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        <title type="main" level="a">L’Istituto di Studi Superiori dal 1859 al nuovo secolo</title>
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            <forename>Mauro</forename>
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          <resp>This is a section of <title>Firenze e l’Università</title>(DOI: <idno type="DOI">10.36253/979-12-215-0282-4</idno>) by </resp>
          <name>Fulvio Conti, Emanuela Ferretti, Donatella Lippi, Antonella Salvini, Bernardo Sordi, Andrea Zorzi</name>
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        <publisher>Firenze University Press</publisher>
        <pubPlace>Florence</pubPlace>
        <date when="2024">2024</date>
        <idno type="DOI">https://doi.org/10.36253/979-12-215-0282-4.09</idno>
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          <p>Available for academic research purposes</p>
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        <p>The essay is devoted to reconstructing the events of the Istituto di Studi superiori, especially from an institutional and political point of view. It highlights its specificity on an administrative and financial level compared to the characteristics of the national university system. Although the Florentine leadership did not achieve full autonomy for the Institute, the situation brought about by the law of 1872 made it possible to achieve significant results on a scientific and cultural level. However, the growing need to adapt to the university system and the financial difficulties led to a crisis by the end of the 19th century.</p>
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            <item>Istituto di Studi Superiori</item>
            <item>National university system</item>
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            <item>University reforms</item>
            <item>Liberal Italy</item>
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      <p>It is available online at https://doi.org/10.36253/979-12-215-0282-4.09<ref target="https://doi.org/10.36253/979-12-215-0282-4.09" /></p>
      
      <p rend="h1_chapter">L’Istituto di Studi Superiori dal 1859 al nuovo secolo</p><p rend="h1_author">Mauro Moretti</p><p rend="h2 ParaOverride-1">1. Un esordio incerto</p><p rend="quotations_quotation_b3">Desidero soltanto invitarvi a considerare le grandi benemerenze di Pasquale Villari per questa Università degli Studî. Dotato di spirito eminentemente positivo, Egli non tardò a riconoscere che l’ordinamento iniziale dell’Istituto Superiore, destinato in maniera esclusiva a studî di perfezionamento, lo avrebbe condotto fatalmente alla decadenza. Con la sua grande autorità riuscì ad ottenere che nella Facoltà di Lettere e Filosofia si impartisse anche un regolare insegnamento universitario, e si conferissero diplomi, che aprissero la via alle cattedre nelle scuole secondarie. Fu il primo passo alla graduale trasformazione dell’Istituto (Chiarugi 1926, 5-13, 12).</p><p rend="text">Il Rettore Chiarugi, aprendo l’anno accademico 1925-26, tributava un meritato omaggio a Pasquale Villari – maestro di quel Salvemini allora costretto a lasciare Firenze – come iniziatore di un percorso che nell’arco di pochi decenni avrebbe condotto alla nascita, a Firenze, di un vero e proprio Ateneo. A parte qualche imprecisione di dettaglio si trattava di affermazioni fondate. Sulle origini dell’Istituto si è scritto molto, e non mi sembra necessario tornare, qui, su vari aspetti particolari (Andreucci 1870; Sorani 1913; Garin 1976³; Ceccuti 1977; Rogari 1986; Soldani 2016). Tuttavia credo che almeno un punto vada messo in evidenza. Per quanto, il 29 gennaio 1860, Cosimo Ridolfi si dicesse «certo oramai di non fare opera municipale, ma di dar vita ad un Istituto che rispondesse ai bisogni di una grande nazione» – il «forte Regno» che a quella data doveva essere prefigurato, agli esordi, su un asse sabaudo-toscano (Ridolfi 1859, 61, 67) –, l’impianto del decreto istitutivo del dicembre 1859 si muoveva in una prospettiva tutto sommato regionale. La stessa legge Casati, di poche settimane precedente, era stata concepita per gli Stati sardi e la Lombardia; e i due provvedimenti erano stati elaborati in parallelo, nel corso dei mesi precedenti (Moretti-Porciani 2012). Il mandato della commissione subito istituita dal governo provvisorio toscano per «riordinare gli studi universitari» era ovviamente limitato a uno specifico ambito territoriale; le università di Pisa e Siena erano state subito ricostituite e riaperte, e al pisano Centofanti si volle affidare la guida della sezione fiorentina di Filosofia e Filologia. Non sembra, osservando il disegno elaborato a Firenze, che i toscani abbiano tenuto particolarmente conto, se non in negativo, di quel che avveniva in area sabaudo-lombarda. Sappiamo, poi, che la peculiarità della missione assegnata all’Istituto, con l’accostamento poco definito fra tirocinio professionale e avviamento alla ricerca – il termine «perfezionamento» ebbe una qualche fortuna nel lessico universitario dei decenni successivi – era radicata in preoccupazioni ben presenti nei circoli fiorentini, e poggiava sulla necessità di difendere, riorganizzare e valorizzare istituti e pratiche già esistenti. Non a caso accanto alla commissione universitaria aveva lavorato quella incaricata di occuparsi degli studi pratico-legali, con tutte le questioni connesse al passaggio dalle aule universitarie alle professioni giuridiche; e pesava soprattutto, consolidato da un ventennio di esperienza, l’assetto toscano degli studi medici, né si dovrà insistere sul ruolo allora svolto da Maurizio Bufalini. Questo per non dire di altri organismi culturali, dal Museo di fisica e storia naturale all’Archivio di Stato. Insomma, e al di là delle strategie di autopromozione, di ricollocazione pubblica e di occupazione di spazi materiali e simbolici – «assicurare a questa nobil provincia d’Italia l’onore, il merito ed il vantaggio d’esser la prima ad attuare una Istituzione che la manterrà sempre alla cima della civiltà nazionale» (Ridolfi 1859, 64) –, l’Istituto era di fatto «la chiave della gran volta del tempio del sapere» a Firenze, e «la vetta del grande albero dello scibile» in Toscana (Ridolfi 1859, 66). Scelta, beninteso, non di basso profilo, ma che definiva un’articolazione interna al campo dell’istruzione superiore priva di riscontro nella legge Casati, che era invece destinata a fornire – con qualche lentezza in ambito universitario – la struttura portante del nuovo sistema scolastico nazionale. L’Istituto, insomma, sarebbe rimasto in qualche misura fuori asse rispetto agli indirizzi della politica universitaria nazionale, e fu visto in più di un caso come un esperimento incompiuto e velleitario. Il 16 marzo 1871, nel corso di una riunione della commissione incaricata del riordinamento dell’Istituto, Ubaldino Peruzzi lo avrebbe affermato con chiarezza: «crede che il male dell’Istituto di Studi superiori sia stato quello di essere considerato sempre come una astrazione piuttosto che come una realtà»<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-049-backlink"><ref target="_09.html#footnote-049">1</ref></hi></hi>. Non meno esplicito era stato il più acuto e lungimirante difensore dell’Istituto, Villari, in una nota prolusione del 16 novembre 1868:</p><p rend="quotation_b ParaOverride-2">si volle allora, dimenticando che l’Italia non è la Francia, e Firenze non è Parigi, prendere a modello il Collegio di Francia, e si credette che bastasse a fondare un Istituto Superiore, nominare un certo numero di professori, senza né coordinare, né destinare le loro cattedre ad uno scopo speciale e chiaramente determinato, senza mettere in relazione precisa e riconosciuta questo insegnamento con quello delle Università. E così, senza esami, senza scolari, senza facoltà di dare diplomi […], noi dovemmo cominciare i nostri corsi (Villari 1869, 34).</p><p rend="text">L’allusione al <hi rend="italic">Collège</hi> non era incidentale: quel richiamo era stato proposto in più di un caso, e in senso positivo, da Gino Capponi (Rogari 1986, 981). L’alterità dell’Istituto, e la conseguente spinta a qualche forma di riassetto istituzionale, mi sembra attestata anche da un dettaglio significativo. Carlo Matteucci, che aveva fatto parte della commissione universitaria toscana del 1859, una volta divenuto ministro della Pubblica istruzione del regno, appena tre anni più tardi, minacciò seriamente l’esistenza stessa dell’Istituto nel quadro del suo tentativo di razionalizzazione del sistema: trasferimenti di cattedre, specie della sezione letteraria, e revisione organizzativa degli studi medici in Toscana, provocando proteste e decise reazioni. Il peggio venne evitato, anche grazie all’opera dell’immediato successore di Matteucci, e docente dell’Istituto, lo storico Michele Amari. Ma degli interventi erano necessari; e il destino dell’Istituto veniva affidato a progetti di ingegneria accademica – le tre scuole normali superiori per l’intero regno, con un nucleo toscano –, a colloqui informali fra professori vicini ai centri del potere governativo, a vari disegni ministeriali, da Natoli a Berti, a voci critiche provenienti dal parlamento (Polenghi 1993; Porciani 1994; Colao 1995; Fioravanti, Moretti, Porciani 2000; Moretti, Porciani 2007; Moretti 2010a).</p><p rend="text">Il vero problema allora aperto era quello di stabilire un collegamento dell’Istituto con le strutture universitarie, attribuendogli una funzione precisa e riconoscibile, e sostituendo studenti veri ai non pochi uditori, al vario pubblico presente in aula in quei primi anni, specie nei corsi letterari. Villari, desideroso di rientrare a Firenze dopo l’importante esperienza di direttore della Normale pisana, provava ad avanzare una proposta, in un articolo non firmato pubblicato nella «Perseveranza» del 16 maggio 1865. L’Istituto, scriveva, vegetava mal organizzato, senza avere né la forza di vivere né quella di morire, a causa degli esiti pratici di un progetto intellettuale poco definito: </p><p rend="quotation_b ParaOverride-3">Voi volete una istituzione che non risponde a nessuno dei veri bisogni del paese. Voi avete delle cattedre frequentate da signore, da avvocati, e dei professori che debbono quindi per necessità, fare lezioni generali, oratorie, eloquenti, se volete; ma non saranno mai lezioni che avranno uno scopo scientifico, un carattere ed un metodo severo. […] non v’è necessità di gravare il bilancio per questo insegnamento di lusso. Così parlano i nemici dell’Istituto, e le loro obbiezioni non sono tutte senza qualche fondamento. Anche io sono convintissimo che, a voler fare fiorire una istituzione di pubblico insegnamento, ci vogliono veri e proprii scolari, che abbiano uno scopo determinato, che vengano con una volontà determinata (Villari 1865).</p><p rend="text">A Firenze sarebbe potuto sorgere un centro di perfezionamento a carattere nazionale, dando così allievi, sostenuti con borse di studio governative, e una fisionomia più precisa all’Istituto; a condizione che a quel secondo ciclo di studi venisse attribuito uno specifico valore formale, riconoscendo per via di diploma l’abilitazione alla libera docenza, e stabilendo un collegamento diretto con la Normale, i cui studenti avrebbero potuto perfezionarsi nell’Istituto.</p><p rend="text">Il diretto contatto di Villari con la realtà dell’Istituto, e più precisamente della sua sezione filosofico-filologica, dovette però presto persuaderlo della scarsa praticabilità di questa via – più prossima ai disegni originari relativi all’Istituto –, e dell’opportunità di prevedere per gli insegnamenti altri scopi accanto a quelli degli studi ‘pratici e di perfezionamento’ post-universitari. La necessità di un «ordine compiuto» e di un «vero scopo» da attribuire alle sezioni diverse da quella medica era ben presente al soprintendente Bufalini nel 1864 (Bufalini 1865, 101-11); e vari propositi di intervento potrebbero essere recuperati dalla cronaca frammentaria di quel primo decennio. Villari riuscì a dar corpo ad un’operazione mirata, e dalle notevoli implicazioni pratiche. Anzitutto, con il r.d. n. 3605 del 17 febbraio 1867, venivano «istituite conferenze da tenersi dall’agosto al novembre sopra le materie d’insegnamento filologico e filosofico che verranno ad ogni anno determinate con decreto ministeriale». Le conferenze, per le quali erano previsti, oltre alla frequenza, degli esami e dei «certificati speciali», erano apertamente destinate «al perfezionamento in studi filologici e filosofici durante le vacanze scolastiche degli altri istituti di pubblica istruzione»; luogo potenziale di raccolta, dunque, di studenti provenienti da altri Atenei italiani, che avrebbero potuto seguire corsi nel centro di studi superiori della capitale del regno. Tuttavia il punto di forza, e di svolta, del disegno villariano veniva tradotto nel r.d. n. 3931 del 22 settembre 1867. Le coordinate dell’intervento normativo si riferivano in qualche misura ad un doppio <hi rend="italic">deficit</hi>: da un lato, l’indeterminatezza di struttura e di funzioni di un’istituzione priva di tradizioni; dall’altro, l’urgenza di dotare di insegnanti adeguatamente preparati il sistema scolastico nazionale. Si prospettava così una parziale omologazione al sistema universitario, e occorreva scansare sospetti di un trattamento di favore a vantaggio di istituzioni situate nella capitale:</p><p rend="quotation_b">Le condizioni per l’ammissione, le tasse d’inscrizione e d’esami, la durata del corso, sono le stesse che per le Facoltà di Lettere e filosofia, di Scienze fisiche e naturali delle Università del Regno.