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        <title type="main" level="a">Gli studi superiori a Firenze dal primo Novecento alla nascita dell’Università</title>
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          <resp>This is a section of <title>Firenze e l’Università</title>(DOI: <idno type="DOI">10.36253/979-12-215-0282-4</idno>) by </resp>
          <name>Fulvio Conti, Emanuela Ferretti, Donatella Lippi, Antonella Salvini, Bernardo Sordi, Andrea Zorzi</name>
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        <publisher>Firenze University Press</publisher>
        <pubPlace>Florence</pubPlace>
        <date when="2024">2024</date>
        <idno type="DOI">https://doi.org/10.36253/979-12-215-0282-4.10</idno>
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        <p>The article describes the history of higher education in Florence from the beginning of the twentieth century until the mid-1920s, when the ancient Institute of Higher Studies, founded in 1859, was transformed into a modern University. The development of the university institution is reconstructed through the detailed analysis of the annual reports presented by the superintendents of the Institute and making use of the unpublished documents preserved in the historical archives of the University. Particular attention is paid to the evolution of the number of enrolled students and graduates, as well as to the expansion of the training offer made possible by the opening of new faculties and new laboratories. Finally, the article focuses on some important professors, such as the physicist Antonio Garbasso who was also mayor of Florence, and the historian Gaetano Salvemini who was one of the leaders of the anti-fascist movement and, due to his political positions, in 1925 he was forced to leave the University to emigrate to the United States.</p>
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            <item>Florence</item>
            <item>World War I</item>
            <item>history of the University</item>
            <item>Fascism</item>
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            <item>higher education</item>
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      <p>It is available online at https://doi.org/10.36253/979-12-215-0282-4.10<ref target="https://doi.org/10.36253/979-12-215-0282-4.10" /></p>
      
      
      <p rend="h1_chapter">Gli studi superiori a Firenze dal primo Novecento <lb/>alla nascita dell’Università</p><p rend="h1_author ParaOverride-1">Fulvio Conti</p><p rend="h2 ParaOverride-2">1. La convenzione del 1913 e la Grande guerra</p><p rend="text">Se la convenzione approvata dal parlamento nel 1872 aveva garantito all’Istituto di Studi Superiori di Firenze una cospicua dotazione finanziaria che gli aveva consentito di arricchire la sua offerta formativa e di acquisire nuovi spazi per la ricerca e per la didattica, all’inizio del Novecento, nonostante tale contributo fosse stato lievemente adeguato, esso si rivelava ormai palesemente insufficiente (Rogari 1991). Il bilancio scricchiolava e la penuria di risorse rischiava che si dovessero sopprimere sedi e insegnamenti. Addirittura, nella <hi rend="italic">Relazione finanziaria per il 1911</hi> si era costretti a mettere nero su bianco che in cassa erano rimaste soltanto 1069 lire e quaranta centesimi (<hi rend="italic">Annuario 1912-1913</hi>, <hi rend="italic">Relazione finanziaria per il 1911</hi>, 151).</p><p rend="text">Ancora una volta toccò a uno dei docenti più prestigiosi dell’Istituto, Pasquale Villari, il compito di levare la propria voce per rivolgere un appello accorato a tutte le istituzioni pubbliche, in primis il Comune di Firenze, perché mettessero mano alla convenzione del 1872 sia aumentando in misura significativa gli stanziamenti in essa determinati, sia prevedendo erogazioni straordinarie per fare fronte alle nuove necessità. Villari lo fece con un articolo pubblicato nell’aprile 1913 sul <hi rend="italic">Marzocco</hi>, una delle tante belle riviste che facevano in quel periodo di Firenze il centro più vivace della cultura italiana. Scriveva il vecchio storico:</p><p rend="quotation_b">Bisogna che il problema dell’Istituto divenga parte sostanziale del programma della città e dei suoi uomini politici. Se ciò che Firenze fece in passato è arra di ciò che può fare in avvenire; se la cittadinanza è di ciò persuasa, e saprà operare in modo da persuadere il Governo, il Parlamento ed il Paese; allora l’autonomia dell’Istituto può essere feconda di non piccoli benefici. Se bisogna contentarsi di semplici Facoltà professionali, allora credo anch’io che il meglio sarebbe disdire la Convenzione, ed affidarsi tutto al Governo (Villari 1914, 425).</p><p rend="text">In fin dei conti, ciò che era in gioco non era tanto la sopravvivenza dell’Istituto quanto il mantenimento dell’autonomia, e dei correlati margini di manovra in termini di attivazione di cattedre e di corsi di laurea, di cui esso beneficiava rispetto alle altre università.</p><p rend="text">La voce autorevole dell’insigne studioso di Machiavelli e Savonarola dovette essere ascoltata, se è vero che il 22 giugno 1913 fu approvata una nuova convenzione in virtù della quale l’Istituto avrebbe ricevuto un finanziamento ordinario di 820.000 lire annue, di cui 200.000 dal Comune, 100.000 dalla Provincia e il resto dallo Stato. A ciò si aggiunse un’erogazione straordinaria di 3,6 milioni di lire (una cifra enorme per i tempi) sempre da parte dei tre enti suddetti, che fu anticipata dalla Cassa di Risparmio, la quale di suo si accollò 500.000 lire. Insomma, l’appello di Villari affinché Firenze si facesse almeno in parte carico dell’Istituto di Studi Superiori fu pienamente recepito e segnò l’inizio di una nuova fase di crescita della struttura universitaria fiorentina che non s’interruppe neppure con lo scoppio della Prima guerra mondiale.</p><p rend="text">Fin dall’anno accademico 1914-15 furono così attivati nuovi insegnamenti: nella sezione di Lettere e filosofia quello di Storia dell’arte, affidato al professor Pietro Toesca, trasferitosi a Firenze dall’Università di Torino; nella sezione di Scienze quelli di Chimica fisiologica e Fisica terrestre; nella sezione di Medicina quelli di Batteriologia, Radiologia ed Elettroterapia. Nell’ambito di quest’ultima Facoltà fu inoltre istituita una Scuola di Stomatologia, la quale, grazie alla disponibilità di risorse per mettere a bando gli insegnamenti di Odontoiatria e di Protesi dentaria, poté entrare subito in funzione. Infine, come si evince dalla relazione del soprintendente Filippo Torrigiani letta il 5 novembre 1914, si pose mano a un imponente piano di espansione edilizia che, una volta ultimato, avrebbe consentito all’Istituto di migliorare notevolmente la sua dotazione di aule e laboratori sia per la didattica che per la ricerca. In particolare, fu deliberato di costruire il nuovo fabbricato dell’Istituto di Fisica ad Arcetri nei pressi dell’Osservatorio astronomico, furono predisposti i progetti definitivi per il nuovo Istituto di Geologia e si aprirono le trattative per l’acquisizione dei terreni necessari alla costruzione degli Istituti biologici in prossimità dell’ospedale di Careggi (<hi rend="italic">Annuario 1914-1915</hi>, <hi rend="italic">Relazione del soprintendente</hi>, IV).</p><p rend="text">Nell’anno accademico 1913-14, l’ultimo prima dello scoppio della guerra in Europa, l’Istituto di Studi Superiori fece registrare poco meno di 500 immatricolazioni, per l’esattezza 496 ripartite fra le 211 della Facoltà di Medicina e chirurgia, le 181 della Facoltà di Lettere e filosofia, le 34 della Facoltà di Scienze fisiche e naturali, le 55 della Scuola di Ostetricia e le 15 della Scuola di Farmacia. Gli esami sostenuti dagli studenti erano stati complessivamente 1385, dei quali 1312 con esito positivo e soltanto 73, ossia poco più del 5 per cento, «non approvati». Le Facoltà più ostiche si rivelavano quelle scientifiche: 9 respinti su 61 a Scienze (14,7%), 54 su 606 a Medicina (8,9%), 6 su 26 alla Scuola di Ostetricia (23,1%), a fronte di appena 4 su 606 a Lettere (0,6%). Tutti promossi agli esami della Scuola di Farmacia (30 su 30). Si erano avuti 110 diplomati, ripartiti fra i 22 delle Scuole di Farmacia e Ostetricia e gli 88 del Corso pedagogico e di quello di perfezionamento in Igiene, e 46 laureati: 23 in Medicina, 17 in Lettere, 5 in Scienze naturali e uno in Chimica. Soltanto otto avevano ottenuto il riconoscimento della lode, fra i quali spiccavano i nomi di alcuni medici destinati a una fulgida carriera nei ranghi universitari (Luigi Castaldi, Fernando Rietti, Siro Taviani) oppure nelle forze armate e nelle associazioni di volontariato, come Acrisio Bianchini, che nel 1966 sarebbe stato insignito dal Presidente della Repubblica della medaglia d’oro al merito della sanità pubblica. Ma anche il nome del friulano Giovanni Battista De Gasperi, laureatosi in Scienze sotto la guida di Giotto Dainelli, che sarebbe caduto in battaglia nel maggio 1916, appena ventiquattrenne, dopo essersi segnalato come uno dei più promettenti geografi e naturalisti italiani.