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        <title type="main" level="a">Comparare l’Europa. Il concetto di letteratura europea come fattore di integrazione politica</title>
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            <forename>Gabriel</forename>
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          <resp>This is a section of <title>Europa: un progetto in costruzione</title>(DOI: <idno type="DOI">10.36253/979-12-215-0100-1</idno>) by </resp>
          <name>Michela Graziani, Ada Milani</name>
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        <publisher>Firenze University Press</publisher>
        <pubPlace>Firenze</pubPlace>
        <date when="2023">2023</date>
        <idno type="DOI">https://doi.org/10.36253/979-12-215-0100-1.20</idno>
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        <p>Starting with the last European discourse of David Sassoli, our intention is to reflect on Europe, specifically, on the concept of European literature as a factor of political integration.</p>
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      <p>It is available online at https://doi.org/10.36253/979-12-215-0100-1.20<ref target="https://doi.org/10.36253/979-12-215-0100-1.20" /></p>


<p rend="h1_chapter" >Comparare l’Europa. Il concetto di letteratura europea come fattore di integrazione politica</p><p rend="h1_author" >Gabriel Magalhães</p><p rend="text" >Nel suo ultimo discorso, pronunciato al Consiglio Europeo il 16 dicembre 2021, David Sassoli esclamava riguardo al processo di costruzione comunitaria in corso nel nostro continente: «Dovremo innovare in tutti i settori!» (Sassoli 2022a). Quest’affermazione entusiastica e ispiratrice ne riecheggiava un’altra, già presente nel suo discorso di insediamento come Presidente del Parlamento Europeo, pronunciato il 3 luglio 2019: «[…] abbiamo bisogno di riforme, di maggiore trasparenza, di innovazione» (Sassoli 2022b). Il presente studio, facente parte del volume in omaggio a David Sassoli, intende, seppure modestamente, innovare, presentando alcune riflessioni e proposte che permetterebbero di trasformare il concetto di letteratura in un utile e prezioso strumento per approfondire la costruzione di una Europa pienamente comunitaria. </p><p rend="text" >In verità, la costruzione di una comunità di nazioni nel continente europeo – comunità, questa, che dovrebbe diventare essa stessa una nuova iper-nazionalità –, è avvenuta soprattutto per via economica. Come è noto, è iniziata con il carbone e l’acciaio, sfociando più tardi in una moneta: l’euro. Se in tempi di prosperità questo motore economico e monetario ha funzionato bene, in periodi di crisi si è rivelato problematico, forse anche insufficiente. Nell’attualità, sentiamo che una Europa impoverita corre il rischio di smettere progressivamente di essere europea, perdendo via via il suo spirito comunitario. Di fronte a questa situazione, si è cominciato a parlare dell’idea di «Europa Culturale» (cfr. Franco 2012, 9, 12). Si tratta di usare nuovi cementi, nuove malte per costruire una comunità di nazioni nel nostro continente. Questo articolo intende proporre alcune riflessioni, suggerire alcune linee di orientamento sul ruolo che una letteratura europea può assumere in tale processo.</p><p rend="text" >La letteratura serve per costruire l’Europa? Potrebbe avere una utilità di questo tipo? Iniziamo da questa domanda. Durante il secolo scorso, infatti, ha avuto luogo una segreta battaglia tra i teorici che volevano sapere che cosa fosse il testo letterario in se stesso, assumendo una prospettiva e procedimenti ‘scientifici’, e quei pensatori che proponevano come obiettivo delle lettere una rivoluzione sociale, dunque dando loro una finalità ‘tecnica’. Per scuole come quella formalista o strutturalista, la letteratura si è trasformata in ‘letterarietà’: una parola che ha messo i testi dentro una provetta; per altri, il dovere dello scrittore era quello di trasformare la società, visto che l’opera letteraria costituisce soprattutto un gesto umanista. In seguito alla rivoluzione del 1974, possiamo trovare un volume che testimonia perfettamente questa tensione essenziale (cfr. International Association of Literary Critics 1977).