</p><p rend="text">I nuovi compiti delle due sezioni imponevano anche un riassetto interno, con la costituzione di un consiglio accademico in ogni sezione, e la predisposizione di un apposito piano di studi, accompagnato da un regolamento interno. A sottolineare, poi, il ruolo particolare, in qualche modo di iniziativa, assunto dalla sezione filosofico-filologica in questo passaggio sarebbe intervenuto, a distanza di un mese, il d.m. n. 4004 del 22 ottobre 1867, che approvava il regolamento e l’ordine degli studi per la sezione; decreto rapidamente seguito, del resto, dal d.m. n. 4013 del 3 novembre 1867, sul regolamento della sezione di scienze fisiche e naturali. Ed il primo articolo del regolamento per la sezione ‘letteraria’ traduceva il sostanziale rovesciamento dell’impianto del 1859, anche se non sacrificava del tutto i propositi originari:</p><p rend="quotation_b">La sezione di filologia e filosofia prepara professori di lettere e storia e di filosofia per le scuole secondarie, conferendo i relativi diplomi. Vi saranno inoltre nell’Istituto insegnamenti complementari intesi a promuovere studi speciali.</p><p rend="text">Il piano di studio per il conseguimento dei diplomi si adeguava, con minime varianti, ai regolamenti ministeriali del 1862, altro visibile segno della ricerca di un raccordo con il sistema. Per quel che riguardava, invece, gli insegnamenti complementari destinati a sostenere particolari percorsi di studio, il decreto ne elencava cinque: Lingue dell’estremo Oriente, Lingua e letteratura araba, Storia della letteratura italiana, Storia ed arte militare, Diplomatica e Paleografia. Chiara l’eredità del primo impianto dell’Istituto, ed intuibili alcuni snodi che avrebbero determinato rapporti conflittuali con altre istituzioni culturali fiorentine, come l’Archivio di Stato. Gli studenti della sezione letteraria avrebbero dovuto seguire un corso quadriennale, in piena analogia con l’ordinamento universitario, mentre quelli di Scienze per essere iscritti al «corso normale di scienze del Museo» avrebbero dovuto prima seguire i corsi e superare gli esami del primo biennio delle Facoltà di Scienze, con l’aggiunta di uno studio certificato di Anatomia, oppure delle Facoltà di Medicina; ma era prevista anche la possibilità di un esame di ammissione. Poco più tardi, con il d.m. 23 maggio 1868, n. 4389, e il r.d. 10 dicembre 1868, n. 4743, il ministro Broglio avrebbe aperto corsi per docenti già in servizio, ma ancora privi di titoli legali, rafforzando in questo campo la posizione dell’Istituto, proprio mentre la sezione legale – che assieme a quella medica avrebbe dovuto assicurare l’incontro delle due funzioni, ‘pratica’ e di ‘perfezionamento’ – di fatto svaniva (Tacchi 2016; Stolzi 2020).</p><p rend="text">Un anno dopo, nella già ricordata prolusione del 1868, Villari, nominato nel 1867 presidente della sezione di Filosofia e Filologia, avrebbe difeso quella scelta come rispondente ad una necessità generale, legata alla «grande decadenza dei nostri studi secondari, a cui le Facoltà di lettere dovevano riparare» (Villari 1869, 18). Quella di preparare professori era scelta dettata da un’urgenza reale, e questa prospettiva professionale avrebbe potuto attrarre un certo numero di studenti. Villari non rinunciava a sostenere la validità degli obiettivi di formazione scientifica post-universitaria, di scuola di metodo e di ricerca, fissati già alla fondazione dell’Istituto. E riprendendo alcuni spunti critici proposti nel citato articolo del 1865 verso la prassi esclusiva del perfezionamento all’estero, sottolineava il possibile ruolo di Firenze nel quadro di un’organizzazione degli studi superiori non orientata solo in direzione professionale. Nella sua duplice veste di scuola normale superiore abilitante all’insegnamento secondario, e di centro di avviamento alla ricerca con corsi speciali fondati soprattutto su una didattica di tipo seminariale, sul lavoro comune, l’Istituto avrebbe potuto gradualmente consolidarsi, vincendo le diffidenze e la scarsità di mezzi che ne accompagnavano l’esistenza nonostante l’attuale funzione politica della città.</p><p rend="text">Una istituzione, quindi, nuova e anomala, accolta con perplessità e dubbi di varia natura, minacciata dall’ostilità delle sedi universitarie vicine – e di quelle che cercavano di competere nello stesso ambito funzionale, come l’Accademia scientifico-letteraria di Milano –, oltre che di personaggi battaglieri ed influenti, correva anche il rischio di confinarsi in un ambito prettamente locale, magari spinta a ciò proprio dalla necessità di dover contare su aiuti e sovvenzioni localmente erogati. Villari vedeva chiaramente l’alternativa, e la presentava con efficacia a Peruzzi, chiedendo per l’Istituto sussidi e borse di studio finanziate dal Comune di Firenze e destinate ad allievi di ogni provenienza<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-048-backlink"><ref target="_09.html#footnote-048">2</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">Il 1870 fu anno di svolta, anche per quel che riguarda la cronaca dell’Istituto. I provvedimenti finanziari proposti da Sella, che prevedevano la possibilità, per il governo, di chiudere le Facoltà universitarie spopolate, e soprattutto le indicazioni della commissione della quale fu relatore Bonghi, favorevole alla soppressione delle sezioni letteraria e scientifica dell’Istituto e alla trasformazione della prima in una scuola speciale sul modello dell’<hi rend="italic">École des Chartes</hi>, provocarono allarme e polemiche. In seguito alla presa di Roma, poi, e alla necessità di insediare nella nuova capitale anche una università prestigiosa, a sostegno del nuovo ruolo laico e civile che si intendeva attribuire alla città, vennero progettati, e in parte attuati, alcuni trasferimenti di professori da Firenze a Roma; e particolari pressioni vennero esercitate dal ministero proprio su Villari, che non accettò il passaggio a Roma.</p><p rend="text">Il consiglio comunale di Firenze, in seguito alla relazione Peruzzi del 16 dicembre 1870, si era impegnato a studiare le misure necessarie a rafforzare le istituzioni scolastiche e culturali cittadine; e il 5 gennaio 1871 veniva nominata una commissione incaricata di occuparsi dell’Istituto, presieduta da Leopoldo Galeotti e composta inizialmente da Adolfo Targioni Tozzetti, Pietro Cipriani, Giorgio Pellizzari, Celestino Bianchi, Carlo Morelli, Angelo Vegni, Giovan Battista Donati, Augusto Conti<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-047-backlink"><ref target="_09.html#footnote-047">3</ref></hi></hi>. Ma già il 19 dicembre 1870 Villari si era rivolto a Peruzzi soffermandosi in particolare sul grave problema dei locali, a partire dalla possibilità di annettere all’Istituto un convitto normale sul modello pisano<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-046-backlink"><ref target="_09.html#footnote-046">4</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">Attorno alle sorti dell’Istituto si intrecciavano, in quelle settimane, vari progetti, e la questione del convitto sarebbe rimasta a lungo aperta. Il 23 gennaio 1871, Peruzzi comunicava a Villari che, anche su richiesta degli altri membri, si era deciso di includerlo nella commissione, incarico, questo, che Villari accettò immediatamente.</p><p rend="h2">2. La legge-convenzione del 1872 </p><p rend="text">Il lavoro dei commissari si protrasse sino all’estate 1871, frequentemente orientato dalle indicazioni generali di Peruzzi, che seguì la vicenda in discorde, ma fruttuosa relazione con Villari, attento per parte sua a ribadire l’ineludibilità di una scelta sistemica per l’Istituto, riguardante la sua collocazione all’interno dell’ordinamento degli studi superiori in Italia. La partita si sarebbe giocata su due distinti terreni, dell’ordinamento e dei finanziamenti. Quanto all’ordinamento, in una prima bozza di relazione<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-045-backlink"><ref target="_09.html#footnote-045">5</ref></hi></hi> Villari faceva prudenti concessioni tattiche riguardo all’indirizzo scientifico del lavoro delle sezioni, ed al ‘perfezionamento’, proponendo però di mantenere il presente assetto dell’Istituto, cioè di non rinunciare – anche se il tema non veniva affrontato direttamente – alla funzione di scuola normale superiore, con i relativi diplomi, sulla base dei decreti del 1867. Inoltre si usava una certa cautela nell’impostare il rapporto con le università, specie con quelle più vicine; dell’esistenza, e della forza, degli Atenei di Pisa e Siena occorreva tenere ben conto, né si poteva pretendere per l’Istituto l’esclusiva della formazione scientifica. Come osservava Villari, «il Municipio di Firenze non può alterare il sistema d’istruzione vigente nel Regno». In questa prospettiva, si chiedeva per tutte le sezioni un aumento del numero delle cattedre, un rafforzamento dell’insegnamento clinico per la sezione medica, una migliore sistemazione anche materiale dei laboratori e delle collezioni della sezione scientifica. Ai «Corsi e Studi pratici e speciali» sarebbero stati ammessi giovani laureati, con la previsione di un sostegno finanziario. Al termine di questi corsi l’Istituto avrebbe rilasciato un diploma speciale, con valore preferenziale nei concorsi alle cattedre ed agli uffici pubblici.</p><p rend="text">La base pratica della trattativa con il governo venne indicata, con efficacia, da Leopoldo Galeotti: per mettere il ministero alle strette, asseriva, chi proponeva riforme ed ampliamenti di organico avrebbe dovuto dichiararsi pronto a contribuire alle spese. Villari, numeri alla mano, tornava a difendere l’importanza, per la sezione letteraria, del corso ‘normale’. Gli allievi di questo corso, osservava, erano 25, 15 quelli che seguivano i corsi speciali senza essere laurea­ti, 3 i laureati, due dei quali provenienti dal corso ‘normale’<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-044-backlink"><ref target="_09.html#footnote-044">6</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">In ogni caso la relazione finale della commissione, stesa da Villari, si manteneva sul terreno dell’organizzazione didattica e scientifica, senza toccare la natura giuridico-amministrativa dell’Istituto. Il documento era contraddistinto da una certa prudenza, e dalla volontà di indicare un possibile rapporto funzionale con il sistema universitario: per l’Istituto non si ipotizzava una posizione esclusiva in direzione del perfezionamento scientifico, che avrebbe sollecitato opposizioni, ma queste finalità venivano ricollegate, secondo un procedimento retorico tipico di tanta pubblicistica universitaria del tempo, alla tradizione storica cittadina. Ostinata fu la difesa dell’assetto vigente; si dava tuttavia risalto ben maggiore ai corsi per laureati, senza chiedere che al diploma finale venisse attribuita una sorta di dignità privilegiata. Per la sezione medica si guardava soprattutto allo sviluppo delle cliniche, connesso alla funzione di biennio terminale che l’insegnamento fiorentino svolgeva nei confronti di quello impartito a Pisa e a Siena; ma il desiderato ripristino dell’insegnamento anatomico lasciava intravvedere disegni di ulteriore consolidamento della sezione rispetto alle Facoltà universitarie<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-043-backlink"><ref target="_09.html#footnote-043">7</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">Il documento passò nel luglio 1871 all’esame dei consigli comunale e provinciale, che grazie anche ad un accordo fra sindaco e prefetto decisero di operare congiuntamente, incaricando della stesura del rapporto il Ridolfi. Non mancarono incertezze e difficoltà se ancora il 3 novembre 1871 Ridolfi così informava Peruzzi:</p><p rend="quotation_b">Il Villari m’aveva promesso di mandarmi ciò che nella legislazione e nei regolamenti nostri riguardi le <hi rend="italic">Università libere</hi>; ma non ho veduto niente. Di qui l’incertezza in cui siamo rimasti col Corsi intorno al punto principale della proposta; la determinazione cioè del <hi rend="italic">carattere</hi> da darsi all’Istituto<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-042-backlink"><ref target="_09.html#footnote-042">8</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">Significativo l’accenno alle quattro università libere presenti nel territorio degli ex Stati pontifici – Ferrara, Perugia, Camerino e Urbino –, mantenute finanziariamente dal contributo degli enti locali in deroga al principio statalistico fissato dalla legge Casati, sottoposte ad un controllo almeno teorico del ministero sul piano didattico e regolamentare, ma anche autorizzate a rilasciare titoli riconosciuti dallo Stato (Moretti 1998). Per garantire la peculiarità della funzione scientifica dell’Istituto e uno spazio adeguato agli enti locali finanziatori occorreva assicurare all’Istituto stesso, rispetto al sistema universitario, una particolare condizione giuridica, e le conclusioni alle quali giunse la commissione comunale e provinciale furono impegnative, certamente in accordo con Peruzzi. Il 21 novembre 1871 Ridolfi presentava la sua relazione e lo schema di convenzione al consiglio comunale di Firenze:</p><p rend="quotation_b">a base del nuovo organamento da darsi all’Istituto si è posta dalle due Commissioni la costituzione sua in Ente morale autonomo, e il suo riconoscimento come stabilimento di pubblica utilità con tutte le conseguenze giuridiche ed amministrative di tali dichiarazioni<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-041-backlink"><ref target="_09.html#footnote-041">9</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">Si toccava così un punto importante e delicato, tanto sul piano pratico che su quello della dottrina, della questione universitaria nell’Italia unita. Nella sua impostazione statalistica la legge Casati sembrava infatti negare la personalità giuridica delle università, specialmente in base alle disposizioni dell’art. 50. Si trattava però di una questione aperta, anche per il contrasto che si registrava in materia fra orientamenti dottrinali e giurisprudenziali e prassi ministeriale, secondo la quale le università venivano in pratica considerate semplicemente come organi periferici dell’amministrazione dello Stato. L’impostazione autonomistica scelta dalle <hi rend="italic">élites</hi> fiorentine aveva senz’altro il pregio di sottrarsi a simili questioni interpretative, e l’ambizione di porsi quale modello per un auspicabile sviluppo futuro del sistema di istruzione. Per configurare pienamente l’Istituto come ente morale autonomo Ridolfi metteva in evidenza il suo scopo specifico e determinato, rifacendosi alle indicazioni della relazione Villari circa le prevalenti finalità di formazione scientifica degli insegnamenti fiorentini, ed anche la forte connotazione ‘locale’ che l’Istituto stesso avrebbe assunto grazie al coinvolgimento finanziario del Comune e della Provincia. L’Istituto doveva infatti rimanere, secondo Ridolfi, «affatto fuori dall’ordinamento officiale degli studi» (<hi rend="italic">Atti del Consiglio comunale di Firenze</hi> 1871, 605), eccezion fatta per il biennio finale delle Facoltà mediche toscane.