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        <title type="main" level="a">Lo Studio, le accademie, la città (secc. XVI-XIX)</title>
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            <forename>Marcello</forename>
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          <resp>This is a section of <title>Firenze e l’Università</title>(DOI: <idno type="DOI">10.36253/979-12-215-0282-4</idno>) by </resp>
          <name>Fulvio Conti, Emanuela Ferretti, Donatella Lippi, Antonella Salvini, Bernardo Sordi, Andrea Zorzi</name>
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        <publisher>Firenze University Press</publisher>
        <pubPlace>Florence</pubPlace>
        <date when="2024">2024</date>
        <idno type="DOI">https://doi.org/10.36253/979-12-215-0282-4.07</idno>
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        <p>The essay reconstructs broadly The history of cultural life in Florence in the 16th-19th centuries and underlines why the system of government and power in the modern Florence had no need for a university that gave academic degrees, the training of the ruling class was done by other cultural institutions.</p>
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            <item>Florence’s cultural academies in modern age</item>
            <item>Florence’s Studio XVI-XIX Century</item>
            <item>The cultural policy of the Medici</item>
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      <p>It is available online at https://doi.org/10.36253/979-12-215-0282-4.07<ref target="https://doi.org/10.36253/979-12-215-0282-4.07" /></p>
      
      
      
      
      <p rend="h1_chapter">Lo Studio, le accademie, la città (secc. XVI-XIX)</p><p rend="h1_author">Marcello Verga</p><p rend="h2 ParaOverride-1">1. Firenze: una dominante senza università</p><p rend="text">Nel 1472 una delle motivazioni della decisione di Lorenzo il Magnifico e della Signoria di promuovere lo Studio Generale in Pisa piuttosto che a Firenze riguardava le «comodità» che offriva Pisa «prossima al mare ed abbondante di abitazioni e di viveri» e «priva di quei passatempi che sogliono distrarre la gioventù dall’applicare alle scienze» (Prezziner 1810, 159). Sembra trasparire da questo testo una sorta di paura della presenza a Firenze di una numerosa scolaresca, paura per la buona tenuta dell’ordine sociale, morale ed anche politico della città; ma ben altra sembra essere stata la ragione di fondo della deliberazione. La questione della scelta di trasferire a Pisa l’università, privando di fatto Firenze di una tale istituzione, più che alla «paura» dei giovani studenti attiene a quella costituzione politica-legale per ordini che strutturava la vita sociale e politica fiorentina entro rigide forme corporative. Non serviva al ceto di governo avere uno Studio generale, che desse titoli accademici – peraltro in nome dell’autorità vescovile – che non rispondevano alle logiche corporative della città. </p><p rend="text">È inoltre da considerare che la storia di Firenze e della sua università non è un caso unico nella storia delle città e delle università dell’Italia della prima età moderna, là dove Venezia, Milano, Palermo non ebbero una loro università. Non serve, dunque, insistere sulla «paura»; se una ipotesi possiamo avanzare per la storia di Firenze, di Venezia, di Milano, dobbiamo cercarla nell’analisi del sistema di potere del patriziato, nelle regole di quella «costituzione per ordini» che ha retto i sistemi patrizi di quelle città-stato. A Venezia sin dal XV secolo erano attive due scuole, di Rialto e di San Marco:</p><p rend="quotation_b">non senza rivalità e non senza spunti di contrapposizione, sin dal ’400, […] entrambe esprimono le propensioni e gli orientamenti del ceto di governo. E, laddove [nella Scuola di Rialto] i corsi sono affidati a nobili veneti, quello, il ceto di governo, sale in cattedra, si fa docente.</p><p rend="text">A Padova, l’università «fabbrica[va] soprattutto medici e avvocati»: e lì si laureavano in diritto i sudditi veneti che affiancavano come giudici i rettorati, retti da cittadini veneziani, nelle città di terraferma (Benzoni 1995, 20 e 526). E non sorprende che negli anni Settanta del Settecento sia finita in nulla la proposta di realizzare a Padova</p><p rend="quotation_b">il piano d’una nobile accademia per l’educazione di ventiquattro giovani patrizi, li quali corrispondano all’istituto loro di Cittadini di Repubblica […], nobili destinati dalla nascita e dalle fortune a sostenere impieghi di rilievo e nella Dominante e nello Stato e negli Esteri paesi (Del Negro 2003, 158).</p><p rend="text">Nello stato di Milano, la presenza dell’Università di Pavia, attiva senza soluzione di continuità fin dal 1361, «non ha impedito», si legge nella recente storia dell’università milanese, scritta da Enrico Decleva «che a Milano si costituissero e fossero attive, dal ’500 in poi, scuole o singole cattedre» (Decleva 2022, XXV).</p><p rend="text">Come la Repubblica di Venezia o lo Stato di Milano, anche gli stati dei Medici vissero nella prima età moderna due distinti sistemi di alta formazione culturale: l’università – a Pavia, a Padova, a Pisa – che concedeva, su autorità del vescovo, titoli accademici e, dall’altro, scuole: Rialto e San Marco a Venezia, le Scuole Palatine a Milano, a Firenze quel che restava ancora in vita dello Studio, indicato a volte come liceo o ginnasio. Scuole, queste, che ben rispondevano alle esigenze e al buon funzionamento dei regimi di governo delle città dominanti. Né il marchese Carlo Ginori, né il marchese Carlo Rinuccini, né il principe Bartolomeo Corsini – tutti e tre protagonisti degli ultimi decenni della Firenze medicea e dell’avvio del nuovo governo lorenese – presero la via di Pisa per la loro formazione culturale e professionale. Membri di spicco del patriziato e di famiglie da sempre al servizio dei Medici, Rinuccini e Corsini preferirono il gesuitico Collegio Tolomei di Siena, prima di entrare, giovanissimi, al servizio della corte e del governo. Né deve sorprende che solo un doge, nella Venezia della prima età moderna, potesse vantare la frequenza dell’università patavina. Un ceto patrizio, quale quello di Firenze o di Venezia, non aveva bisogno di titoli accademici per accedere a ruoli di governo che erano retti da un codice che riservava al patriziato l’esercizio del potere e, grazie al sistema delle Arti e Corporazioni, il controllo delle professioni d’antico regime.</p><p rend="text">In questo contesto, ben si comprende allora perché il ceto di governo di Firenze non abbia, nei secoli del governo mediceo e del granducato lorenese, mai contestato la decisione di Lorenzo Il Magnifico del 1472, quando «fu determinato che in Firenze si dovessero per l’avvenire insegnare unicamente le Lettere umane» (Prezziner 1810, 150). Né la breve parentesi degli anni della guerra di Pisa (1494-1510), nei quali l’Università di Pisa fu trasferita per pochi anni a Prato e poi a Firenze, furono occasione per riportare a Firenze uno Studio che riconoscesse titoli accademici. A Firenze, così riaffermò Cosimo I nel 1543, rimasero uno Studio dove si coltivavano le «umane lettere» e vivaci cenacoli accademici nei quali i letterati e il patriziato cittadino si incontravano; a Pisa l’<hi rend="italic">universitas scholarum</hi>. </p><p rend="text">A Firenze, nel Palazzo della Signoria, Giorgio Vasari, negli affreschi che celebravano il duca e il suo buon governo, così rappresentava Pisa:</p><p rend="quotation_b">e in questo primo angolo, dove è quella femmina ginocchioni, l’ho finta per Pisa dinanzi al Duca di fattezze belle, e in capo ha un’elmo all’antica, e in cima vi è una volpe, e a basso ha lo scudo dentrovi la croce bianca in campo rosso, che è insegna Pisana, e in mano ha un corno di dovizia, che Sua Eccellenza gne ne fiorisce, per avere acconcio e secco le paludi dì quella Città, le quali cagionavano aria pestifera, e insiememente piglia le leggi dal Duca, e con l’altra mano abbraccia un vecchio con l’ale in capo, fìnto per lo Studio di quella Città, e ha il zodiaco attraverso al torso, e tiene libri in mano (Giani 1723, 222).