</p><p rend="text" >Proprio come il progetto socialista è crollato, allo stesso modo l’idea di una finalità sociale del testo letterario è andata scivolando fino a svanire quasi completamente. La deriva della decostruzione e il gioco di specchi degli studi sulla ricezione hanno trasformato la letteratura in un pattinaggio artistico di interpretazioni diverse. Si è perso il senso della sua finalità. O, in altre parole: questa finalità si è frantumata in un perenne gioco ludico. A volte si ha l’impressione che l’opera letteraria sia diventata un giocattolo per il critico e che la società, in quanto collettività, sia rimasta senza sapere che cosa farsene. Questo è uno dei motivi, certamente, del progressivo spegnimento della presenza dell’oggetto letterario nel sistema di insegnamento.</p><p rend="text" >Sostenere che l’opera letteraria possa avere un ruolo nella costruzione dell’Europa implica anche, dunque, tornare al concetto di utilità della letteratura. Torniamo, di conseguenza, a Orazio e alla sua Epistola ai Pisoni: alla celebre idea di «lectorem delectando pariterque monendo», ovvero dilettare e insieme istruire il lettore (cfr. Orazio 2008, 554). Una lezione oraziana che avrà infiniti echi nella storia letteraria dell’Occidente, essendo uno dei più illustri quel passo di Cervantes, incluso nella sua opera magna del 1605, dove un canonico afferma: «el fin mejor que se pretende en los escritos, que es enseñar y deleitar juntamente, como ya tengo dicho» (Cervantes 1982, 543).</p><p rend="text" >E a questa idea classica di Orazio, che si è trasformata in una musica di sottofondo della letteratura occidentale, ne aggiungiamo un’altra: l’oggetto letterario possiede una notevole capacità di aggregare comunità umane – di costruire nazioni. Lo sappiamo da che gli israeliti si rifugiarono come popolo all’ombra delle mura dei loro libri sacri, opere che, secondo Northrop Frye, sono anche letterarie<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-017-backlink"><ref target="20.html#footnote-017">1</ref></hi></hi>. Allo stesso modo greci e romani innalzarono come bandiere i poemi omerici e l’Eneide. E a somiglianza del popolo eletto, delle grandi culture classiche, anche le nazioni europee si sono rafforzate nelle cittadelle dei loro libri più grandi. <hi rend="italic">Os Lusíadas</hi>, <hi rend="italic">Mensagem</hi>, <hi rend="italic">El ingenioso hidalgo D. Quijote de </hi><hi rend="italic">la Mancha</hi> costituiscono esempi peninsulari di opere che funzionano come cattedrali delle nazionalità.</p><p rend="text" >Di conseguenza, se la letteratura ha aiutato a formare comunità umane, a dare loro solidità e consistenza da migliaia di anni, potrà farlo anche oggigiorno, nel caso dell’Europa<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-016-backlink"><ref target="20.html#footnote-016">2</ref></hi></hi>. E qui è importante entrare in un’altra area della nostra riflessione. L’Occidente sta attraversando un tempo in cui si crede troppo nelle immagini. Prima è stato il cinema, la cui nuova bellezza, venata di tecnica, non ha sconvolto il nostro equilibrio culturale. Successivamente, tuttavia, è giunta la televisione, che in effetti lo ha fatto, trasformandosi in ciò che alcuni hanno chiamato una scuola parallela (cfr. Porcher 1974)<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-015-backlink"><ref target="20.html#footnote-015">3</ref></hi></hi>. E l’avvento di Internet e del mondo digitale ha elevato al cubo la presenza delle immagini nella nostra società. Tutto ciò sembra mettere in discussione, in maniera drammatica, il ruolo del libro e della letteratura nella vita sociale.</p><p rend="text" >Cominciamo a comprendere che il modo in cui ci consegniamo alle immagini ha impoverito la nostra società. In realtà, si tratta di fenomeni recenti, che hanno trovato in Marshall McLuhan (cfr. McLuhan 1962) il loro primo grande analista<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-014-backlink"><ref target="20.html#footnote-014">4</ref></hi></hi>. La cosa certa è che il modo in cui l’Occidente entra in decadenza, mentre la sua cultura diventa visiva, rappresenta un segno inequivocabile delle fragilità di questa eccessiva visualità. Dall’altro lato, gli alti indici di disoccupazione tra i più giovani, che si notano un po’ in tutta Europa, mostrano che una formazione basata su immagini non aprirà gli stessi orizzonti quanto un processo educativo basato sulla parola. L’Europa lo ha già capito e si stanno sviluppando programmi che tentano di contrastare la dimensione eccessivamente iconica dei processi sociali e pedagogici<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-013-backlink"><ref target="20.html#footnote-013">5</ref></hi></hi>.