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        <title type="main" level="a">Il Brasile nel XVIII secolo</title>
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            <forename>Michela</forename>
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          <resp>This is a section of <title>Il Settecento portoghese e lusofono</title>(DOI: <idno type="DOI">10.36253/979-12-215-0128-5</idno>) by </resp>
          <name>Michela Graziani</name>
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        <publisher>Firenze University Press</publisher>
        <pubPlace>Firenze</pubPlace>
        <date when="2023">2023</date>
        <idno type="DOI">https://doi.org/10.36253/979-12-215-0128-5.06</idno>
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          <p>Available for academic research purposes</p>
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          <p>Copyright Author(s)</p>
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        <p>This is original content, published for academic research purposes</p>
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        <p>The third and last section of the volume aims to represent the Brazilian colony in the 18th century through an historical, iconographical and literary point of view, and analyzing three very important Brazilian volumes of the same period.</p>
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      <p>It is available online at https://doi.org/10.36253/979-12-215-0128-5.06<ref target="https://doi.org/10.36253/979-12-215-0128-5.06" /></p>


<p rend="h1_section" >Capitolo 3</p><p rend="h1_chapter" >Il Brasile nel XVIII secolo</p><p rend="h2" >3.1 Tra Macao e il Brasile</p><p rend="text" >Un’ultima elegia di Bocage, scritta tra Canton e Macao, ma dedicata al principe del Brasile José, sposta metaforicamente i nostri confini geografici. Analizzando questa elegia e due sonetti dedicati, rispettivamente, al compositore brasiliano Joaquim Manuel e all’aviatore italiano Vincenzo Lunardi, ci addentriamo nel discorso letterario sul Brasile del Settecento che riguarderà il discorso conclusivo del presente volume.</p><p rend="text" >Il principe José, duca di Braganza, nato a Lisbona nel Palazzo Reale d’Ajuda nel 1761 dai Reali consorti Maria I e Pedro III, non si recò mai in Brasile, acquisendo il titolo di ‘principe del Brasile’ dalla madre. La vita del principe José <hi >è</hi> stata molto breve, a causa della morte sopraggiunta nel 1788 (a Lisbona), ma nonostante la brevità della sua vita, Bocage gli ha reso omaggio dedicandogli un’elegia e due sonetti. Visto che la morte del principe <hi >è</hi> avvenuta nel 1788, l’elegia <hi >è</hi> stata scritta inevitabilmente durante il periodo macaense di Bocage, e l’aspetto dominante <hi >è</hi> il sentimento di tristezza che affligge il poeta portoghese a causa della morte violenta, determinata dal vaiolo. La giovane vita del principe ‘di bell’aspetto e intelligente’ (stando alle descrizioni degli storici e ad alcuni versi di Bocage: <hi >«</hi><hi >aquele génio raro, afável, brando, / astro </hi><hi >novo, entre os astros cintilando</hi><hi >»,</hi> Bocage 1988f, 264) <hi >è</hi> stata spezzata non da un omicidio o da un duello, ma da un male incurabile all’epoca, e per questo Bocage parla di<hi rend="italic"> morte feia</hi> (brutta morte).</p><p rend="text" >Il sentimento di tristezza di Bocage <hi >è</hi> determinato da vari fattori: in primo luogo dalla lontananza dalla patria, per il fatto di trovarsi in terra straniera, <hi >«</hi><hi >misérrimo de mim, que em terra alheia, /</hi><hi > cá onde muge o mar da vasta China, / vagabundo</hi><hi > praguejo a morte feia</hi><hi >»</hi> (Bocage 1988f, 265), da dove gli rimane pressoché impossibile far giungere in Portogallo il suo grido di dolore. In secondo luogo dalla figura dolce e rassicurante del giovane principe, <hi >«</hi><hi >bom príncipe», </hi><hi >«pai</hi><hi > da lusa gente,</hi><hi > / nosso bem, nosso amor, nossa esperança / príncipe n</hi><hi >’alma, príncipe excelente», </hi><hi >«[príncipe]</hi><hi > daquela alma real, antes divina, /</hi><hi > daquele augusto peito, / daquele coração, que idolatramos, / daquele</hi><hi > benfeitor, que já perdemos», </hi><hi >«moço</hi><hi > herói, que tanto amámos</hi><hi >»</hi> (Bocage 1988f, 265), che porta Bocage a esternare non solo il proprio dolore individuale, quanto a immedesimarsi nel dolore collettivo del popolo portoghese, <hi >«</hi><hi >triste povo! E mais triste eu, que</hi><hi > distante / não pude acompanhar teu choro aflito / naquele</hi><hi > amargo, lutuoso instante!»</hi> (Bocage 1988f, 265). Infine, dalla tipologia della morte: una morte non naturale ma violenta, frutto di una <hi rend="italic">rigorosa lei</hi> (la legge della natura), <hi rend="italic">horrível sina</hi> (orribile destino) che porta Bocage a invocare la tristezza e il rispettoso silenzio sepolcrale per accompagnare simbolicamente il giovane principe nell’aldilà, a ricordare la figura mitologica di Filomena (trasformata in usignolo e condannata a vivere nel bosco per essersi vendicata dei soprusi subiti), e a invocare la Notte con i suoi Fantasmi, oltre che la Musa (la morte), affinché il giovane principe possa riposare in pace.</p><p rend="text" >L’epigrafe scelta da Bocage all’inizio dell’elegia <hi >è</hi> altrettanto significativa, perché attribuita a Diogo Bernardes (1530-1596), uno dei massimi poeti portoghesi dell’epoca di Camões, autore di varie egloghe, rime, sonetti, elegie, e celebre per la delicatezza e malinconia dei sentimenti. La egloga in questione <hi >è</hi> la prima riunita nella raccolta poetica più importante di Bernardes, <hi rend="italic">O Lima</hi> (stampata in prima edizione nel 1596) e i versi ripresi da Bocage: <hi >«</hi><hi >levou a cruel Morte, sem ter pejo / aquele</hi><hi > belo moço, a quem tributo / esperavam pagar o Indo,</hi><hi > e o Tejo» (B</hi>ocage 1988f, 253), nella egloga di Bernardes si rivolgono al re Sebastião, ultimo re della dinastia degli Aviz con il quale Bernardes combatté nella celebre battaglia di Alcacer Quibir nel 1580, dove il re morì, mentre Bernardes venne imprigionato dagli arabi. Dunque tali versi ricordano la morte del re e l’importanza dei viaggi di scoperta portoghesi (dal Tago fino all’Indo) finanziati e appoggiati anche dal re Sebastião, oltre che dagli altri re portoghesi della dinastia degli Aviz che lo precedettero, mentre a Bocage sono serviti per evidenziare la brutta morte del giovane principe José.</p><p rend="text" >Ma tornando alla figura del principe e al titolo nobiliare di ‘principe del Brasile’, <hi >è</hi> opportuno ricordare che questo titolo esisteva già nel Seicento, perché voluto dal re João IV<hi rend="italic"> </hi>a suggellare la dipendenza del Brasile sotto la corona portoghese. In tal senso, un re oppure un principe portoghese, dal Seicento fino al 1805, era non solo re o principe del Portogallo ma anche del Brasile. Dal 1815, invece, in seguito al trasferimento della famiglia reale portoghese a Rio de Janeiro avvenuta nel 1805 a causa dell’invasione napoleonica in Portogallo, il Brasile diventò Regno Unito di Brasile e Portogallo e il nuovo titolo nobiliare fu quello di ‘principe del regno unito di Brasile e Portogallo’, fino al 1822, anno dell’indipendenza e della proclamazione dell’Impero del Brasile e del primo imperatore, Pedro I.</p><p rend="text" >Il riferimento al Brasile, paese verso il quale Bocage si recò rapidamente durante lo scalo, a Rio de Janeiro, della nave che lo portò in India, <hi >è</hi> più diretto ed esplicito nel sonetto rivolto al compositore mulatto Joaquim Manoel (Joaquim Manoel da Câmara), celebre autore di <hi rend="italic" >modinhas</hi> e di musiche per <hi rend="italic">viola</hi>, nato a Rio de Janeiro, ma vissuto in Portogallo, dove ricevette una tale popolarità da far scatenare la gelosia di Bocage, celebrata nel sonetto in questione con un tono sarcastico.</p><p rend="text" >Oliveira Martins, nel 1879, ci fornisce una prima testimonianza importante della presenza di Joaquim Manoel in Portogallo e dell’apprezzamento, dal pubblico portoghese, delle sue <hi rend="italic">modinhas</hi> (di cui abbiamo già parlato in un altro paragrafo):</p><p rend="quotation_b" >A modinha brasileira era o encanto doce de uma sociedade licenciosa. Havia mulatos célebres, o Caldas, o Joaquim Manoel, brazileiros auténticos, aplaudidos nos salões, por darem ao lundum um acento libidinoso como ninguém: era uma feiticeira melodia, uma embriaguez de sensualidade voluptuosa (Martins 1879, 170-71).</p><p rend="text" >Inocêncio Francisco da Silva nel volume da lui curato nel 1853, riguardante la raccolta completa delle poesie di Bocage, ci fornisce un’altra preziosa testimonianza sulla genesi del sonetto che stiamo trattando:</p><p rend="quotation_b" >Bocage recitava aos concorrentes a sua tradução da metamórfose de “Myrrha”; porém como ali estivesse também o tal Joaquim Manuel, as senhoras preferiram ouvir o mulato a escutar Bocage. Este não podendo suportar o que julgava mais que injurioso para o seu amor próprio, sentiu exacerbar-se-lhe a bílis, e rompeu de repente com o soneto a que nos referimos (Silva 1853, 400).</p><p rend="text" >Non abbiamo informazioni biografiche precise sul compositore brasiliano, ma da Marcelo Fagerlande e dalla Biblioteca Nazionale di Madrid sappiamo che le sue <hi rend="italic">modinhas</hi><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-023-backlink"><ref target="06.html#footnote-023">1</ref></hi></hi> vennero rappresentate al Teatro do Salitre e al Teatro da Rua do Conde di Lisbona, presumibilmente tra il 1790 e il 1805, ovvero al rientro di Bocage dall’Oriente, fino all’anno della sua morte (cfr. Fagerlande 2008, 15-6)<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-022-backlink"><ref target="06.html#footnote-022">2</ref></hi></hi>. Quindi possiamo ipotizzare che Joaquim Manoel si trovasse in territorio portoghese già prima del 1790 e che gli incontri arcadici a cui parteciparono anche Bocage e Joaquim Manoel avvennero tra il 1791 e il 1793. Di sicuro sappiamo che la celebrità del brasiliano si deve al compositore austriaco, nonché discepolo prediletto di Haydn, Sigismundo Neukomm (1778-1858) che visse per un periodo di tempo a Rio de Janeiro in qualità di Maestro del principe (poi imperatore) Pedro, dove venne a conoscenza, appassionandosene, delle <hi rend="italic">modinhas</hi> brasiliane, arrivando a scriverne alcune sue proprie. Tra le <hi rend="italic">modinhas</hi> rimase affascinato da quelle di Joaquim Manoel (forse sentite di persona a Lisbona durante altri spostamenti ‘lusofoni’ del Maestro austriaco), di cui venti vennero riunite da Neukomm in copia manoscritta in data non certa (cfr. Fagerlande 2008, 17), la cui notizia venne diffusa sulla <hi rend="italic">Gazeta</hi> di Lisbona del 1823: <hi >«</hi><hi >as belas modinhas do famoso </hi><hi >Joaquim Manoel postas em música com acompanhamento de piano pelo </hi><hi >célebre Neukomm, se acham </hi><hi >à</hi><hi > venda em casa de Francisco </hi><hi >António Driese</hi>l» (Vieira 1900, 117). Inoltre, nel 1791, a Lisbona, si trovava João Baptista Waltmann (musicista tedesco che nel XVIII secolo si stabilì in Portogallo) in quanto orchestrale del Teatro da Rua do Conde, e nel 1824 diffuse nuovamente, in Portogallo, la notizia delle <hi rend="italic">modinhas</hi> di Joaquim Manoel riunite da Neukomm (cfr. Vieira 1900, 409). Sull’apprezzamento delle <hi rend="italic">modinhas</hi> da parte del pubblico portoghese, tra cui quelle del compositore brasiliano, abbiamo informazioni anche dal geografo italiano Adriano Balbi che visse in Portogallo tra il 1819-1820:</p><p rend="quotation_b" ><hi >Les Portugais excellent surtout dans </hi><hi >un genre de chant qu’ils appellent modinhas. C’est </hi><hi >une espèce de chanson qui a un caractère particulier par </hi><hi >lequel elle se distingue des chansons populaires de toutes les </hi><hi >autres nations. Ces modinhas, et surtout celles nommées brésiliennes sont </hi><hi >remplies des melodie et de sentiment, et quand elles sont </hi><hi >bien chantées elles pénétrant jusq’</hi><hi >à</hi><hi > l’</hi><hi >âme</hi><hi > celui qui </hi><hi >peut en comprendre le sens. Les plus jolies et les </hi><hi >plus passionnées sont celles de Coelho, Pires, Joaquim Manoel (Balbi </hi><hi >1822, CCXIII).</hi></p><p rend="text" >Analizzando il sonetto di Bocage su Joaquim Manoel, anche se nel titolo il poeta portoghese usa l’aggettivo ‘celebre’, ‘grande’, definendolo un esimio suonatore di <hi rend="italic">viola</hi>, nonché improvvisatore di <hi rend="italic">modinhas</hi>, mettendo così in risalto il suo talento creativo, le due quartine e le due terzine che seguono, sono un concentrato di aggettivi pesanti e offensivi, frutto dell’invidia e della gelosia di Bocage sulla popolarità del brasiliano, in Portogallo. Lo definisce ‘capra’, ‘caprone’, vile scocciatore della vile chitarra, vile mostro generato dalla terra brasiliana. L’obiettivo <hi >è</hi> chiaro: alcuni aggettivi scelti appositamente da Bocage dovevano mettere in ridicolo la bravura reale del brasiliano, perché in Portogallo Bocage non accettava la competizione con nessun poeta o artista lusofono.</p><p rend="quotations_quotation_b1" >Esse cabra, ou cabrão, que anda na berra,</p><p rend="quotations_quotation_b2" >que mamou no Brasil surra e mais surra,</p><p rend="quotations_quotation_b2" >o vil estafador da vil brandura,</p><p rend="quotations_quotation_b2" >o perro, que nas cordas nunca emperra:</p><p rend="quotations_quotation_b1" >o monstro vil, que produziste, oh terra,</p><p rend="quotations_quotation_b2" >onde narizes natureza esmurra,</p><p rend="quotations_quotation_b2" >que os seus nadas harmónicos empurra,</p><p rend="quotations_quotation_b2" >com parda voz, das paciências guerra:</p><p rend="quotations_quotation_b1" >o que sai no focinho <hi >à</hi> mãe cachorra,</p><p rend="quotations_quotation_b2" >o que nescias aplaudem mais que a Myrrha,</p><p rend="quotations_quotation_b2" >o que nem veiu de prosapia forra:</p><p rend="quotations_quotation_b1" >o que afina inda mais quando se espirra,</p><p rend="quotations_quotation_b2" >merece <hi >à</hi> filosófica pachorra</p><p rend="quotations_quotation_b2" >um como, um passa fora, um arre, um irra</p><p rend="quotations_quotation_b3" >(Bocage <hi rend="italic">apud</hi> Braga 1875, 185).</p><p rend="text" >Tuttavia, nonostante gli attacchi feroci nei confronti di poeti o artisti più popolari di lui<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-021-backlink"><ref target="06.html#footnote-021">3</ref></hi></hi>, Bocage, quale uomo del XVIII secolo, <hi >è</hi> stato un attento osservatore delle innovazioni scientifiche del Settecento europeo e tra queste innovazioni merita evidenziare il sonetto rivolto all’italiano Vincenzo Lunardi, perché <hi >è</hi> un modo simbolico per mettere in risalto il fascino che i primi esperimenti aerostatici hanno avuto nell’ambito letterario portoghese dell’epoca.</p><p rend="text" >Di Lunardi riportiamo la seguente descrizione ripresa dal <hi rend="italic">Dizionario Biografico </hi><hi rend="italic">Universale </hi>curato da Felice Scipioni nel 1845:</p><p rend="quotation_b" >Celebre aeronauta nato a Lucca nel 1759, passò a Londra in forma di segretario del principe di Caramanica, ambasciatore di Napoli. Meravigliato della noncuranza che ponevano gli inglesi alla scoperta degli aerostati, costruì un globo di <hi rend="italic">taffetà</hi> e diede a Londra il primo esperimento di un’ascensione. Il giorno 15 settembre 1784 fece dodici salite aerostatiche tanto in Inghilterra che in Scozia, dove fu nominato capitano. Diede ancora lo spettacolo di un’ascensione a Lisbona, a Palermo e due volte a Napoli ed a Madrid. Il Lunardi era uomo di grande scienza e si conservano nell’arsenale di Lisbona modelli bellissimi di cannoni inventati da lui che si caricano dal fondo. Morì in questa città nel convento dei cappuccini italiani nel 1799, in età di presso ai 40 anni (Scipioni 1845, 783).</p><p rend="text" >Bocage, nel suo sonetto, mette in risalto prima di tutto l’aspetto intrepido del progetto di Lunardi, ovvero l’ascensione aerostatica avvenuta a Lisbona il 24 agosto 1794, come riscontriamo nel titolo del sonetto <hi rend="italic" >À</hi><hi rend="italic"> entrepidez do capitão Lunardi</hi>, e nell’epigrafe che riporta il seguente verso dell’abate Monti, <hi >«tous</hi> frissonent pour lui, lui seul est intrépide» (Roman 1785, 54), in traduzione francese a cura di Roman dal titolo <hi rend="italic">La navigation</hi><hi rend="italic"> aerienne</hi>, edita nell’<hi rend="italic">Almanach des Muses </hi>del 1785, il cui riferimento va al fisico Robert che aiutò i fratelli Montgolfier: Joseph-Michel e Jacques-Étienne a intraprendere il loro secondo volo aerostatico nel 1783. L’ode originale italiana di Vincenzo Monti (1754-1828), risalente al 1784, reca per titolo <hi rend="italic">Al signor di </hi><hi rend="italic">Montgolfier</hi> e il verso tradotto liberamente in francese <hi >è</hi> il seguente, <hi >«ma</hi> di Robert nell’anima / chiusa <hi >è</hi> al terror la via. / E già l’audace esempio / i più ritrosi acquista» (Monti 1858, 276). Se nella poesia francese e nell’ode italiana il riferimento va al fisico Robert, Bocage ha voluto riprendere il verso dell’abate Monti da attribuire a Lunardi, metaforicamente descritto da Bocage come ‘il saggio e il forte’, colui che grazie alla riuscita del volo aerostatico <hi >è</hi> come se avesse trovato ‘l’antidoto dell’immortalità’, facendo volare in cielo, ‘oltre le nubi’, un oggetto terreno (la mongolfiera), riuscendo anche lui, come i fratelli Montgolfier, in un’impresa ardua, mai realizzata prima: <hi >«[oh</hi> lira] ressoa, aplaude, exalta o sábio, o forte, / que além das altas nuvens assomando / colheu no Olimpo o antídoto da morte!» (Bocage <hi rend="italic">apud</hi> Braga 1875, 291).</p><p rend="text" >La gioia di questo evento <hi >è</hi> raffigurata simbolicamente dal suono festivo, allegro, nonché soave e armonico della lira, e dal rimando amoroso alla bella Marília, come pure dalla Ragione che mormorando, converte i suoni melodiosi dello strumento musicale in qualcosa di concreto. Il negro stormo di cornacchie, la feroce coorte e gli inesorabili <hi rend="italic">zoili</hi> sono elementi negativi che servono a Bocage per simboleggiare le avversità riscontrate da uomini di scienza come Lunardi e i fratelli Montgolfier nella realizzazione dei loro progetti ‘avveniristici’ per l’epoca.</p><p rend="text" >Ma non possiamo dimenticare un altro uomo di scienza che nel Settecento ha anticipato i francesi Montgolfier e l’italiano Lunardi. Mi riferisco al padre gesuita Bartolomeu de Gusmão vissuto prima di loro; nato nel 1685 a São Paulo, in Brasile, ma trasferitosi a Lisbona nel 1701, città dove poi <hi >è</hi> morto nel 1724. Questo padre gesuita, nonché inventore, naturalista e visionario che credeva nel progresso scientifico e nelle capacità dell’uomo di ‘volare’, soprannominato <hi rend="italic">o padre voador</hi>, <hi >è</hi> stato un precursore dell’aeronautica, grazie ai suoi globi di carta e al progetto della <hi rend="italic">Passarola</hi>.</p><p rend="text" >Si trasferì a Lisbona per volere del re João V (che aveva saputo delle sue invenzioni e per questo lo volle presso la sua corte), dove progettò e sperimentò il primo globo di carta nel 1709 presso il Palazzo Reale dell’Ajuda. Qui, alla presenza del re e della sua corte, Gusmão riuscì a far alzare, nella sala del palazzo, un globo di carta con un’apertura sul fondo, all’interno della quale però era stato messo del fuoco. L’innalzamento del globo durò solo pochi minuti a causa del fuoco che incendiò l’oggetto volante, quindi il primo tentativo riuscì solo in parte. Ne seguirono altri, sempre mal riusciti, fino al 1709 quando finalmente il padre gesuita riuscì a far volare un piccolo globo di carta, questa volta pieno di aria calda (vero prototipo della mongolfiera). Della <hi rend="italic">Passarola</hi>, la macchina volante, non sappiamo niente, ad eccezione dei progetti compiuti tra il 1709 e il 1720 che rimasero solo su carta e non vennero mai realizzati. Di sicuro sappiamo che la <hi rend="italic">Passarola</hi> di Gusmão venne costruita sul progetto della ‘nave volante’ di Francesco Lana de Terzi, gesuita, matematico italiano vissuto tra il 1631 e il 1687 e ritenuto il fondatore della scienza aerospaziale.