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        <title type="main" level="a">L’Europa come utopia</title>
        <author>
          <persName n="1" ref="https://orcid.org/0000-0002-5315-1182" type="ORCID">
            <forename>José Eduardo</forename>
            <surname>Franco</surname>
            <placeName type="affiliation">Open University, Lisbon, Portugal</placeName>
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          <resp>This is a section of <title>Europa: un progetto in costruzione</title>(DOI: <idno type="DOI">10.36253/979-12-215-0100-1</idno>) by </resp>
          <name>Michela Graziani, Ada Milani</name>
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        <publisher>Firenze University Press</publisher>
        <pubPlace>Firenze</pubPlace>
        <date when="2023">2023</date>
        <idno type="DOI">https://doi.org/10.36253/979-12-215-0100-1.13</idno>
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          <p>Available for academic research purposes</p>
          <p>Open Access</p>
          <p>Copyright Author(s)</p>
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            <p>Content licence CC BY 4.0</p>
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        <p>This is original content, published for academic research purposes</p>
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      <abstract xml:lang="en">
        <p>Drawing on David Sassoli's inspiring vision, we propose a reflection on Europe as a utopian project with ancient rootedness.  This project's uniqueness is marked by its unfinished state, always requiring the impetus of renewed hope. The European Union has to be constantly updating and deepening itself in order to survive.  In the conclusion we observe how Europe has been a utopian goal of progress for the countries that comprise it, as is the paradigmatic case of Portugal.</p>
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            <item>Europe</item>
            <item>Utopia</item>
            <item>Hope</item>
            <item>Renewal</item>
            <item>Portugal</item>
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      <p>It is available online at https://doi.org/10.36253/979-12-215-0100-1.13<ref target="https://doi.org/10.36253/979-12-215-0100-1.13" /></p>



<p rend="h1_chapter" >L’Europa come utopia</p><p rend="h1_author" >José Eduardo Franco</p><p rend="epigraph_inscription_epigraph_1" >Ciò di cui l’Europa ha bisogno – e ne ha bisogno prima di tutto – è un nuovo progetto di speranza. Penso che possiamo costruire questo progetto sulla base di un approccio robusto su tre versanti: un’Europa che innovi; un’Europa che protegga; un’Europa che ispiri.</p><p rend="epigraph_inscription_epigraph_3" >(David Sassoli)</p><p rend="epigraph_inscription_epigraph_2" >L’utopia è bella finché non si trasforma in realtà. Non è un obiettivo, è un orizzonte in movimento.</p><p rend="epigraph_inscription_epigraph_3" >(Umberto Eco)</p><p rend="text" >L’Unione Europea di oggi può essere vista, in una certa misura, come il risultato di un procedimento derivante da un ideale di riaggiornamento di progetti politici molto antichi e dalla natura utopistica. Così, per certi aspetti, è legittima la tesi che l’Unione Europa stia riaggiornando, in modo pacifico, il modello dell’Impero Romano. La sua visione si basa sull’ideale consacrato con l’espressione <hi rend="italic">Pax Romana</hi> che intendeva costruire una specie di cittadinanza universale: un impero multietnico e multireligioso, con un diritto unico, con regole e moneta comuni, espandendosi in luoghi sempre più vasti, seguendo un ideale di civiltà che intendeva riunire tutti i popoli che accettassero quel progetto di cittadinanza, in cambio naturalmente della condivisione della sovranità e del vassallaggio all’imperatore.</p><p rend="text" >Come sappiamo, il progetto utopistico decade, ovvero perde il suo fascino come ideale, quando si cerca di renderlo reale. L’utopia, se concretizzata, assume la dimensione cruda della realtà e delle fragilità che questa realtà umano-sociale impone sul progetto utopistico. L’utopia incarnata reclama un’altra utopia o altre utopie. Oggi il problema profondo e vero dell’Europa deriva dalla crisi dell’utopia. Non una crisi senza soluzione, ma una crisi necessaria che si ripeterà ogni volta che si realizzerà la revisione, la riformulazione e il ripotenziamento dell’utopia iniziale. Questa coscienza (o incoscienza) è fondamentale per non desistere mai dallo sforzo umano di utopizzare.