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        <title type="main" level="a">Un lungo viaggio di Res publica: distanze e incroci linguistici fra la «Repubblica fiorentina» e il Giappone moderno</title>
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            <forename>Nozomi</forename>
            <surname>Mitsumori</surname>
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          <resp>This is a section of <title>East and West Entangled (17th-21st Centuries)</title>(DOI: <idno type="DOI">10.36253/979-12-215-0242-8</idno>) by </resp>
          <name>Rolando Minuti, Giovanni Tarantino</name>
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        <publisher>Firenze University Press</publisher>
        <pubPlace>Florence</pubPlace>
        <date when="2023">2023</date>
        <idno type="DOI">https://doi.org/10.36253/979-12-215-0242-8.09</idno>
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        <p>Contact with Western civilisation generated an enormous amount of translation of Western writings in Japan in the second half of the 19th century. Society and culture of modern Japan were built on this great undertaking, but discrepancies between the source and target languages can create complex entanglements. It is certainly fascinating to pay attention to the very entanglements created in the process of moving from the original language to the language of translation. From this point of view, one of the most interesting examples, the subject of this essay, is the term res publica/republic and its Japanese translation kyōwa, due to their linguistic distances and intersections.</p>
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            <item>Res publica; Translation; kyowa; Nineteenth Century; Japan</item>
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      <p>It is available online at https://doi.org/10.36253/979-12-215-0242-8.09<ref target="https://doi.org/10.36253/979-12-215-0242-8.09" /></p>
      
      
      
      
      
      
      <p rend="h1_chapter">Un lungo viaggio di <hi rend="italic">Res publica</hi>: distanze e incroci linguistici fra la «Repubblica fiorentina» <lb/>e il Giappone moderno<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-028-backlink"><ref target="09.html#footnote-028">1</ref></hi></hi></p><p rend="h1_author" ><hi>Nozomi Mitsumori</hi></p><p rend="h1_indexAbstract"><hi rend="bold">Abstract</hi>: Contact with Western civilisation generated an enormous amount of translation of Western writings in Japan in the second half of the 19th century. Society and culture of modern Japan were built on this great undertaking, but discrepancies between the source and target languages can create complex entanglements. It is certainly fascinating to pay attention to the very entanglements created in the process of moving from the original language to the language of translation. From this point of view, one of the most interesting examples, the subject of this essay, is the term res publica/republic and its Japanese translation kyōwa, due to their linguistic distances and intersections.</p><p rend="h1_indexAbstract"><hi rend="bold">Keywords</hi>: Res publica, Translation, Kyōwa, 19th century, Japan</p><p rend="h2 ParaOverride-1" ><hi>Introduzione</hi></p><p rend="text" ><hi>Il contatto con la civiltà occidentale generò un’enorme quantità di traduzioni di scritti occidentali su tutti gli argomenti nel Giappone della seconda metà del XIX secolo, e la società e la cultura del Giappone moderno si svilupparono sulla base di questa grande impresa. Nel processo di traduzione i giapponesi hanno coniato molte parole per esprimere concetti e cose che non si trovavano nella loro cultura e nelle loro tradizioni, e non è esagerato dire che esse hanno cambiato la lingua giapponese stessa. Adesso sarebbe inconcepibile parlare il giapponese senza questi vocaboli, che definiscono anche la società e la cultura giapponese contemporanea. I giapponesi odierni li usano senza rendersi più conto delle radici di essi e del divario tra la lingua di partenza e quella di arrivo. Questo è un atteggiamento normale nella vita quotidiana, ma a volte può creare seri problemi quando si traducono le opere occidentali, specialmente quelle premoderne, soprattutto a livello accademico.</hi></p><p rend="text" ><hi>Naturalmente, come è vero per tutte le lingue, non si può semplicemente assumere che solo perché la stessa parola esisteva in tempi antichi, medievali o moderni, essa mantenga lo stesso significato. È ovvio che le parole presenti nelle fonti storiche non possono essere separate dal loro contesto storico e trattate con lo stesso significato che hanno oggi, ed esso deve pertanto essere riferito a come era inteso al momento del loro uso. Eppure, quando si scrive di storia medievale occidentale in giapponese, bisogna notare che oltre ai cambiamenti dovuti al passare del  tempo, le discrepanze tra la lingua di partenza e quella di arrivo possono creare intrecci ancora più complessi, e può risultare molto interessante prestare attenzione agli intrecci stessi che si determinano nel processo di passaggio dalla lingua originale a quella di traduzione. Per una persona come me, la cui madre lingua è il giapponese e che si occupa di storia medievale e rinascimentale di Firenze, «repubblica» è sicuramente una di quelle parole che, nel corso delle varie traduzioni, ha subito molti cambiamenti di significato e che vanno quindi trattate con estrema attenzione. È superfluo dire che sulla repubblica e sul repubblicanesimo è disponibile un’enorme quantità di studi in vari ambiti, e soprattutto hanno avuto un impatto internazionale le ricerche sul repubblicanesimo umanistico dell’Italia rinascimentale, condotte prima da Hans Baron, poi da John G. A. Pocock e Quentin Skinner della cosiddetta Scuola di Cambridge, anche se negli ultimi anni sono state ampiamente riconsiderate (Mineo 2009; Hankins 2010, 2019; Pedullà 2020). Tuttavia, non è mia intenzione entrare qui in una discussione sulla storia del pensiero politico. Mi limiterò invece a fare u</hi><hi>na piccola riflessione sulle distanze e sugli incroci linguistici</hi><hi rend="italic"> </hi><hi>tra </hi><hi rend="italic">res publica</hi><hi> / repub</hi><hi>blica, e la sua traduzione giapponese </hi><hi rend="italic">kyōwa</hi><hi> </hi><hi rend="CharOverride-1">共和</hi><hi>.