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      <titleStmt>
        <title type="main" level="a">Desinenze di vocativo come formanti antroponimici. I nomi propri maschili in -e e -o nelle lingue slave</title>
        <author>
          <persName n="1" ref="https://orcid.org/0000-0001-7107-5657" type="ORCID">
            <forename>Andrea</forename>
            <surname>Trovesi</surname>
            <placeName type="affiliation">Sapienza University of Rome, Italy</placeName>
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        </author>
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          <resp>This is a section of <title>Studi contrastivi di linguistica slava: grammatica e pragmatica</title>(DOI: <idno type="DOI">10.36253/979-12-215-0216-9</idno>) by </resp>
          <name>Rosanna Benacchio, Lucyna Gebert, Andrea Trovesi</name>
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      <publicationStmt>
        <publisher>Firenze University Press</publisher>
        <pubPlace>Florence</pubPlace>
        <date when="2023">2023</date>
        <idno type="DOI">https://doi.org/10.36253/979-12-215-0216-9.07</idno>
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          <p>Available for academic research purposes</p>
          <p>Open Access</p>
          <p>Copyright Author(s)</p>
          <licence source="text" target="https://creativecommons.org/licenses/by/4.0/legalcode">
            <p>Content licence CC BY 4.0</p>
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            <p>Metadata licence CC0 1.0</p>
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        <p>This is original content, published for academic research purposes</p>
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      <abstract xml:lang="en">
        <p>The study tests the hypothesis according to which the Slavic anthroponyms in -e and -o underwent evolution from vocative endings to hypocoristic derivative suffixes and then to anthroponymic formants. According to the Author, such a hypothesis can be considered entirely plausible, albeit only as a mechanism of formation parallel to and intertwined with other processes of morphemic function change. As a phenomenon observable in both diachrony and synchrony, categorial lability between vocative and word formation can thus be considered inherent in the system of Slavic languages. However the anthroponyms in -e and -o have had different diffusion and distribution in the various Slavic languages and today occupy dissimilar places within the system and varieties of each language.</p>
      </abstract>
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            <item>Vocative endings; Proper noun formation; Slavic languages</item>
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      <p>It is available online at https://doi.org/10.36253/979-12-215-0216-9.07<ref target="https://doi.org/10.36253/979-12-215-0216-9.07" /></p>
      
      
      
      
      
      <p rend="h1_chapter">Desinenze di vocativo come formanti antroponimici. <lb/>I nomi propri maschili in <hi rend="italic">-e</hi> e <hi rend="italic">-o</hi> nelle lingue slave<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-014-backlink"><ref target="_07.html#footnote-014">1</ref></hi></hi></p><p rend="h1_indexAbstract"><hi rend="bold" >Abstract</hi><hi >:</hi><hi rend="bold CharOverride-1" > </hi><hi >The study tests the hypothesis according to which the Slavic anthroponyms in -</hi><hi rend="italic CharOverride-1" >e </hi><hi >and -</hi><hi rend="italic CharOverride-1" >o </hi><hi >underwent evolution from vocative endings to hypocoristic derivative suffixes and then to anthroponymic formants. According to the Author, such a hypothesis can be considered entirely plausible, albeit only as a mechanism of formation parallel to and intertwined with other processes of morphemic function change. As a phenomenon observable in both diachrony and synchrony, categorial lability between vocative and word formation can thus be considered inherent in the system of Slavic languages. However the anthroponyms in -</hi><hi rend="italic CharOverride-1" >e</hi><hi > and -</hi><hi rend="italic CharOverride-1" >o</hi><hi > have had different</hi><hi rend="bold CharOverride-1" > </hi><hi >diffusion and distribution</hi><hi rend="bold CharOverride-1"> </hi><hi >in the various Slavic languages and today occupy dissimilar places</hi> <hi >within the system and varieties of each language.