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        <title type="main" level="a">Intermittenze virtuose. Le istituzioni per i beni archeologici, artistici, archivistici e librari</title>
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          <resp>This is a section of <title>Firenze e l’Università</title>(DOI: <idno type="DOI">10.36253/979-12-215-0282-4</idno>) by </resp>
          <name>Fulvio Conti, Emanuela Ferretti, Donatella Lippi, Antonella Salvini, Bernardo Sordi, Andrea Zorzi</name>
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        <publisher>Firenze University Press</publisher>
        <pubPlace>Florence</pubPlace>
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        <p>The University of Florence has always maintained very close relationships with the city's cultural institutions: libraries, museums, archives, research institutes. These relationships have been particularly significant with regards to the artistic heritage, even if sometimes the large museums of the city, on the one hand, and the university, on the other, have developed research independently without finding forms of collaboration. However, these relationships have strengthened in recent decades, enhancing the central role of the university in the city's cultural production.</p>
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      <p>It is available online at https://doi.org/10.36253/979-12-215-0282-4.22<ref target="https://doi.org/10.36253/979-12-215-0282-4.22" /></p>
      
      <p rend="h1_chapter">Intermittenze virtuose. Le istituzioni per i beni archeologici, artistici, archivistici e librari</p><p rend="h1_author ParaOverride-1">Fulvio Cervini, Andrea Zorzi, Mauro Guerrini, <lb/>Fabio Martini, Margherita Azzari<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-000-backlink"><ref target="_22.html#footnote-000">1</ref></hi></hi></p><p rend="h2">1. Studiare il patrimonio sul campo</p><p rend="quotations_quotation_b3">Si sono gettate le basi per una collaborazione organica fra l’Ufficio Catalogo della Soprintendenza alle Gallerie di Firenze, diretto dallo scrivente, e l’Istituto di Storia dell’Arte dell’Università diretto dalla prof. Mina Gregori. Per la prima volta nella storia del censimento dei beni artistici territoriali delle province di Firenze e Pistoia, l’Università si è affiancata concretamente e organicamente alla Soprintendenza, non limitandosi a fornire il personale specializzato ma controllando lo svolgimento del lavoro e utilizzandone ai fini didattici i materiali e gli obbiettivi (Paolucci 1973, 84).</p><p rend="text">Questo scriveva nel 1973 Antonio Paolucci, allora giovane funzionario storico dell’arte, nel commentare gli esiti di una campagna di catalogazione che a suo giudizio vedeva proprio in questo inedito rapporto con l’ateneo fiorentino un solidissimo punto di forza, tale da garantire l’apporto di qualità che tre anni più tardi avrebbe alimentato un pionieristico e innovativo volume, frutto di quella campagna (in generale, anche sul contesto, cfr. Cervini 2022). In quest’ultima sede Paolucci evidenziava la robusta preparazione storico-filologica fornita dall’università ai giovani schedatori, tuttavia non avvezzi a un lavoro sul campo che comportava una lunga e prevalente confidenza con le arti applicate, ancora poco frequentate nei corsi universitari malgrado il magistero, per molti versi fondativo, di Maria Grazia Ciardi Dupré (in cattedra a Firenze dal 1959 al 2005). Ma colpisce che tra i protagonisti di quella campagna alcuni, come Cristina Acidini e Carlo Sisi, avrebbero percorso la carriera ministeriale fino ai massimi livelli, mentre altre nelle aule fiorentine sarebbero venute a insegnare, come Dora Liscia e Roberta Roani. </p><p rend="text">Il patrimonio artistico è senza dubbio un buon terreno d’indagine per valutare l’impatto dell’università su un contesto che vanta una concentrazione di istituti culturali pressoché unica al mondo, se rapportata alle effettive dimensioni della città e della sua popolazione: un impatto degno di essere raccontato in un libro intero, e che qui possiamo configurare solo per fugaci affondi. Ancor più indicativo è lo specifico terreno storico-artistico, tanto più importante alla luce non solo, com’è ovvio, dell’importanza del patrimonio e dei musei della città, ma anche e forse soprattutto dell’ascendente esercitato da alcune cattedre universitarie diventate punti di riferimento internazionali per la disciplina. La storia dell’arte nel medioevo ha visto così la significativa presenza di Pietro Toesca (1914-25), preludio al ventennale di Mario Salmi (1929-49: entrambi andranno poi alla Sapienza); e poi di Roberto Salvini (1956-1986) e Adriano Peroni (1982-2004), entrambi peraltro usciti dal mondo dei musei e delle soprintendenze. Ma forse è il campo modernista (con significativi affondi sulla pittura del Due e Trecento) ad aver generato le ricadute più forti nel campo istituzionale cittadino almeno dal 1949, anno del trasferimento a Firenze da Bologna di Roberto Longhi, che resta in cattedra fino al 1966. Nello stesso anno entra in ateneo da assistente una giovanissima Mina Gregori (nata nel 1924), che gli succede sulla cattedra fino al 1995. Ma Longhi stava a Firenze già dal 1939, e con Ranuccio Bianchi Bandinelli e Carlo Ludovico Ragghianti aveva diretto la rivista <hi rend="italic">Critica d’Arte; </hi>ed è notevole che poco dopo il suo insediamento universitario