</hi></p><p rend="h2" ><hi rend="italic">Res publica </hi><hi>- Repubblica</hi></p><p rend="text" ><hi>Com’è noto, la parola «repubblica» deriva dal latino </hi><hi rend="italic">res publica</hi><hi> che significa letteralmente «cosa pubblica». È famosa la definizione ciceroniana secondo cui </hi><hi rend="italic">res publica</hi><hi> è </hi><hi rend="italic">res populi</hi><hi>, la «cosa del popolo» (Cic. </hi><hi rend="italic">De Re Publica</hi><hi> 1.39). Ma </hi><hi rend="italic">res publica</hi><hi> era un termine molto ambiguo, e il suo significato si trasformò durante la lunga età romana. Gli antichi Romani non definirono il concetto di </hi><hi rend="italic">res publica</hi><hi>, e non è neanche chiaro quando comparve questa locuzione (Moatti 2017, 2018, 2020). Secondo Claudia Moatti, «</hi><hi rend="italic">res publica</hi><hi> does not have a precise meaning, it was what the citizens made it, through common action or through conflict» (Moatti 2017, 34). Piuttosto, ciò che caratterizza </hi><hi rend="italic">res </hi><hi rend="italic">publica</hi><hi> può essere la sua grandissima ambiguità (Moatti 2017, 35; 2020, 122). È quindi una parola difficile da tradurre nelle lingue moderne, e i diversi significati contenuti in </hi><hi rend="italic">res publica</hi><hi> si perdono quando si traduce in «repubblica». D’altra parte, però, fu proprio questo atto di traduzione (compiuto da Leonardo Bruni, il celebre umanista e cancelliere fiorentino del XV secolo) che, come vedremo più avanti, diede un grande impulso alla trasformazione che avrebbe portato al suo significato moderno di </hi><hi rend="italic">res publica</hi><hi>, forma costituzionale non-monarchica. </hi></p><p rend="text" ><hi>Naturalmente anche dopo l’antichità romana il termine </hi><hi rend="italic">res publica</hi><hi> non fu completamente dimenticato. Sant’Agostino trasmise la definizione ciceroniana, citandola nel </hi><hi rend="italic">De Civitate Dei</hi><hi> (2.21). Durante il medioevo, </hi><hi rend="italic">res publica</hi><hi> appare negli scritti politici e giuridici nel senso di comunità politica o, in altre parole, di unità transpersonale dell’ordine politico (Canning 2005, 65-66, 173). Di per sé il termine non connotava alcuna forma specifica di costituzione, ma rappresentava un’entità astratta e perpetua distinta dal sovrano o dal governo e si usava anche per il regno (</hi><hi rend="italic">res publica regni</hi><hi>) o per l’intera comunità cristiana (</hi><hi rend="italic">respublica christiana</hi><hi>). </hi></p><p rend="text" ><hi>A partire dal Duecento, i giuristi attribuirono gradualmente a varie comunità la qualità di </hi><hi rend="italic">res publica</hi><hi>, e alla fine del Trecento definivano comunemente con questo termine la città autonoma (</hi><hi rend="italic">civitas superiorem non recognoscens</hi><hi>) (Mager 1991, 233-36); però, la libertà di una città dell’epoca presuppone l’alta sovranità dell’Impero e della Chiesa (Mineo 2009, 136), e come scrive Ronald G. Witt, «In the legal </hi><hi>language of the day Florence like Milan and other Italian city-states was a </hi><hi rend="italic">provincia</hi><hi> or </hi><hi rend="italic">civitas</hi><hi> within the </hi><hi rend="italic">respublica</hi><hi> of the Holy Roman Empire» (Witt 1983, 385).</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi xml:id="footnote-027-backlink"><ref target="09.html#footnote-027">2</ref></hi></hi></p><p rend="text" ><hi>Tuttavia dagli ultimi decenni del Trecento, secondo Riccardo Fubini, Firenze «si sarebbe riorganizzata non più nell’ambito delle aggregazioni e rappresentanze sociali del Comune, ma nei termini di una più salda e unitaria struttura di potere, quale appunto confacente alla “repubblica” o, altrimenti detto, al pubblico organismo, romanisticamente inteso, del “populus Florentinus”» (Fubini 1996, 43). Fubini inoltre fa notare la rivendicazione di sovranità del Parlamento del 1378, cioè, «totalis, plenissima et integra auctoritas et potestas populi Florentini» e il suo intento di radicale riforma: «cum […] necesse sit quasi </hi><hi>totam rempublicam communis reformare […] pro bono statu civitatis Florentie et totius reipublice», supponendo che l’espressione </hi><hi rend="italic">respublica communis</hi><hi> dovrebbe essere ricalcata su </hi><hi rend="italic">respublica regni</hi><hi> (Fubini 1994a, 65).</hi></p><p rend="text" ><hi>In concomitanza con questa trasformazione istituzionale verso la nuova formazione statale, denominata dagli storici «Stato territoriale», nella documentazione cittadina </hi><hi rend="italic">res publica</hi><hi> cominciò a comparire sempre più frequentemente. La costruzione del sepolcro dedicato all’illustre condottiero Giovanni Acuto nel Duomo di Firenze fu deliberata per le sue «Gesta magnifica ac fidelia in honorem et magnificentiam reipublice florentine» (Poggi 1988, 123)</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi xml:id="footnote-026-backlink"><ref target="09.html#footnote-026">3</ref></hi></hi><hi> e Coluccio Salutati è definito «honorabilis</hi><hi> et dignissimus» cancelliere, che «in negotiis Reipublice Florentine laboravit assidue» (Gherardi 1893, 129).</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi xml:id="footnote-025-backlink"><ref target="09.html#footnote-025">4</ref></hi></hi><hi> Inoltre, la prima rubrica dello statuto del 1409, sospeso probabilmente per la sua notevole audacia, dichiara che Giovanni da Montegranaro, giurista incaricato della redazione, «ad florentinam rem publicam singularem benevolentiam</hi><hi> gerebat» (Tanzini 2004, 31).</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi xml:id="footnote-024-backlink"><ref target="09.html#footnote-024">5</ref></hi></hi><hi> </hi></p><p rend="text" ><hi>All’inizio del Quattrocento, secondo Fubini,</hi></p><p rend="quotation_b" ><hi>per quanto le ambasciate fossero formalmente in nome del Comune («pro communi Florentie»), miravano ora a rappresentare un potere più ampio, in termini legali arduo da definire, e che perciò veniva detto di volta in volta, se in rapporto a una definizione dei confini e della relativa sfera giurisdizionale, il «territorium communis Florentie»; oppure, se in rapporto alla sovranità pubblica, il «populus», o la «respublica», o il «dominium</hi><hi> Florentinum»; o ancora, infine, se in rapporto alla continuità del potere interno, il «Florentinum regimen» (Fubini 1996, 60).</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi xml:id="footnote-023-backlink"><ref target="09.html#footnote-023">6</ref></hi></hi></p><p rend="text" ><hi rend="italic">Res publica</hi><hi> è, insomma, uno dei termini storici che venivano utilizzati per definire lo Stato territoriale che stava emergendo in quell’epoca. </hi></p><p rend="text" ><hi>A partire dalla cancelleria di Salutati, poi del suo discepolo Bruni, la rivendicazione statale si riflette nelle corrispondenze diplomatiche di Firenze, dove appare </hi><hi rend="italic">res publica</hi><hi> sempre più costantemente al posto del tradizionale </hi><hi rend="italic">res</hi><hi> </hi><hi rend="italic">communes</hi><hi>, al fine propagandistico di vantarsi della libertà fiorentina e di rivendicare la legittimazione della sovranità statale. Questa rivendicazione si esprime pienamente nelle </hi><hi rend="italic">Historiae Florentini</hi><hi rend="italic"> Populi</hi><hi> di Bruni, un’opera fondamentale per la storiografia umanistico-rinascimentale e per la prima storia ufficiale di Firenze. Celebrando le conquiste territoriali e la grandezza dello Stato fiorentino, le </hi><hi rend="italic">Historiae</hi><hi> offrirono una nuova immagine storica di Firenze, che emergeva allora come una grande potenza in Italia, e che si andava a sostituire alla vecchia immagine comunale e mercantile, rappresentata dalle cronache cittadine di Giovanni Villani e dei suoi continuatori trecenteschi (Fubini 2003a;  2003b; 2003c).