</hi></p><p rend="h1_indexAbstract ParaOverride-1"><hi rend="bold" >Keywords</hi><hi >: Vocative endings, Proper noun formation, Slavic languages.</hi></p><p rend="text_top">1.<hi rend="bold"> </hi>Nell’ambito della ricerca in corso sul vocativo nelle lingue slave (cfr. Trovesi 2010) è stato osservato che in alcuni casi le marche di vocativo possono essere reinterpretate come formanti di ipocoristici o vezzeggiativi (cfr. polacco <hi rend="italic">Stachu</hi>, bulgaro <hi rend="italic">Bone</hi>) e, più in generale, che la prossimità pragmatico-funzionale tra il vocativo e la classe di vezzeggiativi si riflette in una certa attrazione tra le due categorie anche a livello formale. Poiché è universalmente provato che i nomi propri di persona hanno spesso origine proprio dai vezzeggiativi/diminutivi di altri nomi propri, il presente studio intende verificare se nelle lingue slave si possono rintracciare casi di desinenze di vocativo utilizzate nella creazione di antroponimi secondo un processo di evoluzione: <hi rend="italic">desinenze di vocativo &gt; suffissi derivativi ipocoristici &gt; formanti antroponimici</hi>.</p><p rend="text">In questo contributo la ricerca è circoscritta ad uno specifico gruppo di nomi propri, e cioè i nomi propri semplici<hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi xml:id="footnote-013-backlink"><ref target="_07.html#footnote-013">2</ref></hi></hi>, di genere maschile, terminanti in -<hi rend="italic">e </hi>(per esempio, serbo <hi rend="italic">Pavle</hi>) e in -<hi rend="italic">o </hi>(per esempio, slovacco <hi rend="italic">Juro</hi>). Tali sostantivi risultano essere particolarmente interessanti innanzitutto perché le desinenze -<hi rend="italic">e </hi>e -<hi rend="italic">o </hi>al nominativo maschile occorrono solamente con antroponimi, siano essi vezzeggiativi o nomi propri (e eventualmente cognomi), mentre sono sconosciute come desinenze di maschili di nomi comuni (a parte alcune eccezioni, come ad esempio i nomi appellativi esprimenti relazioni di parentela); in secondo luogo, sia -<hi rend="italic">e </hi>che -<hi rend="italic">o </hi>sono desinenze di vocativo del maschile: -<hi rend="italic">e </hi>comune a tutte le lingue slave, -<hi rend="italic">o </hi>limitatamente al bulgaro e serbo-lusaziano; e infine, perché tali desinenze di nominativo singolare deviano visibilmente dalla regolare morfologia del maschile singolare nelle lingue slave in cui i sostantivi maschili terminano di solito in consonante -o, in alcuni casi, in -<hi rend="italic">a</hi>.</p><p rend="text">Date tali caratteristiche non sorprende che fin dagli inizi dello studio scientifico delle lingue slave questi particolari nomi abbiano suscitato l’interesse dei filologi e dei linguisti. Da allora lo studio degli antroponimi in -<hi rend="italic">e </hi>e -<hi rend="italic">o</hi>, della loro genesi e distribuzione è stato affrontato in due tipologie di opere diverse: all’interno di grammatiche storiche delle lingue slave e, eventualmente, delle singole lingue slave o in trattazioni specifiche di antroponomastica, nelle quali viene perlopiù offerta l’analisi della formazione e diffusione di tali antroponimi in relazione ad un preciso segmento temporale<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-012-backlink"><ref target="_07.html#footnote-012">3</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">Nel presente lavoro si vuol tentare una rilettura dell’origine di questi antroponimi alla luce dell’interfaccia morfologico-pragmatica e della labilità categoriale tra vocativo e ipocoristici che sta alla base della reinterpretazione delle desinenze di vocativo come formanti lessicali individuata a livello sincronico. In questo senso, le riflessioni qui esposte aspirerebbero a rientrare nella prospettiva di ricerca sulla morfologia storica delle lingue, i cui obiettivi principali sono identificati da Stefania Giannini (2003, 91)</p><p rend="quotation_b">nello studio e nell’interpretazione dei mutamenti che coinvolgono i processi di formazione delle unità del lessico e della grammatica e dei frequenti slittamenti di forme e di funzioni dall’uno all’altro.