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        <title type="main" level="a">L’Ateneo e il dopoguerra, la Costituente</title>
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            <forename>Bernardo</forename>
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          <resp>This is a section of <title>Firenze e l’Università</title>(DOI: <idno type="DOI">10.36253/979-12-215-0282-4</idno>) by </resp>
          <name>Fulvio Conti, Emanuela Ferretti, Donatella Lippi, Antonella Salvini, Bernardo Sordi, Andrea Zorzi</name>
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        <publisher>Firenze University Press</publisher>
        <pubPlace>Florence</pubPlace>
        <date when="2024">2024</date>
        <idno type="DOI">https://doi.org/10.36253/979-12-215-0282-4.13</idno>
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          <p>Available for academic research purposes</p>
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          <p>Copyright Author(s)</p>
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        <p>This is original content, published for academic research purposes</p>
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        <p>The essay aims at reconstructing the history of the University of Florence, from the fall of fascism on July 25th 1943 to the post-World War II period. At the center of this path lies Piero Calamandrei's Rettorato, which began in the summer of 1943 and immediately interrupted by events related to September 8th and the armistice with the Allied powers. As dean of the university, in the aftermath of the Liberation of Florence in August 1944, Calamandrei marked a significant turning point. It was a turning point that not only promptly revived teaching and research functions; but it was also able to provide for the reinstatement of teachers expelled as a result of the racial legislation and for opposition to fascism, along with the beginning of the removals of teachers most involved with the dictatorship. At the same time, in the context of a city deeply involved in the Liberation, the new constitutional order of the Republic began to be drawn; a constitutional project to which Florentine professors - such as Piero Calamandrei and Giorgio La Pira - would offer an outstanding contribution.</p>
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            <item>Florence</item>
            <item>World War II</item>
            <item>History of Università degli studi di Firenze</item>
            <item>Fall of Fascism</item>
            <item>Assemblea Costituente</item>
            <item>Piero Calamandrei</item>
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      <p>It is available online at https://doi.org/10.36253/979-12-215-0282-4.13<ref target="https://doi.org/10.36253/979-12-215-0282-4.13" /></p>
      
      
      <p rend="h1_chapter">L’Ateneo e il dopoguerra, la Costituente</p><p rend="h1_author">Bernardo Sordi</p><p rend="h2 ParaOverride-1">1. Il rettorato di Piero Calamandrei</p><p rend="quotations_quotation_b3">L’Università di Firenze si riapre mentre ancora si sente in lontananza, al di là di Monte Morello, il rombo del cannone che insegue le orde nemiche. Poco più di un mese, in questa nostra città, che, più di sempre ci è oggi gelosamente cara, saltavano i ponti, crollavano le torri; e in queste strade, che nella fantasia degli stranieri sembrano fatte per essere adorne di fiori, si combatte a fucilate per spergere, come una genia di belve, gli assassini annidati sui tetti<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-030-backlink"><ref target="_13.html#footnote-030">1</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">È enfatico l’incipit del discorso d’insediamento che Piero Calamandrei tiene, il 15 settembre 1944, in aula magna, alla presenza delle autorità cittadine e del generale Edgar Erskine Hume, ai vertici del governo militare alleato<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-029-backlink"><ref target="_13.html#footnote-029">2</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">Eppure, quella prosa, non priva di cedimenti retorici, che farà presto di Calamandrei uno dei principali alfieri della «coscienza civile della Nuova Italia» e dell’intera Resistenza, ci proietta immediatamente nella vivezza del momento, nella sua intrinseca drammaticità, nel corso faticoso, spesso impervio, del «ritorno dell’Università fiorentina alla libertà», «in questa città di immediata retrovia, corsa ancora dalle colonne dei carri armati», in questa città «di ponti assassinati», di «ponti frantumati», di «queste case d’oltrarno che ora precipitano nel fiume come una valanga di macerie»: un Ateneo che pervicacemente vuole essere testimonianza, in questo tragico momento, di un’Italia «che ha ancora qualcosa da dire». </p><p rend="text">La sua nomina a Rettore, intanto, risale a più di un anno prima, parte di un valzer di poltrone che avrebbe dovuto azzerare i vertici fascisti degli Atenei<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-028-backlink"><ref target="_13.html#footnote-028">3</ref></hi></hi>. Viene annunciata da un telegramma ministeriale arrivato <hi rend="italic">in extremis</hi>, il 31 agosto 1943.</p><p rend="quotation_b">Sono lieto comunicarle che con odierno decreto reale Vossignoria est stata nominata Rettore codesta Università sino al 31 ottobre 1944 Alt Pregola assumere subito servizio assicurandomene Alt. Ministro Educazione Nazionale Severi.</p><p rend="text">Il 2 settembre il riscontro di Calamandrei: «Ringrazio comunicazione mia nomina Rettore questa Università assicuro già assunto Ufficio. Piero Calamandrei»<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-027-backlink"><ref target="_13.html#footnote-027">4</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">La caduta del fascismo ha impresso agli eventi una improvvisa accelerazione e un imprevisto riesplodere di vita pubblica in città: il Rettore Arrigo Serpieri, economista agrario d’ingegno, già sottosegretario all’Agricoltura nel primo governo Mussolini, grande protagonista delle bonifiche del regime, appena quattro giorni dopo la notte del Gran Consiglio, il 29 luglio, ha fatto presente al ministro dell’Educazione nazionale nel primo governo Badoglio, Leonardo Severi, la propria disponibilità a rinunciare all’incarico<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-026-backlink"><ref target="_13.html#footnote-026">5</ref></hi></hi>. Annota Calamandrei sul <hi rend="italic">Diario </hi>del 2 agosto 1943: «Codignola e Carlo Furno mi dicono che vorrebbero designare me come successore (di Serpieri); ne parlo con Calasso e gli dico che io ho tanto da fare». Ma la risposta di Francesco Calasso, storico del diritto e autorevole collega nella Facoltà di Giurisprudenza, con il quale condividerà presto gli ideali azionisti, lo spinge verso una testimonianza ormai apertamente pubblica: «Basta che tu ci inauguri l’Università» (Calamandrei 1982, II, 159). Quell’inaugurazione che il precipitare della situazione farà invece rinviare, come abbiamo appena visto, al 15 settembre del 1944.</p><p rend="text">Nell’agosto del 1943, quello che si apre è infatti solo un brevissimo interludio di apparente ritorno alla normalità, in cui manifestare qualche prima, aperta, confessione dei turbamenti a lungo celati nel diffuso nicodemismo degli ultimi anni del regime. Risalgono a questo momento il toccante ritratto del 12 agosto del penalista Giulio Paoli, collega nella Facoltà e nel Foro, costretto a trasferirsi da Firenze per il solo fatto di aver depositato nell’urna delle elezioni politiche del 1928 la scheda bianca del No (Calamandrei 1985, X, 208-12); ed il pezzo per il <hi rend="italic">Corriere della Sera</hi> del 25 agosto, <hi rend="italic">Gli avvocati e la libertà</hi>, in cui Calamandrei condensa una riflessione su legge, diritto e giustizia che lo impegnerà profondamente in questi anni di transizione: «noi soli insieme alla magistratura abbiamo vissuto questo tormento delle leggi che si sbriciolano come cartapesta tarlata tra le mani di chi voleva servirsene» (Calamandrei 1966, II, 419). </p><p rend="text">Gli eventi incalzano; al rettorato c’è appena il tempo per qualche gesto, significativo, di testimonianza. Nello stesso giorno, il 3 settembre, in cui Arrigo Serpieri si rivolge per l’ultima volta al corpo accademico, con un saluto ben consapevole «del tragico periodo che viviamo», Calamandrei indirizza una bella lettera a Giulio Chiarugi (Calamandrei 1968, I, 320-1), che riannoda un filo diretto con il primo Rettore dell’Ateneo fiorentino, costretto alle dimissioni, a poco più di un anno dalla nomina, per il clima arroventato che squadracce e manganelli erano riusciti a creare nelle stesse aule universitarie (Guarnieri, in questo volume).