</p><p rend="text">A Pisa, dunque, l’università; a Firenze, come si è detto, le umane lettere; semmai nella città dominante dei granduchi Medici era necessario ai membri del patriziato imparare i modi di vita cortigiana. Ce lo ricorda con la sua solita vivacità Francesco Guicciardini, nel <hi rend="italic">Ricordo</hi> 179. Lui aveva seguito a Firenze, dove era in quegli anni trasferita lo Studio pisano, i corsi di diritto; li aveva poi completati a Ferrara; ma nel suo <hi rend="italic">Ricordo</hi> scriveva: </p><p rend="quotation_b">lo mi feci beffe da giovane del sapere sonare, ballare, cantare e simile leggiadrie: dello scrivere ancora bene, del sapere cavalcare, del sapere vestire accommodato, e di tutte quelle cose che pare che diano agli uomini più presto ornamento che sustanza. Ma arei poi desiderato el contrario, perché se bene è inconveniente perdervi troppo tempo e però forse nutrirvi e giovani, perché non vi si deviino, nondimeno ho visto esperienza che questi ornamenti e el sapere fare bene ogni cosa danno degnità e riputazione agli uomini etiam bene qualificati, e in modo che si può dire che, a chi ne manca, manchi qualche cosa. Sanza che, lo abondare di tutti gli intrattenimenti apre la via a’ favori de’ prìncipi, e in chi ne abonda è talvolta principio o cagione di grande profitto e essaltazione, non essendo più el mondo e i prìncipi fatti come doverrebbono, ma come sono.</p><p rend="text">Erano, questi descritti da Guicciardini, i modi del «vivere nobile» che molti giovani fiorentini avrebbero appreso nella paggeria di Palazzo Pitti, dalla quale passarono, tra 1558 e 1735 ben 513 giovani nobili – tra questi settanta non degli Stati medicei (Protopapa 2003, 33; Vanni 2012). Ai primi del XIX secolo, la storia dello Studio fiorentino sotto i granduchi medicei sarebbe stata raccontata nei due corposi volumi della<hi rend="italic"> Storia</hi> di Giovanni Prezziner, nella quale il racconto puntuale delle vicende dello Studio, delle sue cattedre, dei suoi professori era strettamente intrecciata alla storia delle molte accademie che avevano segnato la vita e gli orizzonti culturali della città. Una storia, dunque,<hi rend="italic"> del Pubblico Studio e delle società scientifiche e</hi><hi rend="italic"> letterarie</hi>, utile a mostrare come e in quale misura la scelta di sostenere lo Studio pisano – da Lorenzo il Magnifico a Cosimo I a Gian Gastone e poi ai granduchi lorenesi – non avesse sottratto alla città di Firenze il suo essere centro di promozione culturale e di formazione di un ceto colto, cui parteciparono esponenti di tutte le più cospicue famiglie del patriziato. Certamente, nessuno poteva dubitare, nella Firenze del 1810, che i granduchi Medici e lorenesi non fossero stati protettori delle lettere e delle arti, artefici della città già cantata da Poliziano come l’«Atene sull’Arno». </p><p rend="h2">2. A Firenze: le <hi rend="italic">«umane</hi> lettere» </p><p rend="text">Chiusi, dunque, a Firenze gli insegnamenti di materie scientifiche; rimasero le cattedre di Lettere umane e una di Filosofia. Restava, naturalmente, in vita il Collegio teologico, al quale il granduca non mancò di rivolgere molte cure, decretando nuovi statuti nel 1556. Noti sono i dati dei laureati usciti dal collegio: 200 tra il 1570 e il 1610; 250 durante il governo di Ferdinando II, 200 tra il 1670 e il 1723 all’epoca di Cosimo III; 70 dal 1723 al 1737 e 80 dal 1737 al 1765, i decenni della Reggenza lorense. Molte furono le misure prese da Cosimo I per conquistare il «genio dei fiorentini».</p><p rend="quotation_b">Mentre egli si trovava impegnato ad affezionarsi con mezzi politici i sudditi e a distruggere in essi ogni pensiero di libertà e a farsi al contrario con una forza imponente temer da’ nemici, non tralasciò di provvedere efficacemente alla gloria delle Lettere (Prezziner 1810, pp.).</p><p rend="text">Chiamò a insegnare filosofia nello Studio fiorentino Francesco de’ Vieri (il Verino) e a insegnare lettere greche e latine il celebre Pier Vettori, che, grazie alla rete di rapporti con i bibliotecari della Laurenziana, fu editore di molti testi di Aristotele: la <hi rend="italic">Retorica</hi> (1548), la <hi rend="italic">Poetica</hi> (1560), la <hi rend="italic">Politica</hi> (1576), l’<hi rend="italic">Etica nicomachea</hi> (1584) ed anche coeditore, nel 1553, delle <hi rend="italic">Pandette fiorentine</hi>, insieme a Lelio Torelli. Affidò poi la cattedra di astrologia al frate carmelitano Giuliano Ristori, i cui pronostici attiravano l’ammirazione della città, seguendo «egli pure» scrive il Prezziner di Cosimo I «l’opinione del tempo d’attribuire cioè agli Astronomi certe cognizioni da poter predire molte cose future». Cattedre, queste ora citate, di uno Studio che non dava titoli e gradi accademici, ma solo una opportunità ad illustri esponenti dell’umanesimo fiorentino di svolgere il proprio lavoro di letterato e di tenere alcune letture aperte a giovani che non potevano però aspirare ad alcun titolo accademico. L’impegno di Cosimo era quello, dunque, di mantenere, come si è detto, le «lettere umane» a Firenze e di dotare l’università pisana, riaperta nel 1543, di un ampio arco di discipline. Ma avviato un Giardino dei Semplici a Pisa nel 1544, Cosimo ne inaugurò, nel dicembre del 1545, uno anche a Firenze, un giardino realizzato, come quello pisano, per impulso di Luca Ghini: «un Luogo Pubblico, dove […] si coltivassero» così scrisse lo stesso Ghini «le piante native di climi e paesi differentissimi, affinché i giovini Studenti, le potessero in breve spazio di luogo, con facilità e prestezza imparare a riconoscere». </p><p rend="text">Per le cattedre della capitale, ha scritto M. Segre: «gli insegnamenti, ad eccezione di quello di teologia, non portavano al conseguimento di un titolo dottorale». Si trattava di un posto stipendiato di prestigio, che non prevedeva l’obbligo dell’insegnamento. Scrivendo a Vincenzo Viviani, successore nel 1648 di Evangelista Torricelli sulla cattedra di matematica (questa era stata aperta nei primi anni del governo di Ferdinando I e affidata a Ostilio Ricci, già professore di matematica nella paggeria), Ferdinando II dava una giustificazione di questa consuetudine:</p><p rend="quotation_b">Vi ho assegnato quella provvisione come a Lettore di Matematica, e non perché la legghiate. Non legge il Redi [lettore di lettere toscane dal 1666], non legge il Dati [lettore di lettere umane dal 1647], queste sono letture onorarie, che noi le diamo per aiuto a quelli, che son buoni a scrivere: quand’avrete qualche cosa all’ordine per la stampa ditemelo, ch’io farò conto d’aver un lettor di più a Pisa. Quei leggeranno a pochi presenti, e voi scriverete a tutti, presenti e futuri. Scriverete cose, e cose vere, ed essi diranno parole che il vento poi se le porta (Segre 1993, 184).</p><p rend="text">La testimonianza di Ferdinando I ben ricostruisce la realtà dello Studio fiorentino: non le aule universitarie, ma le accademie, alle quali Cosimo I e i suoi successori dedicarono cure e denaro, erano i luoghi della formazione del ceto colto cittadino e dell’operosità dei letterati: e nuove accademie furono aperte – e non a caso – fin dai primi anni Quaranta del Cinquecento.