</p><p rend="text">Nei paragrafi successivi verranno illustrate brevemente la distribuzione dei nomi in -<hi rend="italic">o </hi>e -<hi rend="italic">e </hi>nelle lingue slave e riassunte le teorie riguardo alla loro origine. Infine verrà postulata un’ipotesi circa il possibile ruolo avuto dal vocativo nella formazione di questi antroponimi.</p><p rend="text_top">2. Molto diversificato si presenta il quadro della diffusione degli antroponimi in -<hi rend="italic">e </hi>e -<hi rend="italic">o </hi>nelle lingue slave. Gli antroponimi in -<hi rend="italic">o </hi>occorrono in tutte le lingue slave. In ceco e russo risultano essere tuttavia poco frequenti o comunque dialettali o arcaici, mentre mostrano massima diffusione in slovacco e ucraino, e in generale nelle lingue slave meridionali, in particolare in bulgaro e macedone. Decisamente più ristretta l’area di diffusione degli antroponimi in -<hi rend="italic">e</hi>, che pare limitata alle lingue slave meridionali, e per di più, nel bulgaro, solo alla zona sudoccidentale, a contatto con l’area propriamente macedone:</p><table rend="Nessuno-stile-tabella" xml:id="table001">
				<!--<colgroup>-->
					<!--<col
  class="_idGenTableRowColumn-1">--><!--</col>-->
					<!--<col
  class="_idGenTableRowColumn-1">--><!--</col>-->
					<!--<col
  class="_idGenTableRowColumn-1">--><!--</col>-->
				<!--</colgroup>-->
				
					<row rend="Nessuno-stile-tabella _idGenTableRowColumn-2">
						<cell rend="Nessuno-stile-tabella base"/>
						<cell rend="Nessuno-stile-tabella base">
							<p rend="text_NOindent"><hi rend="boldItalic">-e</hi></p>
						</cell>
						<cell rend="Nessuno-stile-tabella base">
							<p rend="text_NOindent"><hi rend="boldItalic">-o</hi></p>
						</cell>
					</row>
					<row rend="Nessuno-stile-tabella _idGenTableRowColumn-2">
						<cell rend="Nessuno-stile-tabella base">
							<p rend="text_NOindent">bulgaro</p>
						</cell>
						<cell rend="Nessuno-stile-tabella base">
							<p rend="text_NOindent"><hi rend="italic">Koce</hi><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-011-backlink"><ref target="_07.html#footnote-011">4</ref></hi></hi></p>
						</cell>
						<cell rend="Nessuno-stile-tabella base">
							<p rend="text_NOindent"><hi rend="italic">Vanko</hi></p>
						</cell>
					</row>
					<row rend="Nessuno-stile-tabella _idGenTableRowColumn-2">
						<cell rend="Nessuno-stile-tabella base">
							<p rend="text_NOindent">macedone</p>
						</cell>
						<cell rend="Nessuno-stile-tabella base">
							<p rend="text_NOindent"><hi rend="italic">Laze</hi></p>
						</cell>
						<cell rend="Nessuno-stile-tabella base">
							<p rend="text_NOindent"><hi rend="italic">Spaso</hi></p>
						</cell>
					</row>
					<row rend="Nessuno-stile-tabella _idGenTableRowColumn-2">
						<cell rend="Nessuno-stile-tabella base">
							<p rend="text_NOindent">serbo e croato</p>
						</cell>
						<cell rend="Nessuno-stile-tabella base">
							<p rend="text_NOindent"><hi rend="italic">Stane</hi></p>
						</cell>
						<cell rend="Nessuno-stile-tabella base">
							<p rend="text_NOindent"><hi rend="italic">Stanko</hi></p>
						</cell>
					</row>
					<row rend="Nessuno-stile-tabella _idGenTableRowColumn-2">
						<cell rend="Nessuno-stile-tabella base">
							<p rend="text_NOindent">sloveno</p>
						</cell>
						<cell rend="Nessuno-stile-tabella base">
							<p rend="text_NOindent"><hi rend="italic">Tone</hi></p>
						</cell>
						<cell rend="Nessuno-stile-tabella base">
							<p rend="text_NOindent"><hi rend="italic">Milko</hi></p>
						</cell>
					</row>
					<row rend="Nessuno-stile-tabella _idGenTableRowColumn-2">
						<cell rend="Nessuno-stile-tabella base">
							<p rend="text_NOindent">slovacco</p>
						</cell>
						<cell rend="Nessuno-stile-tabella base">
							<p rend="text_NOindent">-</p>
						</cell>
						<cell rend="Nessuno-stile-tabella base">
							<p rend="text_NOindent"><hi rend="italic">Juro</hi></p>
						</cell>
					</row>
					<row rend="Nessuno-stile-tabella _idGenTableRowColumn-2">
						<cell rend="Nessuno-stile-tabella base">
