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        <title type="main" level="a">L’Ateneo e l’universo scolastico: il caso Scuola-Città Pestalozzi</title>
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            <forename>Stefano</forename>
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          <resp>This is a section of <title>Firenze e l’Università</title>(DOI: <idno type="DOI">10.36253/979-12-215-0282-4</idno>) by </resp>
          <name>Fulvio Conti, Emanuela Ferretti, Donatella Lippi, Antonella Salvini, Bernardo Sordi, Andrea Zorzi</name>
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        <publisher>Firenze University Press</publisher>
        <pubPlace>Florence</pubPlace>
        <date when="2024">2024</date>
        <idno type="DOI">https://doi.org/10.36253/979-12-215-0282-4.26</idno>
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          <p>Available for academic research purposes</p>
          <p>Open Access</p>
          <p>Copyright Author(s)</p>
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        <p>The paper aims to give some coordinates on the dialogue between the Athenaeum and a particular school-educational experience well rooted in Florence and recognised for its merits on an international scale, namely the Scuola-Città Pestalozzi. This is a very significant case to describe the relationship between the University and the school world because Scuola-Città was born and grew up in that laboratory of ideas nourished by the synergy between the cultural, political and pedagogical circles of the city, especially those close to liberal-socialism, and those similar to the University.</p>
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            <item>post-World War II</item>
            <item>Educational excellence</item>
            <item>liberal socialism</item>
            <item>reconstruction of Italy</item>
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      <p>It is available online at https://doi.org/10.36253/979-12-215-0282-4.26<ref target="https://doi.org/10.36253/979-12-215-0282-4.26" /></p>
      
      <p rend="h1_chapter">L’Ateneo e l’universo scolastico: <lb/>il caso Scuola-Città Pestalozzi</p><p rend="h1_author ParaOverride-1">Stefano Oliviero</p><p rend="h2 ParaOverride-2">1. Un organo costituzionale</p><p rend="text">L’Università di Firenze, nel corso dei suoi cento anni, ha avuto senza dubbio uno scambio intenso e spesso virtuoso con il territorio; un rapporto caratterizzato da innumerevoli intrecci che, nel caso delle questioni scolastico-educative, hanno interessato quasi tutti gli ambiti disciplinari (come per la formazione degli insegnanti) e diversi settori della città con le loro storie e specificità. La scuola d’altro canto è di per sé un organismo complesso e fondamentale che fa da substrato portante all’organizzazione di ogni Paese. Fra il 1924 e il 2024, mentre il fascismo tentò di asservirla per farne uno strumento di propaganda e una fucina della cosiddetta rivoluzione fascista dello Stato, la Repubblica, seppur con qualche incertezza e svariate resistenze, le ha invece conferito un ruolo chiave per lo sviluppo della democrazia. Una delle espressioni forse più efficaci per definire la complessità della scuola e il ruolo che avrebbe dovuto interpretare nella neonata Repubblica, fu coniata nel 1950 proprio da un docente fra i più celebri dell’Ateneo fiorentino, che ne fu anche Rettore, Piero Calamandrei. Egli ricoprì tale prestigioso incarico fra il 1943 e il 1947 (con una sospensione fra settembre del 1943 a ottobre del 1944) in una delle stagioni più drammatiche e al tempo stesso fondative del nostro Paese, guidato da una vibrante passione civile, maturata specialmente a partire dalla fine degli anni Trenta, sentimento che lo avrebbe accompagnato poi per il resto della vita.</p><p rend="text">Ebbene, proprio sulla scorta di quella passione in un celebre discorso tenuto al congresso dell’Associazione per la Difesa della Scuola Nazionale (ADSN) del 1950, Calamandrei sostenne che la scuola è un organo vitale della democrazia, che anzi poteva essere addirittura definita un organo costituzionale, al pari della Camera dei deputati, del Senato, del Presidente della Repubblica e della magistratura.</p><p rend="text">«Se si dovesse fare un paragone tra l’organismo costituzionale e l’organismo umano» affermò Calamandrei, «si dovrebbe dire che la scuola corrisponde a quegli organi che nell’organismo umano hanno la funzione di creare il sangue. Gli organi ematopoietici, quelli da cui parte il sangue che rinnova giornalmente tutti gli altri organi, che porta a tutti gli altri organi, giornalmente, battito per battito, la rinnovazione e la vita» (Calamandrei 2008).</p><p rend="text">Il richiamo all’idea di scuola del primo Rettore della Firenze liberata, oltre a calarci nell’oggetto di questo mio breve contributo, ci ricorda però quanto il tracciare la storia centenaria del rapporto tra l’Ateneo e le istituzioni educative e scolastiche fiorentine, sia di per sé un’impresa ardua, a maggior ragione se condensata in poche pagine.