</p><p rend="text" >Ecco allora che, con una questione apparentemente così contemporanea, ci troviamo di fronte a un dibattito di migliaia di anni. Quando la religione giudaica sceglie di proibire l’adorazione delle immagini (cfr. <hi rend="italic">Esodo</hi> 20, 4-6), quando il protestantesimo si muove più o meno sulla stessa scia<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-012-backlink"><ref target="20.html#footnote-012">6</ref></hi></hi>, entrambe le religioni affermano il potere della parola. E il percorso che, a partire da quel momento, hanno compiuto, è stato in buona parte una storia di successo. Attualmente siamo intrisi di questa idea preconfezionata, quasi un cliché, secondo cui un’immagine vale più di mille parole, senza però ricordarci che un unico vocabolo, come il semplice termine ‘tavolo’, può servire a designare milioni di realtà materiali diverse. Con la parola ‘tavolo’, io riesco a nominare, in maniera quasi genetica, tutti tavoli del mondo. Tutto indica che, in Europa, ci inganniamo sopravvalutando le immagini. </p><p rend="text" >Tornare, dunque, al libro, alla letteratura e, in concreto, alla nozione di letteratura europea servirà per rivitalizzare le nostre società e anche per iniziare a cicatrizzare le ferite degli errori commessi. E questo è il momento di entrare nelle obiezioni più teoriche, più strettamente ‘scientifiche’ che si possono fare a questo progetto. In primo luogo, sorge l’urgenza di sapere se esista realmente un sistema letterario europeo. Potremo identificare nell’Europa le ‘systemic rules’ di cui parla Torres Feijó? (cfr. Torres Feijó 2011, 2). In realtà, lo stesso autore ci porta sulla strada giusta quando afferma che la creazione di sistemi letterari ha molto a che vedere con decisioni sociali, con «mechanisms of struggle, appropriation, and imposition» (Torres Feijó 2011, 7). In fondo, questo ci ricorda che l’esistenza dei sistemi letterari è fondamentalmente una scelta fatta da una comunità: quando il Brasile scelse di essere indipendente, decise anche di creare un sistema letterario brasiliano. Non è, dunque, scientificamente o teoricamente che le letterature giustificano se stesse, bensì in maniera storica e culturale.</p><p rend="text" >Se gli europei decidono che esiste una letteratura europea, sia come sistema letterario o come sistema di sistemi, la verità è che la letteratura europea esisterà. Proprio come, in Linguistica, è teoricamente impossibile distinguere, in maniera definitiva, un idioma da un dialetto<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-011-backlink"><ref target="20.html#footnote-011">7</ref></hi></hi>, allo stesso modo l’affermazione di un sistema letterario come realtà autonoma passa più da una decisione che da una riflessione. Ma il nostro ruolo di comparatisti ci obbliga a riflettere. E c’è una domanda che inevitabilmente si pone: come sarà possibile costruire un sistema letterario con tante lingue diverse come quelle che esistono in Europa?</p><p rend="text" >Non ci costa ammettere la consistenza di una letteratura canadese, fondata su due lingue, francese e inglese. Ma sarà possibile una letteratura europea che parli estone, ungherese, finlandese, spagnolo e svedese, tra le molte altre lingue? Poniamo questa domanda in maniera caricaturale, per comprendere, nell’imminenza della risata, la complicazione del problema. Tuttavia, quando parliamo di letteratura romantica, ci riferiamo a una realtà che contiene autori che scrivono in tedesco, italiano, portoghese, russo… E riferendoci alla letteratura surrealista menzioniamo un ampio universo che include scrittori di molte provenienze linguistiche. Di conseguenza, tali espressioni, ‘letteratura romantica’ o ‘letteratura surrealista’, indicano entità letterarie che oltrepassano qualsiasi frontiera idiomatica.</p><p rend="text" >In che modo è possibile? Grazie all’esistenza di uno spirito comune che soggiace a queste realizzazioni plurali: l’anima del romanticismo, l’impulso del surrealismo fondono quello che prima le lingue separavano. In tal senso, possiamo asserire quanto segue: esisterà una letteratura europea se esisterà uno spirito dell’Europa, uno spirito che, da un lato, parte dalla nostra decisione di assumerlo, ma che, allo stesso tempo, non può essere smentito dalla materialità dei testi. Così, quest’anima soggiacente è, in parte, una creazione, ma non cessa di costituire anche una realtà. E si ricordi che la letteratura è il paese in cui menzogna e realtà si tengono per mano.</p><p rend="text" >Riassumendo quanto detto finora, è possibile affermare che la nozione di letteratura europea potrà aiutare a costruire una nazionalità di nazionalità nel nostro continente. Infatti, il testo letterario possiede una particolare capacità di amalgamare persone e culture. Dall’altro lato, il ritorno alla parola, dopo il diluvio di immagini in cui abbiamo vissuto, rivitalizzerebbe le nostre società. La creazione di un sistema europeo dipende dalla nostra decisione come collettività, ma funzionerà solo se effettivamente esisterà uno spirito dell’Europa, che i testi non neghino, ma confermino. In questo caso, il mito non è il niente che è tutto. Non potremo imporre la fantasia di una Europa: possiamo, al contrario, creare questa fantasia sulla base di una realtà effettiva precedentemente esistente.