</p><p rend="text" >I vari analisti e pensatori del procedimento di implementazione del progetto-utopia europeo, consustanziato nell’attuale Unione Europea, tendono ad affermare che il consolidamento di questo progetto implica la necessità di creare un «sentimento europeo» di appartenenza comune che passerebbe per quello che Edgar Morin ha chiamato «mercato comune culturale». Questo significherebbe immaginare, pensare e sentire tutti (noi europei), la storia come nostra e non come dei francesi, dei tedeschi, dei portoghesi, ecc… Quando faremo nostra la storia della nostra Europa e sentiremo che stiamo partecipando insieme alla costruzione del suo destino, allora avremo un’Europa sentita dagli europei. Ma per questo c’è bisogno di tempo e di una politica bene avviata su questo cammino (cfr. Pinheiro et al. 2012).</p><p rend="text" >In realtà, l’Europa si presenta come un progetto incompiuto, com’è tipico della natura e della condizione di un progetto utopistico. Per questo, visto che è stata appannaggio della costruzione di questo ideale europeo, urge pensare e ripensare l’Europa. È uno slogan, un obiettivo scientifico, una missione culturale molto in voga negli ultimi anni, in cui l’Europa si crea e ricrea come non mai. Ha fatto parte di programmi politici e di missioni accademiche. Forse è per questo che Edgar Morin ha affermato che</p><p rend="quotation_b" >è difficile comprendere l’Europa dall’Europa. Senza dubbio, dagli Stati Uniti si avverte il piccolo continente come una specie di grande Disneyland, piena di chiese, palazzi, manieri, acropoli, paesi antichi, ristoranti, berretti baschi, cappelli tirolesi, olandesi con gli zoccoli, sistakis, valzer viennesi (Morin 2003, 22, traduzione nostra).</p><p rend="text" >Caduto il suo impero sul mondo, relativizzato il dogmatismo soggiogatore dell’eurocentrismo, umiliato il suo orgoglio da guerre fratricide che hanno coinvolto il mondo, l’Europa ha cercato di rinascere dalle ceneri con un nuovo progetto di unità che ha garantito la pace nell’ultimo mezzo secolo, tra le nazioni che hanno aderito.</p><p rend="text" >Tuttavia, l’Unione Europea è il progetto più innovatore, come blocco politico, del secolo XX. Il suo successo seduce il mondo e recupera un po’ di dignità di fronte ai disfacimenti di un’Europa ambiziosa, orgogliosa e dominatrice del passato. Ma l’Europa è sempre stata, e continua ad essere, un continente pensante e inquieto, o forse inquieto perché pensante, soprattutto quando deve capire se stessa.</p><p rend="text" >Da parte sua, è vero che non si è mai studiato tanto, non si è mai analizzato e parlato tanto dell’Europa come oggi. È un’evidenza alla <hi rend="italic">Monsieur</hi> Jacques de La Palice, ma è necessario enunciarla e constatarla, soprattutto negli studi accademico-scientifici. L’Europa è diventata un <hi rend="italic">case</hi><hi rend="italic"> study</hi> sul quale si è prodotto, tramite le più diverse discipline scientifiche e approcci, una fonte di studi, trattati, storie, riflessioni. Finanziati e sollecitati dalla stessa Unione Europea o no, in ogni paese del Vecchio Continente nascono gli Studi Europei vigorosi di gioventù. Ma il fenomeno supera abbondantemente i confini europei. Corsi di laurea, master e dottorato, centri di ricerca, convegni, workshops che proliferano dappertutto. Se c’è una geografia fisica, umana, politica, religiosa, culturale dell’Europa, bisogna fare anche questa nuova e vigorosa geografia degli studi sull’Europa, l’Europa come oggetto di studio. La popolarità dell’Europa come tema di studio è senza dubbio uno degli aspetti più notevoli della nuova cultura europea. C’è unità e unanimità su questo punto: l’Europa è un caso di studio interessante. E non solo perché ci sono molti finanziamenti al riguardo!