</p><p rend="text">Nel pomeriggio del 9 settembre, un Maggiore della Difesa territoriale repubblichina ha già preso possesso di due locali al primo piano di piazza San Marco, installandovi una mitragliatrice, presidiata da un ufficiale e due soldati, presto presa in consegna dalle truppe tedesche, arrivate con mezzi corrazzati, in piazza San Marco, la mattina dell’11. Calamandrei, bloccato in Versilia, all’indomani dell’8 settembre, e in patente pericolo di arresto, cerca in modo concitato un contatto con il potente direttore amministrativo Carlo Baccarini, fidato collaboratore di Serpieri, assicurando una minima continuità, almeno per l’ordinaria amministrazione.</p><p rend="text">Ogni attività è praticamente congelata. Il 16 settembre, il Comando tedesco ha ormai occupato l’aula magna di piazza San Marco, obbligando a spostare le segreterie in via Laura, nei locali della Facoltà di Giurisprudenza<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-025-backlink"><ref target="_13.html#footnote-025">6</ref></hi></hi>. Due giorni prima, il 14 settembre, truppe tedesche avevano requisito in Versilia la villa di Calamandrei al Poveromo (Calamandrei 1982, II, 191). Il saluto del neorettore ai professori dell’Ateneo del 21 settembre s’incrocia così, di fatto, con la lettera di congedo del 1° ottobre che annuncia le dimissioni e l’affidamento temporaneo della carica al prorettore Mazzei, ordinario di politica economica e finanziaria a Economia e Commercio (Calamandrei 1968, I, 324-5). </p><p rend="text">Jacopo Mazzei, presso la cui nobile famiglia, nella campagna di Fonterutoli, troverà ospitalità Giorgio La Pira in questo scorcio del 1943, era un personaggio di spicco della Firenze tra le due guerre, formatosi alla scuola di ‘economia sociale’ di Giuseppe Toniolo. Iniziata la carriera accademica nella Università Cattolica di Agostino Gemelli, era rientrato a Firenze alla fine degli anni Venti, divenendo prima Preside della Facoltà di Economia, poi prorettore con Serpieri. Pur non estraneo ad una qualche collateralità al regime, che gli costerà a guerra finita un procedimento di epurazione terminato con la lieve sanzione, poi sospesa, della censura, dimostrò una certa ritrosia ad assumere la guida dell’Ateneo in questi duri mesi di occupazione tedesca<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-024-backlink"><ref target="_13.html#footnote-024">7</ref></hi></hi>. Rimarrà così in carica soltanto sino al febbraio 1944, con la qualifica di Preside delegato alla firma dal Senato accademico (Moretti 2019, 367 sgg.). </p><p rend="text">Le liste di proscrizione intanto si stanno infittendo di nomi. Per Calamandrei inizia una fuga precipitosa; la prima tappa è Treggiaia, dove il 30 settembre ancora annotava:</p><p rend="quotation_b">La mia posizione di rettore all’Università è quanto mai singolare ed incerta. Nominalmente io sono ancora rettore, ma quale sia il governo dal quale derivo i miei poteri nessuno può dirlo; come nessuno può dire quali siano in queste zone occupate dai tedeschi, le leggi che ci reggono. Il governo dei quaranta giorni, di cui faceva parte il ministro Severi, non esiste più di fatto; ma ufficialmente non è stato mai detto che sia stato sciolto. […] Ora si è costituito il governo ‘repubblicano fascista’ […]. Avevo pensato, appena ne vidi la nomina, di dar le mie dimissioni; ma sarebbe stato un modo di riconoscere una esistenza a questo governo fantoccio, e la motivazione delle dimissioni sarebbe stata assai difficile. Ho preferito lasciar la situazione invariata e solo l’avvenire dirà se ho fatto male (Calamandrei 1982, II, 209).</p><p rend="text">La seconda tappa, Montepulciano, dove il 2 ottobre scrive:</p><p rend="quotation_b">Dopo un colloquio con Baccarini, uno con Serpieri ho presentato le mie dimissioni da rettore. Dopo la nomina di Biggini a min[istro dell’Ed[ucazione, di Manganiello a prefetto di Firenze e di Onori a capo del fascio fiorentino non è più possibile esercitare un ufficio com’è quello di un rettorato senza essere a contatto con i criminali: tre considerazioni: la mia incolumità personale che sarebbe continuamente esposta con danno della carica; la mia inidoneità a trattare coi tedeschi, presso i quali può aver di fatto più autorità un uomo come Serpieri che si proclama ancora fascista; e sopra tutto la mia assoluta ripugnanza a ricever ordini da un qualsiasi Biggini, che ha cominciato a dare disposizioni sugli esami e sulla ripresa delle lezioni. Baccarini che si è comportato con me lealmente, m’è sembrato molto contento della mia decisione di dimettermi, che evidentemente lo libera da un impaccio (Calamandrei 1982, II, 217).</p><p rend="text">Infine, a metà ottobre, Collicello Umbro, un piccolo paesino vicino ad Amelia, immerso in «un paesaggio umbro-romano, con terre rosee a perdita d’occhio, macchie tonde brune di querce e ceppi, e in fondo l’azzurro pallido del Terminillo» (Calamandrei 1982, II, 238) dove, ospite della sorella Egidia e del cognato Ciro Polidori, rimarrà sino all’estate successiva.</p><p rend="text">Qui, dove l’assenza dei cipressi e «l’aria non finita di strade, aie, casolari» fanno subito sentire lontana la campagna toscana, inizia un inverno lunghissimo, un periodo di isolamento, segnato dalla separazione dal figlio Franco che, maturata la scelta partigiana, diventa importante protagonista del gappismo romano e dello stesso attentato di via Rasella (Pavone 1994, 29-30; 483). Qui, scoppierà presto forte «il desiderio di cercar scampo nella solitudine». Qui, nonostante tutto, senza fonti, senza letteratura, lavorerà in modo indefesso alla stesura dell’<hi rend="italic">Introduzione</hi> alla ristampa di <hi rend="italic">Dei delitti e delle pene</hi> di Beccaria. Un piccolo <hi rend="italic">livre de chevet</hi> che l’ora difficile e tragica esalta a baluardo contro «i subitanei ritorni della barbarie» e a «rifugio e conforto» della «dolorante umanità» (Calamandrei 1945, 73,19) e che affiderà, nel gennaio 1945, ai tipi di Le Monnier, nella piccola collana in 16° della <hi rend="italic">Biblioteca Nazionale</hi>, ripresa da Pietro Pancrazi sin dal 1943 e inaugurata l’anno successivo con le <hi rend="italic">Note autobiografiche </hi>di Mazzini.</p><p rend="text">«Ozi forzati» decisivi per la messa in discussione, franca, aperta, profonda, delle idealità e dei modelli del Calamandrei giurista. Scrive nell’Introduzione a Beccaria: «nello stampo della legalità si può colare oro o piombo» (Calamandrei 1945<hi rend="italic">, </hi>92). È già lontano il culto della legalità ad ogni costo professato due anni prima nella entusiastica recensione a un significativo saggio di teoria generale: <hi rend="italic">La certezza del diritto </hi>di Lopez de Oñate<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-023-backlink"><ref target="_13.html#footnote-023">8</ref></hi></hi>. La legalità, baluardo delle certezze ottocentesche del giurista (Grossi 1986, 142 sgg.), ma anche punto di coagulo, in questo debutto degli anni Quaranta, di una prima «destrutturazione del campo semantico totalitario» (Costa 1999, 151 sgg.), sia pur negli stretti limiti consentiti da un controllo poliziesco che si è fatto nel mentre più serrato, si è rivelata schermo fragilissimo contro il totalitarismo. </p><p rend="text">«Ozi forzati» in cui maturano le convinzioni che lo porteranno, negli <hi rend="italic">Appunti sul concetto di legalità</hi>, che condensano il corso d’integrazione di diritto costituzionale ottobre-dicembre 1944, tenuto nell’Ateneo fiorentino appena riaperto, a brandire nuovamente la legalità contro il totalitarismo, attraverso la critica all’onnipotenza del legislatore ed allo «schiacciamento della libertà sotto la religione fanatica dell’autorità»<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-022-backlink"><ref target="_13.html#footnote-022">9</ref></hi></hi>. Quell’analisi, che l’anno seguente si tradurrà in una vera e propria interpretazione storica del nazismo «distruttore della legalità» e del fascismo «falsificatore della legalità»: questo <hi rend="italic">Doppelstaat</hi>, «questo regime a doppio fondo» che mescola senza ritegno legalità e illegalismo, burocrazie di Stato e burocrazie di partito, Re e Duce, prefetto e federale, Stato di diritto e quel fantomatico «Stato di giustizia» che nasconde in realtà lo «schiacciamento totalitario»<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-021-backlink"><ref target="_13.html#footnote-021">10</ref></hi></hi>. Nodi problematici di grande importanza nella transizione tra fascismo e repubblica.