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      <titleStmt>
        <title type="main" level="a">La lingua italiana come strumento di parità di genere nelle Università</title>
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          <persName n="1" ref="https://orcid.org/0000-0002-1758-3703" type="ORCID">
            <forename>Cecilia</forename>
            <surname>Robustelli</surname>
            <placeName type="affiliation">University of Modena and Reggio Emilia, Italy</placeName>
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          <resp>This is a section of <title>La lingua italiana in una prospettiva di genere</title>(DOI: <idno type="DOI">10.36253/979-12-215-0138-4</idno>) by </resp>
          <name>Maria Paola Monaco</name>
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        <publisher>Firenze University Press</publisher>
        <pubPlace>Firenze</pubPlace>
        <date when="2023">2023</date>
        <idno type="DOI">https://doi.org/10.36253/979-12-215-0138-4.10</idno>
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          <p>Available for academic research purposes</p>
          <p>Open Access</p>
          <p>Copyright Author(s)</p>
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            <p>Content licence CC BY 4.0</p>
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        <p>This is original content, published for academic research purposes</p>
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      <abstract xml:lang="en">
        <p>The paper examines the studies on the relationship between language, sex and gender in Italian academia; the search for non-sexist linguistic strategies for the representation of women and men; the related support of international political action; the recent EU Equality Strategies; and the action of the CRUI Commission on Gender Issues.</p>
      </abstract>
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            <item>Sex</item>
            <item>gender</item>
            <item>sexism</item>
            <item>Gender equality</item>
            <item>CRUI</item>
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      <p>It is available online at https://doi.org/10.36253/979-12-215-0138-4.10<ref target="https://doi.org/10.36253/979-12-215-0138-4.10" /></p>


<p rend="h1_chapter" >La lingua italiana come strumento di parità di genere nelle Università </p><p rend="h1_author" >Cecilia Robustelli </p><p rend="text_top" >1. La promozione da parte delle Università italiane dell’uso di un linguaggio non discriminatorio e attento alle differenze di genere si innesta in un processo di riflessione sulla rappresentazione di donne e uomini attraverso il linguaggio che è stato ed è tuttora centrale per l’attuazione delle politiche di parità e pari opportunità. Oggi la promozione di un linguaggio che favorisca il dialogo ed il superamento di espressioni o manifestazioni sessiste, da realizzarsi anche attraverso l’adozione di un protocollo per il linguaggio non sessista e discriminatorio in tutta la Pubblica Amministrazione e nei Pubblici Uffici, rappresenta una delle misure di natura trasversale «abilitanti» rispetto alle cinque priorità strategiche (lavoro, reddito, competenze, tempo, potere) della <hi rend="italic">Strategia Nazionale per la parità di genere 2021-2026</hi>, «redatta per dare al Paese una prospettiva chiara e un percorso certo verso la parità di genere e le pari opportunità, per tracciare con nitidezza un sistema di azioni politiche integrate in cui troveranno vita iniziative concrete, definite e misurabili» (Presidenza del Consiglio dei Ministri 2021). Si tratta della prima <hi rend="italic">Strategia</hi> (cfr. Commissione europea s.d.) con queste finalità promossa dal Governo italiano, che con queste misure si uniforma alla <hi rend="italic">Strategia per la parità di genere 2020-2025</hi> dell’Unione europea, che riconosce «combattere gli stereotipi sessisti» (Saccà 2021) fra tra i suoi obiettivi principali per porre fine alla violenza di genere, accanto a «colmare il divario di genere nel mercato del lavoro, raggiungere la parità nella partecipazione ai diversi settori economici, affrontare il problema del divario retributivo e pensionistico, colmare il divario e conseguire l’equilibrio di genere nel processo decisionale e nella politica». </p><p rend="text" >Il processo di riflessione sulla rappresentazione di donne e uomini attraverso il linguaggio che caratterizza oggi la politica linguistica delle Università si innesta da un lato nelle strategie messe in atto dall’Ue e proiettate verso il futuro, e dall’altro in una storia ormai pluridecennale, innescata dal movimento femminista, per la conquista dei diritti da parte delle donne e il consolidamento delle politiche