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        <title type="main">Natura, politica e popolazione</title>
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            <forename>Massimo</forename>
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        <publisher>Firenze University Press</publisher>
        <pubPlace>Florence</pubPlace>
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            <p>It is available for online purchase at <ref target="https://books.fupress.com/isbn/9791221502244">https://books.fupress.com/isbn/9791221502244</ref></p>
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        <rs type="FUP_policy" source="https://doi.org/10.36253/fup_best_practice">Firenze University Press Best Practice in Scholarly Publishing</rs>
        <rs type="scientific_cloud" source="https://doi.org/10.36253/fup_best_practice.2">FUP Scientific Cloud for Books</rs>
        <rs type="peer_review" resp="scientific_board" source="https://books.fupress.com/scientific-board/c/38">Lezioni e Letture della Scuola di Scienze politiche «Cesare Alfieri»</rs>
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      <abstract xml:lang="en">
        <p>During the first XXth century, war, violence, forced migration, man-made famines, and epidemics were responsible of tens of million deaths. They left deep scars in the survivors, altered the equilibrium between genders and between generations, and affected in multiple ways the European demographic system, including the geographical distribution of the population. The collapse of multinational empires led to the identification of the State with the nation, and of the nation with an ethnic group, and bred an intolerant hyper-ethnicism, culminated in ferocious episodes of ethnic cleansing and genocide. This book is about the victims of these unrests, caused by political choices, and it carries out an analysis of the elements that led to the convincement that States could manipulate the number, the structure and the distribution of populations.</p>
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      <abstract xml:lang="it">
        <p>Nella prima metà del XX secolo, guerre, violenze, migrazioni forzate, carestie ed epidemie furono responsabili di decine di milioni di morti. Queste infersero profonde ferite nei sopravvissuti, sconvolsero l’equilibrio tra generi e tra generazioni, e influenzarono pesantemente l’equilibrio del sistema demografico europeo e la distribuzione della sua popolazione. Il collasso dei grandi imperi multinazionali, inoltre, portò all’identificazione dello Stato con la nazione, e della nazione con un gruppo etnico, e nutrì un esasperato etnicismo che culminò in feroci episodi di pulizia etnica e di genocidio. Il libro racconta le vittime di questi sconvolgimenti provocati da scelte politiche e svolge un’analisi degli elementi che svilupparono la convinzione che gli Stati potessero manipolare il numero, la struttura e la distribuzione delle popolazioni.</p>
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            <item>Wars</item>
            <item>Conflicts</item>
            <item>Forced Migration</item>
            <item>Epidemics</item>
            <item>Europe</item>
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      <p>It is available online at https://doi.org/10.36253/979-12-215-0224-4<ref target="https://doi.org/10.36253/979-12-215-0224-4" /></p>
      
      
      
      <p rend="tit_tit1Sommario">Sommario</p><p rend="sommario_b_som_b_Tit1Cap"><ref target="OP08937_xml.html#_idTextAnchor000"><hi rend="numSom">9</hi>	Presentazione</ref></p><p rend="sommario_b_som_b_Tit1Cap"><ref target="OP08937_xml.html#_idTextAnchor002"><hi rend="numSom">13</hi>	Natura, politica e popolazione</ref></p><p rend="tit_tit1Plus">Presentazione</p><p rend="tit_tit1Autore"><hi rend="CharOverride-1">Massimo </hi>Livi Bacci</p><p rend="normaleNOrientro">Desidero esprimere un vivo e riconoscente ringraziamento al Presidente della Scuola di Scienze Politiche, Carlo Sorrentino, per avere organizzato questa XXI Lettura Cesare Alfieri, a me affidata dalla Scuola alla fine del 2019, ma rinviata ad oggi per colpa del grave recente sussulto della Natura<hi rend="numNota _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-002-backlink"><ref target="OP08937_xml.html#footnote-002">1</ref></hi></hi>. Sì, la Natura, che assieme alla Politica, sarà protagonista del mio discorso. Il ringraziamento va anche a Fulvio Conti, allora Presidente della Scuola e ai colleghi dell’Istituzione, che allora, come oggi, mi hanno voluto loro ospite in questa bella Aula Magna. Ho salito i gradini di questa Cattedra con molta emozione, ricordando di aver valicato per la prima volta le porte del Cesare Alfieri, allora precariamente collocato in Via del Parione, 68 anni fa, nel 1955, come intimidita matricola della Facoltà. Nella quale ho studiato, mi sono laureato e ho insegnato per lunghi anni. Insomma, sappiano le tante ragazze e i tanti ragazzi che si accingono ad ascoltarmi, che sono un prodotto «a chilometro zero».</p><p rend="edit_note"><hi rend="numNota CharOverride-2"><ref target="OP08937_xml.html#footnote-002-backlink">1</ref></hi> Avevo preparato il testo di questa lettura a fine 2019, e l’ho rivisto nei mesi scorsi. Per i contenuti più articolati e per i riferimenti precisi, rimando al mio libro <hi rend="C">I traumi d’Europa. Natura e politica ai tempi delle guerre mo</hi><hi rend="C">ndiali</hi> (Bologna: il Mulino, 2020), e al mio saggio “Nature and Politics and the Traumas of Europe”, <hi rend="C">Population and Development Review</hi> 47, 3 (2021): 579-609.