</p><p rend="text">Sarà «una fiumana di polvere che avanza lentamente sulla strada» (Calamandrei 1982, II, 477) e che avvolge «in un fragore quasi di piena» l’incedere dei carri americani, a porre fine, il 15 giugno 1944, a quell’inverno lunghissimo.</p><p rend="text">Inizia un attivismo incessante. Fa così tappa in una Roma che ritorna alla libertà, in una selva di colloqui, incontri, amicizie e conoscenze che si ristabiliscono e si ritessono. Le discussioni che subito s’infiammano sulla riforma dei codici, le riunioni del Partito d’Azione, le pressioni alleate perché accetti di fare il sindaco di una Firenze in procinto di essere liberata. E l’organizzazione, difficile, logisticamente complicata, del ritorno a Firenze, di cui segue con apprensione la liberazione: prima vera prova del CLN in veste di attore militare e politico. Qui, «sotto l’obelisco di piazza San Pietro», incontra, il 26 agosto 1944, Giorgio La Pira (Calamandrei 1982, II, 554).</p><p rend="text">Quando, due giorni più tardi, entra di nuovo, finalmente a Firenze, giungendo dalla Senese a Porta Romana, i tedeschi sono ancora a Careggi e direttamente dal medico Enrico Greppi, Preside di medicina e delegato del CLN alle funzioni di Rettore, Calamandrei riceve le consegne che lo portano, un anno esatto dopo la nomina ministeriale, a guidare con continuità, sino al 31 ottobre 1947, l’Ateneo fiorentino<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-020-backlink"><ref target="_13.html#footnote-020">11</ref></hi></hi>. All’inizio di settembre, anche La Pira è di nuovo a Firenze, membro con Calasso, il giovane assistente di Storia del diritto italiano, Francesco Cappellini, il laureato Tristano Codignola e lo studente Carlo Zaccaro, del Comitato della Facoltà di Giurisprudenza, subito riconosciuto dal CTLN.</p><p rend="text">Segue, poche settimane più tardi, la cerimonia d’insediamento da cui siamo partiti, che si tiene a brevissima distanza dal rientro di Calamandrei in città e ancora prima che si riunisca il nuovo Senato accademico. «L’Università riapre le porte nella Firenze libera»<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-019-backlink"><ref target="_13.html#footnote-019">12</ref></hi></hi> – scrive Francesco Calasso su <hi rend="italic">La Nazione del popolo</hi>, il giorno successivo all’inaugurazione – e lo fa in tempi serrati, strettissimi. </p><p rend="text">È forte l’interesse del comando militare alleato per le vicende dell’università, dimostrato non solo dalla presenza del generale Hume alla cerimonia d’insediamento, ma anche dalla pubblicazione in inglese, di un opuscoletto di <hi rend="italic">General Information</hi><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-018-backlink"><ref target="_13.html#footnote-018">13</ref></hi></hi> che raccoglie informazioni su Facoltà, Istituti, docenti, biblioteche, laboratori, musei; offre notizie sulla stessa storia dell’Ateneo e che pure immediatamente stampa la traduzione inglese del discorso inaugurale, che invece non farà la sua comparsa nell’<hi rend="italic">Annuario</hi> dell’Università, la cui serie riprenderà a uscire regolarmente solo nel 1954. Alle spalle c’è il lavoro, efficacissimo, del PWB (<hi rend="italic">Psychological Warfare Branch</hi>), il Servizio alleato di informazioni politiche e di propaganda.</p><p rend="text">Freddo, invece, l’incontro a Palazzo Pitti, il 29 settembre, con un incolore Luogotenente principe Umberto: “pare un bambino automatico. «Come va la sua Università?» (Calamandrei 1982, II, 543). </p><p rend="text">E qui, in università, è subito un fervore di idee, iniziative, testimonianze. </p><p rend="text">Il «saluto fraterno» a Gaetano Salvemini «nel primo giorno in cui il nostro Ateneo può far sentire dopo vent’anni il suo libero voto», rivolto nella occasione, ufficialissima, del discorso d’insediamento rettorale, idealmente ricollega la ripartenza dell’Ateneo a quel momento di profonda rottura costituzionale che, all’indomani del discorso mussoliniano del 3 gennaio 1925, aveva avuto più di un seguito nelle aule fiorentine, dove Salvemini, ancor prima dell’arresto, era stato duramente contestato, tanto da impedirgli di tenere una commemorazione di Pasquale Villari. Non sarà facile però garantire a Salvemini il ritorno dall’esilio e l’annullamento del provvedimento ministeriale che nel 1925 lo aveva dichiarato dimissionario per abbandono d’ufficio. Soltanto al termine del mandato rettorale di Calamandrei, dopo un lungo lavoro diplomatico e amministrativo, Salvemini farà davvero il suo ritorno in Italia, prima a Milano e poi a Firenze, dove il 15 novembre 1949 riprenderà a Lettere il suo insegnamento di Storia moderna<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-017-backlink"><ref target="_13.html#footnote-017">14</ref></hi></hi>. </p><p rend="text">La prima adunanza del Senato accademico, il 25 settembre 1944, è già una fotografia del nuovo corso. La presiede Calamandrei, ancora come prorettore: tutte le cariche sono ricoperte in via provvisoria e in attesa di definitiva conferma ministeriale o di libera elezione da parte dei rispettivi corpi accademici. Lo attorniano i Presidi: Stanislao Cugia (Giurisprudenza), Ernesto Codignola (Magistero), Enrico Greppi (Medicina), Nello Beccari (Scienze), Renzo Giuliani (Agraria), Mario Passerini (Farmacia), Carlo Emilio Bonferroni (Economia) e, in funzione di commissari, in sostituzione di Presidi assenti o nominati durante il periodo di occupazione nazista, Francesco Calasso (Scienze politiche), Luigi Foscolo Benedetto (Lettere) e Giovanni Michelucci (Architettura). Lo affianca il Segretario capo Giuseppe Fornari, con funzioni di direttore amministrativo. L’istantanea, tuttavia, possiede solo una relativa stabilità: il ridotto organico degli ordinari, i non pochi docenti sottoposti a epurazione e quindi il permanere di tensioni significative, in particolare a Lettere e a Scienze politiche, richiederà anche nel breve periodo avvicendamenti e rotazioni (Cavarocchi 2022, 133-4). </p><p rend="text">Tra gli obiettivi prioritari, appare subito improcrastinabile aprire rapidamente la pagina delle «riparazioni immediate contro l’ingiustizia», in particolare quella inflitta dalle leggi razziali che, «nell’atmosfera plumbea delle Università italiane in quell’autunno del 1938» (Cianferotti 2004, 17), aveva pesantemente colpito pure l’Ateneo fiorentino. Pagina infame, già affrontata in altro capitolo di questo volume (Guarnieri), che anche a Firenze aveva messo in moto, con gelida ‘normalità’, una esecuzione amministrativa, spesso pignola, di questa suprema «necessità nazionale», come non mancò di proclamare Arrigo Serpieri nel discorso inaugurale del 12 novembre 1938: il Rettore che aveva poi condotto in porto, con rapidità e senza tentennamenti, il millimetrico «censimento della razza» e la pesante epurazione dei ruoli, dei ranghi degli assistenti, dei liberi docenti, degli stessi studenti<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-016-backlink"><ref target="_13.html#footnote-016">15</ref></hi></hi>, imposta da provvedimenti discriminatori, assunti con il crisma della legge formale. </p><p rend="text">Anche a Firenze, come in ogni sede universitaria, le leggi razziali lasciavano infatti una traccia dolorosa e profonda. Non si tratta questa volta soltanto di integrare i percorsi didattici, il numero e la natura dei corsi con gli «insegnamenti riguardanti la razza». Quella che si era avviata, era una persecuzione su vasta scala. </p><p rend="text">L’antisemitismo, ormai pienamente istituzionalizzato, aveva infatti trovato nel mondo universitario un campo privilegiato di intervento e nel Ministero dell’educazione nazionale e nell’entourage di Giuseppe Bottai, uno dei luoghi istituzionali più pervicacemente ostinati e solerti nel varo dei provvedimenti di persecuzione razziale. </p><p rend="text">Non fu quindi l’università ad arrestare la china discendente verso il baratro che si aprì di lì a poco: la mobilitazione al lavoro e soprattutto tutto quello che venne coperto dagli opportuni silenzi ed edulcorazioni, gli internamenti nei campi italiani (da Ferramonti a Urbisaglia a Fossoli), i rastrellamenti, le deportazioni sistematiche. </p><p rend="text">Ad aprirsi fu soltanto la pagina, significativa, delle tante solidarietà private e in certi casi la pagina delle coscienze, delle poche coscienze scosse e turbate dal «corso sempre più minaccioso del fiume storico violentemente e rapidamente avviato verso l’abisso della guerra» (La Pira 1974, VI-VII). Poco, certo, rispetto all’immensità della tragedia incombente. Poco, rispetto alla iattanza dei giuristi ufficiali del regime o di coloro che cercarono, all’ultimo tuffo, di saltare sul carro di Farinacci e Bottai. Ma pure qualcosa: un’ansia fondativa nuova, palingenetica, che rompeva il silente e, sino a quel momento, quasi unanime affiancamento degli universitari al regime.