</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi xml:id="footnote-022-backlink"><ref target="09.html#footnote-022">7</ref></hi></hi><hi> </hi></p><p rend="text" ><hi>Nell’opera, l’espressione </hi><hi rend="italic">res publica</hi><hi> conta all’incirca ben duecentocinquanta occorrenze, ma con vari significati. James Hankins, che ha tradotto le </hi><hi rend="italic">Historiae</hi><hi> in inglese, sceglie infatti</hi><hi> diverse espressioni per la traduzione di </hi><hi rend="italic">res publica</hi><hi>, come </hi><hi rend="italic">commonwealth</hi><hi>, </hi><hi rend="italic">government</hi><hi>, </hi><hi rend="italic">public affairs</hi><hi>, </hi><hi rend="italic">public good</hi><hi>, </hi><hi rend="italic">regime</hi><hi>, </hi><hi rend="italic">republic</hi><hi>, </hi><hi rend="italic">state</hi><hi> ecc.</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi xml:id="footnote-021-backlink"><ref target="09.html#footnote-021">8</ref></hi></hi><hi> e osserva che «in Bruni’s original works, </hi><hi rend="italic">respublica</hi><hi> maintains its ancient and medieval meaning of “any legitimate form of government serving the common good,” or more neutrally as simply “the state” or “affairs of state”» (Hankins 2010, 464). Bruni, nel complesso, non usa </hi><hi rend="italic">res publica</hi><hi> nel senso moderno proprio di «repubblica», ma con questo termine indica i poteri politici non-monarchici. A parte il libro primo che tratta il periodo antico e quello medievale anteriore al 1250,</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi xml:id="footnote-020-backlink"><ref target="09.html#footnote-020">9</ref></hi></hi><hi> dove con </hi><hi rend="italic">res publica</hi><hi> si intende l’Impero Romano, Bruni usa </hi><hi rend="italic">res publica</hi><hi> solo in riferimento a città come Firenze, Pisa, Arezzo, ecc. – anche se non troviamo la locuzione </hi><hi rend="italic">Respublica florentina</hi><hi> come definizione dello Stato fiorentino – e non la usa mai, per esempio, per riferirsi al regno di Napoli.</hi></p><p rend="text" ><hi>Tuttavia, il contributo principale di Bruni per portare il nuovo significato di </hi><hi rend="italic">res publica</hi><hi> alle generazioni successive sta nel fatto che quando egli tradusse la </hi><hi rend="italic">Politica</hi><hi> di Aristotele in latino nel 1438, scelse </hi><hi rend="italic">res publica</hi><hi> per la traduzione di </hi><hi rend="italic">πολιτεία</hi><hi>. Aristotele classifica sei forme di governo: le tre rette forme di governo di uno, di pochi, di molti, e le tre corrotte di governo di uno, di pochi, di molti (</hi><hi rend="italic">Politica</hi><hi> 3.7). E qui </hi><hi rend="italic">πολιτεία</hi><hi> è usata non solo nel senso della costituzione di governo in genere, ma anche nel senso del retto governo di molti, cioè il «buon governo popolare». La traduzione bruniana godette di una fortuna strepitosa e venne diffusa e consultata ampiamente per tutta l’Europa nella prima età moderna, sostituendo </hi><hi rend="italic">res publica</hi><hi> a </hi><hi rend="italic">politeia, </hi><hi>traslitterazione di </hi><hi rend="italic">πολιτεία</hi><hi>, scelta nella traduzione medievale eseguita dal domenicano Guglielmo di Moerbeke nel 1268 e adottata anche negli scritti di Tommaso d’Aquino (Hankins 2010, 464)</hi><hi rend="italic">.</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi xml:id="footnote-019-backlink"><ref target="09.html#footnote-019">10</ref></hi></hi><hi> Nell’antichità romana </hi><hi rend="italic">πολιτεία</hi><hi> e </hi><hi rend="italic">res publica</hi><hi> non erano in un rapporto di traduzione univoca (Moatti 2018, 65-67). Così, fu proprio da Bruni che per la prima volta </hi><hi rend="italic">res publica</hi><hi> fu pienamente identificata con </hi><hi rend="italic">πολιτεία</hi><hi> come il retto governo di molti di Aristotele (Hankins 2010, 465-466). Anche se la scelta di Bruni potrebbe essere prevalentemente linguistica, come si evince nel suo trattato sulla teoria della traduzione, </hi><hi rend="italic">De interpretatione recta</hi><hi> (1420-1426),</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi xml:id="footnote-018-backlink"><ref target="09.html#footnote-018">11</ref></hi></hi><hi> egli orientò l’uso di </hi><hi rend="italic">res publica</hi><hi> nel senso della forma di governo popolare, e poi dello Stato repubblicano proprio.</hi></p><p rend="text" ><hi>Ormai, nell’Italia del pieno Quattrocento, gli umanisti solevano usare </hi><hi rend="italic">res publica</hi><hi> per indicare la costituzione non-monarchica nei loro scritti politici, e le città di vario livello si chiamavano comunemente </hi><hi rend="italic">res publica</hi><hi> per autodefinizione (Mineo 2009, 163). Eppure, nelle relazioni diplomatiche, la comparsa di questo termine come denominazione di Stato è tardiva. Come sopra menzionato da Fubini, le ambasciate erano «formalmente in nome del Comune» e Firenze continuò ad essere chiamata a lungo con la terminologia medievale, </hi><hi rend="italic">Commune Florentiae</hi><hi> o </hi><hi rend="italic">Communitas Florentiae,</hi><hi> nei trattati diplomatici con cui i poteri statali italiani si riconoscevano e si legittimavano reciprocamente.</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi xml:id="footnote-017-backlink"><ref target="09.html#footnote-017">12</ref></hi></hi><hi> Anche nel testo della famosa Lega italica del 1454-55 Firenze rimane </hi><hi rend="italic">Communitas Florentina</hi><hi> (Theiner 1862, 379-386).</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi xml:id="footnote-016-backlink"><ref target="09.html#footnote-016">13</ref></hi></hi><hi> Per quanto ne sappiamo, uno dei primi esempi dell’uso del termine </hi><hi rend="italic">Respublica Florentina</hi><hi> si riscontra nei documenti relativi al trattato di pace tra le potenze italiane, concluso a Roma nel 1468 (Lünig 1732, 39-100)</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi xml:id="footnote-015-backlink"><ref target="09.html#footnote-015">14</ref></hi></hi><hi>. In seguito, negli anni Ottanta del Quattrocento, possiamo trovare alcuni casi, anche se sporadici, dove Firenze è riconosciuta come </hi><hi rend="italic">Res publica</hi><hi>, per esempio, nella pace di Bagnolo per la conclusione della guerra di Ferrara nel 1484 (Lünig 1732, 125-146) </hi><hi>e in una pace firmata fra il papa, Napoli, Milano e Firenze nel 1486 (Carusi, 1909, CIII-CXIX); ma il processo non è affatto lineare, e sebbene fosse possibile fra gli Stati italiani, a volte poteva non andare ugualmente bene di fronte al potere imperiale. Nel trattato con l’imperatore Massimiliano d’Asburgo del 1509, Firenze è denominata </hi><hi rend="italic">Respublica</hi><hi> per i suoi cittadini, ma </hi><hi rend="italic">Communitas</hi><hi> per l’imperatore (Fubini 2009a, 37).