</p><p rend="text">Per completare questa rappresentazione d’insieme dell’istituto universitario fiorentino alla vigilia della Grande guerra vale la pena richiamare l’attenzione sull’ambito che oggi definiremmo del diritto allo studio, ovvero sul sostegno che esso accordava agli studenti meritevoli o che versavano in condizioni economiche svantaggiate. Ebbene, ben 51 furono quell’anno gli studenti dispensati dal pagamento delle tasse d’iscrizione per una somma complessiva di oltre 7000 lire, e 20 quelli premiati con borse di studio, di cui 2 a Scienze e 18 a Lettere. Fra questi ultimi figurava il lucano e meridionalista Raffaele Ciasca, futuro professore di Storia moderna in varie università, firmatario nel 1925 del <hi rend="italic">Manifesto</hi> degli intellettuali antifascisti e nel 1948 eletto senatore per la Democrazia cristiana.</p><p rend="text">La disponibilità di risorse garantita dalla nuova convenzione del 1913 favorì anche un cospicuo allargamento del corpo docente. Nella già menzionata relazione di Torrigiani del novembre 1914 si dava conto di cinque nuovi incarichi d’insegnamento che erano stati affidati a Pietro Rondoni (Batteriologia), a Gilberto Rossi (Chimica fisiologica), ad Antonio Lo Surdo (Fisica terrestre), a Ugo Grassi (Chimica fisica) e a Eduardo Filippi (Chimica bromatologica). Ma soprattutto si sottolineava come l’incremento maggiore si fosse avuto nel numero dei liberi docenti, sia per nuove abilitazioni sia per trasferimento da altri Atenei. In ogni caso la gamma di insegnamenti che Firenze poteva adesso offrire era notevolmente aumentata, e con nomi di assoluto prestigio: Guido Biagi per la Bibliografia, Francesco Baldasseroni per la Storia moderna, Umberto Cassuto per l’Ebraico, Giuseppe Fanciulli per la Psicologia, Antonio Comolli per l’Anatomia umana normale, Umberto Torrini e Cammillo Arturo Torrigiani per l’Otorinolaringoiatria, Gino Menabuoni per la Clinica pediatrica, Ernesto Paparcone per la Clinica oculistica, Mario Zalla per la Clinica delle malattie nervose e mentali, Cesare Capezzuoli e Luigi Guerra-Coppioli per la Patologia speciale medica, Mario Abetti e Celso Taddei per la Patologia speciale chirurgica, Nicola Giannettasio per la Clinica chirurgica e la Medicina operatoria, Giovanni Montanelli per la Clinica ostetrico-ginecologica (<hi rend="italic">Annuario 1914-1915</hi>, <hi rend="italic">Relazione del soprintendente</hi>,<hi rend="italic"> </hi>IV-VII).</p><p rend="text">Dopo aver ricordato due gravi lutti che avevano colpito l’Istituto nell’ottobre 1914 con la scomparsa del professor Luigi Adriano Milano, docente di Archeologia, fondatore del Museo Archeologico fiorentino, e del professor Fausto Lasinio, ordinario di Lingue semitiche comparate e Presidente della Società asiatica italiana, il marchese Torrigiani si soffermò sul drammatico momento che stava vivendo l’Europa:</p><p rend="quotation_b">L’anno che volge al suo termine rimarrà tragicamente memorabile. Non ostante gli sforzi della Diplomazia e di quanti volevano sinceramente mantenuta la pace, l’Europa è oggi sconvolta dalla lotta la più sanguinosa e barbara che la storia abbia mai registrato. Una limpida visione di quanto dobbiamo a noi stessi ed agli altri ci ha sino ad ora tenuti lontano dal partecipare al terribile conflitto. Ma se la Patria avesse bisogno del braccio valoroso dei suoi figli non è a dubitare che gli Italiani tutti e voi giovani fra i primi accorrereste a difendere i diritti d’Italia, la sua libertà e la gloria della civiltà latina (<hi rend="italic">Annuario 1914-1915</hi>, <hi rend="italic">Relazione del soprintendente</hi>,<hi rend="italic"> </hi>IX).</p><p rend="text">Le parole di Torrigiani, nelle quali già vibrava la corda della retorica patriottica, non potevano essere più profetiche. Il 5 novembre 1915, con il paese precipitato nella guerra e con le prime dolorose conseguenze che si avvertivano in città e nella stessa università, il soprintendente concluse il discorso inaugurale dell’anno accademico con toni ancor più accorati:</p><p rend="quotation_b">Mentre il glorioso nostro Esercito, varcati vittoriosamente i malsicuri confini che ci erano stati imposti, combatte ardue e sanguinose battaglie, il nostro pensiero commosso e riconoscente non può non rivolgersi ai combattenti tutti, ed in modo speciale ai tanti che fecero o fanno parte ancora della nostra famiglia universitaria, a coloro che gloriosamente offersero alla patria la vita o ne fecero sacrificio per la maggior gloria d’Italia (<hi rend="italic">Annuario 1915-1916</hi>, <hi rend="italic">Relazione del soprintendente</hi>,<hi rend="italic"> </hi>IX).</p><p rend="text">In effetti, al di là del coinvolgimento individuale nelle vicende belliche di studenti, docenti e personale tecnico e amministrativo, sia come richiamati alle armi sia perché partiti volontari, la guerra ebbe fin da subito un impatto diretto sull’Istituto fiorentino. L’intero primo piano della sede di piazza San Marco, eccettuata la biblioteca ma compresa l’aula magna, fu infatti adibito a ospedale militare. Dichiarò Torrigiani:</p><p rend="quotation_b">Nessun danno ne verrà però al regolare corso delle lezioni per la Facoltà di Lettere perché, per gentili premure dell’egregio nostro Sindaco, il comm. Bacci, il Circolo Militare ha generosamente messo a nostra disposizione buona parte dei suoi locali nella Palazzina detta della «Livia» in piazza San Marco (<hi rend="italic">Annuario 1915-1916</hi>, <hi rend="italic">Relazione del soprintendente</hi>,<hi rend="italic"> </hi>III).</p><p rend="text">Dal novembre 1915 al novembre 1918 la cerimonia d’inaugurazione dell’anno accademico si tenne dunque nella Sala di Luca Giordano di Palazzo Medici Riccardi, un edificio che in passato aveva peraltro già ospitato le lezioni di Giurisprudenza, Filosofia e Filologia.</p><p rend="text">Se nella prima fase della guerra, oltre al forzato spostamento di alcune lezioni da un lato all’altro di piazza San Marco, non si ebbero ricadute tangibili sull’andamento della didattica universitaria, col trascorrere del tempo le conseguenze si cominciarono a percepire sia come calo degli iscritti che come diminuzione degli esami di profitto e delle lauree. Se ancora nell’anno accademico 1914-15 gli immatricolati aumentarono di 63 unità arrivando a 559 e parimenti crebbe il numero dei laureati (59 in luogo di 46), già dall’anno seguente si registrarono nette flessioni. Nell’anno accademico 1915-16 gli immatricolati assommarono a 531, ma di essi 154, a norma del decreto luogotenenziale del 23 settembre 1915, risultavano «iscritti d’ufficio» in quanto studenti sotto le armi, dispensati dall’obbligo di frequenza alle lezioni e alle esercitazioni. Nel 1915-16 gli esami sostenuti scesero a 1147 e i laureati a 40. L’anno seguente il numero dei laureati si dimezzò (in totale furono 21) e gli esami si fermarono a 1110, mentre risalì apparentemente il numero delle iscrizioni, che si attestarono a 612, ma 233 delle quali erano relative a studenti militari. Nel 1917-18 i nuovi iscritti furono 846, ma il dato era gonfiato da 212 militari e da 269 studenti iscritti al corso di perfezionamento per i licenziati dalle Scuole Normali. In quell’anno, comunque, tornò a crescere il numero degli esami sostenuti (1970) e in misura marginale quello delle lauree (22). Per avere una ripresa realmente significativa si dovette attendere l’anno accademico 1918-19, quando i nuovi iscritti ascesero a 955, di cui 250 erano perfezionandi dalle Scuole Normali. Gli esami furono 2230 e i laureati 46<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi xml:id="footnote-016-backlink"><ref target="_10.html#footnote-016">1</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">Anche l’Istituto universitario fiorentino