</p><p rend="h2">3. Firenze: la città e le accademie</p><p rend="text">Il 1° novembre del 1540 prendeva vita l’Accademia degli Umidi, sorta per volontà di alcuni giovani studiosi in casa di Giovanni Mazzuoli, chiamato il Padre Stradino. Si legge nel solito Prezziner:</p><p rend="quotation_b">Lo scopo di questa Società letteraria […] era l’ingrandimento della Lingua toscana; perlochè avea per costituzione che in ogni domenica ed in tutti i giovedì dell’anno si dovesse in essa da qualche Accademico spiegare un Sonetto del Petrarca e che se alcuno voleva leggere uno Scrittore latino, s’obbligasse a darne subito la conveniente traduzione.</p><p rend="text">Ma, continua il testo ora citato,</p><p rend="quotation_b">venne presto Cosimo in cognizione delle loro Adunanze e dell’oggetto delle medesime ed intesa così l’idea della nuova Istituzione pensò subito d’impegnarvisi egli stesso per perfezionarla. Quindi è che nell’anno medesimo 1540 decise di dare ad essa una nuova forma ed un nuovo titolo, col chiamarla cioè <hi rend="italic">Accademia Fiorentina</hi> e col costituirla una Società d’Eloquenza toscana.</p><p rend="text">L’accademia, a pochi anni dalla sua fondazione, si ritrovava a ricoprire il ruolo di una società letteraria «ufficiale» della città, sotto la stretta protezione del duca, poi granduca, che non esitava ad intervenire con una serie di misure (1542, 1546, 1547 e 1553) volte ad assicurare la regolare attività dell’accademia e a dare ad essa una riconosciuta presenza nella vita sociale e politica della città, promuovendo il suo «consolo» a Rettore dello Studio Fiorentino e a membro del Consiglio dei Duecento. Nell’accademia si tennero lezioni pubbliche sulla <hi rend="italic">Commedia</hi>, affidate al Gelli, al Varchi e al Giambullari. Accademici che leggevano e commentavano Dante, non «pubblici professori», pagati dal granduca: così si affrettava a precisare il Prezziner, che pur non tace la generosità di Cosimo nel concedere premi e gratifiche ai «suoi» accademici. </p><p rend="text">Negli anni di Francesco I, primogenito di Cosimo, molte furono le accademie che presero vita a Firenze. Tra queste, destinate a più lunga vita e a contribuire più di altre alla vita culturale della città, furono l’Accademia della Crusca, costituita nel 1552, e l’Accademia degli Alterati, dal 1568: ambedue ebbero un ruolo centrale nella Firenze nei decenni dei governo dei figli di Cosimo I, i granduchi Francesco I e Ferdinando I. Il frullone, lo strumento con cui si divide la farina dalla crusca, era il simbolo dell’accademia, il cui motto fu «il più bel fiore ne coglie». Intento dell’accademia era «la purità della Lingua toscana»; si leggeva Dante e Petrarca, ma anche, come si legge negli atti della Crusca, «leggere, comporre e far spettacolo». Come scrisse il Prezziner, la Crusca dette</p><p rend="quotation_b">esempio alle altre Nazioni d’Europa di provvedere per mezzo di simili Stabilimenti alla conservazione ed all’ingrandimento de’ loro idiomi. Per mezzo degli Accademici della Crusca si videro presto fissati i precetti della Lingua toscana, presto ridotte alla più vera e più pura lezione le Opere degli Autori classici Italiani e s’ebbe finalmente per essi presto un Vocabolario prima meno e poi più completo delle voci usate dal celebre Triumvirato di Dante, del Boccaccio e del Petrarca e dagli altri principali Scrittori d’Italia.</p><p rend="text">Ben quattro furono le edizioni del celebre <hi rend="italic">Vocabolario</hi>: 1608 (Firenze), 1623 (Venezia), 1691 (Firenze), 1731-1738 (Firenze). </p><p rend="text">A sua volta, la Società degli Alterati, nei decenni di Francesco I:</p><p rend="quotation_b">divenne finalmente come un liceo, in cui molta Gioventù nobile di Firenze s’istruiva nella virtù e nella dottrina, potendo quegli Accademici in forza delle lor leggi introdurre in essa i lor figli, e solendo essi altresì proclamare come colleghi anche i Giovani di che abbiamo un luminosissimo esempio nel loro Diario, in cui si narra che il dì 22. di luglio 1599 furono dichiarati a pieni voti Membri dell’Accademia Francesco Venturi, Averardo de’ Medici, Giovanni Altoviti, Carlo Bartoli, Piero Venturi, Iacopo Popoleschi, Iacopo Soldani, Pier Francesco de’ Bardi, Cosimo Minerbetti, Giovanni de’ Medici, Andrea Morelli e Filippo Valori, giovani tutti delle principali Famiglie di Firenze.</p><p rend="text">L’Accademia fiorentina, dunque – che fin dalla sua fondazione aveva avuto una sorta di riconoscimento ufficiale con l’ascrizione del suo console al consiglio dei Duecento e l’istituzione delle due letture di Dante e Petrarca –, ed insieme ad essa l’Accademia degli Alterati, quasi un nuovo «liceo» della città, e la Crusca sembrano di fatto costituire il centro attivo della formazione culturale del patriziato e del ceto colto della città, più che lo Studio delle «lettere umane». Ma altre accademie videro la luce negli anni di Francesco I: l’Accademia dei Desiosi, istituita nel 1587 da uno dei soci fondatori degli Alterati e molte altre, tante a leggere l’elenco approntato da Jean Boutier e Maria-Pia Paoli (2005). </p><p rend="text">La Firenze della cultura era, dunque, in questi ultimi anni del XVI secolo, una città di accademie, di conversazioni, un centro animato da una sociabilità che si nutriva della partecipazione degli stessi letterati a più accademie; una città nella quale il <hi rend="italic">milieux</hi> intellettuale (solo uomini) e una più larga realtà sociale del patriziato (le donne delle famiglie cittadine, i membri della corte e degli apparati di governo) potevano poi condividere una più accattivante sociabilità nel ritrovarsi agli spettacoli teatrali (molte le accademie, Affinati, Concordi poi Immobili, Infuocati, Sorgenti, protagoniste della vita teatrale e musicale cittadina), alle esecuzioni musicali, ma anche, e forse queste erano le più importanti occasioni della socialità del patriziato, le feste della corte medicea. </p><p rend="text">Le accademie furono, dunque, i centri protagonisti di una sociabilità che, nel suo accomunare dotte lezioni di eloquenza (Accademia fiorentina), acribia filologica (la Crusca), insegnamento di teologia impartito nel collegio teologico ed insieme la tradizione scientifica galileiana, con l’apertura di una cattedra di matematica nello Studio e poi, nel 1657, la fondazione dell’Accademia del Cimento, seppe dare a Firenze quel tratto di una nuova Atene. Solo nei decenni di governo delle granduchesse, Cristina di Lorena e Maria Maddalena d’Austria, reggenti a nome del piccolo granduca Ferdinando II dal 1621 al 1628, come scrisse con dichiarata malevolenza il Prezziner, nulla si fece per la vita culturale della città. Ben diverso il tono della società fiorentina con il granduca Ferdinando II: appena raggiunta la maggiore età il «magnanimo Principe fissò attentamente lo sguardo sopra il pubblico Stabilimento [lo Studio] per ingrandirlo»; e allora, «tutto videsi in esso variar faccia, riprendere esso cioè quell’aspetto, che aveva avuto nelle sue epoche più luminose». La prima interessante notizia, che noi abbiamo delle particolari premure usate da Ferdinando per la gloria del Liceo di Firenze, appartiene al 1638, allorché fu aperta la cattedra di matematica affidata a Evangelista Torricelli.</p><p rend="text">Due accademie introdussero, in quei decenni del XVII secolo, elementi di novità nell’affollato panorama della vita culturale fiorentina: l’Accademia del Cimento, prima ricordata, e l’Accademia degli Apatisti. Il Prezziner riporta un passo dell’<hi rend="italic">Osservatore</hi><hi rend="italic"> fiorentino sugli edifizi della sua Patria, per servire alla storia</hi><hi rend="italic"> della medesima</hi> (Lastri, 51), là dove si legge che</p><p rend="quotation_b">terminato il regno dell’Autorità e dell’Opinione, gli scolari del Galileo, che eran molti e di gran vaglia, tra’ quali Niccolò Aggiunti, Evangelista Torricelli e Vincenzio Viviani non parlavano che di Geometria e d’Esperienze; quindi questo gusto occupò l’animo del Granduca [Ferdinando II] e del Principe Leopoldo fratello.