</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi xml:id="footnote-014-backlink"><ref target="09.html#footnote-014">15</ref></hi></hi><hi> </hi></p><p rend="text" ><hi>Dopo l’accumulazione di questi usi oscillanti nell’arena diplomatica, il nome </hi><hi rend="italic">Respublica florentina</hi><hi> si affermò nei documenti diplomatici all’inizio del Cinquecento, cioè quando Machiavelli definì nel primo capitolo de </hi><hi rend="italic">Il Principe</hi><hi> che «Tutti gli stati, tutti e’ dominii che hanno avuto e hanno imperio sopra gli uomini, sono stati e sono o republiche</hi><hi> o principati». </hi></p><p rend="text" ><hi>Come giustamente scrivono James Hankins e Gabriele Pedullà, nell’Italia del Quattrocento non esistono la repubblica né, ancor meno, il repubblicanesimo nel senso moderno che esclude la monarchia (Hankins 2010; 2019), ma soltanto un </hi><hi rend="italic">weak humanist republicanism</hi><hi> (Pedullà 2020); tuttavia è pur vero che proprio allora viene aggiunto a </hi><hi rend="italic">res publica</hi><hi> un altro nuovo significato con l’esigenza di dare un nome ad una forma statale emergente, di fatto non-monarchica. Così, due secoli dopo, la prima edizione del vocabolario della Crusca (1612) definisce la «repubblica» come «Nome generale, che significa stato di Città libera, governato da popolo, per ben comune» (Accademia della Crusca 1612, 695). </hi></p><p rend="h2" ><hi rend="italic">Kyōwa</hi></p><p rend="text" ><hi>Mentre </hi><hi rend="italic">res </hi><hi rend="italic">publica</hi><hi> è il vecchio termine scelto per definire una nuova realtà politica, </hi><hi rend="italic">kyōwa</hi><hi> è il nuovo termine scelto per definire una realtà politica già affermatasi da tempo. </hi></p><p rend="text" ><hi>Durante il periodo Edo (1603-1868) il Giappone mantenne relazioni commerciali estere solo con gli olandesi, unici tra gli europei, nonostante la sua politica isolazionista. Lo shogunato Tokugawa acquisiva le sue conoscenze sugli affari europei attraverso le informazioni portate dagli olandesi, e la maggior parte degli studi e della tecnologia europei fu introdotta tramite i libri olandesi, formando la base della rapida apertura intellettuale che accelerò con l’affluire dei nuovi studi inglesi, francesi, tedeschi, ecc. alla fine del periodo Edo, quando il Giappone aprì il paese. Così, dal Settecento in poi, ma particolarmente nella seconda metà dell’Ottocento, nell’arco di tempo fra i trenta e quaranta anni prima e dopo la Restaurazione Meiji del 1868, si tradusse in giapponese un’immensa quantità di scritti occidentali di qualsiasi genere, prima per avere informazioni sui paesi occidentali, poi per riformare le proprie istituzioni sul loro modello. Questa massiccia impresa di traduzione ebbe un tale impatto sulla società giapponese moderna che il critico letterario Katō Shūichi</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi xml:id="footnote-013-backlink"><ref target="09.html#footnote-013">16</ref></hi></hi><hi> e il politologo Maruyama Masao, due grandi intellettuali, dedicarono un intero volume alle opere tradotte dell’epoca, quando compilarono la collezione del pensiero giapponese moderno (</hi><hi>Katō e Maruyama 1991).</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi xml:id="footnote-012-backlink"><ref target="09.html#footnote-012">17</ref></hi></hi></p><p rend="text" ><hi>Entrando in contatto con gli scritti occidentali, i giapponesi scoprirono molti concetti decisamente importanti che non esistevano nella propria cultura e tradizione, e li assorbirono traducendoli grazie ai </hi><hi rend="italic">kango</hi><hi>, vocaboli formati dalla combinazione di </hi><hi rend="italic">kanji</hi><hi>, ideogrammi o caratteri cinesi, con la pronuncia giapponesizzata. Fin dall’antichità i giapponesi traducevano i concetti del confucianesimo e del buddismo con i </hi><hi rend="italic">kango</hi><hi>, che quindi erano già largamente presenti nel vocabolario giapponese. I </hi><hi rend="italic">kango</hi><hi> sono comodi, perché sono parole concise (la maggior parte è costituita da non più di tre ideogrammi, normalmente da due), possono esprimere concetti astratti e se ne possono coniare facilmente di nuovi con nuove combinazioni di ideogrammi cinesi. I traduttori giapponesi fecero pieno uso di questa proprietà dei </hi><hi rend="italic">kango</hi><hi>. I </hi><hi rend="italic">kango</hi><hi> ottocenteschi venivano spesso presi dalla traduzione cinese degli scritti occidentali, ma nei casi in cui non esisteva la traduzione, si attingeva ai classici cinesi, oppure venivano coniati tramite nuove combinazioni di ideogrammi cinesi. In tal modo il Giappone acquisì vocaboli come </hi><hi rend="italic">shakai </hi><hi rend="italic CharOverride-1">社会</hi><hi>, «società», </hi><hi rend="italic">kojin</hi><hi> </hi><hi rend="CharOverride-1">個人</hi><hi> «individuo», </hi><hi rend="italic">jiyū</hi><hi> </hi><hi rend="CharOverride-1">自由</hi><hi> «libertà», </hi><hi rend="italic">tetsugaku</hi><hi> </hi><hi rend="CharOverride-1">哲学</hi><hi> «filosofia», ed anche, per «repubblica», </hi><hi rend="italic">kyōwa</hi><hi> </hi><hi rend="CharOverride-1">共和</hi><hi>.</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi xml:id="footnote-011-backlink"><ref target="09.html#footnote-011">18</ref></hi></hi><hi> </hi></p><p rend="text" ><hi>Già nella prima metà dell’Ottocento c’erano intellettuali che acquisirono conoscenze sul governo repubblicano tramite i libri olandesi, dove si trovavano descrizioni dettagliate sui neonati Stati Uniti. Era chiaro che nel mondo c’erano monarchie e repubbliche, però era estremamente difficile tradurre in giapponese la parola «repubblica», forma di governo del tutto ignota ai giapponesi, la quale all’inizio veniva tradotta descrittivamente come </hi><hi rend="italic">ō nakushite shihai saruru kuni</hi><hi> (Stato governato senza re) o </hi><hi rend="italic">sōgo ni tasuke au kuni</hi><hi> (Stato dove la gente si aiuta), ecc. (Saitō 1977, 118-19, 149). </hi></p><p rend="text" ><hi>Si crede che il geografo Mitsukuri Shōgo sia stato il primo ad adottare il termine </hi><hi rend="italic">kyōwa</hi><hi>. Secondo quanto scrisse Hozumi Nobushige, noto giurista delle epoche Meiji e Taishō, quando Mitsukuri, consultando diversi libri giapponesi ed olandesi, scriveva il </hi><hi rend="italic">Kon’yozushiki</hi><hi>, un libro di geografia universale pubblicato nel 1845, si imbatté nella parola olandese «Republiek» e, cercandola in un dizionario olandese, trovò la definizione «forma di governo non-monarchica». Ma poiché l’idea di un governo senza monarca era qualcosa di quasi incomprensibile per il popolo giapponese di allora, Mitsukuri, non sapendo come tradurla, si rivolse al rinomato confuciano Ōtsuki Bankei per chiedere una traduzione adeguata. </hi><hi>Ōtsuki disse</hi><hi> che sebbene fosse anomalo un paese senza monarca, ce n’era stato un esempio in Cina. Durante il regno della dinastia Zhou, infatti, si era verificato un caso in cui il re Li, a causa del suo governo spietato, si era inimicato il popolo ed era stato costretto a fuggire. Il governo fu allora preso da due duchi, che collaborarono per governare senza re per quattordici anni, il che venne chiamato </hi><hi rend="italic">kyōwa</hi><hi> </hi><hi rend="CharOverride-1">共和</hi><hi> (che letteralmente significherebbe </hi><hi rend="italic">kyō</hi><hi> </hi><hi rend="CharOverride-1">共</hi><hi> «insieme» e </hi><hi rend="italic">wa</hi><hi> </hi><hi rend="CharOverride-1">和</hi><hi> «pace»), perciò la forma di governo non-monarchica dovrebbe essere denominata </hi><hi rend="italic">kyōwa seiji</hi><hi> (governo </hi><hi rend="italic">kyōwa</hi><hi>). Seguendo questo consiglio, Mitsukuri adottò il termine per la traduzione di «repubblica» (Hozumi 1980, 204-205).