di parità tra donne e uomini sul piano nazionale e internazionale. Conoscere questa storia permette di comprendere le ragioni e dare il giusto valore alle prese di posizione istituzionali, e quindi anche degli Atenei, sull’uso della lingua in relazione alle politiche di parità fra donne e uomini, un tema che è stato accolto e sviluppato anche dalla ricerca scientifica. Le proposte di intervento su abitudini linguistiche consolidate per sovvertire la rigida prassi che governa l’uso del genere grammaticale possono, anzi devono, essere discusse sulla base di conoscenze scientifiche consolidate e condivise, e non di impressioni o gusti personali, che possono condurre a sostenere usi della lingua incompatibili con il sistema stesso della lingua, e quindi con lo stesso processo comunicativo. Per questo ricorderemo, necessariamente in modo molto sintetico, alcuni momenti rilevanti della storia della questione e proporremo alcune considerazioni su recenti proposte di intervento sull’uso del genere grammaticale che hanno riscosso una certa popolarità anche negli ambienti accademici, ma che non sono conciliabili con il sistema stesso della lingua e rischiano inoltre di destabilizzare il processo di rappresentazione linguistica di donne e uomini ancora in corso. </p><p rend="text_top" >2. La riflessione sul rapporto fra lingua, differenza sessuale e genere si è sviluppata in Italia a partire dagli anni Settanta-Ottanta sull’onda del movimento femminista statunitense e europeo<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi xml:id="footnote-012-backlink"><ref target="10.html#footnote-012">1</ref></hi></hi>. A partire dall’articolo di Robin Lakoff (1972) “Language and woman’s place” (1972) anche la ricerca scientifica prende in esame dapprima la rappresentazione di donne e uomini nella lingua, poi gli stereotipi sessisti, rivelatori della discriminazione fra donne e uomini, a cui segue l’elaborazione di strategie efficaci per modificare l’uso della lingua e eliminarne il potenziale sessista<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi xml:id="footnote-011-backlink"><ref target="10.html#footnote-011">2</ref></hi></hi>. <hi >Per i concetti di </hi><hi rend="italic" >sesso</hi><hi > e </hi><hi rend="italic" >genere</hi><hi > </hi><hi >rimane fondamentale l’interpretazione proposta </hi><hi >da Gayle Rubin (1975, 159) nel suo lavoro </hi><hi rend="italic" >The traffic in Women: Notes on the “Political Economy” of Sex</hi><hi >: eliminare «“sex/gender system” is the set of arrangements by which a society transforms biological sexuality into products oh human activity, and in which these transformed sexual needs are satisfied»»</hi><hi rend="superscript CharOverride-1" >5</hi><hi >. </hi>Il genere maschile e il genere femminile vengono analizzati in relazione come agenti di una realtà sessuata, eterosessuale, nella quale si configura una relazione di squilibrio, rivelata da modalità di vita asimmetriche e discriminanti a vantaggio del genere maschile, e da una iniqua distribuzione del potere. La lingua e il suo uso, il linguaggio, darebbero visibilità e insieme sarebbero strumento di costruzione di questa disparità, incardinata su una struttura maschile e maschilista del mondo. </p><p rend="text" >Negli anni Ottanta sarà Alma Sabatini, linguista femminista di formazione europea e statunitense, già nota agli ambienti di ricerca europei e statunitensi dediti allo studio di possibili modelli linguistici alternativi a quelli tradizionali per realizzare la parità di trattamento linguistico tra uomini e donne<hi rend="superscript _idGenCharOverride-1">6</hi>, ad aprire in Italia la discussione con il suo lavoro <hi rend="italic">Il sessismo nella lingua italiana, </hi>promosso dalla Commissione Nazionale per la Realizzazione della Parità tra Uomo e Donna e pubblicato dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri (Sabatini 1987). Alla commissione e alla diffusione di questo lavoro contribuirono una serie di circostanze di taglio sociopolitico, tra le quali spicca il forte impegno internazionale del tempo, da parte delle istituzioni, verso la parità fra donne e uomini<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-010-backlink"><ref target="10.html#footnote-010">3</ref></hi></hi>. Alma Sabatini segnalava una serie di differenze nell’uso della lingua per rappresentare le donne, distinte in dissimmetrie grammaticali e semantiche, e forniva le relative ‘raccomandazioni’ per sostituire quelle che si qualificavano come sessiste. Tra quelle che suscitarono maggiore discussione, ancora oggi in corso, ricordo: </p><list type="unordered">
				<item>evitare l’uso di termini di genere grammaticale maschile per indicare donne e uomini (il cosiddetto ‘maschile non marcato’),<hi rend="italic"> </hi>es.<hi rend="italic"> I professori ordinari; C’erano molti spettatori</hi>;</item>
