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      <titleStmt>
        <title type="main" level="a">Lingua di genere, inclusione, lingua pubblica: spunti di riflessione in punta di langue e di parole</title>
        <author>
          <persName n="1" ref="https://orcid.org/0000-0003-4507-4823" type="ORCID">
            <forename>Marco</forename>
            <surname>Biffi</surname>
            <placeName type="affiliation">University of Florence, Italy</placeName>
          </persName>
        </author>
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          <resp>This is a section of <title>La lingua italiana in una prospettiva di genere</title>(DOI: <idno type="DOI">10.36253/979-12-215-0138-4</idno>) by </resp>
          <name>Maria Paola Monaco</name>
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        <publisher>Firenze University Press</publisher>
        <pubPlace>Firenze</pubPlace>
        <date when="2023">2023</date>
        <idno type="DOI">https://doi.org/10.36253/979-12-215-0138-4.08</idno>
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          <p>Available for academic research purposes</p>
          <p>Open Access</p>
          <p>Copyright Author(s)</p>
          <licence source="text" target="https://creativecommons.org/licenses/by/4.0/legalcode">
            <p>Content licence CC BY 4.0</p>
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            <p>Metadata licence CC0 1.0</p>
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        <p>This is original content, published for academic research purposes</p>
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      <abstract xml:lang="en">
        <p>This contribution proposes some general observations on gendered language in a public context. Some specific issues are discussed: 1) language can be neither the only nor the main tool for a truly inclusive society, for which it is rather necessary to raise the level of average culture; 2) the public language has to refer to standard Italian in order to guarantee transparency for all citizens (even of those who do not have a high level of linguistic competence and therefore cannot handle exogenous changes in structure) 3) the unmarked masculine in certain contexts is however an inclusive strategy that in Italian is embedded in an articulated system of solutions that are not always based on the grammatical masculine (such as the use of feminine persona).</p>
      </abstract>
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        <keywords>
          <list>
            <item>lingua di genere</item>
            <item>inclusione</item>
            <item>lingua pubblica</item>
            <item>langue e parole</item>
          </list>
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      <p>It is available online at https://doi.org/10.36253/979-12-215-0138-4.08<ref target="https://doi.org/10.36253/979-12-215-0138-4.08" /></p>



<p rend="h1_chapter" >Lingua di genere, inclusione, lingua pubblica: spunti di riflessione in punta di <hi rend="italic">langue</hi> e di <hi rend="italic">parole</hi></p><p rend="h1_author" >Marco Biffi</p><p rend="text" >L’intervento al webinar si è aperto con un saluto particolare («Buongiorno. Ci tengo a ringraziare chi ha organizzato l’incontro e a mandare un saluto affettuoso a Maria Paola Monaco, che non può essere con noi»), seguendo volutamente una strategia elusiva e introducendo così un cambiamento rispetto alla formula spontanea («Buongiorno a tutti») più rispondente al mio idioletto in contesti ufficiali e pubblici. Del resto, da un po’ di tempo a questa parte, usando il tipo «Buongiorno a tutti», mi sento costretto a precisare, quasi giustificandomi, che non intendo offendere nessuno e che mi si deve scusare perché, essendo un linguista italiano, uno storico della lingua che gravita sull’Accademia della Crusca, quando parlo in pubblico preferisco attenermi a quelle che sono le norme dell’italiano standard, perché in questo si riconoscono tutti in quanto italiano ufficiale insegnato a scuola. Sulle possibili variazioni