pagò il suo tributo di sangue alle ragioni della guerra. Nel novembre 1916, nella cerimonia d’inaugurazione del nuovo anno accademico, Torrigiani rese onore a due funzionari e a quindici studenti che erano caduti in battaglia. Fra questi ultimi, tuttavia, inserì per errore anche i due fratelli triestini Carlo e Giani Stuparich, soltanto il primo dei quali, iscritto al secondo anno di Lettere, era effettivamente morto combattendo sull’altopiano di Asiago il 30 maggio 1916 (<hi rend="italic">Annuario 1916-1917</hi>, <hi rend="italic">Relazione del soprintendente</hi>,<hi rend="italic"> </hi>XI-XIII). Giani, che si era laureato a Firenze nel 1915 con una tesi in Letteratura italiana, era stato invece catturato dagli austriaci e, sopravvissuto alla guerra, sarebbe divenuto un importante scrittore e intellettuale. Sempre nel 1916 l’università rese un commosso omaggio a un suo ex studente, laureatosi nel 1896 con una tesi in Geografia col professor Giovanni Marinelli, che era nel frattempo divenuto un dirigente socialista e uno dei simboli del movimento irredentista, prima di assurgere con la sua tragica morte a icona del patriottismo italiano. Mi riferisco a Cesare Battisti, al quale, dopo la condanna a morte da parte degli austriaci e l’impiccagione eseguita il 12 luglio 1916 a Trento, il Comune di Firenze decise immediatamente di intitolare una strada, la ex via della Sapienza, che unisce piazza San Marco con piazza della Santissima Annunziata e fiancheggia quell’Istituto dove il patriota trentino aveva studiato. La delibera della giunta comunale fu presa il 27 luglio 1916, mentre il 6 agosto seguente sulla facciata dell’Istituto prospiciente la via venne inaugurato un busto in ricordo di Battisti (<hi rend="italic">Annuario 1916-1917</hi>, <hi rend="italic">Relazione del soprintendente</hi>,<hi rend="italic"> </hi>XI-XII; <hi rend="italic">Stradario</hi> 1929, 26; Tiezzi 2007). Infine il 5 novembre 1917, in occasione della cerimonia inaugurale dell’anno accademico, fu conferita la laurea <hi rend="italic">ad honorem</hi> a diciotto studenti che erano caduti sul campo di battaglia senza poter completare il loro corso di studi: undici erano iscritti a Lettere, sei a Medicina e uno a Chimica e farmacia (<hi rend="italic">Annuario 1917-1918</hi>, <hi rend="italic">Relazione del soprintendente</hi>, 9-10). L’anno seguente analogo titolo fu concesso ad altri cinque studenti (<hi rend="italic">Annuario 1918-1919</hi>, <hi rend="italic">Relazione del soprintendente</hi>, 11-12).</p><p rend="text">Durante il periodo della guerra l’Istituto pianse anche la morte per cause naturali di alcuni luminari che ne avevano fatto la storia: nel settembre 1915 quella di Ugo Schiff, il celebre chimico che era il decano del corpo docente; nel febbraio 1916 quella di Pietro Grocco, senatore, direttore della Clinica medica generale; nel dicembre 1917 quella di Pasquale Villari, che della Scuola di piazza San Marco poteva a buon diritto essere considerato uno dei padri fondatori. Altri, come l’insigne grecista Girolamo Vitelli o il medico Giorgio Roster, che aveva tenuto la cattedra d’Igiene fin dal 1882, si ritirarono dall’insegnamento per raggiunti limiti d’età. Ma coloro che ne raccolsero il testimone, sia in virtù di nuove immissioni in ruolo sia per trasferimenti da altri Atenei, furono assolutamente alla loro altezza. Sulla cattedra di Roster, per dire, fu chiamato dall’Università di Siena il professor Achille Sclavo, che dell’Ateneo di provenienza era stato anche Rettore (<hi rend="italic">Annuario 1919-1920</hi>, <hi rend="italic">Relazione del soprintendente</hi>, 7). Su quella di Materia medica e farmacologia, al momento del pensionamento di Giovanni Bufalini, venne Giusto Coronedi, che era ordinario della medesima disciplina all’Università di Parma, dove ricopriva la carica di Preside della Facoltà di Medicina (<hi rend="italic">Annuario 1917-1918</hi>, <hi rend="italic">Relazione del soprintendente</hi>, 6). Sulla cattedra di Storia moderna lasciata vacante dal collocamento a riposo di Carlo Cipolla s’insediò nel dicembre 1916 Gaetano Salvemini, trasferitosi dall’Università di Pisa. Nel medesimo anno, sempre per trasferimento, arrivarono Ferdinando Micheli da Siena sulla cattedra di Patologia speciale medica e Nicola Parravano da Padova su quella di Chimica inorganica (<hi rend="italic">Annuario 1917-1918</hi>, <hi rend="italic">Relazione del soprintendente</hi>, 6). L’anno precedente, a conferma del grado di attrattività raggiunto dalla sede universitaria fiorentina, era stata invece la volta di Guido Pellizzari, trasferito da Genova per coprire l’insegnamento di Chimica farmaceutica, e di Ernesto Manasse, arrivato da Siena sulla cattedra di Mineralogia. Fra il 1915 e il 1916, mentre il pedagogista Giovanni Calò conseguiva la promozione a ordinario (avrebbe tenuto la cattedra di Pedagogia dal 1911 al 1952) e si guadagnavano la stabilizzazione, fra gli altri, Luigi Pareti (Storia antica) e Agostino De Lieto Vollaro (Clinica oculistica), un nutrito elenco di liberi docenti andava a irrobustire l’offerta didattica di San Marco, che diveniva sempre più ricca e articolata. Vale la pena di rammentarne i nomi: Umberto Fracassini (Storia del Cristianesimo), Luigi Visconti (Pedagogia), Antonio Anzilotti (Storia moderna), Eustachio Lamanna (Filosofia morale), Vincenzo Baldasseroni (Zoologia), Emanuele Grill (Mineralogia), Francesco Strina (Clinica ostetrico-ginecologica), Cristoforo Pastine (Neuropatologia), Gennaro Fiore (Clinica pediatrica), Renato Rebizzi (Clinica delle malattie nervose e mentali), Giovanni Garin, Santino Pisani, Adolfo Martiri, Ernesto Signorelli, tutti e quattro chiamati a insegnare Patologia speciale medica (<hi rend="italic">Annuario 1916-1917</hi>, <hi rend="italic">Relazione del soprintendente</hi>,<hi rend="italic"> </hi>IX-X).</p><p rend="text">Nonostante le difficoltà imposte dal conflitto, durante il periodo bellico non subì alcuna interruzione anche la costruzione dei nuovi edifici universitari che era stata espressamente prevista dalla convenzione del 1913. «In quest’ultimo anno» riferiva Torrigiani il 5 novembre 1917 «sono state completamente ultimate le opre murarie degli Istituti di Fisica ad Arcetri, di Geologia e Paleontologia in Via Lamarmora, e di Patologia generale a Careggi. A questi ultimi due edifizi resta solo da completare la decorazione delle facciate» (<hi rend="italic">Annuario 1917-1918</hi>, <hi rend="italic">Relazione del soprintendente</hi>,<hi rend="italic"> </hi>7). Sullo stato di avanzamento di questi lavori e sulle retrostanti scelte compiute dagli organi direttivi dell’Istituto, che avevano chiaramente privilegiato le Facoltà scientifiche, si soffermò anche Antonio Garbasso nella lezione inaugurale dell’anno accademico 1916-17 da lui intitolata <hi rend="italic">La tradizione del pensiero toscano</hi>.</p><p rend="quotation_b">La convenzione del 1913 diede allo Studio Fiorentino i mezzi per rinnovare in gran parte i suoi laboratori, e stabilire nuove cattedre; e il senno della Soprintendenza e del Consiglio Direttivo ha voluto che le cattedre nuove fossero quasi tutte nella facoltà di scienze, in quella che da molti anni si considerava un pochino come la sorella minore delle altre due. Anche a Firenze, per il curioso equivoco che confonde l’idealismo con l’idealità, si era giunti a poco a poco a ritenere meno nobile lo studio delle scienze, forse appunto per ciò che se ne vedeva l’utile immediato. È un errore così schiettamente hegeliano che non vale la pena di discuterlo (Garbasso 1917, XXIX).</p><p rend="text">Antonio Garbasso, che tanta parte avrebbe avuto negli anni a venire nelle vicende culturali e politiche della città (basti solo ricordare che ne fu sindaco dal 1920 al 1927 e poi podestà fino al 1928), era stato chiamato nel 1913 dall’Istituto di Studi Superiori a succedere ad Antonio Roiti nella cattedra di Fisica sperimentale, incarico che mantenne fino alla morte. Arruolatosi come volontario nel maggio 1915 col il grado di sottotenente del genio, durante la guerra organizzò il servizio di fonotelemetria su tutta la linea del fronte dell’esercito italiano, impiegando apparecchi e impianti da lui stesso progettati e guadagnandosi così il grado di maggiore «per meriti eccezionali» (Peruzzi 1999). L’Istituto di Fisica di Arcetri, costruito «in un luogo unico al mondo», fu realizzato grazie al suo decisivo intervento e seguendo in larga parte le sue indicazioni. Lungi dall’imitare il «modello della caserma tedesca», un «modello che era divenuto classico per i laboratori italiani», osservava Garbasso, si era «levato sopra il colle toscano una casa toscana». </p><p rend="quotation_b">Il sapiente maestro fiorentino le ha dato un loggiato ed un chiostro: un chiostro quadro e spazioso e un loggiato con gli archi a pieno sesto, come quello della Badia, dove Lorenzo il Magnifico cercava, fra le armonie quattrocentesche, il demiurgo di Platone Ateniese (Garbasso 1917, XXX).