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        <title type="main" level="a">La cultura nell’Europa umanista di David Sassoli: riflessioni sul progetto delle Capitali Europee della Cultura (CEC)</title>
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          <resp>This is a section of <title>Europa: un progetto in costruzione</title>(DOI: <idno type="DOI">10.36253/979-12-215-0100-1</idno>) by </resp>
          <name>Michela Graziani, Ada Milani</name>
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        <publisher>Firenze University Press</publisher>
        <pubPlace>Firenze</pubPlace>
        <date when="2023">2023</date>
        <idno type="DOI">https://doi.org/10.36253/979-12-215-0100-1.14</idno>
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        <p>This is original content, published for academic research purposes</p>
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        <p>Europe, as the title of this collective book indicates, is a project under construction and David Sassoli, who is honored here, one of its most striking and memorable builders. European construction, despite all the deviations and hesitations that distinguish every single genuine human situation, has been based on a set of values that represent our own identity, in the full recognition of all the differences that simultaneously nourish it. Culture has progressively played a major role in this lasting European undertaking. In this chapter, by honoring a man who hoped for a better spiritual condition for Europe, we reassess one of the main instruments for establishing a cultural path in Europe: the European Capital of Culture (ECOC) project. The record and the tone of the following pages is far beyond the usual scope of mere description. Guided by the inspiring example of Sassoli, we face up to suggest a set of measures that will allow the ECOC action to fully meet its purpose, thus contributing to make the cultural option in Europe truly irreversible.</p>
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            <item>European construction</item>
            <item>European Parliament</item>
            <item>Culture</item>
            <item>ECOC Programme</item>
            <item>Challenges</item>
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      <p>It is available online at https://doi.org/10.36253/979-12-215-0100-1.14<ref target="https://doi.org/10.36253/979-12-215-0100-1.14" /></p>


<p rend="h1_chapter" >La cultura nell’Europa umanista di David Sassoli: riflessioni sul progetto delle Capitali Europee della Cultura (CEC)</p><p rend="h1_author" >Urbano Sidoncha, Idalina Sidoncha</p><p rend="h2" >1. David Sassoli, costruttore di ponti nell’Europa dei valori e della cultura</p><p rend="text" >Il 2022 è l’anno in cui ricorrono i settant’anni del Parlamento Europeo, ma segna anche la scomparsa, nell’esercizio delle sue funzioni, del Presidente, David-Maria Sassoli. Noto giornalista italiano, David Sassoli si è addentrato nel progetto europeo nel 2009, anno in cui è stato eletto eurodeputato. Nel 2014 verrà eletto per la vicepresidenza del Parlamento Europeo, raggiungendo l’apice gerarchico di questo importante organo legislativo della UE nel 2019.</p><p rend="text" >Riconosciuto all’unanimità come figura affabile e propenso al dialogo, costruttore di ponti e persona del compromesso, Sassoli ha incarnato i valori umanisti sui quali è stato edificato il progetto europeo. Ha assunto le funzioni di presidenza del Parlamento Europeo in un quadro di grandi sfide, segnato dalla pandemia Covid-19 e dallo sconvolgimento che l’ha caratterizzata. La sua riconosciuta capacità di interlocuzione si è rivelata decisiva affinché i lavori del Parlamento Europeo proseguissero con il minimo disordine, rivelandosi determinante, il suo intervento, per la stabilità degli organi e il regolare funzionamento delle istituzioni dell’Europa in un periodo di grande instabilità e incertezza su scala mondiale.</p><p rend="text" >Il progetto di costruzione europea, a cui generosamente Sassoli si è dedicato, ha avuto ed ha nella cultura uno dei suoi assi portanti, sebbene non sempre gli sia stato conferito il giusto rilievo<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-001-backlink"><ref target="14.html#footnote-001">1</ref></hi></hi>. In effetti, già nel Trattato di Roma, che il 25 marzo 1957 ha istituito la Comunità Economica Europea (CEE), si faceva menzione alla cultura, indicandola come asse della politica di sviluppo a cui i cittadini dell’Europa, così accomunati in questa nuova e promettente forma di associazione, aspiravano in modo legittimo (cfr. <hi rend="italic">Traité</hi> 1957: avis au lecteur [s.d.]). Con la firma del Trattato dell’Unione Europea, forgiato il 7 febbraio 1992, nella città olandese di Maastricht – essendo stato, nel frattempo, oggetto di alterazioni introdotte dai Trattati di Amsterdam (1999) (cfr. <hi rend="italic">Tratado</hi> 1997), Nizza (2003) (cfr. União Europeia 2002) e Lisbona (2009) (cfr. <hi rend="italic">Tratado</hi> 2012) – l’allora nuova Unione usufruiva di strumenti che avrebbero irrobustito la centralità della cultura nel progetto comune di costruzione europea. Giustamente, la semplice modifica della designazione «CEE» in «UE» va a collocare l’accento tonico su quella dimensione che supera in entrata lo sdrucciolo gergo di mercato e la mera convenienza economica, concentrandosi in modo convinto sulla dimensione politica, sociale e culturale, assegnando loro la responsabilità e il dovere di fortificare questo percorso comune iniziato, prima di tutto, nel 1957.