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        <title type="main" level="a">L’Ateneo negli anni dell’università di massa e dei movimenti studenteschi</title>
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          <resp>This is a section of <title>Firenze e l’Università</title>(DOI: <idno type="DOI">10.36253/979-12-215-0282-4</idno>) by </resp>
          <name>Fulvio Conti, Emanuela Ferretti, Donatella Lippi, Antonella Salvini, Bernardo Sordi, Andrea Zorzi</name>
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        <publisher>Firenze University Press</publisher>
        <pubPlace>Florence</pubPlace>
        <date when="2024">2024</date>
        <idno type="DOI">https://doi.org/10.36253/979-12-215-0282-4.15</idno>
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        <p>Between the 1950’s and the 1970’s, Italian university students’ population grew up to mass levels, and passed from less than 250,000 to over one million. The University of Florence even faced higher growth rates, and problems related to students’ welfare and services rapidly arose. Local university institutions, and even the educational culture of faculty members, still focused on the traditional model of elite university studies of the early Twentieth century, were barely suitable to face the new social dimension of higher education, while Italian national government failed in implementing a convincing overall educational reform. Tensions finally exploded with students’ movements of Sessantotto and Settantasette.</p>
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            <item>University of Florence</item>
            <item>Students’ movements</item>
            <item>higher education reform</item>
            <item>university faculty</item>
            <item>mass higher education</item>
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      <p>It is available online at https://doi.org/10.36253/979-12-215-0282-4.15<ref target="https://doi.org/10.36253/979-12-215-0282-4.15" /></p>
      
      
      <p rend="h1_chapter">L’Ateneo negli anni dell’università di massa <lb/>e dei movimenti studenteschi</p><p rend="h1_author ParaOverride-1">Andrea Mariuzzo</p><p rend="h2 ParaOverride-2">1. Una questione di mentalità?</p><p rend="text">Nella seduta del Senato accademico del 5 ottobre 1946, il Rettore Piero Calamandrei tenne a sincerarsi col Preside della Facoltà letteraria, Eustachio Paolo Lamanna, che «fossero state svolte tutte le pratiche amministrative per far sì che il prof. Pasquali torni all’insegnamento» dopo che le gravi condizioni di salute gli avevano impedito di svolgere le proprie attività didattiche nei precedenti tre anni<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-032-backlink"><ref target="_15.html#footnote-032">1</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">Il compiacimento del Rettore per il ritorno all’attività accademica e intellettuale del grande filologo andava senz’altro al di là della semplice cortesia professionale, visto anche che tra Pasquali e Calamandrei si era instaurato un certo sodalizio di idee in tema di governo della vita universitaria, fin da quando fu pubblicato nel 1923 a nome di entrambi il <hi rend="italic">pamphlet</hi> <hi rend="italic">L’università di domani</hi>, all’esplicito scopo di influenzare il dibattito in vista della riforma di tutti i gradi d’istruzione che appariva ormai prossima sotto la guida del ministro Giovanni Gentile.</p><p rend="text">Peraltro ripensare nel 1946 a un volumetto fatto circolare oltre un ventennio prima non costituiva semplicemente un ricordo peregrino, visto che proprio col ritorno alla piena attività culturale Pasquali riprese con convinzione le proprie posizioni di politica universitaria, fino a ripubblicare il libro redatto con Calamandrei nella raccolta di scritti scolastici <hi rend="italic">Università e scuola</hi>, che fece uscire nel 1950 per i tipi di Sansoni, a seguito delle sollecitazioni di un dibattito in tema di adeguamento dell’università alla nuova vita democratica promosso tra 1946 e 1948 dalla rivista <hi rend="italic">Belfagor</hi> a cui significativamente parteciparono, oltre al filologo romano e all’allora condirettore della rivista Adolfo Omodeo con uno degli ultimi scritti usciti prima della sua improvvisa morte, figure di spicco del panorama accademico fiorentino come Nicola Terzaghi e Dino Pieraccioni (per una ricostruzione del dibattito Breccia-Mariuzzo 2018, 96-100).</p><p rend="text">In sintesi, nel pieno delle discussioni suscitate dall’inchiesta tra gli addetti ai lavori del mondo dell’istruzione e degli alti studi dal ministro Guido Gonella in vista di un tentativo di riforma generale della scuola secondo i principi della democrazia repubblicana arenatosi con la fine della prima legislatura nel disegno di legge n. 2100 del 13 luglio 1951 (Pomante 2022, 13-37), Pasquali riproponeva un percorso di ristrutturazione del mondo universitario basato sulla sua rielaborazione dell’università di ricerca tedesca, incentrato sulla piena libertà di reclutamento da parte delle Facoltà nell’ottica di una competizione per offrire la preparazione migliore possibile in vista degli esami di Stato e dei concorsi per la docenza e la pubblica amministrazione, di insegnamento da parte di una pattuglia scelta di docenti in esercitazioni seminariali raccolte e partecipate, e di sviluppo del proprio percorso di apprendimento per pochi studenti solidamente preparati e selezionati dalla dura prova di un percorso liceale eccellente e pienamente consapevoli e orientati secondo le loro reali esigenze di crescita culturale. Anche la reiterata – e sempre discussa – proposta di approfittare di quella che si pensava una rapida reintroduzione degli esami di Stato per l’esercizio delle professioni – previsti dall’art. 33 della Costituzione repubblicana – per abolire l’obbligo della tesi di laurea aveva essenzialmente un obiettivo selettivo, poiché mirava a trasformare la dissertazione in una vera e propria prova di maturità scientifica riservata ai pochi ‘prescelti’ che intendevano proseguire la propria attività professionale nella ricerca e negli alti studi. L’orizzonte normativo di riferimento doveva essere quello di un recupero dei fondamenti intrinsecamente liberali della riforma Gentile del 1923, vista come fondata sulla promozione dell’incontro dello slancio a migliorare e migliorarsi di docenti e studenti, prima che fosse naturata dalla stretta autoritaria operata negli anni Trenta da De Vecchi e Bottai. Così Pasquali concludeva nella sua prefazione che motivava l’uscita della raccolta dei suoi scritti <hi rend="italic">Università e scuola</hi>:</p><p rend="quotation_b">Mi è parso opportuno pubblicarli nel momento in cui la riforma Gonella, presentata in parlamento, segna nella storia tormentatissima della scuola italiana la fine di un periodo e il principio do un altro, che auguriamo, seppur non confidiamo, più felice. Io trovo per vero che qualunque mutamento non riporti ai princìpi fondamentali della riforma Gentile e non li applichi più conseguentemente che egli non potesse fare, sia una <hi rend="italic">reformatio in peius</hi> (Pasquali 1950, in Pasquali 1978, 299).