</p><p rend="text">L’autonomia, comunque, non comportava la rinuncia ad ogni forma di sostegno statale. Il governo, in una prospettiva di integrazione e di sollecitazione, avrebbe dovuto continuare a contribuire alle spese per l’Istituto con una dotazione annua «nella misura in che essa è già inserita nel bilancio dello Stato pei due titoli del <hi rend="italic">personale</hi> e del <hi rend="italic">materiale</hi>» (<hi rend="italic">Atti del Consiglio comunale di Firenze</hi> 1871, 604); il Comune e la Provincia, oltre a fornire uno stanziamento fisso, avrebbero coperto le spese straordinarie per la risistemazione e l’ampliamento delle strutture scientifiche, ed avrebbero potuto, con fondi speciali, istituire nuove cattedre rispetto alla dotazione dell’Istituto. Lo Stato e il Comune dovevano impegnarsi poi a destinare ad uso dell’Istituto vari spazi e locali: e quello del recupero e della sistemazione di questi spazi si sarebbe rivelato, negli anni della soprintendenza Peruzzi, il problema dominante nella gestione materiale dell’Istituto. Ad amministrare l’Istituto sarebbe stato chiamato un consiglio direttivo dotato di ampi poteri, fra i quali la ripartizione fra le sezioni dei finanziamenti e la concessione di emolumenti speciali agli insegnanti, e composto, nelle intenzioni di Ridolfi, di un soprintendente e di un commissario di nomina governativa, di due delegati eletti ogni biennio dalla Provincia e di tre deputati scelti ogni tre anni dal Comune. Contro la marcata prevalenza dell’elemento locale si sarebbero però manifestate le opposizioni vincenti dell’esecutivo. Inoltre, sentito il parere del collegio dei professori della sezione interessata, in caso di cattedre vacanti o comunque da coprire il consiglio avrebbe proposto al governo il nome del nuovo titolare da nominare senza concorso, valendosi dell’articolo 69 della legge Casati sulle nomine per chiara fama; ma se il Consiglio superiore della pubblica istruzione non avesse accolto la proposta, o se il consiglio direttivo non fosse stato in grado di indicare un candidato, si sarebbe proceduto alla scelta del nuovo docente per concorso.</p><p rend="text">Il dibattito in consiglio comunale non fu molto articolato, con preoccupazioni per il forte carico finanziario che si imponeva al bilancio comunale. Villari e Peruzzi intervennero a sostegno della relazione Ridolfi. Attendere la riforma universitaria per ripensare assetto e funzioni dell’Istituto, affermava Villari, «equivarrebbe al non far nulla»; e Peruzzi si mostrava ugualmente scettico circa la prospettiva di una nuova legge universitaria a breve scadenza (<hi rend="italic">Atti del Consiglio comunale di Firenze</hi> 1871, 609-16, 610). Fra i non numerosi interventi andrà ricordato quello di Carlo Alfieri di Sostegno, futuro membro del consiglio direttivo e successore di Peruzzi alla soprintendenza dell’Istituto, che interrogava il relatore sull’opportunità di estendere l’insegnamento impartito nella sezione letteraria alle scienze sociali, prendendo atto di un bisogno sempre più sentito ed al quale in altri paesi, come in Francia, si cercava di dare soddisfazione. Si stava allora lavorando al progetto della futura Scuola di scienze sociali, e Alfieri cercava di stabilire uno stretto raccordo fra quella iniziativa e la riorganizzazione dell’Istituto; Ridolfi, dichiarando che l’ipotesi era stata presa in considerazione, opponeva però, almeno per il momento, motivi di bilancio. L’idea di un collegamento non sarebbe stata abbandonata: avrebbe anzi trovato spazio anche nel testo definitivo della convenzione (<hi rend="italic">Atti del Consiglio comunale di Firenze</hi> 1871, 613-14).</p><p rend="text">Il progetto Ridolfi – approvato dal consiglio comunale con 39 voti favorevoli e 7 contrari – finiva per stabilire limiti assai larghi ed agevoli a quella «discreta libertà d’azione» della quale avrebbe parlato Peruzzi in una importante lettera a Lambruschini del 27 giugno 1872<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-040-backlink"><ref target="_09.html#footnote-040">10</ref></hi></hi>. Il sindaco era delegato a trattare con il governo l’approvazione per legge della convenzione; e sui confini ed i caratteri di quella libertà l’accordo si rivelò non semplice.</p><p rend="text">In un appunto anonimo e non datato, di provenienza ministeriale, si riassumevano le principali obiezioni mosse dall’amministrazione al progetto di convenzione: la conservazione dell’Osservatorio astronomico, del Museo e delle Collezioni alla «proprietà nazionale», una più larga presenza governativa nel Consiglio direttivo, la percezione erariale di due terzi delle tasse, l’ipotesi di una riduzione del contributo statale<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-039-backlink"><ref target="_09.html#footnote-039">11</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">Dopo alcuni contatti informali, il Comune e la Provincia incaricarono del negoziato con il governo Giuseppe Mantellini, Villari e Niccolò Nobili. Che il clima romano non fosse dei migliori, nei confronti delle richieste dei fiorentini, fu rapidamente avvertito dai tre delegati, che informarono con continuità Peruzzi sullo svolgimento delle trattative, fornendo indicazioni e valutazioni, e domandando consiglio. L’11 dicembre 1871 Villari illustrava le posizioni del ministro Correnti:</p><p rend="quotation_b">Il Correnti, a mio avviso, va preso in parola. Egli dice che vuole presentare un progetto di legge per fondare Scuole d’applicazione o Politecnici. Riunirebbe l’Accademia di Milano col Politecnico, per eliminare l’opposizione di quella, la quale, a suo avviso, eccita continuamente il Bonghi contro l’Istituto. Io non so quanto tempo il Correnti durerà in questa disposizione, e nessuno può saperlo. Certo è che ora vuol dimostrarsi ben disposto<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-038-backlink"><ref target="_09.html#footnote-038">12</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">La testimonianza di Villari evoca ancora una volta quei contrasti di interesse che, sul terreno della politica universitaria, si accendevano fra oligarchie locali mobilitate per difendere ed accrescere le prerogative degli istituti cittadini, contrasti che spesso trovavano un’ampia eco nella stampa, e che si traducevano, a livello politico e parlamentare, in ostacolo a disegni generali di riforma, e in stimolo a una prassi legislativa settoriale e frammentata. In questo caso, poi, il riferimento era a un’altra nuova istituzione di istruzione superiore, l’Accademia scientifico-letteraria di Milano, creata dalla legge Casati e anch’essa segnata, nel primo periodo della sua esistenza, da difficoltà, incertezze e contraddizioni circa il proprio carattere, la propria finalità specifica, che finiva per sovrapporsi a quella della sezione letteraria dell’Istituto (Decleva 2001; Moretti 2010b; Decleva 2022).</p><p rend="text">Il ministro, in una interessante lettera a Peruzzi del 7 gennaio 1872, si soffermava sulla delicata situazione universitaria del momento, con la legge di pareggiamento per Padova e Roma da far approvare, e con l’università di Roma da ricostruire, e prometteva che si sarebbe presto occupato di Firenze, deciso a far tentare la prova all’Istituto riformato<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-037-backlink"><ref target="_09.html#footnote-037">13</ref></hi></hi>. E in effetti, pochi giorni dopo, Correnti rendeva note ai negoziatori fiorentini le obiezioni e le richieste dell’esecutivo in merito al progetto di convenzione. Villari le riferiva a Peruzzi, il 15 gennaio 1872:</p><p rend="quotation_b">A noi è parso che una sola era molto grave. Egli dice che il Consiglio dei Ministri non approva la costituzione dell’ente morale, e che la Camera neppur l’approverebbe […]. Egli proporrebbe un ente morale per dieci anni, come esperimento; ma sarebbe una sua idea, non del Consiglio dei Ministri. La sosterrebbe, non potrebbe però esser certo di riuscire a farla accettare. Noi abbiamo respinta questa seconda idea. Abbiamo creduto che se il capitolato fosse approvato per legge, con espressa dichiarazione che, senza una nuova legge non potrebbe essere alterato; se l’Istituto fosse posto sotto un Consiglio direttivo composto di due membri eletti dal Comune, uno dalla Provincia, tre dal Governo, ci sarebbe una garanzia quasi uguale a quella dell’ente morale, il quale presentava una difficoltà insuperabile. Questo modo di costituire il Consiglio è un’altra delle condizioni imposte dal Correnti. Noi l’avremmo accettata. Il Presidente verrebbe eletto nel seno del Consiglio stesso, sarebbe sopraintendente dell’Istituto, e in caso di parità avrebbe voto preponderante […]. Finalmente il Sella dice che il Governo dovrebbe continuare a pagare non la somma stanziata, senza le economie presunte; ma la somma che effettivamente spende, e ciò anche per l’effetto che avrebbe sulla Camera il dire: non si spenderà un centesimo di più. Ciò porterebbe, per parte del governo una diminuzione di 20 mila lire sulla somma. Invece di 360.000 lire darebbe 340.000 lire, presso a poco – (Domani si verificherà). E finalmente il Correnti proporrebbe che le tasse scolastiche andassero a benefizio dei professori. Le altre cose son di poco momento<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-036-backlink"><ref target="_09.html#footnote-036">14</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">Nobili aggiungeva un dettaglio interessante circa le posizioni del governo: «Le proposte degli insegnanti da farsi nei congrui casi in termini dell’art. 69 della Legge non poter impedire al Governo la libertà di non ammettere certi candidati per ragioni non didattiche ma politiche»<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-035-backlink"><ref target="_09.html#footnote-035">15</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">Le resistenze di fronte all’ipotesi autonomistica ‘forte’ configurata nel progetto fiorentino si manifestavano dunque tanto sul piano generale – negazione della trasformazione in ente autonomo, drastica revisione della composizione del consiglio direttivo –, che su quello più particolare di alcune temute conseguenze della rottura del monopolio statale nel campo dell’istruzione superiore. Anche nei successivi dibattiti sull’autonomia universitaria sarebbe riemerso il tema della scelta dei professori, e si sarebbe a lungo discusso sui possibili, mutevoli condizionamenti di poteri più vicini e stringenti sull’orientamento e sul contenuto dei corsi universitari; né è pensabile che il governo temesse allora dai consorti fiorentini nomine troppo ‘democratiche’, al contrario. Va comunque ricordato che nella bozza di convenzione era lasciato al Consiglio superiore un notevole potere di sorveglianza e sanzione in materia di nomine. In parlamento, il 14 giugno 1872, a proposito del disegno di legge sull’approvazione della convenzione, Toscanelli, avversario dell’Istituto, avrebbe evocato con qualche forzatura ma con efficacia i pericoli che gli parevano insiti nel precedente che si veniva a sancire:</p><p rend="quotation_b">Se immagino le Università nelle mani dei municipi, vedo in un luogo l’Università di Lovanio, in un altro l’Università che patrocina i principii dell’Internazionale; […]. Secondo me, l’insegnamento superiore, quell’insegnamento che dà dei diritti civili, che accorda la laurea, è una cosa che spetta per sua natura allo Stato, e della quale lo Stato non può né deve assolutamente spogliarsi […]. Io non voglio né l’Università di Lovanio, né l’Università docente i principii dell’Internazionale<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-034-backlink"><ref target="_09.html#footnote-034">16</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">Non erano solo espedienti retorici usati dal ‘pisano’ Toscanelli nel suo tentativo di ostacolare l’approvazione della legge. Il 9 luglio 1872, a vicenda parlamentare conclusa, Villari scriveva a Peruzzi sollecitando una rapida ed equilibrata soluzione del problema delle nuove cariche direttive nell’Istituto, tale da placare un malcontento diffuso:</p><p rend="quotation_b">la composizione del Consiglio direttivo urge, ed è cosa, come Ella sa, d’una difficoltà grandissima. Chi dice che si vuol fare una Università di Lovanio, chi dice che se ne vuol fare una d’atei. Il Consiglio Superiore teme la prima cosa, e alcuni lo dicono apertamente<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-033-backlink"><ref target="_09.html#footnote-033">17</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">Data la politica dei gruppi dirigenti fiorentini specie in campo scolastico, non si potrebbe dire che i timori del Consiglio superiore della pubblica istruzione, dei quali Villari era in grado di parlare per diretta esperienza, fossero infondati; e non mancarono, negli anni successivi, episodi interni all’Istituto tali da rendere più che plausibili le preoccupazioni relative agli ostacoli ed ai limiti alla libertà scientifica che la diretta ingerenza di enti e forze locali nella vita universitaria avrebbe potuto determinare.