fondi un’altra rivista che rappresenta tutt’ora un punto fermo, <hi rend="italic">Paragone</hi>. La sua eredità culturale è anche un’eredità istituzionale, perché la Fondazione Roberto Longhi, al tempo stesso collezione, biblioteca, archivio e centro studi, promuove ricerche storico-artistiche e ospita annualmente giovani borsisti, in piena sinergia con docenti di vari atenei, e in particolare di quello fiorentino. </p><p rend="text">Firenze è insomma un luogo speciale dove studiare la storia dell’arte, non soltanto del Rinascimento italiano. Ne fa fede la persistente attività di istituzioni straniere con le quali l’Università ha attivato soprattutto negli ultimi anni proficui rapporti di collaborazione: per esempio l’Istituto Universitario Olandese di storia dell’Arte (Nederlands Interuniversitair Kunsthistorisch Instituut NIKI), I Tatti (cioè The Harvard University Center for Renaissance Studies) e soprattutto il Kunsthistorisches Institut, che ospita tra l’altro il Corpus della Pittura Fiorentina, associazione fondata da un altro maestro illustre come Miklós Boskovits (in cattedra dal 1995 al 2004) con il compito di pubblicare i volumi del <hi rend="italic">Corpus of Florentine Painting</hi>, ora presieduta da Andrea De Marchi e diretta da Sonia Chiodo. La storia dell’arte a Firenze ha dunque i suoi luoghi di elaborazione nei musei, negli istituti e nell’università, con quest’ultima che in certi frangenti ha saputo svolgere una funzione insieme di cerniera e di propulsore, capitalizzando una vocazione storicista di lungo periodo.</p><p rend="h2">2. I rapporti con gli istituti culturali di studi storici</p><p rend="text">L’intenso rapporto che le discipline storiche dell’Ateneo intrattengono con gli istituti preposti alla promozione della storia a Firenze risale ai decenni centrali del XIX secolo. Da allora esso si iscrive in una costante circolazione di esperienze scientifiche tra università, archivi e centri di studio, di cui richiameremo alcuni dei momenti salienti.</p><p rend="text">Si osservi innanzitutto la sequenza iniziale: la pubblicazione nel 1842 della prima rivista storica italiana, l’<hi rend="italic">Archivio storico italiano</hi>, per iniziativa di Gian Pietro Vieusseux; l’istituzione nel 1852 dell’Archivio centrale di Stato con la raccolta di una documentazione ricchissima per dimensioni e importanza dal tardo medioevo all’età ducale; l’istituzione nel 1856 della Soprintendenza generale agli archivi del Granducato; l’istituzione nel 1859 del Regio Istituto di Studi Superiori, pratici e di perfezionamento con insegnamenti di storia; la parificazione al grado universitario nel 1860 dei corsi offerti dalla Scuola di Archivistica e paleografia dell’Archivio di Stato; l’istituzione nel 1862 della Deputazione di storia patria per la Toscana, che rilevò la pubblicazione dell’<hi rend="italic">Archivio storico italiano</hi>. Nel ventennio che dal Granducato portò all’unità d’Italia Firenze fu centro vivissimo del processo di costruzione delle istituzioni educative e culturali dello Stato liberale. </p><p rend="text">Tra i protagonisti di quel periodo vanno ricordati il marchese Gino Capponi, autore di saggi storici, collaboratore dell’<hi rend="italic">Archivio storico italiano</hi>, senatore nel 1848 e dal 1860, primo soprintendente dell’Istituto di Studi Superiori dal 1859 al 1863 e primo presidente della Deputazione dal 1862 al 1876; e il patriota Pasquale Villari, esponente di punta del positivismo storico chiamato a insegnare all’Istituto di Studi Superiori nel 1865 dove vi fondò la scuola storica attirandovi allievi da ogni parte d’Italia e fu preside della sezione di Lettere e filosofia fino al 1912 e suo nume tutelare nei ruoli di ministro della Pubblica istruzione (1891-1892) e di senatore del Regno tra 1873 e 1904, accompagnandovi dal 1898 anche la presidenza della Deputazione.</p><p rend="text">I rapporti con il mondo degli archivi vennero stringendosi in particolare dopo la trasformazione dell’Istituto di Studi Superiori in Università degli studi. Nel 1925 vi fu costituita la Scuola speciale per bibliotecari e archivisti, diretta dal paleografo Luigi Schiaparelli, nella quale fu attivata la prima cattedra italiana di Archivistica, affidata ad Antonio Panella che assunse la direzione dell’Archivio di Stato nel 1932 e poi quella della neoistituita Soprintendenza archivistica per la Toscana nel 1939. Ad insegnare Storia nella Facoltà di Magistero fu invece chiamato nel 1932 Bernardino Barbadoro, che si era laureato presso l’Istituto di Studi Superiori ed era entrato nell’Archivio di Stato nel 1909 (fino a diventarne anni dopo direttore) e che fu anche condirettore dell’<hi rend="italic">Archivio storico italiano</hi> tra 1924 e 1934. La circolazione di esperienze rimase una costante: il direttore dell’Archivio di Stato tra 1973 e 1989, Giuseppe Pansini, per esempio, insegnò Storia moderna e Storia del Risorgimento nella Facoltà di Magistero negli anni Sessanta e Settanta; così come dopo una lunga carriera nell’Archivio di Stato e nella Soprintendenza archivistica, Arnaldo D’Addario fu chiamato alla cattedra di Archivistica nella Facoltà di Lettere e Filosofia dal 1987 ed eletto presidente della Deputazione nel 1986.