				<item>usare la forma femminile (e non maschile) di termini che indicano ruolo professionale e istituzionale prestigioso se riferiti a donne, es. <hi rend="italic">La rettrice Petrucci. </hi></item>
			</list><p rend="text" >L’ambiente della linguistica accademica venne a conoscenza di questo studio grazie a una significativa recensione di uno studioso autorevole (Lepschy 1987), che mise in luce gli spunti di riflessione, anche di taglio teorico, offerti dal lavoro, e aprì la via alla ricerca scientifica, rivelatasi negli anni seguenti molto fruttuosa<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-009-backlink"><ref target="10.html#footnote-009">4</ref></hi></hi>. All’interesse dimostrato dai singoli studiosi si aggiunse presto anche quello dell’Accademia della Crusca, che ha preso parte alla discussione con una serie di interventi e pubblicazioni<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-008-backlink"><ref target="10.html#footnote-008">5</ref></hi></hi>. </p><p rend="text_top" >3. Nei trent’anni seguenti la riflessione scientifica sull’uso della lingua in relazione alle categorie di sesso e genere si è concentrata sulla ricerca di strategie non sessiste, che evitino quindi disparità nella rappresentazione di donne e uomini, ed è stata sostenuta dall’azione politica internazionale, impegnata nella costruzione di politiche di parità sia per quanto riguardava l’accesso al lavoro, alla formazione e alla promozione professionali, e alle condizioni di lavoro, sia per la diffusione dei modelli socioculturali riconducibili ai due generi maschile e femminile (Robustelli 2022). Si veda in proposito la “Risoluzione del Consiglio del 5 ottobre 1995 concernente l’immagine dell’uomo e della donna nella pubblicità e nei mezzi di comunicazione” dell’Unione Europea (Gazzetta ufficiale delle comunità europee 1995), che condivide gli obiettivi strategici che governi, organizzazioni internazionali e società civile devono perseguire per eliminare tutte le forme di discriminazione contro le donne, indicati dalla IV Conferenza Mondiale delle donne di Pechino (cfr. AIDOS 1995). Fin dagli anni Duemila la società civile si apre al cambiamento. Il mondo della scuola e anche dell’Università si confronta con le proposte per una rivisitazione dei saperi in ottica non discriminante. Il <hi rend="italic">Quarto Programma d’azione (1996-2000)</hi> dell’Unione europea – cui la Presidenza del Consiglio dei Ministri italiana risponde con la circolare 31 ottobre 1996 n. 1, <hi rend="italic">Modalità per la presentazione di proposte relative alla realizzazione di studi nel quadro del programma d’azione comunitaria a medio termine per le pari opportunità per le donne e gli uomini 1996-2000</hi> – perseguendo l’azione di <hi rend="italic">mainstreaming</hi> raccomandata dalla Conferenza di Pechino, mira a integrare la politica europea delle pari opportunità in tutti i settori e le azioni dell’Unione e degli Stati membri, ivi compresa ovviamente l’azione educativa che si svolge nella scuola, nel rispetto delle peculiarità e tradizioni dei singoli Stati. Sulla sua scia nasce il progetto transnazionale POLITE (Pari Opportunità e LIbri di TEsto), che vede fra i suoi partner anche l’Italia, dedicato alle istituzioni scolastiche, che riconosce «la valenza decisiva di un’azione educativa impegnata a dare valore e visibilità ai soggetti, ai percorsi, alle culture, alle competenze di entrambi i generi» (Serravalle 2000, 11), e sottolinea il ruolo svolto dal linguaggio per l’affermazione della cultura delle pari opportunità, obiettivo fondamentale dello sviluppo sociale e dei processi educativi<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-007-backlink"><ref target="10.html#footnote-007">6</ref></hi></hi>. L’azione governativa varata con questo progetto culminerà con la riforma scolastica del 2015 (Legge 13 luglio 2015, n. 107), che ha sancito l’obbligo per tutte le istituzioni scolastiche di assicurare che il piano triennale dell’offerta formativa attui i principi di pari opportunità, «promuovendo nelle scuole di ogni ordine e grado l’educazione alla parità tra i sessi, la prevenzione della violenza di genere e di tutte le discriminazioni», attraverso le azioni positive contenute nel <hi rend="italic">Piano nazionale per l’educazione al rispetto</hi> (MIUR 2017). È significativo che grammatiche scolastiche dell’italiano contemporaneo scritte da linguisti includano oggi, nella parte dedicata al genere grammaticale, anche una riflessione sulla funzione della lingua in rapporto alla rappresentazione di donne e uomini, e sulla formazione e l’uso delle forme femminili. </p><p rend="text" >Anche il linguaggio amministrativo e il linguaggio dei