</p><p rend="text">Nel gennaio 1872, vista la situazione generale (Polenghi, 1993, 364-82), occorreva chiudere la trattativa, accettando le condizioni imposte dal governo. Su un punto i negoziatori fiorentini riuscirono ad avere la meglio: si ottenne di inserire nella convenzione l’esatto importo del contributo governativo. Villari aveva materialmente lavorato insieme ad alti funzionari ministeriali alla stesura degli articoli della convenzione, e sollecitava Peruzzi a non offrire altri pretesti per ulteriori rinvii o ripensamenti, tornando a soffermarsi sulla mancata concessione della costituzione in ente morale:</p><p rend="quotation_b">In sostanza è l’ente morale sotto altra forma. I risparmi resterebbero nelle sue mani. Anche questo fu un suggerimento della contabilità, che lo avvalorò con l’esempio d’altri istituti di antica origine, che ancora esistono in questa forma, e poté persuadere il Correnti con questi esempi<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-032-backlink"><ref target="_09.html#footnote-032">18</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">Garantiti dalla clausola della modificabilità della convenzione solo per legge, che metteva almeno in parte l’Istituto al riparo da interventi dell’esecutivo per via regolamentare assicurandogli stabilità di assetto, i negoziatori ritenevano di avere acquisito un risultato accettabile; e questo soprattutto sul piano dell’autonomia amministrativa, in specie sulla libera disponibilità, per il consiglio direttivo, degli eventuali risparmi sui bilanci annuali. La questione aveva una notevole rilevanza pratica, oltre che di principio, connessa com’era anche alla difficile situazione materiale – sul piano dell’edilizia e della risistemazione delle strutture scientifiche – alla quale sarebbe stato necessario far fronte, e che richiedeva una certa elasticità di gestione. Villari però, come si vedrà, peccava di eccessivo ottimismo nel ritenere risolta a favore dell’Istituto la vertenza sugli avanzi di bilancio.</p><p rend="text">Nella seduta del 16 febbraio 1872 il consiglio comunale di Firenze, relatore ancora una volta Luigi Ridolfi, prendeva in esame la convenzione nella sua nuova versione. Ridolfi segnalava i cedimenti avvenuti nel corso della trattativa:</p><p rend="quotation_b">Né certamente è leggera cosa che nella convenzione abbia dovuto mettersi da parte il riconoscimento e la costituzione dell’Istituto in ente morale autonomo; essendoché nulla possa in egual grado conferirgli quella indipendenza e libertà di svolgimento, di cui a ragione erasi desiderato che nella Città nostra si facesse esperimento: considerando che singolarmente lo avrebbero agevolato le tradizioni locali e le temperate tendenze degli animi (Ridolfi 1872, 102).</p><p rend="text">Tuttavia, insistere sulla questione di principio avrebbe potuto provocare dei pronunciamenti negativi da parte del parlamento. Era più prudente mirare in ogni caso ad un consolidamento dell’Istituto, a una riaffermazione delle sue finalità scientifiche, ed approvare, «fatta violenza» (Ridolfi 1872, 103) a profonde convinzioni, un accordo che conteneva sufficienti garanzie amministrative, se non giuridiche; era stato poi giusto recepire le modifiche indicate dal governo a proposito dei diritti dei docenti dell’Istituto. Nell’invitare alla piena ratifica di una convenzione pure mutila, Ridolfi esprimeva</p><p rend="quotation_b">la ferma fiducia che presto la maturità dei tempi e il consolidarsi degli ordini liberi in Italia avvieranno universalmente gli Istituti della Pubblica Istruzione verso quella costituzione autonoma ed indipendente, che ragioni di convenienza e di opportunità non consentirono fosse fin d’ora particolarmente conseguita dall’Istituto di Studii Superiori in Firenze (Ridolfi 1872, 104).</p><p rend="text">Nel dibattito i consiglieri Morelli ed Alfieri intervennero manifestando il loro rammarico, ma assicurando il loro voto favorevole. Sarebbe poi toccato a Villari tracciare un breve e pacato consuntivo di quel negoziato, e delle prospettive aperte per l’Istituto:</p><p rend="quotation_b">L’On. <hi rend="italic">Villari</hi> replica che non vi è dubbio che non si sia ottenuto di costituire l’Istituto in Ente morale, ma occorreva raggiungere uno scopo pratico, cioè ottenere quanto era possibile di ottenere. Rileva che il principio di libertà dell’insegnamento trovava molti ostacoli, non tanto perché fosse applicato al nostro Istituto in particolare, ma anco perché avendo la legislazione Italiana aboliti quasi tutti gli enti morali che esistevano, il venire a proclamare questo principio avrebbe portato alla discussione generale ed a complicare la questione dove le opposizioni erano grandissime. Osserva che essendosi convinti che era difficile il vincere questo principio, fu cercato di ottenere quella maggiore indipendenza che era possibile; e così è stato ottenuto non solo che la somma sia mantenuta, ma che sia di più intangibile, dovendo la Convenzione essere approvata per Legge. Aggiunge che vi è un Consiglio Amministrativo che riceve questa somma e l’amministra, e quindi non è un ente morale, ma si amministra da sé, per cui tutti i risparmi, invece di essere assorbiti dallo Stato restano sempre all’Istituto (Ridolfi 1872, 107-10 per la discussione in Consiglio; 108 per la citazione nel testo).</p><p rend="text">Villari attribuiva minore importanza alla particolare conformazione giuridica dell’Istituto rispetto all’opinione di personaggi come Ridolfi, Alfieri e lo stesso Peruzzi; il suo intervento servì a far rientrare qualche malumore, così come la dichiarazione di Peruzzi sulla cumulabilità degli avanzi di bilancio e sulla loro piena disponibilità da parte del consiglio direttivo. La discussione si chiuse con l’approvazione del nuovo testo all’unanimità.</p><p rend="text">Rispetto alla prima stesura della convenzione, quella che sarebbe giunta all’esame del parlamento presentava, si è detto, significative varianti. Dall’articolo 1 era caduto ogni accenno all’ente morale autonomo, e restava indicata solo la finalità di alto insegnamento propria dell’Istituto; per la sezione medica l’Istituto si impegnava a mantenere l’insegnamento professionale «sempre conforme alle disposizioni che sono già in vigore e che saranno prescritte dal Governo per le Facoltà di Medicina e Chirurgia del Regno» – articolo 6 –, mentre in precedenza ci si era limitati a stabilire la necessità di un accordo fra Istituto e governo per introdurre innovazioni nella sezione medica: anche in questo caso, evidentemente, si erano dovute fare precise concessioni al ministero della pubblica istruzione in materia di <hi rend="italic">curricula</hi> e di omogenea preparazione professionale in un settore particolarmente delicato, concessioni che avrebbero in seguito dato luogo a serie tensioni fra l’Istituto e le Facoltà mediche di Pisa e Siena, e fra l’Istituto e il governo, a proposito dell’applicazione dei nuovi regolamenti universitari alla metà degli anni Settanta. La spesa prevista veniva ripartita diversamente, con un leggero aggravio a carico degli enti locali; la composizione del consiglio direttivo era profondamente mutata, anche se nella prassi – ma si tratta di un aspetto che andrebbe adeguatamente illustrato – l’equilibrio numerico fra i tre rappresentanti governativi, i due comunali e il delegato provinciale (il soprintendente aveva voto preponderante in caso di parità) sembrerebbe non aver impedito, date anche le successive composizioni del consiglio stesso, una certa prevalenza dell’elemento ‘locale’. Scompariva poi dal nuovo testo della convenzione il comma che nella versione originale prevedeva che «Ogni economia temporanea che possa verificarsi nelle spese annue dell’Istituto andrà a costituire una riserva da destinarsi a spese straordinarie od a fondazioni speciali», e la cosa ebbe conseguenze non irrilevanti, almeno per qualche anno. Come richiesto dal ministro Correnti, ai docenti, equiparati nello stipendio ai professori delle università primarie, venivano esplicitamente concesse le garanzie previste dalla legge Casati; e si estendevano all’Istituto le disposizioni dei regolamenti universitari in materia di disciplina studentesca. A sottolineare il carattere non ‘municipale’ dell’organizzazione didattica, per attenuare i timori di troppo forti ingerenze locali nella scelta degli insegnanti e nell’indirizzo dei corsi, la convenzione non contemplava più il diritto per il Comune e la Provincia di Firenze di istituire con stanziamenti speciali cattedre permanenti o temporanee; sarebbe spettato invece al consiglio direttivo, sentite le sezioni, «e dentro i limiti degli assegni ricevuti», il compito di creare eventuali nuovi insegnamenti, oltre a quello più indeterminato di «prendere ogni provvedimento» atto a migliorare le condizioni dell’Istituto. Le componenti locali mantenevano comunque spazi di iniziativa: seppure con una formula più restrittiva rispetto a quella inizialmente adottata, al consiglio direttivo restava il potere di ammettere nell’Istituto «insegnamenti ed esercizi speciali a carico di private Associazioni»; ed è difficile non pensare, ad esempio, ai contemporanei disegni organizzativi di un Carlo Alfieri di Sostegno. Per la scelta dei professori si conservava nella sostanza la procedura fissata in origine: precedenza alle nomine per chiara fama da parte del governo su indicazione del consiglio direttivo, con necessaria approvazione da parte del Consiglio superiore e del ministero – ma il richiesto assenso del ministro era una novità rispetto al primo progetto –; altrimenti, in caso di disaccordo fra Firenze e Roma si sarebbe provveduto seguendo il normale sistema del concorso. Questo è un particolare significativo per definire i contorni dell’autonomia dell’Istituto: la normalità formale delle nomine per chiara fama – con il mantenimento di una sorta di alta vigilanza ministeriale – corrispondeva di fatto al tentativo di trasferire in una istituzione italiana il sistema tedesco della chiamata diretta, anche se in modo surrettizio ed approssimativo, valendosi dell’unico strumento praticamente disponibile. E uno studio complessivo sulla politica seguita dall’Istituto per quel che riguarda i suoi nuovi docenti – chiamate e concorsi – potrebbe fornire spunti interessanti. Altre modifiche riguardavano poi la ripartizione delle tasse scolastiche, e le attribuzioni del consiglio direttivo. Il nuovo articolo configurava un parziale ridimensionamento di quest’organo: il consiglio avrebbe provveduto non più alla «amministrazione generale», ma alla «amministrazione economica» dell’Istituto, e veniva introdotto l’obbligo di presentare i bilanci preventivi e consuntivi alle tre amministrazioni interessate. Inoltre, il compito di ordinare e dirigere gli studi veniva affidato al consiglio direttivo, ma «sentito il parere dei Consigli Accademici» delle tre sezioni; e anche il potere del consiglio di stabilire tasse veniva limitato ai soli corsi di perfezionamento. La nuova convenzione, poi, menzionava in varie circostanze i consigli accademici delle sezioni, essenzialmente in qualità di corpi consultivi e senza una più precisa determinazione delle loro competenze, mentre il testo originario parlava di un collegio dei professori come organo delle singole sezioni, che avrebbe dovuto stabilire i programmi e gli orari degli insegnamenti, ripartire i fondi all’interno delle sezioni, proporre al consiglio direttivo i provvedimenti giovevoli agli studi, invocandone anche «le risoluzioni tutte le volte che ne insorgano gravi conflitti di opinioni» all’interno del collegio stesso; ed anche questa modifica va con ogni probabilità messa in rapporto con il generale indebolimento dei caratteri autonomistici che contraddistingue la seconda stesura della convenzione (Sorani 1913, 13-9).