praticabili in questo genere di aperture ritornerò nel mio intervento, ma questo è il mio uso. Non è che non conosca <hi rend="italic">Il sessismo nella lingua italiana</hi> di Alma Sabatini (Sabatini 1987) o che non ne apprezzi i contenuti o che non lo valuti importante: è che in questo particolare momento storico diventa anche una posizione politico-linguistica, una posizione che ho tra l’altro notato con grande interesse nel discorso di saluto portato dal Sindaco di Firenze, Dario Nardella, all’inaugurazione dell’anno accademico 2021-2022 dell’Università degli Studi di Firenze (tenutosi nel Salone dei Cinquecento di Palazzo Vecchio il 21 febbraio 2022), inaugurazione a cui ha accennato anche Claudio Marazzini nel suo intervento e su cui avrò modo di tornare più avanti. Ho notato questo uso con interesse e anche con un po’ di meraviglia, perché in molte altre occasioni ho invece sentito il Sindaco ricorrere alla ‘formula doppia’ del tipo «studentesse e studenti», «signore e signori», ecc.<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi xml:id="footnote-004-backlink"><ref target="08.html#footnote-004">1</ref></hi></hi>.</p><p rend="text" >Lo scopo di questo intervento – un po’ perché è il primo della sessione e un po’ per motivi di organizzazione con il mio gruppo di lavoro, di cui fanno parte Stefania Iannizzotto e Luisa di Valvasone, che nel loro intervento affronteranno la questione da un punto di vista più pragmatico con osservazioni linguistiche puntuali – è di soffermarmi su alcune osservazioni generali, precedute da una breve premessa sull’importanza di incontri come quello organizzato in questa occasione, quanto mai opportuni perché riuniscono addetti ai lavori che offrono il loro contributo sulle specifiche pertinenze in modo scientifico, mentre la prassi ormai usuale quando si affrontano temi legati alla prospettiva di genere nella lingua è la radicalizzazione estrema della discussione, spesso trascinata prevalentemente nelle piazze dei social e poi deformata dalla cassa di risonanza dei mezzi di informazione di massa.</p><p rend="text" >Una serenità dialettica sarebbe auspicabile, oltre che in contesti come questo, anche nei normali scambi; insomma sarebbe bello che si potesse discutere di questi temi in un clima in cui si può contare sul fatto che essere uomo (nello specifico significato di ‘maschio’) non squalifica ciò che si dice, oltretutto se l’uomo è un esperto delle materie trattate; un clima in cui persino essere maschio, cis, etero, bianco dà il diritto di essere ascoltato con attenzione e senza preconcetti (e una tale neutralità e forma di inclusione è tanto più auspicabile nel momento in cui si sta discutendo di rispetto e attenzione reciproca). La forza della competenza e della scientificità, anche divulgativa, è particolarmente necessaria in un mondo, in una società, in cui l’informazione punta soprattutto alla spettacolarizzazione e all’effetto più che all’approfondimento e alla riflessione; in un mondo, in una società, in cui vigono le regole dei social e quindi quelle della post-verità, quelle dell’autocostruzione plebiscitaria di profili professionali e scientifici da un lato e di argomentazioni e verità dall’altro. Il mondo dei social è infatti il dominio della post-verità, cioè quella dimensione in cui non si verificano le cose che sarebbero facilmente verificabili, ma ci accontentiamo di accontentarci di quello che ci viene detto, perché ci piace, perché ci trova d’accordo. Il mondo dell’informazione – che dovrebbe a maggior ragione in questo momento storico, in cui l’assordante rumore della rete finisce per reificarsi in assenza di notizie e conoscenze reali – è del resto spesso un palcoscenico dove tutto è ricondotto a binarietà equilibrata delle parti: non importa se la stragrande maggioranza degli scienziati sostiene che stiamo andando verso il riscaldamento globale, perché i mezzi di comunicazione di massa metteranno a confronto un favorevole e un contrario, per dare respiro allo scontro, che non sarebbe interessante se la disputa fosse quella che realmente è, con la comunità scientifica interamente schierata su una posizione precisa, dimostrata da dati ormai consolidati. Ho fatto riferimento al riscaldamento globale, ma il meccanismo è facilmente estensibile a molti altri temi; anche al nostro.