</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi xml:id="footnote-010-backlink"><ref target="09.html#footnote-010">19</ref></hi></hi><hi> Egli infatti, nel suo </hi><hi rend="italic">Kon’yozushiki,</hi><hi> usa </hi><hi rend="italic">kyōwa seiji shū</hi><hi> (Stato del governo </hi><hi rend="italic">kyōwa</hi><hi>) per chiamare la Francia repubblicana e gli Stati Uniti (Mitsukuri 1845-1847, II:13v; IV: 3v). </hi><hi> </hi></p><p rend="text" ><hi>Naturalmente </hi><hi rend="italic">kyōwa</hi><hi> in sé non aveva nessuna connotazione del termine originale di </hi><hi rend="italic">res publica</hi><hi>, cioè «cosa pubblica». Tuttavia, gli intellettuali dell’epoca, tutti di formazione (neo)confuciana, non consideravano la repubblica semplicemente come una forma di governo non-monarchica.</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi xml:id="footnote-009-backlink"><ref target="09.html#footnote-009">20</ref></hi></hi><hi> Con la lettura dei testi olandesi ed inglesi, alla luce dei valori confuciani che formavano la base ideologica del loro pensiero, essi iniziarono a rendersi conto che l’ideale confuciano di </hi><hi rend="italic">jinsei</hi><hi> (politica di benevolenza) si stava realizzando nei paesi occidentali, e prestarono una particolare attenzione agli ospedali, agli orfanotrofi e agli ospizi per poveri istituiti nei paesi occidentali come a un tipico esempio di </hi><hi rend="italic">jinsei</hi><hi> (Watanabe 2016b; Karube 2017, 234-36).</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi xml:id="footnote-008-backlink"><ref target="09.html#footnote-008">21</ref></hi></hi><hi> Il confucianesimo inoltre riteneva che la politica dovesse essere condotta in modo da eliminare completamente gli interessi privati e che a tal fine le decisioni dovessero essere prese dopo un ampio dibattito pubblico. Data questa tradizione ideologica, i sistemi politici occidentali, come parlamentarismo e repubblica, erano, non a caso, oggetto di simpatia e rispetto. Infatti, non pochi intellettuali confuciani lodavano la forma di governo repubblicana (Watanabe 2016b, 207-208). </hi></p><p rend="text" ><hi>Fukuzawa Yukichi, grande pensatore ed educatore, intellettuale rappresentativo dell’era Meiji, pubblicò i primi tre volumi del </hi><hi rend="italic">Seiō</hi><hi rend="italic"> jijō</hi><hi> (Fatti occidentali) nel 1866, nei quali presentava vari aspetti della società occidentale, basandosi sulla vasta conoscenza acquisita tramite i libri olandesi ed inglesi e le due esperienze di viaggio nei paesi occidentali.</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi xml:id="footnote-007-backlink"><ref target="09.html#footnote-007">22</ref></hi></hi><hi> Nell’opera egli spiega tre forme di governo con la traslitterazione a fianco, «</hi><hi rend="italic">rikkun</hi><hi> (</hi><hi rend="italic">monaruki</hi><hi>)» cioè monarchia, «</hi><hi rend="italic">kizoku gōgi</hi><hi> (</hi><hi rend="italic">arisutokarashi</hi><hi>)» aristocrazia e «</hi><hi rend="italic">kyōwa seiji</hi><hi> (</hi><hi rend="italic">repoburiuku</hi><hi>)» repubblica, apprezzando gli Stati uniti come «</hi><hi rend="italic">junsui no kyōwa seiji</hi><hi> [pura repubblica]» dove i rappresentanti del popolo si riuniscono per discutere sulla politica nazionale, a prescindere da qualunque interesse privato (Fukuzawa [1866] 1958, 289). L’enorme successo dell’opera portò a Fukuzawa una grande fama, e il suo lavoro ebbe una tale influenza che la sua adozione di </hi><hi rend="italic">kyōwa</hi><hi> potrebbe aver contribuito notevolmente all’affermazione di questa traduzione. </hi></p><p rend="text" ><hi>Gli intellettuali, come Fukuzawa, che studiarono seriamente le lingue e le culture occidentali dalla fine dell’Edo all’inizio del Meiji</hi><hi>, erano stati allo stesso tempo plasmati profondamente dal confucianesimo (anche se Fukuzawa aveva un atteggiamento critico nei suoi confronti). Essi coniarono molte nuove parole attraverso l’uso di </hi><hi rend="italic">kango</hi><hi>, pur rimanendo sensibili ai rapporti tra la parola originale e la sua traduzione e ben consapevoli della divergenza dal significato originale. Tra questi intellettuali si può annoverare il pensatore politico e giornalista Nakae Chōmin. Egli studiò nella Francia della Terza Repubblica dal 1872 al 1874 e introdusse in Giappone le idee di Jean-Jacques Rousseau, venendo soprannominato appunto il «Rousseau d’Oriente». In un articolo pubblicato sul suo giornale </hi><hi rend="italic">Tōyō Jiyū</hi><hi> </hi><hi rend="italic">Shinbun</hi><hi> (Giornale della Libertà Orientale), Nakae, seguendo il giudizio rousseauiano espresso nel </hi><hi rend="italic">Contratto sociale</hi><hi>, si riferì al significato latino di «repubblica» come la «cosa pubblica» e affermò che qualunque fosse la forma di governo, se era ritenuta pubblica, era una repubblica (Nakae</hi><hi> [1881] 1985, 22); e quando tradusse </hi><hi rend="italic">Il contratto sociale</hi><hi>, scelse </hi><hi rend="italic">jichi no kuni</hi><hi> (Stato di autogoverno) per la traduzione di «repubblica» (Nakae [1882-1883] 1983, 126, 196-197)</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi xml:id="footnote-006-backlink"><ref target="09.html#footnote-006">23</ref></hi></hi><hi>. Nakae nello stesso tempo credeva che l’idea di libertà, uguaglianza e fratellanza fosse in linea con il pensiero tradizionale cinese (Watanabe 2016b, 195). </hi></p><p rend="text" ><hi>Tuttavia, a partire dalla fine dell’Ottocento, il rafforzamento del sistema autoritario dell’imperatore come sovrano e il progredire del militarismo resero sempre più difficile un’aperta discussione sulla forma di governo, e la parola </hi><hi rend="italic">kyōwa</hi><hi> finì per scomparire sullo sfondo. Inoltre il termine </hi><hi rend="italic">kyōwa</hi><hi> assunse un’ambiguità particolare. Questa si usava anche per la traduzione di «democrazia», che era poco distinguibile dalla repubblica per i giapponesi, e si confondevano il regime repubblicano e quello democratico.