media hanno accolto le sollecitazioni all’uso di un linguaggio non discriminante e rappresentativo di donne e uomini. Per quanto riguarda il primo, le istituzioni italiane sono state sollecitate fin dai primi anni Novanta dal <hi rend="italic">Codice di stile delle comunicazioni scritte ad uso delle amministrazioni pubbliche</hi> (Presidenza del Consiglio dei Ministri 1994) promosso da Sabino Cassese (1993), allora ministro della Funzione Pubblica, che contiene un capitolo sull’<hi rend="italic">Uso non sessista e non discriminatorio della lingua</hi>, con il quale si richiede di intervenire sulla prassi rigidamente maschile del linguaggio istituzionale e amministrativo. Sulla stessa linea si sono poste decine di lavori, che hanno esaminato anche il linguaggio giuridico, come componente fondamentale di quello amministrativo<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-006-backlink"><ref target="10.html#footnote-006">7</ref></hi></hi>. Nel 2012 viene pubblicato per la prima volta un manualetto destinato alle istituzioni, promosso dal Comune di Firenze e dall’Accademia della Crusca: si tratta delle <hi rend="italic">Linee guida per l’uso del genere nel linguaggio amministrativo</hi> (Robustelli 2012). Sulla rappresentazione di donne e uomini nei media in Italia ricordo, fra i primi studi, <hi rend="italic">Identità di genere e media</hi> (Capecchi 2006)<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-005-backlink"><ref target="10.html#footnote-005">8</ref></hi></hi>, e le numerose iniziative della Commissione Nazionale Pari Opportunità della Federazione Nazionale Stampa Italiana, che nel 2014 sostiene l’iniziativa dell’Associazione Gi.U.L.i.A. Giornaliste di pubblicare un Vademecum, <hi rend="italic">Donne, grammatica e media </hi>(Robustelli 2014), dedicato al mondo dell’informazione per un uso non sessista del linguaggio giornalistico. La via al cambiamento era aperta. </p><p rend="text_top" >4. Nel 2018 viene istituita all’interno della CRUI la Commissione sulle Tematiche di genere<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-004-backlink"><ref target="10.html#footnote-004">9</ref></hi></hi>, con l’obiettivo di diffondere azioni e interventi volti a favorire la parità tra uomo e donna in tutti i comparti del sistema universitario. Il ‘linguaggio di genere’ che rappresenta una delle sue tre aree di analisi e approfondimento, insieme alla lotta alla violenza di genere e alla parità di genere in area STEM, è oggetto dei lavori di uno specifico Gruppo di Lavoro (GdL). L’«adozione di un linguaggio corretto dal punto di vista del genere sia nella comunicazione interna che in quella esterna all’Ateneo» e l’«adozione delle linee guida per la visibilità di genere nel linguaggio» rientrano del resto rispettivamente fra gli obiettivi e le azioni previste nel <hi rend="italic">Vademecum per l’elaborazione del Gender Equality Plan negli Atenei Italiani</hi>, in base al quale le Università sono tenute a predisporre il Piano delle Azioni Positive (PAP) finalizzato alla programmazione di azioni tendenti a rimuovere gli ostacoli alla piena ed effettiva parità tra uomini e donne (GdL GEP 2021).</p><p rend="text" >Il GdL <hi rend="italic">Linguaggio di Genere</hi> a partire dal 2018 ha avviato la discussione sull’uso della lingua per la rappresentazione di donne e uomini in ambito accademico negli Atenei italiani. In una prima fase del lavoro (2018-2020) è stata avviata un’indagine preliminare fra le/i rappresentanti degli Atenei componenti il GdL<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi xml:id="footnote-003-backlink"><ref target="10.html#footnote-003">10</ref></hi></hi>, che ha rivelato da un lato l’esistenza, nella comunicazione amministrativa interna e esterna degli Atenei, di una solida prassi redazionale di tipo tradizionale, nella quale permangono i noti usi discriminanti: in particolare l’uso del genere grammaticale maschile anziché femminile in riferimento alle funzioni e ai ruoli ricoperti dalle donne, e l’uso del solo genere grammaticale maschile in riferimento a categorie di persone che includono donne e uomini; dall’altro ha messo in luce la consapevolezza, da parte di tutti gli Atenei, della necessità di usare un linguaggio non discriminante e l’impegno a reagire alla prassi linguistica androcentrica, che già alcuni Atenei hanno concretizzato attraverso la redazione di strumenti operativi – linee guida, vademecum, manuali, ecc. – improntati alle <hi rend="italic">Linee Guida per l’uso del genere nel linguaggio amministrativo del MIUR </hi>(MIUR 2018). Permane tuttavia una generale, condivisa esigenza di sensibilizzare maggiormente tutti i comparti dell’Università sull’uso di un linguaggio improntato alla parità di genere, da realizzare con concrete proposte operative: