti parole:</p><p rend="quotation_b" >Siamo un pugno di uomini dispersi per l’Europa che cerchiamo di vincere in noi la bestialità del corpo e dello spirito, di strappare l’uomo al nulla, di far accendere la ragione nella notte di questi morti vivi. […] È necessario lottare. Non basta essere noi stessi: dobbiamo rompere ciò che impedisce, ciò che soffoca e avvilisce la vita. È il dovere di tutti noi; non ci dobbiamo solo sottrarre, per amore della tranquillità, al timore degli odi sollevati» (Rolland <hi rend="italic">apud </hi>Reis 2022, 34, traduzione nostra).</p><p rend="text" >E non erano mere parole. La sua vita, in un’epoca di grandi deliri, odi e confronti terribili, è stata un esempio ammirevole di coerenza delle idee, di azione permanente e di persistente razionalità al servizio del pacifismo e della vicinanza tra i popoli per la fondazione, nel 1923, della rivista <hi rend="italic">Europe</hi>, di ampia visione europeista e internazionalista che ancora oggi si pubblica e che ha avuto un ruolo fondamentale nel confronto salubre delle idee e dell’avvicinamento della diversità attraverso le grandi cause dello spirito e della solidarietà umana.</p><p rend="text" >L’omologazione è uno dei grandi peccati dell’Europa. La semplificazione riduttiva dei problemi e l’imposizione di ritmi e velocità risultanti in gran parte dai fenomeni della globalizzazione, che servono solo disegni economici di estrema rapacità e a breve termine, la massificazione e il livellamento delle abitudini e dei comportamenti, l’intossicazione infocratica, gli eccessi di robotizzazione, la perdita di autenticità dei luoghi e delle vite, sono tra i problemi più preoccupanti della nostra esistenza come cittadini europei. Ma anche dalla prospettiva economico-sociale, l’Europa è un vasto e preoccupante spazio di disuguaglianze. Ad alcuni dei suoi più recenti dirigenti politici manca soprattutto spirito e formazione umanistica, coerenza intellettuale e saggezza etica. La società dell’informazione ha invaso le abitudini della vita europea, in modo sfrenato, anche violento ed ha espulso antiche tradizioni di educazione, formazione, riflessione, informazione autentica ed espressione, indispensabili ad una società equilibrata e giusta, ed ha introdotto e generalizzato il simulacro, la propaganda, la comunicazione stereotipata, la deformazione tecnocratica, arrivando frequentemente alla stupidità e alla grossolanità. Alcuni esempi di sensatezza critica sono emersi soprattutto dai settori intellettuali, ma sembrano essere solo voci che urlano nel deserto. È il caso notevole dell’Istituto Nexus, fondato e diretto dal filosofo Rob Riemen, che ha fatto molto a favore di un perenne dibattito culturale sui grandi problemi occidentali, in una tradizione fondamentale di cui, oltre mezzo secolo fa, è stato esempio anche l’Istituto Warburg, fondato a Londra nel 1944, per lo sviluppo della ricerca nella Storia dell’Arte e le proiezioni dell’antichità classica nella storia e nelle culture europee, avendo come centro il pensiero e la biblioteca di Aby Warburg, trasferita lì nel 1933 di fronte all’escalation della minaccia nazi-fascista; una biblioteca rivolta in particolare allo studio delle arti visive e delle scienze umane. Il palese disprezzo istituzionale per l’insegnamento della Filosofia nella scuola secondaria, la riduzione della Storia a un accumulo sequenziale di fatti senza grandi sforzi di creare e affrontare problemi, la mancanza di stimolo dell’esercizio critico, il quasi disprezzo a cui sono votate in modo globale le scienze umane e la prevalenza organizzata di saperi tecnologici orientati a rispondere alle esigenze di rapidità, automazione e lucro dei potenti gruppi economici, che generano una società sempre più fredda, tecnocratica, disuguale, piena di contrasti e disumana, è la lacuna essenziale a cui siamo arrivati, a causa di politiche preoccupate soprattutto a servire interessi finanziari, politici, mediatici e anche calcistici, rivelando un nocivo utilitarismo economicista, a danno di una società di valori fondata su di una educazione pensata per la formazione critica completa degli individui. Al riguardo, in un passaggio di un libro del già menzionato Rob Riemen si afferma quanto segue: «le nostre università insegnano, soprattutto, a fare soldi, non a pensare con la propria testa» (Riemen 2016, 82, traduzione nostra).