</p><p rend="text" >Perseguitato dall’Inquisizione (in quanto nel Settecento, per la chiesa cattolica, erano considerati dei peccati sia l’ambizione sia l’orgoglio di costruire delle ‘macchine volanti’), nel 1713 Bartolomeu de Gusmão fu costretto a lasciare il Portogallo, rifugiandosi prima in Olanda, poi in Francia e a Roma, per morire a Madrid. La figura del padre gesuita inventore e il progetto della <hi rend="italic">Passarola</hi> vennero riprese nel Novecento da José Saramago nel romanzo <hi rend="italic">Memorial </hi><hi rend="italic">do convento</hi>, edito nel 1982 che parla della costruzione del Convento di Mafra voluto dal re João V, affrontando la storia dei ‘grandi’ (i potenti, i ricchi) e quella dei ‘piccoli’ (i lavoratori, i contadini, gli operai, gli umili) che costruirono realmente il sontuoso convento, di cui una testimonianza iconografica, settecentesca, della grandezza del convento ci viene fornita in un disegno anonimo risalente tra il 1775 e il 1800.</p><p><graphic url="06-web-resources/image/1_Anonimo_vista_do_grande_convento_e_palacio_de_mafra_1775.jpg" rend="img _idGenObjectAttribute-1" mimeType="image/jpeg"/></p><p rend="caption_figure" >Figura 1 – Anonymous, <hi rend="italic">Vista do</hi><hi rend="italic"> Grande Convento e Palacio de Mafra em Portugal</hi>, 1775-1800? (BNP digital, d-24-v).</p><p rend="text" >Ma oltre ai dettagli storici, realistici descritti da Saramago, il romanzo <hi >è</hi> imbevuto di storie e protagonisti fantastici, come la costruzione della <hi rend="italic">Passarola</hi>, che nel <hi rend="italic">Memorial do </hi><hi rend="italic">Convento</hi> riesce a volare per davvero.</p><p rend="text" >E adesso, immaginandoci anche noi su un pallone aerostatico, voliamo da Macao in Brasile sorvolando l’Oceano Pacifico, oppure viaggiamo sulla nave insieme ad António de Brito Freire (capitano e nobile della casa reale portoghese, nato in data sconosciuta e morto a Lisbona nel 1767) che tra il 1727 e il 1732 intraprese un lungo viaggio dall’India (con partenza da Goa nel 1727) verso la costa orientale africana, fino a Salvador de Bahia in Brasile, per arrivare a Lisbona nel 1732, descritto nel rispettivo resoconto di viaggio, <hi rend="italic">Jornais de viagens</hi>, di cui <hi >è</hi> custodita una copia manoscritta, consultabile in versione digitale, presso la Biblioteca Nazionale di Lisbona (cfr. Freire 1727-1732, Ms.).</p><p rend="h2" >3.2 Raffigurazioni storiche e iconografiche del Brasile nel Settecento</p><p rend="text" >Se Macao, nel Settecento, non era ritenuta una colonia, ma un territorio d’oltremare da governare per il mantenimento dei buoni rapporti commerciali tra il Portogallo e la Cina, il Brasile coevo <hi >è</hi> una colonia a tutti gli effetti, anzi potremmo dire che diventa ‘la’ colonia da amministrare gelosamente, per le sue ricchezze minerarie. Un altro aspetto contrastivo tra i due territori risiede nei rapporti interni: a Macao, nel Settecento, i rapporti commerciali tra portoghesi e cinesi continuarono a esistere seppure con le difficoltà che abbiamo affrontato precedentemente, mentre le tensioni più significative si registrarono tra i portoghesi e gli altri europei (inglesi, francesi e olandesi) che cercarono ripetutamente di occupare la penisola asiatica. In Brasile, invece, si inaspriscono i rapporti tra coloni brasiliani e portoghesi europei, tra coloni e gesuiti, e si annoverano ripetuti attacchi da parte di navi inglesi e francesi. Inoltre, se il Brasile <hi >è</hi> sentito come una colonia da parte della corona portoghese, i brasiliani iniziano ad avviare un processo di decolonizzazione, o meglio, riprendendo le parole di Silvia La Regina, <hi >«un</hi> rapporto totalmente nuovo tra colonia e madrepatria portoghese» (La Regina 2010, 9), attraverso una serie di congiure, lotte, riforme per l’affermazione del Brasile come propria nazione e non più colonia del Portogallo. In altre parole, nel Settecento brasiliano assistiamo alla genesi del procedimento di indipendenza che si concretizzerà solo nel secolo successivo, nel 1822, ma anche dell’affermazione di una propria <hi >«protoidentità</hi> culturale, ibrida e sincretica che sfocerà nel concetto di <hi rend="italic">brasilidade</hi><hi >»,</hi> grazie al ruolo giocato dalle accademie brasiliane nel Settecento e alla </p><p rend="quotation_b" >costituzione di progetti storiografici accademici [che] diedero inizio ad una profonda riflessione sulla natura dei legami tra Colonia e Metropoli, innescando discussioni di carattere politico, economico, culturale senza precedenti in un contesto ancora intrinsecamente coloniale» (De Rosa 2011, 9), </p><p rend="text" >come bene illustrato da Gian Luigi de Rosa.</p><p rend="text" >Un aspetto in comune tra la penisola di Macao e il territorio brasiliano risiede nella <hi rend="italic">miscigenação</hi> culturale; entrambi i territori, nel Settecento, continuano a essere un crogiolo di etnie e culture diverse: europee e asiatiche a Macao; europee, africane e indigene, in Brasile<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-020-backlink"><ref target="06.html#footnote-020">4</ref></hi></hi>.</p><p rend="text" >Nel Brasile del Settecento, la corsa all’oro nelle zone interne del paese, principalmente nello stato di Minas Gerais, provoca una serie di situazioni conflittuali Ne <hi >è</hi> un esempio la <hi rend="italic">Guerra dos Emboabas</hi>, scoppiata tra il 1708-1709 nella capitania di S. Vicente tra coloni locali (che risiedevano sul territorio brasiliano da anni) e nuovi coloni, che per alcuni storici <hi >è</hi> stato un primo esempio di guerra civile brasiliana. Nel 1720, nello stato di Minas Gerais, si generò una protesta armata contro la politica fiscale della corona portoghese, alla quale parteciparono schiavi, minatori e proprietari terrieri che combatterono uniti contro la corona portoghese, anche se alla fine, la protesta venne soffocata nel sangue. Se nel 1787 in India scoppiò la <hi rend="italic">Inconfidência de Goa</hi>, come abbiamo riportato in precedenza, al 1789 (anno della Rivoluzione Francese, in Europa) risale la <hi rend="italic">Inconfidência </hi><hi rend="italic">mineira</hi><hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi xml:id="footnote-019-backlink"><ref target="06.html#footnote-019">5</ref></hi></hi>, cospirazione brasiliana contro il Portogallo con l’intento di trasformare lo stato di Minas Gerais in una sorta di repubblica autonoma, priva di schiavitù. Tale cospirazione venne capeggiata da Joaquim José da Silva Xavier, conosciuto come Tiradentes, e repressa con la sua uccisione nel 1792 e l’incarcerazione degli altri membri. Al 1798 risale un’altra cospirazione, questa volta nella città di Salvador de Bahia, conosciuta come <hi rend="italic">Revolta </hi><hi rend="italic">dos Alfaiates, </hi>che diversamente dalla <hi rend="italic">Inconfidência mineira</hi> auspicava l’indipendenza di tutto il Brasile.</p><p rend="text" >Tale clima di instabilità politica, unito alla ricchezza dei giacimenti minerari, non lasciarono indifferenti i regni europei che in più di un’occasione si affacciarono minacciosamente sulle coste brasiliane. Primi fra tutti la Francia. Celebre, al riguardo, <hi >è</hi> la figura di René Dugay-Trouin (1673-1736), ammiraglio francese che divenne corsaro e nel 1711, durante la guerra di successione spagnola, attaccò la città di Rio de Janeiro, di cui abbiamo un’interessante testimonianza iconografica</p><p><graphic url="06-web-resources/image/2_plan_de_la_baye_de_Rio_de_Janeiro_prise_par_l'esquadre_de_Mr_Duguay_Trouin_1711.jpg" rend="img _idGenObjectAttribute-1" mimeType="image/jpeg"/></p><p rend="caption_figure" >Figura 2 – René Duguay-Trouin, <hi rend="italic">Plan de la baye de la ville</hi><hi rend="italic"> de Rio Janeiro prise par lªescadre commandée par Mr. Duguay</hi><hi rend="italic"> Trouin, et armée par les particuliers de St. Malo en</hi><hi rend="italic"> 1711</hi> [s.l.], [s.n.], post. 1711 (BNP digital, cc-35-p2).</p><p rend="text_NOindent" >e storiografica nelle sue <hi rend="italic">Memorie</hi> (1740). La straordinarietà delle circostanze che portarono l’ammiraglio a diventare corsaro e attaccare Rio de Janeiro vengono evidenziate dallo stesso autore nelle <hi rend="italic">Memorie</hi>: <hi >«</hi><hi >les evenements </hi><hi >de ma vie sont accompagnés de circonstances si extraordinaires e </hi><hi >si propres a donner de l’</hi><hi >émulation</hi><hi > </hi><hi >à</hi><hi > ceux dont </hi><hi >les inclinations sont nobles» (Duguay-Trouin </hi>1730, 1-2). Fu al suo rientro a Versailles da Brest che iniziò a progettare l’attacco per cercare di impossessarsi delle ricchezze brasiliane e liberare dei prigionieri francesi rinchiusi nelle carceri della città di Rio, ma anche, a livello personale, per acquisire maggiore fama e onore:</p><p rend="quotation_b" ><hi >Ce fut là que je commençai de faire une entreprise</hi><hi > sur la ville et la Colonie du Rio Janeiro l</hi><hi >’une des plus riches et des plus puissantes villes du</hi><hi > Bresil. M. Du Clerc Capitaine de Vaisseau avoit déjà tenté</hi><hi > cette expédition avec cinq Vaisseaux du Roi et environ mille</hi><hi > Soldats de la Marine; mais ces forces n’</hi><hi >étant</hi><hi > pas</hi><hi > </hi><hi >à</hi><hi > beaucoup près sussisantes pour s’emparer d’une Colonie</hi><hi > aussi considerable, il y </hi><hi >étoit</hi><hi > demeuré prisonnier avec 6 ou</hi><hi > 700 de ses Soldats, tout le reste avoit </hi><hi >été</hi><hi > tué</hi><hi > </hi><hi >à</hi><hi > l’assaut qu’il donna </hi><hi >à</hi><hi > la ville et</hi><hi > aux forteresses du Rio Janeiro […]. Toutes ces circonstances jointes</hi><hi > </hi><hi >à</hi><hi > l’espoir d’un butin immense et sur tout</hi><hi > </hi><hi >à</hi><hi > l’honneur qu’on pouvoit acquérir dans une entreprise</hi><hi > aussi difficile (Duguay-Trouin 1730, 222, 223). </hi></p><p rend="text" >L’ammiraglio-corsaro arrivò nella baia di Rio, con la sua flotta, il 12 settembre 1711, rimanendo sorpreso di trovare una città ben fortificata. Ciò nonostante, riuscì a scendere a terra e saccheggiare la città, ma la battaglia vera e propria ebbe luogo il 19 settembre con il contrattacco dei portoghesi – a cui prese parte anche il nonno di Bocage, Gil Le Doux du Bocage, in quanto membro della Marina portoghese – (cfr. Braga 1876, 44; Cardim 1965) e la sconfitta francese.</p><p rend="text" >Sempre al 1711 risale l’edizione del trattato del gesuita lucchese Giovanni Antonio Andreoni<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-018-backlink"><ref target="06.html#footnote-018">6</ref></hi></hi> (1649-1716), che nel 1681 partì come missionario per il Brasile insieme ai padri António de Oliveira e António Vieira, nel cui trattato l’autore evidenzia l’opulenza del Brasile tra la fine del Seicento e l’inizio del Settecento con le sue miniere di oro e argento e le piantagioni di tabacco e zucchero (cfr. Andreoni 1711). Nonostante il frontespizio rechi il nome di André João Antonil, l’autorialità del trattato non va messa in discussione, poiché <hi >è</hi> l’autore stesso che nel proemio si sottoscrive ‘o Anonymo Toscano’. A livello contenutistico, invece, l’opera, oltre a raffigurare la ricchezza del paese sopra menzionata, fornisce delle informazioni relative alle miniere d’oro e d’argento, agli itinerari minerari e all’afflusso di denaro dalla colonia alla Madrepatria, riportando l’obbligo da parte dei cittadini di versare al re portoghese una quota dei loro proventi e il dettaglio che il re e il suo entourage godevano di introiti molto considerevoli.</p><p rend="quotation_b" ><hi >Podendo pois El-Rei tirar </hi><hi >à</hi><hi > sua custa das</hi><hi > minas que reserva para si os metais que são o</hi><hi > fruto delas, atendendo aos gastos que para isso são necessários,</hi><hi > e querendo animar aos seus vassalos ao descobrimento das ditas</hi><hi > minas e a participarem do lucro delas, assentou, como se</hi><hi > diz no tit. 34 do dito Livro 2 das Ordenações,</hi><hi > </hi><hi >«que</hi><hi > de todos os metais que se tirarem, depois de</hi><hi > fundido e apurado, paguem o quinto em salvo de todos</hi><hi > os custos». E para segurar que se lhe pagasse o</hi><hi > dito quinto, mandou que os ditos metais se marcassem e</hi><hi > que se não pudessem vender antes de serem quintados, nem</hi><hi > fora do Reino, sob pena de perder a fazenda, e</hi><hi > de degredo de dez anos para o Brasil. E os</hi><hi > doutores que falarão nesta matéria, assim portugueses como de outras</hi><hi > nações, afirmão concordemente serem de tal sorte as minas do</hi><hi > direito real por razão dos gastos que El-Rei faz em</hi><hi > prol da República, que por esta causa não os pode</hi><hi > alienar. E quando não bastasse esta razão, que certamente </hi><hi >é</hi><hi > forçosa, o Cardeal de Lugo, in </hi><hi rend="italic" >Tractatu de Justitia &amp;</hi><hi rend="italic" > Jure</hi><hi >, tom. I, disp. 6, sect. 10, n. 108, </hi><hi >mostra que El-Rei pode reservar para si as minas (ainda </hi><hi >que se achem em terra de particulares) por modo de </hi><hi >tributo, e tributo muito bem posto, mandando que se lhe </hi><hi >pague alguma parte do que se tirar delias para os </hi><hi >gastos da República. Ou se considerem pois as minas como </hi><hi >parte do património real, ou como justo tributo para os </hi><hi >gastos em prol da República, </hi><hi >é</hi><hi > certo que se deve </hi><hi >a El-Rei o que para si reservou, que </hi><hi >é</hi><hi > a </hi><hi >quinta parte do ouro que delas se tirar, puro e </hi><hi >livre de todos os gastos (Antonil 1837, 160-61, 163-64).</hi></p><p rend="text" >Inoltre, mette in evidenza i danni morali e sociali causati dallo sfruttamento intensivo delle miniere, da parte dei governatori e del clero, oltre al danno economico, visto che la maggior parte dell’oro era destinato ai regni stranieri, e molto probabilmente <hi >è</hi> per questi ultimi aspetti forniti, che il trattato venne distrutto dietro ordine regio, subito dopo la prima stampa del 1711, per essere stampato nuovamente solo nel 1837 dall’editore Villeneuve di Rio de Janeiro, come spiegato da Merola (cfr. Merola 1961).</p><p rend="quotation_b" ><hi >Não há coisa tão boa que não possa ser </hi><hi >ocasião de muitos males, por culpa de quem não usa </hi><hi >bem dela. E até nas sagradas se cometem os maiores </hi><hi >sacrilegios. Que maravilha, pois, que sendo o ouro tão formoso </hi><hi >e tão precioso metal, tão </hi><hi >útil</hi><hi > para o comércio humano </hi><hi >e tão digno de se empregar nos vasos e ornamentos </hi><hi >dos templos para o culto divino, seja pela insaciável cobiça </hi><hi >dos homens continuo instrumento e causa de muitos danos? Convidou </hi><hi >a fama das minas tão abundantes do Brasil homens de </hi><hi >toda a casta e de todas as partes, uns de </hi><hi >cabedal, e outros vadios. Aos de cabedal, que tirarão muita </hi><hi >quantidade dele nas catas, foi causa de se haverem com </hi><hi >altivez e arrogância, de 180 andarem sempre acompanhados de tropas </hi><hi >de espingardeiros de </hi><hi >ânimo</hi><hi > prompto para executarem qualquer violência, e </hi><hi >de tomar, sem temor algum da justiça, grandes e estrondosas </hi><hi >vinganças. Convidou-os o ouro a jogar largamente e a gastar </hi><hi >em quantias extraordinárias sem reparo, comprando (por exemplo) um negro </hi><hi >trombeteiro por mil cruzados e uma mulata de mau trato </hi><hi >por dobrado preço, para multiplicar com ela continuos e escandalosos </hi><hi >pecados. Os vadios, que vão </hi><hi >às</hi><hi > Minas para tirar ouro </hi><hi >não dos ribeiros mas dos canudos em que o ajuntão </hi><hi >e guardão os que trabalhão nas catas, usarão de traições </hi><hi >lamentáveis e de mortes mais que crueis, ficando estes crimes </hi><hi >sem castigo, porque nas minas a justiça humana não teve </hi><hi >ainda tribunal, nem o respeito de que em outras partes </hi><hi >goza, aonde há ministros de suposição, assistidos de numeroso e </hi><hi >seguro presídio; e só agora poderá esperar-se algum remédio, indo </hi><hi >lá governador e ministros. E até os bispos e os </hi><hi >prelados de algumas religiões sentem sumamente o não, se fazer </hi><hi >conta alguma das censuras para reduzir aos seus bispados e </hi><hi >conventos não poucos clérigos e religiosos que escandalosamente por lá </hi><hi >andão ou apóstatas ou fugitivos (Antonil 1837, 194-95).</hi></p><p rend="text" >L’esplorazione mineraria in Brasile era strettamente legata a quella in Portogallo con l’obiettivo di arricchire l’economia della corona portoghese. Se, come ci ricorda Serrão, in Portogallo le esplorazioni minerarie di ferro erano già state avviate nel 1680, nelle zone di Leiria e Alcobaça (per proseguire nel 1736 con la scoperta di miniere di oro, argento, piombo e stagno nelle zone di Coimbra, Tomar e Viseu), in Brasile le prime vere e proprie esplorazioni nell’interno del paese iniziarono con il governo di João de Lencastre tra il 1694 e 1702, per poi intensificarsi nel corso di tutto il Settecento. Nel 1712, nello stato di Minas Gerais, particolarmente ricco di giacimenti minerari, venne istituito un governo apposito per sottrarre il monopolio dell’estrazione aurifera ai governatori dello stato di Rio de Janeiro; nel 1722 circolò la notizia dell’esistenza di miniere d’argento, mentre al 1725-1727 risale la scoperta di giacimenti di diamanti e smeraldi (Serrão, 1982, 389, 391, 307).</p><p rend="text" >Tali esplorazioni vennero accompagnate da resoconti e diari di viaggio, alcuni dei quali pervenuti ai nostri giorni, che ci aiutano a ricostruire il clima frenetico che caratterizzò tutto il Settecento brasiliano e gli itinerari che venivano intrapresi alla scoperta dei preziosi minerali. Ne <hi >è</hi> un esempio il viaggio del primo conte di Azambuja, Antônio Rolim de Moura<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-017-backlink"><ref target="06.html#footnote-017">7</ref></hi></hi> (1709-1782) effettuato nel 1751 dalla città di São Paulo verso Cuiabá. Sappiamo altresì che il conte, il 14 novembre 1768, negò l’attracco a Rio de Janeiro della nave <hi rend="italic">Endeavour</hi> su cui viaggiava James Cook. L’esploratore inglese avrebbe dovuto osservare il transito di Venere, previsto proprio in quel periodo, e intraprendere delle ricerche botaniche, ma per dei sospetti, in questo caso infondati, di spionaggio da parte degli inglesi per cercare di scoprire e impossessarsi dei giacimenti brasiliani, il conte di Azambuja negò l’attracco. Il disappunto inglese nei confronti della decisione del conte non si fece attendere e venne riportato il 17 novembre 1768 nella lettera numero 2 scritta dal presidente della Royal Society, nonché fondatore della Accademia di Storia Naturale londinese, Sir Joseph Banks (1743-1820) che ad agosto del 1768, da Plymouth, salpò insieme al capitano Cook sulla <hi rend="italic">Endeavour</hi> (Banks 2000, 4-5, 358).</p><p rend="quotation_b" >The very disagreeable situation to which Your Excellency’s most unprecedented behaviour has reduced me makes it necessary for me to state in writing the facts relating to it, that I may be convinced by Your answer that those unexampled Orders, which are issued against me in particular and the hole Ship in general, are not the effect of a mistake or misrepresentation, which even at this time I cannot help suspecting […]. Disagreeable as it is for any man to declare his own rank and consequence, my situation makes it necessary. I am a Gentleman, and one of fortune sufficient to have at my own expense fitted out that part of this Expedition under my direction which is intended to examine the Natural History of the Countries where we shale touch (Banks 2000, 4).