</p><p rend="text" >Nel mio intervento toccherò in particolare tre punti.</p><p rend="text" >1) Il problema della lingua di genere va affrontato, è indubbio. Va oggi affrontato anche tenendo conto del fatto che sono entrate in conflitto da un lato le istanze di valorizzazione e riconoscimento del ruolo della donna e dall’altro le istanze delle persone non binarie. E sono entrate in conflitto perché le soluzioni che si propongono sono in forte contrasto: specificare sempre più dettagliatamente maschile e femminile sposta decisamente la lingua in una direzione binaria, anche là dove la lingua, nella sua secolare formazione naturale basata sulla selezione naturale delle parole e dei costrutti, offre zone tetto, in cui la differenza di genere si perde. Ma prima di continuare con qualunque altra riflessione, vorrei sottolineare con forza che la lingua non può essere la cura. È vero: le parole sono importanti, l’ha detto persino Nanni Moretti in <hi rend="italic">Palombella rossa</hi> nel 1989 («le parole sono importanti… <hi rend="italic">trend negativo</hi>, io non parlo così, non penso così… <hi rend="italic">trend negativo</hi>»); però anche Nanni Moretti si era fermato alle parole, mentre recentemente le soluzioni alternative si sono spostate nella direzione del cambiamento delle strutture morfologiche e sintattiche, cioè il cuore di una lingua, il fulcro della sua struttura, della sua identità. E la struttura di una lingua si consolida nei secoli in base a principi di condivisione e di economicità. </p><p rend="text" >Ai nostri giorni chiunque si ritiene in diritto di parlare di lingua e si presenta come esperto di lingua, irridendo coloro che sono linguisti da decenni e che come tali son riconosciuti dalla comunità scientifica internazionale: professori ordinari di economia aziendale ci insegnano come va letto Saussure, perché magari hanno letto una riga di Saussure, ma non l’intero volume dei <hi rend="italic">Cours</hi> (Saussure 1916) e quindi, naturalmente, sfugge loro il senso generale, quel <hi rend="italic" >tout se tient</hi> che permea la riflessione del grande linguista svizzero<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-003-backlink"><ref target="08.html#footnote-003">2</ref></hi></hi>; i giornalisti insegnano la linguistica ai linguisti, come Luca Sofri, che ci ha spiegato tante cose sullo <hi rend="italic">schwa</hi> dimostrando di non sapere, linguisticamente, nemmeno di che cosa sta parlando (cfr. Sofri 2022). La lingua è sistema e, anche parlando della lingua in modo sociale, ci sono elementi molto importanti di cui bisogna tener conto, come appunto la distinzione – richiamata anche da Claudio Marazzini nel suo intervento – tra parole, lessico, e strutture morfologiche, che è una nozione elementare per un linguista. Ma se un linguista prova a dirle su un post di un qualunque social o in un’intervista, corre il rischio di essere aggredito da chi si presenta alla discussione con un manipolo di <hi rend="italic">follower</hi>.</p><p rend="text" >La lingua è importante; ma non risolve. Occorre concentrare gli sforzi per un aumento della cultura media, perché diventino condivisi e naturali il rispetto e l’accettazione della diversità e perché si diffonda anche una cultura dell’accettazione senza condizionamenti ideologici della lingua stessa, che ha caratteristiche funzionali dal punto di vista strutturale. </p><p rend="text" >Per spiegare meglio questo punto voglio ricordare, da storico della lingua quale sono, un particolare momento. Quando nel 1861 si affrontò il problema di trovare un modello linguistico per il nuovo stato italiano – perché la lingua era diventata un problema sociale e non era più semplicemente il problema dei letterati e più in generale degli scrittori – si scelse la via ‘facile’ (e comunque più diretta), proposta da Manzoni, di un modello linguistico, il fiorentino