</p><p rend="text">Nove furono, nel 1657, gli accademici del Cimento, il cui motto fu il celebre «Provando e riprovando» e le cui adunanze si svolgevano a Palazzo Pitti nelle stanze del principe Leopoldo. Nel 1666, il segretario del Cimento, il conte Lorenzo Magalotti, pubblicava <hi rend="italic">I Saggi di naturali Sperienze fatte </hi><hi rend="italic">nell’Accademia del Cimento</hi>; ma l’anno successivo il Cimento teneva la sua ultima adunanza. L’accademia era stata, nei pochi anni della sua esistenza, il centro di aggregazione e di attività operosa di quella tradizione galileiana che avrebbe dato, nel primo Settecento, nuova prova della propria presenza con l’edizione delle opere di Galilei: a Napoli nel 1710 e a Firenze nel 1718.</p><p rend="text">Per molti versi più tradizionale e più inserita nel panorama della Firenze delle «umane lettere» è la storia dell’Accademia degli Apatisti. Essa si organizzò in due sezioni: «l’una avea per oggetto l’illustrazione delle Scienze, l’altra la promozione delle Lettere». Nelle adunanze degli Apatisti si trattarono argomenti di filologia, filosofia, medicina, giurisprudenza e teologia. Lo stesso granduca Ferdinando II fu accademico apatista. Il fondatore degli Apatisti, Coltellini, definitosi «sempre amante delle lettere e desideroso di giovare al pubblico» dichiarava di avere istituito una «Conversazione […] a fin che in essa sotto una certa forma di governo si praticasse la virtù, per rendersi abile alle civili amministrazioni, e appresso si esercitasse ancora nelle lettere» (Lazzeri 1981). Primo accenno, questo, alla esigenza dell’apparato di governo di disporre di competenze culturali e professionali (diritto, storia, scienze) utili all’esercizio del governo.</p><p rend="text">Nel 1670, alla morte di Ferdinando II, saliva al titolo granducale Cosimo III, sul quale ha lungo ha resistito una sorta di «leggenda nera», sulla quale, negli ultimi decenni, nessun storico sembra più convenire (Angiolini, Becagli e Verga 1993). Come scrisse il Prezziner:</p><p rend="quotation_b">alcuni Scrittori nel fargli il carattere non hanno in esso dipinto che un vero ipocrita con tutti i vizi, che sogliono accompagnare il bigottismo; altri al contrario hanno a lui attribuito genio, pietà e magnificenza […]. Per la parte delle Lettere e delle Scienze [continuava il Prezziner, riprendendo <hi rend="italic">La storia della letteratura italiana </hi>di Girolamo Tiraboschi] egli seguì ed imitò felicemente gli esempi de’ suoi Maggiori. I Dotti seguitarono ad essere sotto il di lui Governo protetti ed i buoni studi ad esser promossi anche con gravi dispendi.</p><p rend="text">Fu Cosimo III ad acquistare da Benedetto Brugens di Dresda «il tanto celebre Specchio Ustorio» e a far venir da Leida «per uso dell’Università di Pisa una delle prime Macchine pneumatiche» e ad acquistare le mappe di lontani paesi e continenti (Cattaneo e Corbellini 2019). </p><p rend="h2">4. Lettere umane e utilità della scienza tra Seicento e Settecento</p><p rend="text">Nel 1671, appena salito al potere Cosimo III, erano pubblicate a Firenze le <hi rend="italic">Esperienze intorno a diverse cose naturali e particolarmente a quelle </hi><hi rend="italic">che ci sono portate dall’Indie, fatte dal signor Francesco </hi><hi rend="italic">Redi e scritte in una lettera al P. Atanasio Chircher </hi><hi rend="italic">della Compagnia di Gesù</hi>. L’autore, Francesco Redi, medico del granduca Ferdinando II e poi dello stesso Cosimo III, dal 1655 accademico della Crusca, dal 1657 membro del Cimento, esperto studioso della lingua toscana e impegnato nella realizzazione del <hi rend="italic">Vocabolario</hi><hi rend="italic"> aretino</hi>, nel 1665 fu nominato lettore di lingua toscana nello Studio fiorentino. Le <hi rend="italic">Esperienze</hi> rappresentavano «la voce della cultura galileiana che si levava, in modo elegante ed ironico ma pur sempre deciso, contro la tangibile ingerenza dei gesuiti in quei settori meno controllabili del pensiero scientifico» quali le raccolte di reperti naturalistici delle lontane Indie. Redi si confrontava con il celebre padre Athanasius Kircher non solo sulla base delle sue personali esperienze di collezionista dei «beozar» – i corpi estranei che si ritrovavano a volte negli apparati digerenti di animali e di uomini – quanto e soprattutto</p><p rend="quotation_b">perché vi è noto che ho l’onore di servire in una Corte, alla quale da tutte le parti del mondo corrono tutti quei grandi uomini che con i loro pellegrinaggi van cercando e portando merci di virtude; e quando vi arrivano, sono con maniere sì benigne accolti (Tosi 1993, 377).</p><p rend="text">La nomina di Lorenzo Magalotti a soprintendente alle collezioni naturalistiche, la direzione della Spezeria granducale affidata al Redi e il riordino della Biblioteca Palatina portato a termine per le cure di Antonio Magliabechi segnano l’avvio di un programma di riorganizzazione delle istituzioni culturali della città e dello Stato mediceo. Le accademie, il Giardino dei Semplici, i serragli dei palazzi della famiglia Medici, la «menageria» di Boboli con le sue gazzelle, leoni, struzzi, cammelli, più che lo Studio fiorentino, rappresentarono nei decenni di Cosimo III, il centro della vita culturale della città. Ne era ben consapevole il ceto patrizio fiorentino o almeno quegli esponenti del patriziato intenti a promuovere alla fine del 1688 una nuova accademia «in cui molte scienze ed esercizi cavallereschi potessero apprendersi» (Bourtier 1993). L’accademia, detta poi Accademia de’ Nobili, sotto la protezione del gran principe Ferdinando, primogenito di Cosimo III, inaugurò la sua attività nel maggio del 1689. In una vasta casa, in piazza Strozzi, lo spazio era ben distinto in una sala di geografia con cinque grandi carte olandesi che rappresentavano il mondo, la Germania, la Spagna, l’Italia, la Francia; una sala della matematica; una sala del diritto; una sala del «cavallo»; una sala della scherma; una sala comune. L’accademia sorse, come sottolinea Jean Boutier, nel contesto segnato dalla necessità di «precisare i margini incerti della nobiltà, […] del suo capitale simbolico e della sua coesione, di messa in moto di pratiche sociali che mirano a rinforzare una coscienza di appartenenza» (Boutier 1993, 219), un progetto, sostenuto dal principe Ferdinando, di costruzione di una nobiltà fiorentina caratterizzata da modelli di socialità ancora estranei al patriziato, ma anche da un più diretto contatto con le scienze. </p><p rend="text">Pare lecito, dunque, affermare che dagli ultimi decenni del Seicento e i primi decenni del Settecento le accademie segnalino un mutare del clima culturale fiorentino, che possiamo, e a ragionare, leggere nel contesto di quella <hi rend="italic">crisi della</hi><hi rend="italic"> coscienza europea </hi>di cui scrisse Paul Hazard nel 1935 e che ben indica «il brusco passaggio» tra 1680 e 1715: «la gerarchia, la disciplina, l’ordine che l’autorità si incarica di assicurare, i dogmi che regolano fermamente la vita: ecco quel che amavano gli uomini del diciassettesimo secolo. Le costrizioni, l’autorità, i dogmi: ecco quel che detestano gli uomini del secolo decimottavo». Anche a Firenze, seppur con ritmi e toni meno acuti – Voltaire non è certo nato a Firenze! –, si registrano quei «grandi mutamenti psicologici» e culturali che Paul Hazard individuava nella storia dei centri più rilevanti della cultura e della produzione di senso nell’Europa dei decenni tra XVII e XVIII secolo. Nei primi anni del Settecento, Anton Maria Salvini, «gentiluomo fiorentino, lettore di lettere greche nello Studio di Firenze e accademico della Crusca», intervenendo nella querelle degli antichi e dei moderni, nei suoi <hi rend="italic">Discorsi</hi><hi rend="italic"> accademici […] sopra alcuni dubbi proposti nell’Accademia degli Apatisti</hi> scriveva che i letterati greci e latini erano da ammirare per la loro «semplicità» e «chiarezza» e i suoi accademici fiorentini – «scrittori toscani», scrive Salvini – sono da stimare per la loro lingua. </p><p rend="text">Il carattere erudito delle accademie del Cinquecento e della prima metà del Seicento, sul quale molto insistono i primi due capitoli del lavoro di E. W. Cochrane (1961) sembra cedere il passo ad un contesto attento alle novità della cultura europea, grazie anche a quell’eredità galileiana che poteva garantire un vivo canale di collegamento con il nuovo metodo scientifico. Anche lo Studio fiorentino sembrò segnare, nei decenni di Cosimo III, l’avvio di un nuovo processo con l’apertura di nuove cattedre e di nuovi temi di insegnamento.