</p><p rend="text">Secondo il futuro sindaco di Firenze quello che si stava costruendo in Arcetri doveva rappresentare soltanto il primo nucleo di un complesso di edifici e laboratori destinato a diventare uno dei centri di eccellenza della fisica italiana e a rinverdire le tradizioni della tradizione scientifica toscana. Affermò:</p><p rend="quotation_b">Io mi auguro vicino il momento in cui, come è nelle intenzioni del mio ottimo collega, il professor Abetti, il vecchio Osservatorio glorioso dell’Amici e del Donati potrà rivolgere almeno in parte la sua attività agli studi dell’Astrofisica. Anche queste due discipline riprenderemo a coltivare lassù sotto gli auspizii felici, perché la fisica della terra e la fisica del cielo sono forse le più toscane fra le scienze toscane.</p><p rend="text">Ma soprattutto, aggiunse,</p><p rend="quotation_b">un altro laboratorio vorrei vedere in Arcetri, mentre la guerra gigantesca annuncia un gigantesco rivolgimento economico. Fra le industrie che erano nate a Firenze e che emigrarono altrove, due sembrano rinascere già ora e hanno senza dubbio un avvenire sicuro: l’industria della meccanica di precisione e quella degli istrumenti ottici. Sarebbe dunque opportuno che si creasse subito un Istituto di ricerche, dove uomini forniti di larga preparazione scientifica, e consapevoli ad un tempo dei bisogni della pratica, potessero aiutare dei loro consigli i capi delle officine. Si riprenderebbe così la tradizione di quel maestro Marcantonio Mazzoleni, che in casa di Galileo e sotto la sua guida lavorava gli occhiali e i compassi di proporzione (Garbasso 1917, XXXI).</p><p rend="text">In effetti, quest’ultimo auspicio di Garbasso avrebbe trovato rapida e concreta attuazione, per sua diretta iniziativa, proprio alla fine della guerra. Appena tornato dal fronte, il 24 novembre 1918 egli poté così inaugurare il nuovo Laboratorio di Ottica pratica e meccanica di precisione, aggregato all’Istituto di Fisica di Arcetri ed eretto in ente morale da un decreto luogotenenziale del 1° settembre precedente. Negli anni Venti il Laboratorio sarebbe poi passato sotto la guida del Consiglio Nazionale delle Ricerche, del quale Garbasso presiedeva all’epoca il comitato di Astronomia, matematica e fisica, assumendo il nome che ancora oggi conserva di Istituto nazionale di ottica.</p><p rend="text">Ma ci sono altri passi della prolusione di Garbasso del novembre 1916 che conviene riprendere, e in specie quelli nei quali lo scienziato provava a delineare le possibili linee di sviluppo dell’Istituto di Studi Superiori in un contesto, quello dell’Italia e del mondo dopo la fine della guerra, che sarebbe stato molto diverso da quello fin lì conosciuto. Un contesto pieno di opportunità che sarebbe stato grave non cogliere, con scenari che prefiguravano un ruolo più attivo delle istituzioni universitarie, chiamate a rispondere alle nuove sollecitazioni che venivano dalla società civile e dalle varie realtà del mondo economico:</p><p rend="quotation_b">Più tardi, l’Istituto dovrà curare di mantenere, meglio che per il passato, il contatto col paese e con l’estero. Le Università si erano in Italia isolate dalla vita nazionale; e il danno fu grave per le Università e per la Nazione. Ora, bisogna cambiare metodo, se si vuol giungere ad avvicinare, più tardi, la vita alla scienza. Avvicinare la vita alla scienza vuol dire: portare nelle quistioni della pratica lo spirito sereno ed obbiettivo della ricerca scientifica; abbattere i sistemi e le ideologie che formano la ragion d’essere e la ragione di nuocere dei partiti politici; eliminare non il sentimento, che è una forza reale, ma il sentimentalismo, che è un artificio retorico; richiamare gli Italiani a quella visione delle cose realistica e positiva che fece di noi nel Rinascimento il primo popolo del mondo. Avvicinare la vita alla scienza vuol dire, in altre parole, far rivivere la tradizione del pensiero toscano (Garbasso 1917, XXXII-XXXIII). </p><p rend="text">Quindi Garbasso, scendendo nel dettaglio, provava a elencare una serie di proposte e iniziative (dalla costituzione di un’associazione di <hi rend="italic">ex alumni</hi> all’attivazione di corsi aperti alla cittadinanza, dall’attrazione di studenti dall’estero alla mobilità dei docenti nei paesi alleati), alcune delle quali, assai innovative, avrebbero trovato concreta attuazione soltanto in un futuro lontano:</p><p rend="quotation_b">Per ordinare i mezzi allo scopo dobbiamo anzitutto mantenerci in relazione con i nostri discepoli, che ora, compiuti i corsi, sono perduti per noi e per la nostra influenza; dobbiamo raccogliere gli antichi allievi dell’Istituto in un grande sodalizio, farli partecipi della nostra vita, consultarli nei casi più gravi.</p><p rend="quotation_b">E dobbiamo mantenerci in relazione con la cittadinanza per mezzo di brevi corsi indirizzati alle persone di alta cultura, e in particolare agli insegnanti delle scuole medie, che sono il filo conduttore fra le Università e la Nazione.</p><p rend="quotation_b">E dobbiamo pensare subito alle terre nuovamente conquistate, dove dovrebbe sorgere, a Gorizia per esempio, come una sentinella di italianità, una filiale del nostro Istituto. D’altra parte, è facile prevedere che dopo la guerra le relazioni con gli altri popoli, con quelli che hanno ricevuto da noi le consuetudini della vita civile, saranno più intime e più frequenti che non fossero prima. Anche di questo si dovrà tenere conto.</p><p rend="quotation_b">E bisognerà dunque cercare, approfittando del vantaggio che abbiamo di governarci in regime di autonomia, di rendere facile in tutti i modi l’iscrizione degli studenti stranieri, di quelli, in particolare, dell’<hi rend="italic">altra sponda</hi>.</p><p rend="quotation_b">E bisognerà promuovere lo scambio degli insegnanti con le università dei paesi alleati (Garbasso 1917, XXXIII).</p><p rend="text">Prima che la guerra finisse e alcune delle questioni indicate da Garbasso entrassero nell’agenda degli organi di gestione dell’Istituto fiorentino essi ebbero modo di assumere una decisione di elevato valore simbolico. Ossia quella di conferire una laurea <hi rend="italic">honoris causa</hi> al Presidente degli Stati Uniti Woodrow Wilson in concomitanza con l’attribuzione della cittadinanza onoraria approvata all’unanimità dal Consiglio comunale di Firenze all’inizio di luglio del 1918 (<hi rend="italic">Il Presidente Wilson</hi>, 1918; <hi rend="italic">City of Florence</hi>, 1918). L’iniziativa fu promossa dalla Facoltà di Lettere e filosofia il 28 giugno e ricevette il definitivo avallo dal ministro per la Pubblica istruzione il 28 agosto seguente (<hi rend="italic">Annuario 1918-1919</hi>, <hi rend="italic">Relazione del soprintendente</hi>, 7-8). </p><p rend="h2">2. La crisi del primo dopoguerra</p><p rend="quotation_b">Tornati finalmente nella nostra sede, sono lieto che possiamo oggi inaugurare il nuovo anno accademico in questa stessa Aula Magna dove nel lungo periodo della guerra furono amorevolmente accolti e curati dalle loro gloriose ferite tanti nostri eroici soldati. Il nostro fu forse il solo Istituto universitario che volontariamente cedé la massima parte delle nostre sale ed aule (<hi rend="italic">Annuario 1919-1920</hi>, <hi rend="italic">Relazione del soprintendente</hi>, 3).</p><p rend="text">Con queste parole, il 23 novembre 1919, Filippo Torrigiani annunciò la ripresa delle lezioni nella vecchia sede di piazza San Marco e salutò il ritorno alla normale attività dell’Istituto di Studi Superiori dopo l’emergenza del periodo bellico. La ripresa si preannunciava carica di buoni auspici e già nell’anno accademico appena concluso se n’erano visti i primi segnali. Gli immatricolati erano saliti a 955 e «numerosi oltre ogni aspettativa», ossia 2230, erano stati gli esami a cui si erano sottoposti i giovani «quantunque disabituati da anni alla fatica mentale» (<hi rend="italic">Annuario 1919-1920</hi>, <hi rend="italic">Relazione del soprintendente</hi>, 4). Anche i laureati erano tornati a crescere, raggiungendo il numero di 46.