</p><p><graphic url="OP08937_xml-web-resources/image/1.jpg" rend="img _idGenObjectAttribute-1" mimeType="image/jpeg"/></p><p rend="tit_tit1Cap">Natura, politica e popolazione</p><p rend="layout_titCorrentiPari">Massimo <hi rend="CharOverride-3">Livi Bacci</hi></p><p rend="normaleNOrientro">1. Cent’anni fa, i Roaring Twenties, o anni ruggenti, furono simbolo di innovazione, progresso, baldanzoso cambiamento. I nostri tempi non ruggiscono, ma inviano segnali di pericolo, creano incertezza, inducono timore; invitano alla prudenza, all’agire sostenibile, all’irrobustimento delle difese dagli shock, dai traumi, dalle crisi che sono dietro l’angolo, contrastandone gli effetti distruttivi. Oggi l’Europa soffre una pandemia non conclusa, è colpita da una guerra, è meta di masse di profughi e rifugiati scacciati dai loro paesi, è impensierita dall’accelerazione del cambio climatico. Siamo afflitti da traumi, in parte indotti dalla Natura, in parte responsabilità della Politica. Ed è su questi temi, visti in una prospettiva storica, che si svilupperà il mio discorso. Chiarisco subito che per Natura intendo riferirmi all’ambiente – animato e inanimato – e alle costrizioni che esso esercita su di noi umani. Per Politica, e mi si passi l’elementare uso della parola, intendo l’esercizio delle azioni rilevanti per la collettività e conseguenti alle decisioni di chi detiene il potere, sia questo un monarca, un tiranno, un governo, un gruppo influente. </p><p rend="normale">Nel mezzo millennio iniziato con la grande peste, la più distruttiva tra le crisi che hanno colpito il continente, catastrofi, traumi e shock hanno turbato la vita delle popolazioni europee. Il catalogo è sterminato, anche perché gli eventi straordinari restano incisi nella memoria, sono registrati e descritti da chi li ha vissuti, vengono tramandati alle generazioni successive e da esse ricordati, spesso ingigantiti. Una successione di straordinari eventi climatici, una carestia, un terremoto, un’inondazione, un’epidemia violenta, un conflitto sanguinoso, lasciano tracce indelebili e ferite lente a rimarginarsi nel corpo sociale. I contemporanei hanno descritto dettagliatamente le vicende della peste e del colera, dei terremoti e delle eruzioni vulcaniche, delle carestie e della fame, e, soprattutto, delle guerre e dei conflitti, così come gli intrecci tra questi fenomeni sventurati. Fino all’Ottocento, i maggiori traumi, cioè quegli eventi che produssero un alto numero di vittime, furono dovuti a fattori naturali: le epidemie, provocate dai microbi e dai loro vettori; la fame, conseguenza delle carestie figlie delle congiunture climatiche; i terremoti o le inondazioni, dovuti alla fragilità del suolo o alle abnormi piogge. Fenomeni in larga parte estranei ai comportamenti umani, sociali o politici. Dico in «larga parte» perché l’azione e i comportamenti collettivi poterono aggravare, o attenuare, le conseguenze di questi eventi, ma certo non prevenirli o determinarne la fine. Insomma, fu la Natura la protagonista delle traversie demografiche dell’Europa, come di altri continenti. I conflitti erano più delimitati geograficamente, e fecero meno vittime civili o militari, di quante se ne possano ascrivere ai fenomeni naturali, anche se agirono come catalizzatori e acceleratori di questi. </p><p rend="normale">Nell’Ottocento, la Natura comincia a cedere il suo apocalittico primato alla Politica. Le capacità organizzative, tecnologiche e logistiche accrebbero la violenza dei conflitti, aggravandone le catastrofiche conseguenze. Tuttavia, anche in quel secolo, la capacità distruttiva dei fatti naturali continuò a superare quella dei conflitti. Nel 1816, l’immane esplosione del vulcano Tambora alterò profondamente le condizioni metereologiche di mezzo pianeta, rovinando i raccolti in Europa e generando penuria, fame e epidemie che fecero più vittime di quante se ne possono imputare alle guerre Napoleoniche. In Francia, le vittime fatte dal colera nel 1854-55 furono un multiplo di quelle causate dai tumulti della rivoluzione di luglio del 1830 e dalle insurrezioni e dalle repressioni continentali del 1848. In Italia, le vittime del colera degli anni Sessanta furono dieci o più volte numerose di quelle provocate dalle tre guerre d’indipendenza. Un anticipo delle ecatombi novecentesche si ebbe con la Guerra Civile americana, che in tre anni fece oltre mezzo milione di vittime, mentre la guerra franco-prussiana ne causò quasi duecentomila in pochi mesi: morti in battaglia, per ferite e soprattutto per malattie. Ma nel confronto tra Natura e Politica la prima continuò ad avere partita vinta – si pensi alle carestie che colpirono vaste regioni dell’Europa nord-orientale nell’ultimo terzo del secolo – anche se la seconda stava rapidamente colmando il distacco. Va detto però che il confronto Natura-Politica è scientificamente improprio, oltreché semplificatore. I cavalieri dell’Apocalisse cavalcano e distruggono assieme, ed è difficile separare l’azione di uno da quella dell’altro. Tuttavia due di loro – la pestilenza e la carestia – distruggevano anche quando il terzo – la guerra – stava a riposo. </p><p rend="normaleBiancaSopra">2. Nel decennio antecedente la Prima guerra mondiale, l’Europa comandava il mondo. Il suo impero coloniale era vastissimo; per ogni cento dollari, o sterline, prodotti nel globo, almeno un terzo era prodotto in Europa, e in Europa viveva un abitante del pianeta su quattro. La sua popolazione cresceva a ritmo sostenuto, nonostante che i migranti contribuissero vigorosamente alla crescita dei paesi d’oltreoceano. Da molti decenni la guerra non aveva devastato i suoi territori, né decimato le giovani generazioni. Scoperte e innovazioni si succedevano rapidamente e il miglioramento delle condizioni di vita sembrava poter coinvolgere le masse rimaste in povertà, nelle campagne e nei sobborghi industriali, o nelle periferie arretrate del continente. Certo le grandi potenze si guardavano in cagnesco e con sospetto, ma uno studente universitario, con la sua carta d’identità, poteva girare il continente in lungo e in largo senza essere infastidito dalle guardie di frontiera. Stefan Zweig scriveva:</p><p rend="inciso2a">Intorno all’orgoglio per il rapido succedersi dei trionfi della tecnica e della scienza si stava formando per la prima volta un senso di solidarietà europea, una coscienza nazionale dell’Europa. Come sono insensati, ci ripetevamo l’un l’altro, questi confini, ora che un velivolo li può sorvolare tanto facilmente! Come sembrano artificiose queste dogane e queste guardie di frontiera, e quanto sono in contraddizione con lo spirito dei tempi che anzi aspira inequivocabilmente all’unione e alla fraternità universale!