</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi xml:id="footnote-005-backlink"><ref target="09.html#footnote-005">24</ref></hi></hi><hi> In seguito, con l’arrivo della traduzione cinese degli </hi><hi rend="italic">Elements of International </hi><hi rend="italic">Law</hi><hi> di Henry Wheaton, </hi><hi rend="italic">Bankoku Koho </hi><hi>(Katō e Maruyama 1991, 3-35; 402-405), opera molto influente per la comprensione del diritto internazionale nei paesi asiatici, si aggiunse il termine </hi><hi rend="CharOverride-1">民主</hi><hi> </hi><hi rend="italic">minshu</hi><hi>, letteralmente </hi><hi rend="CharOverride-1">民</hi><hi> «popolo» e </hi><hi rend="CharOverride-1">主</hi><hi> «padrone», come traduzione di «repubblica». In Giappone, quindi, coesistevano i termini </hi><hi rend="italic">kyōwa</hi><hi> e </hi><hi rend="italic">minshu</hi><hi>, usati entrambi per fare riferimento alla repubblica o alla democrazia. Fu solo più tardi che </hi><hi rend="italic">kyōwa</hi><hi> passò a significare «repubblica» e </hi><hi rend="italic">minshu</hi><hi> «democrazia», come è ancora oggi. Questa definizione venne accettata anche in Cina, in seguito agli scambi culturali tra i due paesi all’inizio del Novecento. </hi></p><p rend="text" ><hi>Con la sconfitta nella Seconda guerra mondiale, l’Impero giapponese si dissolse e nacque il nuovo Stato del Giappone, che dava grande enfasi al valore della democrazia.</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi xml:id="footnote-004-backlink"><ref target="09.html#footnote-004">25</ref></hi></hi><hi> La costituzione, entrata in vigore nel 1947, dichiara la sovranità popolare, rispetta la libertà e l’uguaglianza, e definisce l’imperatore come il simbolo dello Stato e dell’unità del popolo giapponese, per cui l’imperatore non è più il sovrano. Eppure, la forma del sistema imperiale fu lasciata sopravvivere dagli Americani, i quali ritenevano che sarebbe stato utile per la loro politica di occupazione, e gli appelli giapponesi per l’abdicazione dell’imperatore e l’abolizione del sistema si placarono presto. </hi></p><p rend="text" ><hi>Nella società giapponese del dopoguerra l’idea di democrazia si diffuse, ma il repubblicanesimo non suscitava tanto interesse quanto il comunismo e il socialismo. Per un paese che non aveva né un partito politico che si definisse repubblicano né una esperienza repubblicana, il repubblicanesimo non era affatto familiare. Molti giapponesi tuttora sono poco interessati alla forma di governo del proprio paese. Nel sentire comune, il Giappone non è considerato una monarchia costituzionale, ma forse pochi saprebbero definirne con precisione la forma politica. L’ideologia del repubblicanesimo non ha mai preso piede in Giappone. Certo, i giapponesi conoscono la parola </hi><hi rend="italic">kyōwa</hi><hi> e sanno benissimo che nel mondo ci sono tante repubbliche, come la Repubblica Italiana, ma hanno poche occasioni per farsi un’idea precisa del governo repubblicano o del repubblicanesimo nella società giapponese.</hi></p><p rend="text" ><hi>Anche nel mondo accademico, gli studiosi giapponesi sono stati lenti a interessarsi al repubblicanesimo</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi xml:id="footnote-003-backlink"><ref target="09.html#footnote-003">26</ref></hi></hi><hi>. È stato per esempio solo intorno al 2008, in seguito alla pubblicazione della traduzione di </hi><hi rend="italic">The Machiavellian Moment</hi><hi> di John G. A. Pocock (Pocock 1975),</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi xml:id="footnote-002-backlink"><ref target="09.html#footnote-002">27</ref></hi></hi><hi> che gli studiosi di storia del pensiero politico hanno iniziato le ricerche sul repubblicanesimo su larga scala, stimolati in parte dalla situazione politica del periodo.</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi xml:id="footnote-001-backlink"><ref target="09.html#footnote-001">28</ref></hi></hi></p><p rend="text" ><hi>Tuttavia in anni recenti la parola originale </hi><hi rend="italic">res publica</hi><hi> ha di nuovo attirato l’attenzione degli studiosi giapponesi che si occupano di storia europea della prima età moderna. Essa viene usata per definire una certa forma di governo dei paesi dell’Europa orientale basata sulla comunità aristocratica e la monarchia elettorale, come la </hi><hi rend="italic">Rzeczpospolita</hi><hi> (</hi><hi rend="italic">res publica</hi><hi>) della costituzione polacco-lituana.</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi xml:id="footnote-000-backlink"><ref target="09.html#footnote-000">29</ref></hi></hi><hi> Poiché il giapponese </hi><hi rend="italic">kyōwa</hi><hi> non riesce ad esprimere questo significato ampliato di </hi><hi rend="italic">res publica</hi><hi>, si usa a volte, in questo caso, la traslitterazione </hi><hi rend="italic">Resu Puburika</hi><hi>. La traduzione aristotelica di Bruni, che non amava la traslitterazione, paradossalmente arrivò in Giappone nella versione di Moerbeke. Ultimamente la voce </hi><hi rend="italic">Resu Puburika</hi><hi> è stata perfino inclusa in un manuale di storia occidentale per gli studenti universitari come uno degli argomenti di riflessione e discussione (Nakazawa 2020). </hi></p><p rend="text" ><hi>Inoltre, è stato pubblicato il libro intitolato </hi><hi rend="italic">Repubblica con il re</hi><hi> (</hi><hi rend="italic">Ō no iru kyōwa sei</hi><hi>) che esamina alcuni esempi di repubbliche e teorie repubblicane che non negavano la monarchia nell’Europa pre-moderna (Nakazawa 2022). La «repubblica con il re», un’espressione apparentemente contraddittoria e provocatoria, pur non includendo il significato originale di «cosa pubblica», può contribuire a far progredire la comprensione delle implicazioni storiche di </hi><hi rend="italic">res publica</hi><hi>.</hi></p><p rend="text" ><hi>L’atto di traduzione crea incroci e distanze linguistiche di vario genere. Lo Stato territoriale della Firenze quattrocentesca adoperò per autodefinizione l’antica </hi><hi rend="italic">res publica</hi><hi>, aprendole la porta per acquisire il significato moderno di repubblica, mentre il Giappone dell’Ottocento coniò </hi><hi rend="italic">kyōwa</hi><hi> per afferrare il concetto di repubblica moderna, ad esso totalmente sconosciuto, utilizzando la lunga tradizione dei </hi><hi rend="italic">kango</hi><hi>. Eppure, le memorie dello specifico contesto storico in cui ogni parola è stata scelta si affievoliscono con il passare del tempo e la parola diminuisce il suo spessore. Per questo bisogna sempre riportare alla luce e ripristinare la ricchezza di incroci e distanze linguistiche del passato</hi></p><p rend="h2" ><hi>Archivi</hi></p><p rend="text" ><hi>Archivio di Stato di Firenze (ASF)</hi></p><p rend="text" ><hi rend="italic">Provvisioni, Registri, </hi><hi>LXXXII</hi></p><p rend="text" ><hi rend="italic">Statuti del comune di Firenze, </hi><hi>23</hi></p><p rend="h2" ><hi>Bibliografia</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi>Accademia della Crusca. 1612. </hi><hi rend="italic">Vocabolario degli Accademici della Crusca</hi><hi>. Venezia: Iacopo Sarzina.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi>Bruni, Leonardo. 2001-2007. </hi><hi rend="italic">History of the Florentine</hi><hi rend="italic"> People</hi><hi>, 3 voll., traduzione e a cura di James Hankins. Cambridge, MA: Harvard University Press.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi>Bruni, Leonardo. 