</p><p rend="text" >Nell’articolo 3 del Trattato dell’Unione Europea, è esplicitamente adottato come postulato dell’azione dell’Unione e, al contempo, come suo obiettivo settoriale, il rispetto per la «ricchezza della sua diversità culturale e linguistica e per la salvaguardia e lo sviluppo del patrimonio culturale europeo». È stato ancora con l’entrata in vigore del Trattato di Maastricht, che la politica culturale dell’Unione ha cominciato a contare su di una definizione giuridica propria, con speciale rilievo nel suo celebre articolo 151 che ha stabilito le condizioni per il proseguimento di un orientamento basato sullo «sviluppo delle culture degli Stati-Membri, nel rispetto della sua diversità nazionale e regionale, e mettendo in evidenza simultaneamente il patrimonio culturale comune». Gli è toccato altresì incoraggiare l’azione degli Stati-Membri della UE per il «miglioramento della conoscenza e della divulgazione della cultura e della storia dei popoli europei» e la collaborazione con paesi terzi e organizzazioni internazionali competenti nell’area della cultura, in special modo con il Consiglio d’Europa (cfr. <hi rend="italic">Tratado</hi> 1992).</p><p rend="text" >Lo stesso Parlamento Europeo che qui celebriamo in questa giusta evocazione di uno dei suoi più insigni artefici, malgrado le trasformazioni profonde che ha conosciuto dalla sua fondazione nel settembre del 1952, ha avuto nella celebrazione della specificità culturale di ogni Stato e nel rispetto della diversità culturale d’Europa uno dei suoi marchi più febbrili. Subito dopo le sue prime elezioni dirette, realizzate nel 1979, è stata creata una Commissione responsabile per le questioni culturali, sottolineando così la sua importanza nell’ambito europeo. In effetti, la cifra espressiva della ‘culturalità’ nella costruzione europea, trova proprio nel Parlamento Europeo, come unico organo della UE eletto a suffragio diretto, uno dei suoi principali promotori e difensori. D’accordo con il suo regolamento, fa attualmente parte dei suoi incarichi, mediante l’attività della Commissione di Cultura e Educazione (cfr. Comissão de Cultura e Educação 2022a), competenze relative al miglioramento della conoscenza e della diffusione della cultura, per la protezione e promozione della diversità culturale e linguistica, per la preservazione e protezione del patrimonio culturale, per la promozione di interscambi culturali e creazione artistica, ma anche relative alla cooperazione con paesi terzi nell’ambito della cultura e dell’educazione e ai rapporti con le organizzazioni e istituzioni internazionali rilevanti (cfr. Comissão de Cultura e Educação 2022b).</p><p rend="text" >Il Trattato sul Funzionamento dell’Unione Europea (TFUE) (cfr. <hi rend="italic">Tratado</hi> 2016), l’altro braccio giuridico dell’architettura istituzionale della UE, segnalava la necessità di creare un legame sempre più stretto tra i popoli europei, conferendo all’Unione la missione di contribuire, secondo i principi della complementarietà e sussidiarietà, allo sviluppo delle culture degli Stati-Membri, nel rispetto della loro diversità nazionale e regionale. Al riguardo, se e quando necessario, la UE appoggia e integra le azioni degli Stati-Membri destinati a salvaguardare e promuovere la diversità culturale e linguistica d’Europa.</p><p rend="h2" >2. Il programma delle ‘Capitali Europee della Cultura’</p><p rend="text" >Uno dei programmi più emblematici che indicano e promuovono la centralità della cultura nell’ambito del progetto europeo come elemento fondamentale della sua stessa identità come <hi rend="italic">unità culturale</hi>, al contempo diversa e distinta, è quello della Capitale Europea della Cultura (CEC) (cfr. European Capitals of Culture 2022). Lanciata ad Atene nel 1985 come azione intergovernativa su iniziativa dell’allora Ministra della Cultura greca, Melina Mercouri, l’espressione «Capitale Europea della Cultura» è stata designata fino al 1999 come «Città Europea della Cultura», titolo che poteva essere attribuito solo dal Consiglio dei Ministri dell’Unione Europea.</p><p rend="text" >Nel 1999, la Decisione 1419/1999/CE del Parlamento Europeo<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-000-backlink"><ref target="14.html#footnote-000">2</ref></hi></hi> e del Consiglio dell’Unione Europea del 25 marzo 1999, ha istituito un’azione comunitaria per gli anni dal 2005 al 2019 intitolata “Capitale Europea della Cultura”. Il suo obiettivo era quello di valorizzare la ricchezza e la diversità delle culture europee, così come le sue caratteristiche comuni e di contribuire a una migliore reciproca conoscenza tra i cittadini europei. Un altro dei suoi obiettivi prioritari era quello di promuovere il contributo della cultura per lo sviluppo a lungo termine delle città, in conformità con le sue rispettive strategie e priorità.</p><p rend="text" >Dalla sua creazione nel 1980, si è verificata un’evoluzione significativa di questa iniziativa della CEC, che non è stata più pensata come una mera celebrazione delle arti in una città, bensì ha iniziato a postulare una comprensione radicalmente distinta del ruolo della cultura nel cuore pulsante delle città. Abbandonando, o mettendo in secondo piano, il suo lato meramente festivo, la cultura ha iniziato a contare essenzialmente per il suo contributo al benessere dei cittadini e per la prosperità delle città, per il suo potenziale di rafforzamento della posizione internazionale di una città e per la capacità di proiettare i suoi effetti sull’orizzonte di un legame duraturo.</p><p rend="text" >Nel frattempo, un nuovo quadro per l’iniziativa è stato adottato dal Parlamento Europeo e dal Consiglio dell’Unione Europea ad aprile 2014. In effetti, la Decisione 445/2014/UE del Parlamento Europeo e del Consiglio (cfr. <hi rend="italic">Decisão</hi> 2014) determina l’istruzione dell’azione per i titoli da attribuire tra gli anni 2020-2033 e costituisce, nell’essenziale, il quadro dei riferimenti vigente, entro cui si muovono le Candidature CEC. Tra i principali obiettivi del programma della Capitale Europea della Cultura ci sono, attualmente, il proposito di celebrare l’identità europea fortificando le dimensioni di questa identità come la consapevolezza storica e della cittadinanza europea; salvaguardare e promuovere la diversità culturale e linguistica dell’Europa e la sua ricchezza culturale; migliorare la cooperazione con organi culturali nazionali e stranieri; allargare le prospettive e facilitare l’accesso a nuovi funzionari e mercati a livello internazionale; promuovere lo sviluppo economico delle città; assicurare il coinvolgimento e la partecipazione dei cittadini.