parlato dalle classi colte contemporanee, a cui semplicemente ci si doveva passivamente adeguare. Ma un linguista, Graziadio Isaia Ascoli, nel famoso <hi rend="italic">Proemio </hi>all’<hi rend="italic">Archivio Glottologico Italiano</hi> (Ascoli 1873), mise bene in luce le criticità di questa soluzione: propose invece una soluzione più rispettosa della normale evoluzione delle lingue, basata su un meccanismo di selezione naturale che privilegiava parole e costrutti più accessibili a una larga maggioranza di parlanti e quindi più condivisibili. Ma questa modalità richiedeva qualcosa che in Italia non c’era e non c’era mai stata (mentre ad esempio Ascoli la trovava nella Germania post luterana, che attorno alla condivisione reale di un testo come la Bibbia tradotta aveva trovato il motore di un’unificazione linguistica nazionale): una cultura media diffusa. L’Italia nella sua storia era stata caratterizzata da punte di cultura eccelse distribuite nei vari secoli, attorno alle quali però dominavano abissi ampi e profondi; ma era sempre mancata, e mancava dopo il 1861 e sarebbe mancata a lungo, e manca tuttora, un’adeguata cultura media diffusa, che avrebbe garantito maturità al processo di acquisizione di una lingua condivisa da parte di un’intera nazione. Ascoli metteva in guardia anche dagli interventi dall’alto. La sua critica nel <hi rend="italic">Proemio</hi> prendeva spunto dal fatto che il vocabolario pensato da Manzoni per diffondere il modello fiorentino si intitolava <hi rend="italic">Novo vocabolario della lingua italiana secondo l’uso di Firenze</hi><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-002-backlink"><ref target="08.html#footnote-002">3</ref></hi></hi>: «novo», come si diceva a Firenze nell’Ottocento, e non «nuovo», come si era detto a Firenze nel Trecento, e come ormai dicevano tutti gli italiani da secoli. Ad Ascoli questa imposizione appariva ingiustificata e ingiustificabile, come pure l’imposizione di parole fiorentine quando ve ne fossero in altri dialetti più facilmente condivisibili da tutti gli italiani (e faceva l’esempio di «ditale» al posto del fiorentino «anello» da sartoria). Tra le molte cose asserite con serenità olimpica di fondata oggettività nelle discussioni sui temi dell’inclusività, ho sentito dire, da chi vuole forzare l’uso dell’italiano secondo le ipotesi proposte, che è proprio la storia dell’italiano che dimostra che le trasformazioni si possono fare dall’alto, perché l’italiano è stato imposto dall’alto. Questa è una falsità. L’accettazione del modello linguistico del fiorentino trecentesco, che è stato proposto e diffuso dall’Accademia della Crusca con il suo <hi rend="italic">Vocabolario</hi> a partire dal 1612<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-001-backlink"><ref target="08.html#footnote-001">4</ref></hi></hi>, è stata spontanea. L’acquisizione dell’italiano come lingua nazionale è stata spontanea in tutte le sue fasi, anche dopo l’Unità e dopo le politiche di ispirazione manzoniana; è stata talmente spontanea che ci sono voluti quasi centocinquant’anni, in cui tra l’altro non ha avuto ragione Manzoni, ma ha avuto ragione Ascoli: nell’italiano di oggi c’è «ditale», non «anello» (e non c’è «cannella», «acquaio», «cencio», «scodella»), perché ha vinto la logica della condivisione da parte della popolazione italiana, della società italiana, secondo quel metodo di selezione naturale a cui pensava Ascoli. </p><p rend="text" >Istanze troppo estremiste, centrifughe, forzate da una élite minoritaria, finiscono per allontanare anche coloro che sono a un passo dall’acquisizione della nuova mentalità che una cultura media rende accessibile; proprio quando, invece, lo sforzo più grande dovrebbe essere aumentare la massa critica di questa cultura media, su cui davvero vale la pena investire.</p><p rend="text" >2) La lingua pubblica dello Stato, delle istituzioni, deve rifarsi all’italiano standard e deve attenersi al principio della trasparenza e chiarezza per tutti i cittadini, come prevede la nostra Costituzione. È davvero un problema di inclusività, che va visto però a tutto tondo. Proviamo a capire meglio chi sono tutti gli italiani.