2004. </hi><hi rend="italic">Sulla perfetta traduzione</hi><hi>, a cura di Paolo Viti. Napoli: Liguori.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi>Canning, Joseph. 2005. </hi><hi rend="italic">A History of Medieval Political Thought, 300-1450</hi><hi>. London-New York: Routledge.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi>Carusi, Enrico, a cura di. 1909. </hi><hi rend="italic">Dispacci e lettere di Giacomo Gherardi, nunzio pontificio a Firenze e Milano (11 settembre 1487-10 ottobre 1490)</hi><hi>. Roma: Tipografia Poliglotta Vaticana.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi>Chen, Liwei. 2019. </hi><hi rend="italic">Kindai chi no </hi><hi rend="italic">honyaku to denpa. Kango wo baikai ni</hi><hi> (</hi><hi rend="italic">Traduzione e diffusione della conoscenza moderna. Il tramite dei kango</hi><hi>). Tokyo: Sansei dō.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi>Dower, John W. (2001) 2004. </hi><hi rend="italic">Haiboku wo dakishimete. Dainiji taisengo no nihon jin</hi><hi>. </hi><hi>Traduzione di Yōichi Miura e Tadaaki Takasugi. </hi><hi>Tokyo: Iwanami Shoten (</hi><hi rend="italic">Embracing </hi><hi rend="italic">Defeat. Japan in the Wake of World War II</hi><hi>. New York: W.W. Norton &amp; Co., 1999).</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi>Fubini, Riccardo. 1994a. “Il regime di Cosimo de’ Medici al suo avvento al potere.” In Fubini, Riccardo, </hi><hi rend="italic">Italia Quattrocentesca. Politica e diplomazia nell’età di Lorenzo il Magnifico</hi><hi>, 62-86. Milano: FrancoAngeli.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi>Fubini, Riccardo. 1994b. “Lega italica e ‘politica dell’equilibrio’ all’avvento di Lorenzo de’ Medici al potere.” In Fubini, Riccardo, </hi><hi rend="italic">Italia Quattrocentesca. Politica e diplomazia nell’età di Lorenzo il Magnifico</hi><hi>, 185-219. Milano: Franco Angeli.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi>Fubini, Riccardo. 1996. “Diplomazia e governo in Firenze all’avvento dei reggimenti oligarchici.” In Fubini, Riccardo, </hi><hi rend="italic">Quattrocento fiorentino. Politica diplomazia cultura</hi><hi>, 11-98. Pisa: Pacini.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi>Fubini, Riccardo. 2003a. “Note preliminari sugli </hi><hi rend="italic">Historiarum Florentini Populi libri XII</hi><hi> di Leonardo Bruni.” In Fubini, Riccardo, </hi><hi rend="italic">Storiografia dell’umanesimo in Italia da Leonardo Bruni ad Annio da Viterbo</hi><hi>, 93-130. Roma: Edizioni di Storia e Letteratura. </hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi>Fubini, Riccardo. 2003b. </hi><hi>“La rivendicazione di Firenze della sovranità statale e il contributo delle «Historiae» di Leonardo Bruni.” In Fubini, Riccardo, </hi><hi rend="italic">Storiografia dell’umanesimo in Italia da Leonardo Bruni ad Annio da Viterbo</hi><hi>, pp. 131-64. Roma: Edizioni di Storia e Letteratura. </hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi>Fubini, Riccardo. 2003c. “Cultura umanistica e tradizione cittadina nella storiografia fiorentina del Quattrocento.” In Fubini, Riccardo, </hi><hi rend="italic">Storiografia dell’umanesimo in Italia da Leonardo Bruni ad Annio da Viterbo</hi><hi>, 165-94. Roma: Edizioni di Storia e Letteratura.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi>Fubini, Riccardo. 2003d. “Machiavelli, i Medici e la storia di Firenze nel Quattrocento.” In Fubini, Riccardo, </hi><hi rend="italic">Storiografia dell’umanesimo in Italia da Leonardo Bruni ad Annio da Viterbo</hi><hi>, 195-207. Roma: Edizioni di Storia e Letteratura.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi>Fubini, Riccardo. 2009a. “«Potenze grosse» e piccolo stato: origine della separazione nelle formulazioni politico-cancelleresche.” In Fubini, Riccardo, </hi><hi rend="italic">Politica e pensiero politico nell’Italia del Rinascimento. Dallo Stato territoriale a Machiavelli</hi><hi>, 17-42. Firenze: Edifir.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi>Fubini, Riccardo. 2009b. “L’istituzione diplomatica e la figura dell’ambasciatore.” In Fubini, Riccardo, </hi><hi rend="italic">Politica e pensiero politico nell’Italia del Rinascimento. Dallo Stato territoriale a Machiavelli</hi><hi>, 43-58. Firenze: </hi><hi>Edifir.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi>Fukuzawa, Yukichi. [1866] 1958. “</hi><hi rend="italic">Seiō jijō. Shohen”</hi><hi> (</hi><hi rend="italic">Fatti occidentali. Parte prima</hi><hi>). In </hi><hi rend="italic">Fukuzawa Yukichi Zenshū</hi><hi> (</hi><hi rend="italic">Opera omnia</hi><hi> </hi><hi rend="italic">di Fukuzawa Yukichi</hi><hi>), a cura di Keiō Gijuku, vol. 1: 275-382. Tokyo: Iwanami Shoten.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi>Gamberini, Andrea. 2018. “Leonardo Bruni traduttore militante. Echi della polemica </hi><hi>antisignorile nei </hi><hi rend="italic">Politicorum libri octo</hi><hi>.” In </hi><hi rend="italic">Ingenita curiositas. Studi sull’Italia medievale </hi><hi rend="italic">per Giovanni Vitolo</hi><hi>, a cura di Bruno Figliuolo, Rosalba Di Meglio, e Antonella Ambrosio, vol. 2: 805-817. Battipaglia (Napoli): Laveglia &amp; Carlone.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi>Gherardi, Alessandro, a cura di. 1893. </hi><hi rend="italic">I capitoli del Comune di Firenze. Inventario e Regesto</hi><hi>, vol. 2. Firenze:</hi><hi> M. Cellini.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi>Hankins, James. 2010. “Exclusivist Republicanism and the Non-Monarchical Republic.” </hi><hi rend="italic">Political Theory</hi><hi> 38, 4: 452-82.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi>Hankins, James. 2019. </hi><hi rend="italic">Virtue Politics: Soulcraft and Statecraft in Renaissance Italy</hi><hi>. Cambridge, MA: The Belknap Press of Harvard University Press.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi>Hozumi, Nobushige. (1916) 1980. </hi><hi rend="italic">Hōsō yawa</hi><hi>. Tokyo: Iwanami </hi><hi>Shoten. </hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi>Ienaga, Saburō. 1958. “Nihon ni okeru Kyōwa shugi no dentō.” (La tradizione del repubblicanesimo in Giappone) </hi><hi rend="italic">Shiso</hi><hi> (</hi><hi rend="italic">Pensiero</hi><hi>) 410: 1-17.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi>Karube, Tadashi. 2017. </hi><hi rend="italic">«Ishin Kakumei» e no michi. «Bunmei» wo motometa 19 seiki</hi><hi rend="italic"> Nihon</hi><hi> (</hi><hi rend="italic">La strada verso la «Rivoluzione Meiji». Il Giappone ottocentesco alla ricerca della «Civilizzazione»</hi><hi>). 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Archivio di Stato di Firenze (ASF), </hi><hi rend="italic">Provvisioni, Registri</hi><hi>, LXXXII, c. 212r (22 agosto 1393).</hi></p><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="09.html#footnote-025-backlink">4</ref></hi><hi>	L’espressione si trova in una deliberazione della Balia, consiglio legislativo straordinario, del 24 novembre 1400.