<hi rend="numNota _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-001-backlink"><ref target="OP08937_xml.html#footnote-001">1</ref></hi></hi></p><p rend="normale">Ma la ruota girò rapidamente e i traumi inferti dalla Natura cedettero il passo a quelli dovuti alla Politica. </p><p rend="normale">La prosperità e la vitalità del «mondo di ieri» nutriva germi pericolosi, destinati ad esplodere nei decenni successivi. Vale la pena considerarli sotto l’aspetto, limitato ma significativo, della demografia, che contribuì a generarli. Cominciamo dal primo, e cioè dalla teoria dello «spazio vitale» o <hi rend="C">Lebensraum</hi>, che ebbe come ispiratore Friedrich Ratzel, e che nella sua forma più articolata considera lo Stato come un organismo biologico che nasce, cresce, si espande, declina e muore. Questo sviluppo avviene in funzione dello spazio disponibile, ma se questo non è adeguato, si genera una pressione che spinge lo Stato ad espandersi oltre i confini politici. Lo sviluppo del concetto di <hi rend="C">Lebensraum</hi> divenne funzionale, sul piano politico, per spiegare il processo di unificazione della Germania, e per giustificare non tanto una espansione verso est, ma verso sud, nell’intento di formare un impero coloniale che la Germania considerava necessario, sulle tracce della Francia e della Gran Bretagna. Questo paradigma che trattava di stati, dei loro confini, della loro possibile inadeguatezza a fronte dello sviluppo biologico delle popolazioni, conteneva elementi potenzialmente esplosivi quando maneggiato in modo distorto, come disgraziatamente avvenne. Ratzel non fu un razzista, né credeva nell’idea che la nazione dovesse coincidere con un determinato gruppo etnico. Il suo pensiero influenzò lo svedese Rudolf Kjellén, creatore del termine «geopolitica», convinto fautore del predominio tedesco in Europa e Karl Haushofer, geografo e consigliere di Rudolf Hess, che contribuì a popolarizzare il concetto di <hi rend="C">Lebensraum</hi> dando impulso – forse non volontariamente – alla degenerazione di questo in mani naziste. Ma prima che questo avvenisse, occorre dire che il concetto di spazio vitale, pur declinato in altri termini, associato con la profonda convinzione della superiorità innata dei popoli europei, era assai diffuso ben oltre i confini del mondo germanico, e fornì una giustificazione teorica all’espansionismo coloniale.</p><p rend="normale">Un altro segnale di pericolo proveniva dall’eugenetica, la nuova disciplina sorta alla fine dell’Ottocento e volta a perseguire il miglioramento delle caratteristiche morali, psicologiche e biologiche della specie umana. Molti sostenitori dell’eugenetica erano mossi da due ordini di preoccupazioni. In primo luogo stava il timore del declino delle élite, portatrici di qualità e valori civici, ma con minore prolificità delle masse. Avviene così che gli innati tratti positivi delle élite si diluiscono nel tempo, mentre crescono i tratti negative presenti in gruppi specifici delle masse dotati di maggiore prolificità. Una seconda preoccupazione riguardava la «contaminazione» per l’immigrazione di razze diverse e i relativi incroci. Due paure che s’intonavano bene col pregiudizio razziale a favore dei bianchi, degli europei, dei caucasici, degli «ariani»; e col pregiudizio in favore delle élites, ritenute portatrici di caratteristiche innate socialmente auspicabili, e trasmissibili – almeno in parte – alle generazioni successive. Su questo piano inclinato, alcune posizioni dell’eugenetica scivolarono facilmente nel razzismo.</p><p rend="normale">Un terzo segnale di pericolo, strettamente legato agli altri due, riguardava lo sviluppo dei nazionalismi che avevano percorso l’Ottocento dopo la Restaurazione, e che in molti casi degenerarono in una interpretazione di natura etnica del concetto di nazione. In questi casi la nazione viene identificata con un gruppo etnico, omogeneo per cultura, lingua, religione o altro. Gli stati assoluti multietnici, incapaci di integrare i vari gruppi in nazione, erano aggregati fragili poiché i singoli componenti aspiravano a conseguire il loro proprio «spazio vitale», magari nella convinzione che le qualità, attitudini e capacità loro proprie – vere o presunte – fossero innate, e potessero essere trasmesse biologicamente alle generazioni successive. </p><p rend="normaleBiancaSopra">3. Le interpretazioni distorte della teoria dello spazio vitale, dell’eugenetica, del nazionalismo, si alimentavano di fatti, alcuni veri, altri creduti tali, forniti dalla demografia. La crescita demografica poteva indurre quegli Stati che si ritenevano costretti dai loro confini ad azioni espansionistiche; ugualmente, l’idea che le élite fossero portatrici di innate qualità, e però soccombenti rispetto alle masse più prolifiche, giustificò le politiche interventiste nell’ambito della riproduzione e le politiche ostili alle migrazioni. Infine, l’identificazione etnica dello Stato e della nazione, accelerò la scomposizione di Imperi quali quello austro-ungarico e quello ottomano, e soprattutto portò a un ridisegno dei confini degli Stati lungo i discrimini etnici e ai trasferimenti forzati di popolazione che funestarono l’Europa tra 1915 e il 1945. Tutto questo concorse a formare la convinzione che la Politica potesse, e dovesse, manipolare i fenomeni demografici, e generò molti frutti avvelenati nel corso della prima parte del Novecento. </p><p rend="normale">Nei quattro decenni tra il 1912 (guerre balcaniche) e il 1950, l’Europa