</p><p rend="text">Le notevoli concessioni fatte in sede di negoziato da parte dei rappresentanti degli enti locali fiorentini non valsero a rimuovere perplessità e opposizioni nei confronti della progettata riforma dell’Istituto. Il ministro Correnti avvertiva Peruzzi che all’interno del comitato privato della Camera che doveva esaminare in prima istanza il progetto «Tutti i professori sono contrarii»<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-031-backlink"><ref target="_09.html#footnote-031">19</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">Il progetto di legge era stato presentato da Correnti alla Camera il 17 aprile: un articolo unico seguito dal testo della convenzione, e preceduto da una breve relazione nella quale Correnti tracciava a grandi linee la storia dell’Istituto. Il ministro metteva in evidenza l’importanza, e la diretta connessione con il sistema universitario per quel che riguardava gli Atenei toscani, della sezione medica; si soffermava sulla più incerta collocazione delle sezioni letteraria e scientifica, e sui tentativi «d’infondere maggior vita e dare scopo più fruttuoso» a queste stesse sezioni, ricordando inoltre le proposte Bonghi del 1870 sulla creazione a Firenze di un istituto storico-paleografico al posto della sezione di filosofia e filologia. Il ministro utilizzava abilmente l’argomento finanziario per giustificare lo <hi rend="italic">status</hi> particolare che l’Istituto avrebbe comunque assunto, e in conclusione sottolineava il valore esemplare che l’impegno economico fiorentino avrebbe potuto avere per assicurare «l’avvenire degli studi superiori in Italia»; ma immediatamente passava a rassicurare i parlamentari circa il mantenimento di un grado sufficiente di controllo governativo, in specie sugli studi medici, e sulla composizione del consiglio direttivo. E tenendo presenti i ricorrenti tentativi di riforma, e la diffusa convinzione della necessità di un generale riordinamento degli studi superiori in Italia, Correnti poteva valersi di simili aspettative per cercare di motivare ulteriormente la sua richiesta di approvazione della convenzione:</p><p rend="quotation_b">Né è a temersi pericolo alcuno, se per la parte degli insegnamenti nuovi, essendo complementari e di perfezionamento, sarà lasciata agli alunni e ai professori una maggiore libertà che nei corsi d’obbligo. Siffatta libertà è concessa ancora nei corsi liberi delle Università del regno […]. La convenzione, o signori, che si presenta alla vostra approvazione, come lascia imperturbato l’ordine attuale degli insegnamenti d’obbligo, come presta modo a cavar frutto assai maggiore da una somma che è già da lungo tempo stanziata in bilancio, così non sarà di ostacolo alle future riforme<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-030-backlink"><ref target="_09.html#footnote-030">20</ref></hi></hi>. </p><p rend="text">Già durante le trattative per la convenzione Correnti aveva mostrato di voler attribuire a quello specifico intervento anche un valore sperimentale; e durante il dibattito parlamentare questa impostazione sarebbe stata ripresa proprio da Peruzzi:</p><p rend="quotation_b">Ebbene: pigliate l’istituto degli studi superiori di Firenze quale un laboratorio nel quale, provando e riprovando senza danno dello Stato, si apparecchi quella riforma dell’alto insegnamento del [<hi rend="italic">sic</hi>] quale da tanto tempo si parla e che non si fa mai. Se si è brancolato nell’istituto superiore di Firenze, non si è brancolato meno in tutte le altre parti della pubblica istruzione in Italia<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-029-backlink"><ref target="_09.html#footnote-029">21</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">Questi argomenti non erano però sufficienti a vincere le resistenze degli avversari della convenzione. Il compromesso raggiunto finiva per non essere abbastanza chiaro proprio sulla direzione nella quale l’esperimento avrebbe dovuto procedere; se il governo si era impegnato soprattutto nel contenimento delle aspirazioni autonomistiche dei promotori della convenzione, restava vivo in altri il diverso timore che il rafforzamento dell’Istituto potesse preludere ad una sua trasformazione in vera e propria università: timore assai sentito a Pisa e a Siena, e prospettiva sgradita ai molti che ritenevano già troppo elevato il numero delle sedi universitarie esistenti e si adoperavano – senza alcun risultato – per una sua riduzione. Non a caso la commissione parlamentare che esaminò il disegno di legge aggiunse all’articolo unico presentato da Correnti un secondo articolo nel quale si stabiliva che «Nell’istituto superiore di Firenze non saranno però conferiti gradi accademici universitari, se non quelli assegnati oggi alla medicina e chirurgia». L’articolo, secondo quanto ebbe a dichiarare in aula Toscanelli, era stato approvato anche da Peruzzi: cosa che non può stupire, data la decisa propensione dello stesso Peruzzi per la creazione di una istituzione di alta scienza, con limitati scopi professionali, ma che mostra l’intreccio di argomentazioni e propositi fra sostenitori e oppositori della convenzione e della riforma dell’Istituto. Nel dibattito parlamentare che si svolse sulla convenzione mi pare infatti evidente la sovrapposizione fra il confronto sulla natura giuridica e quello sull’assetto didattico e sulle finalità dell’Istituto, con esiti a volte confusi, anche perché condizionati da istanze localistiche.</p><p rend="text">Contro l’approvazione della convenzione alla Camera dei deputati, il 14 giugno 1872, parlarono in particolare Toscanelli e Bonghi. Delle preoccupazioni politiche di Toscanelli in rapporto all’ingerenza che gli enti locali avrebbero potuto acquisire nell’istruzione superiore si è già detto; ma occorrerà aggiungere che il suo fu un attacco veramente duro e aperto, che investiva anche Quintino Sella, ministro reggente per la pubblica istruzione, accusato di sostenere una legge ben distante dai propositi di rigore, e dai progetti di chiusura delle sedi spopolate fatti propri solo un paio d’anni prima. Se era vero che Peruzzi non pensava a fondare un’università, proseguiva Toscanelli, il consiglio direttivo dell’Istituto avrebbe comunque avuto in pratica larghi poteri, e non c’erano garanzie circa il suo comportamento futuro. Il privilegio dell’autonomia con l’aggiunta di un robusto sostegno finanziario creava per Firenze una inammissibile situazione di vantaggio rispetto alle università statali, mentre alle università – e tornava esplicitamente l’esempio pisano – si continuavano a negare cattedre e denari. Lo Stato avrebbe dovuto curare l’organizzazione degli studi di perfezionamento; e in ogni caso una scelta autonomistica avrebbe dovuto riguardare tutte le sedi universitarie. Di maggior impegno – ed anche indicativa testimonianza di quelle tensioni e difficoltà di inquadramento della questione dell’Istituto alle quali si è fatto cenno – fu l’intervento di Ruggiero Bonghi. Molto decisa, anzitutto, l’impostazione statalista: Bonghi annunciava in apertura il suo voto contrario, di fronte a quello che gli appariva un esperimento pericoloso, che avrebbe potuto indebolire il principio del monopolio statale dell’istruzione superiore dinanzi alla minaccia dell’ingerenza clericale. Ma Bonghi riteneva anche che l’istruzione superiore non rientrasse nelle «competenze naturali» degli enti locali, e che fosse opera di cattivo decentramento la concessione di deleghe in questo settore, e contraria ad una retta interpretazione del principio della libertà d’insegnamento:</p><p rend="quotation_b">La libertà non sta nel surrogare il Comune e la Provincia allo Stato. La libertà dell’insegnamento superiore consiste in due cose: nel surrogare l’iniziativa complessiva degli insegnanti superiori fin dove è possibile all’iniziativa del Ministero centrale; sta nel consentire, a certi patti, ai privati di venire ad insegnare avanti agli occhi di tutti nel recinto stesso delle Università dello Stato; sta qui e non in altro la libertà vera. Tutto quel che è fuori di questo è una consegna dell’istruzione superiore, del più caro gioiello dello Stato, nelle mani dei municipi, delle sètte, delle combriccole; è un consegnarla ad interessi che non appartengono alla cultura pubblica<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-028-backlink"><ref target="_09.html#footnote-028">22</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">Non si trattava solo di un contrasto dottrinale. Da un lato l’eventuale approvazione della convenzione avrebbe sottratto al parlamento una prerogativa fondamentale, quella del controllo e della sanzione annuale della spesa, contrariamente a quanto avveniva per tutte le altre sedi universitarie; dall’altro, e più prosaicamente, era prevedibile che l’intromissione delle forze locali nella direzione dell’istruzione superiore avrebbe determinato un pesante inquinamento del costume accademico. Bonghi, comunque, non si limitava a mettere in evidenza le possibili conseguenze di quella opzione autonomistica che gli appariva segnare la convenzione, ma criticava anche l’organizzazione e gli scopi scientifici e didattici dell’Istituto; e l’intersezione di questi diversi piani di discorso rendeva in qualche passaggio poco limpide le sue argomentazioni. La convenzione, nonostante il richiamo ai regolamenti universitari, non definiva con chiarezza l’assetto dell’insegnamento medico, o meglio, non dava alcuna assicurazione in negativo circa la nascita a Firenze di una Facoltà medica completa, eventualità che a parere di Bonghi avrebbe messo in pericolo l’esistenza di varie altre Facoltà di medicina, oltre alle due toscane. Quanto alle altre sezioni Bonghi, che si rifaceva largamente alle posizioni da lui stesso assunte nel 1870, sottolineava il fatto che la legge-convenzione veniva ad alterare la loro funzione di scuole normali superiori senza indicare una loro diversa, concreta finalità. </p><p rend="text">Toccò ancora una volta a Peruzzi il compito di replicare agli avversari della convenzione. Sua principale preoccupazione fu quella di evidenziare i limiti delle possibili ingerenze locali, e dei poteri del consiglio direttivo. In particolare per la nomina dei professori Peruzzi insisteva sulle attribuzioni comunque garantite al ministro ed al Consiglio superiore, denunciando per contro i disordini che, anche per ingerenze e favoritismi politici, erano riscontrabili nell’organico di molte università del regno, e giungendo di fatto a rovesciare le conclusioni alle quali era giunto Bonghi: gli enti locali erano interessati a una ordinata e produttiva esistenza dell’Istituto. La non velata polemica antiministeriale si accompagnava a qualche concessione, ed a qualche spunto autocritico: era stato un grave errore, nel 1859, scegliere per quella nuova istituzione un titolo così altisonante, e capace di suscitare diffidenze e gelosie: ma in fondo in quel momento, ricordava Peruzzi, «vi era ben altro da pensare»<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi xml:id="footnote-027-backlink"><ref target="_09.html#footnote-027">23</ref></hi></hi>. Peruzzi, inoltre, dichiarava che l’approvazione della convenzione non sarebbe stata di ostacolo ad una nuova legge generale universitaria, all’interno della quale la posizione di Firenze avrebbe anche potuto essere drasticamente rivista: erano quindi gli enti locali ad assumersi, in fondo, il rischio maggiore, dato che nulla li garantiva da ulteriori interventi legislativi a fronte del loro impegno finanziario, mentre il governo si limitava ad assicurare il mantenimento di una spesa già in essere. Di qualche interesse il riferimento ai modelli e alle esperienze straniere, che aveva, nel discorso di Peruzzi, un valore non meramente strumentale. L’Istituto, nella prospettiva indicata da Peruzzi, si poneva come possibile punto d’intersezione fra tradizioni diverse, riunendo in sé i caratteri di autonomia ravvisati nell’esperienza germanica, e quella funzione distinta dall’insegnamento universitario, di avviamento alla pratica scientifica ed all’insegnamento superiore, propria dell’<hi rend="italic">École pratique</hi>. Quanto alle perplessità sulla situazione finanziaria del Comune di Firenze, Peruzzi non nascondeva le difficoltà, assumendosi la responsabilità politica di una decisione che occupava uno spazio preciso, anche se limitato, nel suo programma; ed a pochi anni di distanza avrebbe dovuto affrontarne le conseguenze politiche. Sul punto Peruzzi poteva valersi del prudente sostegno del ministro Sella, che vedeva nella convenzione una scelta accettabile sotto l’aspetto finanziario; né era da scoraggiare il tentativo di orientare l’attività dell’Istituto in prevalenza verso il perfezionamento scientifico, dato che, per Sella, «l’istruzione universitaria abituale è molto depressa rispetto alle scienze attuali»<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi xml:id="footnote-026-backlink"><ref target="_09.html#footnote-026">24</ref></hi></hi>. L’andamento del dibattito fu sfavorevole agli avversari dell’Istituto. Una riprova ne fu l’approvazione di un emendamento al secondo articolo del disegno di legge, presentato da Paolo Mantegazza, nel quale si proponeva una formulazione più indistinta – l’Istituto non avrebbe conferito altri gradi universitari «fuori di quelli che si danno attualmente» – rispetto a quella originaria che limitava esplicitamente la concessione dei gradi accademici agli studi medici. Mantegazza, docente dell’Istituto, era mosso dalla preoccupazione di non pregiudicare in alcun modo la posizione della sezione letteraria, in consonanza con l’atteggiamento di Villari, volto a consolidare una situazione di fatto nella quale la sezione stessa già funzionava non solo come scuola di perfezionamento. L’orientamento dell’assemblea si manifestò in modo significativo anche con l’adozione di un ordine del giorno presentato da Pasquale Stanislao