</p><p rend="text" >I dati Istat sui gradi di istruzione in Italia<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi xml:id="footnote-000-backlink"><ref target="08.html#footnote-000">5</ref></hi></hi> delineano un quadro desolante. Il 16% della popolazione italiana sopra i 15 anni nel 2020 si fermava alla licenza elementare, ma in questa percentuale sono compresi anche quelli che vengono definiti «alfabetizzati senza titolo di studio», vale a dire coloro che non hanno neanche potuto completare il ciclo delle elementari, come era normale nelle campagne italiane fino agli anni Cinquanta (e, in certe aree geografiche e in certe aree sociali, anche successivamente). Il 32% ha il diploma di scuola media, e quindi quasi il 50% della popolazione si ferma alla soglia della scuola dell’obbligo, con tutti i correttivi peggiorativi che potrebbero essere introdotti per il potenziale analfabetismo di ritorno, che in questa fascia è sicuramente devastante. Non bisogna dimenticare che per la maggior parte degli italiani, in particolare per questo 50%, l’italiano è una seconda lingua: la loro lingua materna è un dialetto, o al massimo un italiano regionale, e l’apprendimento o il consolidamento della lingua avviene soprattutto a scuola, il luogo dove faticosamente possono stabilizzarsi e si cominciano a dominare le strutture morfologiche e sintattiche dell’italiano. </p><p rend="text" >In questo quadro trasformazioni di tipo morfologico sono destabilizzanti: è un’inclusività che esclude una fetta enorme, se non la maggior parte, della popolazione. Un conto è il rispetto delle differenze e un conto è la comunicazione attraverso la lingua, che è comunque uno strumento convenzionale e che in Italia si acquisisce faticosamente. Le sperimentazioni non si fanno nella lingua pubblica ufficiale; eventualmente si fanno altrove e ancor più eventualmente vengono assunte come standard quando soddisfano i necessari requisiti linguistici, e non ideologici. La lingua non cambia a colpi di plebisciti, ma richiede una lenta trasformazione naturale, soprattutto quando è coinvolta la morfologia, che determina a sua volta conseguenze pesanti su sintassi e testualità. Cambiamenti strutturali così pesanti non sono e non possono essere artificiali e indotti per imposizione, per plebiscito, per forzature dei più disparati tipi.</p><p rend="text" >Faccio un esempio semplice e noto, quello di «petaloso», l’aggettivo ‘bello’ del bambino di Ferrara che la maestra Margherita (insieme a vari altri complici) ha portato alla ribalta sui social, che a loro volta, come sempre succede quando si fiuta qualcosa di accattivante e coinvolgente, hanno funzionato da trampolino di lancio per tutti i mezzi di comunicazione di massa. Ancora oggi l’Accademia della Crusca è famosa per «petaloso»: ancora c’è chi crede che l’Accademia della Crusca abbia messo «petaloso» sul vocabolario, nonostante non faccia più un vocabolario dal 1923. Questa post-verità è tornata particolarmente vitale in questi tempi, in cui molti frequentatori di <hi rend="italic">social </hi>attaccano l’Accademia per le sue posizioni equilibrate e scientifiche sulle questioni di lingua di genere (portate avanti da linguisti il cui valore scientifico è internazionalmente riconosciuto da anni), e che traducono la questione nella formula: «petaloso» sì e lo <hi rend="italic">schwa</hi> no, vergogna! (in cui di nuovo emerge la deleteria commistione tra lessico e morfologia). Ebbene, la vicenda di «petaloso» mostra chiaramente che i plebisciti nella lingua non funzionano: nonostante i reiterati tentativi di aumentare la frequenza d’uso della parola per favorirne l’entrata nei dizionari e in generale nella nostra lingua, con accorati appelli distribuiti su vari canali, pochi mesi dopo di «petaloso» si parlava soltanto per parlare del caso «petaloso» e così è fino ai nostri giorni.