</p><p rend="text">L’aumento degli iscritti proseguì anche nei due anni successivi fino a toccare la quota massima di 1586 nell’anno accademico 1920-21. Ciò fu dovuto in buona parte all’incremento repentino dei perfezionandi in Pedagogia e in Medicina e ostetricia che si attestarono rispettivamente a 462 e 255 per poi diminuire in maniera drastica nel biennio successivo, fino a limitarsi a 65 e 72 nel 1922-23. Di conseguenza, in quest’ultimo anno il totale degli immatricolati fece registrare un brusco calo, fermandosi a 950. Il trend delle iscrizioni fu però assai diverso da una Facoltà all’altra, con Medicina in costante crescita dalle 271 del 1918-19 alle 314 del 1922-23, quando esse arrivarono a rappresentare un terzo del totale, imitata dalla Scuola di Farmacia (passata nel quinquennio da 21 a 78) e da quella di Ostetricia (da 51 a 80). Un andamento più discontinuo si ebbe invece a Lettere e filosofia, dove le immatricolazioni diminuirono nel medesimo periodo da 187 a 159, come pure a Scienze, che passò da 139 a 124, dopo aver conosciuto peraltro picchi di crescita assai elevati che l’avevano portata a un livello massimo di nuovi iscritti, ben 208, nell’anno accademico 1920-21. Un incremento significativo si ebbe anche nel numero dei laureati e degli esami sostenuti che nel 1920-21 superarono per la prima volta quota cento e quota tremila, attestandosi rispettivamente a 122 e 3068<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-015-backlink"><ref target="_10.html#footnote-015">2</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">La crescita degli iscritti, più marcata in alcune Facoltà rispetto ad altre, e l’intensificarsi della frequenza posero però anche nuovi problemi di natura logistica e organizzativa, che il nucleo direttivo dell’Istituto mostrò di avere ben presenti. Questo il quadro che tracciava il soprintendente Torrigiani nel già citato discorso del novembre 1919:</p><p rend="quotation_b">La conclusione felice della nostra guerra restituiva, quasi al completo, insegnanti alle cattedre, e funzionari ai laboratori ed agli uffici. Con nuovo impulso e accelerato ritmo la vita universitaria riprendeva il suo corso. Schiere di giovani che avevano poc’anzi cimentato la vita nei campi di battaglia si dedicavano alle opere pacifiche del lavoro intellettuale, più numerosi e confortati da propositi civili di azione e di studio. Noi raccogliemmo le aspirazioni di questa nostra gioventù e ne intendemmo i desideri e le giuste esigenze. Senonché l’afflusso inatteso di inscritti alle discipline d’indole sperimentale ci pose di fronte problemi urgenti da risolvere, vasti di mole fra scarsità di mezzi (<hi rend="italic">Annuario 1919-1920</hi>, <hi rend="italic">Relazione del soprintendente</hi>, 9).</p><p rend="text">Il «problema urgente da risolvere» riguardava principalmente il laboratorio di Chimica, ormai divenuto insufficiente ad accogliere l’accresciuto numero di studenti. Ma la soluzione, riferiva il soprintendente, era già stata trovata grazie alla cessione all’Istituto da parte dello Stato del «Palazzo non finito» di via del Proconsolo. Qui, dopo gli indispensabili interventi di ristrutturazione, sarebbero state trasferite le ricche collezioni del Museo di Antropologia ed Etnologia che erano al momento conservate in un edificio di via Gino Capponi, dove era ubicato anche l’Istituto di Fisica, in procinto a sua volta di essere traslocato nella nuova sede di Arcetri. Gli spazi liberati in via Capponi sarebbero stati occupati dai laboratori di chimica, garantendo loro la superficie di cui avevano bisogno. Nel frattempo tutti gli altri lavori edilizi erano andati avanti e il soprintendente poteva annunciare trionfalmente l’avvenuto collaudo degli Istituti di Fisica e di Geologia e l’inaugurazione, il giorno stesso dell’apertura dell’anno accademico 1919-20, della nuova sala di lettura della biblioteca di Lettere. Erano stati inoltre approvati i progetti per i nuovi Istituti di Igiene, Anatomia umana, Anatomia patologica e Medicina legale, per la cui realizzazione dovevano presto partire le gare di appalto.</p><p rend="text">Tuttavia, dalla relazione di Torrigiani del novembre 1919 affiorava anche qualche elemento di preoccupazione per l’incerta situazione finanziaria in cui versava l’Istituto, provocata dal vertiginoso aumento del costo della vita che si era abbattuto sull’Italia e su larga parte dell’Europa in conseguenza della guerra. Le «mutate condizioni dei tempi e delle esigenze economiche» nonché il «maggior costo delle materie prime e della mano d’opera», ammetteva infatti il soprintendente, avevano reso del tutto «inadeguati i fondi stanziati per l’assetto edilizio dell’Istituto». Ma la soluzione, anche in questo caso, sembrava a portata di mano:</p><p rend="quotation_b">Attive pratiche esperite a più riprese presso i competenti Dicasteri a Roma, e presso il Comune di Firenze, ci portarono a risultati che, se non tali da assicurarci tutti i fini che avremmo voluto fin da ora raggiungere, sono però cagione di soddisfazione per l’opera da noi compiuta. È così in corso di stipulazione una convenzione addizionale alla precedente del 23 maggio 1913 per la concessione della maggiore spesa occorrente alla ultimazione dei lavori in corso di esecuzione, avendo il Governo inteso di limitare intanto a queste opere lo stanziamento dei fondi necessari. In base a tale convenzione il Governo e il Comune di Firenze si sono accordati per provvedere ora alla maggiore spesa di L. 2.250.000 mediante anticipazione data dalla benemerita Cassa di Risparmio di Firenze; dimodoché ciò che formava il lato più preoccupante del problema edilizio è prossimo a vedere ormai la sua felice risoluzione (<hi rend="italic">Annuario 1919-1920</hi>, <hi rend="italic">Relazione del soprintendente</hi>, 10-1).</p><p rend="text">In realtà, le aspettative di Torrigiani erano destinate a non avverarsi. O meglio, lo stanziamento suppletivo fu in effetti accordato e consentì di portare avanti alcuni dei lavori edilizi già avviati (<hi rend="italic">Annuario 1920-1921</hi>, <hi rend="italic">Relazione del soprintendente</hi>, 8-10). Ma il «maggior costo dei materiali e della mano d’opera che raggiunsero alla fine del 1919 ed ai primi del 1920 un massimo imprevedibile» (<hi rend="italic">Annuario 1921-1922</hi>, <hi rend="italic">Relazione del soprintendente</hi>, 10) lo resero assolutamente insufficiente. Soltanto per la costruzione dei quattro nuovi istituti biologici di Careggi (Anatomia dell’uomo, Igiene, Medicina legale e Anatomia patologica) fu stimato un costo di 12,5 milioni di lire. Se si aggiungevano gli interventi di adeguamento o di ristrutturazione da fare negli altri edifici, compreso quello di San Marco, che nel novembre 1921 Torrigiani descriveva come «ridotto oggi per forzate economie di manutenzione a una sede non certo degna del nome dell’Istituto, né decorosa per la città di Firenze», il fabbisogno complessivo ascendeva «in cifra tonda» a 15 milioni di lire (<hi rend="italic">Annuario 1921-1922</hi>, <hi rend="italic">Relazione del soprintendente</hi>, 11-3). A gravare sul bilancio erano poi gli aumenti stipendiali che erano stati stabiliti da un decreto ministeriale del febbraio 1918, i cui effetti si dispiegarono dal 1° maggio 1919. Nonostante le reiterate richieste avanzate dal soprintendente al governo e agli organi amministrativi locali affinché deliberassero un aumento della quota prevista dalla convenzione del 1913 per questa voce, tali oneri erano rimasti totalmente a carico dell’Istituto<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-014-backlink"><ref target="_10.html#footnote-014">3</ref></hi></hi>. Al 28 giugno 1920 l’esborso ammontava a 257 mila lire<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-013-backlink"><ref target="_10.html#footnote-013">4</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">Era uno scenario preoccupante e richiedeva per l’Istituto una guida energica e un’opera assidua che Filippo Torrigiani, «per ragioni di età, di salute e per essere costretto a frequenti e lunghe assenze da Firenze» (<hi rend="italic">Annuario 1921-1922</hi>, <hi rend="italic">Relazione del soprintendente</hi>, 3), non si sentiva più in grado di offrire. Nel discorso tenuto alla cerimonia d’inaugurazione dell’anno accademico 1921-22 egli annunciò quindi le sue dimissioni<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-012-backlink"><ref target="_10.html#footnote-012">5</ref></hi></hi>, auspicando che il nuovo sindaco, il professor Antonio Garbasso, il quale ben conosceva la difficile situazione in cui versava l’Istituto, potesse adoperarsi in tutte le sedi per garantire le risorse necessarie non solo al suo sviluppo, ma alla sua stessa sopravvivenza.