Mancini. Sottolineando, con altri, il possibile valore esemplare del caso fiorentino, Mancini chiedeva che la Camera votasse un incoraggiamento alle altre città e province del regno a procedere in maniera analoga, seguendo la via del finanziamento misto per «istituti utili alla diffusione dell’istruzione ed alla elevazione della coltura nazionale»; e nell’illustrare la sua proposta si soffermava a rilevare, della legge-convenzione, il carattere non di «favoritismo municipale» che alcuni vi intravvedevano, ma di «applicazione di un principio razionale»<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi xml:id="footnote-025-backlink"><ref target="_09.html#footnote-025">25</ref></hi></hi>, che avrebbe potuto essere in futuro beneficamente estesa. Nelle parole di Mancini si delineava almeno in parte quel complesso nodo di questioni politiche, giuridiche e didattiche che si sarebbero affollate a un decennio di distanza e oltre – e non senza aspetti equivoci e contraddittori – nei dibattiti sui progetti di riforma universitaria in senso autonomistico; questioni che Mancini evocava sommariamente accostandole, peraltro, alla più empirica indicazione di una via che sarebbe stata poi in effetti seguita, quella del finanziamento delle istituzioni universitarie anche da parte degli enti locali, attraverso lo strumento dei consorzi universitari (Moretti 2004). </p><p rend="text">Il carattere delle successive convenzioni e leggi di pareggiamento, tuttavia, o quello dei consorzi universitari, fu diverso da quello che la legge del 1872, nonostante i suoi silenzi e le sue ambiguità, finì per attribuire all’Istituto. E bisognerebbe fare il punto sul ruolo assunto dall’esperienza fiorentina nell’indirizzare discussioni e scelte politiche in materia di autonomia, o sulle norme e modalità che avrebbero dovuto regolare il contributo finanziario locale alle spese per l’istruzione superiore. Molto eloquente, ad esempio, nel 1890, sarebbe stata la denuncia di Ugo Schiff, che conosceva bene la realtà interna dell’Istituto, a proposito della peculiarità istituzionale fiorentina:</p><p rend="quotation_b">Abbiamo in un certo modo quella tanto decantata autonomia propugnata dall’on. Guido Baccelli, ma l’abbiamo in una maniera da far prevedere quale disgrazia sarebbe se tale autonomia baccellina, come a Firenze, si volesse mettere in pratica anche negli altri Atenei italiani (Schiff 1890, 447). </p><p rend="text">Approvata dalla Camera il 21 giugno 1872, con 150 voti a favore e 68 contrari, la legge-convenzione passò al Senato, dove non si registrarono motivi di contrasto simili a quelli che avevano contraddistinto la prima fase del dibattito parlamentare. Nella discussione generale, il 29 giugno, nessuno chiese la parola; e solo il generale Raffaele Cadorna, senatore di nomina recente, sollevò una obiezione in apparenza marginale, ma che toccava una questione in realtà piuttosto delicata, relativa alla concessione di un edificio che ospitava una caserma di cavalleria dotata di particolari strutture. A tranquillizzare Cadorna intervennero il ministro reggente la pubblica istruzione, Sella, e un notabile di primo piano come Cambray-Digny: i locali sarebbero rimasti a disposizione del ministero della guerra fino a quando ciò fosse stato necessario, e del resto l’Istituto non avrebbe avuto per lungo tempo bisogno di tanto spazio<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-024-backlink"><ref target="_09.html#footnote-024">26</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">Il Senato non propose altre riserve o resistenze, e la votazione ebbe un tranquillo esito positivo, con 63 voti favorevoli e 7 contrari; i due articoli della legge, con annesso il testo della convenzione, furono definitivamente promulgati il 30 giugno 1872.</p><p rend="text">Approvata la legge, si trattava di avviare rapidamente il nuovo funzionamento di una istituzione atipica, definendo il suo assetto di vertice. A proposito del consiglio direttivo esistevano inquietudini politiche in seno al Consiglio superiore. Nell’insediare il consiglio direttivo, del resto, non si doveva tener conto solo di quei timori di natura culturale e politica che si riaffacciavano negli stessi termini in cui erano stati presentati nelle aule parlamentari; con la scelta del nuovo gruppo dirigente occorreva anche risolvere problemi di assetto interno non definiti dalla convenzione, fissare equilibri e ambiti di competenza. Questa, almeno, era l’opinione di Villari, che il 17 luglio 1872 tornava a rivolgersi a Peruzzi, avvertendolo del fatto che a Roma si attendeva il bilancio preventivo dell’Istituto, da compilare con estrema cura, e formulando poi importanti indicazioni circa i criteri di composizione del consiglio direttivo:</p><p rend="quotation_b">1. Non saranno chiamati a farne parte né i Prof. né i Presidenti, e neppure il Sopraintendente dell’Istituto. Il Lambruschini, se è necessario, manterrebbe il suo titolo; giacché nella convenzione si chiama sopraintendente il Presidente del Consiglio direttivo; egli dovrebbe continuare a rappresentare l’unità delle tre sezioni ed essere il capo dell’Istituto come corpo scientifico. Il Consiglio sarebbe principalmente amministrativo. 2. Sarebbero chiamati a farne parte alcune persone capaci nell’amministrazione, e dei prof. emeriti (Vannucci, Burci, Amari ecc.). 3. I Presidenti delle sezioni saranno chiamati nel seno del Consiglio, quando si tratti d’affari riguardanti la loro sezione, ma non avranno voto. Nello stesso modo sarà chiamato il Sopraintendente, quando si tratti di affari riguardanti le tre sezioni. Bisognerebbe fare in modo però, che il Presidente o Sopraintendente Lambruschini avesse la rappresentanza del Corpo insegnante. Scusi se mi piglio tutta questa libertà, ma l’affare è grave e di sommo interesse per noi. La mia proposta, come vede, non ha alcun fine personale, e perciò ho osato farla<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-023-backlink"><ref target="_09.html#footnote-023">27</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">Nella sua lettera, Villari poneva con grande chiarezza alcune questioni di indubbio rilievo. Si sosteneva anzitutto l’opportunità di accogliere il principio, poi in effetti adottato, della separazione fra direzione amministrativa dell’Istituto e corpo insegnante; tema, questo, più volte affrontato in seguito, nell’ambito delle discussioni e dei progetti di legge su una riforma generale in senso autonomistico del sistema universitario. Questa separazione avrebbe però dovuto essere accompagnata da forme di consultazione sistematica delle sezioni nelle materie di loro competenza, e soprattutto, a parere di Villari, dal mantenimento di una figura di alto coordinatore e rappresentante delle sezioni di fronte al consiglio direttivo. Non si trattava solo di un riguardo doveroso nei confronti del vecchio Lambruschini, nominato comunque sopraintendente onorario, e che sarebbe scomparso a pochi mesi di distanza; quel che Villari intravvedeva e intendeva contenere, al di là delle limitazioni introdotte in questa direzione già nella stesura definitiva della convenzione, era il pericolo di una forte ingerenza del consiglio direttivo sul terreno didattico e scientifico, ingerenza resa possibile dai generali poteri di indirizzo – e da specifiche attribuzioni come quelle sulla scelta dei docenti – del consiglio stesso. Sulle tensioni e sui guasti provocati dall’assenza di un «capo scientifico», e dal fatto che «il Consiglio direttivo deve occuparsi anche di quelle questioni di natura scientifica, che nelle Università sono di spettanza del Rettore e del Consiglio accademico» si sarebbe soffermato nel 1890, con polemiche ma fondate osservazioni, Ugo Schiff (1890, 447); e certo Villari intendeva prevenire, almeno in parte, problemi di questo genere suggerendo la nomina in consiglio direttivo di alcuni professori emeriti. Burci e Vannucci entrarono a far parte, come delegati di nomina governativa, del primo consiglio direttivo – Villari non aveva certo fatto quei nomi a titolo solo esemplificativo, e sembra aver svolto un suo ruolo nell’orientare le scelte del governo –; ma il secondo si dimise già all’inizio del 1873, mentre il primo scomparve due anni dopo.</p><p rend="h2">3. Sommario di una gestione straordinaria</p><p rend="text">«Non c’è dubbio, tutti gli istituti che saranno conservati debbono funzionare; ma c’è modo e modo di funzionare». Interpellato sulla sorte dell’Istituto da Guido Mazzoni, e indirettamente da Girolamo Vitelli, il 29 novembre 1922 Gentile reagiva a quelle sollecitazioni con una certa durezza, pur assicurando l’impegno finanziario del governo. Il ministro – che anche per ragioni biografiche non nutriva particolare trasporto nei confronti dell’Istituto – individuava in modo molto chiaro gli snodi fondamentali di un peculiare percorso istituzionale. La «questione gravissima» riguardava un settore limitato dell’istruzione superiore in Italia, di enti non pienamente autonomi ma che</p><p rend="quotation_b">non hanno voluto, o non hanno potuto mettersi, come gli altri istituti di istruzione superiore, sotto la tutela dello Stato. Questa semi-autonomia ha avuto come effetto uno sviluppo che è stato sempre molto più rapido dello sviluppo delle condizioni economiche che avrebbe dovuto rendere possibile l’incremento degli Istituti. Nel caso particolare dell’Istituto superiore di Firenze, coloro che ne sono a capo e che ne sono responsabili […] debbo dire che troppo spesso sono andati più avanti di quanto potevano, sia pure per la lodevole loro passione e per il loro interessamento per l’Istituto (Gentile 2004, 68-9).</p><p rend="text">Era venuto il momento della normalizzazione. I finanziamenti concessi con la nuova convenzione del 1913 – che, si ricordi, era stata tradotta in legge (L. 22 giugno 1913, n. 856) con un provvedimento riguardante anche altre convenzioni per Milano, Padova, Pisa, Siena, a differenza di quanto era avvenuto con la prima revisione della convenzione nel 1905 (L. 9 luglio 1905, n. 366) – erano stati gravemente erosi nella crisi finanziaria postbellica; una revisione dei termini della convenzione non era esclusa, ma l’Istituto «dovrà funzionare con quella larghezza che dallo Stato potrà esser consentita» (Gentile 2004, 70). Gentile riconosceva i successi scientifici conseguiti dall’Istituto nei decenni precedenti, resi possibili dalla convenzione del 1872. E retrospettivamente è innegabile la capacità allora mostrata dai vertici dell’Istituto di porsi, in vari ambiti disciplinari, in posizione di preminenza all’interno del sistema universitario italiano, sia pure fra non trascurabili contrasti interni di natura politica e intellettuale, e ricorrenti, gravi difficoltà economiche. Il punto, per Gentile, era un altro, e riguardava la qualità amministrativa e pubblica, e le implicazioni di un’esperienza singolare di <hi rend="italic">semi-autonomia</hi>: tema delicato che, da una parte, toccava le progettate, e mai allora attuate, riforme universitarie in senso autonomistico; dall’altra, investiva l’impatto, dopo il 1872, della politica universitaria sulla vita interna dell’Istituto. Da più di un indizio mi sembra che la soluzione adottata per Firenze non suscitasse allora larghi consensi. Nel disegno di legge – il primo, e il più importante, presentato dal ministro Baccelli il 25 novembre 1882 – sull’autonomia universitaria, l’amministrazione degli Atenei veniva affidata interamente alla componente accademica (art. 7), e all’articolo 12 si stabiliva che «Le sezioni dell’istituto di studi superiori di Firenze corrisponderanno in tutto alle Facoltà»<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-022-backlink"><ref target="_09.html#footnote-022">28</ref></hi></hi>. Nella lunga relazione sul progetto stesa da Giuseppe Berio al caso fiorentino si guardava con una certa freddezza, e vi veniva sottolineata, fra l’altro, la «singolarissima» condizione degli studi medici in Toscana<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-021-backlink"><ref target="_09.html#footnote-021">29</ref></hi></hi>, che avrebbe dovuto essere risolta completando le tre Facoltà. La commissione parlamentare aveva modificato il progetto ministeriale, ammettendo nei consigli di amministrazione delle università i rappresentanti degli enti locali, ma mantenendo il primato della componente accademica; il solo Odoardo Luchini – coerente sostenitore dello ‘stile’ fiorentino – aveva difeso senza successo la linea di una completa separazione fra organi amministrativi e professori, vigente appunto all’Istituto<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-020-backlink"><ref target="_09.html#footnote-020">30</ref></hi></hi>. E tuttavia, essendo la convenzione per Firenze garantita dalla legge del 1872, «nulla è innovato» rispetto all’Istituto<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-019-backlink"><ref target="_09.html#footnote-019">31</ref></hi></hi>. Ancora nel 1895, in una delle riprese del disegno autonomistico, il governo degli Atenei era costruito in modo disforme rispetto a quanto era stato disposto per l’Istituto; e venivano formulate riserve precise sulla legge del 1872, che non richiedeva esplicitamente né l’approvazione governativa dei bilanci, né la formale presentazione dei bilanci stessi al parlamento<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-018-backlink"><ref target="_09.html#footnote-018">32</ref></hi></hi>. Come la politica, la dottrina appariva fredda e distaccata: basterà leggere, al proposito, le asciutte considerazioni che Augusto