</p><p rend="text" >3) L’uso del maschile e del femminile di professione e l’eventuale ‘formula doppia’ (il tipo «signore e signori») in formule di apertura – quello che sostanzialmente deriva dalle indicazioni di Alma Sabatini e che è in uso da decenni – è un livello su cui si può raggiungere un’adesione larga, quasi generale. Estendere in maniera sistematica la dicotomia femminile/maschile per sostituire i maschili con valore non marcato, in particolare quando, ad esempio, un aggettivo o un predicato nominale si riferiscono a una collettività che prevede uomini e donne, è una soluzione antieconomica. La lingua è fatta anche di economia e questa soluzione antieconomica ha aperto la strada a soluzioni del tutto destrutturanti come quella degli asterischi e dello <hi rend="italic">schwa</hi>. Non è che voglio impedire eventuali sperimentazioni in questa direzione (purché non nella lingua dello Stato e in generale pubblica); però da studioso sono costretto a constatare che l’eccessivo uso della dicotomia maschile/femminile ha portato, per economicità (che è normale nella lingua), a cercare soluzioni alternative. Le soluzioni alternative a cui siamo approdati sono quelle di<hi rend="italic"> -u</hi>, asterisco, <hi rend="italic">schwa</hi>, femminile non marcato o addirittura femminile come plurale universale (su cui tornerò a breve). È altrettanto facile constatare che più le soluzioni si estremizzano e si allontanano dal sistema, più il consenso diminuisce: e la lingua è convenzione. Si sente continuamente dire che la lingua è patrimonio di tutti (con una certa contraddizione spesso lo si sente dire poco prima o poco dopo l’affermazione che certe modifiche vanno imposte e basta). La lingua è patrimonio di tutti nella misura in cui tutti contribuiscono a formarla, non nel senso che ognuno la può modificare come vuole, perché è basata prima di tutto su una convezione: la lingua è convenzione e quindi prevede una condivisione molto ampia tra coloro che la usano.</p><p rend="text" >Prendo anche io spunto rapidamente, come Claudio Marazzini, dal discorso fatto da Mariasole Monaldi, la rappresentante degli studenti in Senato accademico, all’inaugurazione dell’anno accademico della mia università. Come ricordava Claudio Marazzini, Mariasole Monaldi ha dovuto premettere che – riporto liberamente ma fedelmente – stava facendo un discorso inclusivo per tutte le persone, in cui avrebbe usato, qui cito testualmente, «il femminile come plurale universale». Poco prima di arrivare all’inaugurazione, nel Salone dei Cinquecento di Palazzo Vecchio, ero stato sollecitato a leggere un articolo (Capitano 2022) in cui si parlava del femminile non marcato (che, tra l’altro, per me è un mistero linguistico: non capisco infatti perché il maschile non marcato non vada bene, mentre il femminile non marcato sì, e riesco a spiegarmelo soltanto presupponendo che non sia un problema di inclusione, ma di guerra al maschile) e ho pensato che la studentessa si riferisse a quello. Invece, come è stato dichiarato con precisione, qui siamo di fronte a un «femminile come plurale universale», cioè il femminile è usato soltanto per il plurale. Ho riascoltato il discorso, e in effetti così la studentessa lo ha usato, accantonando però il problema dei non binari, perché nel caso ci fosse un’alternanza sul singolare, come «amico»/«amica» non ha applicato il marcatore non distintivo di genere. Siamo quindi di fronte a un’ulteriore proposta che non è chiaro cosa voglia risolvere. Ma la cosa più importante su cui riflettere è un’altra: chi fosse entrato nel Salone dei Cinquecento a discorso iniziato, non avendo ascoltato la premessa, avrebbe sentito Mariasole Monaldi dire «chiuse in casa per mesi… lasciate per ultime… trasformazioni di noi studentesse in capitale umano» (riferendosi agli studenti tutti) e si sarebbe pertanto fatto l’idea che l’università, il ministero, la società tutta avessero instaurato una vera e propria politica discriminatoria nei confronti delle sole studentesse, in un’ottica vetero-maschilista e arcaica degna dei secoli più bui. Ben si comprende il valore politico, l’irruenza giovanile, ma in un contesto pubblico non si può sperimentare: il messaggio avrebbe potuto essere del tutto fuorviante.