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        <title type="main" level="a">Introduzione</title>
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          <persName n="1" ref="https://orcid.org/0000-0002-0755-0713" type="ORCID">
            <forename>Valeria</forename>
            <surname>Filì</surname>
            <placeName type="affiliation">University of Udine, Italy</placeName>
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          <resp>This is a section of <title>La lingua italiana in una prospettiva di genere</title>(DOI: <idno type="DOI">10.36253/979-12-215-0138-4</idno>) by </resp>
          <name>Maria Paola Monaco</name>
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        <publisher>Firenze University Press</publisher>
        <pubPlace>Firenze</pubPlace>
        <date when="2023">2023</date>
        <idno type="DOI">https://doi.org/10.36253/979-12-215-0138-4.07</idno>
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          <p>Available for academic research purposes</p>
          <p>Open Access</p>
          <p>Copyright Author(s)</p>
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        <p>In introducing the first session, the A. stresses that gender issues are now central to our country’s cultural, political, and social-economic agenda, and how the promotion of inclusive language is important for the social and legal recognition of categories of discriminated or otherwise marginalized. by an autograph manuscript by Lope and another one transmitted through printed books and sueltas. On the other hand, I will focus my attention on the dialogues in the play, since they are useful to better understand the work of composition and preparation of the copy of the comedia by the playwright, as well as the company’s work on the text.</p>
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            <item>Gender</item>
            <item>Transgender</item>
            <item>Bias</item>
            <item>Discrimination</item>
            <item>Language</item>
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      <p>It is available online at https://doi.org/10.36253/979-12-215-0138-4.07<ref target="https://doi.org/10.36253/979-12-215-0138-4.07" /></p>


<p rend="h1_chapter" >Introduzione</p><p rend="h1_author" >Valeria Filì</p><p rend="text" >Un profondo e sentito ringraziamento alla Rettrice dell’Università degli Studi di Firenze per il coinvolgimento in questa iniziativa e al Rettore dell’Università degli Studi di Udine per aver aderito con entusiasmo. </p><p rend="text" >Aggiungo anche un affettuoso ringraziamento alla collega di materia e di delega, prof.ssa Maria Paola Monaco, per l’eccellente lavoro di organizzazione e di coordinamento. </p><p rend="text" >Sono davvero molto orgogliosa di partecipare a questo evento, impreziosito dalla presenza del presidente dell’Accademia della Crusca, ed è un onore, oltre che un piacere, coordinare questa prima sessione in cui ascolteremo opinioni, prospettive e riflessioni diverse. </p><p rend="text" >Dalle parole del presidente dell’Accademia della Crusca abbiamo già colto un’anticipazione delle tematiche che verranno trattate. </p><p rend="text" >Le opinioni e prospettive differenti che ascolteremo contribuiranno a farci comprendere quanto complessa sia questa materia e, in fondo, quante poche certezze vi siano. </p><p rend="text" >La professoressa Cecilia Robustelli e i professori Marco Biffi, Federigo Bambi e Nicola Strizzolo, in questa prima sessione, ci guideranno in un percorso in un cui la lingua italiana è un mezzo ed è anche un fine. </p><p rend="text" >Io sono una giurista, una giuslavorista, non certo una linguista, ma l’uso delle parole è anche il mio pane quotidiano e, svolgendo il mio mestiere, so quanto le parole possano diventare pietre. Solo se diamo un nome alle cose e ai fenomeni, alle persone, le cose, i fenomeni, le persone, esistono, hanno visibilità e hanno riconoscimento sociale oltre che giuridico. </p><p rend="text" >Penso, ad esempio, a parole come <hi >«</hi>molestie sessuali<hi >»</hi>, <hi >«</hi>femminicidio<hi >»</hi>, <hi >«</hi><hi rend="italic">mobbing</hi><hi >»</hi>. Fenomeni antichissimi che hanno trovato un riconoscimento sociale e poi giuridico piuttosto di recente grazie ai cambiamenti culturali e sociali, e grazie alla lenta e difficile opera di svelamento dei cosiddetti <hi >«</hi><hi rend="italic">bias</hi><hi >»</hi> cognitivi o, almeno, di alcuni di questi. E di questo faticoso processo di contrasto agli stereotipi, ai pregiudizi e alle discriminazioni la lingua è un tassello fondamentale. </p><p rend="text" >Viviamo di parole. Le parole ci distinguono dagli altri animali. Le parole vivono con noi e le parole cambiano con noi e seguono – come è stato detto – le trasformazioni sociali. </p><p rend="text" >Le tematiche di genere sono tematiche ormai centrali nell’agenda culturale, politica, sociale ed economica del nostro Paese: da ultimo, penso al PNRR. E sono centrali nell’agenda dell’Unione europea: penso alla Gender Equality Strategy 2020-2025 della Commissione. Sono addirittura centrali nell’agenda globale: penso all’obiettivo numero 5 dell’Agenda ONU 2030 per lo sviluppo sostenibile.