</p><p rend="text">Con le idee espresse in questi scritti frutto di una riflessione iniziata oltre trent’anni prima, Pasquali si sentiva di riproporre senza sostanziali ripensamenti, ancora negli anni successivi alla Seconda guerra mondiale, orientamenti incentrati sull’interpretazione del ruolo sociale e culturale dell’università nel paese come del luogo di raccolta e sviluppo delle più ristrette e selezionate élites intellettuali e professionali destinate alla guida della società, e coltivate in un rapporto intimo in cenacoli ristretti coi docenti. Forse, questa già nel terzo decennio del XX secolo non era altro che un’idealizzazione dell’esperienza universitaria vissuta dalla generazione a cavallo del 1900; sicuramente, lo sviluppo quantitativo della popolazione accademica italiana iniziato negli anni Trenta e destinato a farsi ancora più poderoso nel dopoguerra, e le esigenze di una democrazia in costruzione e di un sistema produttivo destinato a diventare rapidamente quello di una grande potenza industriale, rendevano a maggior ragione dopo il 1945 questo modello teorico di gestione dell’istruzione superiore inservibile nella pratica, prima che irricevibile sul piano dei valori di fondo. Eppure, l’ampia condivisione che la proposta pasqualiana incontrò nel mondo degli addetti ai lavori dell’università ancora a cavallo del 1950 è testimoniata tanto dai ricordi dell’allora giovane studente e attivista Marino Raicich nell’introduzione agli scritti scolastici di Pasquali nel 1978 (XXIX-XXXI), sia dalla partecipazione di numerosi colleghi ai dibattiti pubblicistici sul tema con interventi a suo sostegno.</p><p rend="text">Proprio nell’Ateneo a cui Pasquali afferiva, quello fiorentino, simili tendenze sembrarono rappresentare per anni, in modo particolarmente evidente, l’identità culturale di fondo del corpo docente, e l’orizzonte con cui esso si apprestava al governo della propria università. Comprendere la forza e la pervasività di questo quadro concettuale essenzialmente conservatore è essenziale per capire le difficoltà e i contrasti che caratterizzarono i difficili tentativi dell’Università fiorentina di prendere le misure di un quadro sociale e istituzionale ad esso irriducibile.</p><p rend="h2">2. L’evoluzione quantitativa della popolazione universitaria fiorentina dopo il 1945</p><p rend="text">In base ai dati riportati dagli annuari dell’Ateneo dalla ripresa delle pubblicazioni nel 1953 in poi<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-031-backlink"><ref target="_15.html#footnote-031">2</ref></hi></hi>, l’affluenza studentesca all’Università di Firenze a partire dalla Seconda guerra mondiale seguì un andamento non dissimile dalle tendenze nazionali<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-030-backlink"><ref target="_15.html#footnote-030">3</ref></hi></hi> e che quindi, almeno a prima vista e limitatamente al primo decennio successivo alla liberazione della città, sembrava tutto sommato stabile.</p><p rend="text">Il paese, e in misura ancora maggiore il centro accademico del capoluogo toscano, venivano da una tendenza di crescita nei numeri studenteschi che, dopo il vistoso rallentamento generato dalla messa a punto della selettività gentiliana, era ripartito in maniera evidente e in alcuni casi quasi preoccupante negli anni Trenta, quando le iscrizioni risultarono quasi triplicarsi. Tuttavia, almeno all’inizio sembrava che il livello raggiunto prima dell’entrata in guerra fosse più o meno quello ‘naturale’ con cui confrontarsi per l’offerta dei servizi didattici. L’accumulazione di studenti fuori corso durante il conflitto aveva provocato quello che appariva come un anomalo incremento del totale degli iscritti dovuto alle circostanze eccezionali – ben evidenziato, peraltro, dal caso della Facoltà di Magistero, che si trovava a ospitare nel 1943 quasi tremila studenti, con un numero anomalo di maschi per un corso di studi tradizionalmente femminilizzato, destinato non a caso a dimezzarsi immediatamente con l’arrivo nella zona di Firenze delle truppe alleate –, incremento che aveva condotto l’insieme dei corsi di laurea a sfondare addirittura abbondantemente la quota delle 10.000 presenze. Dopo la conclusione della guerra, però, lo smaltimento di chi era rimasto in arretrato con gli esami (e forse anche il ritiro degli studenti in cerca di un possibile rinvio della chiamata alle armi) sembrò ricondurre alla normalità. In effetti, in città come nel resto del paese fino a metà degli anni Cinquanta la tendenza fu quella di una riduzione progressiva fino al 20% dei numeri raggiunti ai massimi del 1946. Tuttavia, quando già si cominciava a prevedere un ritorno ai livelli di fine anni Trenta, col calo sotto gli 8.000 iscritti ai corsi di laurea tra 1952 e 1956, nella seconda metà del decennio si avvertì una tendenza all’aumento che, col torno del 1960, iniziò a farsi molto pronunciata. I 10.000 iscritti ai soli corsi di laurea (a cui si univano un migliaio presenti a quelli di perfezionamento e di specializzazione medica) furono nuovamente superati nel 1962, per poi conoscere un’autentica impennata a partire dagli oltre 11.000 del 1964, fino ad arrivare a sfiorare quota 22.000 (e a superarla prendendo in considerazione i corsi di perfezionamento e di specializzazione) nel 1969, e a superare abbondantemente quota 26.000 nel 1970, con un aumento in un solo anno di quasi il 20% che rendeva appieno l’idea del livello raggiunto dal ciclo di crescita ormai pienamente consolidato da un quindicennio.</p><p rend="text">Si trattava di numeri impressionanti di per sé, ma ancora più significativi se confrontati con la tendenza media a livello nazionale. Nel corso degli anni Sessanta gli studenti universitari erano cresciuti vorticosamente nei numeri ovunque, più o meno raddoppiando da circa 250.000 a oltre 500.000: un fenomeno senz’altro accompagnato, ma non innescato perché iniziato negli anni precedenti, dalla progressiva apertura degli accessi alle Facoltà a un numero maggiore di diplomi di scuola secondaria, coronato l’11 dicembre del 1969 con la piena liberalizzazione dalla legge promossa da Tristano Codignola. D’altro canto, a Firenze l’aumento era ancora superiore alla media, e per un ordine di grandezza impressionante, risultando quasi del 200% tra 1958 e 1970. Alle dinamiche nazionali, insomma, si univa la tendenza già percepita dal primo dopoguerra a trovare nel capoluogo fiorentino un centro di studi particolarmente attrattivo per studenti dall’Italia e – con numeri forse meno appariscenti in termini assoluti, ma in quota significativamente superiore alla media nazionale e alle abitudini di un periodo storico segnato in generale meno di altri dalla <hi rend="italic">peregrinatio academica</hi> (Mariuzzo 2011) – dall’estero.