</p><p rend="text">Sede privilegiata di collaborazione tra docenti universitari, funzionari degli archivi e studiosi è stata sin dalla sua fondazione la Deputazione di storia patria, l’istituto culturale più qualificato a livello regionale per la promozione dell’edizione di fonti documentarie e la pubblicazione di ricerche storiche concernenti la Toscana. Oltre ai presidenti già citati vanno ricordati almeno il cattolico Niccolò Rodolico, chiamato a insegnare Storia moderna a Lettere nel 1926, che ne fu alla guida dal 1935 al 1969; a succedergli fino al 1985 fu Ernesto Sestan, storico di vasto respiro, docente di Storia medievale e moderna dal 1954 e fermo ed equilibrato preside della Facoltà di Lettere tra 1964 e 1974 in anni segnati dalla contestazione studentesca; suo allievo è Giuliano Pinto, docente di Storia medievale a Firenze dal 1989, presidente della Deputazione e direttore dell’<hi rend="italic">Archivio storico italiano</hi> dal 2007 a oggi.</p><p rend="text">I docenti di storia dell’Ateneo hanno intrecciato relazioni strategiche anche con altre istituzioni culturali. Per esempio l’Accademia dei Georgofili, della cui <hi rend="italic">Rivista di storia dell’agricoltura</hi> è stato direttore dal 1985 Giovanni Cherubini, docente di Storia medievale a Lettere dal 1968. Tra i fondatori nel 1946 della Società toscana per la storia del Risorgimento fu anche Carlo Morandi, tra i primi docenti italiani di Storia del Risorgimento, chiamato a Firenze nel 1939: la Società, che trovò sede nella Biblioteca del Museo del Risorgimento, è stata presieduta nel tempo da storici dell’Ateneo come Giovanni Spadolini (dal 1977), Luigi Lotti (dal 1994) e Sandro Rogari (dal 2008 a oggi). Con l’Istituto storico della Resistenza in Toscana sorto nel 1953 hanno collaborato invece gli allievi di Ernesto Ragionieri, docente di Storia contemporanea a Lettere dal 1955; e con l’Istituto socialista di studi storici creato nel 1976 (ora Fondazione “Filippo Turati”) gli allievi di Giorgio Spini, docente di Storia moderna a Magistero dal 1960. Ma gli esempi potrebbero essere molteplici.</p><p rend="h2">3. La via storico-artistica al patrimonio: tutela e restauri</p><p rend="text">Fare storia a Firenze ha sempre significato misurarsi a vari livelli con la tutela del patrimonio. In certi frangenti l’Università è riuscita anzi a ritagliarsi un ruolo di ispiratore critico delle strategie di conservazione. Il tema diventa di drammatica attualità in ogni senso «politica» dopo l’alluvione del 1966, alla quale fece seguito un’intensa stagione di restauri che perseguivano ancora un modello di ripristino architettonico, ispirato da un canone estetico fortemente gerarchizzato, contro il quale si scagliò un vibrante editoriale di Mina Gregori pubblicato da <hi rend="italic">Paragone</hi>, che in quegli anni aveva assunto una forte connotazione militante (Gregori 1971). Sono anni in cui la Toscana percepisce sé stessa come una sorta di regione laboratorio, tanto da proporre nel 1973 una legge di riforma dei beni culturali che viene di fatto superata dall’istituzione del nuovo Ministero per i Beni Culturali e Ambientali voluto da Giovanni Spadolini, ma è documento toccante del clima in cui matura una rinnovata attenzione al patrimonio. Essa scaturisce dal lavoro di una commissione ove spiccano Bianchi Bandinelli ed Eugenio Garin, ma pure l’insigne paleografo e bibliotecario Emanuele Casamassima, in cattedra dal 1974 al 1988 (ma incaricato di codicologia già dal 1967).</p><p rend="text">Mette conto ricordare che diversi funzionari e dirigenti dell’amministrazione dei beni culturali avevano coltivato buoni rapporti con l’ateneo: Peleo Bacci, per esempio, vi insegnò negli anni 1917-29 e 1931-1953, nel secondo periodo da soprintendente di Siena; Giovanni Poggi, il dirigente che mise in sicurezza il patrimonio fiorentino durante la seconda guerra mondiale, aveva ottenuto la libera docenza già nel 1906, e in cattedra per brevi periodi furono anche Umberto Baldini (1956-1960; 1981-1986), Luciano Berti (1960-1964) e Ugo Procacci, che tenne corsi dopo il suo pensionamento da dirigente, nel 1970: tre protagonisti della storia della tutela del Novecento, non solo fiorentina. Più recentemente si è consolidato il rapporto con l’Opificio delle Pietre Dure, da cui proveniva anche Giorgio Bonsanti (arrivato a Firenze dall’Università di Torino nel 2002, in cattedra fino al 2009), che ha visto l’ingaggio tuttora in corso di docenti a contratto come Marco Ciatti, Cecilia Frosinini e Riccardo Gennaioli.</p><p rend="h2">4. L’Università e le biblioteche fiorentine</p><p rend="text">A Firenze libri e biblioteche sono al tempo stesso strumenti operativi e patrimoni da tutelare. I docenti dell’Università utilizzano da sempre la Biblioteca nazionale centrale di Firenze (BNCF) quale luogo di lavoro. Tra le numerose testimonianze di questo rapporto privilegiato, significativa è la targa apposta nel 2023 presso la Sala Storia dall’Associazione dei lettori della Biblioteca nazionale a ricordo di Paul Ginsborg: egli «ha sempre vissuto lo spazio della biblioteca non solo come luogo dove attendere ai propri studi ma come spazio di impegno civile, dove scambiare e nutrire idee insieme a colleghi e studenti».