</p><p rend="text" >Difatti, ci troviamo di fronte a un caso inedito nella storia politica e culturale. Il progetto dell’Unione Europea in corso sta cercando di concretizzare, da più di mezzo secolo, un’utopia pacifista di unità, sognata da molti pensatori idealisti dei secoli scorsi. Unendo le nazioni, instaurando progressivamente un superstato – o un’autorità transnazionale con una qualche forza –, condividendo la sovranità, integrando la diversità di culture e cercando, in questa molteplicità, un filo conduttore comune. Tutto questo in un modo straordinariamente unico fino ad oggi: in modo pacifico, senza ricorrere al braccio militare.</p><p rend="text" >Quello che più affascina nello studio sull’Europa è il fatto di poter accompagnare la concretizzazione di un’utopia diventata progetto politico, culturale ed economico dopo l’ultima grande guerra, i cui protagonisti sono stati i cosiddetti padri dell’Europa: Robert Schuman, Jean Monnet, Konrad Adenauer, Alcide De Gasperi, Sicco Mansholt.</p><p rend="text" >I problemi e le fragilità che coinvolgono il progetto europeo in atto, che è una specie di procedimento rivoluzionario silenzioso in corso, tramite la concretizzazione di una vecchia utopia, passano dalla non coincidenza tra l’utopia praticata e l’utopia sognata. Da questa mancanza di coincidenza scaturisce la disillusione, il disinganno, il malcontento. Ogni progetto umano, quando viene concretizzato, è soggetto a questo procedimento e a questo esito. Non dimentichiamo, come scrive Lewis Mumford, che</p><p rend="quotation_b" >la parola “utopia” designa o la completa follia o la speranza umana assoluta – sogni vani di perfezione su di una Terra del Mai o sforzi razionali per rimodellare l’ambiente umano, le sue istituzioni o persino la sua stessa natura fallibile – in modo da arricchire la vita della comunità (Mumford 2007, 9, traduzione nostra). </p><p rend="text" >Se cercassimo – come peraltro si è già tentato, in versioni moderne e alla luce di altri ideali, come i villaggi biotopici o le <hi rend="italic">concept-cities</hi> – di concretizzare il progetto di società ideale dell’isola utopistica di Tommaso Moro, o della Città del Sole di Tommaso Campanella, l’esperienza della disillusione avverrebbe subito dopo aver gettato la prima pietra per erigere questa nuova società. L’utopia è la sorella gemella della distopia.</p><p rend="text" >Nel quadro della riconosciuta necessità di compaginare l’ideale soggiacente al progetto politico europeo con la tessitura di un’identità forte, bisogna anche conferire all’Europa una teleologia comune, con la creazione della cosiddetta «comunità di destini» che dia finalità alla sua deriva storica dei cittadini europei riuniti in comunità (cfr. Ribeiro 2002, 9 e sgg.). Difatti, quello che sottostà a molta dell’ideografia europea è l’intento di trasporre e imprimere nel progetto comunitario, prerogative strutturanti delle vecchie nazionalità (cfr. Giddens 2007). Molti autori esprimono, in modo chiaro o subliminale, la convinzione per cui, in fondo, l’Europa avrà una fattibilità solo se svilupperà e applicherà su se stessa una mitologia nazionalizzante che passerà necessariamente dall’innalzamento di una mitizzazione quadridimensionale del senso di comunità nazionale europea: una mitizzazione delle origini, la narrazione epica di un’epopea comune, la circoscrizione di un’età dell’oro, età di riferimento, e la proiezione di una teleologia (cfr. Franco 2012, 253-60).</p><p rend="text" >Ma è doveroso chiedersi se è una nuova nazione che si vuole, oppure, una supernazione con i complessi e gli eccessi storici che hanno segnato la deriva dell’affermazione delle nazionalità che è passata attraverso unificazioni e uniformazioni culturali e identitarie, non di rado violente e sterili di esperienze dell’esistenza umana in comunità diverse (cfr. Geary 2008; Bonin 2001). Oppure se, dall’altro lato, siamo nel momento storico privilegiato per inventare una realtà nuova ed evitare gli errori del passato che si sono rivelati grossolani (cfr. Watson 2000).</p><p rend="text" >In questa linea di riflessione è alquanto pertinente la domanda di Maria Manuela Tavares Ribeiro: «sarà possibile un’integrazione politica senza un’integrazione culturale?». Come sostiene l’autrice, questa domanda permette di valutare in modo diverso i «rapporti con l’“esterno” dell’Unione, tra “noi” e gli “altri”, il che comprova, in un certo modo, che l’idea di un’unità culturale non ha molto senso» (Ribeiro 2002, 10, traduzione nostra). In effetti, come ricorda Lucian Boia, «le distanze di ordine culturale e mentale diventano molto più considerevoli delle distanze geografiche. La vicinanza non esclude l’alterità e, a volte, la rafforza persino» (Boia 1998, 123, traduzione nostra).