</p><p rend="text" >Il maschile non marcato è già una strategia inclusiva, che la lingua italiana ha costruito in dieci secoli: affonda le sue radici in strutture linguistiche in cui non aveva nemmeno connotazione di genere; è maschile per l’italiano perché è nato e si è sviluppato in un certo contesto, e il contesto per fortuna è cambiato. È su questo che bisogna lavorare, cercando di capire e far capire che il maschile non marcato grammaticale non deve offendere nessuno: è non marcato, sovraesteso, anche «persona», che svolge la stessa identica funzione al femminile.</p><p rend="h2" >Riferimenti bibliografici</p><p rend="bib_indx_bib" >Ascoli, Graziadio Isaia. 1873. Proemio a <hi rend="italic">Archivio Glottologico Italiano</hi>, pp. V-XLI<hi rend="CharOverride-2">. </hi>Poi ripubblicato in: Ascoli, Graziadio Isaia. 1975, <hi rend="italic">Scritti sulla questione della lingua</hi>, a cura, con introduzione e nota biografica di Corrado Grassi, con un saggio di G. Lucchini, , 5-45. Torino: Einaudi.</p><p rend="bib_indx_bib" >Capitano, Olimpia. 2022. “Schwa, la sperimentazione linguistica come fatto politico: ‘Così emergono altre soggettività’. ‘Reazione all’oppressione di genere’.” <hi rend="italic">Il fatto Quotidiano</hi>, 20 febbraio, 2022. &lt;<ref target="https://www.ilfattoquotidiano.it/2022/02/20/schwa-la-sperimentazione-linguistica-come-fatto-politico-cosi-emergono-altre-soggettivita-reazione-alloppressione-di-genere/6494894/">https://www.ilfattoquotidiano.it/2022/02/20/schwa-la-sperimentazione-linguistica-come-fatto-politico-cosi-emergono-altre-soggettivita-reazione-alloppressione-di-genere/6494894/</ref>&gt; (2022-12-10).</p><p rend="bib_indx_bib" >Decastri, Maurizio. 2022. “La petizione contro lo schwa? «Non sarà un gruppo di intellettuali a fermare la vitalità della lingua».” <hi rend="italic">Corriere della Sera</hi>, 10 febbraio, 2022. &lt;https://27<ref target="http://esimaora.corriere.it/22_febbraio_10/petizione-schwa-gruppo-intellettuali-change-org-lingua-italiana-viva-bb90487c-89b3-11ec-ab70-14f9e3dc0d34.shtml">esimaora.corriere.it/22_febbraio_10/petizione-schwa-gruppo-intellettuali-change-org-lingua-italiana-viva-bb90487c-89b3-11ec-ab70-14f9e3dc0d34.shtml</ref>&gt; (2022-12-10).</p><p rend="bib_indx_bib" >Sabatini, Alma. 1987. <hi rend="italic">Il sessismo nella lingua italiana</hi>. Commissione Nazionale per la realizzazione della parità tra uomo e donna. Roma: Presidenza del Consiglio dei Ministri.</p><p rend="bib_indx_bib" >Saussure, Ferdinand de. 1916. <hi rend="italic" >Cours de linguistique générale</hi><hi >. Paris: Editions Payot</hi>. (trad. it. Ferdinand de Saussure, <hi rend="italic">Corso di linguistica generale</hi>, introduzione, traduzione e commento di Tullio del Mauro. Bari: Laterza, 1970).</p><p rend="bib_indx_bib" >Sofri, Luca. 2022. “Un po’ di cose sullo schwa, ma soprattutto non sullo schwa.” <ref target="http://Wittgenstein.it"><hi rend="italic">Wittgenstein.it</hi></ref>, 13 febbraio 2022. &lt;<ref target="https://www.wittgenstein.it/2022/02/13/un-po-di-cose-sullo-schwa-ma-soprattutto-non-sullo-schwa/">https://www.wittgenstein.it/2022/02/13/un-po-di-cose-sullo-schwa-ma-soprattutto-non-sullo-schwa/</ref>&gt; 2022-12-10).</p><p rend="bib_indx_bib" >Università degli Studi di Firenze. 2022. “Inaugurazione Anno Accademico 2021-2022.” YouTube video. &lt;<ref target="https://youtu.be/e96PJrcY3hM">https://youtu.be/e96PJrcY3hM</ref>&gt;. 21 febbraio 2022 (2022-12-10).</p><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="08.html#footnote-004-backlink">1</ref></hi>	La registrazione dell’intera cerimonia è disponibile sul canale YouTube dell’Università degli Studi di Firenze (2022).