</p><p rend="text" >L’Europa ha dimenticato in gran parte il meglio delle sue origini, la sua memoria, la sua genesi, la matrice greco-romana, la centralità del pensiero speculativo, la spiritualità e la metafisica che, con tutti i suoi limiti e le sue reticenze inconclusive, è la forma stessa dell’ansia umana di interrogarsi e di problematizzare in modo astratto l’ignoto. Percorsi mentali che possono sembrare inutili a coloro che, avidi di lucro, si dedicano soltanto a raziocini calcolatori e pragmatici, ma sono invece ciò che caratterizza l’uomo più in profondità, come «animale terrestre così piccolo» (Camões). La riflessione assiologica ed etica è stata espulsa dal pragmatismo e utilitarismo più piatto, le tradizioni di pensiero e di confronto dei saperi, l’inebriamento dell’ignoto – quell’arena che i greci ci hanno lasciato dall’aurora presocratica, base della tradizione idealista, ma anche scientifico-cosmologica, consustanziata nella filosofia, nelle religioni e nel sapere delle scienze – hanno perso la loro propensione speculativa e astratta e sono state sostituite, con evidente ipocrisia, da un tecnicismo di attuazione immediata, senz’altro utile, secondo gli obiettivi perseguiti, ma sprovvisto della magia e della passione di cui l’uomo ha bisogno nella sua intimità più profonda. Malgrado ciò l’Europa non ha ancora perso completamente il suo fascino, ci sono ancora aspetti che resistono e che dobbiamo preservare, impedendo la perdita delle caratteristiche delle culture e la crescente uniformazione che spazza via le differenze tra popoli, regioni, nazioni e apre la strada ad un imperialismo culturale, ben visibile nella sottomissione linguistica operata in nome della fluidità economica e dei grandi interessi del capitale extra-europeo.</p><p rend="text" >Natália Correia, in un libro del 1951 in cui riporta le sue impressioni di un viaggio negli Stati Uniti (in America come si diceva una volta, con una sineddoche rivelatrice della sovrapposizione di un solo paese sul resto del continente americano), ci parla in maniera toccante dell’importanza della consapevolezza delle origini, soprattutto se confrontate con le fragilità e contraddizioni di un mondo in crescita vigorosa ma imprecisa:</p><p rend="quotation_b" >È stato in America che ho avuto la grande rivelazione. Avevo portato con me le mie radici europee. Ma una visione di contrasti e di aggressivi antagonismi mi ha resa consapevole dei rami generati nella profondità delle mie radici. Ho scoperto allora, con stupore, la mia posizione nel mondo: ero EUROPEA. E i legami volubili che mi tenevano stretta alla famiglia europea smisero di essere liriche aspirazioni per fondersi nell’acciaio di un deliberato amore (Correia 1951, 9, traduzione nostra).</p><p rend="text" >Questo sfogo della scrittrice portoghese, sempre molto diretta, si comprende meglio se prestiamo attenzione all’anno di pubblicazione del libro: la guerra era finita da soli sei anni e il sentimento di libertà e di solidarietà era ancora molto forte. Era il tempo di un umanesimo solido e dinamico che si opponeva al mondo dei contrasti forti e della nascente aggressività trovata dall’altro lato dell’oceano. L’Europa di cui parla la scrittrice, vista da fuori, appariva agli occhi della maggior parte dei portoghesi come una vetrina di tentazioni, data la marginalizzazione a cui il Portogallo era votato e che sarebbe aumentata sempre di più. Dall’altro lato, è presente in queste parole quel sentimento di ‘spaesamento’ che spesso si sente quando entriamo in spazi grandiosi dove percepiamo l’insicurezza dell’ignoto e la vastità che a volte porta con sé un sentimento di rischio e di minaccia e ci fa, per l’immediata sensibilità e senza contorni riflessivi, tornare mentalmente agli spazi che corrispondono alla scala delle nostre vite e delle nostre abitudini. Jean Baudillard si è riferito a questo, con le seguenti parole: «ancora oggi l’America corrisponde, per l’Europeo, a una forma soggiacente di esilio, a un fantasma di emigrazione e di esilio, e per questo, a una forma di interiorizzazione della propria cultura» (Baudrillard 1989, 83, traduzione nostra). Se Dio vorrà, continuerà ad avere ragione, ma dubito…</p><p rend="text" >Le epoche del pensiero dialogante, del desiderio di andare alla radice dei problemi, dell’azione pensata eticamente che percorre tante importanti riflessioni del passato, sembra stia scomparendo. Questo tempo, con le varie fratture e intensità diverse che George Steiner sintetizza nell’immagine dei caffè europei di un recente passato, rivelando in essi la permanenza, la convivialità e il dibattito che rappresentavano, è definitivamente morto. E se già l’abbiamo avvertito nel 2004, data della pubblicazione del libro <hi rend="italic">The idea of Europe</hi>, dove troviamo il nostalgico ricordo di quegli ambienti di vicinanza socializzante, oggi non abbiamo più illusioni: i caffè di cui parla con nostalgia quasi idilliaca, non sono altro che un desiderio perduto. E sappiamo che quell’Europa dell’incontro, del dialogo, delle sane polemiche, dove si scriveva, conviveva e a volte si viveva con intensità, non esiste più come vita reale, come esercizio di quotidianità. I caffè come marchi dello spirito europeo, santuari di convivialità, di vicinanza intellettuale e di sano confronto di idee, dove beneficiava di un’atmosfera soave e favorevole al dialogo, sono stati sostituiti dalla crudezza frettolosa dei McDonalds e da altri banconi di <hi rend="italic">fast-food</hi>. L’Europa nostalgica del grande pensatore di <hi rend="italic">After Babel</hi>, lui stesso un impressionante esempio di apertura dialogante ed eclettismo, è diventata opaca, monocorde, americanizzandosi, in ciò che questo concetto vi è di più deplorevole.