</p><p rend="text" >Il quadro normativo risultante dalla sopra citata Decisione n. 445/2014/EU definisce come criteri di valutazione e selezione per le Candidature CEC e, dunque, come criteri di rilievo della stessa azione CEC, i seguenti parametri: strategia a lungo termine; dimensione europea; programma culturale; coinvolgimento e partecipazione dei cittadini; fattibilità (infrastruttura, finanziamento, ecc.); modello di gestione. Ci soffermeremo brevemente sui primi quattro criteri perché sono quelli che più direttamente interpellano l’importanza dell’azione CEC a partire dal suo asse strettamente culturale.</p><p rend="text" >Così, l’idea di ‘lungo ciclo’ chiaramente trasformata nel criterio ‘Strategia a lungo termine’ significa che il progetto/programma da presentare non deve essere slegato dalla realtà o dissociato dalle caratteristiche della regione né dalla strategia e dagli obiettivi che, prima e indipendentemente dalla stessa Candidatura, si consideravano adatti allo sviluppo sostenibile della città che la rende protagonista. In tal senso, le Candidature devono nascere dal forte rapporto e dalla complementarietà tra l’orientamento da seguire nell’orizzonte del programma da approvare e la stessa strategia sviluppata dalle autorità locali. Inoltre, la stessa idea di ciclo lungo presuppone un compromesso fermo da parte delle autorità e istituzioni locali nel proseguimento degli obiettivi inerenti la realizzazione di questa azione europea, nello specifico per quanto concerne il rafforzamento dell’offerta culturale, l’interazione tra le politiche culturali e le altre politiche di sviluppo, l’aumento della fruizione culturale, la formazione e crescita di funzionari, la cooperazione/coproduzione internazionale e transfrontaliera, il mantenimento dei sostegni alla creazione e produzione culturale e artistica.</p><p rend="text" >Per quanto riguarda il criterio della ‘dimensione europea’, nonostante echeggi come una specie di verità ovvia totalmente prescindibile, intende significare la capacità di produzione di progetti di ambito internazionale rivolti al grande pubblico, di iniziative che traducano lo ‘spirito’ di appartenenza europea, di difesa e promozione dei valori europei. Ma significa altresì apertura verso l’esterno, ossia l’inclusione di prodotti, artisti e iniziative provenienti da altri Stati europei. La collaborazione con altre CEC è tradizionalmente considerata dal collegio di periti che valutano queste Candidature come una forma virtuosa di compiere un tale criterio. La creazione di partenariati e/o co-produzioni tra produttori e artisti locali e artisti e produttori di altri Stati dell’UE, come pure l’accoglienza di artisti stranieri e la realizzazione di conferenze che includano partecipanti/periti europei, sono ugualmente messe in risalto nella valutazione del programma. </p><p rend="text" >Quanto alla voce ‘programma culturale’ è fondamentale che ambisca ad una elevata qualità artistica e culturale. È un criterio che riguarda non solo progetti partecipativi, ma anche attività artistiche più tradizionali. I programmi devono abbracciare, nei limiti del possibile, un’ampia varietà di forme d’arte, una mescolanza di forme culturali di punta e di cultura popolare, in un equilibrio virtuoso tra eventi gratuiti e a pagamento, oltre ad attività eseguite da diversi attori culturali, riflettendo il peso crescente di interventi creativi nelle questioni urbane e sociali. Si aggiunge che la visione e la strategia del programma devono anche essere allineate e sintonizzate agli obiettivi stabiliti dalla città candidata per l’anno a CEC, dovendo ancora incorporare in modo esplicito la già molto divulgata dimensione europea. Il programma culturale che le città candidate devono presentare, con un’interpretazione virtuosa del concetto di ‘produzione culturale’, deve includere altresì l’insieme di ogni attività associata, comprese quelle che riguardano il marketing e la comunicazione.</p><p rend="text" >Per quanto riguarda il coinvolgimento e la partecipazione dei cittadini, l’azione CEC determina come condizione abilitante che una tale partecipazione sia effettivamente assicurata in ogni fase del procedimento, con il coinvolgimento della comunità locale, ossia la partecipazione della popolazione e delle istituzioni della regione, dovendo ugualmente essere assicurata la mobilitazione di grandi frange della popolazione per garantire così l’impatto sociale dell’azione e la sua continuità oltre all’anno di implementazione della CEC.</p><p rend="h2" >3. Una visione organica delle CEC nell’orizzonte delle politiche e dei programmi europei che ipotizzano la centralità della cultura</p><p rend="text" >L’iniziativa europea CEC ha obiettivi e presupposti specifici, in particolare – l’abbiamo già detto –, per quanto riguarda la valorizzazione della ricchezza e della diversità delle culture europee. Malgrado la specificità dei suoi desiderata, si tratta di un’iniziativa che rivela evidenti zone di permeabilità con altri programmi in vigore nella UE, i quali, senza perdere di vista la specificità, possono interagire con le CEC in una logica di reciproca formazione e in vista degli stessi programmi europei che sono consolidati su presupposti comuni, contribuendo peraltro ad includere l’opzione culturale nell’orizzonte più vasto delle strategie a lungo termine dell’Unione. Dall’insieme dei programmi specifici della UE che hanno obiettivi comuni alle CEC, evidenziamo i seguenti:</p><p rend="text_list" >a) 	Europa Creativa;</p><p rend="text_list" >b) 	Europa per i Cittadini;</p><p rend="text_list" >c) 	Fondi Strutturali Europei, tra cui il noto FESR, Fondo Europeo di Sviluppo Regionale.