</p><p rend="text">Diego Maltese, in <hi rend="italic">La Biblioteca nazionale centrale di Firenze e l’università </hi>(1977), affermava di aver contattato il Rettore Enzo Ferroni dichiarando l’interesse della biblioteca da lui diretta a stabilire rapporti regolari. La BNCF si impegnava a creare le condizioni più favorevoli privilegiando sia i ricercatori con le sale di consultazione e sale tematiche, sia un utilizzo ampio delle sue risorse bibliografiche. La BNCF, in quanto Archivio del libro italiano, doveva consentire ai lettori di trovare, in sede, tutte le monografie di cui avevano bisogno. La biblioteca si impegnava, altresì, a rafforzare i rapporti nel settore della ricerca sulla conservazione del patrimonio librario e di utilizzare i docenti per la formazione dei bibliotecari. Il direttore ribadiva l’impegno di offrire tempestivamente servizi bibliografici, poco conosciuti quanto basilari, come la <hi rend="italic">Bibliografia nazionale italiana</hi>, ovvero il censimento delle principali pubblicazioni edite da case editrici italiane.</p><p rend="text">Pur elogiando questo rapporto storico, Eugenio Garin, nel 1979, in una conferenza tenuta in Nazionale e rimasta inedita, invitava l’Università a investire maggiormente nelle sue biblioteche ricche di importanti fondi antichi e moderni e renderle attraenti per i docenti; miglioramento qualitativo avvenuto negli anni successivi, con la costituzione del Sistema bibliotecario di Ateneo (SBA), divenuto in poco tempo uno dei migliori d’Italia grazie alla lungimiranza della <hi rend="italic">governance</hi>, del dirigente di turno e di bibliotecari competenti.</p><p rend="text">La collaborazione tra le due istituzioni, Università e Nazionale, è stata sancita nel 2003 da un accordo tramite cui si garantiva il tirocinio degli studenti del Master biennale in Archivistica, Biblioteconomia e Codicologia, intesa rinnovata annualmente; e dal 2015 con un accordo più ampio che prevede la partecipazione dei bibliotecari della Nazionale come docenti ai corsi del Master, senza chiedere di volta in volta il permesso alla Direzione generale del Ministero della Cultura; e, inoltre, la comune organizzazione di seminari e convegni, mostre e altri eventi. La collaborazione avviene anche tra bibliotecari. Importante è, per esempio, l’accordo per il progetto di sperimentazione e redazione del <hi rend="italic">Nuovo soggettario</hi>, elaborato dalla BNCF. Nell’estate 2014, su richiesta della Nazionale, è stata avviata l’esperienza di arricchimento del <hi rend="italic">thesaurus</hi> del <hi rend="italic">Nuovo soggettario</hi>, con particolare riguardo alla terminologia propria delle discipline scientifiche e tecnologiche: Scienze naturali, Matematica, Fisica, Chimica, Biomedicina e Ingegneria. Attualmente è in fase di definizione un nuovo accordo rispettoso del mutato scenario operativo che dal 2017 caratterizza la vita catalografica dello SBA, ovvero il progetto SBART, Sistema bibliotecario atenei Regione Toscana, che vede le università di Firenze, Pisa e Siena (insieme all’Università per Stranieri di Siena e alla rete ReDoS, Rete Documentaria Senese) presenti congiuntamente nell’Indice SBN, Servizio bibliotecario nazionale, nel polo SBT, Sistemi Bibliotecari Toscani.</p><p rend="text">Ugualmente consolidati sono i rapporti tra l’Università e le biblioteche storiche fiorentine, dalla Marucelliana alla Medicea Laurenziana, alla Riccardiana (e Moreniana) frequentate da docenti e, la prima, soprattutto da studenti. Con la Laurenziana è stata realizzata nel 2017 l’esposizione <hi rend="italic">Tesori inesplorati. Le biblioteche dell’Università di Firenze in mostra</hi>, un’occasione per valorizzare il proprio prezioso patrimonio bibliografico, che ammonta a oltre quattro milioni di volumi, molti dei quali antichi e di grandissimo pregio. La mostra era articolata in cinque sezioni disciplinari: <hi rend="italic">Il corpo umano e la sua cura</hi>; <hi rend="italic">Le scienze naturali</hi>; <hi rend="italic">Alle origini del diritto</hi>; <hi rend="italic">Le scienze applicate</hi>; <hi rend="italic">Gli studi umanistici</hi>. Per il centenario dell’Università lo SBA, insieme al Dipartimento di Medicina, ne realizza un’altra sull’educazione medica, con i libri della Biblioteca Biomedica. La Marucelliana – aperta nel 1752, quale <hi rend="italic">Marucellorum Bibliotheca publicae maxime</hi><hi rend="italic"> pauperum utilitati</hi>, come recita l’iscrizione sulla facciata di via Cavour – ha sempre mantenuto la vocazione di apertura e legame con Firenze e i suoi studenti. L’affermarsi delle biblioteche d’ateneo dagli anni Ottanta del secolo scorso non ha fatto perdere il suo ruolo, bensì è stato motivo per lo sviluppo di reciproci rapporti proficui; i bibliotecari della Marucelliana sono stati coinvolti in attività d’insegnamento, sostegno ed elaborazione di tesi di laurea, tutoraggio in occasione di tirocini universitari e partecipazione a Progetti di rilevante interesse nazionale (PRIN). Attualmente è aperta una convenzione che ha favorito la redazione di due tesi di laurea partendo dal <hi rend="italic">Mare Magnum</hi>, la monumentale opera bibliografica ideata dal suo fondatore Francesco Marucelli. La Biblioteca partecipa alle celebrazioni per il centenario dell’Università con la valorizzazione del fondo archivistico di Giorgio Luti ancora in inventariazione da parte di due studenti del corso di Storia e tutela dei beni archeologici, artistici, archivistici e librari in occasione del loro tirocinio curriculare. La Biblioteca ha sempre tenuto con l’Università e i suoi docenti rapporti stretti che hanno trovato nelle sue collezioni risorse bibliografiche per ricerche e studi in molteplici direzioni. Ne sono esempi la mostra su Dino Campana e i suoi <hi rend="italic">Canti Orfici </hi>(2024, che tiene dietro a una prima edizione nel 2014<hi rend="italic">)</hi>, di cui la Biblioteca è depositaria del manoscritto <hi rend="italic">Il più lungo giorno</hi>; e il coinvolgimento del Dipartimento di Medicina sperimentale e clinica nello studio dello straordinario disegno giovanile di Raffaello rappresentante un raro esempio di <hi rend="italic">Cristo crocifisso</hi> in <hi rend="italic">écorché, </hi>ovvero in dissezione superficiale, privo del rivestimento della pelle.