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        <title type="main" level="a">Vocativo slavo e formazione di alterati: casi di reinterpretazione categoriale e convergenza formale</title>
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          <persName n="1" ref="https://orcid.org/0000-0001-7107-5657" type="ORCID">
            <forename>Andrea</forename>
            <surname>Trovesi</surname>
            <placeName type="affiliation">Sapienza University of Rome, Italy</placeName>
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          <resp>This is a section of <title>Studi contrastivi di linguistica slava: grammatica e pragmatica</title>(DOI: <idno type="DOI">10.36253/979-12-215-0216-9</idno>) by </resp>
          <name>Rosanna Benacchio, Lucyna Gebert, Andrea Trovesi</name>
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        <publisher>Firenze University Press</publisher>
        <pubPlace>Florence</pubPlace>
        <date when="2023">2023</date>
        <idno type="DOI">https://doi.org/10.36253/979-12-215-0216-9.06</idno>
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          <p>Available for academic research purposes</p>
          <p>Open Access</p>
          <p>Copyright Author(s)</p>
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            <p>Content licence CC BY 4.0</p>
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        <p>This is original content, published for academic research purposes</p>
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        <p>In the Slavic languages, in which the vocative case is an unstable category (Polish, Serbian-Croatian, Macedonian, Bulgarian), the explicit vocative mark is better preserved with altered nouns, like diminutives and pejoratives. Taking this as the starting point, the paper aims at verifying whether the semantic and functional “attraction” between vocative and diminutives/pejoratives affects the formal level too, i.e. whether there are points of contact between case morphology and word formation strategies. The analysis of Polish and Bulgarian vocative forms has revealed that these two domains intersect as follows: 1) vocative case endings are reinterpreted as lexical formants; 2) the formation strategies of vocative case endings and altered nouns tend to converge.</p>
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            <item>Word formation strategies; Categorial reinterpretation of vocative endings; Bulgarian; Polish</item>
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      <p>It is available online at https://doi.org/10.36253/979-12-215-0216-9.06<ref target="https://doi.org/10.36253/979-12-215-0216-9.06" /></p>
      
      
      
      
      <p rend="h1_chapter">Vocativo slavo e formazione di alterati: casi di reinterpretazione categoriale e convergenza formale<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-006-backlink"><ref target="_06.html#footnote-006">1</ref></hi></hi></p><p rend="h1_indexAbstract"><hi rend="bold" >Abstract</hi><hi >:</hi><hi rend="bold CharOverride-1" > </hi><hi >In</hi><hi > the Slavic languages, in which the vocative case is an</hi><hi > unstable category (Polish, Serbian-Croatian, Macedonian, Bulgarian), the explicit vocative mark</hi><hi > is better preserved with altered nouns, like diminutives and pejoratives.</hi><hi > Taking this as the starting point, the paper aims at</hi><hi > verifying whether the semantic and functional “attraction” between vocative and</hi><hi > diminutives/pejoratives affects the formal level too, i.e. whether there are</hi><hi > points of contact between case morphology and word formation strategies.</hi><hi > The analysis of Polish and Bulgarian vocative forms has revealed</hi><hi > that these two domains intersect as follows: 1) vocative case</hi><hi > endings are reinterpreted as lexical formants; 2) the formation strategies</hi><hi > of vocative case endings and altered nouns tend to converge.