</p><p rend="text" >Il viaggio del conte di Azambuja, che durò da aprile a ottobre con spostamenti a cavallo e su imbarcazioni fluviali, accompagnato da varie difficoltà ora climatiche ora morfologiche per la presenza di numerosi ostacoli naturali, <hi >è</hi> riportato in una lettera a un suo cugino conservata in forma manoscritta (cfr. Azambuja 1751, Ms.), ma consultabile digitalmente, presso la Biblioteca Nazionale di Lisbona.</p><p rend="text" >L’elemento acquatico era indispensabile per l’esplorazione mineraria, soprattutto aurifera, per questo nella maggior parte dei resoconti di viaggio dell’epoca vengono menzionate le <hi rend="italic">cachoeiras</hi>, cascate d’acqua molto frequenti lungo il corso dei fiumi, che si rivelavano ora come dei veri e propri ostacoli naturali, ora come delle ‘speranze’, quando l’acqua era rasa, di individuare l’oro che spesso si depositava sul fondo<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-016-backlink"><ref target="06.html#footnote-016">8</ref></hi></hi>.</p><p rend="text" >La Biblioteca Nazionale del Brasile custodisce, al riguardo, alcuni disegni acquarellati settecenteschi di <hi rend="italic">cachoeiras</hi>, di due autori dell’epoca: José Joaquim Freire e Joaquim José Codina che vogliamo celebrare riportando di ciascuno un disegno con il tema indicato.</p><p rend="text" >Freire (1760-1847) <hi >è</hi> stato pittore acquarellista, disegnatore, nonché cartografo della Marina Reale portoghese e allievo di João de Figueiredo – direttore della scuola di disegno dell’Arsenale Reale dell’Esercito – (cfr. Andrade 1959, 75). Tra il 1780 e il 1783 ha lavorato come disegnatore presso la Casa do Risco del Museo Reale del Palazzo da Ajuda a Lisbona, mentre tra il 1783 e il 1792 prende parte, insieme al disegnatore, pittore e copista portoghese Joaquim José Codina (secolo XVIII-1790) (cfr. Enciclopédia Itaú Cultural 2022; Enciclopédia Itaú Cultural 2022), ad una spedizione ‘filosofica’ nel Pará, Rio Negro, Mato Grosso e Cuiabá, capitanata dal naturalista brasiliano, nonché corrispondente della Real Academia das Ciências di Lisbona, Alexandre Rodrigues Ferreira, e organizzata dal Real Gabinete de História Natural do Museu de Ajuda di Lisbona, sotto il regno della regina Maria I, <hi >«</hi><hi >como uma</hi><hi > prospecção financeira das colónias portuguesas, já que a coroa não</hi><hi > podia mais contar com a renda das jazidas de ouro</hi><hi > em franco declínio após anos de exploração» (Baliana e Fernandes</hi> 2018). Durante la spedizione, Freire realizza vari acquerelli che documentano le attività delle popolazioni indigene, la fauna e flora autoctone, le imbarcazioni utilizzate, le città e i villaggi visitati che però non ebbero l’impatto sperato all’interno della comunità accademica dell’epoca e per quasi un secolo rimasero in copia manoscritta (cfr. Faria 2001). I motivi vengono attribuiti, secondo Baliana e Fernandes, a questioni soprattutto politiche collegate all’invasione napoleonica in Portogallo nel 1803, durante la quale molti di questi dipinti vennero portati in Francia come bottino di guerra (cfr. Baliana e Fernandes 2018).</p><p><graphic url="06-web-resources/image/3_Codina.jpg" rend="img _idGenObjectAttribute-1" mimeType="image/jpeg"/></p><p rend="caption_figure" >Figura 3 – Joaquim José Codina, <hi rend="italic">Prospecto da</hi><hi rend="italic"> cachoeira do Rio Ixié, o qual desagoa no Rio Negro</hi>, século XVIII (BNB digital, mss1309093).</p><p><graphic url="06-web-resources/image/4_Freire.jpg" rend="img _idGenObjectAttribute-1" mimeType="image/jpeg"/></p><p rend="caption_figure" >Figura 4 – José Joaquim Freire, <hi rend="italic">Prospecto da 1a cachoeira do Rio Cauaborys</hi>, século XVIII (BNB digital, mss1309087).</p><p rend="text" >Eppure l’importanza pragmatica di questi viaggi ‘filosofici’, secondo la Academia das Ciências di Lisbona, era quello di </p><p rend="quotation_b" >conhecer perfeitamente as terras que [uma nação] habita, o que em si encerram, o que de si produzem, o de que são capazes. A história natural <hi >é</hi> a <hi >única</hi> ciência que tais luzes pode dar; e sem um conhecimento sólido nesta parte, tudo se ficará devendo aos acasos, que raras vezes bastam para fazer a fortuna e a riqueza de um povo (Baliana e Fernandes 2018). </p><p rend="text" >A questo dettaglio pragmatico, va aggiunto quello strategico, illustrato da Maria de Fátima Costa, poiché il viaggio capitanato da Alexandre Rodrigues Ferreira si inserisce all’interno della delimitazione dei confini tra i possedimenti portoghesi e spagnoli delle regioni interne del sud America.</p><p rend="quotation_b" >Os recentes tratados de limites assinados pelas duas coroas ibéricas exigiam de Portugal a necessária ocupação dos territórios fronteiriços conquistados de Espanha, requisito essencial para a efetiva incorporação destes <hi >à</hi> América Portuguesa, atendendo ao princípio de <hi rend="italic">uti possidetis</hi>, que rezava nos tratados de Madrid e de Santo Ildefonso. Este <hi >é</hi> o caso específico de parte do território amazónico e de toda a aurífica e diamantífera capitania de Mato Grosso e Cuiabá, o território alvo, no qual a expedição filosófica enviada ao interior do Brasil deveria desenvolver seus trabalhos. A expedição Ferreira legou-nos inúmeras memórias sobre flora, fauna, mineiros, populações indígenas; herbários, animais empalhados, amostras de madeiras, coleções mineralógicas, além de centenas de desenhos e aquarelas e uma riquíssima coleção etnográfica sobre populações indígenas, além de precisas informações sobre os territórios recém-ocupados pelos lusitanos na raia fronteiriça entre as duas Américas ibéricas. <hi >É</hi> evidente que esta viagem cumpriu os objetivos exigidos pelo Estado lusitano <hi >à</hi> sua empresa naturalista: parte do interior da América Portuguesa foi esquadrinhada e reconhecida (Costa 2001, 995-96).</p><p rend="text" >Come spiega José Vicente <hi >Serrão: </hi></p><p rend="quotation_b" ><hi >Por “viagens filosóficas” entendiam-se</hi><hi > as expedições científicas orientadas para a “descrição física e económica”</hi><hi > dos territórios, ou seja, para a inventariação dos recursos naturais</hi><hi > e das suas aplicações económicas. Era precisamente este naturalismo aplicado</hi><hi > </hi><hi >à</hi><hi > economia que preenchia o essencial do campo disciplinar então</hi><hi > designado por Filosofia Natural (Serrão</hi> 1994, XXIV). </p><p rend="text" >Tali viaggi ‘filosofici’ in Brasile si inseriscono così all’interno dei viaggi scientifici di esplorazione cari al Settecento europeo, per i cui regni europei, secondo Hsia,</p><p rend="quotation_b" >[nel corso del XVIII secolo] lo studio del mondo naturale doveva servire a facilitare lo sfruttamento delle risorse dei paesi extraeuropei, a consolidare il dominio economico e politico delle potenze coloniali, a garantire la sopravvivenza fisica e la prosperità finanziaria delle imprese d’oltremare o, infine, ad acquistare nuovi esemplari esotici da esibire nelle <hi rend="italic">Wunderkammern</hi>. In breve, i viaggi di scoperta del mondo naturale e i lavori d’osservazione compiuti in questo periodo erano associazioni nate dalla convergenza tra interessi di natura istituzionale per i paesi extraeuropei e il fascino culturale esercitato dagli oggetti esotici (Hsia 2002).</p><p rend="text" >Alla seconda metà del Settecento risalgono tre viaggi riportati in tre appositi diari. Nel 1775 l’allora governatore della capitania del Mato Grosso, Luís de Albuquerque de Melo Pereira e Cáceres (1739-1797), intraprese un viaggio da Rio de Janeiro alla città di Vila Bela, capoluogo del Mato Grosso, durato dal 17 maggio al 5 dicembre del medesimo anno, trasmesso in forma manoscritta e con firma autografa nel rispettivo diario (cfr. Albuquerque 1775, Ms.)<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-015-backlink"><ref target="06.html#footnote-015">9</ref></hi></hi>, dove emergono osservazioni geografiche e astronomiche, nonché tabelle con informazioni longitudinali, latitudinali dei luoghi e fiumi attraversati, e notizie meteorologiche. Precedentemente, tra il 1771 e il 1772, era seguito un altro viaggio di Albuquerque, questa volta da Lisbona a Rio de Janeiro per proseguire verso Paracatu, nel cui diario sono stati annotati sia dati tecnici, geografici e climatici, sia informazioni dettagliate sui fiumi attraversati e accenni ai luoghi abbinati ai giacimenti minerari che riportiamo di seguito.</p><p rend="quotation_b" ><hi >22 de maio</hi></p><p rend="quotation_b" ><hi >Cheguei a Matias Barbosa </hi><hi >às</hi><hi > 11 e</hi><hi > vinte minutos: logo que se entrou na capitania de Minas,</hi><hi > se acharam seguindo os ordinários do Sr. Conde de Valadares</hi><hi > os lameiros belamente compostos de novo […]. O capitão Manuel</hi><hi > do Vale administra o regimento que aqui se acha que</hi><hi > rende para o rei anualmente entre 350 e 400 mil</hi><hi > cruzados todas as cabeças pagam uma entrada; ou passagem e</hi><hi > da mesma sorte as fazendas, todos que passam para Minas;</hi><hi > o capitão Manuel do Vale Amado era o provedor do</hi><hi > regimento, homem muito generoso e magnífico; aqui se apalpam e</hi><hi > examinam as pessoas que vêm de mina […]. </hi></p><p rend="quotations_quotation_b2" ><hi >23 de</hi><hi > maio</hi></p><p rend="quotations_quotation_b2" ><hi >Cheguei ao Juiz de Fora pelas 10 3/4 são </hi><hi >4 e 1/2 léguas, o caminho tem algumas subidas e </hi><hi >descidas bastante </hi><hi >ásperas,</hi><hi > passa-se pela Rosinha do Medeiros lugar do </hi><hi >Marmelo, aonde passa a ribeira Paraíbuna e se torna a </hi><hi >encontrar no mesmo lugar de Juiz de Fora mas, se </hi><hi >deixa </hi><hi >à</hi><hi > esquerda, passam-se duas pequenas pontes de madeira neste </hi><hi >caminho costumam andar patrulhas para guardar a entrada e a </hi><hi >busca aos diamantes […].</hi></p><p rend="quotations_quotation_b1" >31 de maio</p><p rend="quotations_quotation_b2" ><hi >No arraial do Ouro </hi><hi >Branco havia uma companhia de auxiliares a cavalo; por todo </hi><hi >este caminho se acham muitas lavras de ouro […].</hi></p><p rend="quotations_quotation_b1" >1 de junho</p><p rend="quotations_quotation_b2" ><hi >Vila Rica </hi><hi >é</hi><hi > uma povoação grande terá 13.000 habitantes </hi><hi >situada sobre vários morros, quase que forma uma só rua </hi><hi >que terá quase de comprimento uma légua tem duas freguesias, </hi><hi >uma do Ouro Preto, outra de António Dias; tem duas </hi><hi >Igrejas grandes e asseadas; tem intendente e fundição, provedor da </hi><hi >fazenda intendente e ouvidor; o Palácio do Governador </hi><hi >é</hi><hi > pequeno, </hi><hi >posto que por todo o lado se trabalha em minerar </hi><hi >[…].</hi></p><p rend="quotations_quotation_b1" >9 de junho</p><p rend="quotations_quotation_b2" ><hi >Passa-se pelo rancho da Portela, o alto </hi><hi >do Gravata, lugar da Ponte Nova, e aqui perto passa </hi><hi >o rio da Velhas, tem sua ponte de madeira que </hi><hi >terá 16 léguas de comprimento, corre para o Norte, aqui </hi><hi >há umas grandes lavras de ouro […].</hi></p><p rend="quotations_quotation_b1" >2 de julho</p><p rend="quotations_quotation_b3" ><hi >O </hi><hi >rancho do Corgo Rico não </hi><hi >é</hi><hi > mau aqui, principiam outra </hi><hi >vez as minas do ouro (Albuquerque 2000-2008; fonte originale: Freyre 1968, 9-48).</hi></p><p rend="text" >Nel 1780 fu la volta dell’esploratore e matematico brasiliano Francisco José de Lacerda e Almeida (1750-1798) che viaggiò tra le capitanie del Pará, Rio Negro, Mato Grosso, Cuiabá e São Paulo. Dopo la formazione in Portogallo, presso l’università di Coimbra, nel 1780 rientrò in Brasile in qualità di astronomo, per volontà del re del Portogallo, come membro di una commissione incaricata a definire i confini tra i territori spagnoli e brasiliani nel sud America, in seguito al Trattato di San Ildefonso del 1777 che aveva risolto le antiche controversie tra Spagna e Portogallo in riferimento ai possedimenti dei due paesi nella zona del Rio de la Plata (cfr. Anonymous 1777)<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-014-backlink"><ref target="06.html#footnote-014">10</ref></hi></hi>. Nei dieci anni di permanenza brasiliana ebbe modo di esplorare il paese, di cui una testimonianza ci viene fornita dal diario del suo viaggio intrapreso dal 26 febbraio 1780 al 13 maggio 1790, stampato postumo a São Paulo e custodito presso la Academia Brasileira de Letras. I dettagli emergenti riguardano soprattutto descrizioni geografiche e gli incontri con le varie tribù indigene che abitavano le capitanie sopra ricordate, ma compaiono anche riferimenti ai giacimenti di salgemma presso Rio Branco, nella zona di Pirará (cfr. Almeida 1841, 15) e a quelli auriferi di Cuiabá e del Mato Grosso che decretarono, all’epoca, la vera ricchezza del paese, stando alle parole dell’autore:</p><p rend="quotation_b" ><hi >Porém o que faz a riqueza do país, e que</hi><hi > serve de grilhões aos homens, são as boas minas de</hi><hi > ouro, e se não fosse o avultado preço do ferro</hi><hi > e escravos, dos quais morre uma grande parte pela malignidade</hi><hi > do clima, seriam os mineiros mais ricos, e a Fazenda</hi><hi > Real teria maiores rendimentos, pois na verdade são as minas</hi><hi > mais rendosas que presentemente temos, e o </hi><hi >único</hi><hi > lucro que</hi><hi > de semelhante terra se pode tirar (Almeida 1841, 64).</hi></p><p rend="text" >Al 1732 risale quello che può essere definito il primo esempio di guida turistica brasiliana. Si tratta dell’<hi rend="italic">Itinerário geográfico</hi> di Francisco Tavares de Brito compiuto dalla città di S. Sebastião di Rio de Janeiro fino alle miniere aurifere, nel cui testo l’autore ritrae in modo schematico, non diaristico per l’assenza delle date degli spostamenti, i sentieri percorsi, i luoghi visitati, oltre alle persone incontrate, ai fiumi e monti attraversati. Sull’opera in questione continua ad aleggiare un dubbio editoriale e autoriale, ma la descrizione riportata nell’<hi rend="italic">Itinerario</hi> non lascia spazio a interrogativi sui luoghi brasiliani osservati e raffigurati.</p><p rend="text" >Livermore si <hi >è</hi> occupato in modo approfondito dell’<hi rend="italic">Itinerario</hi> e della questione editoriale e autoriale da ciò sollevata, sostenendo che si tratti di un’edizione clandestina poiché all’epoca, a Siviglia (presunto luogo di stampa del testo), non esisteva nessun tipografo con il nome di António da Silva, così come nel manoscritto dell’<hi rend="italic">Itinerario</hi> non compare il nome dell’autore (Tavares de Brito) e nemmeno il luogo di stampa.</p><p rend="quotation_b" >The name Silva suffices to show that the edition was indeed clandestine, for altough there were not at all in Seville. No printer named Silva worked in the Andalusian capital in the eighteenth century, and no ‘falsos impresos’ are recorded from it before 1746. The <hi rend="italic">Itinerario</hi> was certainly not printed in Seville. Its type appears to be Portuguese, and the three vignettes, one on the title-page and one at the end, may serve to identify the press: the third, showing a raven carrying bread, implies a religious adornement. But the University Library of Coimbra posseses in its Codex 148 a manuscript version of the <hi rend="italic">Itinerario</hi> [and] it makes no reference to Tavares de Brito, nor of course to Seville, but proceeds straight to ‘Costa maritima’ (Livermore 1978, 5, 6).</p><p rend="text" >In realtà nella parte introduttiva del paratesto, l’autore spiega il motivo della stesura dell’<hi rend="italic">Itinerario</hi>: ‘delimitare meglio i confini geografici tra lo stato di São Paulo e di Minas Gerais’, <hi >«</hi><hi >não só por persuasão de algumas pessoas </hi><hi >curiosas que desejavão semelhantes notícias, mas para que se saibam </hi><hi >os incógnitos espaços daquele País, e desterrar os incertos conceitos </hi><hi >de todos os que o não tem versado</hi><hi >»</hi> (Brito 1732, 32v), ovvero soddisfare le esigenze dei mercanti e cercatori d’oro. Ma la parte che a noi interessa di più <hi >è</hi> la descrizione delle città minerarie che manifesta un’ulteriore conferma delle ricchezze brasiliane nel Settecento:</p><p rend="quotation_b" ><hi >Vila do Carmo. […] </hi><hi >Actualmente se tira em todo o seu termo bastante ouro, </hi><hi >mas em forma que tenha conta, só a quem o </hi><hi >permite a divina Providência, e em todas as mais Minas </hi><hi >é</hi><hi > o mesmo.</hi></p><p rend="quotation_b" ><hi >Via Rica [é] a mais soberba e opulenta</hi><hi > que todas, assim pela frequência de comerciantes, como pela abundância</hi><hi > de suas Minas. </hi><hi >É</hi><hi > um Potosí de Ouro.</hi></p><p rend="quotation_b" ><hi >Vila Real. </hi><hi >[…] Raramente saem os mineiros lucrados nestes destritos, porque não </hi><hi >correspondem os haveres ao ordinário dispéndio, mas agora com as </hi><hi >rodas se tira muito ouro.</hi></p><p rend="quotation_b" ><hi >Vila de João del Rei. […]</hi><hi > Não menos </hi><hi >é</hi><hi > enriquecida de lucrosas Minas, mas de suma</hi><hi > dificuldade e nem para todos, senão no inverno.</hi></p><p rend="quotation_b" ><hi >Vila Nova </hi><hi >do Príncipe. […] Nestas Minas do Serro do Frio, Comarca </hi><hi >desta Vila do Príncipe, saem alternativamente com o ouro muito </hi><hi >bon diamantes. […] Antes de chegar a estas Minas no </hi><hi >sítio de Itamiriodibâ se toma o caminho para o descobrimento </hi><hi >das esmeraldas fazendo caminho quinze ou dezasseis dias de jornada </hi><hi >e doze ou treze para o Norte. […] Cinco ou </hi><hi >seis léguas para a parte do Norte, descobriram uma grande </hi><hi >e fermosa pedraria de esmeraldas, e outra de zafiras, que </hi><hi >estão junto a uma Lágoa. E mais abaixo distante de </hi><hi >sessenta ou setenta léguas da barra do Rio doce, vieram </hi><hi >achar das mesmas pedras. E quatro ou cinco léguas para </hi><hi >a parte do Sul descobrirão outra Serra em que lhe </hi><hi >afirmou a gente, que havia pedras verdes, e vermelhas do </hi><hi >tamanho de um dedo, e outras azuis todas resplandecentes. E </hi><hi >desta Serra andando para Leste uma légua, ou pouco mais, </hi><hi >encontrarão com outra de fino cristal.</hi></p><p rend="quotation_b" ><hi >Vila da Piedade. A </hi><hi >última</hi><hi > vila </hi><hi >é</hi><hi > a da Piedade, sítio antes nomeado Pitanguî, para</hi><hi > onde correrão muito número de Paulistas. Tem um</hi> <hi >Serro aonde</hi><hi > actualmente se minera, e em uma passagem dele a que</hi><hi > chamam o Badassel se tiram muitos quintais de Ouro, em</hi><hi > pedaços de grande peso, e neste sítio se trabalha frequentemente</hi><hi > (Brito 1732, 42r, 43v, 43r, 45v, 45r, 46v, 46r).</hi></p><p rend="text" >Ma forse il volume che meglio di tanti altri ritrae la storia secolare ed ecclesiastica del Brasile <hi >«numa</hi> perspectiva setecentesca» (Jesus 2011, 142), come riferito da Jesus, <hi >è</hi> <hi rend="italic">Historia da America </hi><hi rend="italic">Portugueza</hi> del brasiliano Sebastião da Rocha Pita (1660-1738), edito nel 1730 e definito non a caso il primo volume di storia del Brasile coloniale dal 1500 al 1724 (cfr. Pita 1730, 6). Dedicato al re João V, la raffigurazione del Brasile proposta da Pita <hi >è</hi> quella di un uomo erudito, accademico e <hi >«reflexo</hi> da sociedade letrada periférica do Brasil» (Jesus 2011, 164), attento alle politiche regie, ai dogmi, ai rapporti tra Corte e Chiesa e al ‘mito’ della presenza portoghese in Brasile, ricordato da Jesus. Delle descrizioni di Pita, l’aspetto che intendiamo sottolineare <hi >è</hi> l’opulenza brasiliana mineraria del Settecento, testimoniata dall’autore attraverso alcune mete specifiche indicate nel suo volume che ritraggono una cartografia mineraria molto precisa che inizia dalla fine del Seicento. </p><p rend="quotation_b" ><hi >Para o sul a </hi><hi >cordilheira dos montes, que começando na capitania dos Ilheos com </hi><hi >o nome de Serras dos Ayraorés, e atravessando as do </hi><hi >Porto Seguro e do Espirito Santo, vão por cento e </hi><hi >quarenta e três léguas de curso acabar na enseada do </hi><hi >Rio de Janeiro, onde lhes chamam Montes dos </hi><hi >Órgãos.