</p><p rend="text" >Per quanto concerne il primo, gli obiettivi del Programma “Europa Creativa” sono quelli di garantire la salvaguardia e la promozione della diversità culturale e linguistica europee e il rafforzamento della competitività del settore culturale e creativo in funzione della promozione di una crescita intelligente, sostenibile e inclusiva. Creato dal Regolamento n. 1295/2013 del Parlamento Europeo e del Consiglio, il programma Europa Creativa (cfr. Programa Europa Criativa 2014) dispiega i suoi obiettivi generali, prima menzionati, in un insieme di mete specifiche tra cui si evidenziano l’appoggio alla capacità del settore culturale e creativo europeo affinché operino internazionalmente; la promozione della circolazione transnazionale di opere culturali e creative e la mobilità degli artisti; l’incremento di nuovi funzionari in Europa e fuori dal suo spazio geografico; il rafforzamento della capacità finanziaria dei settori culturale e creativo; l’appoggio alla cooperazione transnazionale con l’obiettivo di promuovere lo sviluppo di politiche, l’innovazione, la formazione di nuovi funzionari e l’utilizzo di nuovi modelli aziendali; l’appoggio di attività che contribuiscano a dotare gli agenti di competenze e <hi rend="italic">know-how</hi> che concorrano al rafforzamento di questi settori.</p><p rend="text" >Per quanto riguarda il Programma «Europa per i Cittadini», nato da un’iniziativa della Commissione Europea istituita dal Regolamento n. 390/2014, del 14 aprile (cfr. Europa para os cidadãos 2016), per il periodo 2014-2020, tra i suoi principali obiettivi risaltano: quello di contribuire alla comprensione, da parte dei cittadini della UE, della loro storia e diversità, la promozione della cittadinanza europea e il miglioramento delle condizioni per la partecipazione civica e democratica al livello della UE. Tali mete implicano un’attenzione specifica verso un insieme di altri obiettivi settoriali specifici, tra cui: il rafforzamento della sensibilizzazione sul piano della memoria, della storia e dei valori comuni dell’Unione e dell’obiettivo dell’Unione; l’incentivo alla partecipazione democratica e civica dei cittadini nel quadro dell’Unione, sviluppando la comprensione del processo di elaborazione delle politiche dell’Unione e promuovendo opportunità di impegno sociale e interculturale, come pure di volontariato.</p><p rend="text" >Rispetto al Fondo Europeo di Sviluppo Regionale (FESR) (cfr. European Regional Development Fund [s.d.]), si deve dire che costituisce, ancora oggi, uno dei principali strumenti finanziari della politica di coesione dell’UE. Concepito nel lontano 1945, il FESR ha come obiettivo quello di contribuire ad attenuare i disequilibri registrati nello sviluppo delle regioni europee e ridurre il deficit di sviluppo delle regioni meno favorite. Un’attenzione particolare è data da questo programma alle regioni che affrontano svantaggi naturali o demografici gravi e permanenti, come le regioni settentrionali con una densità demografica molto bassa, e le regioni insulari, transfrontaliere e di montagna. Il FEDER appoggia ancora lo sviluppo urbano sostenibile, il che significa che almeno il 5% della dotazione del programma per ogni Stato-Membro deve essere assegnato ad azioni integrate di sviluppo urbano sostenibile, permettendo così alle zone urbane di affrontare le sfide economiche, ambientali, climatiche, demografiche e sociali.</p><p rend="text" >Da cui, se risulterà l’associazione tra cultura e le varie dimensioni dello sviluppo perseguite da questo insieme di tre programmi della UE e la comprensione dello stesso effetto leva che il titolo CEC produce nelle città che orgogliosamente ostentano, tali programmi – Europa Creativa, Europa per i Cittadini e FESR, da un lato, e l’iniziativa CEC, dall’altro – devono essere presi in considerazione e resi operativi, visto che hanno obiettivi con una notevole complementarietà.</p><p rend="h2" >4. Alcune sfide da affrontare nell’immediato futuro dal programma delle CEC</p><p rend="text" >Il titolo del volume in omaggio a David Sassoli che accoglie questo capitolo è ampiamente suggestivo: <hi rend="italic">Europa: un progetto in costruzione</hi>. L’attuale Unione Europea nasce da un’aspirazione comune di pace, stabilità e progresso per i suoi cittadini, di rafforzamento e promozione nel mondo dei valori di base dell’Europa. Se il primo impulso che ha messo il progetto in movimento è stato prevalentemente commerciale ed economico, la dimensione culturale ha gradualmente rivendicato la centralità che le è dovuta. In questo progetto in costruzione che l’Europa è, l’opzione culturale deve, dunque, essere assunta senza sofismi o riserve. Dopo decadi di subordinazione della cultura alla politica, con i risultati noti a tutti, è ora di mettere la politica al servizio della cultura, della sua capacità di costruire un tessuto connettivo rispettando le diverse sensibilità, nazionali e regionali. La crescita su scala mondiale di movimenti di intolleranza e di mancanza di rispetto dei più elementari diritti umani, rafforza questa diagnosi secondo cui è grazie a un forte compromesso a favore della cultura che dobbiamo proseguire nello sforzo sempre incompiuto di una costruzione europea, senza elidere – al contrario! – i suoi effetti sul piano economico e sociale. Al riguardo, dobbiamo rivisitare i principali strumenti di appoggio, programmazione e finanziamento delle azioni comunitarie nell’ambito della cultura, soprattutto quello di cui ci occupiamo qui, l’iniziativa comunitaria delle Capitali Europee della Cultura. L’idea di un’Europa in costruzione, <hi rend="italic">in fieri</hi>, postula una cittadinanza attiva che proponga e non solo rivendichi soluzioni, rafforzando così il sentimento di appartenenza a questo spazio comune. Perciò, se poco fa abbiamo segnalato i principali vettori che strutturano questa azione delle CEC, ci proponiamo adesso di indicare un insieme di dieci proposte che intendono migliorare gli effetti di questa importante iniziativa comunitaria nell’area della cultura. Sono proposte rivolte soprattutto alle città candidate, ma anche, grazie a questo percorso e a partire da esso, alle istanze comunitarie che tutelano l’azione.