</hi></p><p rend="h1_indexAbstract ParaOverride-1"><hi rend="bold" >Keywords</hi><hi >: Word formation strategies, Categorial reinterpretation of vocative endings, Bulgarian,</hi><hi > Polish.</hi></p><p rend="text_top" >1. In un precedente lavoro sul vocativo nelle lingue slave (Trovesi 2008) era stato illustrato come in alcune lingue (bulgaro, macedone, serbo-croato e polacco) il caso vocativo, instabile dal punto di vista categoriale, non è segnalato in maniera obbligatoria con le opportune marche morfologiche in tutti i contesti in cui sono soddisfatte le condizioni pragmatico-funzionali<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-005-backlink"><ref target="_06.html#footnote-005">2</ref></hi></hi> al suo impiego, e che in modo apparentemente arbitrario e fortemente asistematico il vocativo viene sostituito con il caso nominativo o forma base (non flessa). Alla luce di queste caratteristiche distribuzionali, per il vocativo di tali lingue era stata identificata una fase di evoluzione chiamata di ‘alterazione’, la quale, lungo un percorso di degrammaticalizzazione del caso vocativo applicabile a tutte le lingue slave, segue una fase in cui il vocativo è conservato sia dal punto di vista formale che funzionale (‘conservazione’ – ceco, ucraino) e ne precede un’altra in cui invece il vocativo risulta ormai sensibilmente ridotto (‘contrazione’ – bielorusso, serbo-lusaziano superiore) o addirittura scomparso (‘eliminazione’ – russo, sloveno, slovacco, serbolusaziano inferiore). Nel corso della ricerca, relativamente ai principi che regolano la sostituzione del vocativo con il nominativo in polacco, serbocroato, macedone e bulgaro, era stato rilevato come il vocativo viene di preferenza conservato o in contesti formali e formule di cortesia, oppure con alterati come diminutivi/vezzeggiativi o dispregiativi, sostantivi che segnano vicinanza e distanza tra parlante e interlocutore, che esprimono cioè dal punto di vista pragmatico particolari cariche affettive (positiva/negativa) (cfr. Jaworski 1992)<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-004-backlink"><ref target="_06.html#footnote-004">3</ref></hi></hi>.</p><p rend="text" >Partendo dalla considerazione che esiste un’area di attrazione semantica e funzionale tra vocativo da un lato, e vezzeggiativi e dispregiativi dall’altro, si vorrebbe ora verificare se nelle lingue slave esistono dei punti di contatto a livello formale tra morfologia e formazione delle parole, se vi sono dei casi, cioè, di reinterpretazione delle desinenze di vocativo come formanti lessicali di diminutivi/vezzeggiativi o dispregiativi. In questo modo si intende contribuire allo studio di quei “mutamenti che coinvolgono i processi di formazione delle unità di lessico e della grammatica e dei frequenti slittamenti di forme e funzioni dall’uno all’altro dominio” (Giannini 2003, 91), individuato da Giannini come uno degli obiettivi fondamentali nello studio della morfologia diacronica delle lingue.</p><p rend="text" >L’indagine è stata effettuata su due lingue slave, il polacco e il bulgaro, in cui il vocativo, categorialmente instabile e ampiamente sostituibile con il nominativo, è utilizzato per l’espressione di cariche affettive – anche se con modalità diverse nelle due lingue – come mezzo linguistico attraverso cui viene segnalata la distanza/vicinanza dall’interlocutore<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-003-backlink"><ref target="_06.html#footnote-003">4</ref></hi></hi>.</p><p rend="text" >Nei paragrafi che seguono verrà innanzitutto delineato brevemente lo stato di conservazione del vocativo in entrambe le lingue prese in considerazione, sia dal punto di vista formale che funzionale; successivamente, per verificare l’ipotesi di una loro evoluzione in suffissi derivativi dalla semantica diminutiva/vezzeggiativa o dispregiativa, si procederà a considerare alcune desinenze di vocativo e il loro dominio di impiego. In primo luogo di tali vocativi verranno messe in luce le particolarità morfologiche, semantiche e pragmatiche, e successivamente, testandone la possibilità di impiego in funzione di soggetto, verificata la loro interpretabilità come derivati.