							<p rend="text_NOindent">ceco</p>
						</cell>
						<cell rend="Nessuno-stile-tabella base">
							<p rend="text_NOindent">-</p>
						</cell>
						<cell rend="Nessuno-stile-tabella base">
							<p rend="text_NOindent"><hi rend="italic">[Božko]</hi><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-010-backlink"><ref target="_07.html#footnote-010">5</ref></hi></hi></p>
						</cell>
					</row>
					<row rend="Nessuno-stile-tabella _idGenTableRowColumn-2">
						<cell rend="Nessuno-stile-tabella base">
							<p rend="text_NOindent">serbo-lusaz.</p>
						</cell>
						<cell rend="Nessuno-stile-tabella base">
							<p rend="text_NOindent">-</p>
						</cell>
						<cell rend="Nessuno-stile-tabella base">
							<p rend="text_NOindent"><hi rend="italic">Kito</hi></p>
						</cell>
					</row>
					<row rend="Nessuno-stile-tabella _idGenTableRowColumn-2">
						<cell rend="Nessuno-stile-tabella base">
							<p rend="text_NOindent">polacco</p>
						</cell>
						<cell rend="Nessuno-stile-tabella base">
							<p rend="text_NOindent">-</p>
						</cell>
						<cell rend="Nessuno-stile-tabella base">
							<p rend="text_NOindent"><hi rend="italic">Stacho</hi></p>
						</cell>
					</row>
					<row rend="Nessuno-stile-tabella _idGenTableRowColumn-2">
						<cell rend="Nessuno-stile-tabella base">
							<p rend="text_NOindent">bielorusso</p>
						</cell>
						<cell rend="Nessuno-stile-tabella base">
							<p rend="text_NOindent">-</p>
						</cell>
						<cell rend="Nessuno-stile-tabella base">
							<p rend="text_NOindent"><hi rend="italic">Ivan’ko</hi></p>
						</cell>
					</row>
					<row rend="Nessuno-stile-tabella _idGenTableRowColumn-2">
						<cell rend="Nessuno-stile-tabella base">
							<p rend="text_NOindent">ucraino</p>
						</cell>
						<cell rend="Nessuno-stile-tabella base">
							<p rend="text_NOindent">-</p>
						</cell>
						<cell rend="Nessuno-stile-tabella base">
							<p rend="text_NOindent"><hi rend="italic">Pavlo</hi></p>
						</cell>
					</row>
					<row rend="Nessuno-stile-tabella _idGenTableRowColumn-2">
						<cell rend="Nessuno-stile-tabella base">
							<p rend="text_NOindent">russo</p>
						</cell>
						<cell rend="Nessuno-stile-tabella base">
							<p rend="text_NOindent">-</p>
						</cell>
						<cell rend="Nessuno-stile-tabella base">
							<p rend="text_NOindent"><hi rend="italic">[Ivaško]</hi><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-009-backlink"><ref target="_07.html#footnote-009">6</ref></hi></hi></p>
						</cell>
					</row>
				
			</table><p rend="text_top">3. Varie sono le teorie sull’origine degli antroponimi in -<hi rend="italic">e </hi>e in -<hi rend="italic">o </hi>nelle lingue slave. Per quanto riguarda i nomi propri in -<hi rend="italic">e</hi>, tale terminazione potrebbe essere la continuazione del formante prostoslavo *-<hi rend="italic">ę </hi>usato per la creazione di sostantivi indicanti esseri animati non adulti, il quale, in seguito a denasalizzazione, ha dato esito -<hi rend="italic">e </hi>nelle lingue slave meridionali (tra i molti Bernštejn 1974, 212-13). Questo formante sarebbe all’origine anche degli antroponimi in -<hi rend="italic">a</hi>/-<hi rend="italic">ja </hi>di altre lingue slave, per esempio del russo <hi rend="italic">Vanja</hi>, e ad esso verrebbero ricondotte le forme ipocoristiche/vocative slavo meridionali in -<hi rend="italic">t</hi>-, del tipo serbo e croato <hi rend="italic">Mileta</hi>, da intendere come forme oblique dei diminutivi in *-<hi rend="italic">ę </hi>(es. nom. *<hi rend="italic">otrocę</hi>, <hi rend="italic">gen. </hi>*<hi rend="italic">otroc</hi><hi rend="italic">ęte</hi>), divenute esse stesse ipocoristici. Secondo un’altra ipotesi, l’origine dei nomi propri in -<hi rend="italic">e </hi>va ricercata invece nella reinterpretazione delle forme di vocativo come formanti antroponimici (Stanislav 1973a, 76; Kovačev 1987, 143). In questa prospettiva, i vocativi del tipo <hi rend="italic">Mileta </hi>verrebbero considerati risultato di una contaminazione successiva.