soffrì le conseguenze cruente delle due guerre mondiali, di due guerre civili in Russia e in Spagna, di due gravissime carestie in Russia e in Ucraina, di migrazioni forzate più o meno per tutto il periodo. Difficile dare una misura degli effetti demografici e fisiologici di questi sconvolgimenti, dovuti alle morti militari e civili prodotte da questi eventi, alle mancate unioni e alle mancate nascite, alle conseguenze sanitarie anche di lungo periodo. Comunque, una stima orientativa del potenziale demografico perduto dall’Europa nel decennio 1914-23 si eleva a 56 milioni, pari all’11 per cento del (quasi) mezzo miliardo di abitanti nel 1914; per il decennio 1938-48, una stima analoga si situa attorno a 70 milioni, pari al 13 per cento della popolazione di 550 milioni del 1938. In ambedue i decenni il potenziale perduto ebbe un gradiente est-ovest, alto nei paesi dell’Europa orientale, più basso in quelli dell’Europa occidentale, con punte massime in Germania e Unione Sovietica. Per far risultare l’enormità delle conseguenze di lungo periodo dei due conflitti, si calcola che se nei due decenni colpiti dai conflitti – 1914-1923 e 1939-48 – la dinamica demografica avesse seguito un normale percorso, l’Europa avrebbe chiuso il ventesimo secolo con duecento milioni abitanti in più rispetto ai 700 del 2000.</p><p rend="normale">La Grande Guerra fu un conflitto di massa, di attrito e di trincea, alimentato dal reclutamento obbligatorio e dai progressi della logistica, resa efficiente dalla fitta rete ferroviaria e dalla motorizzazione; fu un conflitto caratterizzato dalla maggiore letalità delle armi e dall’alta mortalità nelle retrovie per patologie infettive e epidemiche (inclusa la spagnola). Escludendo la Russia, i militari deceduti nei campi di battaglia, negli ospedali, nelle infermerie, o durante la prigionia, furono sei milioni e mezzo, equamente distribuiti tra gli eserciti dell’Intesa e quelli degli Imperi centrali. A questa cifra va aggiunta la stima di circa cinque milioni di decessi civili, in eccesso rispetto alla norma, conseguenza del deterioramento generale delle condizioni di vita, dell’indebolimento dei presidi sanitari, del diffondersi di patologie epidemiche. Infine il ritardo dei matrimoni, la separazione delle coppie, l’alta frequenza delle vedovanze, dimezzarono la natalità, con una perdita – teorica, beninteso, perché non si può perdere ciò che non c’è mai stato – di nascite valutata attorno a dodici milioni. La Russia fu un caso speciale, perché terminata la guerra con gli Imperi centrali, le catastrofi umane continuarono con la Guerra Civile e la carestia del 1921-22 e le epidemie ad esse associate. Al censimento del 1926, secondo le stime di Lorimer, mancarono all’appello 28 milioni di persone, all’incirca uno ogni cinque abitanti della vigilia della guerra.</p><p rend="normale">Dello stesso ordine di gravità furono gli effetti diretti della Seconda guerra mondiale. In Europa, il numero di vittime è stato stimato in circa 35 milioni, metà militari e metà civili. Dei quasi 18 milioni di militari morti, 10,4 milioni appartenevano all’esercito sovietico, 5,3 a quello tedesco, meno di 1 milione furono le perdite militari di Italia (319.000), Regno Unito e Francia; altrettante quelle di Jugoslavia, Romania e Ungheria.</p><p rend="normale">Le perdite militari inflissero un trauma violentissimo alle società europee. Tra gli uomini compresi tra i 20 e i 40 anni, che nella loro grande maggioranza vennero reclutati negli eserciti, i morti furono il 23% in Germania, il 20% in Francia, il 14% in Italia e in Austria-Ungheria, il 12% nel Regno Unito. Nella Seconda guerra mondiale, lo stesso rapporto fu addirittura del 44 % in Germania e del 39% in Unione Sovietica, e non molto minore in alcuni paesi dell’Europa orientale. Vanno poi considerati i feriti, coloro che rimasero invalidi funzionali e i traumatizzati, in numeri molto elevati. I vuoti creati nelle giovani forze di lavoro misero in moto movimenti migratori interni e internazionali. Nel secondo dopoguerra le voragini aperte nel capitale umano furono riempite col rientro in patria dei profughi della diaspora germanica in Europa orientale e, per l’Unione Sovietica, con l’acquisto di nuovi territori. Tra le conseguenze dirette del conflitto, vanno anche considerati i milioni di giovani vedove e il numero ancora più alto degli orfani in età minore. Nella Prima guerra mondiale, l’alto tributo di vittime pagato dai ceti più istruiti e più alti nella scala sociale, spesso impegnati in prima linea, generarono il mito della «generazione perduta».</p><p rend="normaleBiancaSopra">4. Due aspetti per i quali l’intreccio tra demografia e politica è più ramificato e complesso meritano di essere approfonditi. Il primo riguarda i mutamenti dell’assetto geo-demografico dell’Europa. Il secondo, legato al primo, quello delle migrazioni, soprattutto quelle forzate, e dell’esasperazione dell’etnicismo che portò agli estremi della pulizia etnica e del genocidio. Nei decenni precedenti la Grande Guerra, si rafforzò in varie forme la spinta nazionalista, si diffuse l’identificazione tra Stato e nazione, che nelle forme più radicali implicò la sovrapposizione tra nazione e gruppo etnico predominante. Questi processi determinarono la disgregazione degli Imperi austro-ungarico e ottomano – sancita, come già ricordato, dai trattati di pace – e la nascita di nuove entità statali nella parte europea dell’Impero russo. Nel giro di poco tempo dopo l’uccisione di Nicola II e della sua famiglia, il 18 luglio del 1918<hi rend="C">, </hi>lasciarono il trono Guglielmo II Hohenzollern, Carlo II Asburgo, nipote di Francesco Giuseppe, e Mehmet VI<hi rend="C">.