</p><p rend="text_top" >2. In polacco, a parte una parziale modificazione nella distribuzione delle desinenze di vocativo considerate originarie, si constata complessivamente un buon mantenimento dell’apparato desinenziale. Al maschile è conservata l’opposizione forte (<hi rend="italic">Piotr </hi><hi rend="italic">&gt; Piotrze!) </hi>e debole (<hi rend="italic">mąż </hi>‘marito’ &gt; <hi rend="italic">mężu!</hi>), mentre al femminile è stata generalizzata la desinenza <hi rend="italic">-o </hi>per tutti le classi flessionali (<hi rend="italic">żona </hi>‘moglie’ &gt; <hi rend="italic">żono!, ziemia </hi>‘terra’ &gt; <hi rend="italic">ziemio!</hi>) dei sostantivi terminanti in <hi rend="italic">-a</hi>.<hi rend="italic"> </hi>Poco frequenti i vocativi di sostantivi femminili in consonante.</p><p rend="text" >Decisamente forte è in polacco la sostituzione del vocativo con il nominativo. Attualmente la segnalazione a livello morfologico del vocativo mostra un alto grado di incoerenza e instabilità (cfr. Topolińska 1973; Lubaś 1983; Dulewiczowa 1984; Dąbrowska 1988). Ciò si manifesta in una variabilità nell’occorrenza di forme di vocativo morfologicamente marcate, tale da impedire di stabilire con precisione per quali gruppi di parole o per quali contesti d’uso il vocativo è mantenuto e in quali invece viene sostituito con il nominativo. I principi che regolano la selezione di vocativo o di nominativo sono di natura estremamente eterogenea – sociolinguistica, stilistica o pragmatica (Gajda 2001, 85). Nel complesso, tra i casi in cui il vocativo meglio si conserva rientrano nomi propri, cognomi e titoli in contesti formali, ipocoristici e vezzeggiativi. I vocativi in polacco non sembrano attrarre alterati dalla sfumatura dispregiativa.</p><p rend="text_top" >2.1 La possibilità di reinterpretazione di forme vocative come diminutivi o vezzeggiativi riguarda in polacco solamente i vocativi di vezzeggiativi.</p><p rend="text" >Un primo aspetto rilevante circa questi vezzeggiativi è che tutti, indipendentemente dal genere, assumono la desinenza <hi rend="italic">-u, </hi>sovraestesasi dal maschile al femminile (<hi rend="italic">Stasiu! &lt; Stanisław, Marysiu! &lt; Maria</hi>). Ciò costituisce un esempio molto interessante, nonché raro, di sincretismo desinenziale che, nella fattispecie del fenomeno qui indagato, è particolarmente significativo poiché si tratta della generalizzazione di una desinenza in base a tratti comuni non tanto morfologici quanto semantici e pragmatici. La generalizzazione della desinenza <hi rend="italic">-u </hi>è da interpretare infatti come esito della prevalenza dei valori semantici e pragmatici dei vezzeggiativi sulla distinzione in base al genere grammaticale (cfr. Zaleski 1963).</p><p rend="text" >La stretta specializzazione della desinenza <hi rend="italic">-u </hi>con questa classe di parole è certamente il fattore che facilita la possibilità di reinterpretazione di tale desinenza come formante di diminutivo, della possibilità cioè di impiegare questi vocativi in <hi rend="italic">-u </hi>in funzione di soggetto: <hi rend="italic">Stasiu przyszedł na kolację </hi>‘Stasiu è venuto a cena’<hi rend="italic"> </hi>(Zagórska-Brooks 1977, 166; cfr. anche Zaleski 1959; Bąk 1974, 117-18; Kottum 1983, 140-41; Buttler et al. 1982, 186).</p><p rend="text" >Tuttavia l’uso di simili vocativi in funzione di soggetto mostra limitazioni sia sul piano diatopico – nell’area occidentale e meridionale (cfr. Zaleski 1959, 43-5; Lubaś 1983, 215) – che, e soprattutto, a livello dei generi. Se, infatti, la distinzione di generi è neutralizzata al vocativo, dove il significato vezzeggiativo e la funzione pragmatica di appello si sovrappongono, l’uso al nominativo di forme vocative di vezzeggiativi femminili è bloccato (cfr. Lubaś 1983, 215). Le forme <hi rend="italic">Stasiu! </hi>e <hi rend="italic">Marysiu! </hi>mostrano così una chiara convergenza esclusivamente se usate in funzione di appello, mentre la reinterpretazione come diminutivo è ammessa solo per i maschili.