</p><p rend="text">A fronte di un fenomeno evidentemente epocale, le dinamiche quantitative relative al corpo docente presentavano la stessa, preoccupante tendenza nazionale alla staticità (Mariuzzo 2017). Nel 1959 gli organici presentavano 124 posizioni di docente ordinario e straordinario, ordine di grandezza destinato a confermarsi, con poche modifiche verso l’alto, fino all’inizio degli anni Settanta, mentre le tensioni che sorgevano per l’impossibilità di accompagnare la crescita degli studenti si riversavano sui ruoli subalterni della docenza. Il numero delle assegnazioni per incarico era ormai arrivato a oltre 240 in totale, superiore al numero dei titolari di cattedra praticamente in tutte le Facoltà con particolare emergenza negli ambiti di studio tradizionalmente meno influenti nel microcosmo politico-accademico locale come Scienze, Architettura, Agraria e anche nella pur prestigiosa Facoltà di Scienze politiche, impegnata a uscire definitivamente dalla crisi d’identità a cui l’avevano condotta i tentativi di politicizzazione forzata da parte del regime fascista (in generale Mangoni 1994, e Rogari 2004, 698-702). Ancora maggiore era la tendenza alla crescita delle diverse categorie di assistenti, peraltro sempre più distinte da quelle dei tecnici laureati impegnati nelle cliniche mediche e nei laboratori scientifici, e attivi in numero crescente – circa 50 sugli oltre 500 totali già nel 1959 – anche in Facoltà come quella letteraria. Del resto, a fronte di un’autonomia delle università che fino ad allora – e per molti anni ancora – era sancita dall’art. 33 della Costituzione repubblicana senza che però si fossero presi in merito provvedimenti concreti, la possibilità di attivare cattedre e corsi per incarico e i numeri e la distribuzione tra gli ambiti di studio dei ruoli di assistenza erano ancora scanditi da leggi dello Stato, che almeno fino alla fine degli anni Sessanta non accompagnarono all’aumento dei ruoli subalterni un intervento strutturale sulle loro condizioni materiali e giuridiche di precarietà professionale, giungendo a riconoscerli come parte integrante del corpo docente solo nel 1958 (Governali 2019, 54-66).</p><p rend="h2">3. La gestione ordinaria di processi straordinari: gli anni Cinquanta e Sessanta</p><p rend="text">Se in tutta Italia negli anni Sessanta il raddoppio del corpo studentesco in un decennio e l’esplosione di incarichi e assistenze che arrivarono a rendere i ruoli subalterni numericamente circa il decuplo del corpo professorale generarono due focolai di tensione pronti a esplodere, a Firenze la situazione rischiava di rivelarsi ancora più delicata, da un lato perché lo sviluppo dell’Ateneo era ancora più vistoso del quadro nazionale, dall’altro perché esso avveniva, come si vedrà, nel contesto di una serie di problemi strutturali irrisolti.</p><p rend="text">Dopo il triennio di passaggio dalla guerra alla pace gestito in rettorato da Calamandrei, la sua sostituzione per l’anno accademico 1947-48 col patologo Bruno Borghi, già assessore alla Sanità nella giunta fiorentina della liberazione guidata da Gaetano Pieraccini e per certi versi idealmente vicino al cattolicesimo democratico di La Pira, costituì una scelta all’insegna della continuità tra convinta adesione alla democrazia antifascista e atteggiamento tendenzialmente tradizionale nella gestione delle questioni più squisitamente politico-accademiche. Nei suoi due mandati triennali, Borghi fu impegnato soprattutto a riprendere le fila dei progetti di consolidamento edilizio mantenendo come riferimento il piano presentato da Arrigo Serpieri nel 1939 e incentrato sull’ampliamento delle cliniche della Facoltà medica e sul completamento del trasferimento già in corso da Santa Maria Nuova a Careggi, e sulla sempre più urgente necessità di trovare una nuova sede per la Facoltà di Giurisprudenza, oltreché sulla necessità di dare sede adeguata al rettorato o attraverso un intervento di ristrutturazione dei locali di piazza San Marco, o attraverso il suo spostamento in un altro palazzo storico della città (Guerrieri-Zangheri 2004 per un quadro d’insieme).</p><p rend="text">Erano questioni laboriose, che a fine anni Quaranta si intrecciavano con quelle della ricostruzione dopo i danni della guerra, e che prevedevano il coinvolgimento di varie forze in campo, dal ministero della Pubblica istruzione, già impegnato ad ampio spettro nel riassestamento degli edifici ad uso scolastico in tutto il paese, al consorzio che doveva raccogliere le energie e le risorse messe a disposizione dalle istituzioni locali e soprattutto cittadine, tradizionalmente caratterizzate da un certo «stato di apatica indifferenza, di torpida insensibilità di fronte ai problemi della vita universitaria» – come ebbe a ricordare il successore di Borghi al rettorato, Eustachio Paolo Lamanna, nella sua prima relazione inaugurale di un anno accademico<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-029-backlink"><ref target="_15.html#footnote-029">4</ref></hi></hi> – e che si sarebbero risolte, peraltro in termini in parte diversi da quelli progettati, solo in tempi recenti.</p><p rend="text">Si trattava di un problema che condusse, alla fine del 1952, persino a dimissioni anticipate di Rettore e Senato accademico<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-028-backlink"><ref target="_15.html#footnote-028">5</ref></hi></hi>, rientrate dopo una prolungata crisi in vista della scadenza naturale del mandato<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-027-backlink"><ref target="_15.html#footnote-027">6</ref></hi></hi>, e nell’ambito del quale il tema dell’adeguamento dei locali universitari alle esigenze determinate dalle dimensioni del corpo studentesco, sicuramente presente già alla base dei progetti degli anni Trenta, rientrava senza però apparire prioritario rispetto ad altre questioni come la funzionalità, il prestigio e la competizione quantomeno a livello regionale col vicino grande Ateneo pisano. Da questo punto di vista, peraltro, è significativo che tra il febbraio e il maggio del 1948 il Senato accademico sia impegnato, parallelamente alla discussione sulle priorità negli interventi edilizi, a discutere di come fronteggiare l’apertura a Pisa delle nuove Facoltà di Lingue straniere e soprattutto di Economia e commercio, destinate a sconvolgere gli equilibri regionali dopo che per decenni Firenze era stata la sede deputata all’offerta di quegli ambiti di studio in Toscana (almeno sul caso della Facoltà economica, cfr. in generale Barucci-Misiani-Mosca 2017, e più nel dettaglio Poggi 2004, 644-5).