</p><p rend="text">E Firenze, sotto questo profilo, poteva presentare, già nel 1939, testimonianze di grande significato, spinte e alimentate dal turbamento profondo suscitato da una sistematica discriminazione istituzionale che aveva colpito personaggi di elevatissimo rilievo culturale, privati dei gradi accademici (è quello che accade al grande amministrativista Federico Cammeo, Preside di Giurisprudenza) e della cattedra. </p><p rend="text">Spiccano, in questo plumbeo 1939, due pagine diversissime, eppure mosse dalla stessa irrequieta ricerca di un’ancora di certezza nel diluvio imminente. </p><p rend="text">Il primo numero dei <hi rend="italic">Principî</hi>, la rivista che Giorgio La Pira, che a Giurisprudenza insegna sin dal 1927 il diritto romano, inizia a pubblicare, nel gennaio 1939, presso la Libreria Editrice Fiorentina, da poco rilevata da esponenti dell’associazionismo cattolico (Spinoso-Turrini 2022, 358 sgg.), e uscita come supplemento a <hi rend="italic">Vita cristiana</hi>, il foglio dei Padri domenicani del convento fiorentino di San Marco, che il regime si affretterà a sopprimere già nei primi mesi dell’anno seguente. </p><p rend="text">La prima pagina del <hi rend="italic">Diario</hi>, che già ben conosciamo,<hi rend="italic"> </hi>che Piero Calamandrei data 1° aprile 1939 e che accompagnerà il suo autore incontro e dentro il conflitto ormai imminente. </p><p rend="text">Sono passate soltanto due settimane dai provvedimenti di dispensa dei colleghi ebrei e La Pira, sensibilissimo interprete della tragica durezza dei tempi, già inizia a predicare il ritorno ai principi, sostenendo che «la struttura giuridica e politica della società non pende né dall’arbitrio del legislatore né dall’arbitrio del politico», ma «ha causa esemplare superiore che deriva, pel tramite della legge naturale, dalla legge eterna di Dio» (La Pira 1974, 3). </p><p rend="text">Scriverà a posteriori La Pira:</p><p rend="quotation_b">nella crisi profonda delle idee (dei principî) allora in pieno svolgimento (si pensi alla «dottrina dell’odio», della guerra, delle razze inferiori e superiori, etc.) sentimmo la necessità di rifarci a «punti fermi», a principî immutabili che, come stella polare, come stelle fisse, ridessero orientamento sicuro, di speranza, alla nostra vita personale e collettiva (La Pira 1974, vi-vii).</p><p rend="text"><hi rend="CharOverride-1">P</hi>ochi mesi dopo, il 21 gennaio 1940, proprio su iniziativa di La Pira (Spinoso-Turrini 2022, 392-3), Calamandrei tiene, alla presenza del cardinale Elia Dalla Costa, agli universitari della Fuci, un’affollata conferenza: <hi rend="italic">Fede nel diritto</hi>. Nell’ora più buia, di fronte alla «nuova guerra che oggi insanguina il mondo», è già nato un intenso dialogo intellettuale che, da posizioni e versanti diversi, ma nel medesimo «profondo turbamento», nel generalizzato «senso di disorientamento e di fluttuazione», confluisce verso il centro comune del grande tema della «crisi del diritto» (Calamandrei 2008, 63, 66).</p><p rend="text">Federico Cammeo non resse alla terribile umiliazione. Come scriverà proprio Calamandrei nel 1949:</p><p rend="quotation_b">fino a ieri era stato per tutti, per il pubblico e per le autorità, l’insigne giurista, l’avvocato principe, l’accademico, ricercato e celebrato da colleghi e da discepoli, riverito e adulato dai pappagalli lusingatori: ora, da una settimana all’altra, gli era tolta la cattedra, gli erano inibite le aule giudiziarie, gli erano chiuse le accademie. </p><p rend="text">Improvvisamente isolato, si spengerà il 17 marzo 1939, in tempo per non vedere il tragico destino della propria famiglia, il suicidio del figlio Cesare nel 1941, la morte della moglie Tilde e della figlia Maria, deportate ad Auschwitz nel 1944. Al suo estremo saluto non partecipò alcuna Autorità né il Gonfalone dell’Università che pure aveva contribuito a fondare. Solo un opuscolo stampato anonimo, ancora per cura di Calamandrei, ebbe l’ardire di ricordarlo in quello stesso 1939. «Quei quattro o cinque colleghi fedeli che parteciparono al suo funerale» scrive ancora Calamandrei nel 1949 «in quell’ufficio pietoso, facevano la figura di uomini coraggiosi e ribelli». «Nessuno ricorda più ora questa incredibile verità: che c’è stato in Italia un tempo in cui accompagnare al cimitero la salma di un uomo come Federico Cammeo era registrato dalla polizia come un atto di ribellione»<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-015-backlink"><ref target="_13.html#footnote-015">16</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">Con lo scoppio della guerra erano del resto presto scoppiati anche i conflitti, le divisioni, le denunce di disfattismo. Nel febbraio 1941, un Manifesto Papini di «intellettuali toscani», «accademici e professori», che intende «esprimere la loro fede nella vittoria e nei destini d’Italia», già conosce alcune significative defezioni.. Un anno più tardi, <hi rend="italic">Il Bargello</hi>, «settimanale fascista fiorentino», fondato da Alessandro Pavolini, foglio che già da tempo ha messo gli occhi sulle iniziative lapiriane, in un fondo dal titolo <hi rend="italic">Giù la maschera</hi>, punta il dito proprio su quello «sparuto gruppo di intellettuali bigi» che si riunisce intorno a La Pira, di cui si fa espressamente il nome insieme a quello di Calamandrei, del Francesco Calasso che già conosciamo, del civilista Enrico Finzi, già allontanato dall’insegnamento per le leggi razziali, del romanista Stanislao Cugia e degli avvocati Adone Zoli e Arrigo Paganelli: «una sporca genia» (sic.) accusata, con inusitata virulenza, di «erigere un altarino giudaico mimetizzandolo sotto le vesti di una Settimana di cultura cattolica». Non sorprende quindi che all’indomani dell’omicidio di Giovanni Gentile, nella rete di arresti indiscriminati e arbitrari disposti in tutta fretta dalla questura fiorentina, nell’aprile 1944, cada anche il nostro Calasso, insieme allo storico dell’arte Ranuccio Bianchi Bandinelli e al geografo Renato Biasutti (Mecacci 2014, 212 sgg.), costretti ad alcune settimane di detenzione alle Murate, mentre Ernesto Codignola, che già abbiamo incontrato come Preside di magistero dopo la liberazione, era riuscito a sottrarsi al mandato di cattura. Personaggi di notevolissima statura intellettuale, con forti individualità e ben caratterizzate posizioni ideologiche, tra i quali si rinsaldano antiche solidarietà. </p><p rend="text">Le ferite da rimarginare dopo la liberazione della città non sono dunque di poco conto. Macchinosa si dimostrerà in particolare la reintegrazione dei professori ordinari, dal momento che le cattedre, resesi vacanti nel 1938, erano state tempestivamente coperte con chiamate di nuovi docenti. Anche la reintegrazione ministeriale di Enrico Finzi e Attilio Momigliano, pure allontanato per le leggi razziali<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-014-backlink"><ref target="_13.html#footnote-014">17</ref></hi></hi> e sostituito nella cattedra di Letteratura italiana con la chiamata per ‘chiara fama’ di Giuseppe De Robertis, non risulta agevole, con un rientro definitivo in organico che avverrà in soprannumero, per il grande italianista addirittura nel 1947. Farraginosa anche l’applicazione della revoca dei provvedimenti discriminatori di decadenza nei confronti dei liberi docenti, disposta dal ministro Guido De Ruggiero nell’agosto 1944, specialmente per i tanti docenti emigrati, di cui non era più noto il recapito (Cavarocchi 2022, 144-5), </p><p rend="text">Non diverso il caso di Ugo Enrico Paoli, fratello del penalista Giulio Paoli che già abbiamo incontrato, escluso nel 1933 dal concorso per la cattedra di Antichità greche per mancanza di tessera fascista. L’istituzione della cattedra in soprannumero per rendere possibile la chiamata riparatrice – Paoli era nel frattempo divenuto ordinario di Lingua e letteratura latina a Genova – verrà disposta da una delle primissime riunioni del Senato accademico nel novembre 1944<hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi xml:id="footnote-013-backlink"><ref target="_13.html#footnote-013">18</ref></hi></hi>. Così come nella stessa seduta si istituisce, a Lettere, la cattedra di Lingua e letteratura inglese, insegnamento che, sino a questo momento, il diverso orbitare delle alleanze militari aveva consigliato di tenere per semplice incarico. Mentre ci si affretta a varare corsi di cultura italiana da impartire in lingua inglese per i militari alleati di stanza a Firenze.