</p><p rend="text_top" >2.2 Un’altra forma di vocativo da prendere in considerazione come possibile punto di contatto tra morfologia flessionale e strategie derivative è quella dei vocativi vezzeggiativi del tipo <hi rend="italic">Staś! </hi>e <hi rend="italic">Maryś!</hi></p><p rend="text" >Relativamente alla loro origine, nel caso di sostantivi femminili si tratta di forme tronche, forme abbreviate con desinenza ‘zero’ derivate dal vocativo (<hi rend="italic">Maryś!&lt; Marysiu!</hi>)<hi rend="italic"> </hi>e corrispondenti al tema puro del sostantivo; il maschile (<hi rend="italic">Staś</hi>),<hi rend="italic"> </hi>invece, è da interpretare come forma abbreviata del diminutivo <hi rend="italic">Stasio </hi>(&lt; <hi rend="italic">Stanisław</hi>)<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-002-backlink"><ref target="_06.html#footnote-002">5</ref></hi></hi>.<hi rend="italic"> </hi>Esattamente come i vocativi in <hi rend="italic">-u </hi>visti sopra, anche queste forme sono vezzeggiativi in cui le differenze di genere risultano dal punto di vista formale neutralizzate.</p><p rend="text" >Per quanto riguarda l’uso di questi vocativi in funzione di soggetto, la reinterpretazione del vocativo in nominativo sembra sia ammissibile con entrambi i generi. Tuttavia, se al maschile, alla luce di quanto appena esposto, non paiono esservi restrizioni, al femminile l’uso di frasi del tipo <hi rend="italic">Maryś idzie</hi> ‘Maryś sta arrivando’ (Zaleski 1963, 288) desta alcune perplessità (Dulewiczowa 1984, 203-4; Dulewiczowa 1986, 92)<hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi xml:id="footnote-001-backlink"><ref target="_06.html#footnote-001">6</ref></hi></hi>. La maggiore accettabilità di questi vocativi al nominativo rispetto al tipo <hi rend="italic">Marysiu! </hi>è probabilmente dovuta al fatto che tali forme, avendo caratteristiche strutturali simili a quelle dei sostantivi femminili terminanti in consonante molle, non sono avvertite come imitazione del modello maschile.</p><p rend="text_top" >2.3 Un caso in parte simile è quello delle forme vocative <hi rend="italic">Stasio! </hi>e <hi rend="italic">Kasio! </hi>(&lt; <hi rend="italic">Katarzyna</hi>),<hi rend="italic"> </hi>che rappresentano un possibile terzo punto di intersezione tra vocativo e diminutivi. Si tratta di forme vocative dei medesimi vezzeggiativi visti sopra, nei quali, come nei due casi precedenti, la distinzione di genere sembrerebbe neutralizzata.</p><p rend="text" >Tale coincidenza è però solo apparente, poiché la forma femminile <hi rend="italic">Kasio! </hi>è da considerarsi esito della generalizzazione della desinenza di vocativo femminile anche ai sostantivi vezzeggiativi terminanti in <hi rend="italic">-a </hi>preceduta da consonante molle (<hi rend="italic">zemia &gt; zemio!</hi>),<hi rend="italic"> </hi>mentre le forme maschili del tipo <hi rend="italic">Stasio! </hi>sono diminutivi/vezzeggiativi in <hi rend="italic">-o </hi>usati in funzione di appello (cfr. Kurzowa 1970). Da ciò deriva che le forme maschili sono normalmente impiegabili in funzione di appello oltre che di soggetto, mentre per i femminili l’uso al nominativo è escluso.</p><p rend="text" >I vezzeggiativi del tipo <hi rend="italic">Stasio </hi>sono comunque estremamente interessanti perché potendo occorrere anche in funzione di appello sono speculari ai vocativi del tipo <hi rend="italic">Stasiu! </hi>che possono essere usati anche al nominativo. Alla coppia <hi rend="italic">Stasio </hi>~ <hi rend="italic">Stasiu</hi>, condividendo le stesse caratteristiche formali e funzionali, possono essere aggiunte anche le forme del tipo <hi rend="italic">Staś</hi>.</p><p rend="text_top" >2.4 Riassumendo, in polacco complessivamente non è stato rilevato un alto grado di coincidenza formale tra la formazione di vezzeggiativi e quella dei vocativi. Solo al maschile è stata identificata una chiara possibilità di reinterpretazione delle forme vocative del tipo <hi rend="italic">Stasiu! </hi>come diminutivi, mentre al femminile tale possibilità sembra essere ammissibile solo con <hi rend="italic">Maryś! </hi>Ed esclusa con <hi rend="italic">Marysiu! </hi>e <hi rend="italic">Marysio!