</p><p rend="text">Relativamente ai nomi di persona terminanti in -<hi rend="italic">o</hi>, le congetture circa la loro origine sono più numerose. Gli antroponimi in -<hi rend="italic">o </hi>potrebbero derivare dal vocativo di nomi maschili terminanti in -<hi rend="italic">a </hi>(vocativo -<hi rend="italic">a </hi>&gt; -<hi rend="italic">o</hi>) (Šachmatov 1957, 49; Trávníček 1935, 298; Stanislav 1953, 247-48; Nahtigal 1961, 172-73; Svoboda 1964, 128) oppure essere il risultato del passaggio da -<hi rend="italic">u </hi>&gt; -<hi rend="italic">o </hi>simile a quello dei vocativi del tipo serbo-lusaziano <hi rend="italic">Janko </hi>(Dulewiczowa 1998, 94). In base ad un’altra ipotesi, tali nomi si sarebbero generati dalla trasposizione della forma nominativo-vocativo del neutro al maschile (Belić 1901, 162-63; Kurzowa 1970, 10; Stieber 1979, 104) come formante ipocoristico<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-008-backlink"><ref target="_07.html#footnote-008">7</ref></hi></hi>, secondo la tipologia di superamento dei confini di genere attestata anche in sincronia per il vocativo, cfr. polacco tra maschile <hi rend="italic">Jasiu! </hi>e femminile <hi rend="italic">Krysiu!</hi>. Infine, i nomi terminanti in -<hi rend="italic">o </hi>possono essere spiegati come la continuazione degli antichi temi in *-<hi rend="italic">o </hi>del protoslavo. La desinenza protoslava in *-<hi rend="italic">ъ </hi>dei maschili verrebbe intesa come esito della contaminazione del nominativo dei temi in *-<hi rend="italic">ŭ </hi>(cfr. *<hi rend="italic">dom</hi><hi rend="italic">ъ </hi>&lt; *<hi rend="italic">domŭs </hi>dove il passaggio *-<hi rend="italic">ŭs &gt; *-ъ </hi>è regolare e *<hi rend="italic">gordъ </hi>&lt; *<hi rend="italic">ghordhos </hi>dove si trova *<hi rend="italic">-ъ </hi>anziché *-<hi rend="italic">o </hi>&lt; *-<hi rend="italic">os</hi>) – temi la cui flessione ha notoriamente influenzato quella dei temi in *-<hi rend="italic">o</hi>, ad iniziare proprio dal vocativo (cfr. desinenza di vocativo in *-<hi rend="italic">jŭ </hi>per sostantivi maschili della declinazione in *-<hi rend="italic">jo</hi>, *<hi rend="italic">kraju! </hi>&lt; *<hi rend="italic">kraj</hi>, Stieber 1979, 106) –, mentre la desinenza originaria -<hi rend="italic">o </hi>si sarebbe mantenuta nella formazione degli antroponimi e soprattutto in quella dei diminutivi e ipocoristici degli antroponimi, nelle forme brevi e ‘popolari’ dell’uso comune, le cui etimologie sono concordemente riconosciute come molto antiche (Rozwadowski 1961; Rudnyćkyj 1966). Si tratterebbe così di un formante antroponimico specializzato.</p><p rend="text_top">4. Dall’analisi delle teorie esistenti riguardo l’origine degli antroponimi in -<hi rend="italic">e </hi>e in -<hi rend="italic">o </hi>si ricava l’impressione che questo fenomeno sia complesso non solo nel senso di difficile ma anche, e forse più, in quello di articolato. Non sarebbe possibile, cioè, trovare una spiegazione unica a tutti i casi di nomi maschili in -<hi rend="italic">e </hi>o in -<hi rend="italic">o</hi>, ma piuttosto tutte le varie spiegazioni illustrate sopra dovrebbero essere tenute in considerazione come una serie di concause che, rafforzandosi a vicenda, avrebbero permesso la stabilizzazione di queste desinenze come formanti antroponimici. Si tratta chiaramente solo di un’ulteriore ipotesi, la quale, come per le precedenti, in assenza di dati filologici precisi non è possibile dimostrare.</p><p rend="text">Nello specifico, per quanto riguarda il formante -<hi rend="italic">e</hi>, la coincidenza venutasi a creare tra le forme del vocativo dei temi protoslavi in *-<hi rend="italic">o </hi>con quelle del nominativo-vocativo uscenti in *-<hi rend="italic">ę </hi>in seguito a denasalizzazione avrebbe favorito la stabilizzazione di -<hi rend="italic">e </hi>come formante antroponimico<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-007-backlink"><ref target="_07.html#footnote-007">8</ref></hi></hi>. Se pare essere certo, viste le evidenti corrispondenze tre le varie lingue slave<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-006-backlink"><ref target="_07.html#footnote-006">9</ref></hi></hi>, che la genesi dei nomi in -<hi rend="italic">e </hi>vada individuata nell’evoluzione dei diminutivi in *-<hi rend="italic">ę</hi>, vi sono tuttavia dei casi in cui è piuttosto il vocativo a dover essere chiamato in causa per spiegare