</p><p rend="text">Con l’inizio di settembre sono iniziati anche i difficili conti con il passato. «Lavoro opprimente dell’epurazione: colloqui mattina e sera, inchieste incresciose» (Calamandrei 1982, II, 542). La farraginosa macchina dell’epurazione è già faticosamente in moto a livello centrale sin dal primo governo Badoglio e, con maggiore determinazione, con il suo secondo Gabinetto. La visita in Ateneo di Guido De Ruggiero, ministro della pubblica istruzione e azionista come Calamandrei, ne ha portato una testimonianza diretta<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-012-backlink"><ref target="_13.html#footnote-012">19</ref></hi></hi>. In modo autonomo e con efficace tempestività si è mosso anche il Comando militare alleato, tramite l’<hi rend="italic">Education Subcommission </hi>(Flamigni 2019, 88-90), sollecitando la nomina di un comitato di epurazione interno all’Ateneo<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-011-backlink"><ref target="_13.html#footnote-011">20</ref></hi></hi> che, già a metà ottobre, è in grado di proporre la sospensione dall’ufficio con diritto al solo stipendio, tra i più noti, dell’ex Rettore Serpieri; dell’ultimo podestà di Firenze, già Preside della Facoltà di Scienze e successore di Giovanni Gentile alla presidenza dell’Accademia d’Italia, Giotto Dainelli; del direttore dell’Istituto nazionale di cultura fascista e docente di dottrina del fascismo al Cesare Alfieri, Camillo Pellizzi; del germanista Guido Manacorda, dell’ex direttore amministrativo Carlo Baccarini, che «ha seguito nell’Italia settentrionale il c.d. ‘Governo repubblicano’». Altri 15 professori ordinari sono stati deferiti alla Commissione centrale di epurazione<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-010-backlink"><ref target="_13.html#footnote-010">21</ref></hi></hi> e mantengono, in attesa del completamento del procedimento<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-009-backlink"><ref target="_13.html#footnote-009">22</ref></hi></hi>, l’incarico di insegnamento.</p><p rend="text">Di un certo rilievo, anche numerico (sono alcune decine gli studenti coinvolti) il problema dei provvedimenti disciplinari nei confronti degli studenti accusati di collaborazionismo. Il Senato accademico restituisce verbali asciutti, rigorosi, dai quali emergono sia gli episodi terribili e oscuri di una Firenze che ha conosciuto nell’inverno 1943-44 l’uso sistematico della tortura, sia la consapevolezza di non poter abbassare la soglia di rilevanza disciplinare sino ad un’impraticabile distinzione tra «fascisti» e «italiani» (Vivarelli 2000, 116-7). </p><p rend="text">Ma, soprattutto, l’impegno per il presente. La ripresa dell’insegnamento. Le sessioni straordinarie di esame. I corsi ‘accelerati’, i corsi di integrazione, per i quali spinge lo stesso Comando alleato. Gli sforzi per la rinascita del Cesare Alfieri, la cui guida è affidata a Francesco Calasso nelle vesti di commissario: una questione scottante in una Facoltà in cui, su quattro professori ordinari, ben tre sono stati deferiti alla Commissione di epurazione e dove forti covano le resistenze degli studenti preoccupati dei propositi nazionali di soppressione della Facoltà.</p><p rend="text">O, ancora, la riattivazione di quel Seminario di applicazione forense che ha l’obiettivo d’introdurre il giurista, che ormai si appresta a scendere nella dimensione professionale, a una comprensione della «realtà del fenomeno giuridico quale vive nella pratica giudiziaria», secondo alcune linee progettuali già chiaramente emerse, venti anni prima, nelle pagine de <hi rend="italic">L’Università di domani </hi>che Calamandrei aveva scritto con Giorgio Pasquali<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-008-backlink"><ref target="_13.html#footnote-008">23</ref></hi></hi>. </p><p rend="text">L’Ateneo riprende faticosamente la sua attività. Dopo il rigido centralismo fascista e il periodo di gestione provvisoria delle cariche apertosi con la liberazione della città, nel gennaio e febbraio 1945, Corpo accademico e consigli di Facoltà tornano a eleggere Rettore e Presidi<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-007-backlink"><ref target="_13.html#footnote-007">24</ref></hi></hi>. Riprende anche la consuetudine dell’inaugurazione dell’anno accademico, ma la seduta solenne del 10 novembre 1945, nella quale il Rettore commemora gli studenti caduti nella lotta di liberazione, è gravemente funestata da incidenti e contestazioni studentesche, attizzati dal malumore per l’annunciata soppressione, a livello nazionale, delle Facoltà di Scienze politiche e dal venir meno delle agevolazioni concesse agli studenti durante il periodo bellico<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-006-backlink"><ref target="_13.html#footnote-006">25</ref></hi></hi>. Soltanto dall’anno successivo, l’Ateneo potrà essere riaperto con il rito tradizionale della lezione inaugurale, che il 16 novembre 1946 il professor Laureto Tieri, della Facoltà di Scienze, dedicherà a <hi rend="italic">L’atomo e l’energia atomica</hi>.</p><p rend="text">Il fluire della vita universitaria è tornato al suo corso regolare. Calamandrei, che già aveva fatto parte, tra il novembre 1945 e il giugno 1946, della Commissione per studi sulla riorganizzazione dello Stato, diretta da Ugo Forti, viene nominato alla Consulta nazionale, dove l’8 marzo 1946 vi pronuncia una dura requisitoria contro le ‘ombre’ del referendum istituzionale, ai suoi occhi uno strumento per restituire alla monarchia, compromessa col regime, una piena iniziativa politica. Il 2 giugno 1946 verrà eletto all’Assemblea costituente, un impegno che si rivelerà ben presto assorbente. Resa nota in Ateneo la sua intenzione di non esser confermato nella carica, nel corso del suo ultimo senato accademico, il 3 ottobre 1947, può annunciare, insieme alla data fissata per l’elezione del nuovo Rettore – risulterà eletto il patologo generale Bruno Borghi –, anche il tanto sospirato rientro di Salvemini dagli Stati Uniti.</p><p rend="h2">2. Orientamenti per la Costituente</p><p rend="text"><hi rend="italic">Heri dicebamus</hi>. L’Ateneo ha voltato pagina, ha superato l’emergenza, ha ripreso le sue ordinarie attività di ricerca e di insegnamento, non senza aver dato un contributo significativo alla soluzione del problema lucidamente individuato da Calasso, il giorno dopo il discorso d’insediamento del 15 settembre 1944: «il problema morale che ci sta a cuore oggi: restituire all’Università la dignità che è sua, e solo in virtù della quale l’Università è l’Università, senz’altre qualifiche»<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-005-backlink"><ref target="_13.html#footnote-005">26</ref></hi></hi>. Certo, «superiore alla politica deve mantenersi l’Università» continuava Calasso,</p><p rend="quotation_b">se per politica s’intende la lotta di parte, il contrasto degli interessi pratici […] Ma se per politica s’intende quella parte della nostra attività etica che si volge a scoprire ed attuare i principi fondamentali, le direttrici massime della vita associata, a questa attività, che è altamente spirituale, l’Università partecipa, come ha sempre partecipato, col pensiero e con l’azione.</p><p rend="text">Un compito che a questo punto non poteva essere più circoscritto alla semplice rinascita dell’Ateneo fiorentino, ma che esigeva profondo sguardo progettuale, intenzione costituente, fondazione di un nuovo ordine democratico, che abbracciasse l’intera repubblica.</p><p rend="text">Un compito cui l’università fiorentina non si sottrasse, offrendo i suoi ingegni migliori a questa sfida epocale e che in particolare i giuristi, esposti come nessun altro scienziato, agli effetti rovinosi del tracollo dell’ordinamento fascista, sentirono fortemente e vissero, anche sul piano delle idee, con straordinaria intensità. </p><p rend="text">L’orbita, certo, a questo punto fuoriusciva dal microcosmo universitario e veniva a collocarsi all’interno del dibattito nazionale, condizionata e indirizzata dall’iniziativa politica del CLN, dal ruolo dei partiti, per lo più ancora sprovvisti di una propria, precisa, cultura istituzionale, dalle stesse strategie alleate e dal ritorno, in forza, della monarchia sulla scena politica (Pombeni 2016, 81 sgg.; Romanelli 2023, 3 sgg.). Il cammino verso la Costituente non passava soltanto dalle spallette dei ponti abbattuti dalle truppe tedesche sull’Arno, né potrebbe essere convincentemente seguito dall’angolatura più ristretta scelta in queste pagine.