</hi> Rilevante tuttavia la convergenza nelle modalità di marcatura del vocativo per i vezzeggiativi di entrambi i generi, dovuta all’omogeneità semantica e funzionale di tali forme.</p><p rend="text_top" >3. In bulgaro il set desinenziale del vocativo è relativamente ben conservato. La distribuzione delle desinenze è regolata al maschile essenzialmente da criteri fonologici (consonante dura <hi rend="italic">Boris &gt; Borise! </hi>/ <hi rend="italic">rabotnik &gt; </hi><hi rend="italic">rabotniko! </hi>vs. consonante (originariamente) molle <hi rend="italic">predsedatel &gt; predsedatelju!</hi>),<hi rend="italic"> </hi>mentre al femminile da principi oltreché fonologici e morfologici (<hi rend="italic">Milica &gt; Milice!, Elena &gt;</hi><hi rend="italic"> Eleno!</hi>)<hi rend="italic"> </hi>anche pragmatici e semantici. Tipica del bulgaro, infatti, è la possibilità per certi nomi propri femminili di assumere valore dispregiativo o vezzeggiativo a seconda delle desinenze di vocativo assunte:<hi rend="italic"> </hi>la desinenza <hi rend="italic">-o </hi>segnala una carica affettiva negativa <hi rend="italic">(Tanja &gt; Tan’o!</hi>),<hi rend="italic"> </hi>la desinenza <hi rend="italic">-e </hi>una carica affettiva positiva (<hi rend="italic">Tanja &gt; Tane!</hi>)<hi rend="italic"> </hi>(Stojanov 1983, 114).</p><p rend="text" >Forte è ormai la tendenza in bulgaro alla sostituzione del vocativo con la forma base (nominativo). Come in polacco, notevoli sono le oscillazioni e difficile è la definizione precisa dei gruppi di parole o contesti d’uso in cui è richiesto il vocativo rispetto a quelli invece per cui la forma base è ormai la norma. In generale, il vocativo si conserva meglio al maschile che al femminile, e soprattutto in formule o espressioni di cortesia rispetto a nomi propri e cognomi singoli. Attualmente il vocativo in bulgaro sembra essere obbligatorio solo con i termini di parentela (cfr. Părvev 1965, 11; Vasilev 1971; Stojanov 1983, 112-15; Dimitrova 1997, 71).</p><p rend="text_top" >3.1 Nella ricerca dei possibili punti di convergenza del vocativo con le modalità di formazione dei diminutivi in bulgaro, degne di particolare interesse risultano essere le desinenze -e ed <hi rend="italic">-o </hi>del vocativo. Come prima cosa va sottolineato che queste due desinenze sono impiegate per sostantivi sia di genere maschile che femminile. Ciò dà l’impressione che in bulgaro sia in atto un processo di generalizzazione delle marche di vocativo e dunque di neutralizzazione delle differenze di genere, perlomeno dal punto di vista formale (la distribuzione, come ricordato sopra, è regolata comunque da criteri diversi per i maschili e per i femminili). Il secondo aspetto rilevante di queste due desinenze è il fatto che corrispondono a formanti lessicali marcati assiologicamente. In particolare <hi rend="italic">-o </hi>ricorre nelle terminazioni di derivati maschili sia diminutivi/vezzeggiativi (<hi rend="italic">Van’o </hi>&lt; <hi rend="italic">Ivan</hi>)<hi rend="italic"> </hi>che appellativi dispregiativi (<hi rend="italic">lăžko, lăžl’o </hi>‘bugiardo’); <hi rend="italic">-e </hi>invece si trova prevalentemente in formanti diminutivi/vezzeggiativi di entrambi i generi (<hi rend="italic">Pale &lt; Pavel, Ole &lt; Olja</hi>)<hi rend="italic"> </hi>(Andrejčin 1978, 90-103; Radeva 1991, 156-60). Una certa prossimità formale e semantica tra il vocativo e le modalità di formazione di alterati evidentemente esiste. Una conferma in tal senso può essere rintracciata nell’evoluzione della distribuzione delle desinenze di vocativo in bulgaro, così come nella tendenza alla sostituzione del vocativo con la forma base.