</p><p rend="text">Altrettanto fondamentali sono le biblioteche delle numerose università americane (a cominciare da I Tatti) e di altri Paesi presenti a Firenze, riunite, insieme a prestigiose biblioteche di ricerca italiane, sotto l’etichetta IRIS, Associazione di biblioteche storico-artistiche e umanistiche. Non meno rilevante è la biblioteca dell’Istituto Universitario Europeo di Fiesole, ricca di risorse bibliografiche principalmente nelle discipline giuridiche ed economiche. Come poi non ricordare la biblioteca e l’archivio del Gabinetto Vieusseux, con preziosi fondi di letterati contemporanei. Decisive le biblioteche di numerosi altri istituti, fra cui quella dell’Accademia della Crusca e del Museo Galileo. Un ruolo a sé è ricoperto dalla Biblioteca Luigi Crocetti, una delle due principali raccolte in Italia (insieme a quella dell’Associazione italiana biblioteche, a Roma) in ambito bibliografico e biblioteconomico, di proprietà della Regione Toscana, ma in comodato d’uso presso la Biblioteca Umanistica in seguito a un accordo del 2012.</p><p rend="text">Le biblioteche comunali fiorentine sono il cuore dello SDIAF, Sistema documentario integrato dell’area fiorentina, un servizio capillare che copre tutti i quartieri della città, con la centrale Biblioteca delle Oblate, sempre colma di studenti in sale suggestive per la loro posizione in vista della cupola del Brunelleschi. Lo SDIAF e le biblioteche dell’Università costituiscono due poli bibliotecari diversi che tuttavia confluiscono in SBN in un’ottica di catalogazione partecipata e condivisione dei servizi. Elemento non secondario da evidenziare è che molti bibliotecari sono laureati della nostra Università. La presenza di istituzioni europee, americane e di altri continenti rende Firenze una capitale delle biblioteche non solo italiane, con la disponibilità di testi in più lingue e soprattutto di servizi bibliografici avanzati e personalizzati e ciò facilita enormemente il lavoro di ricerca dei docenti e il percorso di formazione degli studenti.</p><p rend="h2">5. L’Università e i Musei archeologici cittadini</p><p rend="text">I rapporti che l’Ateneo ha tenuto con i Musei archeologici cittadini nell’ultimo secolo si incentrano innanzitutto sul Museo archeologico nazionale, uno dei più antichi in Italia, inaugurato nel 1870 da re Vittorio Emanuele II nella sede del Cenacolo del Fuligno in via Faenza, dove alloggiava dal 1855 una collezione di reperti egizi. Ad essi furono uniti reperti greci, etruschi e romani facenti parte in origine delle collezioni medicee e lorenesi in via di smembramento, talmente numerosi che si rese necessario un trasferimento e un allestimento nel Palazzo della Crocetta, l’attuale sede. Nel tempo il museo, in virtù del suo patrimonio prevalentemente di età classica, è stato – ed è tuttora – una palestra per la didattica archeologica: le collezioni esposte, i depositi, l’archivio storico e quello fotografico, non ultima una esemplare biblioteca sono stati messi a disposizione della comunità scientifica fiorentina. Ne è sorto un sodalizio che ha portato ad assegnare ai direttori e ai funzionari lì operanti contratti di insegnamento, in tempi recenti soprattutto – ma non solo – nella Scuola di Specializzazione in Beni archeologici dell’Ateneo. Quando il Museo era parte della Soprintendenza ai Beni archeologici della Toscana anche il locale Centro di Restauro rientrava nelle occasioni di formazione e di studio dei docenti, dei ricercatori e anche dei laureandi che vi hanno avuto preziose occasioni di crescita professionale. Dobbiamo ricordare per gli anni Settanta e Novanta il ruolo attivo di alcuni docenti che, in un interscambio continuo, valorizzarono alcune collezioni: senza togliere nulla agli archeologi della prima metà del secolo scorso, mi piace ricordare, anche perché li porto nella memoria come loro studente e alcuni poi come colleghi, docenti dei vari ambiti archeologici, Enrico Paribeni (impossibile sorvolare sui suoi magistrali saggi sulla produzione ceramica greca, sui <hi rend="italic">kouroi</hi> e sui due bronzi di Riace), Luisa Banti, Giovannangelo Camporeale, Luigi Beschi, Vincenzo Saladino, Gabriella Capecchi, Sergio Bosticco, Paolo Emilio Pecorella e quanti, più giovani, sino a pochi anni fa facevano la spola tra piazza Brunelleschi e via della Pergola.