effettuare attività formative finalizzate a informare sugli usi della lingua che si qualificano come discriminanti, in modo da riuscire a riconoscerli nella pratica lavorativa quotidiana; fornire le conoscenze di tipo teorico necessarie per valutare e compiere scelte linguistiche alternative alla prassi; sviluppare le relative abilità tecniche attraverso un’attività di revisione e riscrittura dei singoli tipi di testo (modulistica, regolamenti, delibere, e in generale tutti quelli destinati ai siti web istituzionali), rivolta soprattutto – ma non unicamente – al personale tecnico amministrativo, con particolare attenzione a coloro che ricoprono posizioni organizzative, e dirigenziali, alle Segreterie dei Dipartimenti, all’Ufficio stampa, all’Ufficio Comunicazione. Ciò richiede un intervento sulla declaratoria ministeriale delle posizioni accademiche e il coinvolgimento del CINECA affinché anche nelle banche dati si utilizzino termini maschili e femminili anziché solo maschili. Sulla base dei risultati raccolti da questa indagine pilota, è stata formulata una piattaforma progettuale, condivisa da tutto il GdL. </p><p rend="text" >Nella seconda fase dei lavori (2021-2023), tuttora in corso, il GdL ha preso in esame i GEP presentati da alcuni Atenei, esaminando le azioni previste in relazione all’uso della lingua, e gli strumenti operativi predisposti da ciascuno nel rispetto della specificità dei contesti locali. Tra le questioni emerse dall’analisi del dei diversi testi, due rivestono un particolare interesse perché il linguaggio usato nei singoli documenti, che apparentemente condividono presupposti e finalità, sembra implicare approcci diversi al tema di fondo. </p><p rend="text" >La prima questione, di stampo terminologico, è relativa alla diversa denominazione con cui viene fatto riferimento, nei documenti esaminati, al tipo di linguaggio usato per assicurare una rappresentazione paritaria di donne e uomini: «linguaggio di genere»; «linguaggio inclusivo»; «linguaggio corretto dal punto di vista del genere»; «uso corretto del linguaggio rispetto al genere»; «adozione di linee guida per la visibilità di genere nel linguaggio»; «linguaggio corretto dal punto di vista del genere»; «linguaggio gender-sensitive». Si tratta di espressioni non equivalenti fra loro sul piano semantico, e che possono essere ricondotte a finalità comunicative solo parzialmente sovrapponibili. In considerazione della discussione in atto sull’interpretazione tradizionale del termine «genere» socioculturale secondo un modello binario, a fronte di quella transfemminista che si è recentemente diffusa anche al fuori del movimento – sebbene in forma semplificata e non pienamente rispondente agli obiettivi e alle finalità originali<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-002-backlink"><ref target="10.html#footnote-002">11</ref></hi></hi> –, sarebbe infatti opportuna una terminologia condivisa, basata su un glossario comune. </p><p rend="text" >La seconda questione nasce dall’aver rilevato la crescente attenzione, anche all’interno del mondo universitario, alla recente proposta ortografica di sostituire le desinenze di genere grammaticale dei nomi d’agente con il simbolo <hi rend="italic">schwa</hi>. La proposta, che circola in rete da alcuni anni ed è stata portata dalla stampa giornalistica all’attenzione del grande pubblico nel 2020 (cfr. Feltri 2020), avrebbe il fine di rendere la lingua più inclusiva: la cancellazione della desinenza maschile e femminile eliminerebbe la possibilità di esprimere solo la soggettività binaria (maschile e femminile) aprendo a tutte le soggettività non binarie. Dal momento che la presenza di questo uso nella comunicazione amministrativa del Miur – sia pure limitata a un caso circoscritto – ha contribuito a suscitare interrogativi sulla possibilità di adozione anche nella comunicazione accademica degli Atenei, proponiamo qui qualche riflessione sul tema, che intende offrire al personale docente e TA spunti per ulteriori approfondimenti<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi xml:id="footnote-001-backlink"><ref target="10.html#footnote-001">12</ref></hi></hi>.