</p><p rend="text" >Per quanto riguarda l’apparato desinenziale, ad esempio, Mirčeva, Charalampiev (1999, 95) sostengono che la coincidenza tra il suffisso diminutivo <hi rend="italic">-ce </hi>(<hi rend="italic">vojniče </hi>‘soldatino’ &lt; <hi rend="italic">vojn</hi>(<hi rend="italic">k</hi>) + <hi rend="italic">če</hi>)<hi rend="italic"> </hi>e la terminazione del vocativo di sostantivi maschili in velare del tipo (<hi rend="italic">vojniče! </hi>‘soldato’ &lt; <hi rend="italic">vojnik</hi>) abbia innescato nel sistema della lingua lo sviluppo di strategie alternative di segnalazione del vocativo (<hi rend="italic">vojniko!</hi>)<hi rend="italic">. </hi>Oggi la forma <hi rend="italic">junače! </hi>(&lt; <hi rend="italic">junak </hi>‘eroe’) viene considerata “vtora zvatelna forma s gal’oven njuans” ‘seconda forma di vocativo, con sfumatura vezzeggiativa’ (Barbolova 1997, 39) accanto a <hi rend="italic">junako!</hi></p><p rend="text" >Relativamente alla sostituzione del vocativo con la forma base, benché sia una tendenza di sviluppo rilevata in generale per tutti i sostantivi, l’evitamento del vocativo riguarda in maniera più accentuata le forme del femminile, fortemente marcate dal punto di vista espressivo (Părvev 1965), e tra queste, maggiormente dispreferite per la carica affettiva negativa che esprimono, le forme di vocativo in <hi rend="italic">-o </hi>(<hi rend="italic">devojko! &lt; devojka </hi>‘ragazza’) rispetto a quelle in <hi rend="italic">-e</hi>:</p><p rend="quotation_b" ><hi>Zvatelnite formi na săštestvitelnite sobstveni ot ženski rod na</hi><hi> </hi><hi rend="italic">-o </hi><hi>veče počti ne se izpolzvat, tăj kato ca </hi><hi>pridobili ottenăk na prenebrežitelno otnošenie i do goljama stepen zvučat </hi><hi>grubo. Vmesto tjach se izpolzvat imenitelnite formi, a ponjakoga ot</hi><hi> tjach se obrazuvat i formi na </hi><hi rend="italic">-e, </hi><hi>koito se predpočitat.</hi><hi> (Barbolova 1997, 39)</hi></p><p rend="quotations_quotation_b3" >‘Le forme del vocativo di nomi propri femminili in –o non si usano quasi più, visto che hanno acquisito una sfumatura di mancanza di rispetto e per lo più suonano scortesi. Al loro posto si usano le forme del nominativo e talvolta da queste ultime si formano anche le forme in –e, che vengono preferite.’</p><p rend="text" >La carica affettiva negativa veicolata dalla desinenza <hi rend="italic">-o </hi>nei vocativi femminili pare essere stata indotta dalla frequenza con cui <hi rend="italic">-o </hi>occorre nei formanti maschili, mentre la carica affettiva positiva che esprime la desinenza <hi rend="italic">-e </hi>è stata generata molto probabilmente dalla presenza di <hi rend="italic">-e </hi>nei formanti vezzeggiativi e diminutivi, in particolare il produttivo <hi rend="italic">-če </hi>(<hi rend="italic">devojče </hi>‘ragazzina’ &lt; <hi rend="italic">devojka</hi>).<hi rend="italic"> </hi>Del vocativo in <hi rend="italic">-e </hi>del tipo <hi rend="italic">Bone, Done, Line </hi>Vasiliev (1971, 80) afferma addirittura che sia “eigentlich ein Deminutivum” (cfr. anche Nicolova 2008, 76-8).</p><p rend="text" >Si può ipotizzare, così, che in bulgaro non si è in presenza di una reinterpretazione delle desinenze di vocativo in formanti lessicali, bensì di una reciproca attrazione, benché non totale, tra desinenze di vocativo e formanti lessicali (diminutivi e vezzeggiativi, ma anche dispregiativi), con aderenza massima al femminile.</p><p rend="text_top" >3.2 Vi è in bulgaro solo un caso di chiara reinterpretazione di forme di vocativo come diminutivi/vezzeggiativi. Si tratta dei vocativi di diminutivi maschili del tipo <hi rend="italic">Vanju!</hi><hi rend="italic"> </hi>che nella lingua parlata possono occorrere anche in funzione non di appello.</p><p rend="text" >Plausibilmente, questo slittamento è stato reso possibile dal fatto che con i sostantivi maschili in consonante (originariamente) molle si registra in bulgaro l’espansione di forme di vocativo con desinenza in <hi rend="italic">-’o </hi>(<hi rend="italic">kon </hi>‘cavallo’ &gt; <hi rend="italic">kon’o</hi><hi rend="italic">! </hi>oltre a <hi rend="italic">konju!