</p><p rend="text">Per contro, fin dai primi anni del dopoguerra il corpo studentesco cittadino conosceva una particolare vivacità nelle agitazioni. Le prime serie tensioni tra gli organi di governo universitari e il Consiglio studentesco di Interfacoltà si ravvisarono all’apertura dell’anno accademico 1947-48, di fronte a un incremento della tassazione ordinaria e alla richiesta di un contributo straordinario di L. 10.000 a studente per fare fronte alle improcrastinabili esigenze di bilancio senza la possibilità di ottenere nell’immediato un intervento del Ministero<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi xml:id="footnote-026-backlink"><ref target="_15.html#footnote-026">7</ref></hi></hi>. Il permanere delle difficoltà finanziarie comportò il ripetersi di situazioni del genere per tutti gli anni Cinquanta: nel settembre del 1955, ad esempio, le proteste degli studenti di Medicina per l’imposizione di un aumento del contributo richiesto all’iscrizione per il mantenimento dei laboratori deciso senza la prevista consultazione dei rappresentanti studenteschi condussero anche alla necessità di una seduta straordinaria<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi xml:id="footnote-025-backlink"><ref target="_15.html#footnote-025">8</ref></hi></hi>; con l’inizio dell’anno accademico 1957-58, il ritorno degli esami di Stato per l’esercizio delle professioni sospesi con la guerra<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi xml:id="footnote-024-backlink"><ref target="_15.html#footnote-024">9</ref></hi></hi> provocò agitazioni soprattutto tra gli studenti della Facoltà di Architettura<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi xml:id="footnote-023-backlink"><ref target="_15.html#footnote-023">10</ref></hi></hi>; nel corso del 1961 si verificò addirittura anche a Firenze un’ondata di occupazioni di locali universitari<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi xml:id="footnote-022-backlink"><ref target="_15.html#footnote-022">11</ref></hi></hi>, dopo i primi effimeri episodi di tre anni prima, in un ciclo di proteste organizzato a livello nazionale in solidarietà con le istanze degli incaricati e del personale non stabile, altro polo emergente di instabilità destinato a rivelarsi tutt’altro che secondario (Conigliello-Melacca 2016).</p><p rend="text">Di fronte a questi episodi, l’atteggiamento della dirigenza universitaria risultò ambivalente. Da un lato, rettorato e Senato si mostrarono aperti al riconoscimento come interlocutori dei rappresentanti del corpo studentesco e a un loro coinvolgimento almeno per informazione nei processi decisionali e amministrativi che lo riguardavano: oltre alle rappresentanze in Interfacoltà, infatti, negli anni Cinquanta si imponeva definitivamente come controparte accreditata nel confronto anche l’Organismo Rappresentativo degli Universitari Fiorentini (ORUF), realtà associativa il cui attivismo era segno della vitalità e dello slancio propositivo di un microcosmo studentesco in crescita. D’altro canto, proprio quest’ultimo aspetto faticava a essere colto da vertici di Ateneo per lo più culturalmente impreparati a farlo. I cicli di protesta degli studenti erano infatti derubricati a, e trattati come, momenti di sollevazione per la tutela degli «interessi costituiti» della categoria in termini di costo degli studi, di mole di lavoro e di modalità di verifica della preparazione, sulla base di una dialettica tra studenti e corpo docente in certo modo tradizionale nelle università. Un atteggiamento riduzionista, questo, che in alcuni momenti finiva per portare a derubricare le iniziative più appariscenti di contestazione come semplice maleducazione post-adolescenziale, come si poté constatare nel caso del dibattito sull’accesso agli studenti all’evento con cui all’inizio del 1954 si intendevano riprendere in grande stile le inaugurazioni dell’anno accademico dopo il ridimensionamento dovuto alla guerra<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-021-backlink"><ref target="_15.html#footnote-021">12</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">La rappresentanza al governo dell’Ateneo, espressione essenzialmente dei professori di ruolo, faticava a considerare meno che irricevibile qualsiasi rivendicazione di più ampio respiro relativa all’impatto della vita universitaria sulle condizioni di vita di personale studentesco, e finanche dei primi livelli di carriera docente, proveniente in un numero sempre maggiore di casi da condizioni economiche non floride. Eppure, sempre più spesso dietro le singole sollevazioni per l’occasionale aumento dei costi o il prolungamento dei tempi di studio prima di accedere a un’attività professionale adeguatamente retribuita in base al titolo di studio conseguito traspariva in modo sempre più evidente la volontà da parte di componenti del mondo universitario che si percepivano come subalterni di portare all’attenzione dei vertici del proprio mondo le necessità causate dal costo della vita, soprattutto per il numero crescente di persone che soprattutto in una realtà in crescita come Firenze frequentavano l’Ateneo da fuori sede (Focardi e Mansi 2022, 398-400). Simili sviluppi, peraltro, avevano luogo mentre il sostegno economico agli studenti era ancora strutturato secondo numeri e passaggi istituzionali propri della legislazione gentiliana e dei successivi provvedimenti presi durante il fascismo, incentrati sull’aiuto a singoli casi individuali particolari o a precise categorie sociali e professionali, senza una visione d’insieme di cui si sarebbe iniziato a discutere seriamente nell’opinione pubblica solo nel travagliato dibattito sugli investimenti del Piano della scuola a cavallo del 1960 (Pomante 2022, 42-53). A dimostrazione di ciò stava del resto il ruolo tutt’altro che strategico, nei piani edilizi, del progetto di edificare una Casa dello studente, necessario potenziamento dell’offerta di sostegno residenziale al crescente numero di iscritti non residenti in città<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-020-backlink"><ref target="_15.html#footnote-020">13</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">Fu solo col ciclo di agitazioni e occupazioni del 1961 che Rettore e Presidi offrirono un ascolto più articolato a un disagio che, peraltro, ormai appariva dilagare anche in una parte sempre più cospicua e decisiva del corpo docente, e a riconoscere – pur condannando i metodi e la solidarietà formalizzata anche a livello di associazioni rappresentative tra studenti e personale universitario nella lotta – la fondatezza di alcune rivendicazioni prendendo le distanze dalla «corrente estrema» di docenti che richiedeva lo sgombero attraverso l’ingresso in Ateneo della forza pubblica, demandando però ogni possibile soluzione nella «riforma della Scuola» fallita un decennio prima durante il ministero di Guido Gonella (Pomante 2018) e percepita di nuovo come sempre più urgente<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-019-backlink"><ref target="_15.html#footnote-019">14</ref></hi></hi>, quasi ad anticipare il principale detonatore del ben più imponente ciclo di proteste iniziato pochi anni dopo.