l’origine di certe forme, così come l’appellativo sloveno <hi rend="italic">oče </hi>(&lt; *<hi rend="italic">otьče</hi>) oppure i nomi del tipo <hi rend="italic">Petre</hi>, attestati anticamente in slovacco (Stanislav 1973a, 76). La distinzione di tipo accentuale tra vocativo (<hi rend="italic">G</hi><hi rend="italic CharOverride-3">o</hi><hi rend="italic">še</hi>)<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-005-backlink"><ref target="_07.html#footnote-005">10</ref></hi></hi> e nominativo/forma base<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-004-backlink"><ref target="_07.html#footnote-004">11</ref></hi></hi> (<hi rend="italic">Goš</hi><hi rend="italic CharOverride-3">e</hi>, diminutivo di <hi rend="italic">Georgi</hi>) di alcuni dialetti bulgari occidentali potrebbe rappresentare una sorta di tappa intermedia nel processo di convergenza formale tra diminutivi e vocativi. Allo stesso tempo, da tale convergenza deriverebbe anche la tendenza a dispreferire nelle lingue slave meridionali che l’hanno conservato l’uso del vocativo con nomi propri (e non diminutivi) per l’incongruenza pragmatico-stilistica che si viene a creare tra il nome proprio e la desinenza -<hi rend="italic">e </hi>avvertita come formante vezzeggiativo.</p><p rend="text">All’origine dei nomi maschili in -<hi rend="italic">o </hi>dovrebbe invece essere posta la possibilità di formazione di antroponimi in -<hi rend="italic">o </hi>ereditata da un periodo di evoluzione molto antico, sia nel caso si tratti della continuazione del nominativo dei temi in *-<hi rend="italic">o </hi>sia che essi siano derivati dalla trasposizione della desinenza del nominativo-vocativo del neutro<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-003-backlink"><ref target="_07.html#footnote-003">12</ref></hi></hi>. Il formante -<hi rend="italic">o </hi>avrebbe in seguito facilitato la reintepretazione dei vocativi degli ipocoristici terminanti in -<hi rend="italic">a </hi>/ -<hi rend="italic">ja </hi>(Jovićević 1992, 148-52) e avrebbe a sua volta favorito il passaggio della desinenza -<hi rend="italic">u </hi>del vocativo in -<hi rend="italic">o</hi>, considerato all’origine degli appellativi dello slovacco del tipo <hi rend="italic">Janko! </hi>(cfr. Stanislav 1973b, 44) e del vocativo maschile del bulgaro, es. <hi rend="italic">graždanino! </hi>(cfr. Mirčev 1978, 165)<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-002-backlink"><ref target="_07.html#footnote-002">13</ref></hi></hi>. Data l’enorme estensione temporale e geografica del fenomeno in questione, successioni e sviluppi diversi possono aver avuto luogo in luoghi e tempi differenti.</p><p rend="text">L’ipotesi che il vocativo abbia interagito con gli antroponimi in -<hi rend="italic">e </hi>e in -<hi rend="italic">o </hi>e che possa aver contribuito alla loro stabilizzazione in alcune lingue slave trova indirettamente sostegno in quanto viene riferito nelle trattazioni teoriche di antroponimia relativamente alle peculiarità formali dei nomi propri in generale rispetto ai nomi comuni. La formazione di nuovi antroponimi – o forse sarebbe meglio dire la ‘creazione’ di nuovi antropomini, dato il ruolo fondamentale della fantasia creativa dei parlanti nella loro invenzione (“address is […] a linguistic domain where almost everything seems to be possible”, Braun 1988, 306) – prevede infatti processi molto invasivi della struttura della parola e sconosciuti alle regole derivazionali dei nomi comuni (a. disintegrazione tematica della radice; b. troncamenti e riduzione a tema puro<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-001-backlink"><ref target="_07.html#footnote-001">14</ref></hi></hi>; c. neutralizzazione delle distinzioni formali di genere), i quali coincidono con alcune delle modalità di formazione di appellativi ipocoristici o vocativi innovativi nelle lingue slave moderne (a. polacco <hi rend="italic">Rasz </hi>&lt; <hi rend="italic">Radosław</hi>; b. russo <hi rend="italic">Van’ </hi>&lt; <hi rend="italic">Vanja </hi>&lt; <hi rend="italic">Ivan</hi>; c. polacco <hi rend="italic">Kasiu</hi><hi rend="italic"> </hi>&lt; <hi rend="italic">Kasia</hi>). Tale coincidenza, come è evidente, è manifestazione della medesima funzione