</p><p rend="text" ><hi rend="italic">i</hi>) Reinterpretare e superare senza sovvertire i criteri di selezione CEC. L’adempimento stretto e scrupoloso dei presupposti di selezione delle città candidate al titolo di CEC non deve essere dissociato da uno sforzo riflessivo e persino di dissidenza critica. I criteri di selezione non sono formulazioni generiche. Sono orientamenti che vanno nel particolare della motricità fine. Capire fino a che punto questo esaurisca lo stesso procedimento di preparazione delle Candidature come tali orientamenti definiscono, più di quello che selezionano o valutano, dovrà essere una delle priorità nell’attuazione delle Strutture di Missione che preparano queste Candidature. Al limite, in mancanza di questo esercizio di dissidenza critica, che qui raccomandiamo in modo esplicito, corriamo il rischio di avere un insieme di Candidature molto simili nel loro disegno generale e nei loro presupposti;</p><p rend="text" ><hi rend="italic">ii</hi>) “L’Europa in noi”. Le Candidature CEC sono tradizionalmente interpretate dalle città candidate come opportunità di unirsi all’Europa, tanto più che questa dimensione europea delle Candidature è, come abbiamo già detto, un fattore decisivo nella valutazione delle proposte. Focalizzando intenzionalmente l’attenzione su questo circuito <hi rend="italic">esogeno</hi>, le città perdono di vista quello che in loro c’è di ‘Europa’, ossia i loro valori, le pratiche, i costumi. Così, la condizione, affinché la dimensione europea delle Candidature sia pienamente assunta, è quella per cui le città che le rendono protagoniste siano pensate e presentate come spazio europeo <hi rend="italic">tout court</hi>. La dimensione europea delle Candidature inizia lì, proprio in un ‘in noi’. Il contrario creerà città alienate che cercheranno invano una dimensione europea che sorgerà sempre come un’espressione contraffatta e truffaldina. I dossier di candidatura devono, pertanto, dare ampio rilievo all’identità europea delle città, mostrando come degli scambi e della condivisione proporzionati dall’attribuzione del titolo CEC, beneficeranno sia la città eletta che le altre regioni d’Europa. La forma virtuosa di interpretare l’esigenza di una Candidatura di dimensione europea è, quindi, quella che auspica l’associazione dell’identità europea del contesto locale allo stesso progetto europeo;</p><p rend="text" ><hi rend="italic">iii</hi>) Implementazione del progetto del Corridoio Culturale. È attualmente in corso, in Europa, l’implementazione di un Corridoio Culturale strettamente associato ai presupposti che animano la creazione di un «Nuovo Bauhaus Europeo» (cfr. New European Bauhaus 2021), un progetto ambientale, economico e culturale che ha nella sostenibilità, nell’estetica e nell’inclusività, i suoi valori fondanti. Si tratta di un progetto di grande portata, forse quello che ha ricevuto il maggiore appoggio politico dall’attuale Commissione, con il coinvolgimento personale della Commissaria europea per l’Innovazione, Ricerca, Cultura, Educazione e Gioventù, Mariya Gabriel. Il Corridoio Culturale europeo prevede, tra le altre misure, l’entrata gratuita per gli studenti nei musei e nelle altre istituzioni culturali dell’Unione Europea e vuole stimolare la partecipazione dei giovani alle attività culturali, promuovendo la loro circolazione nello spazio europeo. È una misura che assicurerebbe, in entrata, l’impatto sociale dell’azione CEC in una delle sue dimensioni più sensibili, nello specifico, il coinvolgimento e la formazione dei giovani;</p><p rend="text" ><hi rend="italic">iv</hi>) Creazione di uffici di gestione dei programmi europei. L’evidente difficoltà delle città candidate a sviluppare e gestire programmi europei è una delle lacune più comuni nei procedimenti d’istruzione delle Candidature a Capitale Europea della Cultura. Questo deficit ipoteca uno dei postulati di maggiore rilievo degli stessi programmi CEC, nella misura in cui la dimensione europea delle Candidature si esprime anche nella capacità di avere una visione angolare di questi programmi e di renderli operativi in modo solidale, integrato e organico, come abbiamo suggerito precedentemente. In effetti, sarà difficile persuadere i periti internazionali che valutano le candidature del fatto che le città che le rendono protagoniste sono imbevute dello ‘spirito’ di appartenenza europea e impegnate nella difesa e promozione dei valori europei se non saranno capaci di dominare almeno l’insieme degli strumenti messi a disposizione dalle Istituzioni europee per raggiungere questo importante auspicio. Si tratta di una delle priorità più prementi per la definizione di un buon modello di governance e gestione. In tal senso, il modello da adottare da parte delle città candidate deve privilegiare la creazione di un ufficio di gestione dei programmi europei. Questo ufficio avrebbe molti benefici, nel caso in cui venisse associato alle Istituzioni dell’Insegnamento Superiore, visto che in queste istituzioni c’è un vasto capitale di esperienza accumulata in candidature a programmi europei;</p><p rend="text" ><hi rend="italic">v</hi>) Creazione di un programma europeo di Mobilità per la fruizione culturale. L’azione CEC postula un’idea di funzionari di cultura non sufficientemente elaborata. Trattandosi di un programma strutturale, la dimensione qualitativa di questi funzionari, la possibilità di accesso alla Cultura, di circolazione di funzionari – che introdurrà la diversità a valle, con l’inclusione di nuove richieste –, tali dimensioni meriterebbero di essere pensate nell’orizzonte di un programma europeo di Mobilità per la fruizione culturale, che potrebbe essere presentato con la suggestiva designazione di “Cultura +”, replicando lo spirito ben riuscito del programma Erasmus. In effetti, se è vero che esiste già un programma di mobilità per artisti e professionisti della cultura, si constata che non esiste un programma con una portata simile per la dimensione di <hi rend="italic">fruizione</hi>, di partecipazione e coinvolgimento dei cittadini, un programma esclusivamente dedicato alla mobilità di spettatori. Da