</p><p rend="text" >È arrivato ora il momento di pensare un po’ al ruolo che la letteratura comparata potrebbe svolgere in questo processo. Infatti, il comparativismo, che vive abitualmente ai margini degli studi letterari, dovrebbe assumere ora un ruolo centrale. Del resto, la letteratura comparata, come Li Xia riporta in un brillante articolo (cfr. Li Xia 2011)<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-010-backlink"><ref target="20.html#footnote-010">8</ref></hi></hi>, si è intensamente sviluppata in Cina, come modo per la potenza asiatica di pensare, riflettere sul suo rapporto con il resto del mondo. Parimenti, risulta molto interessante concepire una letteratura comparata europea, che permetta al nostro continente di riflettere su se stesso mentre si autocostruisce, edificandosi così senza mettere da parte una costante problematizzazione, che è una delle sue maggiori ricchezze. Del resto, l’idea di letteratura europea, come afferma Gerhard R. Kaiser, è stata presente come primo orizzonte soggiacente alla letteratura universale enunciata nel pensiero di Goethe (cfr. Kaiser 1980)<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-009-backlink"><ref target="20.html#footnote-009">9</ref></hi></hi>.</p><p rend="text" >Che cosa potrebbe fare la letteratura comparata per aiutarci a essere europei? In primo luogo, si tratterebbe di scoprire le ‘sequenze’ del nostro essere culturale. Perché tutti i sistemi letterari sono ‘sequenze’, con rotture e continuità. Essere in grado di definire il proprio albero genealogico è una delle grandi sfide per una letteratura: il successo o il fallimento di questo lavoro di ascendenze e discendenze costituisce il primo test per la sua fattibilità. La letteratura portoghese, ad esempio, è piena di carte d’identità di questo tipo, con filiazioni ben definite. Sono ciò che chiamiamo <hi rend="italic">sequenze</hi>, come quella formata dal <hi rend="italic">Cancioneiro Geral</hi> di Garcia de Resende, Sá de Miranda, António Ferreira e Camões. <hi >O quella costituita da</hi><hi > Garrett, Herculano, Camilo, Júlio Dinis e Eça de Queirós.</hi></p><p rend="text" >Creare ‘sequenze’europee è un lavoro affascinante per la letteratura comparata: potremo così trasformare la linea Garcia de Resende, Sá de Miranda, António Ferreira, Camões, in un’altra via, ovvero Petrarca, Garcilaso, Camões, Quevedo. Difatti, l’Europa è qualcosa che ha un’avanguardia, una testa, per prima rappresentata dalla corte carolingia e dai suoi succedanei, con cui si è definita l’Europa come Cristianità (cfr. Abreu 2012, 16-8); successivamente è passata dalle città del Rinascimento italiano, poi si è spostata alla Penisola Iberica, al tempo delle Scoperte; infine, il dominio è tornato all’Europa Centrale, ai Paesi Bassi e all’Inghilterra, mentre i paesi nordici svolgeranno un ruolo cruciale solo nel XX secolo. Come vediamo, c’è un complesso DNA europeo, le cui spirali sono ancora da scoprire, e la letteratura comparata ci aiuterebbe a svelare tutta l’architettura di questa genetica storico-culturale, attraverso le testimonianze letterarie<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-008-backlink"><ref target="20.html#footnote-008">10</ref></hi></hi>.</p><p rend="text" >Tale impresa si realizzerebbe in gran parte attraverso lo studio delle relazioni, una delle grandi specialità del comparativismo. Abbiamo lavorato nell’ambito della letteratura comparata iberica ed è davvero impressionante il modo in cui una realtà culturale si ridisegna quando esaminiamo i dialoghi che, tra universi differenti, sono avvenuti nel corso dei secoli. Sorgono allora nuovi paradigmi: nel caso della nostra Penisola, si identifica proprio, secondo Sáez Delgado, un vero «ecosistema letterario» (Sáez Delgado 2012, 13). Una cosa è un paese visto in se stesso, mentre un’altra è lo stesso paese in comparazione, essendo questa novità di osservare tutto in connessione ciò che la critica comparatista propone.