</p><p rend="text">Ce ne dà testimonianza chiara un elenco delle cattedre istituite tra 1692 e 1723, anno della morte di Cosimo III. Nel 1692 era aperta una cattedra di lingua ebraica, affidata a Paolo Sebastiano Medici, ebreo di Livorno poi prete cattolico. Grande, scriveva il Prezziner, era il «trasporto» di Cosimo III per gli studi ecclesiastici, come testimonia peraltro l’istituzione, nel 1705, della cattedra di Sacra Scrittura, affidata al servita portoghese Giulio Antonio Roboredo. Ma prima di queste cattedre, erano state istituite nello Studio una cattedra di filosofia morale, tenuta, dal 1695, da Tommaso Puccini e, un decennio prima, una cattedra di istituzioni civili, affidata all’Avvocato Jacopo Rilli: a testimonianza della presa d’atto del granduca della necessità di riprendere a Firenze temi e linee di riflessioni che stavano segnando un profondo rinnovamento della cultura europea: dal diritto alla storia sacra e profana, alla quale venne intitolata una nuova cattedra istituita nel 1713 e affidata all’abate Giovanni Battista Casotti, che ebbe come coadiutore, a partire dal 1736, il celebre storico e antiquario Anton Francesco Gori. </p><p rend="text">Nel 1718, poi, altre quattro importanti cattedre furono aperte nello Studio fiorentino: una cattedra di teologia morale, tenuta dal padre Andrea delle Scuole Pie, e tre cattedre di medicina, affidate a Giovan Battista Rossi, a Lorenzo Gaetano Fabbri e Giovanni Massetani – questi ultimi due avevano già insegnato a Pisa –; e, nel 1719, furono chiamati ad insegnare a Firenze Niccolò Nolfi e l’avvocato Giuseppe Gaetano Moniglia: il primo alla cattedra di filosofia morale, il secondo alla cattedra di istituzioni civili, che aveva già insegnato nell’Accademia de’ Nobili. Nel 1720 l’abate Giovanni Bartolomeo Casaregi ebbe la cattedra di filosofia e il dottore Anton Bernardo Ceccherelli quella di Giurisprudenza civile. Nell’anno successivo furono chiamati ad insegnare a Firenze altri tre professori di Filosofia morale: don Malachia d’Inguimbert, monaco trappense, don Guglielmo Dolci vallombrosano e Giuseppe Maria Rossi. </p><p rend="text">Non pare, dunque, di poter convenire con il paradigma storiografico del bigottismo di Cosimo III e del suo rifiuto dei nuovi indirizzi della cultura europea: il ritmo, per così dire, delle cattedre istituite nello Studio e soprattutto l’apertura al diritto e alla medicina sembrano confermare la volontà del granduca non certo di riaprire a Firenze una <hi rend="italic">universitas scholarum</hi>, con i titoli accademici concessi dall’Arcivescovo – questa era e restava l’Università di Pisa –, quanto di introdurre, nella cultura e nella società fiorentina, temi e discipline di forte impatto culturale. </p><p rend="text">Linee, queste, che trovano conferma nella vita delle accademie fiorentine dei lunghi decenni del granducato di Cosimo III (1671-1723) e poi dell’ultimo granduca Medici, Gian Gastone (1723-1737). Nel 1716, ad opera di Pier Antonio Micheli, si riunì una nuova Società, la Società Botanica, volta a studiare e a coltivare le erbe e piante medicinali in un nuovo Giardino dei Semplici, dopo quello creato in città per volere di Cosimo I nel 1545. Solo due anni dopo la nascita della Società Botanica fiorentina, al Micheli fu affidato il Giardino dei Semplici Granducale, il cui prestigio scientifico era andato scemando negli ultimi decenni, in confronto con l’attività del Giardino dei Semplici dell’Università di Pisa e, a Firenze, con l’Orto botanico dell’Ospedale di Santa Maria Nuova. La direzione del giardino dette modo al Micheli, con il sostegno dei due ultimi granduchi, di approfondire le sue ricerche, di cui fu esito, nel 1723, la pubblicazione, a Firenze, della <hi rend="italic">Relazione dell’erba detta da’ botanici orobanche e volgarmente</hi><hi rend="italic"> succiamele e mal d’occhio, che da molti anni in</hi><hi rend="italic"> qua si è soprammodo propagata per tutta la Toscana</hi>, un testo ripubblicato, nel contesto della nuova attenzione alla agronomia, a Napoli nel 1753 e a Firenze nel 1754, insieme al <hi rend="italic">Ragionamento sopra i mezzi necessari per far rifiorire l’</hi><hi rend="italic">agricoltura</hi> di Ubaldo Montelatici, ispiratore della fondazione dell’Accademia dei Georgofili.</p><p rend="text">Se si torna a guardare alle vicende dello Studio fiorentino, due sono le novità da segnalare in questi ultimi decenni di governo mediceo: l’uno, l’apertura di cattedre di diritto; l’altro, l’attivazione di insegnamenti di scienze naturali e di medicina. Nel 1728, era nominato professore di <hi rend="italic">i</hi><hi rend="italic">us publicum</hi> dello Studio fiorentino Pompeo Neri, che ben due anni prima era stato chiamato a insegnare la stessa disciplina nello Studio pisano, sulla base però di un motuproprio granducale che ricordava esplicitamente il «lungo e fedele servizio prestato alla Real Casa ed al pubblico dall’auditore Gio. Bonaventura Neri Badia», padre di Pompeo; inoltre, il motuproprio prescriveva che il giovane professore avrebbe goduto «tutte le preminenze, onori e privilegi», ma avrebbe cominciato a «leggere quando parrà più proprio al detto Auditore Gio. Bonaventura Neri Badia suo padre» (sulla cattedra del Neri cfr. Marrara 1986). Nel 1728, Pompeo Neri otteneva poi «dal granduca di non dovere più andare a leggere a Pisa e potersene stare qui a Firenze, a casa sua» (Averani 1729). Sarebbe errato però leggere nella istituzione della nuova cattedra solo un riconoscimento del rilevante contributo dell’auditore Neri Badia alle complesse trattative giuridico-diplomatiche sulla successione medicea; non possiamo, infatti, non sottolineare che la cattedra di diritto pubblico, aperta a Pisa nel 1726 e poi a Firenze nel 1728, destinata ad illustrare i principi «del diritto di natura e delle genti», segnò la piena accettazione a Firenze dei nuovi orientamenti che animavano la cultura giuridica europea, ponendo così lo Studio pisano e quello fiorentino tra le prime università che nell’Europa cattolica accolsero il giusnaturalismo. Nella presenza di elementi giusnaturalistici nella cultura giuridica e politica toscana e nel senso tutto politico che questi elementi rivestirono nel dibattito e nella lotta politica sulla successione alla famiglia Medici, contro le pretese asburgiche sulla pretesa giurisdizione imperiale sullo stato fiorentino, va rintracciata la matrice di quelle posizioni a difesa del regime patrizio che animarono il difficile trapasso dai granduchi Medici al granducato lorenese: a sostegno non tanto o non solo dell’indipendenza e dell’autonomia dello Stato fiorentino dalle potenze europee, pronte a indicare un successore all’estinzione della famiglia medicea, quanto dell’assetto di governo che aveva saputo garantire, nei due secoli dei granduchi Medici, un equilibrato spazio di condivisione del potere tra principe e il patriziato fiorentino. </p><p rend="text">Nel 1735, negli ultimi anni di Gian Gastone, una cattedra di istituzioni criminali fu affidata all’avvocato Benedetto Moneta, passato poi, nel 1749, negli anni della reggenza lorenese, ad insegnare istituzioni