</p><p rend="text" >Eppure, le tematiche di genere suscitano ancora oggi, troppo spesso, scontri ideologici. Si tratta di un terreno che sovente anima i <hi rend="italic">media</hi>, giornali, televisioni e <hi rend="italic">social network</hi>. </p><p rend="text" >Un tema sempre caldo è, in particolare, quello dell’uso della lingua in una prospettiva di genere. </p><p rend="text" >Ancora oggi, dopo quello che abbiamo sentito e dopo quello che è stato scritto, elaborato e prodotto a livello scientifico da intellettuali, linguisti e linguiste prestigiosi, chiamare una donna ‘rettrice’ o ‘direttrice’ o ‘ministra’ o ‘avvocata’ o ‘medica’ o ‘sindaca’ crea problemi o dubbi, perplessità o ilarità. Spesso, prescindendo dalle regole grammaticali, sui media sentiamo o leggiamo l’utilizzo solo al maschile di cariche politiche o nomi di professioni. </p><p rend="text" >Eppure, non vi è la minima esitazione a chiamare una donna ‘maestra’, ‘commessa’, ‘infermiera’, ‘segretaria’ e ‘domestica’. </p><p rend="text" >Ancora oggi, nel 2022, la declinazione al femminile di cariche o professioni ritenute socialmente importanti sembra sminuirle e spesso anche le donne cadono nella trappola, sentendosi più sicure se il loro genere viene annullato nel maschile, ritenuto <hi rend="italic">ex se </hi>più prestigioso. </p><p rend="text" >Ho un recentissimo esempio di come si diventa addirittura ridicoli nel non voler utilizzare le parole declinate al femminile che esistono pacificamente nella lingua italiana. Si tratta della legge n. 162/2021, che ha apportato interessanti novità sul piano del diritto antidiscriminatorio e delle pari opportunità. L’art. 3, comma 1, lett. d), utilizza questa espressione: <hi >«</hi><hi rend="italic">lavoratori di sesso femminile eventualmente in stato di gravidanza</hi><hi >»</hi>. Eppure, nel periodo corporativo il legislatore ha usato le parole <hi >«</hi><hi rend="italic">lavoratrice/lavoratrici</hi><hi >»</hi>, come pure la Costituzione e, in seguito, altre disposizioni di legge dedicate alla condizione femminile. </p><p rend="text" >Un ulteriore tema, sempre molto caldo, cui si è fatto cenno, <hi >è quello che riguarda l</hi>’uso di soluzioni, per così dire, sperimentali. </p><p rend="text" >Lo <hi rend="italic">schwa</hi> (ə) e l’asterisco (*) trovano forti estimatori, specie nell’area più sensibile alle esigenze delle persone <hi rend="italic">transgender</hi> o comunque non binarie, al fine di promuovere un linguaggio inclusivo a tutto campo e anche usarlo come bandiera o grimaldello per un riconoscimento sociale e giuridico. </p><p rend="text" >Come abbiamo già sentito, queste sperimentazioni trovano anche forti oppositori i quali sottolineano l’importanza di non discostarsi dalle consolidate regole grammaticali, evidenziando che la lingua non può e non deve essere utilizzata per un riconoscimento sociale, mirando ad una chiarezza e purezza della grammatica e del messaggio che viene inviato. </p><p rend="text" >Dunque, certamente <hi >è in gioco la grammatica </hi>e la comprensibilità del messaggio trasmesso, ma (altrettanto certamente) in gioco vi è anche molto di più. </p><p rend="text" >L’infiammarsi del dibattito non può essere ridotto solo ad un discorso di applicazione o disapplicazione di regole grammaticali, lo sappiamo bene. Accanto al profilo linguistico, in senso più tecnico, andiamo a toccare sensibilità, idee, visioni della società molto diverse, spesso opposte, che proprio sulle parole e con le parole si scontrano. </p><p rend="text" >La lingua deve essere parlata, deve essere pronunciata ma è innegabile che nello scritto e nell’orale usiamo registri diversi, come pure a seconda dei contesti in cui ci troviamo e del pubblico di riferimento. </p><p rend="text" >Sui <hi rend="italic">social network</hi> si sta sviluppando una lingua parallela, con modi di dire, abbreviazioni, simboli che non si pronunciano ma che tutti coloro che sono ‘nel gruppo’ capiscono perfettamente. </p><p rend="text" >La lingua cambia con noi, noi cambiamo con la lingua, di questo si discuterà durante il seminario con colleghe e colleghi appartenenti ad ambiti disciplinari diversi.</p><p rend="text ParaOverride-1" ><hi rend="italic">Delegata del Rettore per le pari opportunità <lb/>e Presidente del CUG dell’Università di Udine</hi></p>



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