</hi><hi > No </hi><hi >caminho daquela cidade para as Minas Gerais, a altíssima serra </hi><hi >da Itatiaya. Nos vastos distritos das Minas do Ouro, as </hi><hi >inacessíveis serranias, de cujas vertentes (dizem os seus descobridores) nasce </hi><hi >o grandíssimo rio de S. Francisco. Nas próprias Minas do </hi><hi >Sul o opulento Serro Frio, que tem mais pratos de </hi><hi >ouro que o Potosi teve de prata.</hi></p><p rend="quotation_b" ><hi >A cidade de S.</hi><hi > Sebastião, </hi><hi >é</hi><hi > a corte de todas as nossas praças do</hi><hi > sul: os prezados géneros, que daquelas partes por mar e</hi><hi > terra se lhe conduzem, a forão fazendo rica, e hoje</hi><hi > se acha opulenta com os descobrimentos das copiosas minas de</hi><hi > ouro, que daqueles dilatadíssimos sertões se leva </hi><hi >àquela</hi><hi > praça, como</hi><hi > a feira deste precioso metal, e a buscá-lo se acham</hi><hi > no seu porto inumeráveis embarcações de Portugal e do Brazil;</hi><hi > e pelo comércio que desta frequência lhe resulta, </hi><hi >é</hi><hi > o</hi><hi > terceiro empório desta região.</hi></p><p rend="quotation_b" ><hi >Foi esta província do Rio de </hi><hi >Janeiro cabeça de todas as da repartição do sul, e </hi><hi >de presente </hi><hi >é</hi><hi > um dos três governos em que está </hi><hi >dividida aquela região; porque as enchentes de ouro (que moderadas </hi><hi >no princípio, a vieram depois com profusão imensa a inundar) </hi><hi >atraindo inumerável cópia de gente de todo o Brazil e </hi><hi >Portugal, com as suas fábricas e comércio a fizeram tão </hi><hi >opulenta, que para poder reger-se, foi preciso partir-se.</hi></p><p rend="quotation_b" ><hi >Nesta entrada se</hi><hi > descobriram finíssimas pedras ametistas de mui viva cor roxa, e</hi><hi > meios topázios de perfeita cor amarela, umas e outras mui</hi><hi > rijas e resplandecentes, e delas se fizeram preciosos aneis na</hi><hi > Bahia e se remeteram muitas a Portugal. Acharam-se diáfanos e</hi><hi > puríssimos cristais em pedaços tão grandes, que deles se poderam</hi><hi > lavrar peças importantes; e posto que destes géneros na Bahia</hi><hi > se não faz negócio, para se frequentarem as minas em</hi><hi > que estão, ainda assim os caminhantes que a vários fins</hi><hi > das suas jornadas passam por elas, sempre as trazem, de</hi><hi > que resulta haver muitas, sem que a quantidade lhes diminua</hi><hi > a estimação.</hi></p><p rend="quotation_b" ><hi >Sendo informado o sereníssimo senhor rei D. Pedro </hi><hi >que no Brazil, e principalmente no sertão da Bahia, se </hi><hi >achavam minas dele em cópia e qualidade iguais </hi><hi >ás</hi><hi > de </hi><hi >Ásia,</hi><hi > e a menos custo e dilação, do qual podia </hi><hi >abundar toda a sua monarquia, encarregou ao governador e capitão </hi><hi >geral D. João de Lencastre fosse em pessoa </hi><hi >àquela</hi><hi > parte </hi><hi >onde se afirmava que as havia.</hi></p><p rend="quotation_b" ><hi >Chegámos aos descobrimentos das portentosas</hi><hi > minas do sul, que em riqueza, fecundidade e extensão excedem</hi><hi > </hi><hi >às</hi><hi > de Ophir, que tantas riquezas deram a Salomão, e</hi><hi > tão grande matéria aos encarecimentos dos escritores. Quanto mais se</hi><hi > dilatou, tanto mais puro saiu. As pedras preciosas que mais</hi><hi > se detêm em madurar nas minas, saem mais perfeitas. Estão</hi><hi > as minas do Ouro Preto e do Morro, debaixo do</hi><hi > trópico de Capricórnio, era altura de vinte e três graus</hi><hi > e meio, e nela com pouca diferença ficam todas as</hi><hi > Minas Gerais, umas para o sul e outras para o</hi><hi > norte, com mais ou menos altura; para o sul as</hi><hi > do Rio das Mortes, que em proporcionada fantasia estão em</hi><hi > vinte e quatro graus até vinte e quatro e meio;</hi><hi > entre estas e as Minas Gerais jazem algumas de menos</hi><hi > importância, como são as de Itatiaia, Itaberaba e outros ribeiros,</hi><hi > que por terem menos riqueza têm menos nome. Para o</hi><hi > norte ficam as do Rio das Velhas, Sabarabuçu, Caeté, Santa</hi><hi > Barbara, Catas-Altas. Por todo o mato que entre elas há,</hi><hi > correm infinitos ribeiros de menor fama, e poderão ficar, pela</hi><hi > mesma fantasia, em vinte e dois graus e meio, pouco</hi><hi > mais ou menos. Mais ao norte do Rio das Velhas</hi><hi > estão as do Serro Frio, que ficam em vinte e</hi><hi > um graus e meio, e quiçá menos, onde se acham</hi><hi > muitos ribeiros inferiores. Ainda mais ao norte estão outras minas</hi><hi > de pouco porte, chamadas Tucambira, que ficam em dezoito ou</hi><hi > dezenove graus, e todos os espaços de umas a outras</hi><hi > se acham prenhes de ouro. Para o ocidente ficam as</hi><hi > minas de Pitangui com muitos ribeiros, que deram muito ouro</hi><hi > e ainda o estão lançando. Descobriram-se no ano de mil</hi><hi > e seiscentos e noventa e oito as Minas Gerais, as</hi><hi > do Ouro Preto, as do Morro, as do Ourobueno, as</hi><hi > de S. Bartholomeu, Ribeirão do Carmo, Itacolumi, Itatiaia, Itabira e</hi><hi > outras anexas, e os campos em que se fabricam as</hi><hi > roças. Estas já nomeadas e outras muitas mais descobriram os</hi><hi > Paulistas. Alguns filhos do reino acharam ribeiros de menor valor</hi><hi > entre os já descobertos, e o ouro que se tem</hi><hi > colhido pelos montes há poucos anos, descobriram os filhos de</hi><hi > Portugal com os seus escravos. A cópia de ouro que</hi><hi > as minas lançam das suas veias </hi><hi >é</hi><hi > infinita (Pita 1730,</hi><hi > 10, 118, 126, 393, 469, 491-92).</hi></p><p rend="text" >Pita conclude la sua <hi rend="italic">Storia</hi> nel 1724, anno della fondazione della Academia Brasílica dos Esquecidos da parte del governatore del Brasile Vasco Fernandes César de Meneses (cfr. Jesus 2011, 144).</p><p rend="h2" >3.3 Il clima culturale: i poeti dell’Arcadia brasiliana</p><p rend="text" >Nel 1786, anno in cui Bocage fece scalo a Rio de Janeiro, come ci ricorda Teófilo Braga, il governatore del Brasile era Luís de Vasconcelos Sousa Veiga Caminha e Faro, noto per la sua dedizione al mondo umanistico e scientifico, amico del poeta José Basílio da Gama, come del naturalista Conceição Veloso. All’epoca, il nome di Bocage era già diffuso e il governatore lo ricevette con ogni onore. In quell’occasione, in un sonetto rivolto al governatore, Bocage esternò il desiderio di trasferirsi a Rio, cosa che gli rimarrà impossibile per via dell’incarico militare. Tuttavia, durante la breve permanenza di Bocage nella città carioca, il poeta portoghese venne accolto favorevolmente dalla società più illustre di Rio de Janeiro (Braga 1876, 40).</p><p rend="text" >Tale atmosfera di apparente benessere culturale alto-borghese, portoghese, in Brasile, non ci deve trarre inganno, perché il Settecento brasiliano si <hi >è</hi> configurato, come riporta Luciana Stegagno Picchio, il secolo del </p><p rend="quotation_b" >letterato brasiliano, colui che, pur impegnato sul fronte politico e sociale al raggiungimento di un’autonomia nei riguardi della madrepatria, ha tuttavia e in primo luogo coscienza della propria qualità di intellettuale. […] E la cerca in patria, la colonia (Stegagno Picchio 1997, 69).</p><p rend="text" >Ciò significa che a partire dal 1724, come annotato poc’anzi, in Brasile assistiamo alla fioritura di accademie e società letterarie particolarmente importanti per la costruzione culturale identitaria brasiliana: dalla Academia dos Esquecidos (1724, Salvador de Bahia), alla Academia dos Felizes (1736-1740, Rio de Janeiro), Academia Brasílica dos Acadêmicos Renascidos (1759/1760, Salvador de Bahia), Academia Científica do Rio de Janeiro (1772-1779), alla Sociedade Literária do Rio de Janeiro (1786-1790, 1794) ampiamente illustrate e documentate da Gian Luigi de Rosa in un apposito volume già citato precedentemente (cfr. De Rosa 2011, 53-130).</p><p rend="text" >De Rosa e Stegagno Picchio ricordano altresì come il modello di riferimento delle nuove accademie brasiliane fosse quello delle accademie portoghesi, ma <hi >è</hi> vero che vengono messe le basi per delle nuove riflessioni culturali autoctone, relative soprattutto alla storia del Brasile (come nel caso degli incontri accademici dos Esquecidos, dos Renascidos); alla storia naturale brasiliana (negli incontri della Academia Científica di Rio de Janeiro); agli aspetti geografici, climatici, politici, giuridici, commerciali del Brasile (negli incontri della Sociedade Literária di Rio de Janeiro) (cfr. De Rosa 2011, 33, 84, 117, 127).</p><p rend="text" >Ma la svolta arriva da una delle zone interne del Brasile. Infatti, se da un punto di vista storico, lo stato di Minas Gerais diventa protagonista di una serie di agitazioni e scontri drammatici, da un punto di vista culturale si trasforma nel territorio più fervido per la nascita di idee liberali, dove si crea un gruppo di poeti e scrittori molto attenti alle innovazioni europee da applicare sul territorio brasiliano, nonché interessati a introdurre una serie di novità tematiche per rendere la letteratura brasiliana più ‘indipendente’, autoctona, da quella portoghese europea.</p><p rend="text" >Tra gli scrittori <hi rend="italic">mineiros</hi> che hanno contribuito a tali innovazioni letterarie, risaltano:</p><p rend="text" >José de Alvarenga Peixoto (1742-1793), poeta e avvocato carioca formatosi in giurisprudenza presso l’università di Coimbra. Nel 1775, al rientro in Brasile, si stabilisce nello stato di Minas Gerais, dove si dedica al lavoro letterario e a quello minerario. In seguito, non a causa della congiura mineraria (<hi rend="italic">Inconfidência mineira</hi>), ma per aver organizzato, nel 1794 a Rio de Janeiro, riunioni dalle tendenze liberali, venne imprigionato e condannato a morte, la cui pena, però, venne convertita in un espatrio permanente in Africa (Angola). La sua vasta opera poetica (che comprende anche la traduzione portoghese della <hi rend="italic">Merope</hi> di Maffei) <hi >è</hi> stata riunita e data alle stampe, postuma, nel 1865 col titolo <hi rend="italic">Obras poéticas</hi> e per un certo periodo di tempo gli <hi >è</hi> stata attribuita l’autorialità di <hi rend="italic">Cartas chilenas</hi>, smentita successivamente (cfr. Perdigão 1939, 186-87)<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-013-backlink"><ref target="06.html#footnote-013">11</ref></hi></hi>.</p><p rend="text" >José de Santa Rita Durão (1722-1784), nato nel Minas Gerais e religioso agostiniano (entrato nell’Ordine di S. Agostino nel 1738), intraprese la sua formazione in Portogallo. Nel 1761 espatriò verso il Brasile per vari fattori: per scappare dalla persecuzione contro i padri gesuiti e dalle ripercussioni delle politiche del marchese di Pombal, rientrando in Portogallo solo nel 1777, dove <hi >è</hi> morto. Ha vissuto anche a Roma per una decina d’anni, svolgendo l’incarico di bibliotecario della Biblioteca Lancisiana. <hi >È</hi> autore del poema epico <hi rend="italic">Caramuru</hi> edito nel 1781, che analizzeremo più avanti, dove viene esaltata la terra brasiliana, la figura dell’indio, dove vengono celebrate le avventure semi-leggendarie di Diogo <hi >Álvares</hi> Correia, pioniere della colonizzazione brasiliana nel Cinquecento che naufragò all’altezza di Salvador de Bahia e riuscì, grazie all’arma da fuoco che aveva con sé, a diventare il capo di una tribù indigena del posto, sposandosi con una amerindia (cfr. Perdigão 1939, 171-72)<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-012-backlink"><ref target="06.html#footnote-012">12</ref></hi></hi>.</p><p rend="text" >José Basílio da Gama (1740-1795), nato nel Minas Gerais nel 1740, educato dai padri gesuiti nel collegio di Rio de Janeiro, dopo l’espulsione dei gesuiti dal Brasile nel 1759 si trasferì con loro a Roma, dove rimase tra il 1760 e il 1767. A quanto pare l’accoglienza romana non fu delle migliori per Gama, ma grazie al suo talento e alle sue poesie diventò membro dell’Arcadia romana con il nome di Termindo Sipilio. Morto a Lisbona nel 1795, <hi >è</hi> patrono dello scranno 4 della Academia Brasileira das Letras e autore del poema eroico <hi rend="italic">Uraguai</hi>, edito nel 1769 che affronteremo più avanti. Centrato sull’azione di un governatore brasiliano contro alcune tribù di indios amerindi che erano stati ‘accolti’ in Brasile in seguito al Trattato di Madrid del 1750 (il quale includeva nel territorio coloniale brasiliano alcune di queste tribù indigene), contro la volontà dei padri gesuiti, <hi rend="italic">Uraguai</hi>, di fatto, <hi >è</hi> il primo esempio di letteratura ‘autoctona’, brasiliana, per l’argomento affrontato (gli indios), in contrasto con tutte le altre opere in versi e in prosa del Settecento brasiliano, che ricalcano temi, soggetti, argomenti occidentali non brasiliani, perché la letteratura brasiliana del Settecento era ancora una letteratura di importazione (portoghese ed europea) (cfr. Perdigão 1939, 184)<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi xml:id="footnote-011-backlink"><ref target="06.html#footnote-011">13</ref></hi></hi>.</p><p rend="text" >L’ultimo rappresentante della <hi rend="italic">escola mineira</hi> <hi >è</hi> stato Manuel Inácio da Silva Alvarenga (1749-1814), conosciuto nell’Arcadia Ultramarina con il nome di Alcindo Palmireno (cfr. Perdigão 1939, 190-91), ma il nome più rappresentativo <hi >è</hi> quello di Cláudio Manuel da Costa (1729-1789), ritenuto ‘il rivale di Metastasio’ da Almeida Garrett e ‘virtuoso’ da Veríssimo (Ribeiro 1903, 2, 5). Nato e morto nel Minas Gerais (era nativo di Vila do Carmo, attuale Mariana), patrono dello scranno 8 della Academia Brasileira das Letras, <hi >è</hi> considerato l’esponente principale dell’Arcadia brasiliana, nonostante gli studi siano avvenuti in Portogallo, dove arrivò nel 1749, per formarsi in diritto all’università di Coimbra nel 1753 e i nonni paterni fossero portoghesi, mentre quelli materni erano immigranti paulisti. Nel 1765 lo troviamo già in Brasile, dopo aver viaggiato in vari paesi europei, stabilendosi come avvocato nella città di Vila Rica, ma coinvolto nella cospirazione mineraria venne incarcerato arrivando a suicidarsi nel 1789. Conosceva l’italiano per essere stato un membro dell’Arcadia romana e anche a lui, per un periodo di tempo, <hi >è</hi> stata attribuita, erroneamente, l’autorialità di <hi rend="italic">Cartas Chilenas</hi>. La sua produzione letteraria spazia da opere in prosa e in versi (cfr. Perdigão 1939, 177)<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-010-backlink"><ref target="06.html#footnote-010">14</ref></hi></hi>.</p><p rend="text" >A questi illustri esponenti dell’Arcadia brasiliana aggiungiamo António Dinis da Cruz e Silva (Lisboa, 1731-Rio de Janeiro, 1799), fondatore dell’Arcadia Lusitana, nonché magistrato (formato in diritto presso l’università di Coimbra nel 1753). Al periodo universitario risalgono le sue prime composizioni poetiche, poi nel 1776, a causa di una diatriba con il marchese di Pombal viene inviato in Brasile, a Rio de Janeiro, per occuparsi di varie mansioni giuridiche, rientrando in Portogallo nel 1774. Nel 1790 torna nuovamente a Rio de Janeiro, ma questa volta come giudice per intervenire nelle rivolte della <hi rend="italic">Inconfidência Mineira</hi>, alle quali aderirono alcuni suoi amici poeti: Tomás António Gonzaga, Cláudio Manuel da Costa e Inácio José de Alvarenga Peixoto. Della sua opera poetica il poema eroi-comico<hi rend="italic"> Hissope</hi> rimase la sua opera principale e più importante, anche nel secolo successivo (cfr. Perdigão 1939, 178).</p><p rend="text" >Sull’Arcadia brasiliana, o meglio Ultramarina, per molto tempo si <hi >è</hi> tenuto vivo un dibattito, ormai decaduto, sulla sua effettiva esistenza, come ben evidenziato da Stegagno Picchio (cfr. Stegagno Picchio 1997, 77) e De Rosa, grazie al ritrovamento dopo circa 150 anni di un documento (cfr. De Rosa 2011, 109) importantissimo che attesta l’effettiva esistenza della Arcadia Ultramarina e l’affiliazione di uno dei suoi membri (Joaquim Inácio de Seixas Brandão) all’Arcadia romana<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi xml:id="footnote-009-backlink"><ref target="06.html#footnote-009">15</ref></hi></hi>. Le riunioni e le attività dell’Arcadia brasiliana iniziarono ufficialmente il 4 settembre 1768 nella città di Vila Rica (attuale Ouro Preto) (cfr. Anjos 2019), e l’atmosfera bucolica dominante seguiva quella dell’Arcadia lusitana e dell’Arcadia romana. Eppure, nonostante l’imitazione poetica della natura, l’utilizzo dei nomi pastorali da parte dei membri, il canone arcadico, neoclassico, brasiliano iniziò a sostituirsi, <hi >«nella</hi> seconda metà del secolo, all’ancora imperante canone barocco» (Stegagno Picchio 1997, 77) e a evidenziare </p><p rend="quotation_b" >una maturazione intellettuale che reca con sé anche i presupposti ideologici per l’indipendenza politica. Se da un punto di vista culturale i brasiliani si sentono pari ai letterati della Madrepatria, ne conviene che possono aspirare a svincolarsene anche politicamente. Ed <hi >è</hi> infatti tra gli arcadi che prende via il primo moto indipendentista passato alla storia come <hi rend="italic">Inconfidência mineira</hi> (De Rosa 2011, 111).</p><p rend="text" >In entrambi gli autori, Peixoto e Costa, il legame affettivo con il Portogallo e il Brasile <hi >è</hi> suggellato a livello poetico da una serie di riferimenti che oscillano tra i<hi rend="italic"> </hi>ricordi malinconici e felici del periodo conimbricense e la drammatica realtà del Minas Gerais. </p><p rend="text" >Nei sonetti di Peixoto risalta l’elogio al re portoghese Dinis, fondatore dell’università di Coimbra, presso cui aveva studiato, e al Portogallo, quale paese che lo aveva accolto: <hi >«levou-me</hi> <hi >às</hi> praias do Mondego amenas, / e, depondo o semblante grave e austero, / rio-se e mostrou-me a portuguesa Athenas» (Silva 1865, 176), mentre in Costa il sentimento nostalgico <hi >è</hi> celebrato nel sonetto LXXVI, al momento della partenza dal Portogallo: </p><p rend="quotation_b" >Enfim te hei-de deixar, doce corrente</p><p rend="quotation_b" >do claro, do suavíssimo Mondego;</p><p rend="quotation_b" >hei-de deixar-te enfim; e um novo pego</p><p rend="quotation_b" >formará de meu pranto a cópia ardente. </p><p rend="quotation_b" >De te me aparterei, mas bem que ausente,</p><p rend="quotation_b" >desta lira serás eterno emprego;</p><p rend="quotation_b" >e quanto influxo hoje a dever-te chego,</p><p rend="quotation_b" >pagará de meu peito a voz cadente</p><p rend="quotation_b" >(Costa <hi rend="italic">apud</hi> Ribeiro 1903, tomo I, 140) </p><p rend="text" >e nell’apparato paratestuale curato da Ribeiro, in cui risaltano degli aspetti interessanti del suo soggiorno conimbricense: <hi >«Em</hi> Coimbra viveu o poeta cinco anos, nas delícias de sociedade difererente da colonial, mais polida e cheia de outros ideais que não o das riquezas efímeras de súbitas» (Ribeiro 1903, 15-6). La <hi rend="italic">saudade</hi> nei confronti di Coimbra <hi >è</hi> manifestata in molti versi di Costa, perché la città <hi >«foi</hi> sua vida mesma» (Ribeiro 1903, tomo I, 16). A Coimbra conobbe l’ambiente stimolante delle accademie, insieme ai suoi ‘maestri’ e modelli poetici di riferimento: Virgilio, Ovidio, Teocrito, Metastasio, Quevedo e Petrarca, ma tali stimoli <hi >è</hi> come se fossero stati, secondo Ribeiro, la perdita di equilibrio della sua personalità. Per questo il rientro in Brasile </p><p rend="quotation_b" >pareceu difícil e quase impossível. Aqui [no Brasil] <hi >é</hi> preciso renunciar aos seus hábitos, o vocabulário poético secularmente enobrecido desde Virgílio, os tesouros do mito, os campos da Arcádia não se ajeitam <hi >à</hi> natureza do Brasil (Ribeiro 1903, tomo I, 16).