</p><p rend="text">Quando Torrigiani pronunciò il suo discorso, peraltro, era pienamente consapevole che il quadro era ancor più critico di come egli lo aveva presentato. Da due mesi, il 6 settembre 1921, era stata infatti approvata la legge Corbino che concedeva alle università e agli istituti superiori maggiori finanziamenti ordinari e straordinari per fronteggiare i problemi posti dalla svalutazione monetaria. Ma l’Istituto fiorentino, in quanto ente autonomo, ne era rimasto escluso e a nulla valsero i tentativi esperiti nei mesi successivi affinché «si riparasse con altro provvedimento legislativo a tale ingiusto trattamento» (<hi rend="italic">Annuario 1922-1923</hi>, <hi rend="italic">Relazione del vicesoprintendente</hi>, 5). A condurre tali tentativi fu anzitutto il nuovo soprintendente Angiolo Orvieto, subentrato a Torrigiani il 16 gennaio 1922. Orvieto era uno dei principali animatori della vita culturale fiorentina. Poeta e scrittore, nel 1896 aveva fondato insieme a Enrico Corradini il settimanale letterario «Il Marzocco», battagliera rivista d’ispirazione antipositivista e dannunziana, e più avanti la Società Leonardo da Vinci. Convinto interventista, durante la guerra aveva avuto un ruolo di primo piano nella mobilitazione civile fino ad approdare dopo la fine del conflitto tra i sostenitori del blocco d’ordine patriottico e antisocialista e ad essere eletto in Consiglio comunale nelle file dell’Unione politica nazionale (Cerasi 2000; 2013).</p><p rend="text">Orvieto mobilitò a sostegno dell’Istituto tutta la fitta rete di contatti che aveva nel mondo politico e intellettuale, e soprattutto fece la spola con Roma per caldeggiare l’erogazione di finanziamenti straordinari da parte del governo. Quando comprese che le sue richieste non trovavano ascolto non esitò a rassegnare le dimissioni per protesta sia da soprintendente che da consigliere comunale. Nella lettera scritta il 14 settembre 1922 al vice-soprintendente Augusto Zannoni affermava:</p><p rend="quotation_b">Mi dimostrerei indegno se continuassi a rimanermene tranquillo al mio posto, dopo avere acquistata la convinzione di non poter indurre il Governo a concedere al nostro Istituto non dico quanto gli occorrerebbe per prosperare, ma quanto gli è strettamente necessario alla vita. La coscienza m’impone di gettare subito un grido d’allarme, ed io lo getto con queste dimissioni che Ella, egregio collega, vorrà sollecitamente comunicare al Consiglio Direttivo, adunandolo d’urgenza. Dica, La prego, agli amici che io mi sono dimesso dopo i due colloqui di lunedì 11 e di martedì 12 corrente, l’uno col Ministro dell’Istruzione, l’altro col Ministro del Tesoro, a Roma. Da questi colloqui ho chiaramente compreso che non soltanto mi è impossibile ottenere dal Governo i fondi necessari per completare l’assetto edilizio dell’Istituto di Studi Superiori, ma che si fa e si farà ancora di tutto per negare all’Ateneo fiorentino quegli aumenti delle dotazioni ordinarie e quegli assegni straordinari che le altre Università del Regno hanno tempestivamente conseguiti, e senza i quali ai nostri Gabinetti Scientifici ed alle nostre Biblioteche non rimane che il chiudersi<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-011-backlink"><ref target="_10.html#footnote-011">6</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">Orvieto ricordava che nel gennaio precedente, allorché aveva accettato la carica di soprintendente, lo aveva fatto «nell’illusione che buona volontà, energia ed insistenza, seppur non avvalorata da autorità ed influenza politica», potessero condurre a qualche risultato utile. Ma «mi son dovuto persuadere» concludeva «che a nulla valgono di fronte alle passive resistenze del Governo»<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-010-backlink"><ref target="_10.html#footnote-010">7</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">Il Consiglio direttivo dell’Istituto, riunito d’urgenza il 22 settembre 1922, votò un ordine del giorno di protesta contro il governo e di piena solidarietà verso il soprintendente dimissionario, invitandolo a conservare il suo ruolo. Anche il Consiglio comunale respinse le dimissioni di Orvieto e documenti e mozioni di sostegno all’Istituto furono approvati da un gran numero di associazioni culturali e politiche cittadine. Interrogazioni e interpellanze furono presentate alla Camera dai deputati Rosadi, Calò, Marchi e Franceschi e al Senato da Guido Mazzoni e Girolamo Vitelli (<hi rend="italic">Annuario 1922-1923</hi>, <hi rend="italic">Relazione del vicesoprintendente</hi>, 6). Antonino Anile, ministro della Pubblica istruzione nel governo Facta, con una lettera del 4 ottobre promise che avrebbe portato la questione all’attenzione del collega Giuseppe Paratore, ministro del Tesoro. Ma al vice-soprintendente Zannoni non restò che replicare al ministro evocando ancora una volta il baratro nel quale rischiava di sprofondare l’istituto fiorentino:</p><p rend="quotation_b">Ora la nostra situazione è gravissima: il bilancio del 1921 si è chiuso con un forte disavanzo ed attualmente il passivo supera di gran lunga l’attivo. Siamo dunque in stato di vero e proprio fallimento e occorre provvedere senza ulteriore indugio. […] Si deve comprendere come, malgrado tutte le difficoltà finanziarie in cui versa lo Stato, Firenze è città d’arte e di studi non seconda ad alcun’altra ed ha diritto di vedere mantenuto il suo massimo Istituto di cultura all’altezza scientifica e didattica cui è meritatamente pervenuto per valore di maestri e di discepoli, andati in grandissimo numero alla lor volta maestri in tutte le altre università ed istituti superiori del Regno<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-009-backlink"><ref target="_10.html#footnote-009">8</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">L’ingegner Augusto Zannoni riferì di questo suo carteggio al Consiglio direttivo nella seduta del 30 ottobre 1922. Ben altre e più gravi questioni incombevano allora sul paese e sulla città, dove scorrazzavano le squadre fasciste per festeggiare la marcia su Roma di due giorni prima (Giaconi 2019). Fu in questo clima che il 5 novembre nell’aula magna di piazza San Marco si tenne l’inaugurazione dell’anno accademico 1922-23. Zannoni concluse la sua relazione non levando «alta la voce a nuova e formale protesta», come sarebbe stato doveroso verso il governo precedente, bensì rivolgendo una «fiduciosa preghiera» a quello nuovo che si era insediato il 31 ottobre sotto la guida di Benito Mussolini. «Voglia esso» affermava Zannoni «riesaminare la questione del R. Istituto di Studi Superiori, e concedergli intanto, di urgenza, quanto gli è strettamente necessario alla vita». Quindi egli, anticipando un sentimento di acquiescenza nei confronti del regime che sarebbe stata la cifra distintiva degli anni a venire, concludeva: «Né certo il mio invito rimarrà inascoltato. Me ne danno sicuro affidamento l’alto senno di Colui che dalla Maestà del Re, nella perfetta visione dei tempi nuovi, è stato chiamato a dirigere le sorti dell’Italia di Vittorio Veneto, e di coloro altresì che sono oggi preposti al Ministero della Pubblica Istruzione» (<hi rend="italic">Annuario 1922-1923</hi>, <hi rend="italic">Relazione del vicesoprintendente</hi>, 6-7).</p><p rend="h2">3. La nascita dell’Università</p><p rend="text">Il vice-soprintendente Zannoni non poteva essere miglior profeta. In effetti, la tanto attesa soluzione per i problemi dell’Istituto fiorentino venne proprio dal governo Mussolini e soprattutto da colui che resse il dicastero della Pubblica istruzione, ossia il filosofo Giovanni Gentile. Con regio decreto n. 2102 del 30 settembre 1923 egli varò infatti una riforma dell’istruzione superiore che dette un nuovo assetto al sistema universitario italiano. In virtù di tale riforma, esso si articolò in tre tipi di università: le dieci registrate nella tabella A, a carico del bilancio dello Stato «salvo il concorso di altri enti»; quelle della tabella B, mantenute grazie a «convenzioni tra Stato e altri Enti»; quelle libere, che «non hanno contributo a carico del bilancio dello Stato». L’Istituto di Studi Superiori di Firenze fu incluso nella tabella B e al pari di quello di Milano fu perciò trasformato in università a pieno titolo (Moretti 2010-2011). Al suo finanziamento concorsero lo Stato con uno stanziamento annuo di 2.400.000 lire, il più alto fra le università di questa categoria, e sempre su base annua il Comune con 950.000 lire, la Provincia con 475.000 lire e alcuni comuni limitrofi con 70.000 lire. Alla neonata Università andarono inoltre i contributi straordinari, erogati <hi rend="italic">una tantum</hi>, della Cassa di Risparmio e della Camera di Commercio, pari rispettivamente a 500.000 lire e a 25.000 lire.