</p><p rend="text">Se il coniugio tra Ateneo e Museo archeologico nazionale ha radici antiche, un ruolo importante a partire dal dopoguerra lo ha svolto anche quello con il Museo e Istituto fiorentino di Preistoria, istituito da Paolo Graziosi nel 1946 grazie ad un sodalizio tra personalità culturali e politiche fiorentine. Esso nacque con l’intento di conservare le collezioni paletnologiche e paleontologiche presenti allora a Firenze, conservate in varie sedi universitarie e non solo. Graziosi – docente di Paletnologia dal 1936 (la Cattedra di archeologia preistorica fu la seconda istituita in Italia in ordine di tempo), poliedrico studioso delle civiltà delle origini, un’autorità internazionale per quanto concerne l’arte preistorica europea e africana – riuscì a riunire molti materiali e a creare un centro di conservazione (il Museo) e di ricerca e di studio (l’Istituto) che operava con l’Università in profonda sinergia ma in totale autonomia (il Museo è un Ente privato), nella condivisione delle imprese scientifiche e anche degli spazi fisici. I locali del museo di via S. Egidio da sempre ospitano le attività didattiche degli archeologi fiorentini, anche in quelli adibiti a laboratori strumentali, e conservano la biblioteca di archeologia preistorica e alcuni fondi librari dell’Ateneo, attraverso una formale convenzione. </p><p rend="text">Il rapporto si è intensificato con la direzione del Museo assegnata ad Alda Vigliardi, che sostituì dal 1973 Graziosi sulla Cattedra di Paletnologia. Un’ulteriore evoluzione è stata attuata da chi scrive quando nel 1995 ha assunto l’insegnamento e poco dopo anche la direzione del Museo, cercando di ampliare i rapporti sotto diverse prospettive, con azioni che ancora oggi vengono reiterate. Il Museo finanzia assegni e borse di ricerca, contributi per studi, partecipa economicamente alla gestione degli scavi universitari di archeologia preistorica in Italia e all’estero, la sua Collana <hi rend="italic">Millenni. Studi di archeologia preistorica</hi> ospita monografie dei docenti fiorentini (e non solo), organizza incontri di studio in collaborazione con l’Università, e sostiene la Scuola di dottorato in Scienza dell’Antichità e Archeologia. In tempi recenti la collaborazione è stata allargata al tema dell’accessibilità e dell’inclusione, con l’avvio anche di laboratori per i corsi di laurea triennale e magistrale dedicati all’archeologia e alla museologia sociale e con la partecipazione allo sviluppo del tema dell’empatia e della cura dei disabili nella Preistoria, inteso sia come argomento didattico sia come filone di ricerca scientifica connesso allo studio dell’evoluzione cognitiva e culturale del genere <hi rend="italic">Homo</hi>.</p><p rend="text">Da ricordare è anche il coinvolgimento dell’Ateneo con la trama di Musei civici e di Centri di documentazione relativi ad evidenze archeologiche che spaziano dalla Preistoria al Medioevo attivi sul territorio provinciale e riconosciuti dal Ministero dei Beni culturali negli ultimi decenni: realtà più o meno corpose, mai «minori», che in una sorta di museo diffuso valorizzano il patrimonio locale, spesso diretti o coordinati da docenti dell’Ateneo o da ex allievi. Sotto varie forme l’Università è presente in queste strutture, collaborando con il suo personale agli allestimenti, alle attività formative e informative per il largo pubblico, alle edizioni dei materiali esposti: ne sono esempio, tra i molti, il Museo archeologico di Fiesole e quelli di Artimino, di Montelupo Fiorentino e di Dicomano. Mentre il Museo archeologico Nazionale di Chiusi, i Musei archeologici di Arezzo, di Gonfienti, di Massa Marittima e di Cortona, il Museo di Populonia con l’annesso Parco di Baratti e Populonia, il Museo Civico per la Preistoria del Monte Cetona sono rilevanti esempi dei rapporti ormai di lunga data tra l’Ateneo e varie realtà extraprovinciali. </p><p rend="text">Tutti esempi che documentano anche lo sviluppo storico dei metodi di indagine archeologica e del pluralismo dei saperi, temi questi che fanno parte da molti anni della didattica universitaria impartita a Firenze, ispirata alla concezione dell’archeologia come disciplina storica finalizzata alla ricostruzione delle antiche civiltà attraverso, come ha indicato Marc Bloch in <hi rend="italic">Apologia della storia</hi>, una «conoscenza per tracce».</p><p rend="h2">6. Musei storico-artistici: un rapporto intermittente </p><p rend="text">Il rapporto con i musei più propriamente storico-artistici, per quanto ineludibile, è storicamente incostante, per non dire accidentato. A lungo è parso di assistere alla coltivazione di due modi diversi di fare disciplina. Del resto il prestigio dei grandi musei e la qualità dei loro funzionari e direttori hanno molto spesso consentito loro di sviluppare scelte museologiche ed espositive in totale autonomia, rinunciando al dialogo con un’accademia che pareva invece votata a una ricerca pura. In fondo anche Longhi aveva realizzato altrove (soprattutto a Milano) le sue grandi mostre, in anni in cui si facevano poche esposizioni, che per questo diventavano epocali. Indicativo al riguardo è il complesso delle celeberrime mostre del 1980 dedicate a <hi rend="italic">Firenze e la Toscana dei Medici nell’Europa del Cinquecento</hi>, benedette dalla loro fedina di esposizioni europee. L’Ateneo fiorentino ben vi figura con un ruolo di rilievo coperto dallo storico dell’architettura Franco Borsi, ma è debole soprattutto nelle due mostre di più marcato carattere storico-artistico: <hi rend="italic">Committenza e collezionismo medicei in Palazzo Vecchio</hi> è infatti curata da Paola Barocchi, che all’ateneo fiorentino c’era stata per un breve periodo, negli anni sessanta; <hi rend="italic">Il primato del disegno</hi> a Palazzo Strozzi è invece curata dal soprintendente Luciano Berti, e vede schierati nella commissione scientifica in prevalenza funzionari dell’amministrazione, trascendendo completamente l’Ateneo. Il rapporto si capovolge però nel 1986, quando la mostra più corposa dell’anno in cui Firenze è capitale europea della cultura, dedicata a un <hi rend="italic">Seicento