</p><p rend="text" >Agli anni conimbricensi datano le seguenti pubblicazioni di Costa: <hi rend="italic">Munúsculo métrico</hi> (1751), <hi rend="italic">Epicédio</hi> (1753), <hi rend="italic">Labirinto de </hi><hi rend="italic">Amor </hi>(1753), mentre l’opera completa qui consultata (composta da sonetti, epicedi, favole, egloghe, epistole, odi, cantate e canti epici, strutturati in due volumi) risalgono al 1768 (epoca già del rientro in Brasile), seppure risentano <hi >«do</hi> influxo europeu sem o qual na forma em que existem, seriam impossíveis. São documentos da sua saudade e por ventura de algum amor infeliz como dizem aventurosamente alguns dos seus biógrafos» (Ribeiro 1903, tomo I, 21). Dalla poetica e arcadica Coimbra, Costa arrivò in Brasile sconsolato e <hi rend="italic">saudoso</hi>, come evidenziato da Ribeiro, </p><p rend="quotation_b" >para as margens da feia e turva corrente entre rudes trabalhadores atreitos <hi >à</hi> ambiciosa fadiga de minerar a terra. Ei-lo pois fora das academias literárias, no exílio, agravado ainda pelas responsabilidades e pelas duras escravidões da vida independente (Ribeiro 1903, tomo I, 22). </p><p rend="text" >Pur senza sapere di preciso quando Costa rientrò in Brasile, di sicuro sappiamo che nel 1761 era già avvocato nel Minas Gerais, grazie a una lettera autografa del poeta, anche se il documento più antico <hi >è</hi> una lettera topografica pubblicata nella rivista dell’Archivio Pubblico <hi rend="italic">mineiro</hi> che attesta la presenza di Costa a Vila Rica nel 1758.</p><p rend="text" >Che il clima di Vila Rica, all’epoca, fosse già critico per via di governatori ambiziosi, per lo sfruttamento dei cittadini, l’ignoranza degli ufficiali militari, risse tra giudici e <hi rend="italic">ouvidores</hi>, ci viene confermato in un articolo del conte di Bobadela rivolto al suo successore nel 1752: </p><p rend="quotation_b" >Amparar os pobres <hi >é</hi> obrigação dos governadores, mas adverti que nas minas há destes muito trapaceiros insolentes e petulantes; os oficiais militares são poucos e mal criados; <hi >é</hi> mais de ladrões que de poderosos (Bobadela <hi rend="italic">apud </hi>Ribeiro 1903, tomo I, 24). </p><p rend="text" >Al riguardo, Ribeiro aggiunge che:</p><p rend="quotation_b" >A nossa sociedade como as sociedades coloniais estão sempre em estado permanente de desmoralização, emprestando a esse termo o sentido que lhe dão os neo-etnologistas tedescos, ao estado em que pelo fluxo e refluxo das gentes novas não <hi >é</hi> possível um espírito consuetudinário e por tanto não <hi >é</hi> possível a lei, não <hi >é</hi> possível a tradição, nem sequer <hi >é</hi> possível o carácter (Ribeiro 1903, tomo I, 26).</p><p rend="text" >Durante l’avvocatura di Costa nel Minas Gerais, l’autore si interessò sia alle miserie sia alle grandezze del territorio e da questo duplice interesse dette vita al poema <hi rend="italic">Vila Rica</hi> (1773), dedicato al secondo conte di Bobadela e considerato da Ribeiro </p><p rend="quotation_b" >um produto do influxo originado pelo <hi rend="italic">Uraguay</hi>. Claudio Manoel esforçou-se por parecer original, não adoptou a oitava rima nem o verso solto; talvez por admiração a Voltaire, preferiu aproximar-se da <hi rend="italic">Henriade </hi>empregando rimas emparelhadas (Costa <hi rend="italic">apud </hi>Ribeiro 1903, tomo I, 35).</p><p rend="text" >Composto da una lettera dedicatoria, un prologo, una parte intitolata ‘fondamento storico’, oltre al componimento poetico vero e proprio strutturato in dieci canti e alle note dell’autore sul poema, nella dedicatoria al conte di Bobadela, Costa spiega che Vila Rica non <hi >è</hi> solo il capoluogo di Minas Gerais, quanto la sua patria: <hi >«Vila</hi> Rica, capital das Minas Gerais, minha pátria» (Costa <hi rend="italic">apud</hi> Ribeiro 1903, tomo I, 147); un sentimento patriottico rafforzato anche nel prologo al lettore: </p><p rend="quotation_b" >E se estas Minas, pelas riquezas que têm derramado por toda a Europa, e pelo muito que socorrem com a fadiga dos seus habitantes ao comércio de todas as Nações polidas, eram dignas de alguma lembrança na posteridade, desculpa o amor da pátria, que me obrigou a tomar este empenho (Costa <hi rend="italic">apud </hi>Ribeiro 1903, tomo I, 150), </p><p rend="text" >e nel primo canto del poema: <hi >«contemos,</hi> Musa, a fundação primeira / da capital das Minas onde inteira / se guarda ainda e vive ainda a memória, / que enche de aplauso de Albuquerque<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi xml:id="footnote-008-backlink"><ref target="06.html#footnote-008">16</ref></hi></hi> a história» (Costa <hi rend="italic">apud </hi>Ribeiro 1903, tomo I, 181).</p><p rend="text" >Costa, come abbiamo già sottolineato in precedenza, apparteneva alla prima generazione di poeti <hi rend="italic">mineiros</hi> che all’epoca rappresentava simbolicamente <hi >«a</hi> concórdia entre os forasteiros e os bandeirantes, concórdia obtida a custo de monstruosos e sanguinolentos sacrifícios» (Ribeiro 1903, 9), come ricordato da Ribeiro. Ma la bellezza selvaggia della natura brasiliana, circostante la città di Vila Rica, non <hi >è</hi> stata capace di mitigare l’indecoroso spettacolo umano celebrato in versi dall’autore: <hi >«não</hi> são estas as venturosas praias da Arcádia, onde o som das <hi >águas</hi> inspirava a harmonia dos versos. Turva e feia a corrente d’esses ribeiros» (Ribeiro 1903, tomo I, 10). La sua terra, il Brasile, <hi >è</hi> stata <hi >«gretada,</hi> lastimada e corrompida pelo alvião da ganância» (Ribeiro 1903, 10) dall’azione spudorata di governatori del Minas Gerais quali António de Noronha (cfr. Souza 2014), Gomes Freire de Andrada (conte di Bobadela), José Luís de Meneses Abranches Castelo Branco<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-007-backlink"><ref target="06.html#footnote-007">17</ref></hi></hi> (conte di Valadares), ironicamente ricordati da Costa nei suoi sonetti per la loro ‘grandezza’, e per questo spesso definiti ‘eroi’, di cui forse l’esempio più calzante <hi >è</hi> un passaggio dell’epicedio relativo alla morte del governatore di Rio de Janeiro e di Minas Gerais, Gomes Freire de Andrada:</p><p rend="quotation_b" >O Rio de Janeiro lhe obedece;</p><p rend="quotation_b" >de São Paulo o empório reconhece</p><p rend="quotation_b" >a alta moderação; e as Minas d’Ouro</p><p rend="quotation_b" >se esclarecem, tecendo o fausto agouro.</p><p rend="quotation_b" >Mas oh, e com que inteiro movimento</p><p rend="quotation_b" >a propagar do ceptro o Régio aumento,</p><p rend="quotation_b" >apesar do trabalho, a mão se aplica,</p><p rend="quotation_b" >quando o peso se dobra, ou se triplica!</p><p rend="quotation_b" >Como a sagrada lei do primeiro objecto</p><p rend="quotation_b" >de encher a obrigação do cargo ilustre</p><p rend="quotation_b" >quanto na execução lhe esforça o lustre!</p><p rend="quotation_b" >(Costa <hi rend="italic">apud </hi>Ribeiro 1903, tomo I, 157).</p><p rend="text" >L’avvilimento e forse l’amara rassegnazione di Costa nei confronti di un sistema perverso consolidato, traspare nel sonetto LXXVII centrato metaforicamente sui mascheramenti dell’inganno che impediscono di conoscere la verità delle cose e di ricevere lealtà e amicizia. Per questo, per l’autore, nel mondo tutto <hi >è</hi> ipocrisia: </p><p rend="quotation_b" >Não há no mundo fé, não há lealdade;</p><p rend="quotation_b" >tudo <hi >é</hi> torpe hipocrisia;</p><p rend="quotation_b" >fingido trato, infame aleivosia</p><p rend="quotation_b" >rodeão sempre a cândida amizade.</p><p rend="quotation_b" >Veste o engano o aspecto da verdade; </p><p rend="quotation_b" >porque melhor o vício se avalia:</p><p rend="quotation_b" >porém do tempo a mísera porfia,</p><p rend="quotation_b" >duro fiscal, lhe mostra a falsidade</p><p rend="quotation_b" >(Costa <hi rend="italic">apud </hi>Ribeiro 1903, tomo I, 141).</p><p rend="text" >La rassegnazione si accentua durante la prigionia da dove scaturiscono i sonetti più toccanti di Costa, rivolti all’Arcadia Ultramarina: <hi >«enfim</hi> eu vos saudo, / oh campos deleitosos» (Costa <hi rend="italic">apud</hi> Ribeiro 1903, tomo II, 73), e ai suoi compagni dell’<hi rend="italic">Inconfidência mineira</hi>, ai quali ha dedicato il sonetto XCII in lingua italiana<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-006-backlink"><ref target="06.html#footnote-006">18</ref></hi></hi> che riportiamo per intero:</p><p rend="quotations_quotation_b1" >Dolci compagni miei, dolce mia cura,</p><p rend="quotations_quotation_b2" >consolate ‘l mio duol; se pur vi piace</p><p rend="quotations_quotation_b2" >rendermi quella sospirata pace,</p><p rend="quotations_quotation_b2" >che mi toglie crudel la mia sventura.</p><p rend="quotations_quotation_b1" >Senza la vostra compagnia oscura</p><p rend="quotations_quotation_b2" >parmi del Sol la scintillante face;</p><p rend="quotations_quotation_b2" >sul’orme vostre ‘l mio pensier seguace</p><p rend="quotations_quotation_b2" >tutto ciò ch’e diletto, odia e scongiura.</p><p rend="quotations_quotation_b1" >Altro ciel, altre genti astri infelici</p><p rend="quotations_quotation_b2" >mi sforzano a veder: mi fu ribelle</p><p rend="quotations_quotation_b2" >la mia sorte, e son tutti miei nemici.</p><p rend="quotations_quotation_b1" >Ma se vedervi più negan le stelle,</p><p rend="quotations_quotation_b2" >vi priego almen pe’ suoi bei lumi, Amici,</p><p rend="quotations_quotation_b2" >curate la mia Nice e le sue agnelle</p><p rend="quotations_quotation_b3" >(Costa <hi rend="italic">apud </hi>Ribeiro 1903, tomo I, 148).</p><p rend="text" >Lo stesso dicasi per Alvarenga Peixoto, il quale durante la prigionia nell’isola dei serpenti pensa <hi rend="italic">saudosamente</hi> alla propria famiglia e al sogno infranto del successo della <hi rend="italic">Inconfidência mineira</hi>: </p><p rend="quotation_b" >Ah! quão depressa então acabar vira </p><p rend="quotation_b" >este sonho, este enredo, esta quimera, </p><p rend="quotation_b" >que passa por verdade e <hi >é</hi> mentira. </p><p rend="quotation_b" >Se filhos e consorte não tivera, </p><p rend="quotation_b" ><hi >e do amigo as virtudes possuíra,</hi></p><p rend="quotation_b" >só de vida um momento não quisera» (Peixoto <hi rend="italic">apud </hi>Silva 1865, 208). </p><p rend="text" >Probabilmente durante la prigionia nelle carceri di Rio de Janeiro, invece, ripensa al suo caro amico Basílio da Gama (Termindo Sipilo), autore del poema <hi rend="italic">Uraguay</hi>:</p><p rend="quotations_quotation_b1" >Entro pelo Uraguay: vejo a cultura</p><p rend="quotations_quotation_b2" ><hi >das novas terras por engenho claro,</hi></p><p rend="quotations_quotation_b2" >mas chego ao templo majestoso e paro</p><p rend="quotations_quotation_b2" >embebido nos rasgos da pintura.</p><p rend="quotations_quotation_b1" >Vejo erguer-se a república perjura</p><p rend="quotations_quotation_b2" >sobre alicerces de um domínio avaro;</p><p rend="quotations_quotation_b2" >vejo distintamente, se reparo,</p><p rend="quotations_quotation_b2" >de Caco usurpador a cova escura.</p><p rend="quotations_quotation_b2" >[…]</p><p rend="quotations_quotation_b2" >E Tu, Termindo, leva pelos ares</p><p rend="quotations_quotation_b2" >a grande acção; já que te coube em sorte</p><p rend="quotations_quotation_b2" >a gloriosa parte de a cantares</p><p rend="quotations_quotation_b3" >(Peixoto <hi rend="italic">apud </hi>Silva 1865, 213-14).</p><p rend="text" >Di sicuro, durante la prigionia carioca, Peixoto <hi >è</hi> costretto a sentir leggere la propria sentenza di morte, verso la quale non avverte paura e non cerca nemmeno vendetta. L’unico triste pensiero va ai propri cari e alla <hi rend="italic">saudade</hi> che nutre per loro: </p><p rend="quotation_b" ><hi >Água</hi> e pomo faminto não procuro; / grossa perda não cansa a humanidade; / o pássaro voraz eu não aturo. / Estes males não sinto; <hi >é</hi> bem verdade; / porém sinto outro mal ainda mais duro: / sinto da esposa e filhos a saudade! (Peixoto <hi rend="italic">apud</hi><hi rend="italic"> </hi>Silva 1865, 210). </p><p rend="text" >Vero <hi >è</hi> che cercò fino all’ultimo l’intervento della regina Maria I affinché potesse commutare la pena di morte, come esplicitato in un apposito sonetto (cfr. Peixoto <hi rend="italic">apud </hi>Silva 1865, 183-84). Come sappiamo, la sua richiesta venne esaudita, poiché la pena di morte venne convertita in esilio a vita in Africa, ma in un’ode rivolta sempre alla regina Maria I, Peixoto esterna con orgoglio l’identità brasiliana indigena, identificandosi collettivamente in un ‘noi americani’, in contrapposizione al ‘voi’ portoghesi, che a ben pensare racchiude e suggella il nascente sentimento indipendentista di cui abbiamo parlato in precedenza e che si concretizzerà nel secolo successivo.</p><p rend="quotation_b" >Do trono os resplendores</p><p rend="quotation_b" >fação a nossa glória, e vestiremos</p><p rend="quotation_b" ><hi >bárbaras</hi><hi > penas de vistosas cores.</hi></p><p rend="quotation_b" >Para nós só queremos</p><p rend="quotation_b" >os pobres dons da simples natureza,</p><p rend="quotation_b" >e seja vosso tudo quanto temos.</p><p rend="quotation_b" >Sirva a real grandeza</p><p rend="quotation_b" >a prata, o ouro, a fina pedraria,</p><p rend="quotation_b" >que esconde d’estas terras a riqueza.</p><p rend="quotation_b" >[…]</p><p rend="quotation_b" >Pode a tartária grega</p><p rend="quotation_b" >a luz gozar da russiana aurora;</p><p rend="quotation_b" >e a nós esta fortuna não nos chega?</p><p rend="quotation_b" >[…]</p><p rend="quotation_b" >A América toda protesta.</p><p rend="quotation_b" >Da América o furor</p><p rend="quotation_b" >(Peixoto <hi rend="italic">apud </hi>Silva 1865, 234, 236, 237).</p><p rend="text" >Nell’ode l’autore spera altresì che le ricchezze minerarie del Minas Gerais possano andare un giorno a beneficio del popolo brasiliano, arricchendo realmente il paese, e tale desiderio si trasforma in sogno in una cantata, dove Alvarenga Peixoto vede il Pan di Zucchero di Rio de Janeiro trasfigurato in una entità, in un indios gentile, buono d’animo, ma valoroso, attivo e forte, quale simbolico rappresentante di tutto il Brasile, agghindato di ogni pietra preziosa che costituisce la ricchezza naturale del paese: frecce di diamanti, aste d’oro, penne colorate, perle, fini cristalli, topazi, rubini, zaffiri, smeraldi. Dopo di che, il ‘pindaro’ americano si rivolge patriotticamente all’augusta regina Maria I:</p><p rend="quotation_b" >Sou vassalo, e sou leal,</p><p rend="quotation_b" >como tal,</p><p rend="quotation_b" >fiel, constante,</p><p rend="quotation_b" >sirvo <hi >à</hi> gloria da imperante,</p><p rend="quotation_b" >sirvo <hi >à</hi> grandeza real.</p><p rend="quotation_b" >Aos Elísios descerei</p><p rend="quotation_b" >fiel sempre a Portugal,</p><p rend="quotation_b" >ao famoso vice-rei,</p><p rend="quotation_b" >ao ilustre general,</p><p rend="quotation_b" ><hi >às</hi> bandeiras que jurei.</p><p rend="quotation_b" >Insultando o fado e a sorte,</p><p rend="quotation_b" >e a fortuna desigual,</p><p rend="quotation_b" >a quem morrer sabe, a morte</p><p rend="quotation_b" >nem <hi >é</hi> morte, nem <hi >é</hi> mal</p><p rend="quotation_b" >(Peixoto <hi rend="italic">apud </hi>Silva 1865, 248, 249),</p><p rend="text_NOindent" >poiché nonostante la lealtà, fedeltà e il servilismo brasiliano ricordati dall’autore nei confronti della Madrepatria portoghese, il coraggio di rischiare la morte per una causa più grande e giusta (l’indipendenza brasiliana) era già stato avviato e niente avrebbe potuto fermare questo percorso che viene accentuato nel canto genetliaco in onore del battesimo del figlio del governatore della capitania di Minas Gerais, Rodrigo José de Meneses, attraverso la speranza che un giorno sia il ‘José americano’, ovvero il popolo brasiliano, indio, meticcio o mulatto, a governare la propria patria:</p><p rend="quotation_b" ><hi >Bárbaros homens de </hi><hi >diversas cores,</hi></p><p rend="quotation_b" >isto que Europa barbaria chama,</p><p rend="quotation_b" >do seio de delícias tão diverso,</p><p rend="quotation_b" >quão diferente <hi >é</hi> para quem ama</p><p rend="quotation_b" ><hi >os ternos laços </hi><hi >do seu pátrio berço!</hi></p><p rend="quotation_b" >[…]</p><p rend="quotation_b" >Aquelas serras na aparência feias,</p><p rend="quotation_b" >dirá José Americano <hi >«Oh!</hi> Quanto são formosas!»</p><p rend="quotation_b" ><hi >Esses homens de vários acidentes,</hi></p><p rend="quotation_b" >pardos e pretos, tintos e tostados,</p><p rend="quotation_b" >são os escravos duros e valentes,</p><p rend="quotation_b" >aos penosos serviços costumados.</p><p rend="quotation_b" >[…]</p><p rend="quotation_b" >Feliz governo, queira o céu sagrado</p><p rend="quotation_b" >que eu chegue a ver esse ditoso dia,</p><p rend="quotation_b" >em que se nos torne o século dourado,</p><p rend="quotation_b" >dos tempos de Rodrigo e Maria,</p><p rend="quotation_b" >século que será sempre lembrado</p><p rend="quotation_b" >nos instantes de gosto e de alegria,</p><p rend="quotation_b" >até os tempos, que o destino encerra,</p><p rend="quotation_b" >de governar José a pátria terra</p><p rend="quotation_b" >(Peixoto <hi rend="italic">apud </hi>Silva 1865, 255, 256, 260).</p><p rend="h3" >3.3.1 <hi rend="italic">Uraguay</hi> e <hi rend="italic">Caramuru</hi></p><p rend="text" >Come accennato precedentemente, <hi rend="italic">Uraguay</hi> e <hi rend="italic">Caramuru</hi> si configurano quali primi esempi, settecenteschi, della letteratura nativista<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-005-backlink"><ref target="06.html#footnote-005">19</ref></hi></hi> brasiliana che si affermerà nel secolo successivo. Stampato a Lisbona nel 1769, <hi rend="italic">Uraguay </hi><hi >è</hi> il poema eroico di Basílio da Gama. Strutturato in cinque canti, accompagnato da un sonetto iniziale di apertura rivolto dall’autore al conte di Oeiras e due sonetti di chiusura rivolti all’autore e scritti da Joaquim Ignâcio de Seixas Brandão (‘dottore in medicina all’università di Montpellier’) e Inácio José de Alvarenga Peixoto (‘dottore in legge all’università di Coimbra’), il poema <hi >è</hi> centrato sullo scontro tra indios guaraní e padri gesuiti contro gli europei (spagnoli e portoghesi); nello specifico su due figure: il governatore portoghese Gomes Freire de Andrade (ritenuto ‘l’eroe’ dello scontro) e il capo guaraní Sepé Tiaraju.</p><p rend="text" >Il poema <hi >è</hi> dedicato a uno dei fratelli del marchese di Pombal (Francisco Xavier de Mendonça Furtado, segretario del re) e l’autore, Basílio da Gama, – che ricordiamolo ha fatto parte dell’Ordine dei gesuiti e nel poema <hi >è</hi> presente anche col nome arcadico Termindo Sipilio –, condivise le accuse del marchese contro i padri gesuiti, contro il loro lavoro missionario nei vari territori d’Oltremare e il sospetto di aver organizzato l’attentato al re José I, tanto da ordinarne l’espulsione dal Portogallo nel 1759, oltre alla confisca dei loro beni e all’arresto di molti di loro. Il poema non <hi >è</hi> accompagnato da un apparato paratestuale descrittivo, ma la prima strofa del primo canto introduce subito la drammaticità del macrotema del poema sopra ricordato:</p><p rend="quotation_b" >Fumão ainda nas desertas praias</p><p rend="quotation_b" >lagos de sangue tépidos, e impuros,</p><p rend="quotation_b" >em que ondeão cadáveres despidos,</p><p rend="quotation_b" >pasto de corvos. Dura inda nos vales</p><p rend="quotation_b" >o rouco som da irada artilharia.</p><p rend="quotation_b" >Musa, honremos o Heroi, que o povo rude</p><p rend="quotation_b" >subjugou do Uruguay, e no seu sangue</p><p rend="quotation_b" >dos decretos reais lavou a afronta (Gama 1769, 7).</p><p rend="text" >Il titolo del poema si rifà <hi rend="italic">in primis</hi> alle missioni dei padri gesuiti delle <hi rend="italic">Sette Missioni</hi>,<hi rend="italic"> </hi>un’area molto estesa a sud del Brasile che comprendeva parte del territorio brasiliano del Rio Grande do Sul e parte dell’Argentina in prossimità anche del fiume Uruguay – che nasce nello stato brasiliano di Santa Catarina e attraversa quello brasiliano del Rio Grande do Sul, l’Argentina e l’Uruguay – composta da molti villaggi gestiti, in modo congiunto, da padri gesuiti spagnoli e portoghesi.