</p><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="08.html#footnote-003-backlink">2</ref></hi>	Il riferimento è a Maurizio Decastri è professore ordinario di Organizzazione Aziendale presso la Facoltà di Economia, Università di Roma Tor Vergata, uno dei membri della commissione per l’Abilitazione Scientifica Nazionale nei cui verbali è stato usato lo <hi rend="italic">schwa</hi>, e che ha spiegato la scelta in un articolo apparso sul <hi rend="italic">Corriere della Sera</hi> in rete (Decastri 2022). A Saussure è legata la dicotomia <hi rend="italic">langue/ parole</hi> a cui si accenna nel titolo: in estrema sintesi la <hi rend="italic">langue</hi> rappresenta l’aspetto sociale del linguaggio, il sistema che è comune a tutti; la <hi rend="italic">parole </hi>l’aspetto individuale, ciò che fa riferimento alla singola esecuzione.</p><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="08.html#footnote-002-backlink">3</ref></hi>	<hi rend="italic">Novo</hi><hi rend="italic"> vocabolario della lingua italiana secondo l’uso di Firenze</hi>, ordinato dal Ministero della pubblica istruzione, compilato sotto la presidenza di Emilio Broglio dai signori Bianciardi Stanislao… [et al.], Firenze, coi tipi di M. Cellini e c., alla Galileiana, 1877-1897. La riproduzione in fac-simile è consultabile negli scaffali della Biblioteca digitale dell’Accademia della Crusca: &lt;<ref target="https://www.bdcrusca.it">https://www.bdcrusca.it</ref>&gt;. </p><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="08.html#footnote-001-backlink">4</ref></hi>	<hi rend="italic">Vocabolario degli Accademici della Crusca</hi>, in Venezia, Apresso Giovanni Alberti, <hi rend="CharOverride-2">MDCXII;</hi> il dizionario è consultabile in versione elettronica all’interno della <hi rend="italic">Lessicografia della Crusca in rete</hi>: &lt;<ref target="https://www.lessicografia.it">https://www.lessicografia.it</ref>&gt;.</p><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="08.html#footnote-000-backlink">5</ref></hi>	Consultabili sul sito &lt;<ref target="https://www.istat.it/">https://www.istat.it/</ref>&gt;.</p>



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        <listBibl>
          <head>References</head>
          <bibl n="117970">Ascoli, Graziadio Isaia. 1873. Proemio a Archivio Glottologico Italiano, pp. V-XLI. Poi ripubblicato in: Ascoli, Graziadio Isaia. 1975, Scritti sulla questione della lingua, a cura, con introduzione e nota biografica di Corrado Grassi, con un saggio di G. Lucchini, , 5-45. Torino: Einaudi.</bibl>
          <bibl n="117959">Capitano, Olimpia. 2022. “Schwa, la sperimentazione linguistica come fatto politico: ‘Cos&amp;#236; emergono altre soggettivit&amp;#224;’. ‘Reazione all’oppressione di genere’.” Il fatto Quotidiano, 20 febbraio, 2022. &amp;lt;https://www.ilfattoquotidiano.it/2022/02/20/schwa-la-sperimentazione-linguistica-come-fatto-politico-cosi-emergono-altre-soggettivita-reazione-alloppressione-di-genere/6494894/&amp;gt; (2022-12-10).</bibl>
          <bibl n="117962">Decastri, Maurizio. 2022. “La petizione contro lo schwa? &amp;#171;Non sar&amp;#224; un gruppo di intellettuali a fermare la vitalit&amp;#224; della lingua&amp;#187;.” Corriere della Sera, 10 febbraio, 2022. &amp;lt;https://27esimaora.corriere.it/22_febbraio_10/petizione-schwa-gruppo-intellettuali-change-org-lingua-italiana-viva-bb90487c-89b3-11ec-ab70-14f9e3dc0d34.shtml&amp;gt; (2022-12-10).</bibl>
          <bibl n="118020">Sabatini, Alma. 1987. Il sessismo nella lingua italiana. Commissione Nazionale per la realizzazione della parit&amp;#224; tra uomo e donna. Roma: Presidenza del Consiglio dei Ministri.</bibl>
          <bibl n="117990">Saussure, Ferdinand de. 1916. Cours de linguistique g&amp;#233;n&amp;#233;rale. Paris: Editions Payot. (trad. it. Ferdinand de Saussure, Corso di linguistica generale, introduzione, traduzione e commento di Tullio del Mauro. Bari: Laterza, 1970).</bibl>
          <bibl n="117992">Sofri, Luca. 2022. “Un po’ di cose sullo schwa, ma soprattutto non sullo schwa.” Wittgenstein.it, 13 febbraio 2022. &amp;lt;https://www.wittgenstein.it/2022/02/13/un-po-di-cose-sullo-schwa-ma-soprattutto-non-sullo-schwa/&amp;gt; 2022-12-10).</bibl>
          <bibl n="118028">Universit&amp;#224; degli Studi di Firenze. 2022. “Inaugurazione Anno Accademico 2021-2022.” YouTube video. &amp;lt;https://youtu.be/e96PJrcY3hM&amp;gt;. 21 febbraio 2022 (2022-12-10).</bibl>
        </listBibl>
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