Fiorentino</hi> non ancora familiare al grande pubblico, è curata da Mina Gregori con la collaborazione di molti allievi e colleghi universitari. Per svariate ragioni, legate soprattutto alla peculiarità di una città d’arte, le mostre a Firenze hanno spesso goduto di vita propria, rispecchiando solo in parte i percorsi della ricerca universitaria, ma anzi rilanciando i musei come luoghi di ricerca, almeno quando la dimensione scientifica vi è stata o vi è prevalente. Ma nell’ultimo decennio le collaborazioni didattiche e scientifiche sia con i musei statali che con quelli comunali si sono intensificate, come dev’essere proprio di una comunità culturalmente virtuosa, approfittando anche dell’autonomia concessa ai grandi musei statali (a Firenze Accademia, Uffizi e Bargello) dalla riforma voluta dal ministro Dario Franceschini (2014). Le stesse grandi mostre dedicate da Palazzo Strozzi a Verrocchio (2019) e Donatello (2022, col Bargello) sono state in massima misura concepite in ambiente universitario da studiosi come Francesco Caglioti (Napoli Federico II, poi Scuola Normale Superiore) e Andrea De Marchi (Firenze, appunto), come largamente accademici sono i gruppi di lavoro coinvolti. Al tempo stesso, però, in una prospettiva correttamente allargata, i docenti universitari fiorentini hanno coltivato collaborazioni con i musei (e dunque anche progetti di mostra) in un’ottica non esclusivamente cittadina. Anche se la città è Firenze, proprio perché nelle sue aule l’università, se vuole essere degna della sua missione, non può che portare il mondo intero.</p><p rend="text">Molto meno scontato – e anzi per molti versi sorprendente – è che abbia avuto una ricaduta museale e sociale affatto ragguardevole la parabola di un docente raffinato e appartato come Carlo Del Bravo (all’università dal 1961 al 2008, morto nel 2017), la cui collezione è approdata nel 2020 alle Gallerie degli Uffizi per lascito testamentario: sono ben 455 opere tra dipinti, grafiche e sculture, tra cui un capolavoro assoluto come il <hi rend="italic">San Giovannino</hi> del Rosso Fiorentino. Del Bravo rappresentava una linea di metodo assai sensibile alla dimensione filosofica e spirituale del lavoro degli artisti, per molti versi alternativa a quella coltivata da Gregori e in apparenza lontana dall’operatività della tutela. Ma lo studioso era stato per decenni membro della commissione per la valutazione e le nuove acquisizioni della Galleria d’Arte Moderna di Palazzo Pitti. E parecchi suoi allievi, come Carlo Sisi, Antonio Natali, Andrea Muzzi, sono diventati funzionari ministeriali di alto profilo. Il caso induce dunque a riflettere su quanto l’Università abbia alimentato i musei fiorentini umanamente e materialmente.</p><p rend="h2">7. I rapporti con gli istituti geografici e di ricerca applicata al territorio</p><p rend="text">Fin dalla nascita dell’Istituto di Studi Superiori e prima della sua trasformazione in Università i rapporti tra la ricerca accademica in ambito geografico, le accademie, le società culturali e gli istituti fiorentini che si occupavano di studi territoriali e di cartografia sono costanti, stretti, fecondi. In una fase di grande fermento politico e culturale per la città, che coincide con una fase significativa per la storia della geografia, si consolidano relazioni che produrranno progetti di lungo respiro, opere editoriali di grande rilievo e condurranno alla nascita delle due più antiche e prestigiose società geografiche italiane, la Società Geografica Italiana (1867) e la Società di Studi Geografici (1895). Tra i protagonisti di quel periodo sono da ricordare Giovanni e Olinto Marinelli e i loro allievi Cesare Battisti, Attilio Mori, Arrigo Lorenzi, Alberto Magnaghi, che seppero rafforzare i rapporti con le istituzioni locali e con il territorio, rapporti ereditati e consolidati da Renato Biasutti, Aldo Sestini, Giuseppe Barbieri e dalla scuola geografica fiorentina.</p><p rend="text">Tra le collaborazioni più proficue che hanno coinvolto e coinvolgono, con continuità nel tempo, ricerca, didattica, progetti editoriali, eventi scientifici e di alta divulgazione sono da citare quelle con l’Istituto Geografico Militare e con l’Istituto Agronomico d’Oltremare.</p><p rend="text">Il primo, nato nel 1861 a seguito dell’unità d’Italia raccogliendo competenze e risorse umane e tecnologiche degli istituti cartografici preunitari, ha sempre avuto sede a Firenze. Questo ha certamente favorito la collaborazione e la progettualità comune che si è concretizzata nell’organizzazione congiunta di convegni e congressi, mostre, attività di alta formazione, progetti editoriali. Per quanto riguarda gli eventi scientifici basti ricordare, ai due estremi temporali, il Terzo Congresso Geografico Italiano organizzato a Firenze nel 1898 da Giovanni Marinelli con la collaborazione anche dell’amministrazione locale e dell’allora sindaco, il Marchese Pietro Torrigiani, e la partecipazione dei Reali; e la Trentesima Conferenza Internazionale dell’Associazione Italiana di Cartografia (Firenze, 2021) che ha ospitato 630 studiosi da 53 paesi.