</hi> La Conferenza di Pace di Parigi, e i trattati ad essa associati, ridisegnarono la carta geografica dell’Europa secondo vari criteri, dominati dalla volontà punitiva verso i due Imperi ritenuti responsabili del conflitto. Uno, l’Austria-Ungheria, stava già frantumandosi per cause interne, ma la Germania restava compatta, e la rivalsa fu oltre che territoriale, di natura politica e economica. Mentre il ridisegno della regione austro-ungarica poteva ispirarsi ai principi dell’autodeterminazione solennemente enunciati da Wilson nel famoso discorso al Congresso di Washington del gennaio 1918, per la Germania l’applicazione di quegli stessi principi avrebbe paradossalmente prodotto il suo rafforzamento, anziché l’indebolimento che era nelle intenzioni dei vincitori. Forti comunità tedesche, frutto di una diaspora secolare, rimasero fuori della Germania, in Pomerania, Posnania e Slesia, territori ceduti alla Polonia; nei Sudeti, in Ungheria, Romania e Jugoslavia. Ma in genere, lo sforzo di ritagliare parte del continente creando confini etnico-nazionali incontrava invalicabili limiti, in un’Europa centro-orientale nella quale i gruppi etnici, linguistici e religiosi erano fortemente mescolati per l’azione secolare delle migrazioni. Dei quattro Imperi, solo la Germania mantenne una sostanziale integrità territoriale e demografica, sia pure ridimensionata; l’immenso Impero russo dovette ritrarsi dalle regioni baltiche e arretrò sensibilmente rispetto all’Europa centrale. L’Impero ottomano e quello austro-ungarico persero oltre alla loro identità politica, l’integrità territoriale, frammentandosi in nuove unità statuali. La geografia dell’Europa, soprattutto quella centrale e orientale, si trovò profondamente mutata. Escludendo la Russia, l’Europa, nel 1914, era suddivisa in 19 stati sovrani; nel 1922 (anno dell’indipendenza dell’Irlanda dalla Gran Bretagna) gli stati sovrani erano 29. Se sotto il profilo politico la scomparsa dell’Austria-Ungheria ebbe una profonda rilevanza per gli equilibri di una grande regione d’Europa, sotto quello demografico e sociale la frammentazione del continente significò separare ciò che era unito e ricomporre ciò che era separato. Si mossero le frontiere o, dove le frontiere rimasero fisse, si spostarono le popolazioni, in una sorta di migrazione forzata. La frammentazione territoriale fece nascere nuovi ostacoli alla mobilità internazionale e modificò le caratteristiche delle migrazioni interne. Nel complesso, il ridisegno della carta d’Europa coinvolse territori per oltre 1,7 milioni di chilometri quadrati di superficie, abitati da 90 milioni di persone, che si ritrovarono cittadini di un nuovo Stato, molti dei quali furono invitati, o costretti, a varcare nuove frontiere, per inserirsi in un nuovo contesto sociale o culturale. Minori, ma pur sempre cospicui, furono i mutamenti geo-demografici indotti dalla Seconda guerra mondiale, e decretati non da trattati di pace come per la Prima, ma delle situazioni di fatto. L’Unione Sovietica incorporò i paesi baltici, i territori a est della linea Curzon (la regione polacca di Kresy), altre regioni dell’Ungheria e della Romania. la Germania perse, a favore della Polonia, i territori a ovest della linea Curzon, per citare solo i principali mutamenti.</p><p rend="normaleBiancaSopra">5. Nel ventennio tra le due guerre, la preminenza della Politica nel generare i traumi alle popolazioni europee non venne meno, anzi si rafforzò, come vedremo tra poco. È vero che sul finire della guerra, nel 1918, l’intero continente fu afflitto dalla tremenda epidemia dal virus influenzale H1N1 – comunemente, e a torto, chiamata «spagnola». Nelle due ondate principali – autunnale del 1918 e primaverile nel 1919 – fece due o tre milioni di vittime in Europa, una ventina nel mondo, quasi mezzo milione in Italia. Furono dunque le contorsioni della Natura che produssero un virus mortale prima sconosciuto. Tuttavia la Politica – con la guerra che generò – non fu estranea ed ebbe un effetto moltiplicatore della letalità del virus, poiché accelerò la sua diffusione per i frenetici spostamenti delle truppe e dei civili negli ultimi mesi del conflitto e nel processo di smobilitazione, incluso il ritorno in patria di centinaia di migliaia di militari dai campi di prigionia. Contribuì al disastroso esito il diffuso stato di stress, di cattiva alimentazione, di debolezza e di disagio igienico e abitativo di molti strati della popolazione, che ne abbassò le difese immunitarie. Infine, il sistema sanitario si era indebolito perché il personale che venne reclutato dagli eserciti sguarnì i presidi civili, e mancarono farmaci e altri prodotti bio-medici necessari per combattere l’epidemia. Altrove, il peggioramento delle condizioni di vita propiziò l’insorgere, la diffusione e la letalità delle malattie infettive; tra queste la più grave era il tifo – che non a caso, nella storia, si era guadagnato l’appellativo di «castrense» – trasmesso dai pidocchi, ospiti accaniti delle persone in grave disagio. Contrariamente al caso della spagnola, possiamo collegare il tifo direttamente alla guerra. In Serbia, all’inizio della guerra, in Russia-Unione Sovietica, quasi ininterrottamente dal 1918 al 1922 il tifo imperversò con un numero di vittime che, per la Russia, è stato valutato vicino ai tre milioni.