</p><p rend="h2">4. Il ‘lungo’ Sessantotto</p><p rend="text">Il salto di qualità nelle agitazioni universitarie rispetto ai pur frequenti episodi precedenti si ebbe con l’opposizione alla proposta di riforma universitaria avanzata alla Camera dal ministro Luigi Gui col d.d.l. 2314 del 4 maggio 1965. Il progetto, elaborato nel clima riformatore del primo centrosinistra e sullo slancio dell’epocale risultato della scuola media unificata, giungeva alla discussione in Parlamento per molti versi depotenziato della sua carica sociale, e mentre agli occhi dei docenti di ruolo e delle dirigenze universitarie riunite nella Conferenza dei Rettori sembrava intaccare in modo finanche eccessivo equilibri consolidati, per studenti e personale docente non stabile rappresentava il tentativo di affrontare l’annoso tema della crescita numerica del sistema universitario in un modo che favoriva pressoché esclusivamente il mondo produttivo e imprenditoriale, con una differenziazione dei titoli di studio destinata a discriminare gli studenti di provenienza sociale svantaggiata, investimenti di <hi rend="italic">welfare</hi> ancora insufficienti e un’organizzazione del lavoro accademico ancora essenzialmente gerarchica a causa del fallimento annunciato dei processi decisionali collettivi nei Dipartimenti (Bonini 2013).</p><p rend="text">A Firenze, l’alba degli anni Sessanta coincideva con l’inizio del rettorato che avrebbe contraddistinto gran parte del decennio, quello del romanista Gian Gualberto Archi, attento fin dalla sua prima inaugurazione di anno accademico, nel novembre del 1961, a sottolineare il legame profondo tra le difficoltà incontrate dall’Ateneo fiorentino, protagonista di una grande crescita nei numeri e nella considerazione fin dal suo recente pieno riconoscimento, nella gestione dei bilanci e del rinnovo edilizio, e la generale «crisi attraverso la quale stava passando in Italia l’istruzione superiore», bisognosa di una soluzione legislativa d’insieme e per quanto possibile definitiva<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-018-backlink"><ref target="_15.html#footnote-018">15</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">Da subito il governo dell’Ateneo fiorentino si mostrò dunque favorevolmente aperto alle proposte di riforma<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi xml:id="footnote-017-backlink"><ref target="_15.html#footnote-017">16</ref></hi></hi>, accogliendo immediatamente con atteggiamento positivo l’agognata autonomia di gestione, e in seguito esercitando pressioni per la pronta messa in opera della più vistosa innovazione sul piano della gestione delle sedi universitarie, ovvero l’introduzione dei Dipartimenti in luogo degli Istituti generalmente legati a orientamenti e gerarchie delle singole cattedre<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi xml:id="footnote-016-backlink"><ref target="_15.html#footnote-016">17</ref></hi></hi>, arrivando nel 1969, un anno dopo che la fine della IV Legislatura aveva frapposto alla riforma universitaria quello che a tutta prima sembrava un ostacolo non insormontabile in vista della ripresa dell’interesse parlamentare sul tema, a promuovere la costituzione in via sperimentale del Dipartimento di Storia del diritto a Giurisprudenza<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi xml:id="footnote-015-backlink"><ref target="_15.html#footnote-015">18</ref></hi></hi> e finanche di un piano di ristrutturazione generale secondo la suddivisione in Dipartimenti dell’attività della Facoltà di Magistero<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi xml:id="footnote-014-backlink"><ref target="_15.html#footnote-014">19</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">In relazione alla partecipazione fiorentina alle agitazioni studentesche nazionali innescate nel 1964 dalla volontà di interlocuzione col ministero in vista dell’elaborazione del piano Gui che avrebbe dovuto accompagnare e dare sostanza economica a quella che si credeva l’ormai imminente riforma universitaria, Archi non si mostrò a tutta prima preoccupato per dimensioni e intensità di proteste e occupazioni, tutto sommato gestibili in un clima non conflittuale, quanto per il possibile valore di precedente della</p><p rend="quotation_b">notizia che […] il Ministro avrebbe ricevuto una Commissione formata dalle Associazioni dei Professori incaricati, degli Assistenti e degli Studenti per agire, in fronte comune contro il piano Gui e per rivendicare il principio della partecipazione di due rappresentanti di ciascuna categoria in tutti gli Organi Direttivi e Amministrativi dell’Università, con voto deliberante. Ciò porterebbe al completo rivolgimento delle strutture delle Facoltà in primo luogo e dell’Università in generale. […] [Il Rettore] esprime il parere che si debba e si possa giungere alla Riforma Universitaria soltanto dopo una seria e coordinata discussione soprattutto da parte delle Autorità Accademiche, le sole in grado di offrire agli organi legislativi proposte e suggerimenti utili[,] e non affidata ad una Commissione politica come lo è stato.<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-013-backlink"><ref target="_15.html#footnote-013">20</ref></hi></hi></p><p rend="text">L’atteggiamento del Rettore, in cui forse si incontravano la difesa a oltranza delle prerogative delle istituzioni di governo accademico tradizionali rispetto al protagonismo delle categorie studentesche e professionali e una certa consapevolezza del fatto che proprio le rivendicazioni dei singoli gruppi associati avrebbero potuto condurre, come effettivamente sarebbe avvenuto di lì a poco, alla crisi del consenso riformatore, trovò una quasi immediata ‘prova del fuoco’ nella breve occupazione del rettorato del 28 gennaio 1965, quando Archi pur pronto a richiedere l’intervento della Pubblica sicurezza in caso di prolungamento dell’azione dimostrativa finì per aprirsi al confronto con le componenti che percepiva più ‘moderate’ del movimento, mantenendo sostanzialmente il controllo della situazione senza interferenze<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-012-backlink"><ref target="_15.html#footnote-012">21</ref></hi></hi>. Egli impostò così un precedente nella gestione dei moti studenteschi che il suo successore, Giacomo Devoto, cerò di far proprio quando a partire dal marzo del 1968, di fronte all’inasprimento della situazione negli Atenei del paese e soprattutto toscani, il procuratore generale di Firenze Mario Calamari cercò una soluzione eminentemente repressiva alle agitazioni. Egli, infatti, non solo incriminò i partecipanti a diversi episodi di occupazione, tra cui quella particolarmente estesa e prolungata del palazzo della Sapienza di Pisa del febbraio 1967, durante la quale vide la luce uno dei documenti più influenti del movimento studentesco sulla vita dell’università e alla quale partecipò anche una nutrita delegazione fiorentina, nella quale spiccò per l’influenza sulle riflessioni emerse Vittorio Campione (Carpi 2010), ma esercitò pressioni sui vertici accademici degli Atenei della regione affinché collaborassero con le forze dell’ordine a tenere sotto controllo la vita universitaria, fornendo orari di lezione ed elenchi del personale impegnato in aula, organizzando forme di sorveglianza interna e comunicando prontamente alle autorità ogni episodio di turbativa al regolare svolgimento dell’attività didattica (cfr. anche Breccia 2013, 150-1; Crainz 2005, 217 sgg.)