</p><p rend="text">Eppure, è doveroso restituire la ricchezza intellettuale di una Firenze e di un Ateneo che assaporano i primi mesi della liberazione e che hanno già avviato, con una straordinaria coralità di voci, la progettazione della ricostruzione istituzionale. È un compito immane: occorre riavviare e vivificare, con nuova linfa, il sentiero dei diritti di libertà; aprire la pagina, inedita per l’Italia, dei diritti sociali; rivitalizzare la rappresentanza politica; abbattere le bardature totalitarie del regime fascista; definire la sorte dell’immenso corpus normativo, innanzitutto i codici, realizzato tra le due guerre. Occorre anche «reagire all’accentramento burocratico e poliziesco dello Stato, resosi ancora più odioso e intollerabile durante il periodo fascista», come scrive, il 12 gennaio del 1945, dalle ospitali colonne de <hi rend="italic">La Nazione del Popolo</hi><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-004-backlink"><ref target="_13.html#footnote-004">27</ref></hi></hi>, un giurista non fiorentino, il costituzionalista Vezio Crisafulli.</p><p rend="text">Si è rotto, definitivamente, il fragoroso silenzio con cui la scienza giuridica italiana aveva seguito la china discendente del regime, contribuendo, anzi, a fianco del legislatore, al compimento della grande opera codificatoria fascista, con il codice di procedura civile nel 1940, alla cui redazione lo stesso Calamandrei, chiamatovi dal guardasigilli Dino Grandi, aveva partecipato in prima persona e culminato, quindi, con la promulgazione del codice civile nel 1942. </p><p rend="text">Affiora, ora, una «coscienza inquieta» (Grossi 2000, 281), spinta dallo sconvolgimento segnato dal conflitto, da una ‘guerra civile’, lunga, dolorosa, non di rado raccapricciante; una coscienza turbata dagli stessi conti che in modo concitato si iniziano a fare con il passato. Anche gli intellettuali e fra questi, soprattutto, i giuristi, che negli anni del regime mai avevano fatto mancare al legislatore l’apporto del proprio sapere tecnico, non pochi degli stessi che sono chiamati ora a progettare il nuovo ordinamento democratico, avevano compiuto il loro ‘lungo viaggio attraverso il fascismo’. </p><p rend="text">È lo stesso bisogno di assoluzione, nei migliori casi di palingenesi, che pervade l’intero paese, ma che al giurista, che si trova improvvisamente stretto nell’alternativa tra «il metterci di nuovo a tirar su i nostri castelli di leggi, come le formiche che dopo ogni passaggio di piede si rimettono a scavare il loro formicaio» e la sconsolante proclamazione del fallimento e dell’inutilità del diritto, impone un severo esame di coscienza e richiede un chiaro impegno progettuale.</p><p rend="text">Di questo turbamento inquieto e insieme di questa ansia rinnovatrice, Firenze è testimonianza esemplare. Innanzitutto, con l’infaticabile attività di studioso, di avvocato, di giornalista, di conferenziere, di organizzatore di cultura – il primo numero de <hi rend="italic">Il Ponte</hi> esce nell’aprile 1945 – di Piero Calamandrei, che improvvisamente sente troppo stretta la sua divisa tecnica di processualista, rivolge tutto sé stesso verso l’obiettivo di <hi rend="italic">Costruire la democrazia</hi> e di stilare le <hi rend="italic">Premesse alla Costituente</hi>, coltivando<hi rend="italic"> </hi>anche didatticamente il diritto costituzionale. Su questa strada, c’è una nuova legalità sostanziale da conquistare, grazie al principio democratico: strada difficile, che inizia a farlo riflettere sulle «Leggi di Antigone»<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-003-backlink"><ref target="_13.html#footnote-003">28</ref></hi></hi>, imboccando con decisione un itinerario che lo porterà qualche anno più tardi, in una celebre conferenza patavina su <hi rend="italic">La crisi della giustizia</hi>, a denunziare, nel difficile trapasso tra regime fascista e ordinamento repubblicano, un distacco profondo «tra legalità ed equità», «tra la legge scritta che è stata superata dalla politica e la coscienza sociale che non è riuscita ancora ad affermarsi in nuove leggi coerenti con essa»<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-002-backlink"><ref target="_13.html#footnote-002">29</ref></hi></hi>. </p><p rend="text">Spicca, quindi, la ben diversa, singolarissima, personalità di Giorgio La Pira, che nella primavera 1944, in <hi rend="italic">Premesse della politica</hi> (La Pira 1954)<hi rend="italic">,</hi> sviluppa la sua critica serrata all’individualismo settecentesco e allo statualismo ottocentesco e apertamente dispiega, in una serie di lezioni all’Ateneo lateranense, sulla traccia dell’umanesimo integrale di Jacques Maritain, quei fondamenti personalistici già chiarissimi negli esili fascicoli di <hi rend="italic">Principî</hi> che cinque anni prima, nel nerissimo 1939, aveva avuto il coraggio di dare alle stampe. Quei fondamenti che, di lì a poco risulteranno decisivi, in sede costituente, nelle mani dell’intero gruppo dossettiano, per consentire il dialogo e l’incontro tra le diverse culture politiche rappresentate in Assemblea, costruire una inedita «architettura costituzionale», edificare una «casa comune», redigere una carta in grado di riunificare un paese lacerato dall’eredità del ventennio e ora diviso da pesanti contrapposizioni ideologiche. Una carta che, secondo l’immagine della ‘piramide rovesciata’, muova dal riconoscimento dei diritti della persona e dell’originario pluralismo sociale, faccia propri gli obiettivi solidaristici e approdi quindi, come un <hi rend="italic">posterius</hi> e non come un <hi rend="italic">prius</hi>, alle istituzioni della repubblica. </p><p rend="text">E ugualmente, Francesco Calasso, che abbiamo incontrato così attivo nel rinnovamento dell’Ateneo, che, accostando alle sue fatiche di storico della lunga durata, una densa serie di lucidissime cronache politiche, ricerca una «nuova moralità dello Stato», un nuovo «senso del diritto» dopo le troppe leggi, «tutte ingiuste e vane» di cui già parlava Cino da Pistoia, grande maestro dell’<hi rend="italic">aequitas</hi> medievale<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-001-backlink"><ref target="_13.html#footnote-001">30</ref></hi></hi>. </p><p rend="text">E, ancora, un altro saggio, sempre del 1945, di straordinario significato, <hi rend="italic">Umanesimo giuridico</hi> dell’amministrativista Giovanni Miele. Un saggio amaro, la denuncia dell’inerzia e della connivenza di una scienza giuridica «autoritaria sotto i regimi autoritari e democratica nei regimi democratici, che s’ispira ai valori dell’individuo quando così esigono i ‘comandi’ del legislatore», ma che è «pronta a sacrificare le autonomie dei vari gruppi sociali obbedendo ad un cenno dei detentori del potere»<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-000-backlink"><ref target="_13.html#footnote-000">31</ref></hi></hi><hi rend="italic">.</hi> Quelle scienze giuridiche che non avevano esitato, sino a poco prima, a condurre «la lotta contro il diritto soggettivo» e che avevano circondato lo Stato di<hi rend="italic"> </hi>«tutti gli attributi della divinità, enfiato, pletorico, ma terribilmente vuoto entro le sue colossali dimensioni, perché scisso senza rimedio dalla massa dei suoi cittadini», sino a<hi rend="italic"> </hi>ridurre l’ordinamento giuridico «a pura espressione del volere statale» (Miele 1987, II, 450). Eppure, anche un saggio pieno di speranze, di rinnovamento, di ansia costruttrice; una lucidissima confessione sui limiti del positivismo giuridico.