</p><p rend="text" >La specialista di Studi Europei, sopra citata, condivide un altro ideale che anche noi riteniamo più fattibile per l’Unione Europea contro le tentazioni uniformanti e sempre recidive. Questo ideale è espresso dal concetto di «coabitazione culturale», in cui l’Europa dei popoli e delle culture si rispetta, ma si ricrea anche nel rapporto di sinergia tra le parti (cfr. Wolton 1999, 11-7; Touraine 2005), in una condivisione dialogica dalla prospettiva interculturale (cfr. Villanova et al. 2001; Ortiz 2006). In effetti non ha senso ed è «una situazione paradossale» volere la globalizzazione e uniformità culturale e al contempo assistere a un procedimento di valorizzazione delle culture e specificità nazionali e regionali, come reazione al procedimento applicato in corso (cfr. Santos 2002). In realtà, nella linea difesa da André Malraux, «l’universo della cultura non è lo stesso dell’universo dell’immortalità; è invece quello della metamorfosi». È lo stesso che dire che il mondo della cultura è dinamico e non statico. Così abbiamo l’opportunità unica, per l’Europa, di pensarsi e definirsi come uno spazio, un’unione dove le culture si ricreino: lo spazio per eccellenza della creazione culturale che fa evolvere veramente l’umanità. Così l’«Europa delle Culture» eviterebbe il ritorno della tentazione nazionalizzante che potrebbe sollevare vecchi antagonismi senza soluzione (cfr. Ribeiro 2002, 11).</p><p rend="text" >Per questa via, l’Europa potrà avvicinarsi un po’ di più a quell’idea carica di utopia, di essere, secondo la formulazione di alcuni un «laboratorio del mondo», oppure un laboratorio di umanità, come ha sognato Jeremy Rifkin, sulla scia di una vecchia formulazione, ancora più poetica, di vedere l’Europa come un «giardino del mondo» (cfr. Franco, e Gomes 2008).<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-001-backlink"><ref target="13.html#footnote-001">1</ref></hi></hi> Ma senza mai dimenticare la definizione sagace di Umberto Eco, che vedeva l’utopia come «orizzonte in movimento» che deve essere anche l’orizzonte della creazione culturale.</p><p rend="text" >Così, l’idea del laboratorio sarebbe un progetto alla misura dell’Europa, dove la sua piccolezza come continente potrebbe adattarsi alla larghezza della sua storia che si è intersecata e inter-relazionata, in epoche e percorsi diversi, alle storie dei popoli e delle culture del mondo (cfr. Corral 1974). Dunque, come afferma Guilherme d’Oliveira Martins, «l’Europa è un’idea, più che un continente». E affinché non corra il rischio di diventare un museo di sogni, bisogna soddisfare la necessità di creare un mito mobilitatore, di cui parla Eduardo Lourenço e che Oliveira Martins concretizza nel seguente modo:</p><p rend="quotation_b" >Il mito mobilitatore di cui abbiamo bisogno nell’Europa contemporanea esige la comprensione della “comunità di memoria” che si ripercuote nella legittimità democratica complessa che risulta dalla convergenza tra i popoli, da cui discende una nuova e inedita realtà sovranazionale. La singola identità e le varie identità definiscono una pluralità di appartenenze e un’integrazione aperta, in cui ci dobbiamo impegnare. Ecco perché la realtà europea deve essere intesa come una “comunità plurale nel destino e nei valori” (Martins 2009, 158, traduzione nostra).</p><p rend="text" >Per quanto riguarda il caso specifico della cultura portoghese, l’Europa è più di una configurazione geografica a cui il Portogallo partecipa. Assume varie dimensioni di significato che hanno funzionato per noi come palco, specchio, meta, mito e utopia. Nel procedimento storico di affermazione del Portogallo indipendente, il paese ha cercato, sul palcoscenico d’Europa, in primo luogo, questo riconoscimento nello scacchiere del potere in gioco, prima da parte del papato e in seguito dalle varie potenze, in epoche e contesti storici diversi.