</p><p rend="text_top" >5. La proposta di sostituzione delle desinenze dei nomi di agente con il simbolo corsivo schwa ha avuto, e ha tuttora, un’ampia circolazione in Italia, soprattutto nelle fasce giovanili, e nelle organizzazioni Lgbtqi+, che ne hanno adottato l’uso. Essa non nasce, è opportuno sottolinearlo, in ambiente scientifico, né tantomeno si lega a pratiche di prescrittivismo linguistico (a cui viene periodicamente ricondotto il lavoro di Alma Sabatini), ma è stata proposta in rete nel 2015 da «un’appassionat<hi rend="CharOverride-2">ǝ</hi> di temi relativi all’inclusività di genere e linguistica [Luca Boschetto], che, dopo aver sperimentato di persona le modifiche recentemente utilizzate in lingua inglese per renderla inclusiva, si è res<hi rend="CharOverride-2">ǝ</hi> conto che l’italiano aveva bisogno di un intervento più radicale, a causa della natura flessiva della lingua stessa, e che le soluzioni finora adottate (asterischi, chiocciole, alternanza, uso della u, di cui parliamo) non erano sufficienti» (Boschetto 2015). La filiazione di questa proposta è riconducibile alle pratiche linguistiche adottate dalla rete trasfemminista <hi rend="italic">Non una di meno</hi> (NUDM), che riflettono anche il tema dell’<hi rend="italic">identity politics</hi> del movimento lgbt*qi+ (Pusterla 2019). Secondo NUDM «la lingua italiana è una lingua sessuata, che già dalla sua grammatica riproduce e istituisce un rigido binarismo di genere (tra nomi, pronomi e aggettivi che cambiano a seconda se maschili o femminili) e una specifica gerarchia, in cui predomina il maschile, presentato come universale e neutro», e il punto centrale della politica linguistica del movimento è il rifiuto del binarismo, riflesso dell’oppressione eteronormativa della società, che nella lingua si manifesta nell’uso del genere grammaticale. Proprio NUDM nella presentazione nel 2017 del <hi rend="italic">Piano femminista contro la violenza maschile sulle donne </hi>aveva proposto l’utilizzo del simbolo @, accanto al maschile e al femminile, per «svelare la non neutralità del maschile e (…) per segnalare l’irriducibilità e la molteplicità delle nostre differenze». Ma nessuna traccia appare, o traspare, nella proposta recente, delle prime proposte di NUDM né delle proposte radicali avanzate in passato dalle teoriche del femminismo poststrutturalista e materialista francese, o del femminismo postmoderno, alle quali le posizioni di NUDM si ricollegano. Le azioni di sostegno alla proposta scientificamente decontestualizzata di adottare il simbolo <hi rend="italic">schwa</hi> che la rete ha amplificato non hanno mai esaminato sistematicamente la sua effettiva compatibilità con il sistema della lingua, e quindi la possibilità di implementarla concretamente. Sarebbe stato sufficiente riflettere sulla funzione coesiva svolta dal genere grammaticale sul piano morfosintattico e testuale per rendersi conto della fallacia di questa proposta<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-000-backlink"><ref target="10.html#footnote-000">13</ref></hi></hi>, che è stata confermata poi dai fatti: nonostante le aperte e numerose prese di posizione e dichiarazioni di adottare il simbolo al posto delle desinenze, anche da parte di scrittrici e case editrici, il suo uso è rimasto molto limitato, e riservato a contesti ben determinati. Ma se per i testi ‘elastici’, poco rigidi e non vincolanti, come quelli di narrativa, la scelta di sostituire la desinenza grammaticale con un simbolo può essere lasciata a chi scrive – anche se si tratta di una modalità da evitare, proprio per i vincoli che essa comporta nella codifica e decodifica di un testo, e da interpretare quindi come una sperimentazione linguistica – nei testi rigidi, come quelli che vedono l’uso del linguaggio amministrativo, si richiede l’adozione di una varietà linguistica condivisa e senza scelte spontanee. Per offrire al personale docente e TA indicazioni anche pratiche per redigere testi amministrativi rispettosi della rappresentazione di donne e uomini il MIUR ha pubblicato nel 2018 le <hi rend="italic">Linee guida per l’uso del genere nel linguaggio istituzionale</hi>,  cui abbiamo già accennato in 4, frutto di un gruppo di lavoro che ha visto impegnata una rappresentanza di entrambi i settori, delle quali si auspica l’adozione e, soprattutto, l’utilizzo all’interno degli Atenei, come strumento per contribuire alla realizzazione della parità di genere. </p><p rend="h2" >Riferimenti bibliografici</p><p rend="bib_indx_bib" >Adamo, Sergia, Zanfabro, Giulia, ed Elisabetta Tigani Sava, a cura di. 2019. <hi rend="italic">Non esiste solo il maschile. Teorie e pratiche per un linguaggio non discriminatorio da un punto di vista di genere</hi>. Trieste: Edizioni Università di Trieste. </p><p rend="bib_indx_bib" >AIDOS. 1995. “La IV Conferenza Mondiale delle donne di Pechino, 4-15 settembre 1995.” &lt;<ref target="http://dirittiumani.donne.aidos.it/bibl_2_testi/d_impegni_pol_internaz/a_conf_mondiali_onu/b_conf_pechino/home_pechino.html">http://dirittiumani.donne.aidos.it/bibl_2_testi/d_impegni_pol_internaz/a_conf_mondiali_onu/b_conf_pechino/home_pechino.html</ref>&gt; (2023-6-17).</p><p rend="bib_indx_bib" >Arcangeli, Massimo. 2007. “Di che “gender” sei?” <hi rend="italic">LId’O. Lingua italiana d’oggi</hi> 4: 11-20.<hi rend="italic"> </hi></p><p rend="bib_indx_bib" >Arcangeli, Massimo. 