tutto questo si crea anche l’Europa dei cittadini e la sua implementazione rappresenterebbe un contributo inestimabile per questo progetto strutturante nell’orizzonte delle politiche dell’Unione, che vale a maggior ragione se la proposta partirà da una città candidata a CEC, come qui si auspica;</p><p rend="text" ><hi rend="italic">vi</hi>) Creazione del Sistema Europeo di Credito Culturale, lo <hi rend="italic">European Cultural Credit Transfer and Accumulation </hi><hi rend="italic">System</hi>, replicando il suo omologo sistema ECTS, lo <hi rend="italic">European Credit</hi><hi rend="italic"> Transfer and Accumulation System</hi>. Si tratterebbe di un sistema aperto ai cittadini europei che permetterebbe la convalida delle competenze culturali (conoscenze e/o abilità tecniche e/o atteggiamenti comportamentali) che sarebbero utilizzate per facilitare il trasferimento e il progresso in tutta l’Unione. Rivolto fondamentalmente al sistema di Insegnamento Superiore dell’Unione Europea e di altri paesi europei che volessero associarsi, l’ECCTS suppone e postula che parte dell’attuale sistema di credito che compone un programma di studi sarebbe completo solo se una frazione di questi crediti (che può essere definita caso per caso per ogni paese o per ogni università) fosse attribuita all’esperienza e alla fruizione culturale ottenuta in organismi culturali europei previamente certificati per questo scopo (gallerie, musei, teatri). Ci sarebbe una maggiorazione di questa esperienza e la sua riconversione in punti nel caso in cui essa venisse svolta in un altro paese diverso da quello d’origine, costituendosi, così, come un importante incentivo alla mobilità nello spazio europeo, guidata soprattutto dalla fruizione culturale;</p><p rend="text" ><hi rend="italic">vii</hi>) Creazione di un Fondo Europeo di Coesione Culturale (FECC). Incentrata, dalla sua creazione, sulla dimensione economica, sociale e territoriale, quest’ultima più recente, come risulta dalla durata del Trattato di Lisbona e dalla nuova strategia di alto livello dell’UE (<hi rend="italic">Europe</hi> 2020) (cfr. Comissão Europeia 2010), la politica di coesione dell’UE mira, come è noto, a diminuire le disparità in questi ambiti tra le regioni dell’Europa e a promuovere uno sviluppo sostenibile. Tuttavia, questa politica mostra una lacuna che è lontana da essere trascurabile: non riporta in modo esplicito la dimensione culturale, o meglio, non le concede un’espressione/dimensione organica. Questa omissione può significare una tra le due cose: o la dimensione culturale della politica di coesione è subordinata all’asse economico, sociale e territoriale, disseminando questa percezione secondo cui la cultura serve un’agenda che non è sua, oppure tale dimensione è semplicemente priva della strategia di coesione da/per l’Europa. L’azione CEC sarebbe, essa stessa, una specie di palliativo usato per coprire questa omissione e questo disinteresse.</p><p rend="text" >Tra le molte incoerenze che questo orientamento mette a nudo, una delle più negative è quella di suggerire che è possibile correggere asimmetrie tra le regioni d’Europa e promuovere uno sviluppo sostenibile senza eleggere la cultura ad asse centrale di questa strategia, come postula, tra l’altro, in aperta contraddizione con questa omissione, lo stesso programma, nella sua versione odierna, delle Capitali Europee della Cultura. Questa situazione oblitera ancora una situazione di fatto che amplifica i suoi effetti nella strategia di integrazione e coesione che persegue: ignora che ci siano <hi rend="italic">asimmetrie culturali </hi>(al livello della creazione e/o fruizione – accesso e partecipazione) che si esprimono nel modo in cui i cittadini delle regioni più svantaggiate in questa dimensione culturale percepiscono l’Europa e il suo legame al progetto europeo. In tal senso, l’iniziativa CEC deve guidare questo proposito, iscrivendo le sue azioni nell’orizzonte più ampio di una politica pubblica di coesione culturale, indipendentemente dalla futura esistenza di un Fondo con questa intenzione, ovvero quella di correggere le asimmetrie culturali nel contesto dell’Unione Europea;</p><p rend="text" ><hi rend="italic">viii</hi>) Scommessa sulla diplomazia culturale come asse decisivo dell’iniziativa CEC. Il progetto di integrazione politica dell’Unione, nella misura in cui si approfondisce e verticalizza, fa emergere nuove questioni di natura culturale. In effetti, l’Unione Europea non può smettere di inquietarsi davanti al sentimento crescente secondo cui una maggiore integrazione politica può significare, in larga misura, una perdita di caratterizzazione culturale dei popoli europei. In tal senso, l’approfondimento del progetto dell’Unione, anche nella sua dimensione politica ed economica, non avanzerà in modo significativo, oppure i cittadini dell’Europa non sentiranno in modo chiaro i suoi effetti, se non si procederà in modo deciso nell’ambito culturale. Questa diagnosi vale a maggior ragione davanti all’inevitabile constatazione delle molte esitazioni e incertezze che hanno colpito il consolidamento del progetto europeo negli ultimi anni. È importante notare che l’attuale Unione Europea non assomiglia in nessun modo al modello costituzionale conosciuto – non è, lo sappiamo bene, il modello federale che, nonostante tutto, ha un’espressione storica concreta con prove alla mano, di cui gli Stati Uniti d’America rappresentano il punto di riferimento paradigmatico. La UE, vista la sua composizione sovranazionale (gli Stati-Membri della UE rimangono nazioni sovrane e indipendenti), ha bisogno di trovare i meccanismi di rafforzamento della sua identità, promuovendo e stimolando, allo stesso tempo, la conoscenza reciproca delle diverse identità nazionali e regionali che la compongono. L’integrazione europea, nella sua diversità, deve essere il correlato e non l’antitesi del rafforzamento di queste identità. I popoli europei devono sentire che le loro culture contano effettivamente sulla cartina caleidoscopica delle manifestazioni culturali che fanno parte dell’Europa in uno spazio singolare su scala globale.