</p><p rend="text" >Di tali missioni, che all’epoca generarono una disputa molto accesa, studiata in epoca a noi contemporanea da Xavier (cfr. Xavier 2014), ci fornisce una testimonianza settecentesca John Blankett in quattro lettere scritte da Lisbona il 10, 15, 20 e 25 aprile 1777, in cui l’autore inglese menziona le dispute createsi prima e dopo il Trattato del 1750 tra Spagna e Portogallo. Riportiamo qui di seguito la lettera intera del 15 aprile, relativa alla firma del Trattato del 1750, quale momento più significativo del <hi rend="italic">climax</hi> di tensione creatosi tra le due Corone.</p><p rend="quotation_b" >By the chart published by the Jesuits it appears that the Rio Pardo was under the dominion of Portugal, and that they were in peaceable possession of the country in the year 1732, which is a long time before the treaty of limits in 1750. The two plenipotentiaries named to negotiate this fame treaty of limits on the 13th of January 1750, were Thomas da Silva Telles, and Don Joseph de Carvajal y Lancaster, who agreed it would be impossible to execute their commission without a plan of the country, and ordered that a chart should be laid down from their directions, on which should be demonstrated the possession of both crowns, and what should be given up on both sides, this chart to remain the groundwork and basis of the treaty of limits. The chart was rendered authentic by the same plenipotentiaries attesting the two duplicates, one in Portuguese to remain in the archives of Madrid, the other in Spanish, to remain in the archives of Lisbon, the title of which is: Mapa de los confinos del Brazil con las tierras de la Coruña de Espana en la America Meridional en el año 1743. This chart settled all disputes that had arose till the year 1743, and consequently till the year 1750, as the conference then agreed to made that chart the basis for the treaty of limits concluded at that time. There <hi rend="italic">only</hi> remained a large extent of country from the Rio Pardo to the Uraguay settlements of the Jesuits, which was to be settled according to the agreement of the two courts by the mediation of their common friends (Blankett 1777, 43-4).</p><p rend="text" >L’altro aspetto fondante del poema riguarda la figura dell’indio che ancora nel Settecento non aveva diritti umani. Nel primo canto, ad esempio, gli indigeni vengono descritti come barbari, rudi indigeni senza disciplina, senza valore, senza armi, insolenti, ma anche come una popolazione ingenua, che vive in modo selvaggio e ‘manipolata’ dalle idee dei gesuiti. I gesuiti, invece, sono raffigurati come i bianchi ‘ammaliatori’, che in nome di una visione conservatrice e medievale della religione cristiana, ‘manipolano’ volutamente gli indios, rendendoli schiavi e obbligandoli a lavorare la terra. I portoghesi, infine, incarnano le qualità dei navigatori lusitani del Cinquecento, ovvero l’audacia e lo spirito d’avventura. L’autore focalizza l’attenzione sull’importanza, all’epoca, di ‘conquistare’ tutte le popolazioni indigene dell’America latina, per convertirle ai principi del cristianesimo dei primi padri della Chiesa, fornendo una descrizione arcadica dell’indios brasiliano, secondo quanto riportato da Carlos Versiani (cfr. Versiani 2016).</p><p rend="text" >Il contesto storico del poema <hi >è</hi> determinato dalla battaglia di Caiboaté del 1756 che portò all’uccisione di oltre 1000 indios per conto dell’esercito luso-spagnolo. In questa battaglia, che <hi >è</hi> stata una vera e propria ecatombe, il capo indigeno Sepé Tiaraju (1723-1756) viene ripreso da Basílio da Gama come personaggio del poema. Sepé <hi >è</hi> ancora oggi considerato un eroe della libertà degli indios guaraní contro il dominio europeo, perché in vita ha sempre lottato contro ogni ‘straniero’ (portoghese, spagnolo o europeo che fosse, inclusi anche i padri gesuiti) per la libertà del suo popolo e di tutte le tribù indigene, per la difesa del territorio brasiliano e contrario ad ogni forma di schiavitù. L’aspetto nativista del poema <hi >è</hi> determinato dalla figura dell’indio guaraní Sepé e dall’origine etimologica del nome del fiume Uruguay, di origine guaraní, che significa ‘il fiume degli uccelli colorati’ per la notevole varietà di uccelli dalle piume cromatiche che nidificavano, all’epoca, sul suo corso.</p><p rend="text" >Le parti più salienti del dialogo-scontro tra i due indios, Cacambo e Sepé e il Generale portoghese, descritte nel canto II, sono centrate sul macrotema della libertà, di cui riportiamo i passaggi più emblematici:</p><p rend="text" >Parla Cacambo rivolto al Generale portoghese:</p><p rend="quotation_b" >As campinas que vês e a nossa terra, / sem o nosso suor e os nossos braços / de que serve ao teu Rei? <hi >Aqui não temos / nem altas minas, nem os caudalosos</hi><hi > / rios de </hi><hi >áreas</hi><hi > de ouro. / […] </hi>A nós somente / nos toca arar e cultivar a terra / […] e o arco, e as setas, e as vistosas penas / são as nossas fantásticas riquezas. / […] Volta Senhor, não passes adiante. / Que mais queres de nós? Não nos obrigues / a resistir-te em campo aberto. Pode / custar-te muito sangue (Gama 1769, 27, 28, 29, 30).</p><p rend="text" >Sepé si rivolge al Generale portoghese:</p><p rend="quotation_b" >Todos sabem / que estas terras que pisas, o Céu livre / deu aos nossos Avós, nós também livres / as recebémos dos antepassados. / Livres as hão de herdar os nossos filhos. / Desconhecemos, detestamos jugo, / que não seja o do Céu, por mão dos Padres. / […] O vosso Mundo, / se houver nele um resto de humanidade, / julgará se defendémos / tu a injustiça e nós o Deus e a Pátria. / Enfim quereis a guerra e tereis a guerra (Gama 1769, 34-5).</p><p rend="text" >La risposta del Generale non si fa attendere, in tutta la sua mentalità eurocentrica:</p><p rend="quotation_b" >Por mim te fala o Rei: ouve-me, atende / e verás uma vez nua a verdade. / […] O Rei <hi >é</hi> vosso pai, quer-vos felizes. / Sois livres, como eu sou e sereis livres, / não sendo aqui, em outra qualquer parte. / Mas deveis entregar-nos estas terras. / Ao bem público cede o bem privado. / O sossego de Europa assim o pede. / Assim o manda o Rei. Vós sois rebeldes, / senão obedeceis. […] / Os Reis estão na Europa, mas adverte / que estes braços que vês, são os seus braços. / Dentro de pouco tempo um meu aceno / vai cubrir este monte, essas campinas / de semivivos palpitantes corpos / de míseros mortais. […] / Não me chames cruel: em quanto <hi >é</hi> tempo / pensa e resolve (Gama 1769, 30, 31-2, 33).</p><p rend="text" >L’idea di libertà, in questo poema, <hi >è</hi> impugnata dagli indios e dagli europei con due mentalità diverse: per gli indios la libertà appartiene alle leggi della natura ed <hi >è</hi> qualcosa di ‘naturale’ che si tramanda di generazione in generazione. <hi >È</hi> un valore nobile acquisito nel proprio spazio e nel tempo senza compromessi perché senza prezzo, non ricattabile, non acquistabile, che dovrebbe essere ‘naturalmente’ garantito a ogni essere umano. Per gli europei, la libertà <hi >è</hi> un concetto relativo e fittizio, perché gli esseri liberi sono solo loro, gli europei, superiori nei confronti di popolazioni come le tribù indigene ritenute ‘diverse’ (inferiori) nell’organizzazione sociale, politica e religiosa. Proprio perché ritenute inferiori, secondo questo principio eurocentrico, tali tribù non potevano essere libere, ma dovevano essere soggiogate dall’imperialismo europeo e dalle leggi umane.</p><p rend="text" ><hi rend="italic">Caramuru</hi>, definito da Belinda Mora García ‘l’Eneide brasiliana’ (cfr. García 2012), <hi >è</hi> il poema epico in dieci canti di Santa Rita Durão, religioso dell’ordine degli Agostiniani ma anche storico e ‘amante della patria’, come da lui ricordato nell’apparato paratestuale del poema, edito a Lisbona nel 1781 e strutturato alla maniera dell’epopea classica dei <hi rend="italic">Lusiadi</hi> di Camões. L’amore patrio, infatti, lo indusse a scrivere il poema epico, la cui azione consiste nella scoperta di Salvador de Bahia avvenuta verso la metà del XVI secolo per conto del nobile Diogo <hi >Álvares</hi> Correia, il quale fornì varie informazioni sulla storia del Brasile, sulle tradizioni, sui riti degli indigeni. Il nobile portoghese si trovava nelle vicinanze della <hi rend="italic">capitania</hi> di S. Vicente quando la sua nave naufragò in prossimità della città di Salvador de Bahia. Si salvarono solo sei membri dell’equipaggio, i quali però vennero mangiati dagli indios che praticavano l’antropofagia. Correia venne risparmiato, perché cagionevole di salute. Dalla nave rimasta incagliata, il portoghese riuscì a prendere armi, munizioni e arnesi che gli indigeni non conoscevano, e dal momento in cui iniziò a cacciare insieme a loro, usando le proprie armi da fuoco (a differenza degli indios che usavano archi e frecce) venne soprannominato Caramuru, parola di origine tupí che significa ‘uomo del fuoco’ (cfr. Tettamanti 2013; Treece 1984), ‘figlio del tuono’, ‘drago del mare’.</p><p rend="text" >Combattendo contro gli indios del <hi rend="italic">sertão</hi> (ovvero gli indigeni che vivevano nelle zone più aride e interne dell’attuale Stato di Bahia), riuscendo a vincerli, ottenne prestigio e fiducia dagli indios tupinambás (definiti dall’autore ‘nazioni barbare’) che lo avevano accolto con loro. Per questo il capo tribù gli permise di sposare una delle sue figlie e il portoghese scelse Paraguaçu, con la quale successivamente si recò in Francia presso la corte di Enrico II, poiché il re aveva chiesto al nobile portoghese di aiutarlo nella conquista della Spagna. Diogo Correia si rifiutò, avvisando tra l’altro il re portoghese João III. A Parigi, il nobile portoghese assistette al battesimo (ovvero alla conversione al cattolicesimo) di Paraguaçu che ricevette il nuovo nome, Caterina, in onore della regina Caterina dei Medici, sua madrina (nonché consorte del re Enrico II di Francia). Diogo e Caterina ritornarono quindi a Salvador de Bahia, dove Caterina venne riconosciuta ugualmente dai tupinambás come figlia ed erede del capo tribù, e Diogo venne ricevuto con l’antico rispetto. Caterina ebbe poi una visione: la Vergine le apparve in sogno in tutto il suo splendore e le disse di farsi restituire un’icona che la raffigurava e che era stata rubata da un selvaggio. Caterina riuscì realmente a prendere un’icona da un selvaggio e avendo capito di aver ritrovato l’immagine della Vergine che le era apparsa in sogno, la depose in una chiesa che corrisponde attualmente al monastero di São Bento a Salvador de Bahia (fondato nel 1582).</p><p rend="text" >Nei secoli successivi, arrivarono altri portoghesi a popolare la città di Bahia, tra cui Sebastião da Rocha Pita, autore di <hi rend="italic">História Brasílica </hi>(1730), nel cui volume confermò che Caterina rinunciò all’eredità dei tupinambás e per questo gesto il re portoghese João III ordinò a vari governatori del Brasile di onorarla. Grazie a queste onorificenze e ai servizi che Diogo aveva svolto per il re, il nobile portoghese diventò il primo membro della nobilissima Casa della Torre di Salvador de Bahia e Caterina, sua moglie, onorata nella medesima città, venne ritratta in un quadro affisso poi sulla porta della casata.</p><p rend="text" >Il primo canto si apre proprio con le lodi dell’eroe del poema, Diogo <hi >Álvares</hi> Correia/ Caramuru, e con la scoperta dell’insenatura di Salvador de Bahia, prima capitale brasiliana dal 1549 fino al 1808 (quando la nuova capitale diventò Rio de Janeiro fino al 1960).</p><p rend="quotation_b" >De um Varão, em mil casos agitado,</p><p rend="quotation_b" >que as praias discorrendo do Ocidente,</p><p rend="quotation_b" >descubriu o Recôncavo afamado</p><p rend="quotation_b" >da capital brasílica potente:</p><p rend="quotation_b" >do Filho do Trovão denominado,</p><p rend="quotation_b" >que o peito domar soube <hi >à</hi> fera gente;</p><p rend="quotation_b" >o valor cantarei na adversa sorte,</p><p rend="quotation_b" >pois só conheço Herói quem nela <hi >é</hi> forte (Durão 1781, 9).</p><p rend="text" >L’aspetto nativista che emerge dal poema <hi rend="italic">Caramuru</hi> <hi >è</hi> determinato principalmente da due fattori: dalla raffigurazione del Brasile come un giardino edenico, primitivo, naturale, e dalla descrizione degli indigeni come primitivi e non come buoni selvaggi, poiché come spiegano Saraiva e Lopes, l’apologia del buon selvaggio <hi >è</hi> in questo caso temperata dall’apologia cattolica e colonialista, in conformità all’ideologia ufficiale della regina Maria I (cfr. Saraiva, e Lopes 2001, 632).</p><p rend="text" >Tuttavia, l’immagine del Brasile come un giardino edenico (<hi rend="italic">ameno jardim</hi>), a partire dal canto III, viene veicolata da altri aspetti: per l’autore, il Brasile rimane una terra bruta e selvaggia (l’aggettivo <hi rend="italic">bruto</hi> <hi >è</hi> quello più ricorrente in tutto il poema), dotata però di ‘virtualità’, tanto da poter essere trasformata, dai coloni fedeli alla religione cristiana, in terra paradisiaca. Quindi, per Santa Rita Durão l’aspetto ‘paradisiaco’ del Brasile non <hi >è</hi> originario, naturale, insito nel territorio, ma può essere costruito, creato, con l’intervento della religione cattolica, ovvero ‘della mano e della ragione cristiane’. In tal senso, l’autore auspica la creazione di un ‘nuovo’ Brasile, che si ‘elevi’ da terra primitiva, selvaggia, non organizzata politicamente e culturalmente, a territorio organizzato secondo la morale, l’etica europee, la disciplina, il rigore, la religiosità cattolica e strutturato in tanti ‘giardini’ geometrici, dalle forme irregolari che arrivino a esaltare la variegata natura brasiliana, secondo il gusto estetico europeo del Settecento. La barbarie di questo territorio e dei suoi abitanti riguarda anche la lingua indios definita da Santa Rita Durão ‘stravagante, non ordinaria e bruta’.</p><p rend="text" >Ma per arrivare a questo passaggio da terra selvaggia a territorio organizzato, Santa Rita Durão esalta le bellezze naturali del Brasile attraverso il recupero di leggende indigene e l’immaginario cristiano, europeo. Quindi il mondo indigeno e quello europeo sono entrambi presenti nel poema <hi rend="italic">Caramuru</hi>, anche attraverso la scelta dei personaggi: Diogo <hi >Álvares</hi> Correia, naufrago portoghese che per 50 anni vive con gli indios tupinambás; Paraguaçu, figlia del capo tribù dei tupinambás che sposa il naufrago portoghese, convertendosi alla religione cattolica, prendendo il nome di Caterina.</p><p rend="text" ><hi rend="italic">Caramuru</hi> <hi >è</hi> stato scritto in epoca antipombalina, con la salita al trono della regina Maria I e descrive l’evangelizzazione dei tupinambás, la conversione al cattolicesimo di Paraguaçu e il suo matrimonio con Correia avvenuto in Francia, a Saint Malo, che all’epoca era uno dei porti di sbarco del legno brasiliano, autoctono, <hi rend="italic">pau-Brasil</hi>. <hi >È</hi> durante il soggiorno in Francia che il portoghese narra le ricchezze del Brasile (descrivendolo nell’ultimo canto come un territorio fertile, ricco di piante officinali preziose, oltre che di mandioca, riso, canna da zucchero e come ‘la migliore colonia che l’Europa abbia mai avuto in tempi rapidi’), oltre agli usi e costumi degli indios tupinambás.</p><p rend="text" >Un breve riassunto di <hi rend="italic">Caramuru</hi> ci viene fornito, in lingua inglese, da Robert Southey nella lettera XXVI scritta da Lisbona nel 1797 nel corso di riflessioni intime sull’ampia produzione letteraria spagnola e portoghese, e in modo specifico sulla poesia epica, tra cui appunto, <hi rend="italic">Caramuru</hi>, sottolineando la verità storica degli episodi in esso contenuti.</p><p rend="quotation_b" >The story is briefly this: Diogo Alvares was shipwrecked near Bahia, among a nation of Cannibals, who devoured his companions, and only spared him till he should recover his health; in the meantime he procured fire arms from the wreck, and killing a bird was called by the intimidated Savages The Son of Thunder, and Caramuru, or The Dragon of the Sea. Thus obtaining the command, he conquered their enemies and married Paraguazu, heiress to the Chief of the Tupinambas. The story is historically true. Paraguazu was baptized in France, and received the name of Catherine, from Catherine of Medicis, her godmother. She afterwards transferred her rights to King João III, and thus the Portuguese obtained the richest province of Brazil (Southey 1797, 484-85).</p><p rend="text" >La descrizione del Brasile, quale migliore colonia che l’Europa abbia mai avuto, precedentemente menzionata e ripresa da <hi rend="italic">Caramuru</hi>, trova in parte conferma nelle parole di Southey e nella sua descrizione del Brasile riportata nella sezione relativa alla situazione del Portogallo, in cui definisce il Brasile ‘porta del mondo’ per le sue ricchezze naturali e minerarie, evidenziando però al contempo il conflitto identitario avviato nel Settecento brasiliano:</p><p rend="quotation_b" >Thus should Brazil become the port of the world: the Europeans would come there for gold and silver, and jewels, and whatever productions might be raised, nor when the ports were open to them, would they ever think of conquering the country […]. Portugal wants Brazil, but Brazil does not want Portugal (Southey 1797, 462, 463).</p><p rend="h3" >3.3.2<hi rend="italic"> Cartas chilenas</hi></p><p rend="text" >Tomás Antônio Gonzaga (Porto, 1744-Mozambico, 1810), nato a Porto da madre portoghese e padre brasiliano, e rimasto orfano di madre in tenera età, nel 1751 si trasferì a Recife (nello stato brasiliano del Pernambuco) con il padre, per tornare più tardi in Portogallo, dove intraprese la sua formazione accademica, laureandosi in legge presso l’università di Coimbra (nel 1768). Ha vissuto la maggior parte della sua vita tra il Portogallo e il Brasile (il padre era un magistrato brasiliano), e per questo rientra tra i poeti luso-brasiliani, ed <hi >è</hi> stato membro dell’Arcadia brasiliana. In Brasile si recò per svolgere incarichi giuridici, prima nella città di Vila Rica (nel Minas Gerais) e successivamente a Salvador de Bahia. Nel 1789 prese parte alla congiura mineraria, venendo per questo incarcerato a Rio de Janeiro. La condanna a morte venne commutata con l’esilio in Mozambico, dove morì nel 1810.</p><p rend="text" >Durante il periodo a Vila Rica, che all’epoca era il principale centro economico del Brasile per i numerosi giacimenti di diamanti e oro, Gonzaga entrò a far parte dell’Arcadia brasiliana, grazie all’amicizia con alcuni intellettuali brasiliani tra cui Cláudio Manuel da Costa e Alvarenga Peixoto che volevano dare vita a un nuovo stile poetico (diverso da quello barocco), a un linguaggio poetico più semplice che parlasse della vita quotidiana e del sentimento amoroso nelle sue varie sfaccettature.</p><p rend="text" >Sempre a Vila Rica conobbe la sua musa ispiratrice, la giovanissima Maria Dorotea, protagonista femminile dell’opera <hi rend="italic">Marília de Dirceu</hi>, unica raccolta di poesie pubblicata in vita da Gonzaga, edita nel 1792, e centrata sul profondo sentimento amoroso, pre-romantico, dell’autore per Maria Dorotea de Seixas Brandão (poeticamente chiamata Marília, mentre Dirceu <hi >è</hi> il nome arcadico di Tomás Gonzaga), interrotto bruscamente dall’incarcerazione e dall’esilio in Mozambico (cfr. Perdigão 1939, 187).</p><p rend="text" >Gonzaga <hi >è</hi> anche autore di varie poesie inedite e di <hi rend="italic">Cartas chilenas</hi>, un’opera che afferisce al genere epistolare satirico (cfr. Nascimento 2019), scritta presumibilmente nel 1788 (cfr. De Rosa 2011, 265), edita postuma nel 1845, che ripercorre il periodo e l’episodio della <hi rend="italic">Inconfidência mineira</hi>, condannando l’amministrazione coloniale in Brasile<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-004-backlink"><ref target="06.html#footnote-004">20</ref></hi></hi>. Ma trattandosi di una satira, i luoghi e i personaggi si trasformano: Minas Gerais diventa il Cile, la città brasiliana di Vila Rica viene sostituita con Santiago del Cile; il Portogallo diventa la Spagna, Coimbra si trasforma in Salamanca. Quindi, apparentemente, il lettore crede che queste lettere riguardino il Cile e la Spagna, in realtà parlano del Brasile e del Portogallo del 1789.