</p><p rend="normale">Nel caso dell’Unione Sovietica negli anni Trenta, la Politica fu, senza ombra di dubbio, responsabile di due catastrofi tra di loro collegate. La prima riguardò la deportazione, o l’eliminazione diretta, dei kulaki, o contadini «ricchi», ritenuti responsabili dell’insuccesso delle campagne di ammasso dei cereali. Suddivisi in tre categorie – a seconda della loro «pericolosità» –, vennero spogliati delle terre di proprietà, fucilati (quelli ritenuti pericolosi) o deportati, anche in regioni lontanissime. Molotov, responsabile dell’operazione, che avvenne in tre ondate nel 1930-33, valutò in 1,3-1,5 milioni le famiglie oggetto dei provvedimenti, per un totale presumibile di 7-8 milioni persone; cifre probabilmente sottostimate perché i provvedimenti vennero estesi ad altre categorie di famiglie. È stato autorevolmente stimato che tra un terzo e un quarto delle persone espropriate abbia trovato la morte. L’eliminazione dei contadini ricchi – mediamente più produttivi della media – e la parallela collettivizzazione forzata delle terre determinarono una forte caduta della produzione di cereali negli anni 1932 e 1933. E siccome, nel contempo, le città e le masse immigrate nelle regioni interessate dal processo di industrializzazione forzata deciso da Stalin esigevano cibo, si inasprì a dismisura la quantità degli ammassi obbligatori richiesti alle fattorie collettive. La «Grande Fame» – <hi rend="C">Holodomor</hi>, come la battezzarono gli ucraini – fu occultata dal regime ma produsse milioni di morti. La riapertura degli archivi, dopo la fine dell’URSS, e la riesumazione del mai pubblicato Censimento del 1937, ha consentito di fare stime più accurate dell’eccesso di mortalità avvenuto nel decennio 1927-36. Mie personali analisi stimano un eccesso di mortalità non lontano da 10 milioni; Robert Conquest, che senza conoscere il censimento del 1937 aveva fatto una stima – per lo stesso decennio – di 11 milioni di morti in eccesso, ne attribuì 3 alla dekulakizzazione, 7 alla carestia (dei quali 5 in Ucraina e 1 nel Caucaso) e 1 agli eventi in Kazakistan. </p><p rend="normaleBiancaSopra">6. Nei decenni precedenti la Grande Guerra, si rafforzò in varie forme la spinta nazionalista e si diffuse l’identificazione tra Stato e nazione, che nelle forme più radicali implicò la sovrapposizione tra nazione e gruppo etnico predominante. Questi processi determinarono la disgregazione degli Imperi austro-ungarico e ottomano – sancita, come già ricordato, dai trattati di pace – e la nascita di nuove entità statali nella parte europea dell’Impero russo. Una disgregazione che è stata interpretata come conseguenza della transizione dall’impero multietnico allo Stato nazionale, avvenuta in un’era di crescente nazionalismo:</p><p rend="inciso2a">Quando la dominante etnia imperiale, prima definita in termini dinastici o religiosi, si ridefinisce come entità nazionale, come un gruppo etnico nel contesto di un impero multietnico, essa si avvia su un sentiero di competizione con le altre etnie, in un giuoco a somma zero. È costretta dalla stessa logica del giuoco ad eliminare o almeno a neutralizzare i suoi competitori: in breve, a ricercare la purezza.<hi rend="numNota _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-000-backlink"><ref target="OP08937_xml.html#footnote-000">2</ref></hi></hi></p><p rend="normale">I trattati di pace ebbero anche la forte impronta del principio dell’autodeterminazione dei popoli, fortemente voluto da Wilson, nel quadro dei 14 punti enunciati nel già ricordato discorso del gennaio 1914 al Congresso di <hi >Washington</hi>. Tradurre questo indirizzo in soluzioni concrete era però impresa difficilissima, in una Europa centro-orientale nella quale gruppi etnici, linguistici e religiosi erano fortemente mescolati per l’azione secolare delle migrazioni e delle diaspore. </p><p rend="normale">In questo contesto, gli scambi di popolazione e le migrazioni più o meno forzate del dopoguerra aprirono la strada ad operazioni di pulizia etnica. E cioè a quelle «pianificate e deliberate rimozioni da un certo territorio di una popolazione indesiderabile, identificata da una o più caratteristiche come l’etnia, la religione, la razza, la classe, o le preferenze sessuali». E andando oltre verso il baratro, al genocidio. Va detto che in molti casi, gli scambi di popolazione non furono pulizia etnica e permisero a minoranze, anche cospicue, di riunirsi ai loro connazionali, spesso su base volontaria. Si ritenne che questi spostamenti fossero in accordo con i principi dell’autodeterminazione dei popoli; si pensò che attenuassero il rischio di nuovi conflitti. In alcuni casi – nella Prussia orientale, nell’alta Slesia, nello Shleswig – si ricorse a un plebiscito. In Polonia i non polacchi erano circa un terzo; in Cecoslovacchia un abitante su quattro era tedesco; numerose comunità alloglotte, in primo luogo tedesche, risiedevano in Romania, Ungheria, Jugoslavia. Insomma, i nuovi assetti geografici, e i trasferimenti di popolazione, avevano conservato un alto grado di eterogeneità etnica. Là dove avvennero scambi o trasferimenti di popolazione, nel quadro di accordi internazionali, si rafforzò la convinzione che l’omogeneità etnica fosse un obbiettivo legittimo di uno stato, e questa convinzione non fu estranea alle degenerazioni successive.</p><p rend="normale">Episodi di pulizia etnica, e peggio ancora di soppressione etnica, peraltro, erano già avvenuti nella Russia zarista e nell’Impero ottomano, che pure era inserito nel sistema delle alleanze europee. Gli innumerevoli <hi rend="C">pogrom</hi> contro gli ebrei nella Russia zarista, soprattutto dopo l’assassinio di Alessandro II nel 1881 e dopo la Rivoluzione del 1905, causarono la devastazione di centinaia di comunità ebraiche e l’uccisione di migliaia di persone nel <hi rend="C">pale of settlement </hi>(area di insediamento). Non erano attacchi pianificati e deliberati dalle autorità politiche – che però spesso li tolleravano – ed erano per lo più espressione dell’odio popolare. Sicuramente furono una delle cause dell’emigrazione transoceanica di massa degli ebrei nei decenni prima della Grande Guerra. I <hi rend="C">pogrom</hi> si moltiplicarono con effetti devastanti durante la guerra civile, soprattutto per mano dei nazionalisti ucraini e dall’Armata Bianca; sarebbero state molte centinaia le comunità devastate, con decine di migliaia, o forse centinaia di migliaia, di vittime. Più che esplosione della rabbia popolare, furono azioni deliberate di violenta pulizia etnica.