</p><p rend="text">Tra le molte pubblicazioni frutto della stretta collaborazione tra l’Università e l’Istituto è d’obbligo ricordare almeno <hi rend="italic">l’</hi><hi rend="italic">Atlante dei tipi geografici</hi> a cura di Olinto Marinelli, pubblicato nel 1922 proprio dall’Istituto Geografico Militare, un’opera di rilevanza didattica e scientifica nata dalla stretta collaborazione tra il Gabinetto di Geografia e l’Istituto, nella quale si evidenzia l’importanza della cartografia per leggere e rappresentare la distribuzione e l’evoluzione di fenomeni e processi sia fisici che antropici. Aggiornato e riedito nel 1948 è stato completamente ripensato e reso attuale e fruibile anche online nel 2004. Corre infine l’obbligo di ricordare, tra le attività di alta formazione, il master universitario di secondo livello in Geotecnologie per il monitoraggio e la gestione del territorio, svolto in collaborazione con l’Istituto dal 2006.</p><p rend="text">Anche l’attività dell’Istituto Agronomico d’Oltremare è strettamente intrecciata a quella dell’Ateneo fiorentino e, in particolare, alle Facoltà, e poi ai Dipartimenti, di Agraria e di Lettere: da un lato per l’attività sperimentale in campo agronomico e di formazione, dall’altro per la tutela e valorizzazione del prezioso patrimonio librario, documentale, cartografico e fotografico.</p><p rend="text">L’Istituto nacque nel 1904 come centro di ricerca e formazione in agricoltura tropicale e subtropicale e divenne, nel 1925, organo tecnico-scientifico del Ministero delle Colonie. Dopo la Seconda guerra mondiale offrì supporto tecnico in campo agricolo agli emigranti italiani in America latina e nel 1959 passò sotto il controllo del Ministero degli Affari Esteri, continuando a svolgere attività di ricerca e formazione con particolare attenzione ai paesi in via di sviluppo. Nel 2015 è stato soppresso: la sede e il patrimonio documentale sono stati acquisiti dall’Agenzia italiana per la cooperazione allo sviluppo (AICS). La ricchissima documentazione raccolta e prodotta in questo ampio arco temporale testimonia sia la storia dell’Istituto e delle funzioni che sono profondamente mutate nel tempo sia la storia della ricerca in agronomia, e consente di ricostruire l’evoluzione della geografia sociale e politica e del paesaggio nei paesi sui quali si sono concentrate l’attività di ricerca e formazione e le missioni dell’Istituto. Dal 2000 sono state avviate attività di ricognizione degli archivi, finalizzate al censimento e allo studio, in particolare, dei documenti fotografici. Dopo il passaggio del patrimonio ad AICS, grazie ad un accordo scientifico con il Dipartimento SAGAS e a due progetti (POR- CREO ArCES e POR-FSE ARISTEO), è stata avviata la digitalizzazione e la catalogazione della cartoteca (oltre 3000 mappe) e completata quella della fototeca (circa 64.000 fotografie), al fine di contribuire alla tutela, fruizione e valorizzazione della documentazione. </p><p rend="h2">8. Ma il vero alimento delle istituzioni culturali sono gli studenti</p><p rend="text">Il titolo del paragrafo non allude solo al fatto che musei, archivi e biblioteche si devono di necessità frequentare per formarsi, preparare esami e scrivere tesi. Quanto il contributo degli studenti sia decisivo per salvare il patrimonio da morte certa venne clamorosamente rivelato dal 1966 ma è stato confermato proprio nell’autunno del 2023, quando si sono prodigati per mettere in sicurezza gli archivi alluvionati a Campi Bisenzio. Qui merita rilevare anche l’impegno scientifico dell’Università sul fronte della salvaguardia dalle catastrofi, rinnovato con la costituzione del Progetto Firenze 2016, animato tra gli altri da Giorgio Valentino Federici e Concetta Bianca, che mira a coltivare una memoria dell’alluvione, ma soprattutto a sostenere una comunità attiva che saldi scuola, università e impresa intorno ai temi della difesa del suolo, della solidarietà e della resilienza (ne sia documento “La grande alluvione”, numero monografico della rivista <hi rend="italic">Testimonianze</hi>, 504-505-506, 2015-16). Ma ogni progettazione è vana se le sciagure non sono contrastate da una coscienza civile che devono esprimere soprattutto i più giovani. </p><p rend="text">Nel primo quarto del secolo XXI gli studenti universitari fiorentini hanno preso dimestichezza crescente con le istituzioni culturali del territorio – e soprattutto con i musei – grazie ai tirocini, curricolari o post-laurea: allievi di primo e secondo livello, specializzandi e dottorandi si sono cioè formati, e lo fanno tuttora, anche imparando a lavorare dentro le istituzioni, che a loro volta hanno tratto giovamento dall’impiego di una forza già qualificata, ma grazie al tirocinio ulteriormente affinata, che in qualche caso è addirittura rimasta a lavorarci. I tirocini hanno stabilizzato e reso regolari rapporti tra mondo accademico e museale che a lungo erano stati connotati da saltuarietà, o da una progettualità molto mirata. Quasi una piccola rivoluzione copernicana, che ha sensibilmente mutato i termini di queste relazioni. Il laboratorio è sempre il campo, ma esso ha ora più che mai bisogno dell’aula (e viceversa). Il progetto formativo definisce così un rapporto forte tra Università, musei, archivi e biblioteche finalizzato a formare non meri consumatori di cultura, ma professionisti coscienti della loro funzione sociale. E soprattutto cittadini. </p><p rend="h2">Riferimenti bibliografici</p><p rend="bib_indx_bib">Ambrosini Massari, Anna Maria, Andrea Bacchi, Daniele Benati e Aldo Galli (a cura di). 2017.<hi rend="italic"> Il mestiere del conoscitore. Roberto Longhi</hi>. Bologna: Fondazione Federico Zeri.</p><p rend="bib_indx_bib"><hi rend="italic">Atlante dei tipi geografici</hi>. 2004. 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