<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-011-backlink"><ref target="_15.html#footnote-011">22</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">Per quanto il procuratore si mostrasse decisamente meno insistente con il governo universitario del capoluogo rispetto a quanto non facesse con i centri accademici pisani e senesi, la stretta delle istituzioni di fronte alla radicalizzazione delle proteste studentesche rappresentò senz’altro un elemento di peso nella scelta di un Devoto preso tra due fuochi di dimettersi, pur restando alla testa dell’Università per un altro anno vista la difficoltà a individuare un successore, dopo la turbolenta occupazione del rettorato da parte degli studenti in agitazione nel giugno del 1968, prodromo a un nuovo ciclo di azioni destinato a durare fino all’autunno<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-010-backlink"><ref target="_15.html#footnote-010">23</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">Del resto, con l’andare del tempo era apparso sempre più chiaro il comportamento seguito dai vertici rettorali, improntato a una difficile moderazione che teneva conto delle istanze di cambiamento senza che però fosse intaccata l’autorità della rappresentanza accademica, rappresentava solo in parte le convinzioni che si andavano diffondendo tra i rappresentanti delle Facoltà più coinvolte nelle prime proteste, soprattutto quelle istituzionalmente meno consolidate e in cui il corpo docente era composto in misura particolarmente preponderante da assistenti e incaricati. In particolare il Preside di Magistero Giovanni Nencioni si faceva portatore dell’insofferenza del corpo studentesco per il carattere ‘di seconda classe’ ancora mantenuto dai titoli di studio della Facoltà rispetto a quelli della vicina Lettere, nonostante lo sforzo di sperimentazione e di apertura culturale che aveva caratterizzato negli anni assai più la nuova Facoltà rispetto a quella letteraria (cfr. anche Di Bello 2004), e il Preside di Architettura Raffaello Fognoni considerava fondate le principali richieste di riforma della didattica e si dichiarava pronto ad accogliere sperimentazioni<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-009-backlink"><ref target="_15.html#footnote-009">24</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">Nel primo caso, il fallimento della trasformazione del Magistero in una vera e propria Facoltà di Pedagogia, messa al servizio della formazione professionale e culturale degli insegnanti di ogni ordine e grado e degli alti studi educativi, progetto a cui l’ambiente pedagogico fiorentino aveva lavorato a lungo durante le discussioni parlamentari in merito in vista della riforma universitaria grazie al sostegno politico di Tristano Codignola, comportò un generale risentimento per gli assetti politici che avevano impedito una efficace valorizzazione della cultura educativa italiana e soprattutto dell’ormai consolidata «scuola di Firenze» (Cambi 1982), portando anche il corpo docente a confermare le proprie posizioni di radicale critica dell’esistente (cfr. ad es. la lettura proposta da Santoni Rugiu 1967, 356-71; 1991, 270 sgg.). Nel caso di Architettura, invece, non diversamente da quanto accadeva in altre realtà consimili del paese le sperimentazioni didattiche improntate alla collegialità cooperativa negli incontri laboratoriali andarono avanti per buona parte degli anni Settanta, nell’ambito di quella che anche il corpo docente percepiva come «un periodo di travaglio […] non solo in Italia, ma in tutto il mondo, […] che avrebbe dovuto portare a definire il nuovo ruolo dell’architetto nella società e a fondare una nuova disciplina culturale»<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-008-backlink"><ref target="_15.html#footnote-008">25</ref></hi></hi>, anche se non evitarono da un lato momenti di rinnovata tensione e di agitazione accesa col corpo studentesco, dall’altro incomprensioni vertici rettorali desiderosi più che altro della ricostituzione di una normale amministrazione dei lavori universitari, e soprattutto caratterizzati da una difficoltà a dare continuità ai mandati destinata a farsi cronica per oltre un decennio dopo la fine anticipata del rettorato di Devoto: al grande linguista, infatti, succedettero al più alto ufficio di piazza San Marco, tutti per un solo mandato, Carlo Alberto Funaioli, Giorgio Sestini, Giuseppe Parenti ed Enzo Ferroni, prima che si trovasse una certa continuità col lungo rettorato di Franco Scaramuzzi a partire dal 1979.</p><p rend="h2">5. I nodi irrisolti: dal Sessantotto al Settantasette</p><p rend="text">L’emergere nell’Ateneo degli studenti come soggetto istituzionale e sociale ai problemi del quale si intendeva dare rappresentanza<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-007-backlink"><ref target="_15.html#footnote-007">26</ref></hi></hi>, nel più generale contesto di un governo nazionale della vita universitaria che dopo l’affossamento dei tentativi di riforma organica non riusciva a dare risposte d’insieme a temi come il diritto allo studio e il sostegno materiale e culturale dell’alta formazione limitandosi a provvedimenti puntuali e di emergenza, provocò a Firenze crisi istituzionali abbastanza delicate. Su tutte, risaltarono sicuramente le dimissioni del Consiglio di amministrazione dell’Opera universitaria nel settembre del 1969, con la conseguente nomina a commissario governativo prima del docente della Facoltà medica Roberto Cencioni<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-006-backlink"><ref target="_15.html#footnote-006">27</ref></hi></hi>, poi del suo collega Gabriele Staderini. Come si sarebbe chiarito successivamente, le difficoltà di gestione nascevano dalla costante crescita numerica degli studenti che potevano fare richiesta dell’assegno di studio istituito dalla legge n. 80 del 14 febbraio 1963 come «presalario», nelle forme e con gli annessi esoneri dalla tassazione previsti dall’aggiornamento previsto dalla legge n. 192 del 21 aprile 1969, attraverso criteri di verifica del conseguimento dei risultati accademici richiesti in larga misura ancora da chiarire a livello locale a causa della liberalizzazione dei piani di studio accordata dalla legge Codignola alla fine dello stesso anno, e soprattutto di fronte alla certezza che non tutti gli studenti idonei avrebbero potuto accedere all’assegno, pur mantenendo le condizioni per l’esonero dalle tasse e l’accesso agevolato ai servizi essenziali che si cercava di erogare, con le difficoltà dovute a un bilancio di sede ancora asfittico per gli interminabili impegni edilizi e a un fondo ministeriale dai contorni e dalle modalità di suddivisione tra gli Atenei pubblici della Penisola piuttosto incerti<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-005-backlink"><ref target="_15.html#footnote-005">28</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">La crisi dell’Opera, destinata a protrarsi per anni anche dopo il ritorno alla gestione normale nel 1971 a causa della crescita numerica degli studenti che sembrava non arrestarsi per tutto il decennio, era indicativa di come l’Università di Firenze, come tutti gli Atenei italiani o quantomeno i maggiori, continuasse a trovarsi scaricate addosso