</p><p rend="text">Nel gennaio del 1945, il civilista Enrico Finzi, che in Ateneo ha personalmente subito l’onta dell’allontanamento dalla cattedra per le leggi razziali, ancora su <hi rend="italic">La Nazione del popolo</hi>, s’interroga invece su <hi rend="italic">Il problema dei codici fascisti </hi>(Cappellini 1999, 283-5). Il governo Bonomi ha già provveduto a eliminare, con decreto luogotenenziale, gli «orpelli appiccicaticci», secondo l’espressione di Filippo Vassalli, il vero demiurgo del codice civile del 1942, e le «bestioline parassite», secondo una celebre definizione di Calamandrei, che infestavano la codificazione, dallo stesso ordinamento corporativo al famigerato terzo comma dell’art. 1 del codice civile («Le limitazioni alla capacità giuridica derivanti dall’appartenenza a determinate razze sono stabilite da leggi speciali»). Per Finzi però non ci sono dubbi: i codici del regime, nel «loro sistema organico», sono rimasti intatti e vanno messi da parte, anche ripristinando, in via transitoria, la vigenza dei codici dell’Italia liberale. Di certo, ai suoi occhi, è indispensabile avviare un «profondo processo di trasformazione», che investa frontalmente l’intera codificazione e l’adegui ai valori costituzionali che ci si appresta a fissare nella nuova carta. Una strada, come ben noto, che il dopoguerra non intraprese, segnando tra fascismo e repubblica una vistosa e profonda continuità legislativa. </p><p rend="text">Non poco di quello sperato rinnovamento si infrange quindi nella inossidabile impermeabilità delle istituzioni, degli apparati, delle norme, delle persone. Eppure, questi restano anni di spartiacque, di cesura profonda, di rifondazione. Con il 1945, l’attenzione inizierà, sempre di più, a concentrarsi sulla ricostruzione dell’ordinamento. Un giovane allievo di Calamandrei, Paolo Barile, destinato a lasciare un segno importante nella cultura costituzionale della nascente repubblica, appunta su di un libretto pubblicato da La Nuova Italia i primi <hi rend="italic">Orientamenti per la Costituente</hi>. Colpisce, anche in questo caso, la lucida tempestività di un intervento datato appena giugno 1945: «il popolo italiano ha bisogno di essere scosso dal suo più che ventennale letargo, e non può non interessarsi fin d’ora ai modi con cui sarà tutelata domani, l’espressione della sua volontà e l’esercizio della sovranità che gli spetta» (Barile 1946).</p><p rend="text">Dopo un lungo oblio, il paese riscopriva, quindi, il potere costituente, ricercandone in modo consapevole l’intrinseco valore catartico, il suo essere momento e simbolo di fondazione, di ricostruzione <hi rend="italic">ab imis fundamentis</hi>. Lo dimostra, ancora una volta, Giovanni Miele che pure è giurista consapevole della propria funzione e del proprio rigorosissimo habitus tecnico, schivo per carattere e istintivamente diffidente nei confronti dei partiti, ma egli stesso quasi giacobinamente consapevole della virtù rigenerante del momento storico che sta vivendo, in pagine simbolicamente intitolate <hi rend="italic">I giuristi e la Costituente</hi> e pubblicate ne <hi rend="italic">La Nazione del popolo </hi>del 1 marzo 1946 (Miele 1987, II, 483-6). Un invito senza mezzi termini al legislatore costituzionale a esercitare sino in fondo il suo compito fondativo, a non cercare nel mondo dei giuristi supplenze indebite a una funzione che è di suprema decisione politica: «giammai dovrà essere sacrificata una legittima esigenza di riforma politica e sociale alle esigenze del ‘sistema giuridico’»<hi rend="italic">.</hi> </p><p rend="text">Spetterà proprio a Calamandrei, eletto nel Collegio unico nazionale, per il Partito d’Azione, e a La Pira, eletto nel collegio Firenze-Pistoia per la Democrazia Cristiana, portare la tradizione dell’Ateneo e rappresentare la Città nella Commissione dei 75, presieduta da Meuccio Ruini, il vero organo motore della redazione della costituzione repubblicana, di cui furono assoluti protagonisti e in cui dettero, rispettivamente nella Seconda Sottocommissione (ordinamento costituzionale della Repubblica) e nella Prima (diritti e doveri dei cittadini), un contributo di grande rilievo. </p><p rend="text">Personaggi diversissimi, spesso schierati su fronti opposti, come sulla questione dei Patti Lateranensi, sull’indissolubilità del matrimonio, sui diritti sociali, sulle norme programmatiche, o nella celebre seduta finale dei lavori della Costituente, il 22 dicembre 1947, quando La Pira propone di far precedere il testo costituzionale dalla formula «In nome di Dio il popolo italiano si dà la presente Costituzione» e Calamandrei ne sottolinea invece, seccamente, con la maggioranza dell’Assemblea, l’inopportunità e l’aperta contrarietà alla scelta, già deliberata, di non far precedere il testo costituzionale da un preambolo. Non invece perché non venisse avvertito, anche sul fronte laico, questo senso quasi ‘religioso’ di fondazione di una nuova Italia, che avveniva – come ricordava ancora Calamandrei – non da parte di «uomini effimeri», ma da parte di intere generazioni che avevano pagato con la vita i disastri del totalitarismo e del conflitto mondiale. </p><p rend="text">Autentici padri fondatori, dunque, uomini profondamente calati nella cultura fiorentina e che testimoniavano, ai più alti livelli, il pluralismo politico della nuova Italia, pronti a discutere e a dividersi sulle grandi questioni del tempo, ma pure a lavorare insieme per scoprire e selezionare i valori comuni di una costituzione «nata per unire» (Cheli 2012).</p><p rend="h2">Riferimenti bibliografici</p><p rend="bib_indx_bib">Ballini, Pier Luigi (a cura di). 1998. <hi rend="italic">La Nazione del popolo: organo del Comitato toscano di liberazione nazionale (11 agosto 1944-3 luglio 1946)</hi>. 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Bologna: il Mulino.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="_13.html#footnote-030-backlink">1</ref></hi>	Archivio storico dell’Università degli Studi di Firenze (d’ora in poi ASUFi), 1944 – 19/A, “Ritorno dell’Università fiorentina alla libertà”, copia dattiloscritta del discorso d’insediamento del 15 settembre 1944; e a stampa, col titolo “La coscienza civile della Nuova Italia”, in <hi rend="italic">La Nazione del popolo</hi>, 18-19 settembre 1944 e in <hi rend="italic">Quaderni dell’Italia libera</hi> 7 (Roma: Partito d’Azione, 1944), 3; ora in Calamandrei (1966b, I, 56 sgg.).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="_13.html#footnote-029-backlink">2</ref></hi>	E sul <hi rend="italic">Diario </hi>(Calamandrei 1982, II, 541), annota il 1° ottobre: «Il 15 settembre, cerimonia di apertura alla Università che riesce, mi pare seria e dignitosa; la solita mascheratura accademica è stata fatta in modo da non far ridere. Discorso del generale Hume, discorso mio; molta commozione generale». Due giorni prima in piazza della Signoria si era svolta la cerimonia di insediamento del sindaco Gaetano Pieraccini in Palazzo Vecchio.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="_13.html#footnote-028-backlink">3</ref></hi>	Un proposito vanificato, nelle zone di occupazione tedesca, dall’8 settembre. Rientravano in queste nomine quelle di Luigi Einaudi a Torino; di Aurelio Candian a Milano; di Plinio Fraccaro a Pavia; di Concetto Marchesi a Padova; di Enrico Redenti a Bologna; di Luigi Russo a Pisa; di Guido De Ruggiero a Roma; di Adolfo Omodeo a Napoli.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="_13.html#footnote-027-backlink">4</ref></hi>	ASUFi, 1943/1A, telegramma del 31 agosto 1943. Ivi, la minuta del telegramma di conferma di assunzione dell’ufficio, del 2 settembre 1943. Il giorno dopo prende le consegne da Serpieri. Annota nel <hi rend="italic">Diario</hi> (Calamandrei 1982, II, 187): «consegne nella stessa stanza di dove mi mandò via il 9 maggio: curiosa combinazione». La data del 9 maggio si riferisce a un burrascoso incontro con Serpieri, in cui si minacciavano provvedimenti sanzionatori per le accuse di disfattismo che avevano coinvolto lo stesso Calamandrei.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="_13.html#footnote-026-backlink">5</ref></hi>	ASUFi, 1943/1A, 3685 raccomandata del 29 luglio 1943 del Rettore Arrigo Serpieri al Ministro dell’Educazione Nazionale: «credo doveroso far noto a V.E. che, dopo gli avvenimenti di questi giorni, in attesa di disposizioni da V.E., mi ritengo investito della carica di Rettore per il disbrigo dell’ordinaria amministrazione».</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="_13.html#footnote-025-backlink">6</ref></hi>	ASUFi, 1943/1°, 4053, minuta di lettera al Rettore del direttore amministrativo Dott. Carlo Baccarini del 16 settembre 1943.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="_13.html#footnote-024-backlink">7</ref></hi>	Mentre cade nel vuoto l’invito del Senato accademico ad Arrigo Serpieri, nella seduta dell’11 ottobre 1943, di riassumere la carica di Rettore (ASUFi, Atti Senato accademico dal 5 maggio 1939 al 19 settembre 1945, seduta dell’11 ottobre 1943, c.331). Mazzei sarà sostituito dal collega di Facoltà, Mario Marsili Libelli, ordinario di scienza delle finanze, a far data dal 15 febbraio 1944. Sotto la sua presidenza il Senato accademico si riunirà una sola volta, il 28 marzo 1944.