civili. Nel 1736 altri quattro professori furono chiamati ad insegnare nello Studio fiorentino: teologia morale, teologia dogmatica, lingua e lettere toscane. Fu inoltre istituita una cattedra di storia sacra, affidata a Giovanni Lami. In questi stessi anni Trenta, Gian Gastone volle chiamare ad insegnare medicina teorica nello Studio fiorentino un professore già assai celebre dello Studio pisano: Antonio Cocchi. Questi passò poi, nel 1736 ad insegnare chirurgia e anatomia nello Spedale di Santa Maria nuova. Medico e letterato di riconosciuta fama, Cocchi fu fino alla sua morte, avvenuta nel 1758, figura centrale della vita culturale cittadina, interpretando con convinzione e successo quel ruolo di cerniera tra insegnamento nello Studio, ricerca scientifica, impegno nel governo della città e presenza attiva nei salotti culturali che ha caratterizzato larga parte della storia culturale della Dominante nel XVIII secolo. Divenuto, nel 1734, segretario della Società Botanica, vi recitò un discorso – <hi rend="italic">Discorso di A</hi>. <hi rend="italic">Cocchi Mugellano </hi><hi rend="italic">sopra l’istoria naturale –,</hi> che, come è stato notato da Ugo Baldini, </p><p rend="quotation_b">ebbe il carattere di messa a punto cauta, ma precisa, dei temi della tradizione osservativo-sperimentale […] Al <hi rend="italic">Discorso,</hi> come sviluppo più tecnico di certi suoi spunti, vanno collegate le prolusioni pronunciate in seguito all’assunzione di incarichi didattici: quella <hi rend="italic">De usu artis anatomicae</hi>, edita a Firenze nel 1736 e nel 1761, tenuta nel 1736 nell’assumere l’insegnamento d’anatomia nell’ospedale di S. Maria Nuova, e il <hi rend="italic">Discorso intorno l’anatomia</hi> (Firenze 1745) tenuto nel 1742 per la riorganizzazione del medesimo insegnamento (Baldini 1982).</p><p rend="text">Una nuova accademia, la Società Colombaria, sorta a Firenze nel 1735, sembra confermare questo nuovo profilo degli ambienti culturali cittadini. I fondatori della Società furono alcuni tra i nomi più attivi del panorama cittadino: Giovanni Girolamo Pazzi, Pierantonio Micheli, Francesco Gori, Giovanni Targioni Tozzetti. E come scrisse l’abate Gori nella prefazione al tomo I delle <hi rend="italic">Memorie di varia erudizione</hi> della Società, questa si sarebbe occupata di «tutte le più ragguardevoli ed utili parti dell’umano sapere».</p><p rend="text">L’<hi rend="italic">utile</hi>, dunque, divenne, nella Firenze di quei primi decenni del diciottesimo secolo, il parametro sul quale misurare il senso e la vitalità dei dibattiti accademici e degli insegnamenti dello Studio. Nelle carte d’archivio della Società si legge in un ricordo del 1736: «In questo giorno [5 settembre 1736] è partito il nostro <hi rend="italic">Avido</hi> [Pier Antonio Micheli] per monte Baldo nel Veronese a procurare erudite scoperte per la sua professione d’istoria naturale». E ancora una registrazione dell’8 settembre 1736: </p><p rend="quotation_b">Questa sera si sa che in via Maggio si fa una certa cena da alcuni chiamati <hi rend="italic">Fra Mason</hi>. Questa parola vuol dire in inglese Fratelli Muratori. Fu istituito tal Collegio in Inghilterra da alcuni che vedendo mangiare con semplice libertà alcuni muratori, quali invitavano anche alcuni altri della loro professione che lavoravano a fabbriche vicine, venne a costoro voglia di imitarli instituendo una società, l’instituto della quale è l’ospitalità […]. I soci che sono da tutte le parti del mondo sono ammessi con dirglisi alcune parole, quali non si sanno perché non le dicono se non a chi è della Società (Dorini 1935, 223 e 229).</p><p rend="text">E il 12 marzo 1737, tutta la Società partecipava «in corpo» alla traslazione della salma di Galilei (Dorini 1935, 230).</p><p rend="text">«Non venne a recar verun danno al nostro Ginnasio la mutazione della Dinastia»: così Prezziner introduce il VI libro della sua <hi rend="italic">Storia</hi>, <hi rend="italic">dalla morte di Gio. Gastone avvenuta nel 1737.fino al </hi><hi rend="italic">corrente anno 1810</hi>. Nel 1738 la Reggenza, appena inisiediatasi a Firenze, chiamava Domenico Gaetano Pasquali, già professore di medicina teorica a Pisa, ad insegnare Medicina pratica presso lo Spedale di S. Maria Nuova e Filosofia morale nel pubblico Studio. Non mancarono, ovviamente, le nomine di ecclesiastici: il gesuita Antonio Portinari alla cattedra di Teologia morale e il domenicano Tommaso Griselli, Teologia morale; e furono chiamati nuovi docenti di Istituzioni civili nello Studio e di Chirurgia a Santa Maria Nuova.</p><p rend="text">Un quadro puntuale dello Studio a metà Settecento si ricava dalla <hi rend="italic">Nota dei SS. Lettori dello Studio Fiorentino e loro annua </hi><hi rend="italic">Provvisione e delle Lezioni fatte da essi in quest’ anno </hi><hi rend="italic">1751 corrente a tutto Maggio </hi>(Prezziner 1810, 158-61). Erano quindici i docenti dello Studio, ma tra questi si contava anche Pompeo Neri: «lettore di lus Pubblico […] non legge essendo a Milano», dove lavorava alla redazione del catasto teresiano. Ma non «leggevano» molti altri professori: Lorenzo Fabbri, lettore di Medicina pratica, «non legge nello Studio, avendo l’obbligo d’istruire i Giovani medici nella pratica medica nello Spedale di S. Maria Nuova facendo ad essi varie e diverse Lezioni infra l’anno»; Gio. Batista Casaregi, lettore di Filosofia morale, «ha letto nei tempi passati, ma presentemente per la sua avanzata età non legge, ma ha dato alle stampe diversi Libri»; Giuseppe Maria Rossi, lettore di Teologia morale, «non legge nello Studio; fa lezione di Morale la sera in Casa propria, ove s’adunano molti Sacerdoti secolari proponendo e spiegando vari dubbi e difficoltà della Morale»; Anton Francesco Gori, lettore di Storia sacra e profana, «non legge nello Studio, ma sempre è indefesso negli studi di varie erudizioni dando alle stampe Libri di tali materie, di grossi volumi»; Giovanni Lami, lettore di Storia sacra, «non legge nello Studio, ma continovamente dà fuori alle stampe varie materie et in specie ogni settimana dà fuori una lettera stampata di un foglio intero di varie Erudizioni letterarie»; Bindo Simon Peruzzi, lettore di Lettere toscane, «non legge nello Studio presentemente, avendo letto ne’ tempi passati, essendo ora di età»; Giovanni Targioni, lettore di Botanica, «non legge nello Studio, ma esercita tal professione nel Giardino dei Semplici spiegando ciò che è di proprietà de ‘ Semplici e Naturali»; Giuseppe Ermenegildo Marmi, lettore di Matematiche, «non legge nello Studio, ma in casa propria a diverse persone, tra le quali vari Forestieri»; Angiolo Maria Ricci, lettore di Lettere greche, «fa lezione in Casa propria a molti Chierici dopo Coro e più volte la settimana nello Studio»; diversamente dai casi ora ricordati, l’avvocato Benedetto Moneta, lettore di <hi rend="italic">Istituta</hi> civile, «legge ogni mattina nello Studio per lo spazio di un’ora e mezzo a gran quantità di Giovani circa 40 e 50». Gio. Carlo Barsotti, lettore di Teologia scolastica, e Tommaso Griselli, lettore di Teologia morale, leggevano invece nel Seminario fiorentino. A parte Pompeo Neri e un paio di docenti di età avanzati, esentati dalle lezioni, più che nelle aule dello Studio i professori svolgevano i loro insegnamenti in istituzioni non accademiche: nel Seminario, nelle varie società e accademie fiorentine o, nel caso di professori di Medicina teorica o pratica, nello Spedale di S. Maria Nuova, dove avevano «l’obbligo d’instruire Giovani nella sua Professione».