le tensioni dovute dall’incapacità della politica di affrontare il tema dell’evoluzione numerica e di ruolo sociale degli studi superiori in corso ormai da anni se non attraverso provvedimenti puntuali, che sconvolgevano le normali prassi amministrative senza offrire un nuovo quadro in cui inserire le modifiche, e lasciandosi travolgere dall’incremento di massa e apparentemente continuo di studenti invece che provandosi a governarlo. Del resto anche il tentativo più maturo di dare una sistemazione complessiva ai crescenti problemi del diritto allo studio, ovvero la creazione di un consorzio regionale tra gli Atenei toscani proposto nel gennaio del 1969 da Funaioli il cui fallimento aveva avuto senz’altro effetti sulle dimissioni del Consiglio di amministrazione dell’Opera fiorentina<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-004-backlink"><ref target="_15.html#footnote-004">29</ref></hi></hi>, anticipava con una iniziativa dal basso la soluzione regionale poi attuata a livello nazionale alcuni anni dopo nel tentativo di smuovere il governo del sistema universitario dall’inerzia<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-003-backlink"><ref target="_15.html#footnote-003">30</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">Le criticità nella garanzia del diritto allo studio si accompagnavano alla mancata soluzione dei problemi di reclutamento dei docenti e al ricorso continuo a personale non stabile, elusi dal fallimento della riforma organica alla fine del decennio precedente e appena alleggeriti, a Firenze come in tutta Italia, dall’aumento delle assunzioni e dalla stabilizzazione degli incarichi messi a punto coi «provvedimenti urgenti» del 1973 (Governali 2018, 188-99).</p><p rend="text">Il perdurare delle tensioni sociali nel mondo studentesco provocò dunque l’incubazione della nuova stagione di violente agitazioni universitarie che ebbe il suo epicentro nel 1977. Come nel decennio precedente, l’Ateneo fiorentino partecipò al movimento senza però esserne uno dei centri di principale rilievo nazionale, come fu in questo caso soprattutto la vicina Bologna. In particolare, le agitazioni iniziarono a farsi sensibili nel novembre del 1976, a seguito di casi di «autoriduzione del prezzo dei pasti» e «appropriazione abusiva dei viveri alla mensa», accompagnati dal «blocco degli esami di Analisi matematica ad Architettura». Le proteste, le cui modalità coinvolgevano un aspetto nevralgico della difficile garanzia del diritto allo studio come quello dell’alimentazione a costi accessibili e si estendevano alla Facoltà storicamente più sensibile alle istanze studentesche, trovarono da parte del Rettore Ferroni un atteggiamento di chiusura e insofferenza per molti versi distante dai tentativi di ascolto che avevano caratterizzato almeno la seconda parte del confronto col movimento studentesco del decennio precedente. Egli giudicò immediatamente i disordini «intollerabili», e si concentrò sugli «atti di teppismo, sia all’interno che all’esterno dell’Università», che accompagnarono il sorgere delle proteste, individuando nella loro repressione il principale punto d’incontro per una rinnovata collaborazione con le autorità cittadine in prospettiva fino alla nascita di una «conferenza Università-città»<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-002-backlink"><ref target="_15.html#footnote-002">31</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">La conferma di un atteggiamento simile di fronte alla nuova ondata di dimostrazioni e tentativi di occupazione soprattutto di Architettura e Magistero dell’inizio di febbraio del 1977<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-001-backlink"><ref target="_15.html#footnote-001">32</ref></hi></hi> chiariva come, al di là delle personali convinzioni dei componenti della dirigenza universitaria e delle autorità amministrative fiorentine, rispetto al decennio precedente fossero cambiati molti presupposti socio-culturali: da un lato lo slancio innovatore che aveva caratterizzato i pur sterili afflati riformatori degli anni Sessanta appariva esaurito, col ritorno a un approccio di gestione delle emergenze in ottica essenzialmente conservativa ben rappresentato dai provvedimenti del ministro Franco Maria Malfatti; dall’altro, i movimenti faticavano a trovare interlocutori istituzionali anche a sinistra e arrivavano alla protesta con l’esempio delle esperienze di lotta armata che in molte occasioni portavano a far esplodere facilmente le tensioni in vera e propria guerriglia urbana (Galfré 2017, 268-80, ma cfr. alcuni spunti per questa evoluzione in Alba 2021).</p><p rend="text">Ancora una volta, a riaprire lo spazio per un tentativo di dialogo fu la partecipazione alle assemblee nelle Facoltà occupate dei «cosiddetti precari», il personale non stabile le cui condizioni erano cruciali per rendere sostenibili le attività didattiche e di ricerca. Per quanto a giudizio del Senato il movimento studentesco risultasse in questo senso più isolato di una decina d’anni prima, poiché i rappresentanti della docenza precaria erano meno presenti e per lo più egemonizzati dai cosiddetti “Collettivi autonomi”», a metà febbraio il Rettore aprì a un confronto formale delle parti su una proposta di riforma legislativa<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi xml:id="footnote-000-backlink"><ref target="_15.html#footnote-000">33</ref></hi></hi>, nell’ambito delle trattative che le rappresentanze nazionali di categoria delle varie anime del corpo docente stavano intavolando con il Ministero in vista di una soluzione legislativa alla congestione del reclutamento dei docenti, giunta nel 1980 con il discusso decreto del Presidente della Repubblica n. 382 dell’11 luglio.</p><p rend="h2">Riferimenti bibliografici</p><p rend="bib_indx_bib">Alba, Lorenzo. 2021. <hi rend="italic">La politica scolastica del Partito comunista italiano dal 1955 al 1980</hi>, tesi di perfezionamento in Culture e civiltà dell’Europa contemporanea, Scuola Normale Superiore.</p><p rend="bib_indx_bib">Barucci, Piero, Misiani Simone e Manuela Mosca. 2017. <hi rend="italic">La cultura economica italiana (1889-1943)</hi>. 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Bologna: il Mulino.</p><p rend="bib_indx_bib">Rogari, Sandro. 2004. “Il ‘Cesare Alfieri’ da Istituto a Facoltà di Scienze politiche.” In <ref target="http://Aa.Vv">Aa.Vv</ref>., <hi rend="italic">L’Università degli studi di Firenze, 1924-2004</hi>, 677-739. Firenze: Olschki.</p><p rend="bib_indx_bib">Santoni Rugiu, Antonio. 1967. <hi rend="italic">Il professore nella scuola italiana</hi>. Firenze: La Nuova Italia.</p><p rend="bib_indx_bib">Santoni Rugiu, Antonio. 1991. <hi rend="italic">Chiarissimi e Magnifici. Il professore nell’Università italiana (dal 1700 al 2000)</hi>. Firenze: La Nuova Italia.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="_15.html#footnote-032-backlink">1</ref></hi>	Cfr. Archivio storico dell’Università degli Studi di Firenze (d’ora in poi ASUFi), Verbali del Senato Accademico, 5 ottobre 1946 (ringrazio il dott. Fabio Silari per il fondamentale aiuto nella consultazione del materiale documentario). Per un ragguaglio sintetico sulla vita e l’attività intellettuale di Giorgio Pasquali, si può fare riferimento a La Penna 2014.