</p><p rend="text">Filippo Torrigiani, tornato a ricoprire la carica di soprintendente – «perché in tale stato delle cose non era prevedibile che altri accettasse di assumere una carica “in articulo mortis”» (<hi rend="italic">Annuario 1923-1924</hi>, <hi rend="italic">Relazione del soprintendente</hi>, 4) – il 5 novembre 1923 poté dunque inaugurare per l’ultima volta l’anno accademico dell’Istituto di Studi Superiori di Firenze. Offrendo il consueto resoconto di quanto era accaduto nell’anno appena concluso ebbe modo, fra l’altro, di menzionare la piccola pattuglia di laureati che avevano concluso il loro percorso di studio con la lode. Fra i sei della Facoltà di Lettere e filosofia figuravano due nomi illustri, Nello Rosselli ed Ernesto Sestan, entrambi formatisi al magistero di Gaetano Salvemini e destinati a una brillante carriera di storici. Quella di Rosselli, come è ben noto, sarebbe stata interrotta il 9 giugno 1937 dall’assassinio per mano di sicari fascisti a Bagnoles-de-l’Orne. Fra i cinque laureati con lode in Medicina c’erano invece Guido Melli e Dino Bolsi. Il primo, dopo essere divenuto ordinario di patologia speciale medica all’Università di Parma, nel 1938 fu espulso in applicazione delle leggi razziali. Reintegrato nei ruoli nel 1945, avrebbe a lungo insegnato all’Università di Milano ricoprendovi incarichi di prestigio. Bolsi sarebbe diventato ordinario di Malattie nervose e mentali all’Università di Torino, della cui Facoltà di Medicina fu Preside dal 1954 al 1966.</p><p rend="text">Torrigiani chiuse la sua relazione con queste parole:</p><p rend="quotation_b">Il nostro Istituto si chiamerà col 1° ottobre 1924 Regia Università di Firenze e avrà a capo un Rettore; la sua importanza come grande centro culturale è stata tenuta nel debito conto dal Governo che gli ha assegnato il contributo che avevamo richiesto. Provincia, Comune, Enti locali dal canto suo vorranno certamente concorrere, nella maggior misura possibile, per il vantaggio e il decoro della città nostra, al mantenimento dell’Ateneo fiorentino, gloria non di Firenze, ma della Nazione tutta (<hi rend="italic">Annuario 1923-1924, </hi><hi rend="italic">Relazione del soprintendente</hi>, 10).</p><p rend="text">In effetti, come si è appena visto, il cordone ombelicale con il Comune e con la Provincia non fu tagliato e i due enti locali continuarono a garantire un cospicuo finanziamento all’istituto d’istruzione superiore della città. Di certo, alla perdita dei maggiori margini di autonomia di cui aveva goduto fino a quel momento corrispose per l’ex Istituto di Studi Superiori un’indubbia stabilizzazione e la definitiva acquisizione del rango di Università fra le più importanti del paese, nuovo fiore all’occhiello di una città che Mussolini, ricevendo nel 1924 la commissione istitutiva, aveva chiamato con i consueti toni enfatici la «capitale intellettuale del mondo» (<hi rend="italic">Annuario 1924-1925</hi>, <hi rend="italic">Discorso del soprintendente</hi>, 12)<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-008-backlink"><ref target="_10.html#footnote-008">9</ref></hi></hi>. </p><p rend="text">Nel gennaio 1925, quando fu inaugurato il primo anno accademico alla presenza del ministro della Pubblica istruzione Pietro Fedele e dell’arcivescovo di Firenze, il cardinale Alfonso Maria Mistrangelo, il nuovo Rettore Giulio Chiarugi, professore di Anatomia e già Preside della Facoltà di Medicina e chirurgia ininterrottamente dal 1891 al 1924, poté presentare una significativa estensione dell’offerta formativa resa possibile dalla trasformazione in Università (<hi rend="italic">Annuario 1924-1925</hi>, <hi rend="italic">Discorso del Rettore Giulio Chiarugi</hi>, 15-9). La Facoltà di Scienze ampliò i propri settori di studio, prevedendo due nuovi corsi di laurea (uno in Matematica e uno in Fisica e matematica) e modificando il suo nome in Scienze matematiche, fisiche e naturali. Fu inoltre istituita ex-novo la Facoltà di Giurisprudenza, che condivise alcuni insegnamenti con l’Istituto di Scienze sociali Cesare Alfieri, il quale restò autonomo, ma si adeguò alla nuova disciplina universitaria modificando il proprio ordinamento e passando dal diploma triennale alla laurea quadriennale. Nel suo primo anno accademico l’Università di Firenze contava 1251 studenti e 52 professori «stabili», come venivano definiti all’epoca (16 a Lettere, 13 a Medicina, 10 a Giurisprudenza, 7 a Scienze e 6 a Farmacia), ai quali si aggiungevano 21 docenti «non stabili» e 13 professori «incaricati» (Lotti 2005, 20).</p><p rend="text">Prendendo la parola nella sua veste di sindaco di Firenze, Antonio Garbasso volle ancora una volta rimarcare il ruolo decisivo avuto Mussolini nella definizione del percorso legislativo che aveva portato alla nascita dell’università. «Benito Mussolini» disse «è stato veramente l’Alto patrono del nostro Studio glorioso. Senza la sua fede ferma e la sua ferma volontà, la meta non si sarebbe potuta raggiungere» (<hi rend="italic">Annuario 1924-1925</hi>, <hi rend="italic">Discorso dell’On. Senatore Prof. Antonio Garbasso</hi>, 21). A pochi giorni dal discorso del 3 gennaio, col quale il duce aveva posto fine alla crisi seguita al delitto Matteotti e avviato di fatto la trasformazione dello Stato in una dittatura totalitaria, anche da Firenze non si perdeva tempo nell’alimentare quel culto del capo che sarebbe stato uno dei tratti distintivi del regime. Un anno più tardi, il 28 gennaio 1926, il Senato accademico approvò la proposta di conferire a Mussolini una laurea <hi rend="italic">honoris causa </hi>in Giurisprudenza, imitando l’Ateneo di Bologna che gliel’aveva assegnata nel marzo 1924 e affidando le pratiche istruttorie ai professori Giovanni Brunetti e Gino Arias<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-007-backlink"><ref target="_10.html#footnote-007">10</ref></hi></hi>. Di tale iniziativa il Senato tornò a parlare nelle due sedute del febbraio e marzo 1926, arrivando a ipotizzare che la laurea», per darle un carattere di omaggio unitario dell’intero Ateneo, fosse «senza speciale designazione di Facoltà e che Mussolini, «ove questi si degni di accoglierla», potesse ritirarla di persona partecipando all’inaugurazione del successivo anno accademico. Il progetto, però, almeno per il momento si arenò. Il Senato si premurò comunque che fosse collocato «nelle principali aule, ove già non esista, il ritratto di S.E. il Presidente del Consiglio»<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-006-backlink"><ref target="_10.html#footnote-006">11</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">Nei mesi successivi il processo di fascistizzazione dell’Ateneo fiorentino, al di là degli atti di deferenza verso Mussolini, andò avanti spedito. Il nuovo Rettore Enrico Burci, subentrato a Chiarugi nel febbraio 1926 e salutato da Brunetti come «il primo Rettore fascista dell’Università di Firenze»<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi xml:id="footnote-005-backlink"><ref target="_10.html#footnote-005">12</ref></hi></hi>, nel marzo 1926 riferì al Senato che aveva «concesso ad uso ufficio un locale a terreno della sede universitaria in Piazza San Marco alla Federazione Fascisti Universitari e alla centuria universitaria e altri locali, attualmente vuoti, in via Gino Capponi al G[ruppo] G[iovanile] F[ascista»<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi xml:id="footnote-004-backlink"><ref target="_10.html#footnote-004">13</ref></hi></hi>. Il 31 maggio annunciò che era stata «costituita la centuria universitaria della Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale, con a capo il Prof. De Vecchi» e che la domenica successiva, in occasione della festa dello Statuto, essa