referenziale-appellativa che nomi propri e vocativo svolgono nella comunicazione umana. Ciò significa che vocativi e nomi propri, oltre ad essere prossimi dal punto di vista funzionale, mostrano tipologie di formazione in parte coincidenti (e divergenti da quelle dei nomi comuni). Poiché, come ricordato sopra, vi sono casi in sincronia in cui le desinenze di vocativo sono reinterpretate come desinenze ipocoristiche, appare lecito sostenere che ai processi di formazione degli antroponimi nelle lingue slave sia opportuno aggiungere il vocativo, nel senso che le desinenze del caso vocativo sono state in passato, e continuano ad essere oggi, uno degli strumenti selezionabili dai parlanti di lingue slave per la creazione di antroponimi. Vale naturalmente anche il contrario, e cioè che formanti antroponimici o strategie antroponimiche possono divenire strumenti specializzati per l’espressione del vocativo. Il punto di contatto o di massima labilità categoriale tra vocativo e antroponimi sarebbe da identificare nella funzione stessa dell’appello, di cui il vocativo rappresenta la grammaticalizzazione a livello morfologico, e ancora di più tra il vocativo e i diminutivi / ipocoristici, nel momento in cui, per i tratti funzionali ed espressivi da essi condivisi, le desinenze di vocativo assumono carattere sincretico, svolgendo contemporaneamente il ruolo di desinenza e di marca ipocoristica (“pełnią jednocześnie rolę końcówki i wykładnika hipokorystyczności”, Domin 1982, 38).</p><p rend="text_top">5. Lo studio ha messo in evidenza come per gli antroponimi slavi in -<hi rend="italic">e </hi>e -<hi rend="italic">o </hi>un processo di evoluzione <hi rend="italic">desinenze di vocativo &gt; suffissi derivativi ipocoristici &gt; formanti antroponimici </hi>possa essere considerato del tutto plausibile, benché solo come modalità di formazione parallela e intrecciata ad altri processi di rifunzionalizzazione morfematica. Come fenomeno osservabile sia in diacronia che in sincronia, la labilità categoriale tra vocativo e formazione delle parole può dunque essere considerata connaturata al sistema delle lingue slave. Essa non si è manifestata, però, con la stessa intensità e i medesimi esiti nelle diverse lingue. Gli antroponimi slavi in -<hi rend="italic">e </hi>e -<hi rend="italic">o </hi>hanno avuto infatti nelle varie lingue slave diffusione e distribuzione differenti e occupano oggi posti difformi all’interno del sistema di ciascuna lingua e delle loro varietà<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-000-backlink"><ref target="_07.html#footnote-000">15</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">In conclusione, vale la pena di osservare che sia la presenza / assenza di vocativo, sia le diverse modalità di formazione degli antroponimi creano delle disomogeneità forti all’interno dei sottogruppi delle lingue slave così come li conosciamo: ceco e slovacco, altrimenti del tutto prossimi strutturalmente, si mostrano divergenti proprio per quanto riguarda il vocativo, obbligatorio in ceco, assente in slovacco, e per la presenza di antroponimi maschili in -<hi rend="italic">o</hi>, pressoché assenti in ceco, frequentissimi in slovacco. Lo stesso vale per il russo e l’ucraino, quest’ultimo più vicino al bulgaro sia per il mantenimento del vocativo che per la diffusione degli antroponimi in -<hi rend="italic">o</hi>.</p><p rend="h2">Riferimenti bibliografici</p><p rend="bib_indx_bib">Belić, A. 1901. “Zur Entwicklungsgeschichte der slavischen Deminutiv- und Amplifikativsuffixe”. <hi rend="italic">Archiv für slavische Philologie</hi> 13: 134-205.</p><p rend="bib_indx_bib">Bernštejn, S. B. 1974. <hi rend="italic">Očerki sravniteľnoj grammatiki slavjanskich jazykov</hi>. Moskva: Nauka.</p><p rend="bib_indx_bib">Bondaletov, V. D. 1983. <hi rend="italic">Russkaja onomastika</hi>. Moskva: Prosveščenie.</p><p rend="bib_indx_bib">Braun, F. 1988. <hi rend="italic" >Terms of Address. Problems of patterns and usage in various languages and cultures</hi><hi >. 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Bologna: Bononia University Press.