Graziani riservava, nel 1905, all’Istituto, la cui «singolarità» stava «nel fatto che ad esso è data dallo Stato una dotazione fissa e che viene sottratto all’amministrazione diretta dello Stato» (Graziani 1905, 1038-9). D’altra parte, la legge costitutiva del Politecnico di Torino, del 1906, avrebbe recuperato in positivo alcuni tratti dell’esperienza fiorentina, poco dopo rimessa però in discussione nella relazione finale della Commissione reale per il riordinamento degli studi superiori (Moretti 2000, 374-82; 1994, 280-2). Con beneficio d’inventario si potrà forse affermare che la convenzione del 1872 fu vista più come soluzione locale e residuale che come possibile fonte di ispirazione politica e normativa. Inoltre, l’assestamento fu lento, e non privo di tensioni esterne e interne. L’episodio più rilevante prese corpo molto presto, quando il ministero chiese al consiglio direttivo dell’Istituto il versamento degli avanzi di cassa sui contributi annuali ricevuti. A breve distanza di tempo, tracciando un interessante profilo storico dell’Istituto, Aldo Sorani avrebbe parlato di «vertenza deleteria, perché costosissima all’Istituto» (Sorani 1913, 21; Luchini 1875). All’inizio del 1875 il ministero, allora guidato da Ruggiero Bonghi – che della convenzione del 1872 era stato deciso avversario – prospettò la sospensione della rata in attesa del recupero dei risparmi sul bilancio. Peruzzi, soprintendente, reagì in modo piuttosto articolato, valendosi anche delle reticenze e dei silenzi che avevano agevolato il compromesso del 1872. L’assegno fisso stabilito dalla legge, pagabile in rate trimestrali, era a parere di Peruzzi prova del fatto che gli eventuali avanzi di gestione «non possano esser considerati come tutti gli altri avanzi, che sono fatti sul bilancio dello Stato facendoli cadere in economie», e questo anche perché la convenzione nulla aveva stabilito in ordine alle spese straordinarie dell’istituto, che non potevano che esser sostenute con le economie (Fioravanti, Moretti, Porciani 2000, 250). </p><p rend="text">La vicenda, assai contrastata, fu chiusa da un intervento del Consiglio di Stato nel 1877: «il silenzio della convenzione […] è da interpretarsi in favore della libertà lasciata al consiglio di pigliare indirizzo dal carattere e dallo scopo dell’amministrazione che gli è commessa», e le economie nel bilancio dell’Istituto avrebbero dovuto «cadere a vantaggio dell’instituto medesimo» (Fioravanti, Moretti, Porciani 2000, 254-56). </p><p rend="text">La storia istituzionale interna dell’Istituto – segnata da tensioni, contrasti, tentativi di mediazione e aggiustamenti di prospettiva – conosce a mio avviso una prima svolta periodizzante verso la fine degli anni Settanta, con la crisi finanziaria del Comune di Firenze e il declino politico di Peruzzi da un lato, e dall’altro con il peso crescente, ben avvertito all’interno dell’Istituto, della nuova fase regolamentare della politica universitaria, che incideva, fra l’altro, sugli studi medici. Le due relazioni presentate nel 1874 e nel 1880, la prima da Peruzzi come soprintendente, e la seconda come posizione collegiale del consiglio direttivo<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-017-backlink"><ref target="_09.html#footnote-017">33</ref></hi></hi>, consentono di cogliere permanenze e spostamenti, a partire dalla ribadita centralità degli studi medici, e dall’emergere delle spinte e dei condizionamenti che avrebbero portato, fra il 1884 e il 1886, al completamento delle tre Facoltà toscane (Forti Messina 1998; Bonghi 1876). Nel 1874 Peruzzi poteva ancora difendere, a questo proposito, «l’idea di distinguere gli studii pratici dai teorici, e di collocar quelli in luogo diverso da questi»<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-016-backlink"><ref target="_09.html#footnote-016">34</ref></hi></hi>. Nel 1880, invece, si dava conto delle trattative difficili, e fallite, con Pisa e Siena, per un coordinamento funzionale sulla base dei regolamenti universitari del 1875-76; «dolorosa istoria»<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-015-backlink"><ref target="_09.html#footnote-015">35</ref></hi></hi>, questa, anche perché la prospettiva della creazione a Firenze di una Facoltà completa di Medicina – che avrebbe potuto valersi di insegnamenti e materiali della sezione di Scienze – trovava un serio ostacolo nelle necessarie trattative con l’esecutivo, in «altre pratiche condotte col Regio Governo per interessi maggiori e più urgenti di Firenze»<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-014-backlink"><ref target="_09.html#footnote-014">36</ref></hi></hi>. C’erano poi altri aspetti per i quali la convenzione poteva essere concepita come un compromesso in parte insoddisfacente, frutto della mediazione fra diverse visioni interne all’Istituto, e di una laboriosa contrattazione con il governo. Nel 1874 Peruzzi scriveva che la funzione di scuola normale superiore assunta in particolare dalla sezione letteraria nel 1867 era da conservare «transitoriamente», in attesa di poter «avere molti giovani capaci di profittare […] degli alti insegnamenti pratici ch’esser dovrebbero i soli dati nell’Istituto», «abituarli a valersi della scienza nota per il ritrovamento della scienza tuttora ignota; ecco la ragione, l’indole, l’intendimento dell’Istituto»<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-013-backlink"><ref target="_09.html#footnote-013">37</ref></hi></hi>: rivendicazione evidente di un rapporto non rinnegato con la concezione iniziale dell’Istituto. Nel 1880 si riteneva invece prudente mantenere una funzione più connotata in senso universitario – a metà degli anni Settanta erano stati istituiti, nelle Facoltà di Lettere e Scienze, dei corsi di preparazione all’insegnamento secondario nel secondo biennio, denominati scuole di magistero –, e l’attenzione era piuttosto spostata verso la possibile organizzazione di un centro di alti studi storico-critici, e verso una eventuale integrazione della scuola di scienze politiche promossa dal marchese Alfieri con gli studi filologici e letterari<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-012-backlink"><ref target="_09.html#footnote-012">38</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">Peruzzi nel 1874 aveva dichiarato che l’Istituto «deve recare il duplice benefizio di migliorare l’alta cultura letteraria e scientifica della gioventù; e di fare della libertà nel Governo di un Istituto d’istruzione superiore, un primo esperimento imitabile e fruttuoso»<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-011-backlink"><ref target="_09.html#footnote-011">39</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">In realtà l’indubbia crescita, almeno in alcuni settori, della qualità, e del peso specifico sul piano nazionale, degli insegnamenti fiorentini, fu resa sì possibile anche dagli spazi che la convenzione assicurava alle scelte didattiche e scientifiche del consiglio direttivo; ma i margini di autogoverno furono erosi in primo luogo dai problemi di bilancio legati soprattutto alla gestione e all’adattamento del patrimonio edilizio – ricorrenti nella documentazione d’archivio –, e poi dall’impatto istituzionale e finanziario della normativa universitaria, frammentaria ma intensa. Si è fatto cenno agli studi medici; ma si vedano ad esempio le considerazioni allarmate del soprintendente Carlo Ridolfi nell’aprile 1910 sulle conseguenze della legge del 1909 sulla retribuzione dei docenti e degli incaricati (Moretti 1994, 233-40), che venivano a sommarsi a «spese fisse ordinarie, per esempio quelle pel mantenimento delle Cliniche», ormai in «continuo, progressivo ed impressionante aumento»<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-010-backlink"><ref target="_09.html#footnote-010">40</ref></hi></hi>. Di lì a poco Ridolfi si sarebbe dimesso – «si arriverà ad un Commissario straordinario ed alla denuncia della Convenzione»<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-009-backlink"><ref target="_09.html#footnote-009">41</ref></hi></hi> –; dimissioni per il momento rientrate, ma che al di là dell’oggetto specifico del contenzioso – il contrastato riconoscimento centrale della Laurea in Fisica – evidenziavano una situazione di marcato disagio.</p><p rend="text">Nel primo decennio successivo alla convenzione lo scontro culturale fu localizzato attorno al destino e alle cattedre della sezione letteraria. Le carte confermano in sostanza la narrazione pubblica. Il 21 luglio 1873 in consiglio direttivo si ribadiva la necessità di un forte stacco rispetto alle Facoltà universitarie: «il Consiglio non vorrebbe mantenere nella Sezione l’indirizzo normale, e nemmeno vorrebbe darle il carattere universitario»<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi xml:id="footnote-008-backlink"><ref target="_09.html#footnote-008">42</ref></hi></hi>; e ancora in novembre Peruzzi sottolineava l’opportunità di questa scelta, facendo anche trasparire il modello analogico di riferimento:</p><p rend="quotation_b">Nello stato delle cose crede invece miglior consiglio di svolgere il programma di perfezionamento, diminuendo di mano in mano i limiti del corso normale. Deplora la mancanza di collegamento degli studi in Italia, il quale collegamento soltanto si nota negli studi di medicina fra le Università Toscane e l’Istituto Superiore<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-007-backlink"><ref target="_09.html#footnote-007">43</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">I sussidi, le borse di studio costituirono uno dei principali oggetti di contesa: destinati in primo luogo agli allievi perfezionandi, furono concessi, per le pressioni di Villari, e in via subordinata, anche agli studenti dei corsi di natura universitaria. E contese ben più aspre si manifestarono attorno ad alcune cattedre, con la polarizzazione fra il moderatismo filoclericale di molti fiorentini e l’opzione ‘positiva’ del gruppo dei villariani. Come scriveva lo stesso Villari a Roberto Ardigò il 26 gennaio 1872 a proposito del duro confronto sulla cattedra di filosofia, «In Firenze le opinioni della maggioranza sono avverse assai alle sue opinioni. Io mi salvo per essere prof. di storia e per un’indole assai temperata» (Ardigò – Villari, 1973, 44; Olivieri 2016; Bondì 2016). Accanto a questa vicenda, che determinò le dimissioni di Atto Vannucci dal consiglio direttivo, possono essere menzionati altri casi esemplari: le opposizioni alla piena stabilizzazione dello spretato Gaetano Trezza (Baldi, 2016, 168-82), o il difficile compromesso raggiunto attorno alla scuola di paleografia, nel 1873-74, fra Villari e Cesare Guasti, diversi per profilo intellettuale e obiettivi istituzionali – sullo sfondo il rapporto fra Istituto e Archivio di Stato –, con un punto di composizione felicemente individuato nella figura di Cesare Paoli (Capannelli, 2016; Moretti, 2003). Ma ancora nel 1873, ravvivando polemiche del decennio precedente, giungevano in consiglio direttivo le lamentele di Gino Capponi – animatore anche di una nota vicenda giudiziaria (Herzen, 1874-1996) sui rumori molesti provocati dalle attività dei corsi di fisiologia<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-006-backlink"><ref target="_09.html#footnote-006">44</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">Dopo il 1880 mi sembra che il tono cambi. Continuarono a manifestarsi dissapori fra il consiglio direttivo e il corpo professorale raccolto nel consiglio accademico, anche se i professori vennero concentrandosi in prevalenza su questioni regolamentari, didattiche, di disciplina studentesca. E meriterebbe un’adeguata ricostruzione il lavoro attorno al regolamento per l’applicazione della convenzione, avviato, fra perplessità e problemi, nel 1882, e concluso nel 1889 (r.d. 19 maggio 1889 n. 6179)<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-005-backlink"><ref target="_09.html#footnote-005">45</ref></hi></hi>. Ma dal consiglio accademico venne anche ripetutamente la richiesta al consiglio direttivo di comunicazioni sul bilancio<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-004-backlink"><ref target="_09.html#footnote-004">46</ref></hi></hi>; «somme disponibili non ve ne sono»<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-003-backlink"><ref target="_09.html#footnote-003">47</ref></hi></hi> fu una delle risposte, e le strettezze finanziarie si sarebbero fatte sempre più evidenti a partire dagli anni Novanta. Al momento della stipula della nuova convenzione se ne notava subito l’inadeguatezza, come affermava Carlo Ridolfi nel settembre 1904: «non sarà sufficiente neppure per le cose già previste e deliberate»<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-002-backlink"><ref target="_09.html#footnote-002">48</ref></hi></hi>. Fra il 1912 e il 1913 si sarebbe determinata una congiuntura relativamente favorevole, in seguito alle trattative, curate da Villari, con la Commissione reale per il riordinamento degli studi superiori, che si era mostrata consapevole delle necessità materiali dell’Istituto, e la successiva legge-convenzione del 1913<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-001-backlink"><ref target="_09.html#footnote-001">49</ref></hi></hi>. Ma già nell’aprile 1912 uno sfiduciato Ridolfi aveva preannunziato il tramonto di un singolare, significativo esperimento amministrativo e politico: «ritiene che non si risolverà niente sia dal lato morale che da quello finanziario finché l’Istituto non ritorni una istituzione dello Stato, denunziando cioè la Convenzione»<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-000-backlink"><ref target="_09.html#footnote-000">50</ref></hi></hi>.