</p><p rend="text" >Dal frontespizio dell’edizione del 1940 (cfr. Gonzaga 1940), qui consultata insieme alla seconda edizione ottocentesca (cfr. Gonzaga 1863)<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-003-backlink"><ref target="06.html#footnote-003">21</ref></hi></hi>, apprendiamo che l’autore <hi >è</hi> Crítilo (nome arcadico di Tomás Antônio Gonzaga) e l’opera <hi >è</hi><hi rend="italic"> </hi>preceduta da una epistola scritta da Cláudio Manuel da Costa, a lui dedicata. Il volume del 1940 comprende un’introduzione di ben 134 pagine curata da Afonso Arinos de Melo Franco (politico e storico brasiliano vissuto tra il 1905-1990) che, ovviamente, non <hi >è</hi> presente nell’edizione del 1863. Il materiale, invece, in comune alle due edizioni riguarda: l’epistola a Crítilo; la dedicatoria rivolta ai ‘Grandi del Portogallo’; il prologo, da cui apprendiamo che queste lettere sono state tradotte<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-002-backlink"><ref target="06.html#footnote-002">22</ref></hi></hi> in lingua portoghese da un ‘autore anonimo’ dopo che un ‘cavaliere e uomo di Lettere’, altrettanto anonimo, arrivato in Brasile su di un galeone che proveniva dalle Americhe spagnole, gli mostrò il testo manoscritto (alla fine del Settecento).</p><p rend="text" >L’edizione del 1863 contiene un’introduzione curata da Luís Francisco da Veiga, al quale il visconte di Porto Seguro, Francisco Adolfo de Varnhagen, scrisse una lettera datata 30 novembre 1867, quando si trovava già a Rio de Janeiro, relativa all’autore delle <hi rend="italic">Cartas chilenas</hi> inserita nel paratesto dell’edizione ottocentesca, in cui Varnhagen evidenzia il merito delle <hi rend="italic">Lettere</hi>, in quanto </p><p rend="quotation_b" >importantíssimo documento histórico, não só para a monografia de Minas, como para a própria história geral do país; visto que nelas se vê pintado o modelo de outros governadores tanto do Norte, como do Sul, e dos Sertões, – que nada valião (Gonzaga 1940, XIV). </p><p rend="text" >Successivamente iniziano le tredici lettere, scritte in versi, e raccontate all’amico Doroteu (ovvero Cláudio Manuel da Costa) che descrivono gli episodi accaduti a Fanfarrão Minésio, governatore del Cile. Visto che le lettere affrontano l’argomento spinoso della congiura mineraria e sono state scritte proprio in quel periodo, sono rimaste anonime per molto tempo e questo ha causato i dubbi autoriali evidenziati in precedenza. Solo nel corso del Novecento, gli studiosi sono arrivati a attribuire l’autorialità delle <hi rend="italic">Lettere</hi> a Gonzaga.</p><p rend="text" >La struttura <hi >è</hi> la seguente: nella prima lettera viene descritta l’entrata in Cile del governatore Fanfarrão Minésio; la seconda ritrae la finta pietà di Fanfarrão nei confronti del suo governo, per essere il solo a gestire gli affari, e affronta la questione della centralizzazione degli incarichi governativi. Nella terza e quarta lettera si raccontano le ingiustizie e violenze intraprese da Fanfarrão; la quinta e la sesta affrontano i disordini avvenuti durante la celebrazione dei festeggiamenti delle nozze tra il principe Giovanni di Braganza e la principessa Carlota Joaquina di Borbone, avvenuta nel 1785 per suggellare la nuova alleanza tra Portogallo e Spagna. Nella settima si riprende a parlare di Fanfarrão e delle decisioni da lui intraprese; l’ottava lettera si concentra sulle corruzioni del governatore; nella nona e decima lettera si raccontano i disordini compiuti da Fanfarrão. L’undicesima riporta i metodi maliziosi intrapresi dal governatore; nella dodicesima si affronta il nepotismo del governo e nella tredicesima, rimasta incompiuta, si parla della perversione del governo.</p><p rend="text" >I protagonisti sono: Crítilo, l’autore delle lettere che scrive dal ‘Cile’ (ovvero dal Brasile); Doroteu, il destinatario di tali lettere residente in ‘Spagna’ (ovvero in Portogallo); Fanfarrão Minésio, il fittizio governatore del ‘Cile’ (in realtà si tratta del governatore brasiliano Luís da Cunha e Meneses).</p><p rend="text" >Le lettere sono sempre accompagnate da un tono e da un linguaggio satirico, ironico, a volte anche aggressivo, per via delle questioni legate al contesto in cui sono state scritte e alle tematiche affrontate: ingiustizia, corruzione, tirannia, abusi di potere, nepotismo.</p><p rend="text" >L’aspetto ironico lo troviamo anche nella scelta del nome fittizio del governatore: <hi rend="italic">Fanfarrão</hi> che in italiano significa spaccone, fanfarone, spavaldo e lo stesso autore lo ricorda nella parte finale del prologo, rivolgendosi al suo amico Costa, <hi >«não</hi> queiras fazer juízos temerários sobre a pessoa de Fanfarrão… há muito fanfarrões no mundo» (Gonzaga 1940, 34), a ricordare che il governatore fittizio <hi >è</hi> solo uno dei tanti governatori corrotti, tiranni, ingiusti, che il Settecento brasiliano ha conosciuto e non sarà nemmeno l’ultimo. Da tale consapevolezza, quindi, l’obiettivo dell’autore, nonché il punto centrale dell’opera, <hi >è</hi> quello di mettere in risalto la corruzione intrapresa dal vero governatore del Brasile, Luís da Cunha Meneses, che ha governato la <hi rend="italic">capitania</hi> di Minas Gerais dal 1783 al 1788.</p><p rend="text" >Il declino della produzione di oro nel territorio di Minas Gerais iniziò già a partire dal 1760, e come conseguenza del periodo precedente, determinato da una spudorata e frenetica ‘corsa all’oro’, si verificò un nuovo periodo di povertà, restrizioni, difficoltà. Tuttavia, questa situazione di declino non venne accompagnata dal declino della classe intellettuale e della cultura letteraria e artistica del Minas Gerais. Al contrario, a Vila Rica continuarono a svolgersi discussioni e riflessioni tra gli intellettuali dell’epoca, e la produzione letteraria in versi e in prosa rimase attiva, tanto che si venne a creare una vera e propria ‘scuola <hi rend="italic">mineira</hi>’, composta da poeti, scrittori e artisti del Minas Gerais, i quali assistettero, loro malgrado, all’impoverimento progressivo e irrimediabile del proprio territorio che tanto aveva arricchito, nel periodo precedente, il Portogallo e altri paesi europei. In questi autori si diffonde un’amarezza, una tristezza, ma anche una rabbia e un’osservazione critica, che ritroviamo nelle loro opere sotto forma di denuncia sociale dei vizi, dei danni, delle colpe dell’amministrazione governativa brasiliana.</p><p rend="text" >Significativa <hi >è</hi> l’ironica raffigurazione del governatore quale: <hi >«moderno</hi> chefe, / que acaba de reger a nossa Chile» (Gonzaga 1940, 37), dove i metodi ‘moderni’ usati dal governatore non sono altro che metodi già consolidati da altri uomini arrivisti come lui, quindi l’utilizzo dell’aggettivo ‘moderno’ <hi >è</hi> da intendere in senso ironico, quando in realtà di moderno non c’<hi >è</hi> niente in questo governatore; <hi >«ilustre</hi> imitador de Sancho Pança» (Gonzaga 1940, 37), con il riferimento intertestuale alla figura dello scudiero del celebre Don Chisciotte, secondo cui il governatore del Brasile <hi >è</hi> come se fosse un altro ‘Sancho Panza’, un individuo dotato di una intelligenza elementare, molto superficiale: <hi >«E</hi> quem dissera, amigo, que podia gerar / segundo Sancho a nossa Espanha!» (Gonzaga 1940, 37).</p><p rend="text" >La descrizione fisica che segue, non lascia presagire alcun dettaglio incoraggiante a favore del governatore, poiché il colorito scialbo della pelle, la calvizie, la voce bassa e rauca, la conformazione tozza della testa denotano una figura di basso profilo, </p><p rend="quotation_b" >a cor <hi >é</hi> baça, / o corpo de estatura um tanto esbelta, / […] tem grossas sobrancelhas, testa curta, / nariz direito e grande; fala pouco / em rouco, baixo som; / sem ser velho, já tem cabelo ruço. / […] Na cabeça vazia / se atravessa um chapéu desmarcado (Gonzaga 1940, 38, 39), </p><p rend="text_NOindent" >unito all’atteggiamento svogliato che il governatore rivela pubblicamente, poiché sa di essere diventato potente e importante, ma non interessato a ricoprire seriamente, umilmente, con impegno e dedizione il proprio incarico. Al contrario, acquisisce subito le qualità più infime di quei governatori che amano solo il potere e la bella vita, a discapito del popolo, e per questo <hi >è</hi> definito dall’autore un <hi rend="italic">peralta</hi> (<hi >«</hi>bellimbusto<hi >»</hi>/<hi >«</hi>damerino<hi >»</hi>): <hi >«entra</hi> o novo chefe / na casa do recreio e, reparando / nos membros do congresso, a testa enruga, / e vira a cara, como quem se enoja» (Gonzaga 1940, 44). Il governatore <hi >è</hi> come se fosse un commediante, ma della peggior specie, il quale finito il proprio discorso nella sala del governo se ne va con lo stesso atteggiamento superbo con cui era arrivato: </p><p rend="quotation_b" >Em ar de minuete o pé concerta</p><p rend="quotation_b" >e arqueia o braço esquerdo sobre a ilharga.</p><p rend="quotation_b" >Eis aqui, Doroteu, o como parão</p><p rend="quotation_b" ><hi >os </hi><hi >maus comediantes, quando fingem</hi></p><p rend="quotation_b" ><hi >as pessoas dos grandes, nos teatros.</hi></p><p rend="quotation_b" >Acabada a função, <hi >à</hi> casa volta,</p><p rend="quotation_b" >co’ a mesma pompa com que foi ao Templo (Gonzaga 1940, 46). </p><p rend="text" >Per questo, secondo Gonzaga, <hi >è</hi> come se la natura a volte si distraesse o volesse giocare con gli esseri umani, attribuendo delle virtù nobili a degli individui che di nobile non hanno niente, oppure permettendo loro di intraprendere delle carriere politiche importanti, senza però avere i giusti e sani requisiti per il bene della nazione e del popolo: </p><p rend="quotation_b" >Quanto pode a tolice e vã soberba.</p><p rend="quotation_b" >Parece, Doroteu, que algumas vezes, </p><p rend="quotation_b" >a sábia natureza se descuida. </p><p rend="quotation_b" >Devera, doce amigo, sim, devera</p><p rend="quotation_b" >regular os natais conforme os génios.</p><p rend="quotation_b" ><hi >Quem tivesse as virtudes de fidalgo,</hi></p><p rend="quotation_b" >nascesse de fidalgo e quem tivesse</p><p rend="quotation_b" >os vícios de vilão, nascesse embora,</p><p rend="quotation_b" >se devesse nascer, de algum lacaio (Gonzaga 1940, 44-5), </p><p rend="text" >arrivando a chiedersi se siano questi gli esempi sani che in Europa rendono grandi gli uomini (Gonzaga 1940, 47).</p><p rend="text_NOindent" >Visto che le lettere, come già ricordato, sono scritte in versi con uno stile arcadico, le azioni malsane del governatore, definito da Gonzaga anche <hi rend="italic">tolo e indigno chefe</hi>, vengono precedute da uno scenario meteorologico nefasto: vento forte, nubi dense e scure, pioggia battente, temporali, pozzanghere che inondano le strade, notte cupa, insieme alla tristezza che si diffonde nell’animo dei cittadini; simboli che devono accompagnare la cattiveria e perversione del protagonista, in un lento ma graduale crescendo.</p><p rend="text" >La negatività del governatore raggiunge il suo apice al momento della costruzione del carcere, che doveva essere maestoso per raffigurare la superbia del governatore, ma eretto sulla vita delle persone più umili: <hi >«sobre</hi> ossos de inocentes, construído / com lágrimas dos pobres, nunca serve / de glória ao seu autor, mas, sim, de opróbrio» (Gonzaga 1940, 66); sulla vita degli schiavi neri dei <hi rend="italic">quilombos</hi> che il governatore arrivava a maltrattare ogniqualvolta lo riteneva ‘opportuno’:</p><p rend="quotation_b" >E sabes, Doroteu, quem edifica</p><p rend="quotation_b" >esta grande cadeia? […]</p><p rend="quotation_b" >Uns negros</p><p rend="quotation_b" >que vivem (quando muito), em vis cabanas,</p><p rend="quotation_b" >fugidos dos senhores, lá nos matos (Gonzaga 1940, 67-8).</p><p rend="quotation_b" >E passa a maltratar ao triste povo</p><p rend="quotation_b" >com estas nunca usadas violências:</p><p rend="quotation_b" >quer cópia de forçados que trabalhem</p><p rend="quotation_b" >sem outro algum jornal, mais que o sustento</p><p rend="quotation_b" >e manda a um bom cabo que lhe traga</p><p rend="quotation_b" >a quantos quilombolas se apanharem</p><p rend="quotation_b" >em duras gargalheiras. Voa o cabo,</p><p rend="quotation_b" >agarra a um e outro e num instante</p><p rend="quotation_b" >enche a cadeia de alentados negros.</p><p rend="quotation_b" >Não se contenta o cabo com trazer-lhe</p><p rend="quotation_b" >os negros que têm culpas, prende e manda</p><p rend="quotation_b" ><hi >também, nas grandes levas, os escravos</hi></p><p rend="quotation_b" ><hi >que não têm</hi><hi > mais delitos que fugirem</hi></p><p rend="quotation_b" ><hi >às</hi><hi > fomes e aos castigos, que </hi><hi >padecem</hi></p><p rend="quotation_b" ><hi >no poder de senhores desumanos.</hi></p><p rend="quotation_b" ><hi >Ao bando dos cativos se </hi><hi >acrescentão</hi></p><p rend="quotation_b" ><hi >muitos pretos já livres e outros homens</hi></p><p rend="quotation_b" >da raça do país e da europeia</p><p rend="quotation_b" >que, diz ao grande chefe, são vadios</p><p rend="quotation_b" >que perturbam dos povos o sossego (Gonzaga 1940, 68-9).</p><p rend="text" >Nell’ottava lettera l’autore arriva a parlare ‘virtualmente’ con il governatore e le domande che gli pone sono, purtroppo per noi, di una attualità disarmante. Fanfarrão compra una serie di terre ma in modo disonesto, corrompendo i proprietari terrieri e ingannando i contraenti. Ma l’atteggiamento furbesco, ingannevole, lo utilizza anche con i suoi servi.</p><p rend="quotation_b" >Agora, Fanfarrão, agora falo</p><p rend="quotation_b" >contigo, e só contigo. Por que causa</p><p rend="quotation_b" >ordenas que se faça uma cobrança</p><p rend="quotation_b" >tão rápida e tão forte contra aqueles</p><p rend="quotation_b" ><hi >que ao erário </hi><hi >só devem ténues somas?</hi></p><p rend="quotation_b" >Não tens contratadores, que ao rei devem,</p><p rend="quotation_b" >de mil cruzados centos e mais centos?</p><p rend="quotation_b" >O pobre, porque <hi >é</hi> pobre, pague tudo,</p><p rend="quotation_b" >e o rico, porque <hi >é</hi> rico, vai pagando</p><p rend="quotation_b" >sem soldados <hi >à</hi> porta, com sossego!</p><p rend="quotation_b" >Não era menos torpe, e mais prudente,</p><p rend="quotation_b" >que os devedores todos se igualassem?</p><p rend="quotation_b" >Que, sem haver respeito ao pobre ou rico,</p><p rend="quotation_b" >metessem, no erário, um tanto certo,</p><p rend="quotation_b" ><hi >à</hi> proporção das somas que devessem?</p><p rend="quotation_b" >Indigno, indigno chefe! Tu não buscas</p><p rend="quotation_b" >o público interesse. Tu só queres</p><p rend="quotation_b" >mostrar ao sábio Augusto um falso zelo,</p><p rend="quotation_b" >poupando, ao mesmo tempo, os devedores,</p><p rend="quotation_b" >os grossos devedores, que repartem</p><p rend="quotation_b" >contigo os cabedais, que são do reino (Gonzaga 1940, 142-43).</p><p rend="text" >Il nepotismo, infine, <hi >è</hi> esercitato dal governatore anche sui religiosi, sovvenzionando economicamente la chiesa, appoggiando le processioni ai santi, in cambio del silenzio dei religiosi nei confronti dei suoi affari illeciti, delle sue feste mondane con le ‘allegre signorine’ della città, cibo e bevande di ogni tipo, anche per i suoi domestici. Dopo un rimando al sistema perverso, dispotico, adoperato dagli imperatori dell’antica Roma, Gonzaga arriva a parlare, con rassegnazione e amarezza, dell’altrettanto sistema dispotico, intrapreso dal governatore nel Brasile del Settecento: </p><p rend="quotation_b" >Também este sistema: ao seu ouvido</p><p rend="quotation_b" >acostuma a chegar-se a mansa pomba.</p><p rend="quotation_b" >A nação, ignorante, se convence</p><p rend="quotation_b" >de que este seu profeta conhecia</p><p rend="quotation_b" >os segredos do céu, por este meio.</p><p rend="quotation_b" >Não há, meu Doroteu, não há um Chefe,</p><p rend="quotation_b" >bem que perverso seja, que não finja,</p><p rend="quotation_b" >pela Religião, um justo zelo,</p><p rend="quotation_b" >e, quando não o faça por virtude,</p><p rend="quotation_b" >sempre, ao menos, o mostra por sistema (Gonzaga 1940, 214).</p><p rend="text" >L’elenco delle azioni perverse del governatore sarebbe molto più lungo, ma gli esempi riportati sono sufficienti per dare l’idea del dispotismo che dilagava realmente nel Brasile del Settecento a Ouro Preto e in tutto il territorio del Minas Gerais. I governatori erano coloro che avevano il potere, perché incaricati dal re in persona a far rispettare le regole, la disciplina, arricchire le casse della corona (e le proprie), praticare la religione cattolica in modo da non avere problemi con il clero, costruire edifici per il ‘progresso’ del territorio. Ma a quale prezzo? Sfruttando le risorse del territorio in modo spudorato, sfruttando la manodopera locale, soprattutto i neri, perché robusti fisicamente e capaci di sopportare grosse fatiche, rendendo nuovamente schiavi coloro che erano riusciti a fuggire dai coloni portoghesi. La messa in pratica del potere <hi >è</hi> un concetto relativo, perché di fatto, come abbiamo visto in una delle citazioni riportate precedentemente, ai governatori non interessava il bene pubblico ma solo quello privato: l’arricchimento personale veniva messo davanti a tutto e non c’era distinzione tra bene pubblico e privato: ciò che in realtà doveva essere libero, pubblico, come l’utilizzo delle risorse minerarie del Minas Gerais (a favore dei neri, degli indios e dei bianchi), nel Settecento era impensabile e tutto ciò che poteva generare un profitto economico per la corona portoghese doveva diventare ‘proprietà privata’ di pochi, bianchi.</p><p rend="h2" >3.4 Conclusioni <hi rend="italic">inconfidenti</hi></p><p rend="text" >Se nel Settecento le <hi rend="italic">Lettere cilene</hi> di Gonzaga si soffermano sulle azioni del fittizio governatore, non sulla congiura mineraria vera e propria, permettendoci però di comprendere i problemi del territorio che hanno poi portato alla congiura – tanto che possiamo ritenere le <hi rend="italic">Lettere</hi> una sorta di ‘cornice’ all’episodio della <hi rend="italic">inconfidência </hi>–, nel Novecento il <hi rend="italic">Romanceiro da inconfidência</hi><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-001-backlink"><ref target="06.html#footnote-001">23</ref></hi></hi> (1953) della poetessa brasiliana Cecília Meireles (1901-1964), rappresenta il nucleo centrale, perché ritrae, in versi, figure ed episodi che hanno partecipato a quella congiura.</p><p rend="text" >La realtà storica<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-000-backlink"><ref target="06.html#footnote-000">24</ref></hi></hi> dell’episodio ci viene fornita debitamente dal Museo da Inconfidência inaugurato nel 1944 a Ouro Preto, in piazza Tiradentes, nell’antico edificio edificato tra il 1785 e il 1855 (Casa de Camâra e Cadeia), che riportiamo di seguito:</p><p rend="quotation_b" >Na década de 1780 Minas Gerais, com tendência exportadora definida, reunia características distintas de outras Capitanias e via-se constrangida pela dependência colonial imposta pela Metrópole. A mineração possibilitara o surgimento de diferentes grupos na sociedade: artesãos, comerciantes, contratadores, agricultores, mineradores, homens livres ansiosos por abrirem seus próprios caminhos, lutarem pela auto-suficiência local e definirem soluções nos campos: económico, político e artístico. Excessiva carga tributária pesava sobre a população da região mineradora, quando o ouro já se tornava escasso. Pressões de várias formas geravam um clima de insatisfação. Em 1788, passaram a se reunir militares, eclesiásticos e intelectuais, projetando um movimento que deveria libertar a Colónia do julgo de Portugal. A derrama, imposto que o povo seria forçado a cobrir caso as 100 arrobas anuais devidas <hi >à</hi> Coroa não fossem atingidas, era esperada para fevereiro de 1789. Isso representaria muito para a rebelião, uma vez que faria emergir o latente descontentamento popular. A suspensão da derrama pelo governador, Visconde de Barbacena, não foi acompanhada pela suspensão da dívida dos abastados contratantes para com a Junta da Fazenda. Joaquim Silvério dos Reis, grande devedor da Real Fazenda, viu na denúncia da conspiração a oportunidade de ser perdoado do seu débito. A delação verbal ocorreu em meados de março de 1789 e a escrita, em abril. Ao tomar conhecimento dela no Rio de Janeiro, o Vice-Rei resolveu promover uma investigação oficial e, em 7 de maio, foi aberta devassa para a apuração dos fatos. A conclusão do processo se deu em 1792 e a execução de Joaquim José da Silva Xavier, o Tiradentes, considerado o maior responsável pela conspiração, se deu no dia 21 de abril daquele ano. Outros inconfidentes, tidos como cabeças do movimento, foram degredados para a <hi >África</hi> e os réus eclesiásticos permaneceram reclusos por quatro anos na Fortaleza de São Julião, seguindo depois para conventos portugueses Museu da Inconfidência [s.d.]).