2022. “Lo schwa nei verbali di un concorso universitario.” <hi rend="italic">il Post</hi>, 7 febbraio, 2022. <hi >&lt;</hi><ref target="https://www.ilpost.it/massimoarcangeli/2022/02/07/lo-schwa-nei-verbali-di-un-concorso-universitario/"><hi >https://www.ilpost.it/massimoarcangeli/2022/02/07/lo-schwa-nei-verbali-di-un-concorso-universitario/</hi></ref><hi >&gt; (2023-6-17).</hi></p><p rend="bib_indx_bib" >Arcangeli, Massimo. 2022. <hi rend="italic">La lingua sc</hi><hi rend="italic CharOverride-2">ǝ</hi><hi rend="italic">ma. Contro lo schwa (e altri animali)</hi>. Roma: Lit Edizioni. </p><p rend="bib_indx_bib" >Bernini, Lorenzo. 2016. “La “teoria del gender”, i “negazionisti”, la “fine della differenza sessuale”.” <hi rend="italic">AG AboutGender. 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Risultati e principali settori d’intervento.” <hi >&lt;</hi><ref target="https://ec.europa.eu/info/policies/justice-and-fundamental-rights/gender-equality/gender-equality-strategy_it"><hi >https://ec.europa.eu/info/policies/justice-and-fundamental-rights/gender-equality/gender-equality-strategy_it</hi></ref><hi >&gt; (2023-6-17).</hi></p><p rend="bib_indx_bib" >De Santis, Cristiana, 2022a. “L’emancipazione grammaticale non passa per una <hi rend="italic">e</hi> rovesciata.” 9 febbraio, 2022. &lt;<ref target="https://www.treccani.it/magazine/lingua_italiana/speciali/Schwa/3_De_Santis.html">https://www.treccani.it/magazine/lingua_italiana/speciali/Schwa/3_De_Santis.html</ref>&gt; (2023-6-17).</p><p rend="bib_indx_bib" >De Santis, Cristiana. 2022b. “Emancipazione grammaticale, grammatica ragionata e cambiamento linguistico.” 21 marzo, 2022. &lt;<ref target="https://www.treccani.it/magazine/lingua_italiana/speciali/Schwa/3_De_Santis.html">https://www.treccani.it/magazine/lingua_italiana/speciali/Schwa/3_De_Santis.html</ref>&gt; (2023-6-17).</p><p rend="bib_indx_bib" ><hi >Eckert, Penelope, and Sally McConnel-Ginet. 2013</hi><hi rend="superscript CharOverride-1" >2</hi><hi >. </hi><hi rend="italic" >Language and Gender</hi><hi >. 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Piano nazionale per l’educazione al rispetto</hi> (2017) &lt;<ref target="https://www.miur.gov.it/documents/20182/0/Piano+Nazionale+ER+4.pdf/7179ab45-5a5c-4d1a-b048-5d0b6cda4f5c?version=1.0">https://www.miur.gov.it/documents/20182/0/Piano+Nazionale+ER+4.pdf/7179ab45-5a5c-4d1a-b048-5d0b6cda4f5c?version=1.0</ref>&gt; (2023-6-17).</p><p rend="bib_indx_bib" >MIUR. 2018. <hi rend="italic">Linee guida per l’uso del genere nella comunicazione amministrativa del MIUR</hi>. &lt;<ref target="https://www.miur.gov.it/-/linee-guida-per-l-uso-del-genere-nel-linguaggio-amministrativo-del-miur">https://www.miur.gov.it/-/linee-guida-per-l-uso-del-genere-nel-linguaggio-amministrativo-del-miur</ref>&gt; (2023-6-17).</p><p rend="bib_indx_bib" >Pezzini, Serena, 2014. “Gender.” <hi rend="italic">Nuova Informazione Bibliografica</hi> 3: 1-22. </p><p rend="bib_indx_bib" >Piccone Stella, Simonetta, e Chiara Saraceno. 1996. <hi rend="italic">Genere. 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Roma: Associazione Italiana Editori e Presidenza del Consiglio dei Ministri.</p><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="10.html#footnote-012-backlink">1</ref></hi>	La bibliografia sull’argomento è ormai estremamente ampia. Mi limito a citare per gli studi in ambito statunitense Eckert e McConnel-Ginet 2013<hi rend="superscript _idGenCharOverride-1">2</hi>; per un panorama delle ricerche in Italia, si veda Robustelli 2018. </p><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="10.html#footnote-011-backlink">2</ref></hi>	Già negli anni Ottanta sono disponibili analisi di questi aspetti e proposte di modelli linguistici alternativi a quelli tradizionali per realizzare la parità di trattamento linguistico tra uomini e donne in alcune lingue europee (tedesco, olandese, danese, norvegese, spagnolo, italiano e greco). Si veda il volume curato da Hellinger (1985) <hi rend="italic">Sprachwandel </hi><hi rend="italic">und feministische Sprachpolitik: Internationale Perspektiven</hi>. Per un panorama recente su alcune lingua romanze Fagard e Le Tallec (2022). Trad. «l’insieme dei processi, adattamenti, modalità di comportamento e di rapporti, con i quali ogni società trasforma la sessualità biologica in prodotti dell’attività umana e organizza la divisione dei compiti tra gli uomini e le donne, differenziandoli l’uno dall’altro» (Piccone Stella e Saraceno 1996, 7). Sul concetto di genere si veda Pezzini 2014. Un primo lavoro di Sabatini sul tema era già apparso in Hellinger (1985, 64-75). </p><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="10.html#footnote-010-backlink">3</ref></hi>	Si veda lo stralcio del programma di governo presentato alle