</p><p rend="normale">Al genocidio, o a vicende che sfiorano il genocidio, si arrivò alle porte dell’Europa nel declinante Impero ottomano. Il massacro degli armeni insediati in Turchia, nel 1915-16, è l’episodio più tragico e più noto, avvenuto nel paese alleato con gli Imperi centrali. Le radici delle vicende affondano nei decenni precedenti, nel quadro del continuo conflitto tra l’Impero ottomano e la Russia zarista. Il numero delle vittime è incerto, come incerto è il numero degli armeni che vivevano nell’Impero (1,2 milioni secondo le statistiche ufficiali, molti di più secondo altre stime). Ci furono massacri diretti; morti per la fame, il freddo, gli stenti e le violenze nelle ben documentate deportazioni di massa; fuggitivi e dispersi. Nell’insieme, circa un milione di armeni risultarono uccisi nelle campagne di sterminio. Circa un quarto di milione fuggirono in Russia, duecentomila vennero forzati a convertirsi all’Islam, e solo quattrocentomila sopravvissero allo sterminio.<hi rend="CharOverride-4"> </hi>Tuttavia, mentre la tragedia non è in dubbio, se non nei numeri, né è dubbio che vi fosse stato un coordinamento da parte delle autorità, resta incerto quanto in anticipo fosse stata pianificata la campagna, e se si intendesse davvero sterminare completamente la popolazione armena, in uno sciagurato anticipo della «soluzione finale». </p><p rend="normale">Tramontato l’Impero ottomano, la nuova Turchia accelerò il processo di turchizzazione, che condusse allo scambio di popolazione tra turchi di Grecia e greci di Turchia che coinvolse quasi due milioni di persone, al termine del conflitto greco-turco. Ma molte atrocità e massacri di popolazioni civili avvennero durante il conflitto, fuori dei campi di battaglia, ispirati e sostenuti dalle autorità di governo, in particolare verso i greci insediati nel Ponto – i greci del Mar Nero – senza risparmiare le comunità insediate altrove in Anatolia. Il fatto è che i <hi rend="C">pogrom</hi> in Russia, le deportazioni e i massacri in Turchia sono esempi del tragico salto compiuto dagli Stati nei primi decenni del secolo scorso. Un salto che legittimava l’idea che una minoranza (religiosa, linguistica o comunque identificata) considerata eterogena (perché diversa, ostile, scomoda dalla maggioranza) potesse essere «rimossa», se non annientata. Ciò avveniva in contesti turbolenti, di conflitti e di guerra e in paesi, come la Russia zarista e l’Impero ottomano, assai lontani dai principi che fino dallo <hi rend="C">habeas corpus</hi> avevano prevalso in Europa. Ma che erano tuttavia inseriti nel quadro delle alleanze continentali. Un tragico salto, appunto, e non fu l’ultimo. </p><p rend="normaleBiancaSopra">7. Stermini, stragi e massacri punteggiano la storia dell’Europa, e quanto scritto finora con riferimento alla prima metà del Novecento ne offre ampia testimonianza. Certo i traumi dell’Europa di quell’epoca ebbero radici profonde che affondavano nei secoli precedenti e, come si è cercato di dimostrare, furono il frutto amaro della Politica e delle ideologie che ne mossero l’azione. Con un sovrappiù di semplificazione, è stata qui adottata l’ipotesi che gli eccessi dei nazionalismi abbiano condotto all’identificazione dello Stato con la nazione e poi della nazione con l’etnia, nella ricerca dell’omogeneità, che a sua volta ha spinto alla ridefinizione dei confini degli Stati e generato le migrazioni per riaggregare etnie disperse. La ricerca dell’omogeneità ha prodotto il frutto velenoso della pulizia etnica, e ha reso vulnerabili le minoranze e attizzato aspri conflitti. La pulizia etnica si è spesso spinta sull’orlo di un baratro, avvalendosi di espulsioni e migrazioni forzate di minoranze o di gruppi considerati nemici, pericolosi o inaffidabili. Ma approssimandosi alla metà del secolo, la ricerca della purezza etnica (o razziale) è precipitata nel profondo e nero baratro del genocidio, dell’Olocausto, della Shoah. Un baratro nel quale – fuori d’Europa – era già precipitata la Turchia coi massacri degli armeni e dei greci del Ponto, che si iscrivevano nell’agonia dell’Impero ottomano e nei conflitti di questo con l’Impero zarista e con la Grecia. </p><p rend="normale">Il baratro della Shoah segnò una profonda discontinuità rispetto ai suoi precedenti. Filosofi, storici e giuristi ne hanno ampiamente discusso la natura, la genesi e le conseguenze. La Shoah fu un fatto unico non tanto per i milioni di vittime che causò, quanto per l’ideologia che la generò, che fece dell’eliminazione degli ebrei e della loro cultura, considerati un male assoluto, un fine primario. La Shoah è stato un fatto unico perché dettagliatamente pianificata e inesorabilmente eseguita.</p><p rend="normale">Di fronte all’enormità delle perdite subite dal popolo ebraico in Europa, le consuete analisi demografiche circa l’impatto della Shoah sulla struttura per età, per sesso o per stato civile, sulla salute e la sopravvivenza o sulla nuzialità e la fecondità appaiono secondarie. Limitandoci alle conseguenze con rilevanza di lungo termine, ne citiamo alcune. La prima ha carattere prospettico: come detto, se la «soluzione finale» non si verificò integralmente, non rimase lontana dal suo obiettivo. Falcidie e dispersioni depauperarono la demografia delle comunità sopravviventi, rese incapaci di esprimere un recupero demografico analogo a quello mostrato dalle popolazioni europee dopo i traumi dei due conflitti mondiali. Il recupero avvenne, ma fuori d’Europa, in Israele e in America. Nei paesi occupati dai nazisti, le popolazioni ebraiche furono quasi completamente estirpate: nove ebrei polacchi su dieci furono eliminati (e in Polonia viveva un terzo degli ebrei europei); otto su dieci in Lettonia, Lituania, Iugoslavia e Grecia; sette su dieci in Germania, Olanda, Cecoslovacchia, Ungheria. In altre parole, le popolazioni ebraiche del <hi rend="C">pale of settlement</hi> degli Imperi russo e austro-ungarico, che erano quadruplicate di numero tra il 1800 e il 1940, vennero annientate o gravemente distrutte. E con esse le loro culture, tradizioni e modi di vita. Si potrebbe dire che in quelle regioni, nel dopoguerra, non ci fossero più «popolazioni», ma solo «abitanti» di fede ebraica. Nel contesto europeo, il fulcro dell’ebraismo si spostò da oriente a occidente; nel contesto mondiale si trasferì dall’Europa alla Palestina e all’America. Un cambio irreversibile, accentuato nei decenni seguenti man mano che cresceva lo Stato d’Israele, che si avvia ad ospitare la metà degli ebrei del mondo.