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="_07.html#footnote-013-backlink">2</ref></hi>	Non verrà fatta distinzione tra nomi originariamente semplici e nomi semplici ma derivati per riduzione da nomi composti (<hi rend="italic">Rus </hi>vs. <hi rend="italic">Rasz </hi>&lt; <hi rend="italic">Radosław</hi>, Rospond 1966, 207). Una precisa separazione non è peraltro sempre effettuabile (a riguardo Rospond 1966; Superanskaja 1969, 67-76).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="_07.html#footnote-012-backlink">3</ref></hi>	La tipologia delle opere di onomastica è molto variegata. La riflessione onomastica nei diversi paesi slavi, pur partendo dalla grande tradizione ottocentesca iniziata con Miklošić (1860), non è continuata sempre in maniera costante, affrontando questioni differenti e con approcci diversi. Come per il vocativo, anche per gli antroponimi in -<hi rend="italic">e </hi>e -<hi rend="italic">o </hi>è la linguistica polacca quella che offre più trattazioni, materiali e spunti di riflessione (ad es. Taszycki 1968; Milewski 1969; Kurzowa 1970; Cieślikowa 1971).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="_07.html#footnote-011-backlink">4</ref></hi>	Ilčev (1969, 19-28) riporta vari nomi propri in -<hi rend="italic">e</hi>. Tuttavia la loro accettabilità come tali non è condivisa da tutti i parlanti, che percepiscono queste forme piuttosto come dialettali oppure come diminutivi o vocativi.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="_07.html#footnote-010-backlink">5</ref></hi>	Cfr. Pleskalová 1988.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="_07.html#footnote-009-backlink">6</ref></hi>	Cfr. Bondaletov 1983, 99. Cfr. anche Tupikov 2005.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="_07.html#footnote-008-backlink">7</ref></hi>	A questo proposito meriterebbe forse più attenzione il fatto che in lituano i diminutivi rientrano tra le strategie con cui può essere espresso il vocativo (cfr. Dulewiczowa 1986, 89).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="_07.html#footnote-007-backlink">8</ref></hi>	A questa possibilità accenna anche Bernštejn (1974, 210).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="_07.html#footnote-006-backlink">9</ref></hi>	Cfr. ad esempio la forma diminutiva <hi rend="italic">Pawlę </hi>attestata da Franko (1906, 13) in alcuni dialetti ucraini occidentali e che corrisponderebbe etimologicamente alla forma slava meridionale <hi rend="italic">Pavle</hi>.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="_07.html#footnote-005-backlink">10</ref></hi>	Si tratta di una retrazione dell’accento identica a quella che troviamo al vocativo femminile, cfr. <hi rend="italic">gora</hi><hi rend="italic"> </hi>vs. <hi rend="italic">goro!</hi></p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="_07.html#footnote-004-backlink">11</ref></hi>	‘Forma base (o generale)’ è il termine con cui si fa riferimento in bulgaro, lingua priva di flessione nominale, alla forma del sostantivo derivata etimologicamente dal nominativo singolare e sulla quale vengono create le altre forme (p. es. vocativo).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="_07.html#footnote-003-backlink">12</ref></hi>	Trattandosi di un periodo dello sviluppo delle lingue slave così remoto, la distinzione in base al genere avrebbe potuto non essere ancora pertinente.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="_07.html#footnote-002-backlink">13</ref></hi>	Anche in polacco la desinenza -<hi rend="italic">o </hi>dei diminutivi maschili (<hi rend="italic">Jasio</hi>) e la desinenza -<hi rend="italic">u </hi>del vocativo degli stessi (<hi rend="italic">Jasiu!</hi>) tendono a sovrapporsi e a essere usati indistintamente (nominativo-vocativo <hi rend="italic">Jasio </hi>/ <hi rend="italic">Jasiu</hi>).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="_07.html#footnote-001-backlink">14</ref></hi>	Si ritiene, a proposito, che il vocativo indoeuropeo, e quindi quello slavo, derivi dalla stessa strategia di riduzione tematica.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="_07.html#footnote-000-backlink">15</ref></hi>	La complessità dell’evoluzione di tali antroponimi nelle singole lingue slave e nei loro dialetti non è stata presa in considerazione in questo lavoro.</p>
      
      
      
      
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