</p><p rend="text">Una realtà, questa, molto lontana dalle intenzioni prima ricordate del granduca Ferdinando II: «Vi ho assegnato quella provvisione come a Lettore non perché la legghiate». A metà Settecento, i professori dovevano «instruire giovani nella sua professione»: nel Giardino dei Semplici, nelle letture della Società Botanica, della Crusca, della Colombaria o nello Spedale. Negli ultimi anni della Reggenza (1737-1765), prima dell’arrivo di Pietro Leopoldo a Firenze, furono istituite altre cattedre, che paiono rispondere a questi criteri: la cattedra di Ostetricia a Santa Maria Nuova, affidata a Giuseppe Vespa; un insegnamento, sempre a Santa Maria Nuova, di Anatomia e fisiologia coperto da Ranieri Maffei; e una cattedra di Botanica a Giovanni Lapi, direttore del Giardino Agrario di Firenze, cattedra, questa, che rispondeva a quella nuova attenzione all’Agronomia – Agromania, si disse già in quegli anni – che aveva trovato applicazione nella Fondazione dei Georgofili, nel 1754.</p><p rend="text">Pur sulla base di questi riscontri, non si deve leggere in queste vicende dello Studio e delle accademie cittadine l’avvio a Firenze di un processo di costruzione di nuovi profili professionali, né tanto meno all’affermarsi pieno di un senso di «utilità» dell’insegnamento universitario volto alla acquisizione di specifiche competenze. Non era, questo, il senso della università nella Toscana e nell’Europa del XVIII secolo, anche se, come si è accennato, l’utile diventava sempre più il parametro sul quale misurare il progredire delle conoscenze.</p><p rend="text">Non sorprende, dunque, che ai progetti di riforma economica promossi da Pietro Leopoldo dessero il loro contributo professori dello Studio: dai matematici quali il Ferroni e lo Ximenes, impegnati nei lavori di bonifica, ai giuristi chiamati non solo a collaborare alla riforma delle istituzioni e dei codici (basti pensare al ruolo di Pompeo Neri, tornato a Firenze da Milano), ma anche a preparare figure professionali da inserire negli apparati di governo. Come riporta il Prezziner, nel <hi rend="italic">Regolamento</hi> che venne dato nel 1772 al professore di giurisprudenza civile, fu «ordinato che due lezioni il giorno far si dovessero da quel Professore, una cioè d’Istituta civile e l’altra di Arte notariale, giacchè appunto doveva in avvenire egli leggere singolarmente per quelli, che volevano ottenere il Notariato in Toscana» (Prezziner 1810, 185).</p><p rend="text">E al professore di medicina pratica a S. Maria Nuova, il cui compito era stato sempre quello «di dettare ogni settimana un Caso pratico a’ Giovani studenti nello Spedale», nel 1781 furono</p><p rend="quotation_b">assegnati dieci letti distinti nell’Infermeria delle donne ed altrettanti in quella degli uomini coll’ obbligo d’istruir quotidianamente la Gioventù medica su’ casi più degni d’osservazione, che cominciarono subito a porsi in detti letti a scelta del Professore. A questo poi nel tempo medesimo venne data dal Governo un’altra importantissima commissione, cioè di fare alcune lezioni capaci di formar nel corso di due anni un trattato contenente le generali vedute di Pratica medica (Prezziner 1810, 187). </p><p rend="text">Di grande interesse, per comprendere la «politica universitaria» di Pietro Leopoldo, sono le istruzioni che dette, il 5 marzo 1778, per la cattedra d’istituzioni teorico-pratiche criminali. Il professore avrebbe dovuto formare </p><p rend="quotation_b">la Gioventù desiderosa d’abilitarsi agl’impieghi di Giudice o d’Attuario criminale […], incominciare tali lezioni con una sugosa e ben ponderata prefazione di nozioni e regole generali intorno ai delitti –prove, indizi e pene, loro definizioni, divisioni, valore, qualità ed altro; proseguirle con un completo trattato sopra ciascun delitto, prova del medesimo sì in genere come in specie e pena dovutagli non tanto secondo il Gius comune de’ Romani, quanto ancora a norma delle Leggi e degli Statuti, veglianti in Toscana. E terminarle con una savia istruzione concernente il metodo da tenersi nella formazione degli atti e degli esami sì dei testimoni come dei rei nelle Cause criminali; e siccome questa Istruzione dovrà produrre l’effetto che gli Scolari apprendano non solamente quelle formalità che di ragione sono sostanziali, ma ancora tutte le altre che sono di stile del Tribunale Supremo di Giustizia, cui troppo conviene che si uniformino i Tribunali inferiori e subalterni, così la medesima dovrà richiamare tutta l’attenzione del Lettore, acciocché resti chiara e completa. Per il quale oggetto a tale Istruzione egli dovrà aggiungere anche un Formulario Criminale specialmente in rapporto a quegli Atti, che sogliono reputarsi i più importanti ed i più difficili ad eseguirsi senza mancanze […]. La R. A. S. confida che queste sue paterne cure debbano efficacemente contribuire al conseguimento del fine, cui tendono, che è quello unicamente di formare anco per i tempi avvenire dei Ministri, nelle mani dei quali potere con sicurezza affidare l’amministrazione della Giustizia per rapporto alle Cause Criminali, che sono le più serie ed importanti, riguardando l’onore, la vita e la roba de’ suoi amatissimi sudditi (Prezziner 1810, 192-4).</p><p rend="text">E nel 1790 e nel 1791 il professor Paoletti pubblicava a Firenze, in latino, le sue <hi rend="italic">Istituzioni teorico-pratiche criminali</hi> e, in volgare, le <hi rend="italic">Istruzioni per compilare i Processi criminali</hi>. </p><p rend="text">Un clima nuovo sembra, dunque, governare lo Studio negli anni di Pietro Leopoldo: e furono, questi, anche gli anni della riforma delle accademie fiorentine – dalle molte, troppe, accademie ne rimasero solo tre: la Fiorentina, i Georgofili e la Colombaria – e soprattutto delle grandi riforme: dei governi comunali, della legislazione criminale, del progetto di una Chiesa giansenista toscana, delle scuole e riforme ben note alla storiografia sulla Toscana, come si usa dire, nell’età di Pietro Leopoldo.</p><p rend="text">In questo contesto sono da segnalare la riforma dello Spedale di Santa Maria Nuova, l’organizzazione del Collegio dei Chirurghi (Pasta 2006; Neri Serneri e Lippi 2005) e, su un altro piano, la riforma dell’Accademia del Disegno, presso la quale fu istituita una cattedra di Meccanica, l’apertura al pubblico della Galleria degli Uffizi e l’avvio, nel 1775, del Reale Museo di Fisica e Storia Naturale. A sua volta, la Società Botanica fu unita ai Georgofili e fu allora che, come scrisse il Lastri, nel Giardino dei Semplici «Esculapio cedé il suo regno a Cerere ed a Pomona» (Lastri 1778, 134). Infine, furono aperte una cattedra di Astronomia e una di Idraulica. Insomma, un impegno per lo Studio fiorentino che, così riformato, avrebbe potuto rappresentare un’alternativa alla cattiva qualità delle cattedre di Pisa e di Siena, che, pensava Pietro Leopoldo, «non si danno la pena necessaria per l’istruzione della gioventù, contentandosi della pura apparenza e di fare il meno che possono» (Salvestrini 1969-1974, 236). Un giudizio, questo, del tutto opposto allo schema storiografico, tutto incentrato sulla esaltazione dell’Università di Pisa, del suo aprirsi alle nuove correnti della cultura europea e del suo contributo alla cultura delle riforme leopoldine per un coerente progetto di riforma della società e dello stato: lo schema, per intenderci, che si ritrova nei tre fondamentali volumi delle <hi rend="italic">Historiae Academiae Pisanae</hi>, editi a Pisa tra il 1791 e il 1795 dal Provveditore dello studio Angelo Fabroni, in un contesto europeo denso di storie dell’università.</p><p rend="text">Poche le novità introdotte nell’università fiorentina nel decennio del granducato di Ferdinando di Lorena Asburgo (1791-1800) e poi negli anni del regno di Etruria (1801-1807) e tutte nel rispetto delle linee di governo segnate da Pietro Leopoldo. Furono aperte nove cattedre di Medicina e tra queste la cattedra di Malattie infantili nel 1801 e nel 1805 una cattedra di Storia filosofica della medicina, affidata a Giuseppe Bertini e sulla quale il Collegio medico chirurgico si espresse con un parere che è utile in parte riportare:</p><p rend="quotation_b">Con tale cattedra […] gli studenti sarebbero informati dei metodi usati dai diversi popoli nella cura delle malattie […] senza prevenzione di sistema; si avvezzerebbero a non lasciarsi abbagliare dalle seducenti sistematiche teorie o d auna circa autorevole opinione e a osservare attentamente e maturamente riflettere sulle malattie (Prezziner 1810 252).