</p><p rend="normaleBiancaSopra">8. Considerando il futuro nel quale vivranno le generazioni nate dall’inizio del millennio, è possibile, e plausibile, ritenere che le popolazioni europee siano attrezzate per evitare traumi naturali. Esse dispongono degli strumenti, e posseggono le capacità, per ridurre al minimo possibile l’impatto negativo di eventi naturali. Questo presuppone, ovviamente, l’esistenza di una volontà politica di azione nella giusta direzione. Anche gli stress provenienti dal cambiamento climatico possono essere contenuti entro limiti tollerabili, sempre che l’intero pianeta non vada in fiamme. Purtroppo un simile cauto ottimismo non è giustificato per quanto riguarda la Politica, dalle cui azioni, o mancate azioni, possono provenire i futuri traumi. L’aggressione all’Ucraina ha già provocato centinaia di migliaia di morti, e i timori di un’estensione del conflitto, e di una sua lunga durata, sono alti. Sono molti milioni i profughi generati dal conflitto che sono precariamente insediati all’esterno dell’Ucraina, e altri milioni sono quelli dislocati all’interno del paese. I conflitti «esterni» al continente, come quelli che dilaniano e hanno dilaniato l’Africa e il Medioriente dall’inizio del secolo, generano altre incontrollabili ondate di profughi e di rifugiati. Si tratta di vere e proprie migrazioni forzate che alterano la normale dinamica delle popolazioni che le generano e che le ricevono, soprattutto se le politiche non sono attrezzate, o non riescono, a convertire questi flussi umani da onere a risorsa, in un gioco a somma positiva. Fino agli anni Novanta del secolo scorso, l’Europa era destinataria di una quota modesta dei flussi migratori forzati nel mondo, composti da rifugiati e da richiedenti asilo; questa quota è arrivata a circa un quinto del totale nella seconda decade del Duemila; un totale che ha superato i trenta milioni nel 2023. Guerre all’interno dell’Europa, e guerre all’esterno in regioni che circondano l’Europa, dalla regione caucasica, alla Siria alla Somalia, e ad ampie regioni dell’Africa subsahariana, che provocano ondate di migranti forzati. L’evoluzione futura è un’incognita.</p><p rend="normale">L’altra possibile fonte di traumi di natura politica è costituita da quello che potrebbe definirsi etnicismo «esasperato», cioè dal deterioramento del processo di giusta riappropriazione dei valori storici, culturali, di una minoranza, negati o calpestati da una maggioranza o da uno Stato tirannico. Questo processo ha portato al ridisegno della geografia politica del continente, lungo linee che sono nitide e condivise in alcune regioni, ma che divengono sempre più incerte in altre, nelle quali le vicende storiche e le migrazioni hanno mescolato gruppi diversi. L’etnicismo esasperato ha portato alle sopraffazioni, alle violenze, alle migrazioni forzate, alle espulsioni, ai conflitti armati, spesso sfiorando l’orlo del baratro del genocidio, e in alcuni casi sprofondandoci dentro. L’Europa volta a Occidente sembra aver posto sotto controllo i rapporti, anche quelli più problematici, tra etnie diverse, anche se i casi dell’Irlanda del Nord o delle provincie basche non vanno dimenticati. Ma nella regione balcanica, o ai confini meridionali della Russia, le tensioni non sono sopite, come ci ricordano le guerre in Iugoslavia, le due guerre in Cecenia negli anni Novanta e nel primo decennio del Duemila, come altri focolai sparsi di conflitto. Anche la guerra scatenata dalla Russia contro l’Ucraina va annoverata tra le follie dell’etnicismo esasperato, in forma rovesciata. All’Ucraina si nega l’indipendenza per il suo distacco dalla «Grande Madre russa», che se ne vuole riappropriare. La cattiva Politica può attizzare queste tensioni, la buona Politica può attenuarle e risolverle.</p><p rend="normale">Natura e Politica sono state usate, in questo discorso, come astratte categorie, anche per semplificare i ragionamenti svolti. Niente di più facile che obbiettare a questa scelta, e mostrare quante interrelazioni vi siano tra di esse. Ma i traumi, dei quali abbiamo discusso, sono come colpi d’ascia inferti al tronco di un albero; il braccio che mena i fendenti è quasi sempre facilmente individuabile. Una guerra è sempre un atto politico, un’epidemia un evento naturale. La Politica che ha deciso la guerra è spinta anche da considerazioni legate alla Natura (un territorio da conquistare, risorse da accaparrare), e la Natura che ha causato l’epidemia si abbatte su popolazioni che la Politica ha reso più o meno vulnerabili (secondo la povertà e il benessere acquisiti, le difese apprestate). Ma questo è scontato.</p><p rend="normale">Certo, le popolazioni appaiono in questo secolo molto meno vulnerabili ai traumi inferti dalla Natura. Ma alla lunga altri stress, quelli indotti dal cambiamento climatico forzato da fattori antropogenici, possono avere conseguenze, anche demografiche, non prevedibili. Alla Politica il compito alto e complesso di operare perché questo non avvenga. </p><p rend="edit_note"><hi rend="numNota CharOverride-2"><ref target="OP08937_xml.html#footnote-001-backlink">1</ref></hi> <hi >Stefan Zweig, </hi><hi rend="C" >Die Welt von gestern. Erinnerungen eines Europäers </hi><hi >(1942), trad. it. </hi><hi rend="C">Il mondo di ieri. Ricordi di un europeo</hi> (Milano: Mondadori, 2017) 170.</p><p rend="edit_note"><hi rend="numNota CharOverride-2"><ref target="OP08937_xml.html#footnote-000-backlink">2</ref></hi> <hi >Andrew Bell-Fialkoff, </hi><hi rend="C" >Ethnic Cleansing</hi><hi > (New York: St. Martin’s Griffin, 1999) 22.</hi></p>
      
      
      
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