</p><p rend="text" >Nel caso europeo, in seguito allo studio di tali interazioni, la nozione di Europa che emergerà sarà molto più ricca di quella attuale. In particolare, i nostri orizzonti saranno rivestiti di una libertà e di un livello di consapevolezza che sfortunatamente, al momento, non possiedono. E bisogna qui sottolineare il carattere multipolare di tali studi relazionali: non si tratterebbe soltanto di analizzare l’influenza dei grandi centri sulle periferie, sulla scia di un comparativismo che mira ad affermare la dominanza delle letterature più potenti. Non si opterebbe nemmeno solo per lo studio dei rapporti tra paesi vicini, come quelli che sono stati fatti, seppure molto meritevolmente, in ambito iberico. Infatti, si potrebbe anche studiare l’influsso tra paesi distanti, tra periferie e periferie, come è stato fatto in un interessante lavoro coordinato da Teresa Pinheiro, Beata Cieszynska e José Eduardo Franco (cfr. Pinheiro et al. 2011)<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-007-backlink"><ref target="20.html#footnote-007">11</ref></hi></hi>.</p><p rend="text" >Un’altra questione è quella della definizione del canone della letteratura europea, un canone che ha già determinato la nascita di studi di riferimento (cfr. Buescu et al. 2012)<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-006-backlink"><ref target="20.html#footnote-006">12</ref></hi></hi>. Conosciamo bene i problemi che la pratica canonica solleva, trattati da critici come Harold Bloom (cfr. Bloom 1995) o Douwe Fokkema (cfr. Fokkema 1998). Anche in questo aspetto, così come in quello dei rapporti, difendiamo la pratica di una chiara pluralità. Sulla linea dei testi precedentemente menzionati, non neghiamo l’esistenza di grandi opere imprescindibili, come è il caso della <hi rend="italic">Divina Commedia</hi>, <hi rend="italic">Os Lusíadas</hi>, <hi rend="italic">El ingenioso</hi><hi rend="italic"> hidalgo D. Quijote de la Mancha</hi>, <hi rend="italic">Hamlet</hi>, <hi rend="italic">Faust</hi> o ancora di <hi rend="italic">Madame Bovary</hi>. Tuttavia, uno scheletro canonico costituito solo dai lavori più grandi, dalle grandi opere, sarebbe inoperativo.</p><p rend="text" >Infatti, uno dei fattori più affascinanti della letteratura europea nel corso degli ultimi tre secoli è stata la rinascita delle letterature scomparse e l’instaurazione di sistemi letterari che ancora non si erano formati, sebbene possedessero già una certa tradizione estetica. Nell’ambito peninsulare, pensiamo al magnifico rilancio della letteratura in catalano che, dopo i tempi illustri di Ramon Lull e di Ausiàs March, era sprofondata in un’epoca di tenebre; dall’altro lato, c’è il caso della letteratura basca, che solo ora forma un sistema con una certa solidità. Come fare in modo che questi sistemi, per quanto piccoli, si sentano rappresentati in un iper-sistema europeo<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-005-backlink"><ref target="20.html#footnote-005">13</ref></hi></hi>?</p><p rend="text" >In tal caso, proponiamo tre strategie parallele. In primo luogo, suggeriamo che il canone non sia formato solo dalle grandi opere, ma anche da antologie di movimenti. Pensiamo, ad esempio, a una collettanea del surrealismo europeo, che sarebbe ben più rappresentativa rispetto alla scelta di una sola opera, potendo includere in tutta onestà testi delle più svariate provenienze. Ovvero: non tutte le culture hanno contribuito alla letteratura europea con un grande libro, ma tutte, certamente, ci hanno offerto belle poesie, magnifici racconti o brillanti saggi. Queste antologie si formerebbero con le piccole ossa che lo scheletro canonico d’Europa dovrà possedere se vorrà veramente essere articolato.</p><p rend="text" >Un’altra strategia, parallela a questa, passerebbe dalla decisione che il canone d’Europa possa essere definito a partire da ogni paese, qualora, in ogni nazione, si insegnasse letteratura europea. Il Portogallo potrebbe definire quali opere del continente rappresentano il ‘suo’ canone di questa stessa Europa, mentre la Svezia, la Spagna o l’Inghilterra potrebbero selezionare altri testi. In un simile labirinto di scelte, ci sarebbero senza dubbio molti punti in comune, e allo stesso tempo una salutare diversità. Non ci interessa, dunque, una letteratura europea imposta dall’alto, come un piano di austerità, bensì vissuta dal basso, nella libera scelta di ogni paese. Ogni nazione inventerebbe la sua letteratura europea, e la sovrapposizione di tutte le varie invenzioni sfocerebbe in qualcosa di concreto.