sarebbe uscita «per la prima volta, armata, prendendo parte alla Rivista»<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi xml:id="footnote-003-backlink"><ref target="_10.html#footnote-003">14</ref></hi></hi>. Nella medesima seduta comunicò che «le Donne fasciste, e particolarmente la Signora Garbasso, si [erano] alacremente adoperate per donare all’Università il nuovo gonfalone, [avevano] trovato i fondi necessari, e si [erano] rivolte anche a persone specialmente competenti in storia dell’arte». Il Senato, si legge nel verbale, «ne prende atto con gratitudine ed esprime il voto che il nuovo gonfalone porti l’effigie di Dante oltre il segno del Fascio Littorio»<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi xml:id="footnote-002-backlink"><ref target="_10.html#footnote-002">15</ref></hi></hi>. Della questione l’organo accademico si stava occupando da oltre un anno. Rispetto all’ipotesi inizialmente presa in considerazione, quella cioè di realizzare uno stendardo del tutto diverso da quello dell’Istituto di Studi Superiori nel quale comparissero le figure di Dante e di Galileo<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi xml:id="footnote-001-backlink"><ref target="_10.html#footnote-001">16</ref></hi></hi>, adesso si registrava una novità di rilievo: si era deciso di sostituire Galileo con il fascio littorio, salvando ovviamente l’intoccabile Dante, ormai accreditato come simbolo principe della nazione italiana e assai amato, proprio in questa chiave, dallo stesso Mussolini (Venturini 1932; Albertini 1996; Conti 2021).</p><p rend="text">Mentre il fascismo andava rapidamente estendendo il proprio controllo sulla neonata Università, occupandone sia gli spazi fisici che i riferimenti simbolici, essa fu costretta a registrare la prima perdita, per motivi politici, di uno dei suoi maestri più importanti e più conosciuti anche sulla scena internazionale. Nell’estate del 1925, dopo aver trascorso un periodo in carcere ed essere sfuggito fortunosamente a un ultimo agguato ordito dai fascisti fiorentini, Gaetano Salvemini, professore ordinario di Storia moderna, decise di lasciare la città e di riparare all’estero. Da Londra, il 5 novembre 1925, scrisse al Rettore Chiarugi per comunicare le sue dimissioni dall’Università di Firenze:</p><p rend="quotation_b">La dittatura fascista ha soppresso, oramai, completamente, nel nostro paese, quelle condizioni di libertà, mancando le quali l’insegnamento universitario della storia – quale io lo intendo – perde ogni dignità: perché deve cessare di essere strumento a libera educazione civile, e ridursi a servile adulazione del partito dominante, oppure a mere esercitazioni erudite, estranee alla coscienza morale del maestro e degli alunni. Sono perciò costretto a dividermi dai miei giovani, dai miei colleghi, con dolore profondo, ma con la coscienza sicura di compiere un dovere di lealtà verso di essi, prima che di coerenza e di rispetto verso me stesso. Ritornerò a servire il paese nella scuola, quando avremo riconquistato un governo civile<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-000-backlink"><ref target="_10.html#footnote-000">17</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">Salvemini non immaginava che si sarebbero dovuti attendere venti anni perché si tornasse ad avere quel «governo civile» che egli riteneva condizione irrinunciabile per esercitare la professione di «maestro» in una libera università. Soltanto nell’ottobre 1949, «riassunto in servizio in <hi rend="italic">soprannumero</hi> quale ordinario di Storia moderna» (Gussoni 2023), poté riprendere le sue lezioni e riannodare il dialogo con allievi e colleghi che si era drammaticamente interrotto nel 1925.</p><p rend="h2">Riferimenti bibliografici</p><p rend="bib_indx_bib">Albertini, Stefano. 1996. “Dante in camicia nera: uso e abuso del divino poeta nell’Italia fascista.” <hi rend="italic">The Italianist</hi> 16, 1: 117-42.</p><p rend="bib_indx_bib">Cerasi, Laura. 2000.<hi rend="italic"> Gli Ateniesi d’Italia. Associazioni di cultura a Firenze nel primo Novecento</hi>. Milano: FrancoAngeli.</p><p rend="bib_indx_bib">Cerasi, Laura. 2013. “Orvieto Angiolo.” In <hi rend="italic">Dizionario biografico degli italiani</hi>, vol. 79. Roma: Istituto della Enciclopedia Italiana.</p><p rend="bib_indx_bib">Conti, Fulvio. 2021.<hi rend="italic"> Il Sommo italiano. Dante e l’identità della nazione</hi>. 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Milano: Hoepli.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="_10.html#footnote-016-backlink">1</ref></hi>	Traggo questi dati dalle relazioni annuali del soprintendente Torrigiani in R. Istituto di Studi Superiori Pratici e di Perfezionamento, <hi rend="italic">Annuari per gli anni accademici 1915-1916, 1916-1917, 1917-1918, 1919-1920</hi>.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="_10.html#footnote-015-backlink">2</ref></hi>	I dati sono ricavati dalle relazioni annuali del soprintendente Torrigiani in R. Istituto di Studi Superiori Pratici e di Perfezionamento, <hi rend="italic">Annuari per gli anni accademici 1919-1920, 1920-1921, 1921-1922, 1922-1923, 1923-1924</hi>.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="_10.html#footnote-014-backlink">3</ref></hi>	Cfr. Archivio storico dell’Università degli Studi di Firenze (d’ora in poi ASUFi), Verbali del Consiglio direttivo dell’Istituto, sedute del 24 febbraio e 17 agosto 1920.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="_10.html#footnote-013-backlink">4</ref></hi>	ASUFi, Verbali del Consiglio direttivo dell’Istituto, seduta del 17 agosto 1920.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="_10.html#footnote-012-backlink">5</ref></hi>	Le aveva comunicate alcuni mesi prima al Consiglio direttivo dell’Istituto che le aveva respinte, chiedendogli di proseguire nel suo incarico. Cfr. ASUFi, Verbali del Consiglio direttivo dell’Istituto, seduta del 7 luglio 1921.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="_10.html#footnote-011-backlink">6</ref></hi>	ASUFi, Verbali del Consiglio direttivo dell’Istituto, seduta del 22 settembre 2022.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="_10.html#footnote-010-backlink">7</ref></hi>	ASUFi, Verbali del Consiglio direttivo dell’Istituto, seduta del 22 settembre 2022.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="_10.html#footnote-009-backlink">8</ref></hi>	ASUFi, Verbali del Consiglio direttivo dell’Istituto, seduta del 30 ottobre 2022.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="_10.html#footnote-008-backlink">9</ref></hi>	Sull’ esito dell’incontro della delegazione fiorentina con Mussolini cfr. ASUFi, Verbali del Consiglio direttivo dell’Istituto, seduta del 12 agosto 1924.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="_10.html#footnote-007-backlink">10</ref></hi>	ASUFi, Verbali del Senato accademico, seduta del 28 gennaio 1926.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="_10.html#footnote-006-backlink">11</ref></hi>	ASUFi, Verbali del Senato accademico, seduta del 30 marzo 1926.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="_10.html#footnote-005-backlink">12</ref></hi>	ASUFi, Verbali del Senato accademico, seduta del 24 febbraio 1926.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="_10.html#footnote-004-backlink">13</ref></hi>	ASUFi, Verbali del Senato accademico, seduta del 30 marzo 1926.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="_10.html#footnote-003-backlink">14</ref></hi>	ASUFi, Verbali del Senato accademico, 31 maggio 1926.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="_10.html#footnote-002-backlink">15</ref></hi>	ASUFi, Verbali del Senato accademico, 31 maggio 1926.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="_10.html#footnote-001-backlink">16</ref></hi>	ASUFi, Verbali del Senato accademico, seduta del 26 febbraio 1925.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="_10.html#footnote-000-backlink">17</ref></hi>	G. Salvemini al Rettore dell’Università di Firenze, 5 novembre 1925, in Salvemini 1985, 469-70. Sulla vicenda si veda Gussoni 2023. </p>
      
      <div>
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          <bibl n="132009">R. Istituto di Studi Superiori Pratici e di Perfezionamento. 1925. Annuario per l’anno accademico 1924-1925, Discorso dell’On. Senatore Prof. Antonio Garbasso. Firenze: Tip. Galletti e Cocci.</bibl>
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