</p><p rend="text" >Il sogno comunitario e i valori che hanno animato alcuni dei fondatori del progetto europeo (Jean Monnet, Robert Schumann, Jacques Delors. E a questi nomi fondamentali della storia europeista dovremo aggiungere quello del recentemente scomparso David Sassoli, figura umanistica e politico ammirato e consensuale) non è altro che una struttura fortemente burocratizzata, una centrale emittente di direttive, a volte avventate, macchiata da decisioni sconsiderate, molte volte al servizio di politici che sono lontani dal rispondere all’interesse comune dei popoli europei, ignorando le divisioni storiche e anche le fratture esposte, difficilmente superabili.</p><p rend="text" >L’Europa di oggi non sarà esattamente quella che Hans Magnus Enzensberger descriveva nei vari capitoli del suo libro pubblicato nel 1987, con il titolo espressivo di <hi rend="italic">Ach Europa!</hi>. La trapunta patchwork di cui questo libro ci rende conto, con la varietà di osservazioni e impressioni derivanti da viaggi in città così diverse come Helsinki, Budapest, Lisbona e Bucarest, non esiste più. Molte cose sono cambiate (in alcuni casi solo in superficie), ci sono state trasformazioni pesanti, cambiamenti di regimi e di abitudini di vita. Molte persone oggi vivono meglio, dal punto di vista strettamente materiale, ma il movimento che si è creato è stato nel senso di una uniformazione e perdita di identità sempre maggiore, e non si sono gettate le fondamenta per un vero e solido spirito di solidarietà, nonostante ci siano stati tentativi lodevoli che hanno subito sofferto lo scontro con egoismi nazionali e la rinascita di razzismi mai scomparsi. I miglioramenti materiali (in particolare per quelli registrati in paesi che non sono mai stati ricchi), non accompagnati da politiche serie di educazione e formazione etica e umanistica degli individui, sono importanti ma palesemente insufficienti. La persistenza di forme e modelli che si sono già rivelati inefficaci nel raggiungimento degli ideali di solidarietà e comunità che hanno animato i fondatori dell’unità europea, la sottomissione complementare a stati potenti e ai loro interessi egemonici non sarà certamente il cammino migliore per l’Europa. Ai suoi dirigenti di oggi manca la visione e la determinazione fondate sul pensiero e sull’etica. Manca loro il sogno. Per questo concludo con un pensiero di Eduardo Lourenço, uno dei grandi pensatori della problematica identitaria dell’Europa, ripreso dal suo libro <hi rend="italic">Nós e a Europa ou as </hi><hi rend="italic">duas razões</hi>. Si tratta in modo specifico di una esortazione che, oltre che evocazione letteraria, è un consiglio fondamentale di vita per popoli e persone particolari: «È in modo chisciottesco che dobbiamo vivere l’Europa e desiderare che l’Europa viva» (Lourenço 1988, 37, traduzione nostra).</p><p rend="h2" >Riferimenti bibliografici</p><p rend="bib_indx_bib" >Baudrillard, J. 1989. <hi rend="italic">América</hi>. <hi >Lisboa: João Azevedo Editor.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi >Correia, N. 1951. </hi><hi rend="italic" >Descobri que era Europeia</hi><hi rend="italic" > – impressões de uma viagem </hi><hi rend="italic">à</hi><hi rend="italic" > América</hi><hi >. Lisboa: Portugália </hi><hi >Editora.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi >Lourenço, E. 1988. </hi><hi rend="italic" >Nós e a Europa ou as duas</hi><hi rend="italic" > razões</hi><hi >. Lisboa: IN-CM.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi >Moura, V. G. 2013. </hi><hi rend="italic" >A Identidade Cultural</hi><hi rend="italic" > Europeia</hi><hi >. Lisboa: Fundação Francisco Manuel dos Santos.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi >Reis, J. 2022.</hi><hi > </hi><hi rend="italic" >Romain Rolland. Uma Consciência Livre</hi><hi >. Lisboa: edições Parsifal.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi >Riemen, R. 2016. </hi><hi rend="italic" >O Regresso da Princesa Europa</hi><hi >. Lisboa: Bizâncio.</hi></p>


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          <bibl n="114960">Correia, N. 1951. Descobri que era Europeia – impress&amp;#245;es de uma viagem &amp;#224; Am&amp;#233;rica. Lisboa: Portug&amp;#225;lia Editora.</bibl>
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          <bibl n="114990">Moura, V.G. 2013. A identidade cultural europeia. Lisboa: Funda&amp;#231;&amp;#227;o Francisco Manuel dos Santos.</bibl>
          <bibl n="115040">Reis, J. 2022. Romain Rolland. Uma Consci&amp;#234;ncia Livre. Lisboa: edi&amp;#231;&amp;#245;es Parsifal</bibl>
          <bibl n="115074">Riemen, R. 2016. O Regresso da Princesa Europa. Lisboa: Biz&amp;#226;ncio.</bibl>
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