</p><p rend="text" >Allo stesso modo, proponiamo anche una terza strategia: creare antologie in cui la letteratura di un paese appaia in rapporto a quella degli altri paesi europei. Proprio come alla Fundação Calouste Gulbenkian si fece la memorabile esposizione <hi rend="italic">Diálogo de Vanguardas</hi>, in cui l’opera di Amadeo de Souza-Cardoso appariva fianco a fianco con le creazioni di altri artisti del suo tempo<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-004-backlink"><ref target="20.html#footnote-004">14</ref></hi></hi>, allo stesso modo sarebbe molto illuminante concepire, per esempio, un’antologia europea della letteratura portoghese. In un volume di questo genere, le poesie di Camões figurerebbero fianco a fianco con quelle di Petrarca e Garcilaso, così come i nostri trovatori dialogherebbero con i poeti provenzali e certe poesie pessoane si editerebbero accanto a un componimento di Shakespeare o di Rimbaud. Potrebbero essere antologie di poesia, ma anche di racconti, saggi, testi di viaggio, non esistendo, ancora una volta, un modello rigido. </p><p rend="text" >Questo punto ci conduce a un altro di maggiore importanza: una letteratura europea deve essere obbligatoriamente una rete di traduzioni. Potremmo dunque quasi affermare che la lingua della letteratura d’Europa è proprio questa: la traduzione<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-003-backlink"><ref target="20.html#footnote-003">15</ref></hi></hi>. In generale, sarebbe auspicabile che i cittadini del nostro continente parlassero almeno due lingue europee e straniere, oltre alla propria lingua. Ciononostante, pur arrivando a una Europa di utenti di quattro, cinque e sei lingue – cosa non difficile se pensiamo che l’uso di una lingua si può riassumere nella sua comprensione orale e scritta –, la nostra patria sarà comunque, in gran parte, la traduzione.</p><p rend="text" >E chi dice traduzione vuol dire comprensione. Non parlo solo di una tecnica, ma anche, e soprattutto, di un’attitudine generosa di avvicinamento all’altro. Creando l’ipersistema letterario europeo, non vogliamo infatti tornare al vecchio schema nazionalista delle letterature di ciascun paese. Non si tratta dunque di fabbricare un chiuso nazionalismo europeo. Esperti del settore, come Helena Carvalho Buescu, ci hanno avvertiti in vari lavori della degenerazione di un simile nazionalismo (cfr. Buescu 2011)<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-002-backlink"><ref target="20.html#footnote-002">16</ref></hi></hi>. Ed è per questo che, sulla linea degli studi ampiamente citati di Étiemble (cfr. Étiemble 1963; Étiemble 1974; Étiemble 1988), consideriamo della massima importanza concepire la letteratura europea come una realtà porosa. Tanto più che solo così essa risulta comprensibile. </p><p rend="text" >Come intendere, infatti, la letteratura d’Europa senza la <hi rend="italic">Bibbia</hi>, opera prima del Vicino Oriente? Come comprendere la poesia peninsulare senza l’influsso arabo, proveniente dal Nord Africa? Sarebbe possibile analizzare Alberto Caeiro senza Walt Whitman? E che fare di quel centauro che è la letteratura russa, al tempo stesso così europea ma anche così asiatica per certi aspetti? Il sistema letterario europeo dovrà tendere a quella letteratura-mondo che è stata sempre l’ultimo orizzonte degli studi comparatisti. Non si confonda, perciò, la nostra proposta con un neonazionalismo, al contrario la si consideri un modo generoso di inserire il nostro continente nella globalizzazione, contribuendo alla sua umanizzazione.</p><p rend="text" >Perché questa globalizzazione non è più nostra, infatti. Siamo stati noi a cominciarla, secoli fa, e come sappiamo il Portogallo vi ha esercitato un ruolo importante. Tuttavia, dalla metà del XX secolo, o anche prima, dalla conclusione della Prima guerra mondiale nel 1918, l’Europa non domina più il mondo. In una prima fase, ha ceduto il dominio agli Stati Uniti, poi alla scomparsa Unione Sovietica e oggi le redini del potere si trovano molto lontano da noi, forse già nei mari distanti dell’Estremo Oriente.</p><p rend="text" >In questo modo, parlare di una letteratura europea, sebbene non significhi nazionalismo, nel senso chiuso del termine, non smette di essere un modo per affermare i nostri valori. Il primo è la ricerca di un mondo migliore nel futuro, sia attraverso la via trascendente sia mediante il progresso economico e sociale. La società europea è sempre stata pellegrina, lungo un cammino di cattedrali o autostrade di sviluppo. Il mondo attuale è un confuso universo di mutazioni perenni, con costanti alti e bassi, in una logica da grafico di quotazioni in borsa, e il risultato è che gli europei non si sentono bene a causa di quei terremoti economici e finanziari che abbattono la bellezza architettonica degli orizzonti. La globalizzazione attuale vive infatti una perpetua successione di presenti, che sono come un gioco senza fine, e noi siamo una cultura di futuri redentori. </p><p rend="text" >Dall’altro lato, per noi europei ha grande