</p><p rend="text">E nello stesso 1805 fu aperto a Santa Maria Nuova l’insegnamento di «malattie cutanee e delle perturbazioni intellettuali», affidato a Vincenzo Chiarugi, autore <hi rend="italic">Della pazzia in genere, e in specie. Trattato medico-analitico con </hi><hi rend="italic">una centuria di osservazioni </hi>(voll. 3, Firenze 1793-1794).</p><p rend="text">Di lì a qualche anno, presso il Reale Museo di Fisica e Storia Naturale furono chiamati ben sei professori ad insegnare Astronomia, Fisica sperimentale, Chimica, Mineralogia e Zoologia, Botanica e Anatomia comparata, configurando in tal modo un vero e proprio Studio dedicato alle scienze.</p><p rend="h2">5. L’ Ottocento lorenese. Le accademie e lo Studio nella città delle arti e del Rinascimento</p><p rend="text">Nel 1800, in una orazione rivolta al generale Miollis, comandante delle truppe francesi, un letterato fiorentino, che ben esprimeva gli orizzonti culturali della città e dei suoi ceti dirigenti, Giulio Perini, descriveva una città cara alle muse e alle arti, una città nella quale «se ti invita il museo di storia naturale con le ampie sue collezioni a lasciare il pensiero nella profonda meditazione della natura, a più ridenti immagini ti richiama altronde con i più eleganti modelli del Bello, nei sacri suoi pensieri, la Galleria». Firenze è, dunque, a partire dall’Ottocento, la città delle arti come espressione massima delle forze creative dell’individualismo moderno, come scrisse Jacob Burckhardt nella <hi rend="italic">Civiltà del</hi><hi rend="italic"> Rinascimento in Italia</hi>: una città di cui si ammirano quelle realizzazioni, quelle chiese, quei palazzi che agli occhi e al gusto degli uomini di una generazione prima apparivano «gotici» e poco significativi. In questi primi decenni dell’Ottocento, il secolo, si è detto, delle università, del successo europeo dei modelli di istruzione napoleonici e dell’Università di Berlino, anche nel granducato tornato ad essere un possesso lorenese, di università si parla e di ragiona: non a Firenze, ma, ovviamente a Pisa, dove si rivendicava alla storia dell’università quella tradizione galileiana e sperimentale e quella costante apertura alle più vive correnti della cultura europea che avrebbero segnato la parte più colta e politicamente impegnata delle classi dirigenti del Granducato tra Sette e Ottocento. Dalla già citata <hi rend="italic">Historiae Academiae Pisanae</hi> di Angelo Fabroni all’orazione che Giovanni Rosini tenne per l’inaugurazione dell’anno accademico, nel novembre del 1845, alla <hi rend="italic">Prefazione</hi> che apriva gli <hi rend="italic">Annali delle università toscane</hi>, nati nel 1846, sembra consolidarsi una storia dell’Università di Pisa, destinata ad una lunga ed operosa fortuna nel XIX e nel XX secolo.</p><p rend="text">A Firenze, questi primi decenni furono segnati dalla presenza del Vieusseux, del suo Gabinetto di lettura, aperto nel 1820, della biblioteca circolante (1822), dell’<hi rend="italic">Antologia</hi> (1821), del <hi rend="italic">Giornale </hi><hi rend="italic">Agrario Toscano</hi> (1827) e dell’<hi rend="italic">Archivio Storico Italiano </hi>(1842). Ma furono anche i decenni dei Georgofili, cui competeva la direzione del Giardino e nelle cui riunioni si discuteva <hi rend="italic">Sulla necessità </hi><hi rend="italic">ed utilità dello studio della chimica</hi> (Giuseppe Gazzeri, maggio 1805) e <hi rend="italic">Sui vantaggi che trarre sì possono dallo studio della </hi><hi rend="italic">botanica nell’educazione dei giovani delle classi superiori della società</hi> (Vincenzo Antinori, 2 maggio 1819) e che, nel 1837, ospitò nelle sue sale la <hi rend="italic">Prima esposizione pubblica dei prodotti industriali</hi><hi rend="italic"> del Granducato</hi>, alla cui preparazione molto contribuì Antonio Targioni Tozzetti, la cui biografia ben può servire a descrivere questa sorta di circolo virtuoso tra accademie, salotti letterati e quel che era ancora lo Studio fi Firenze. </p><p rend="text">Laureato in medicina a Pisa, nel 1807, nel 1810, diventò aiuto del padre Ottaviano come medico fiscale, per poi essere nominato, nel 1811, professore di chimica presso il nuovo Conservatorio d’arti e mestieri dell’Accademia di Belle Arti di Firenze, dove promosse studi ed esperimenti utili alla produzione della biacca. Nel 1821, collaborò con il padre nella direzione dell’Orto Agrario, di cui prese la direzione nel 1829, anno in cui fu nominato alla cattedra di Medicina a S. Maria Nuova. Fu accademico e poi segretario dei Georgofili, partecipò al congresso degli scienziati di Pisa (1839) e tra gli organizzatori del III congresso, tenutosi a Firenze nel 1841. Ma fu anche censore, bibliotecario, arciconsole della Crusca. Nel gennaio 1853 riceveva dal granduca la decorazione del merito industriale di prima classe dell’Ordine Industriale.</p><p rend="text">Botanico, chimico, medico, accademico della Crusca e dei Georgofili, collaboratore dell’<hi rend="italic">Antologia</hi> del Vieusseux, il Targioni Tozzetti sembra davvero rappresentare quel <hi rend="italic">milieux</hi> fiorentino, che avrebbe di lì a poco trovato nuovo luogo, nel 1859, in quell’Istituto il cui titolo non a caso fu <hi rend="italic">Istituto di studi pratici e di</hi><hi rend="italic"> perfezionamento</hi>.</p><p rend="h2">Riferimenti bibliografici</p><p rend="bib_indx_bib">Angiolini, Franco, Becagli Vieri e Marcello Verga (a cura di). 1993.<hi rend="italic"> La Toscana di Cosimo III</hi>. Firenze: Edifir.</p><p rend="bib_indx_bib">Averani, Giuseppe. 1729. <hi rend="italic">Lettere a Guido Grandi</hi>, Ms. 84 (24 settembre 1729). 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Mappe olandesi, spagnole e portoghesi nelle collezioni del granduca Cosimo III de’ Medici</hi>. <hi >Firenze: Mandragora.</hi></p><p rend="bib_indx_bib"><hi >Cochrane, Eric W. 1961. </hi><hi rend="italic" >Tradition and Enlightenment in the Tuscan Academies, 1690-1800</hi><hi >. </hi>Roma: Edizioni di Storia e Letteratura.</p><p rend="bib_indx_bib">Decleva, Enrico. 2022.<hi rend="italic"> Milano città universitaria</hi>. Roma-Bari: Laterza.</p><p rend="bib_indx_bib">Del Negro, Piero. 2003. “Età moderna.” In <hi rend="italic">I collegi per studenti dell’Università di Padova. Una storia plurisecolare</hi>. Padova: Signumpadova.</p><p rend="bib_indx_bib">Dorini, Umberto. 1935. <hi rend="italic">La Società Colombaria. 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Una reggia dai Medici ai Savoia</hi>, a. cura di S. Bertelli e R. Pasta. Firenze: Olschki.</p><p rend="bib_indx_bib"><hi rend="italic">Ragionamenti del signor Giorgio Vasari sopra le invenzioni da lui dipinte in Firenze nel Palazzo Vecchio con don Francesco dei Medici allora principe di Firenze</hi>. 1723. Pisa: appresso Niccolò Capurro.</p><p rend="bib_indx_bib">Salvestrini, Arnaldo (a cura di). 1969-1974. <hi rend="italic">Relazioni sul governo della Toscana</hi>, 3 voll. Firenze: Olschki.</p><p rend="bib_indx_bib">Segre, Michel. 1993. <hi rend="italic">Nel segno di Galilei</hi>. Bologna: il Mulino.</p><p rend="bib_indx_bib">Tosi, Alessandro. 1993. “Tra scienza, arte e «diletto». Collezioni naturalistiche in Toscana nell’età di Cosimo III.” In <hi rend="italic">La Toscana di Cosimo III</hi>, 377-87. 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          <head>References</head>
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