</p><p rend="text" >L’Europa ha funzionato inoltre come specchio per un paese come il Portogallo, nel quale si vedeva e rivedeva nei momenti di gloria e di crisi: ora per confrontarsi, distinguersi e differenziarsi, ora per concludere che aveva perso la brillantezza del passato in cui si convinceva di essere all’avanguardia del continente/civiltà di cui faceva parte. Con il crepuscolo dell’età dell’oro, persa e ampliamente mitizzata dal tempo dell’Espansione Portoghese, la lettura centrale tramite i discorsi recidivi della decadenza portoghese, con una particolare incidenza a partire dall’epoca pombalina, ha promosso una potente mitizzazione dell’Europa che è diventato una specie di orizzonte utopistico che il Portogallo doveva seguire per recuperare il tempo perduto e affinare il passo al ritmo del progresso. L’Europa, o meglio, un’Europa mitizzata si impone nell’immaginario come modello e meta da perseguire, senza essere di fatto mai raggiunta.</p><p rend="text" >La caduta della dittatura nel 1974, la perdita delle colonie e l’affermazione del regime democratico, oggi in vigore, hanno fatto in modo che il Portogallo si voltasse nuovamente verso l’Europa. Si è integrato nel progetto politico-economico dell’Unione Europea. In questo procedimento di transizione e trasformazione repentino, il paese ha visto la necessità di ripensarsi, di riflettere la sua identità un’altra volta in rapporto con l’Europa (cfr. Fafe 1994; Macedo 1988; Gil 2005; Real 1998).</p><p rend="text" >Nelle ultime decadi della sua storia come Stato membro dell’Europa delle nazioni, si è acuita nuovamente la consapevolezza del suo ritardo secolare, del suo statuto di coda d’Europa che non è mai riuscito a superare. L’Europa ha tenuto conto della politica e della cultura portoghese come priorità e paradigma di progresso che il paese aspira ossessivamente a imitare. I parametri europei diventano i parametri sempre comparati e le tappe sempre stabilite in quasi tutti i livelli, per essere raggiunti. L’Europa si impone come un vero mito mobilitatore di trasformazione politica e delle mentalità.</p><p rend="text" >Segnato da una visione irreale del suo passato, come ha diagnosticato bene Eduardo Lourenço, dalla dimensione del suo ruolo storico e del suo spazio nel mondo delle nazioni, il Portogallo, paese della saudade, desideroso di recuperare la mitica età dell’oro perduta, continua a manifestare questo desiderio di tornare ad essere, in un certo modo, un paese di rilievo sulla scena europea e mondiale, se non altro, adesso, con la sua lingua e cultura e con i rapporti privilegiati che mantiene con la rete dei paesi lusofoni.</p><p rend="text" >È ancora abbastanza frequente sentire nei discorsi dei nostri politici e intellettuali l’appello alla necessità di ripensare strategicamente il ruolo e il posto del Portogallo nel mondo e in Europa. Questa preoccupazione costante, manifestata negli interventi pubblici, non sarà un’eco remota di questo intimo desiderio collettivo, mosso da una specie di saudade di sottofondo sebastianista che aspira al recupero della leadership e dell’avanguardia che un tempo il Portogallo possedeva nello scacchiere delle nazioni? Per questo, l’idea-maestra dell’Europa, costante nella cultura e nell’immaginario portoghese, è più di un semplice modello da imitare. È, in fondo, una meta da superare e una civiltà da guidare, in un certo senso, da un paese che la sogna in un modo così appassionato.</p><p rend="text" >In sintesi, le successive letture che la cultura portoghese ha fatto dell’Europa nel corso della sua storia sono di grande importanza per la comprensione delle preoccupazioni e delle sfide che si sono insinuate in Portogallo nei suoi diversi periodi storici<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-000-backlink"><ref target="13.html#footnote-000">2</ref></hi></hi>.</p><p rend="h2" >Riferimenti bibliografici</p><p rend="bib_indx_bib" >Boia, L. 1998. <hi rend="italic">Pour Une Histoire de l’Imaginaire</hi>. <hi >Paris:</hi><hi > Les Belles Lettres.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi >Bonin, P-Y. dir. 2001. </hi><hi rend="italic" >Mondialisation: Perspectives Philophiques</hi><hi >.</hi><hi > Paris: L’Harmattan.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi >Corral, L. 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