importanza il valore dell’amore e della solidarietà. La nostra storia letteraria è un catalogo quasi infinito di passioni e di grandi storie di fratellanza. Pensiamo a <hi rend="italic">Tristano e Isotta</hi>, ma anche ai <hi rend="italic">Miserabili</hi>, a Pedro e Inês, o ai romanzi di Dickens. La fratellanza, che sia nell’alto voltaggio dell’amore o nel dolce vissuto della solidarietà, costituisce anche un valore europeo di prima grandezza, ben presente nei nostri testi. È la ricerca di Ulisse continuata per millenni, in cerca di Penelope, sempre verso la felicità di Itaca. La globalizzazione attuale dà poca importanza a questo sentimento, e noi europei ci sentiamo a volte quasi sfocati nella difesa di idee che non compaiono più nella crudele fotografia del presente. </p><p rend="text" >Un terzo valore è quello della libertà. In nessun continente come nel nostro si è lottato tanto per essere liberi. E questa lotta, quest’ansia si definisce già, con molta chiarezza, nel palco della tragedia. Perché, di fatto, come anche Shakespeare ci ha insegnato, l’esercizio del nostro libero arbitrio può condurci ai nostri più grandi demoni. In ogni caso, malgrado le tante dittature e assolutismi che abbiamo sofferto, i tanti Cesari e signori feudali che abbiamo sopportato, non abbiamo mai desistito dalla libertà. E questo valore entra in conflitto, ancora una volta, con una nuova schiavitù dell’attualità.</p><p rend="text" >Potremmo poi parlare di un quarto valore: la Natura, che viene dalla poesia greco-latina, è già ben evidente nelle <hi rend="italic">Georgiche</hi> di Virgilio e arriva alle egloghe e alle arcadie, passando per gli immensi paesaggi romantici o per gli angoli realisti. Siamo una cultura protetta nel suo quadro naturale, come in un grembo materno. Tuttavia, oggigiorno, lo scenario a noi più caro è messo in discussione in maniera drammatica da un’idea di sviluppo come incubo progressivo. Tutti questi valori, la ricerca di un mondo migliore, l’amore e la solidarietà, la libertà, il rispetto per la Natura, non sembrano più priorità assolute nel mondo attuale. Condividiamo questi principi con il resto dell’Occidente, in concreto con gli Stati Uniti e il continente americano, ma ci sentiamo sempre più schiacciati da un’altra concezione del mondo, che avvertiamo come estranea e nemica. </p><p rend="text" >A tutti questi assi identitari ne aggiungiamo un ultimo: l’anima contraddittoria dell’Europa<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-001-backlink"><ref target="20.html#footnote-001">17</ref></hi></hi>. Difatti, amiamo l’orizzonte del futuro, ma ci incantiamo con il nostro passato, trasformando il nostro rapporto con le epoche preferite in un autentico culto. Siamo il continente dell’amore e della condivisione, e siamo stati noi a dare origine al sistema capitalista, così come alla feroce modalità di sfruttamento dell’uomo sull’uomo. Lottiamo per la libertà e, tuttavia, come è già stato detto, permettiamo molti tipi di oppressione. Ammiriamo la Natura, ma siamo stati noi a iniziare la sua sistematica distruzione. Questa dimensione contraddittoria dell’anima europea ha dato luogo a due guerre mondiali e, precedentemente, a una storia infinita di conflitti bellici. Per tutto questo, parlare dell’ideale europeo configura un discorso che non può cancellare le contraddizioni del continente, ma fare di tutto affinché esse si risolvano in pacifico dialogo.</p><p rend="text" >Esiste dunque uno spirito d’Europa, anche se questo implica una dimensione dialogica e paradossale. Uno spirito, che qui abbiamo voluto solo abbozzare<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-000-backlink"><ref target="20.html#footnote-000">18</ref></hi></hi>, e che sarà la base reale di una letteratura europea. Una letteratura europea su cui già si sta lavorando sotto i molteplici aspetti affrontati (studi di traduzione, studi sul canone…). Tuttavia, finché non si prenderà una decisione ferma dal punto di vista sociale e politico, superando le mere intenzioni generiche, tutto questo lavoro sarà destinato a restare marginale. È importante che i nostri responsabili sappiano che più che comprare e vendere l’Europa è meglio compararla. Ovvero, usare il comparativismo e il meraviglioso patrimonio letterario del nostro continente come uno strumento per il futuro. Con iniziative come queste, svolte nell’area della cultura, riusciremo in ciò che David Sassoli ha sostenuto con veemenza in uno dei suoi discorsi più importanti, quello d’insediamento come Presidente del Parlamento Europeo: che l’Europa non sia «un incidente della Storia» (Sassoli 2022b), ma, al contrario, una realtà con un solido avvenire.