</p><p rend="text" >Questa constatazione, se forgiata nel contesto di un progetto basato su di una Candidatura CEC, deve prescrivere un prudente investimento nello strumento della diplomazia culturale, vedendo in esso una delle vie privilegiate per raggiungere/stabilizzare la dimensione europea a cui è obbligato. In effetti, la diplomazia culturale è oggi un’idea comprensibilmente valorizzata nell’Unione e molto discussa dallo stesso gruppo di periti che valutano le CEC. È da osservare, tuttavia, che essa vale non solo come strategia di approfondimento del progetto politico nella stessa Unione, ovvero, in un contesto endogeno, ma rivendica un’uguale competenza nell’ambito delle relazioni al di fuori della UE. Considerando che il proseguimento dell’azione della UE sulla scena internazionale si indirizza sugli stessi principi che sono stati nella sua genesi, la diplomazia culturale, che si rivela straordinariamente efficace nella salvaguardia di questi principi, dovrà dimostrare una simile attitudine sul piano dei rapporti esterni dell’Unione nella sua attuale configurazione. Con l’entrata in vigore, il 1° dicembre 2009, del Trattato di Lisbona, c’è stata una riorganizzazione nell’ambito dei rapporti al di fuori della UE che si è manifestata con la creazione del Servizio Europeo per l’Azione Esterna (SEAE) (cfr. European External Action Service (EEAS) [s.d.]) e dell’incarico di Alto Rappresentante dell’Unione per gli Affari Esteri e la Politica di Sicurezza (cfr. European Union Law [s.d.]). Uno dei parametri che deve consentire di valutare la robustezza di una Candidatura CEC sarà, dunque, la sua capacità di promuovere iniziative e sviluppare progetti in quest’area (concorsi di idee, cicli di discussione, progetti di ricerca, e altro);</p><p rend="text" ><hi rend="italic">ix</hi>) Inserire l’azione CEC nel quadro di una nuova comprensione del rapporto tra cultura e comunicazione. Nel quadro dei valori e degli obiettivi che la UE difende e auspica – i quali devono orientare e modulare l’identità delle stesse Candidature CEC, secondo la Guida che definisce i criteri per le città candidate (cfr. European Commission 2021) – e nel perimetro più stretto di quelli che sono relativi soprattutto all’ambito culturale, si inserisce l’obiettivo di <hi rend="italic">valorizzazione,</hi><hi rend="italic"> conoscenza e condivisione della diversità culturale come parte integrante del</hi><hi rend="italic"> patrimonio comune europeo.</hi> Non è possibile, tuttavia, compiere questo proposito nella sua pienezza senza studiare opportunamente <hi rend="italic">i protocolli specifici della</hi><hi rend="italic"> comunicazione della cultura</hi>, che in qualsiasi circostanza (ipotesi) non si possono nascondere all’ortodossia dei procedimenti della comunicazione della scienza. In effetti, se nel contesto dell’attività scientifica regolare, l’idea di ‘sintesi’ può essere chiaramente dissociata dal procedimento che lo ha generato (tutto il programma del positivismo logico è stato sfruttato per questo presupposto), nella cultura, la sintesi resterà orfana nell’assenza del procedimento che non è mai veramente uscito di scena, il che significa che nella cultura la sintesi emerge solo nella sua pienezza come espressione e mai dissociata dal proprio procedimento. Quali sono, allora, i protocolli specifici della comunicazione della cultura? Quali sono le loro dimensioni costitutive? Qual è l’efficacia di questi protocolli e come snellirli? La ricerca che è doveroso fare, dovrà contare su di una dimensione allo stesso tempo descrittiva e prescrittiva, terapeutica, per così dire, associata alla promozione di nuove competenze, di quest’azione nell’ambito della ‘cultura così come viene comunicata’; </p><p rend="text" ><hi rend="italic">x</hi>) Capitale Europea digitale della Cultura (CEdC). Sapendo che una delle dimensioni più espressive dei funzionari di cultura, risiede nel suo rapporto con gli stessi eventi culturali – che significa che la ricezione è una dimensione costitutiva degli stessi funzionari di cultura –, sarà fondamentale valutare l’impatto (gli impatti) della recente crisi pandemica nel consumo culturale in una doppia prospettiva; da un lato, associare l’emergente e apparentemente mediatizzazione massiccia della cultura con l’aumento dei potenziali funzionari di cultura, un obiettivo centrale in qualsiasi candidatura CEC; dall’altro lato, fare di queste nuove forme di partecipazione, che creano come è già stato detto, nuovi funzionari, uno degli assi della CEC 2027, che sarà anche, in queste circostanze, assunta come Capitale Europea digitale della Cultura. Lo sappiamo tutti: la crisi pandemica Covid-19 è stata sentita come una calamità che ha interrotto le nostre vite nelle sue molteplici dimensioni; nella salute pubblica, nei sistemi di lavoro, nell’interazione sociale, nel dibattito politico, nell’uso degli spazi pubblici, nell’economia, nell’ambiente e chiaramente nella stessa vita culturale, imponendo, tramite il confinamento, lo strangolamento dei canali classici di comunicazione. Questa realtà, nuova nei suoi sviluppi e contorni, rappresenta un’opportunità impari, senza elidere ovviamente i suoi rischi. Lo stesso David Sassoli, in una recente intervista a un giornale portoghese, ricordava che «la pandemia ci ha dato molte lezioni [e] non le possiamo chiudere in un cassetto» (cfr. Sassoli <hi rend="italic">apud</hi> Siza 2021). La possibilità di rivisitare i modelli di interazione sociale, di competitività economica, di innovazione, di conoscenza e di fruizione culturale che sono arrivati molto tempo fa accusando qualche fatica – la bassa frequenza di eventi culturali può essere letta come uno dei sintomi di questa stanchezza – e di trovare da qui lo stimolo necessario per accelerare la celebre transizione digitale che è indelebilmente associata a nuove possibilità e a nuovi concetti – dai sistemi di intelligenza artificiale, alla tecnologia 5G, passando per il <hi rend="italic">cloud computing,</hi> <hi rend="italic">edge computing</hi> e per Internet delle cose –, apre nuove e promettenti possibilità di partecipazione. Se a questo aggiungiamo il fatto che molte istituzioni e organizzazioni culturali hanno verificato una crescita esponenziale della loro presenza online, in evidente contraddizione con la forte recessione della ricerca nelle sue forme canoniche provocata dalla pandemia, o l’interesse crescente del gruppo di periti CEC in questa tematica e nella possibilità di una virata del senso e dello scopo dell’azione Capitale Europea della Cultura verso una Capitale Europea digitale della Cultura, si verificherà, senza sforzo, che l’utilizzo dei mezzi digitali può essere una scommessa strategica nel futuro di questa iniziativa.