</p><p rend="text" >Tra i nascenti studi storiografici della cospirazione mineraria, avviati nel XIX secolo in Brasile e in Europa, il primo inglese ad averne parlato <hi >è</hi> stato Robert Southey nel terzo volume di <hi rend="italic">History</hi><hi rend="italic"> of Brazil</hi>, edito postumo a Londra nel 1819, in cui ritrae la cospirazione come il primo esempio storico per l’affermazione delle idee rivoluzionarie in Brasile, illustrando il progetto indipendentista di base degli inconfidenti, intrapreso sull’esempio americano coevo:</p><p rend="quotation_b" ><hi >The</hi><hi > first manifestation of revolutionary principles and practices in Brazil took</hi><hi > place in Minas Gerais. A cavalry officer of that Captaincy,</hi><hi > inflamed by the example of the United States, though it</hi><hi > easy for his countryman to throw off the minority of</hi><hi > the Mother Country, and establish an indipendent republic […]. His</hi><hi > name was Joaquim José da Silva Xavier, but he was</hi><hi > commonly called </hi><hi rend="italic" >O Tiradentes</hi><hi > […]. His views did not extend</hi><hi > beyond the Captaincy of Minas Gerais, either because he thought</hi><hi > that territory large enough to constitute a powerful commonwealth, or</hi><hi > because it would have been too perilous to have formed</hi><hi > a wider conspiracy; and he expected that success there would</hi><hi > induce other provinces to hoist the standard of insurrection, and</hi><hi > that then a federative union might be established. Even in</hi><hi > his own country, his reliance was not upon public opinion,</hi><hi > which had never been disturbed, but upon a peculiar state</hi><hi > of affairs, not more perilous to the stability of the</hi><hi > Government than it was discreditable to its prudence […] </hi>(Southey 1819, 678-79).</p><p rend="text" >Nel 1873, nella sua <hi rend="italic">História da conjuração mineira</hi>, scritta in uno stile romanzato, Joaquim Norberto de Sousa e Silva si sofferma sui viaggi europei, soprattutto in Francia e Inghilterra, intrapresi nella seconda metà del Settecento da molti giovani studenti brasiliani che non si accontentavano di recarsi solo in Portogallo per la loro formazione. Affascinati dal fervido clima culturale e dalle idee liberali europee, al rientro in Brasile, scontenti della povertà culturale del proprio paese, contribuirono anch’essi alla realizzazione della cospirazione mineraria, determinata così da vari fattori: economici (già ampiamente analizzati in precedenza), politici (il tentato golpe del 1789, cfr. De Rosa 2011, 113-17) e culturali (le idee liberali americane ed europee). Scrive al riguardo Silva:</p><p rend="quotation_b" >Já a mocidade brasileira se não contentava com a instrução que lhe oferecia a mãe pátria na sua universidade em Coimbra […]. A Inglaterra e a França, com instituições livres e populares, conquistavam as simpatias de nossos jovens e os corações batiam de entusiasmo ao respirar os ares dessas cidades tão populosas, tão vastas, tão industriais. Distinguia-se na mocidade uma inquietação surda, uma tendência para nova vida, uma ambição para existência mais ativa, mais sua, mais nacional. Ela via com dor o retardamento do progresso da pátria e, ao voltar para a colónia que lhe dera o berço, suspirava pela liberdade que gozara […]. Era o descontentamento dos Brasileiros conhecido dos próprios estrangeiros. Em setembro de 1773 escrevia o ilustre poeta francês, o cavaleiro de Parny a respeito do Rio de Janeiro: “É este país um paraíso terrestre; a terra produz abundantemente os frutos de todos os climas; o ar <hi >é</hi> sadio; as minas de ouro e de diamantes numerosas; mas <hi >à</hi> todas estas vantagens falta-lhe uma, que <hi >é</hi> a <hi >única</hi> que pode tornar aquelas preciosas: a liberdade! Tudo jaz aqui na escravidão” (Silva 1873, 35, 36).</p><p rend="text" >Definiti da Pascual ‘prime vittime dell’amor patrio’, ‘martiri politici del Brasile’, nonché uomini che hanno sofferto, poeti che hanno sognato e padri di famiglia che hanno dovuto abbandonare i propri cari, al 1868 risalgono le descrizioni delle quattro notti più salienti degli inconfidenti (17 aprile, 18 aprile, 19 aprile e 20 aprile 1792), quale esempio di ‘storia patria’ brasiliana. Come rivela l’autore nel paratesto, l’intento iniziale era quello di scrivere un dramma, ma come leggiamo nella parte introduttiva, l’appartenenza alla storia patria brasiliana della cospirazione e del processo subito dagli inconfidenti, ha portato l’autore a intraprendere uno studio diverso, meno letterario e più storiografico, mettendo in risalto l’aspetto patriottico attraverso la figura degli inconfidenti quali difensori della dignità umana, e quello rivoluzionario attraverso l’attuazione della cospirazione: </p><p rend="quotation_b" >Os brasileiros de fins do século 18 erão amantes da sua liberdade; porque o espírito da revolução social daqueles tempos dera-lhes a sua inspiração independente, e cada homem era um expositor dos seus direitos e da bíblia da própria liberdade, que <hi >é</hi> a sagrada escritura estereotipada na consciência humana […]. Os povos que sentem esse desejo veemente da própria liberdade, cedo ou tarde a conseguem, porque o desejo <hi >é</hi> a primeira pedra de todas as entidades (Pascual 1868, VII, VIII).</p><p rend="text" >Il prezzo che ‘i difensori dell’amor patrio’ hanno dovuto pagare per il conseguimento più nobile per ogni essere umano (la libertà, l’indipendenza) <hi >è</hi> sintetizzato da Pascual nelle quattro ultime, e definitive, notti della cospirazione, riprese dall’autore da un manoscritto del convento di Santo António di Rio de Janeiro.</p><p rend="text" >Premettendo che per due anni, stando al racconto di Pascual, gli inconfidenti </p><p rend="quotation_b" >sofrerão solitários em obscuras prisões as incertezas da sua sina até que chegou, na véspera de Natal de 1790, uma alçada composta de três ministros […]. Então, como diz o cronista, plicarão todos os discursos em um só juízo; e este era condenatório (Pascual 1868, 2), </p><p rend="text_NOindent" >nella notte del 17 aprile 1792, il primo prigioniero che entrò nelle carceri di Rio de Janeiro fu il tenente colonnello Francisco Paula Freire de Andrade, </p><p rend="quotation_b" >comandante da cavalaria viva de Minas Gerais. Este cavalheiro era dotado de uma candura angélica e duma docilidade ilimitada. Passou Francisco de Paula entre duas fileiras de soldados e carcereiros e foi lançado num cubículo escuro e nojento, sem luz, sem ar, e incomunicável (Pascual 1868, 5-6), </p><p rend="text_NOindent" >a cui seguirono: il capo dei cospiratori, Tiradentes, </p><p rend="quotation_b" >a segunda personagem mais custodiada, mais carregada de ferros, mais rodeada de baionetas [e] mais temida. […] Silva Xavier entrou na cadeia com passo grave, sem mostrar a menor perturbação. Era de alma elevada e duma vivacidade inteiramente meridional (Pascual 1868, 6-7); </p><p rend="text" >Alvarenga Peixoto, <hi >«coronel</hi> da cavalaria auxiliar e ex-ouvidor do Sabará. Este homem era filosofo em tudo: florido poeta duma volubilidade extraordinária, filha duma imaginação viva de mais e assaz desregrada» (Pascual 1868, 8); José Alves Maciel, <hi >«coração</hi> nobilíssimo, alma grande, inteligência atilada, engenho notável» (Pascual 1868, 8); Luís Vaz de Toledo, </p><p rend="quotation_b" >o justo e resignado sargento mor de auxiliares e irmão do vigário Carlos Corrêa de Toledo. Este santo mártir da liberdade brasileira era do número desses homens que com o seu procedimento reconcilião o género humano com a justiça divina (Pascual 1868, 9).</p><p rend="text" >Delle altre tre notti, riportiamo sinteticamente le parti più significative, cariche di pathos.</p><p rend="text" >Notte del 18 aprile:</p><p rend="quotation_b" >Esses dias e essas noites de sossobro, de intranquilidade, de dúvida e de terror, – que são as feições características das revoluções populares ou das execuções capitais,– são dias e noites que nunca se apagão na memória e deixão sempre pegadas profundas no coração! Necessárias são as revoluções, não padece dúvida; mas felizes os povos que ignorão por muitos lustros o que são as horas revolucionárias! Os inconfidentes jazião nas suas masmorras. Depois do primeiro abalo, da primeira noite passada na cadeia, os seus espíritos menos impressionados, e mais repousadas as suas imaginações, começarão a discorrer com calma sobre o seu futuro (Pascual 1868, 31-2).</p><p rend="text" >Notte del 19 aprile:</p><p rend="quotation_b" >A incerteza do futuro entra em grande parte neste luctuoso pendor. Até a religião praticada pelo homem, empresta ao terror essas fúnebres galas. Se não reflectíssemos nas circumstâncias deste fenómeno, quase diríamos que o fundo da alma do homem <hi >é</hi> um arcano sinistro. Note-se que para os preliminares duma revolução, para as disposições prévias duma execução capital, para fazer o mal, enfim, escolhe-se a noite, o silêncio, o mistério, e as cautelas. Filhos da luz degenerarão os homens em desgraçada estirpe das trevas. Era antigo costume, criado no Rio de Janeiro pela piedade dos primeiros magistrados, ou introduzido pelos padres da Companhia de Jesus, segundo a crónica, não se intimar, nem ler a sentença sem estarem presentes os religiosos deputados para receber os <hi >últimos</hi> suspiros dos réus condenados <hi >à</hi> morte (Pascual 1868, 47-8, 49).</p><p rend="text" >Notte del 20 aprile:</p><p rend="quotation_b" >Erão onze horas da noite. As estrelas faiscavão no firmamento: o dia fora de sol descoberto, e, por conseguinte, a cidade exalava ardentes emanações. O grosso da população dormia, ou repousando das fadigas do dia, ou descansando das emoções experimentadas ao pé da cadeia, ou restaurando as forças, para assistir ao espectáculo medonho da execução do Tiradentes. […] “Agora morrerei cheio de prazer, pois não levo atrás de mim tantas vítimas. Isto mesmo intentei nas multiplicadas vezes que fui <hi >à</hi> presença dos ministros; pois sempre lhes pedi que fizessem de mim só vitima da lei” (Pascual 1868, 92, 96).</p><p rend="text" >Con l’esecuzione di Tiradentes e l’esilio dei suoi compagni in Africa si concluse la cospirazione mineraria ma non il valore, l’intrepidezza, la dignità che caratterizzarono gli inconfidenti, come evidenziato da Pascual (1868, 100): uomini scelti dalla natura per rappresentare l’idea di un popolo, il sentimento di un partito o le aspirazioni della ragione, tutte prove evidenti della nobile missione che intrapresero.</p><p rend="h2" >Riferimenti bibliografici</p><p rend="bib_indx_bib" >Academia Brasileira de Letras. [s.d.]a. “Basílio da Gama.” &lt;https://www.academia.org.br/academicos/basilio-da-gama/biografia&gt; (07/22).</p><p rend="bib_indx_bib" >Academia Brasileira de Letras. [s.d.]b. “Cláudio Manuel da Costa.” &lt;https://www.academia.org.br/academicos/claudio-manoel-da-costa/biografia&gt; (07/22).</p><p rend="bib_indx_bib" >Albuquerque, Luís de. 1775. <hi rend="italic">Diário de uma viagem feita do Rio de Janeiro até Vila Bela, capital de Mato Grosso, em 1775</hi>.<hi rend="italic"> </hi>Ms. (BNP digital, pba-170).</p><p rend="bib_indx_bib" >Albuquerque, Luís de. 2000-2008. “Diário e notas da viagem de Luís de Albuquerque de Melo Pereira e Cáceres de Lisboa para o rio de janeiro e desta cidade para paracatu (1771 - 1772).” <hi rend="italic">O Portal da História. </hi>&lt;https://www.arqnet.pt/portal/pessoais/caceres_diario.html&gt; (07/22). </p><p rend="bib_indx_bib" >Almeida, Anita Correia Lima de. 2011. <hi rend="italic">Inconfidência no Império: Goa de 1787 e Rio de Janeiro de 1794</hi>. 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Câmara 1810-1830, Ms.).</p><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="06.html#footnote-022-backlink">2</ref></hi>	La Biblioteca Nazionale di Madrid conserva una raccolta di <hi rend="italic">modinhas</hi> in partitura manoscritta di Joaquim Manoel e altri autori a lui contemporanei, risalenti forse al 1801, e consultabili in versione digitale (cfr. Câmara 1801?, Ms.).</p><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="06.html#footnote-021-backlink">3</ref></hi>	Tra questi va ricordato anche Domingos Caldas Barbosa (Rio, 1740-Lisbona, 1800), eccellente suonatore di viola e chitarra, autore di <hi rend="italic">modinhas</hi> brasiliane e di <hi rend="italic">lundum</hi>, nonché stimato poeta che ha vissuto più in Portogallo che in Brasile, tanto da morirvi. <hi >È</hi> stato il primo presidente della Nova Arcadia a Lisbona (nel 1790) e uno tra i pochi poeti mulatti (in quanto figlio di padre portoghese e madre africana) ad essere stato stimato e protetto nell’Arcadia lusitana e in quella romana (a seguito di un suo viaggio in Italia), sia presso i salotti della nobiltà e la corte del re portoghese José I, dove venne bene accolto per i suoi intrattenimenti musicali e poetici, anche in occasione dei festeggiamenti dell’inaugurazione della statua equestre dedicata al re portoghese. A Lisbona fu amico e nemico di Bocage per la popolarità di Caldas Barbosa presso la nobiltà e la corte portoghese (come abbiamo già visto con il mulatto brasiliano Joaquim Manoel). Tra la vasta produzione di Caldas Barbosa meritano segnalare alcune traduzioni dal francese, quattro <hi rend="italic">pièce</hi> teatrali, una raccolta di <hi rend="italic">cantigas</hi> e altre opere in versi, tra cui soprattutto <hi rend="italic">Viola de Lereno</hi>, edita nel 1798; una raccolta di poesie che l’autore cantava sia in Portogallo che in Brasile (cfr. Perdigão 1939, 183).</p><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="06.html#footnote-020-backlink">4</ref></hi>	Per approfondimenti storici su Macao e sul Brasile del Settecento si veda Marques 1997, 456-58, 416-24.</p><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="06.html#footnote-019-backlink">5</ref></hi>	Al 2001 risale una tesi di dottorato molto interessante sulla <hi rend="italic">Inconfidência de Goa</hi> e sulla <hi rend="italic">Inconfidência mineira</hi> brasiliana, a cui si rimanda per i dovuti approfondimenti (cfr. Almeida 2011).</p><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="06.html#footnote-018-backlink">6</ref></hi>	Per approfondimenti biografici si rimanda a Merola 1961.</p><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="06.html#footnote-017-backlink">7</ref></hi>	Per approfondimenti biografici, si veda Moura 1982.</p><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="06.html#footnote-016-backlink">8</ref></hi>	Per approfondimenti, si veda l’esempio specifico del fiume Tocantins studiato da Furtado 2016.</p><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="06.html#footnote-015-backlink">9</ref></hi>	Per uno studio approfondito dei viaggi di Albuquerque, si veda Amado e Anzai 2014.</p><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="06.html#footnote-014-backlink">10</ref></hi>	Si vedano anche Di Quero 1832, 15-20; Zusman e Nunes 2019.</p><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="06.html#footnote-013-backlink">11</ref></hi>	Per approfondimenti bibliografici, si vedano anche Enciclopédia Itaú Cultural 2017; Blake 1895, 272-73.</p><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="06.html#footnote-012-backlink">12</ref></hi>	Si veda anche Enciclopédia Itaú Cultural 2016.</p><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="06.html#footnote-011-backlink">13</ref></hi>	Per approfondimenti bibliografici su Gama si vedano anche: Academia Brasileira de Letras [s.d.]a; Blake 1895, 330-31.</p><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="06.html#footnote-010-backlink">14</ref></hi>	Per approfondimenti biografici, si vedano anche Academia Brasileira de Letras [s.d.]b; Blake 1895, 116-19.</p><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="06.html#footnote-009-backlink">15</ref></hi>	Sui legami tra le due arcadie, si veda Anjos 2019.</p><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="06.html#footnote-008-backlink">16</ref></hi>	Il riferimento va al primo governatore delle capitanie di Minas Gerais e São Paulo, Antônio de Albuquerque Coelho de Carvalho, con il quale la città di Vila Rica prese il nome di Vila Rica de Albuquerque, a partire dal 1711.</p><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="06.html#footnote-007-backlink">17</ref></hi>	Per approfondimenti si rimanda a Rabello 1997.</p><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="06.html#footnote-006-backlink">18</ref></hi>	In tutto sono quattordici i sonetti di Costa in lingua italiana, racchiusi nel primo volume, mentre nel secondo volume compaiono due cantate e due canzonette in italiano.</p><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="06.html#footnote-005-backlink">19</ref></hi>	Per approfondimenti si vedano almeno: Guimarães 2002; Monteiro 2007. </p><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="06.html#footnote-004-backlink">20</ref></hi>	Sulla politica tributaria e sulla tassazione delle miniere del Brasile si veda il documento manoscritto attribuito al marchese di Pombal relativo al periodo del diplomatico, nonché figura chiave del Trattato del 1750, Alexandre de Gusmão (1695-1753) e digitalizzato dalla BNP: Pombal 17-. Ms.</p><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="06.html#footnote-003-backlink">21</ref></hi>	La prima edizione risale al 1845 ma <hi >è</hi> comprensiva solo di sette lettere. Per questo le citazioni dirette inserite nel volume provengono dalla seconda edizione del 1863, completa delle tredici lettere totali.</p><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="06.html#footnote-002-backlink">22</ref></hi>	Sulla traduzione o pseudo-traduzione delle <hi rend="italic">Lettere</hi>, si veda Milton 2015.</p><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="06.html#footnote-001-backlink">23</ref></hi>	Si tratta di una raccolta di 85 romanze (romanza in questo caso <hi >è</hi> un componimento poetico della letteratura pre-romantica e romantica già in voga nel Settecento che si rifà al <hi rend="italic">romance</hi> spagnolo) suddivisa in cinque parti ben definite e ripartite in cinque macrotemi diversi come indicato dalla curatrice del volume Darcy Damasceno: ambientazione, preparativi della congiura, morte di Cláudio Manuel da Costa e Tiradentes, prigionia di Gonzaga e Alvarenga Peixoto, regina Maria I in Brasile (cfr. Meireles 1977). Per l’aspetto letterario della cospirazione mineraria si vedano anche: Araújo 2020; Russo 2007.</p><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="06.html#footnote-000-backlink">24</ref></hi>	Importante <hi >è</hi> stato il ritrovamento, nel 2018, di documenti inediti sulla <hi rend="italic">Inconfidência mineira</hi> presso <hi >l’Instituto Histórico e Geográfico de Minas </hi><hi >Gerais </hi>(IHGMG) a Belo Horizonte, datati 1936, relativi al processo investigativo sulla esumazione dei resti mortali degli inconfidenti Tomás Antônio Gonzaga, João da Costa Rodrigues e Vitoriano Gonçalves Veloso, <hi >«que</hi> cumpriram o degredo na <hi >África</hi> ordenado pela Coroa portuguesa» (cfr. Werneck 2018).</p>


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