</p><p rend="h2" >Riferimenti bibliografici</p><p rend="bib_indx_bib" ><hi >Abreu,</hi><hi > L. 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In lavori successivi il critico ritornerà in modo più ampio su questa questione della letterarietà della <hi rend="italic">Bibbia</hi>.</p><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="20.html#footnote-016-backlink">2</ref></hi>	La stessa Unione Europea ha riconosciuto questo ruolo nel documento “Promoting the Teaching of European Literature”, riportato da César Domínguez alle pagine 11 e 12 del suo articolo “Dislocating European Literature(s)”: un lavoro svolto nell’ambito del progetto di ricerca “Europe, in Comparison: EU, Identity and the Idea of European Literature” (cfr. Dominguez 2014).</p><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="20.html#footnote-015-backlink">3</ref></hi>	Traduzione portoghese di Maria da Ascensão Pinheiro (cfr. Pinheiro 1977).</p><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="20.html#footnote-014-backlink">4</ref></hi>	Traduzione portoghese di Leônidas Gontijo de Carvalho e Anísio Teixeira (cfr. Carvalho, e Teixeira 1977).</p><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="20.html#footnote-013-backlink">5</ref></hi>	Il programma Ariane è un bell’esempio di quello che abbiamo riportato.</p><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="20.html#footnote-012-backlink">6</ref></hi>	La questione dell’utilizzo delle immagini nel protestantesimo è molto complessa. Una buona sintesi la possiamo trovare nell’articolo di Jérôme Cottin intitolato “La Réforme et les images: origine et actualité” (cfr. Cottin 2004a; Cottin 2004b).</p><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="20.html#footnote-011-backlink">7</ref></hi>	Al riguardo, esiste la celebre frase di Max Weinreich: «Una lingua è un dialetto con un esercito e un’armata» (Weinreich <hi rend="italic">apud</hi> Dias 2011, 33, traduzione nostra). </p><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="20.html#footnote-010-backlink">8</ref></hi>	Il riferimento all’interessamento cinese nella letteratura comparata appare alle pp. 26 e 27.</p><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="20.html#footnote-009-backlink">9</ref></hi>	Traduzione portoghese di Teresa Alegre (cfr. Alegre 1989, 37).</p><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="20.html#footnote-008-backlink">10</ref></hi>	Un’opera che ci può inserire nella scia di queste spirali e di questo ADN che si manifestano in letteratura è Benoit-Dusausoy, e Fontaine 1992.</p><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="20.html#footnote-007-backlink">11</ref></hi>	Un altro lavoro sul rapporto tra periferie è quello di Pesti 2011.</p><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="20.html#footnote-006-backlink">12</ref></hi>	Questo libro è l’edizione portoghese di Antonelli et al. 2012.</p><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="20.html#footnote-005-backlink">13</ref></hi>	Nel presente lavoro è molto interessante ricordare un volume particolarmente attento alla diversità letteraria europea: Aseguinolaza et al. 2010.</p><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="20.html#footnote-004-backlink">14</ref></hi>	L’esposizione è stata inaugurata a novembre del 2006 ed ha avuto un enorme successo con più di 100.000 visitatori, a cui è seguito un catalogo di riferimento.</p><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="20.html#footnote-003-backlink">15</ref></hi>	<hi >Siamo d’accordo con César Domínguez quando afferma:</hi><hi > </hi>«But,<hi > in contrast to the American case, what one cannot</hi><hi > forget is that translation has already founded the very idea</hi><hi > of European literature» (Domínguez 2014, 21).</hi></p><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="20.html#footnote-002-backlink">16</ref></hi>	Su queste questioni Helena Carvalhão Buescu riflette anche nel volume<hi > </hi><hi rend="italic" >Experiência do Incomum</hi><hi rend="italic" > e Boa Vizinhança: Literatura Comparada e Literatura-Mundo</hi><hi > (cfr. Buescu</hi><hi > 2013).</hi></p><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="20.html#footnote-001-backlink">17</ref></hi>	Quello che Edgar Morin chiama «la dialógica turbilhoeira» (cfr. Morin 1987). Traduzione portoghese di Carlos Santos (cfr. Santos 1988, 100-2).</p><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="20.html#footnote-000-backlink">18</ref></hi>	Per una riflessione più approfondita sullo spirito dell’Europa, consultare Enes 2004.</p>w


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