</hi>),<hi rend="italic"> </hi>giudicate fortemente colloquiali o addirittura al limite dell’accettabilità (cfr. anche Nicolova 2008, 76-8). La coesistenza di due forme di vocativo (<hi rend="italic">Vanju! </hi>e <hi rend="italic">Van’o!</hi>)<hi rend="italic"> </hi>e l’identità formale tra <hi rend="italic">Van’o! </hi>vocativo e <hi rend="italic">Van’o </hi>diminutivo (&lt; <hi rend="italic">Ivan</hi>) hanno permesso la reinterpretazione del vocativo <hi rend="italic">Vanju! </hi>come forma base. <hi rend="italic">Van’o </hi><hi rend="italic">~ Vanju </hi>risultano essere forme equivalenti di vocativo e di nominativo.</p><p rend="text_top" >3.3 In bulgaro, dunque, le due principali desinenze di vocativo, simili sia per il maschile che per il femminile, ricorrono molto frequentemente come terminazioni vocaliche di formanti lessicali (vezzeggiativi/diminutivi, dispregiativi). Ampi punti di contatto dal punto di vista formale tra il sistema del vocativo e la formazione di alterati in bulgaro non sembrano esserci; si può tuttavia affermare che è in corso uno sviluppo convergente tra i due sistemi, basato sul trasferimento di sfumature assiologiche positive o negative dagli alterati al vocativo. L’unico chiaro esempio di reinterpretazione di forme di vocativo in forme di diminutivo è quello relativo al tipo <hi rend="italic">Vanju ~ Van’o</hi>.</p><p rend="text_top" >4. Questa breve rassegna sui casi di coincidenza formale tra morfologia del vocativo e strategie di formazione delle parole in polacco e in bulgaro ha mostrato che la prossimità funzionale tra vocativo da un lato, e vezzeggiativi/dispregiativi dall’altro, ha un impatto limitato al solo livello degli strumenti formali impiegati nei due diversi domini. Gli unici casi di evidente reinterpretazione delle desinenze di vocativo come formanti lessicali sono stati rilevati: a) in polacco, nelle forme vocative del maschile del tipo <hi rend="italic">Stasiu! </hi>e in quelle tronche del femminile del tipo <hi rend="italic">Maryś!</hi>;<hi rend="italic"> </hi>b) in bulgaro nei vocativi maschili del tipo <hi rend="italic">Vanju!</hi></p><p rend="text" >In bulgaro si registra inoltre una tendenza all’impiego dei medesimi mezzi formali sia per la formazione del vocativo (in quei contesti in cui è possibile), sia per quella dei derivati che esprimono cariche affettive. Tale convergenza è massima al femminile, dove i vocativi in <hi rend="italic">-e </hi>del tipo <hi rend="italic">Tane </hi>coincidono formalmente e funzionalmente con i diminutivi/vezzeggiativi. Nel complesso, in entrambe le lingue i due sistemi rimangono separati. Cionondimeno la presente indagine ha permesso di verificare che in base alla loro prossimità funzionale i confini formali tra essi risultano labili<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-000-backlink"><ref target="_06.html#footnote-000">7</ref></hi></hi>.</p><p rend="h2" >Riferimenti bibliografici</p><p rend="bib_indx_bib" >Andrejčin, L. 1978. <hi rend="italic">Osnovna bălgarska </hi><hi rend="italic">gramatika</hi>. Sofja: Nauka i izkustvo.</p><p rend="bib_indx_bib" >Anstatt, T. 2005. “Der polnische Vokativ”.<hi rend="italic"> </hi><hi rend="italic" >Zeitschrift fiir Slawistik</hi><hi > 50, 3:</hi><hi > 328-47.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi >Barbolova, Z. </hi><hi>1997. </hi><hi rend="italic">Săvremenen bălgarski ezik. Morfologija</hi><hi>. 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Purkynĕ.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" >Trovesi, A. 2008. “Il vocativo nelle lingue slave: un quadro articolato”. <hi rend="italic">Linguistica e Filologia</hi> 26: 207-34.</p><p rend="bib_indx_bib" >Vasiliev, Ch. 1971. “Das Schwinden von Vokativformen im Bulgarischen”. <hi rend="italic" >Anzeiger fiir slavische Philologie</hi><hi > 5: 71-82.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi >Zagórska-Brooks,</hi><hi > M. 1977. “The Polish vocative case – Will it survive?</hi><hi >”.</hi><hi rend="italic" > Folia Slavica</hi><hi > 1, 2: 165-71.