</p><p rend="h2">Riferimenti bibliografici</p><p rend="bib_indx_bib">Andreucci, Ottavio. 1870. <hi rend="italic">Dell’Istituto superiore di studii pratici e di perfezionamento in Firenze</hi>. Firenze: Cellini.</p><p rend="bib_indx_bib">Ardigò, Roberto, Pasquale Villari. 1973. <hi rend="italic">Carteggio 1868-1916</hi>, a cura di W. Büttemeyer, Firenze: La Nuova Italia.</p><p rend="bib_indx_bib"><hi rend="italic">Atti del Consiglio comunale di Firenze.</hi> 1871-1872. 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Istituto di studii superiori in Firenze il 29 Gennaio 1860</hi>. &lt;<ref target="https://www.archiviostorico.unifi.it/upload/sub/strumenti/1859-60/DISCORSO_MINISTRO_RIDOLFI.pdf">https://www.archiviostorico.unifi.it/upload/sub/strumenti/1859-60/DISCORSO_MINISTRO_RIDOLFI.pdf</ref>&gt; (2023-12-11).</p><p rend="bib_indx_bib">Ridolfi, Luigi. 1871. “Relazione.” In <hi rend="italic">Atti del Consiglio comunale di Firenze</hi>, 601-9. Firenze: Cellini.</p><p rend="bib_indx_bib">Ridolfi, Luigi. 1872. “Relazione.” In <hi rend="italic">Atti del Consiglio comunale di Firenze</hi>, 102-4, 107-10.</p><p rend="bib_indx_bib"><hi rend="italic">Riordinamento dell’Istituto di Studi Superiori pratici e di perfezionamento in Firenze. Relazioni e deliberazioni dei Consigli comunale e provinciale di Firenze</hi>. 1872. Firenze: Tip. della Gazzetta d’Italia.</p><p rend="bib_indx_bib">Rogari, Sandro. 1986. “L’Istituto di Studi superiori pratici e di perfezionamento e la scuola di scienze sociali (1859-1924).” In <hi rend="italic">Storia dell’Ateneo fiorentino. Contributi di studio</hi>, a cura di L. Lotti, C. Leonardi, C. Ceccuti, 961-1030. Firenze: Parretti. </p><p rend="bib_indx_bib">Schiff, Ugo. 1890. “Quindici anni di vita universitaria dell’Istituto di Studi superiori in Firenze.” In <hi rend="italic">L’Università. Rivista dell’istruzione superiore</hi> 445-63.</p><p rend="bib_indx_bib">Soldani, Simonetta. 2016. “Dall’assenza all’eccellenza. Gli studenti di Filosofia e Filologia (1859-1881).” In <hi rend="italic">L’Istituto di Studi Superiori e la cultura umanistica a Firenze</hi>, a cura di A. Dei, vol. I, 15-109. Pisa: Pacini.</p><p rend="bib_indx_bib">Sorani, Aldo. 1913. “R. Istituto di Studi superiori pratici e di perfezionamento in Firenze.” In Ministero della Pubblica Istruzione, <hi rend="italic">Monografie delle Università e degli Istituti superiori</hi>, vol. II, 3-31. Roma: Tip. Operaia Romana Cooperativa.</p><p rend="bib_indx_bib">Stolzi, Irene. 2020. “La Scuola di Giurisprudenza.” In <hi rend="italic">Il paradigma dell’Accademia: cultura universitaria e cultura accademica a Firenze dall’Unità alla Grande Guerra</hi>, a cura di G. Manica, 25-43. Firenze: Olschki.</p><p rend="bib_indx_bib">Tacchi, Francesca. 2016. “La sezione di studi legali. Il (mancato) anello di congiunzione tra università e professioni.” In <hi rend="italic">L’Istituto di Studi Superiori e la cultura umanistica a Firenze</hi>, a cura di A. Dei, vol. II, 691-716. Pisa: Pacini.</p><p rend="bib_indx_bib">Villari, Pasquale. 1865. “L’Istituto superiore di perfezionamento di Firenze. 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Peruzzi, 28 ottobre 1869, Biblioteca Nazionale Centrale, Firenze, <hi rend="italic">Carteggio Ubaldino Peruzzi</hi>, LVII, ins. 9.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="_09.html#footnote-047-backlink">3</ref></hi>	La documentazione è in Archivio storico del Comune di Firenze, CF 07497.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="_09.html#footnote-046-backlink">4</ref></hi>	Ivi, per tutte le lettere citate nel testo.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="_09.html#footnote-045-backlink">5</ref></hi>	Cfr. nota 3, testo manoscritto della relazione in duplice copia, dal quale si traggono le seguenti citazioni nel testo.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="_09.html#footnote-044-backlink">6</ref></hi>	Così L. Galeotti e P. Villari nell’adunanza della commissione del 16 marzo 1871, ivi.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="_09.html#footnote-043-backlink">7</ref></hi>	Si veda, a firma del relatore della commissione, Villari 1871, 3 per la citazione nel testo.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="_09.html#footnote-042-backlink">8</ref></hi>	L. Ridolfi a U. Peruzzi, 3 novembre 1871, Biblioteca Nazionale Centrale, Firenze, <hi rend="italic">Carteggio Ubaldino Peruzzi</hi>, XLVIII, ins. 30.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="_09.html#footnote-041-backlink">9</ref></hi>	Ridolfi 1871, 604. La documentazione relativa all’azione degli enti locali fu poi raccolta in <hi rend="italic">Riordinamento dell’Istituto di Studi Superiori pratici e di perfezionamento in Firenze</hi> 1872.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="_09.html#footnote-040-backlink">10</ref></hi>	Copia della lettera è in Archivio storico dell’Università degli Studi di Firenze (d’ora in poi ASUFi), Adunanze e Deliberazioni del Consiglio Direttivo, Protocollo I, n. 80.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="_09.html#footnote-039-backlink">11</ref></hi>	La nota, che accompagna varia documentazione relativa all’Istituto, è in Archivio Centrale dello Stato, Roma, Ministero della Pubblica Istruzione, <hi rend="italic">Divisione per l’istruzione superiore (1860-1881)</hi>, b. 55.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="_09.html#footnote-038-backlink">12</ref></hi>	P. Villari a U. Peruzzi, 11 dicembre 1871, in Archivio storico del Comune di Firenze, CF 07497.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="_09.html#footnote-037-backlink">13</ref></hi>	C. Correnti a U. Peruzzi, 7 gennaio 1872, in Archivio storico del Comune di Firenze, CF 07497.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="_09.html#footnote-036-backlink">14</ref></hi>	P. Villari a U. Peruzzi, 15 gennaio 1872, ivi.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="_09.html#footnote-035-backlink">15</ref></hi>	N. Nobili a U. Peruzzi, 15 gennaio 1872, ivi.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="_09.html#footnote-034-backlink">16</ref></hi>	L’intervento di G. Toscanelli è in Atti Parlamentari, Camera dei Deputati, leg. XI, sess. 1871-72, 14 giugno 1872: 2855-6.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="_09.html#footnote-033-backlink">17</ref></hi>	P. Villari a U. Peruzzi, 9 luglio 1872, in Archivio storico del Comune di Firenze, CF 07497.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="_09.html#footnote-032-backlink">18</ref></hi>	P. Villari a U. Peruzzi, 18 gennaio 1872, ivi.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="_09.html#footnote-031-backlink">19</ref></hi>	C. Correnti a U. Peruzzi, s.d. [1872], in Biblioteca Nazionale Centrale, Firenze, <hi rend="italic">Carteggio Ubaldino Peruzzi</hi>, XV, ins. 118.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="_09.html#footnote-030-backlink">20</ref></hi>	Atti Parlamentari, Camera dei Deputati, leg. XI, sess. 1871-72, doc. n. 101, <hi rend="italic">Approvazione di una convenzione per l’Istituto di studi superiori di Firenze</hi>, 2-3 per le citazioni nel testo.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="_09.html#footnote-029-backlink">21</ref></hi>	L’intervento di U. Peruzzi è in Atti Parlamentari, Camera dei Deputati, leg. XI, sess. 1871-72, 14 giugno 1872: 2874.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="_09.html#footnote-028-backlink">22</ref></hi>	L’intervento di R. Bonghi è in Atti Parlamentari, Camera dei Deputati, leg. XI, sess. 1871-72, 14 giugno 1872: 2866.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="_09.html#footnote-027-backlink">23</ref></hi>	Atti Parlamentari, Camera dei Deputati, leg. XI, sess. 1871-72, 14 giugno 1872: 2873.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="_09.html#footnote-026-backlink">24</ref></hi>	Atti Parlamentari, Camera dei Deputati, leg. XI, sess. 1871-72, 14 giugno 1872: 2880.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="_09.html#footnote-025-backlink">25</ref></hi>	Atti Parlamentari, Camera dei Deputati, leg. XI, sess. 1871-72, 14 giugno 1872: 2885-6.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="_09.html#footnote-024-backlink">26</ref></hi>	Atti Parlamentari, Senato del Regno, leg. XI, sess. 1871-72, 29 giugno 1872: 1164-6.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="_09.html#footnote-023-backlink">27</ref></hi>	P. Villari a U. Peruzzi, 17 luglio 1872, in Archivio storico del Comune di Firenze, CF 07497.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="_09.html#footnote-022-backlink">28</ref></hi>	Atti Parlamentari, Camera dei Deputati, leg. XV, sess. 1882, doc. n. 26°, <hi rend="italic">Modificazioni alle leggi vigenti per la istruzione superiore del Regno</hi>.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="_09.html#footnote-021-backlink">29</ref></hi>	Atti Parlamentari, Camera dei Deputati, leg. XV, sess. 1882, doc. n. 26° <hi rend="italic">Relazione della Commissione</hi>: 68.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="_09.html#footnote-020-backlink">30</ref></hi>	Atti Parlamentari, Camera dei Deputati, leg. XV, sess. 1882, doc. n. 26° <hi rend="italic">Relazione della Commissione</hi>: 75.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="_09.html#footnote-019-backlink">31</ref></hi>	Atti Parlamentari, Camera dei Deputati, leg. XV, sess. 1882, doc. n. 26° <hi rend="italic">Relazione della Commissione</hi>: 78.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="_09.html#footnote-018-backlink">32</ref></hi>	Atti Parlamentari, Camera dei Deputati, leg. XIX, sess. 1895, doc. n. 67, <hi rend="italic">Sull’autonomia delle Università, Istituti e Scuole superiori del Regno</hi>: 22.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="_09.html#footnote-017-backlink">33</ref></hi>	R. Istituto di Studi superiori pratici e di perfezionamento in Firenze, <hi rend="italic">Relazione sull’ordinamento e ampliamento dell’Istituto suddetto letta dal comm. Ubaldino Peruzzi nella sua qualità di Presidente del Consiglio Direttivo il giorno 8 marzo 1874</hi> (Firenze: Le Monnier, 1874); R. Istituto di Studi superiori pratici e di perfezionamento in Firenze, <hi rend="italic">Relazione del Consiglio Direttivo sulla sua gestione dall’attivazione della Commissione approvata con la Legge del 30 giugno 1872, n. 885 a tutto l’anno 1879</hi> (Firenze: Le Monnier, 1880) – d’ora in avanti Relazione 1874, Relazione 1880.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="_09.html#footnote-016-backlink">34</ref></hi>	Relazione 1874: 13.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="_09.html#footnote-015-backlink">35</ref></hi>	Relazione 1880: 29.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="_09.html#footnote-014-backlink">36</ref></hi>	Relazione 1880: 28.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="_09.html#footnote-013-backlink">37</ref></hi>	Relazione 1874: 22, 8.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="_09.html#footnote-012-backlink">38</ref></hi>	Relazione 1880: 13-8.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="_09.html#footnote-011-backlink">39</ref></hi>	Relazione 1874: 31.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="_09.html#footnote-010-backlink">40</ref></hi>	ASUFi, Adunanze e Deliberazioni del Consiglio Direttivo, 18 aprile 1910.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="_09.html#footnote-009-backlink">41</ref></hi>	ASUFi, Adunanze e Deliberazioni del Consiglio Direttivo, 1° luglio 1910, lettera di C. Ridolfi.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="_09.html#footnote-008-backlink">42</ref></hi>	ASUFi, Adunanze e Deliberazioni del Consiglio Direttivo, 21 luglio 1873.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="_09.html#footnote-007-backlink">43</ref></hi>	ASUFi, Adunanze e Deliberazioni del Consiglio Direttivo, 21 novembre 1873.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="_09.html#footnote-006-backlink">44</ref></hi>	ASUFi, Adunanze e Deliberazioni del Consiglio Direttivo, 13 settembre 1873.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="_09.html#footnote-005-backlink">45</ref></hi>	ASUFi, Adunanze e Deliberazioni del Consiglio Direttivo, 18 dicembre 1882, 2 giugno 1883, solo per alcuni esempi; interessante anche la documentazione in Archivio Centrale dello Stato, Roma, Ministero della Pubblica Istruzione, <hi rend="italic">Divisione per l’istruzione superiore 1882-92, Regolamenti</hi>, b. 10.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="_09.html#footnote-004-backlink">46</ref></hi>	ASUFi, Consiglio Accademico – Verbali delle adunanze, 7 maggio e 6 luglio 1886.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="_09.html#footnote-003-backlink">47</ref></hi>	ASUFi, Consiglio Accademico – Verbali delle adunanze, 7 maggio 1886, intervento di C. Alfieri.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="_09.html#footnote-002-backlink">48</ref></hi>	ASUFi, Adunanze e Deliberazioni del Consiglio Direttivo, 17 settembre 1904.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="_09.html#footnote-001-backlink">49</ref></hi>	Ivi, 9 aprile e 6 dicembre 1912.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="_09.html#footnote-000-backlink">50</ref></hi>	Ivi, 24 aprile 1912.</p>
      
      
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