</p><p rend="h2" >Riferimenti bibliografici</p><p rend="bib_indx_bib" ><hi >Comissão da Cultura </hi><hi >e da Educação. 2022a. &lt;</hi><ref target="https://www.europarl.europa.eu/committees/pt/cult/home/highlights"><hi >https://www.europarl.europa.eu/committees/pt/cult/home/highlights</hi></ref><hi >&gt; (09/22).</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi >Comissão da Cultura e</hi><hi > da Educação. 2022b. &lt;</hi><ref target="https://www.europarl.europa.eu/doceo/document/lastrules/RESP-CULT_PT.html"><hi >https://www.europarl.europa.eu/doceo/document/lastrules/RESP-CULT_PT.html</hi></ref><hi >&gt; (09/22).</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi >Comissão Europeia. 2010. “Comunicação </hi><hi >da Comissão. 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[s.d.]. &lt;</hi><ref target="https://european-union.europa.eu/institutions-law-budget/institutions-and-bodies/institutions-and-bodies-profiles/eeas_en"><hi >https://european-union.europa.eu/institutions-law-budget/institutions-and-bodies/institutions-and-bodies-profiles/eeas_en</hi></ref><hi >&gt; (09/22).</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi >European Regional Development Fund. [s.d.] </hi><hi >&lt;</hi><ref target="https://ec.europa.eu/regional_policy/pt/funding/erdf/"><hi >https://ec.europa.eu/regional_policy/pt/funding/erdf/</hi></ref><hi >&gt; (09/22). </hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi >European Union Law. 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Rome. &lt;</hi><ref target="https://eur-lex.europa.eu/legal-content/FR/TXT/PDF/?uri=CELEX"><hi >https://eur-lex.europa.eu/legal-content/FR/TXT/PDF/?uri=CELEX</hi></ref><hi >:11957E/TXT&amp;from=PT&gt; (09/22).</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi >Tratado. 1992. </hi><hi >“Tratado da União Europeia (92 /C 191 /01).” </hi><hi rend="italic" >Jornal </hi><hi rend="italic" >Oficial das Comunidades Europeias.</hi><hi > &lt;</hi><ref target="https://eur-lex.europa.eu/legal-content/PT/TXT/PDF/?uri=CELEX"><hi >https://eur-lex.europa.eu/legal-content/PT/TXT/PDF/?uri=CELEX</hi></ref><hi >:11992M/TXT&amp;from=PT&gt; (09/22).</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi >Tratado. 1997. “Versão compilada</hi><hi > do Tratado da União Europeia (97/C 340/02).” </hi><hi rend="italic" >Jornal Oficial</hi><hi rend="italic" > das Comunidades Europeias</hi><hi >. &lt;</hi><ref target="https://eur-lex.europa.eu/legal-content/PT/TXT/PDF/?uri=CELEX"><hi >https://eur-lex.europa.eu/legal-content/PT/TXT/PDF/?uri=CELEX</hi></ref><hi >:11997M/TXT&amp;from=PT&gt; (09/22).</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi >Tratado. 2012. “Tratado sobre</hi><hi > o funcionamento da União Europeia (versão consolidada).” </hi><hi rend="italic" >Jornal Oficial</hi><hi rend="italic" > das Comunidades Europeias.</hi><hi > &lt;</hi><ref target="https://eur-lex.europa.eu/legal-content/PT/TXT/PDF/?uri=CELEX"><hi >https://eur-lex.europa.eu/legal-content/PT/TXT/PDF/?uri=CELEX</hi></ref><hi >:12012E/TXT&amp;from=PT&gt; (09/22). </hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi >Tratado. 2016. “Tratado sobre</hi><hi > o funcionamento da União Europeia (versão consolidada).” </hi><hi rend="italic" >Jornal Oficial</hi><hi rend="italic" > das Comunidades Europeias.</hi><hi > &lt;</hi><ref target="https://eur-lex.europa.eu/resource.html?uri=cellar"><hi >https://eur-lex.europa.eu/resource.html?uri=cellar</hi></ref><hi >:9e8d52e1-2c70-11e6-b497-01aa75ed71a1.0019.01/DOC_3&amp;format=PDF&gt; (09/22).</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi >União Europeia. 2002. “Versões </hi><hi >compiladas do Tratado da União Europeia e do Tratado que </hi><hi >institui a Comunidade Europeia (2002/C 325/01).” </hi><hi rend="italic" >Jornal Oficial das </hi><hi rend="italic" >Comunidades Europeias.</hi><hi > &lt;</hi><ref target="https://eur-lex.europa.eu/legal-content/PT/TXT/PDF/?uri=CELEX"><hi >https://eur-lex.europa.eu/legal-content/PT/TXT/PDF/?uri=CELEX</hi></ref><hi >:12002M/TXT&amp;from=PT&gt; (09/22).</hi></p><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="14.html#footnote-001-backlink">1</ref></hi>	Su questa discussione esiste già una solida tradizione di osservazioni. Tra i molti esempi si registra questa dichiarazione che riassume l’essenziale della posizione che qui intendiamo sottolineare: «L’Europe, trop souvent considérée selon les principes du marché, est avant tout une réalité culturelle. <hi >Cette</hi><hi > affirmation, </hi>évidente<hi > pour tout non-Européen, est pourtant très difficile </hi>à<hi > concevoir au sein même de l’Union européenne (UE)» (Jehan</hi><hi > 2007, 6).</hi></p><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="14.html#footnote-000-backlink">2</ref></hi>	Secondo il già menzionato TFUE, il Trattato sul Funzionamento dell’Unione Europa, il Parlamento Europeo è, insieme ai rappresentanti dei governi della UE nel Consiglio, responsabile per l’adozione di legislazione della UE. Ai sensi del procedimento legislativo ordinario, entrambe le istituzioni agiscono in qualità di co-legislatori alla pari. Tutte le misure sono dunque prese in fase di co-decisione dal Parlamento Europeo e dal Consiglio, e per unanimità, in quest’ultimo organo.</p>


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