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="_15.html#footnote-031-backlink">2</ref></hi>	Ringrazio l’Ufficio statistica dell’Università di Firenze, e in particolare il dott. Gianni Aristelli, per l’aiuto nel reperimento e nel trattamento dei dati. Per un primo tentativo di elaborazione statistica, cfr. Focardi e Mansi 2022, 392-6.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="_15.html#footnote-030-backlink">3</ref></hi>	Per quanto riguarda i dati relativi all’intero sistema universitario italiano, si fa riferimento alle elaborazioni offerte dall’ISTAT nelle sue serie storiche, disponibili online all’indirizzo <ref target="https://seriestoriche.istat.it">https://seriestoriche.istat.it</ref>. Gli studi generali di riferimento per un quadro interpretativo restano Cammelli-Di Francia 1996 e Cammelli 1997.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="_15.html#footnote-029-backlink">4</ref></hi>	Le relazioni inaugurali dei Rettori sono generalmente pubblicate sull’<hi rend="italic">Annuario dell’Università degli studi di Firenze</hi>, pubblicato ufficialmente una volta l’anno ma di fatto con periodicità irregolare: la prima relazione di Lamanna, in particolare, è nell’<hi rend="italic">Annuario</hi> dedicato agli anni accademici 1953-54, 1954-55 e 1955-56, 5-6.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="_15.html#footnote-028-backlink">5</ref></hi>	Cfr. ASUFi, Verbali del Senato Accademico, 12 dicembre 1952.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="_15.html#footnote-027-backlink">6</ref></hi>	Rientrata la fase acuta della crisi, il Rettore risulterà comunque assente dalle riunioni del Senato accademico fino al 27 maggio 1953.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="_15.html#footnote-026-backlink">7</ref></hi>	ASUFi, Verbali del Senato Accademico, 7 novembre 1947.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="_15.html#footnote-025-backlink">8</ref></hi>	ASUFi, Verbali del Senato Accademico, 26 settembre 1955.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="_15.html#footnote-024-backlink">9</ref></hi>	Legge n. 1378 del’8 dicembre 1956.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="_15.html#footnote-023-backlink">10</ref></hi>	Cfr. ASUFi, Verbali del Senato Accademico, 27 febbraio 1958.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="_15.html#footnote-022-backlink">11</ref></hi>	Cfr. ASUFi, Verbali del Senato Accademico, 3 giugno 1961.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="_15.html#footnote-021-backlink">12</ref></hi>	Cfr. ASUFi, Verbali del Senato Accademico, 2 dicembre 1953.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="_15.html#footnote-020-backlink">13</ref></hi>	Cfr., come esempio chiaro delle discussioni sul tema del rinnovo materiale delle strutture universitarie e delle priorità individuate in merito, ASUFi, Verbali del Senato Accademico, 20 gennaio 1954.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="_15.html#footnote-019-backlink">14</ref></hi>	Cfr. ancora ASUFi, Verbali del Senato Accademico, 3 giugno 1961, e 6 giugno 1961.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="_15.html#footnote-018-backlink">15</ref></hi>	<hi rend="italic">Annuario dell’Università degli studi di Firenze</hi>, 1961-62, 17.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="_15.html#footnote-017-backlink">16</ref></hi>	Su questo atteggiamento cfr. in generale, la relazione del Rettore raccolta in <hi rend="italic">Annuario dell’Università degli studi di Firenze</hi>, 1963-64, 25-39.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="_15.html#footnote-016-backlink">17</ref></hi>	Si veda ad esempio l’evoluzione in questo senso dei piani di espansione edilizia ampiamente discussi nelle sedute del Senato accademico del 29 aprile e 11 maggio 1967 (ASUFi).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="_15.html#footnote-015-backlink">18</ref></hi>	ASUFi, Verbali del Senato Accademico, 28 maggio 1969.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="_15.html#footnote-014-backlink">19</ref></hi>	ASUFi, Verbali del Senato Accademico, 18 dicembre 1969.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="_15.html#footnote-013-backlink">20</ref></hi>	ASUFi, Verbali del Senato Accademico, 10 dicembre 1964.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="_15.html#footnote-012-backlink">21</ref></hi>	Cfr. ASUFi, Verbali del Senato Accademico, 28 gennaio 1965.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="_15.html#footnote-011-backlink">22</ref></hi>	Ringrazio Alessandro Breccia per l’aiuto nell’orientamento tra i materiali relativi alla vicenda.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="_15.html#footnote-010-backlink">23</ref></hi>	ASUFi, Verbali del Senato Accademico, 19 settembre e 26 ottobre 1968.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="_15.html#footnote-009-backlink">24</ref></hi>	ASUFi, Verbali del Senato Accademico, 10 dicembre 1964.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="_15.html#footnote-008-backlink">25</ref></hi>	Dichiarazione del Preside di Architettura Leonardo Ricci riportata in ASUFi, 17 novembre 1971.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="_15.html#footnote-007-backlink">26</ref></hi>	La prima richiesta ufficiale alla Presidenza del Consiglio di riconoscere formalmente la rappresentanza del corpo studentesco negli organi di Ateneo fu approvata dal Senato accademico, su proposta del Rettore Devoto, nella seduta del 25 marzo 1968 (cfr. ASUFi, Verbali del Senato Accademico).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="_15.html#footnote-006-backlink">27</ref></hi>	Cfr. ASUFi, Verbali del Senato Accademico, 2 ottobre 1969.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="_15.html#footnote-005-backlink">28</ref></hi>	ASUFi, Verbali del Senato Accademico, 3 maggio 1970 e 29 ottobre 1970.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="_15.html#footnote-004-backlink">29</ref></hi>	Cfr. ASUFi, Verbali del Senato Accademico, 9 gennaio 1969.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="_15.html#footnote-003-backlink">30</ref></hi>	Il riferimento è in particolare al decreto del Presidente della Repubblica n. 616 del 24 luglio 1977, dal quale nacquero le Aziende regionali per il diritto allo studio universitario.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="_15.html#footnote-002-backlink">31</ref></hi>	ASUFi, Verbali del Senato Accademico, 24 novembre 1976.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="_15.html#footnote-001-backlink">32</ref></hi>	ASUFi, Verbali del Senato Accademico, 9 febbraio 1977.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="_15.html#footnote-000-backlink">33</ref></hi>	ASUFi, Verbali del Senato Accademico, 15 febbraio 1977.</p>
      
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