Camere il 9 agosto 1983 dal Presidente del Consiglio On. Bettino Craxi pubblicato in apertura del volume: «punto 5/7: Grande importanza dovrà essere annessa al problema della parità tra i sessi […] che esige ora strumenti concreti per meglio combattere le tante discriminazioni di fatto che […] colpiscono le donne impegnate nel mondo del lavoro» (Sabatini 1987, 5). </p><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="10.html#footnote-009-backlink">4</ref></hi>	Un’ampia rassegna bibliografica fino al 2008 è in Fresu (2008). </p><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="10.html#footnote-008-backlink">5</ref></hi>	Il primo intervento online dedicato all’argomento è in Robustelli 2013, a cui seguirà Marazzini e Robustelli 2015. Tra le pubblicazioni, si rimanda a Robustelli 2012, 2016; Gomez Gane 2017.<hi rend="italic"> </hi></p><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="10.html#footnote-007-backlink">6</ref></hi>	Si veda, nel primo dei due Vademecum pubblicati fra i risultati del progetto POLITE, l’articolo dedicato al linguaggio (Robustelli 2000). </p><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="10.html#footnote-006-backlink">7</ref></hi>	Ricordo fra i primi lavori quello di Cavagnoli 2013. </p><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="10.html#footnote-005-backlink">8</ref></hi>	Un volumetto, poi ripreso in Capecchi 2018, con ampia bibliografia dalla quale si possono ricavare dati sugli studi precedenti. </p><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="10.html#footnote-004-backlink">9</ref></hi>	Si veda la pagina online: &lt;<ref target="https://www.crui.it/tematiche-di-genere.html">https://www.crui.it/tematiche-di-genere.html</ref>&gt;.</p><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="10.html#footnote-003-backlink">10</ref></hi>	Il Gruppo di lavoro sul Linguaggio di genere della Crui, coordinato da Cecilia Robustelli, è composto da rappresentanti dei seguenti Atenei: Università degli Studi dell’Aquila; Università degli Studi della Basilicata; Università degli Studi di Bergamo; Università degli Studi di Bologna; Università della Calabria; Università degli Studi di Chieti-Pescara; Università degli Studi di Ferrara; Politecnico di Milano; Università degli Studi di Milano Bicocca; Università degli Studi di Milano Statale; Università degli Studi di Padova; Università degli Studi di Parma; Università degli Studi di Perugia; Università per Stranieri di Perugia; Università degli Studi di Modena e Reggio Emilia; Università degli Studi di Sassari; Università per Stranieri di Siena; Università degli Studi di Trento e Conferenza Nazionale degli Organismi di Parità delle Università Italiane; Università degli Studi di Trieste; Università IUAV di Venezia (dati al 2001, in aggiornamento). </p><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="10.html#footnote-002-backlink">11</ref></hi>	Per una discussione del concetto di «genere» si vedano Adamo, Zanfabro, e Tigani Sava 2019; Bernini 2016; Botto 2022; Garbagnoli 2014; Pezzini 2014; Pires 2022; Pusterla 2019; Re 2019. </p><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="10.html#footnote-001-backlink">12</ref></hi>	Sul sito del MIUR sono stati pubblicati sei verbali redatti dalla Commissione nazionale per l’Abilitazione Scientifica Nazionale alle funzioni di professore universitario di prima e seconda fascia del settore concorsuale 13/B3 – Organizzazione Aziendale, contenenti i giudizi collegiali sui candidati e quelli formulati dal Presidente e dal Segretario della Commissione giudicatrice, nei quali compaiono il simbolo dello schwa singolare (<hi rend="CharOverride-2">ǝ</hi>) e plurale (з): «Professor<hi rend="CharOverride-2">ǝ</hi> Associat<hi rend="CharOverride-2">ǝ</hi>»; «è valutat<hi rend="CharOverride-2">ǝ</hi>»; «professor<hi rend="CharOverride-2">ǝ</hi> di I fascia»; «Abilitat<hi rend="CharOverride-2">ǝ</hi>»; «un<hi rend="CharOverride-2">ǝ</hi> o più autorз dotati di ISBN»; «sono presenti coautorз»; «autor<hi rend="CharOverride-2">ǝ</hi> singol<hi rend="CharOverride-2">ǝ</hi>»; «con più di tre autorз» (cfr. Arcangeli 2022).</p><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="10.html#footnote-000-backlink">13</ref></hi>	Per approfondimenti Robustelli 2021; De Santis 2022a e 2022b.</p>



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        <listBibl>
          <head>References</head>
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          <bibl n="118000">Arcangeli, Massimo. 2022. “Lo schwa nei verbali di un concorso universitario.” il Post, 7 febbraio, 2022. &amp;lt;https://www.ilpost.it/massimoarcangeli/2022/02/07/lo-schwa-nei-verbali-di-un-concorso-universitario/&amp;gt; (2023-6-17).</bibl>
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