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="_13.html#footnote-023-backlink">8</ref></hi>	<hi rend="italic">La certezza del diritto</hi> (Roma: Tip. Consorzio Nazionale, 1942). L’opera si può più facilmente leggere insieme alla recensione di Calamandrei, P. “La certezza del diritto e le responsabilità della dottrina”, originariamente pubblicata sulla <hi rend="italic">Rivista di diritto commerciale</hi> del 1942, nella ristampa a cura di Guido Astuti (Milano: Giuffrè, 1968).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="_13.html#footnote-022-backlink">9</ref></hi>	Calamandrei, Piero. “Appunti sul concetto di legalità”. Facoltà di Giurisprudenza. <hi rend="italic">Corso di integrazione Ottobre-Dicembre 1944 – Diritto costituzionale</hi> (Firenze: Ed. Universitaria, 1944), ora in Calamandrei 1968a, III, 91; 104.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="_13.html#footnote-021-backlink">10</ref></hi>	Calamandrei, Piero.  <hi rend="italic">Costruire la democrazia (premesse alla Costituente)</hi> (Firenze: Ed. Universitaria, s.d., ma 1945), ora in Calamandrei (1985, III, 130-4). Vi ritorna, più analiticamente, in “La funzione parlamentare sotto il fascismo.” In <hi rend="italic">Il centenario del Parlamento</hi> (Roma: Tipografia della Camera, 1948), ora in Calamandrei (1966b, I, 327 sgg.).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="_13.html#footnote-020-backlink">11</ref></hi>	ASUFi, Atti Senato accademico dal 5 maggio 1939 al 19 settembre 1945, cc.361 e ss., seduta del 25 settembre 1944, c.350: “tutte le cariche accademiche compresa quella del Rettore sono in via provvisoria giacché le nomine definitive verranno fatte non appena le condizioni politiche permetteranno la libera elezione da parte dei corpi accademici”, come già aveva previsto il d. lgt. 7 settembre 1944, n. 264. Calamandrei verrà quindi confermato in via elettiva nel successivo gennaio 1945 con elezione da parte del Corpo accademico composto dai soli professori di ruolo, elezione poi ratificata dal comando alleato (Seduta del 25 gennaio 1945, c.401).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="_13.html#footnote-019-backlink">12</ref></hi>	Calasso, Francesco. “Università.” <hi rend="italic">La Nazione del Popolo</hi>, 16-17 settembre 1944, ora in Calasso (1975, 3).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="_13.html#footnote-018-backlink">13</ref></hi>	<hi rend="italic" >The University of Florence. General Information: Faculties, Professors, Institutes, Museums, Libraries</hi><hi > (Firenze: L’Arte della stampa, 1944).</hi></p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="_13.html#footnote-017-backlink">14</ref></hi>	Calamandrei, Piero. “Il manganello, la cultura, la giustizia.” In <hi rend="italic">Non mollare </hi>(1925), ora in Calamandrei (1966b, I, 1 sgg.; 32; 50); Calasso, Francesco. “Come Salvemini abbandonò la patria e la cattedra.” <hi rend="italic">Mercurio</hi>, ottobre 1945, ora in Calasso (1975, 89-95). ASUFi, Atti Senato accademico dal 9 ottobre 1945 al 18 marzo 1949, seduta del 3 ottobre 1947; (Salvemini, 1960, 29 sgg.).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="_13.html#footnote-016-backlink">15</ref></hi>	In particolare, gli studenti stranieri di razza ebraica, cui veniva impedito il proseguimento degli studi, sulla base di un’interpretazione progressivamente sempre più restrittiva dell’art.5, R.D.L. 5 settembre 1938, n. 1390, operata nelle circolari del Ministero dell’educazione nazionale emanate, a firma del ministro Giuseppe Bottai, sin dall’agosto 1938, a provvedimento normativo non ancora pubblicato. Il proseguimento degli studi era invece ammesso per gli studenti ebrei di nazionalità italiana già iscritti nei precedenti anni accademici.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="_13.html#footnote-015-backlink">16</ref></hi>	Calamandrei ricorderà Cammeo, cui già nel 1939 aveva dedicato un opuscolo stampato anonimo dalla fiorentina Tipografia Niccolai, in “Federico Cammeo nel decennale della sua morte.” <hi rend="italic">Rivista italiana per le scienze giuridiche</hi> 55, 1949: 388-96, ora in Calamandrei (1985, X, 291-98).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="_13.html#footnote-014-backlink">17</ref></hi>	Dei cinque professori ordinari dispensati dall’insegnamento nel dicembre 1938, Federico Cammeo e Ludovico Limentani erano nel frattempo scomparsi, rispettivamente nel 1939 e nel 1940; Giorgio Pacifico De Semo era stato già reintegrato nel ruolo come non appartenente alla razza ebraica dalla Commissione della demografia e razza. Calamandrei rievoca la figura di Limentani in un’intensa lettera alla vedova, Adele, del 10 novembre 1940. Si può leggere in (Calamandrei, 1968b, I, 275). </p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="_13.html#footnote-013-backlink">18</ref></hi>	ASUFi, Atti Senato accademico dal 5 maggio 1939 al 19 settembre 1945, cc.361 e ss., seduta del 30 novembre 1944.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="_13.html#footnote-012-backlink">19</ref></hi>	ASUFi, Atti Senato accademico dal 5 maggio 1939 al 19 settembre 1945, cc.356 e ss., seduta del 16 novembre 1944.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="_13.html#footnote-011-backlink">20</ref></hi>	Ne fecero parte con Calasso e Greppi, il Preside di Scienze, Nello Beccari; Alberto Bertolino di Economia politica; e dopo una prima nomina di Ranuccio Bianchi Bandinelli, Giacomo Devoto di Glottologia.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="_13.html#footnote-010-backlink">21</ref></hi>	ASUFi, Atti Senato accademico dal 5 maggio 1939 al 19 settembre 1945, sedute del 16 e del 30 novembre 1944.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="_13.html#footnote-009-backlink">22</ref></hi>	Che ebbe in primo grado questi esiti: 6 proscioglimenti, 4 censure, 2 sospensioni per 2 mesi, 1 sospensione per 4 mesi, 1 sospensione per 6 mesi; 1 dispensa dal servizio (ASUFi, Atti Senato accademico dal 9 ottobre 1945 al 18 marzo 1949, seduta del 12 dicembre 1945, cc.56-57). </p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="_13.html#footnote-008-backlink">23</ref></hi>	Calamandrei, Piero. “L’Università di domani. La Facoltà di Giurisprudenza.” In G. Pasquali e P. Calamandrei, <hi rend="italic">L’Università di domani</hi> (Foligno: Campitelli, 1923), ora in Calamandrei (1985, II, 253 sgg.).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="_13.html#footnote-007-backlink">24</ref></hi>	ASUFi, Atti del Senato accademico dal 5 maggio 1939 al 19 settembre 1945, sedute del 23 gennaio e 19 febbraio 1945, cc.400 e ss.; cc. 426 e sgg.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="_13.html#footnote-006-backlink">25</ref></hi>	ASUFi, Atti del Senato accademico dal 9 ottobre 1945 al 18 marzo 1949, seduta del 22 novembre 1945, cc.45 sgg.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="_13.html#footnote-005-backlink">26</ref></hi>	Calasso, Francesco. “Università.” <hi rend="italic">La Nazione del Popolo</hi>, 16-17 settembre 1944, ora in Calasso (1975, 3).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="_13.html#footnote-004-backlink">27</ref></hi>	Crisafulli, Vezio. “Riforma dell’amministrazione e decentramento regionale.” <hi rend="italic">La Nazione del Popolo</hi>, 12 gennaio 1945, ora in Ballini (1998, 352-3).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="_13.html#footnote-003-backlink">28</ref></hi>	In <hi rend="italic">Il Ponte</hi>, novembre 1946, ora in Calamandrei (1966b, I, 282-4).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="_13.html#footnote-002-backlink">29</ref></hi>	Calamandrei, Piero. <hi rend="italic">La crisi della giustizia</hi>, conferenza tenuta all’Università di Padova il 20 aprile 1951, ora in Calamandrei (1965, I, 594).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="_13.html#footnote-001-backlink">30</ref></hi>	Calasso, Francesco. “Il senso del diritto.” <hi rend="italic">Corriere del Mattino</hi>, 1° dicembre 1944, ora in Calasso (1975, 7-11).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="_13.html#footnote-000-backlink">31</ref></hi>	Miele, Giovanni. “Umanesimo giuridico.” <hi rend="italic">Rivista di diritto commerciale</hi>, 1945, ora in Miele (1987, II, 447).</p>
      
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