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi>Zaleski, J. 1959. “</hi><hi>Wołacz w funkcji mianownika w imionach męskich i rzeczownikach pospolitych”.</hi><hi rend="italic"> Język polski</hi><hi> 39, 1: 32-50.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi>Zaleski, J. 1963. “Rozwój form</hi><hi> wołacza </hi>żeńskich<hi> rzeczowników osobowych typu</hi><hi rend="italic"> Marysia, Anulka, paniusia</hi><hi>”. </hi><hi rend="italic">Onomastica.</hi><hi rend="italic"> Pismo poświęcone nazewnictwu geograficznemu i osobowemu</hi><hi> 7, 1-2: 261-91.</hi></p><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="_06.html#footnote-006-backlink">1</ref></hi>	Originariamente pubblicato in R. Benacchio, e L. Ruvoletto, a cura di. 2010. <hi rend="italic" >Lingue slave in evoluzione</hi><hi >, 179-90. Padova: </hi><hi >Unipress. In questo articolo le citazioni sono state tradotte dalle curatrici. </hi><hi > </hi></p><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="_06.html#footnote-005-backlink">2</ref></hi>	Il vocativo, che pur dal punto di vista delle modalità flessionali rientra nella categoria morfologica di caso, è espressione di valori pragmatico-funzionali a livello dell’enunciato e non, come per gli altri casi, di legami logici-sintattici all’interno della frase (cfr. Sieczkowski 1964; Topolińska 1973; Dąbrowska 1988; Mazzoleni 1995). Interessante la teoria sviluppata da Donati che nel vocativo individua “una delle più chiare aree di contatto tra grammatica e pragmatica, ed in particolare tra semantica grammaticale e pragmatica. […] Esso infatti costituisce una strategia di deitticizzazione della referenzialità nominale, volta alla possibilità di circostanziare nel contesto extralinguistico la referenzialità dei nomi in riferimento al ruolo di interlocutore” (Donati 2010). Anche Garavalova (2004), nella definizione della natura categoriale del vocativo, chiama in causa strategie di identificazione dell’interlocutore.</p><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="_06.html#footnote-004-backlink">3</ref></hi>	In generale sulle cariche affettive del vocativo: Mazzoleni 1995; Brown, Levinson 1987.</p><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="_06.html#footnote-003-backlink">4</ref></hi>	Anstatt (2005, 340) sottolinea giustamente che sarebbe più corretto considerare il vocativo una strategia di formazione delle parole più che un caso. Una tale classificazione “erlaubt es, diese Formen als in unterschiedlichem Grade obligatorisch zu betrachten, erklärt die Beschränkung auf bestimmnte Subkategorien einer Wortart und die pragmatischen Funktionen”.</p><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="_06.html#footnote-002-backlink">5</ref></hi>	<hi rend="italic">Staś </hi>potrebbe anche essere derivato dal vocativo <hi rend="italic">Stasiu!</hi>, oppure, al contrario, essere la forma originaria che ha dato origine a <hi rend="italic">Stasiu!</hi></p><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="_06.html#footnote-001-backlink">6</ref></hi>	Circa il differente comportamento delle forme maschili e di quelle femminili Dulewiczowa scrive: “Za pozorną formalną identycznością męskich i żeńskich imon skróconych kryje się różna struktura ich przypadków i jak widać zupełna nieidentyczność funkcjonalna”; ‘Dietro un’apparente identità formale dei nomi maschili e femminili abbreviati si cela una diversa struttura dei loro casi ed evidentemente una totale non identità funzionale’ (Dulewiczowa 1984, 203-4).</p><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="_06.html#footnote-000-backlink">7</ref></hi>	Le conclusioni offerte in questo contributo, frutto dell’elaborazione e della sistematizzazione delle informazioni contenute in saggi e monografie, dalle impostazioni estremamente eterogenee, necessitano di una verifica di quali e quante occorrenze di vocativo usato in funzione di soggetto possono essere effettivamente rintracciate nei corpora di lingua parlata.</p>
      
      
      
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