</hi></p><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="09.html#footnote-024-backlink">5</ref></hi><hi>	Cfr. ASF, </hi><hi rend="italic">Statuti del comune di Firenze</hi><hi>, 23, c. 1r. </hi></p><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="09.html#footnote-023-backlink">6</ref></hi><hi>	Cfr anche Fubini (2009b, 46). </hi></p><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="09.html#footnote-022-backlink">7</ref></hi><hi>	Bruni dovrebbe aver scelto per il titolo </hi><hi rend="italic">populus</hi><hi> nel senso con cui i Romani indicavano lo Stato. </hi></p><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="09.html#footnote-021-backlink">8</ref></hi><hi>	Cfr. Bruni (2001-2007). Per inciso nella </hi><hi rend="italic">Nuova Cronica</hi><hi> di Giovanni Villani (vedi Villani 1990-1991), peraltro molto più voluminosa delle </hi><hi rend="italic">Historiae</hi><hi>, </hi><hi rend="italic">republica</hi><hi> o </hi><hi rend="italic">repubblica</hi><hi> compare </hi><hi>solo all’incirca venticinque volte e significa prevalentemente «bene comune».</hi></p><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="09.html#footnote-020-backlink">9</ref></hi><hi>	Secondo Bruni, questo è l’anno in cui Firenze fu affrancata dall’autorità imperiale per la morte dell’imperatore Federico II. Cfr. Fubini (2003c, 174; 2003d, 202).</hi></p><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="09.html#footnote-019-backlink">10</ref></hi><hi>	Sulla traduzione di Guglielmo di Moerbeke, cfr. Mager (1991, 236-37); Hankins (2010, 460-63); Schütrumpf (2014, 9-25). Vedi anche Rubinstein (2004, 370). Una delle ragioni per cui il domenicano evitò </hi><hi rend="italic">res publica</hi><hi> sarebbe «il fatto che nel </hi><hi rend="italic">Corpus iuris civilis</hi><hi>, </hi><hi rend="italic">res publica</hi><hi> significasse l’Impero». </hi></p><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="09.html#footnote-018-backlink">11</ref></hi><hi>	Vedi Hankins</hi><hi> (2010, 465-66); Schütrumpf (2014: 28-64). Bruni critica aspramente Guglielmo di Moerbeke, affermando che «[…] niente è detto in greco che non possa dirsi in latino […] lasciare in greco parole di cui abbiamo ottimi vocaboli corrispondenti è segno di grandissima ignoranza. Perché, ad esempio, ‘politia’ me la lasci in greco [πολιτεία], mentre con parola latina potresti e dovresti dire ‘res publica’?». La traduzione è in Bruni (2004, 121); vedi anche 208-11. Tuttavia, non c’è affatto da stupirsi se quando tradusse la </hi><hi rend="italic">Politica</hi><hi> egli avesse in mente il reale governo della Firenze del tempo, osservato come cancelliere. Andrea Gamberini vede l’intento politico di Bruni nella scelta delle parole per la sua traduzione (Gamberini 2018).</hi></p><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="09.html#footnote-017-backlink">12</ref></hi><hi>	Di questo si trovano vari esempi, come nel </hi><hi rend="italic">Codex Italiae diplomaticus</hi><hi> di Johann Christian Lünig, vol. 3 (vedi </hi><hi>Lünig 1732).</hi></p><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="09.html#footnote-016-backlink">13</ref></hi><hi>	Sulla Lega italica vedi Fubini (1994b).</hi></p><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="09.html#footnote-015-backlink">14</ref></hi><hi>	Sono casi eccezionali ed anche qui, nella maggior parte dei casi, Firenze è chiamata </hi><hi rend="italic">Communitas</hi><hi>. Sul trattato di pace vedi Fubini (1994b, 212-13).</hi></p><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="09.html#footnote-014-backlink">15</ref></hi><hi>	Nel trattato esiste anche l’espressione «Rempublicam Florentinam et dictum </hi><hi>Comune Florentiae». Il testo è presente in Rubinstein (1958, 175-77) (Appendice).</hi></p><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="09.html#footnote-013-backlink">16</ref></hi><hi>	I nomi giapponesi in questo articolo sono riportati nello stile giapponese (ordine cognome-nome).</hi></p><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="09.html#footnote-012-backlink">17</ref></hi><hi>	Il dialogo tra Katō e Maruyama sulla traduzione nel Giappone moderno è presente in Maruyama e Katō (1998).</hi></p><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="09.html#footnote-011-backlink">18</ref></hi><hi>	Sulle parole coniate nell’era Meiji vedi </hi><hi>Saitō (1977), in particolare su </hi><hi rend="italic">kyōwa</hi><hi>, pp. 115-120, 137-83; Yanabu (1982). Sui rapporti e interazioni fra le parole coniate giapponesi e quelle cinesi nell’età moderna, vedi Chen (2019).</hi></p><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="09.html#footnote-010-backlink">19</ref></hi><hi>	Hozumi conobbe questo episodio dal linguista Ōtsuki Fumihiko, figlio di Bankei, che lasciò la stessa testimonianza (Saitō 1977, 182).</hi></p><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="09.html#footnote-009-backlink">20</ref></hi><hi>	Sul confucianesimo (neoconfucianesimo) dell’era </hi><hi>Edo vedi Watanabe (2010).</hi></p><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="09.html#footnote-008-backlink">21</ref></hi><hi>	Cfr. anche Watanabe (2016a).</hi></p><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="09.html#footnote-007-backlink">22</ref></hi><hi>	Dopo l’apertura del paese, Fukuzawa visitò gli Stati Uniti nel 1859-1860 ed i paesi europei nel 1861-1862, facendo parte della missione diplomatica inviata dallo shogunato Tokugawa.</hi></p><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="09.html#footnote-006-backlink">23</ref></hi><hi>	Sulla traduzione di Nakae Chōmin cfr. Yamada (2009).</hi></p><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="09.html#footnote-005-backlink">24</ref></hi><hi>	Sull’evoluzione di </hi><hi rend="italic">kyōwa</hi><hi> e </hi><hi rend="italic">minshu</hi><hi> cfr. Chen (2019, 391-412). </hi></p><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="09.html#footnote-004-backlink">25</ref></hi><hi>	Sugli orientamenti del pensiero giapponese sulla democrazia del dopoguerra ci sono numerose ricerche. Vedi ad esempio Dower (2004), </hi><hi>Oguma (2002) e recentemente Yamamoto (2021).</hi></p><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="09.html#footnote-003-backlink">26</ref></hi><hi>	Ienaga Saburō è stato uno dei pochi storici che si sono interessati alle tracce del repubblicanesimo giapponese in epoca Meiji; vedi Ienaga (1958).</hi></p><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="09.html#footnote-002-backlink">27</ref></hi><hi>	La versione giapponese è stata tradotta da Tanaka Hideo, Okuda Takashi e Morioka Kuniyasu e pubblicata da Nagoya Daigaku Shuppankai (Nagoya). </hi></p><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="09.html#footnote-001-backlink">28</ref></hi><hi>	Vedi ad esempio Tanaka (1998); Saeki e Matsubara (2007); Tanaka (2008).</hi></p><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="09.html#footnote-000-backlink">29</ref></hi><hi>	Vedi ad esempio Ogura (2004); Nakazawa (2022). </hi></p>
      
      
      
      
      
      
      
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