</p><p rend="text">Ed è stata proprio questa la ragione che mi ha indotto a far convergere lo sguardo su una realtà circoscritta ma capace allo stesso tempo di restituire la cifra della storia di uno scambio denso, vicendevole e fecondo fra scuola e università. In breve, ricostruirò di seguito alcuni fra i molti passaggi della relazione intercorsa fra l’Ateneo e una singola esperienza scolastico-educativa ma d’eccellenza, ben radicata a Firenze e riconosciuta per i suoi pregi su scala internazionale, ovvero Scuola-Città Pestalozzi. Esperienza in certo senso in sintonia con l’accennata idea di scuola di Calamandrei, alla cui realizzazione hanno concorso direttamente e indirettamente, fin dalla sua fondazione, le competenze di alcune autorevoli figure presenti nella nostra Università. Scuola-Città nacque infatti subito dopo la Liberazione della città dall’occupazione nazifascista della città, nel quartiere popolare e martoriato di Santa Croce, su iniziativa di Ernesto Codignola, noto pedagogista, docente e a lungo direttore dell’Istituto (dal 1935 Facoltà) di Magistero di Firenze, e della moglie Anna Maria Melli. Essi erano i genitori dell’altrettanto noto Tristano Codignola, detto Pippo, segretario in quegli anni del Partito di Azione di Firenze e amministratore delegato de La Nuova Italia editrice.</p><p rend="text">Progettata già nel corso del ‘44 all’interno del Pd’A per poter disporre di un modello di scuola di rottura da estendere poi a tutto il Paese dopo la Liberazione, Scuola-Città Pestalozzi venne resa operante, come accennato, nel gennaio del 1945, quando ancora la parte nord dell’Italia era sotto assedio. Il quartiere di Santa Croce non fu scelto a caso. Contrariamente alla logica meritocratica del passato, essa fu volta all’inclusione dei diseredati, ovvero a salvare dalla strada i ragazzi di Santa Croce e a educarli all’autogoverno in sintonia con i principi dell’educatore svizzero Enrico Pestalozzi. Nel clima poi di rifondazione e rilancio dell’immediato dopoguerra, essa divenne presto un simbolo di rinascita democratica e di sforzo, anche in termini pedagogici, di emancipazione dal fascismo e dalla pedagogia che aveva dominato durante il Ventennio, quella gentiliana. Sforzo per certi versi in linea con quello stesso, personale, che stava compiendo il cofondatore della Scuola, Ernesto Codignola. Questi era stato infatti uno dei più attivi collaboratori di Giovanni Gentile al fianco del quale aveva lavorato alacremente, sul piano teorico e su quello operativo, per buona parte del Ventennio fascista. </p><p rend="text">Nel corso degli anni Trenta, Ernesto Codignola cominciò poi ad assumere progressivamente posizioni differenti, fino ad aderire al Partito d’Azione durante la guerra di Liberazione, forse anche per influenza del figlio, Tristano, che per la sua ferma opposizione al fascismo, venne spedito al confino, con grande dolore dei genitori. Ernesto Codignola diventerà poi negli anni successivi, grazie alla stessa casa editrice di famiglia, La Nuova Italia, uno dei maggiori promotori nel nostro Paese del rinnovamento pedagogico, secondo prospettive distanti dal neoidealismo gentiliano di cui comunque, va ricordato, Codignola continuò a condividere alcune istanze teoriche e altrettanti elementi di orientamento politico-scolastico (Betti 2022; Oliviero 2023)<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi xml:id="footnote-021-backlink"><ref target="_26.html#footnote-021">1</ref></hi></hi>. Se pur non sia questa l’occasione per dilungarsi al riguardo, vista la centralità di Ernesto Codignola a Firenze e in specie nella Facoltà di Magistero nonché in Scuola-Città Pestalozzi, non si poteva non fornire qualche minimo riferimento al fine di consentire di meglio inquadrare la sua figura, a più riprese già approfondita ma ancora da sottoporre ad ulteriore vaglio (Ragazzini, Tassinari 2003; <hi rend="italic">Ernesto Codignola in 50 anni di battaglie educative</hi> 1967).</p><p rend="text">Solo a titolo di esempio, per ricostruire gli scambi l’Ateneo e Scuola-Città, mi sono imbattuto, fra le molte carte, in una lettera del luglio 1945 di Margherita Fasolo indirizzata a Ernesto Codignola, di cui lei era allieva e collaboratrice, lettera nella quale la pedagogista ed ex gappista di Giustizia e Libertà, forniva di fatto elementi significativi circa il percorso politico di emancipazione dal passato compiuto in quel periodo dal suo maestro, sul quale rimane ancora molto da indagare, come accennato. L’oggetto dell’intera lettera, infatti, era il processo di epurazione al quale pareva in quel momento dovesse essere sottoposto Codignola a causa dei suoi trascorsi fascisti. Oltre a dichiarare tutta la sua indignazione per quella «sorda campagna», la Fasolo spiegava le ragioni per cui a suo parere l’accusa di fascismo rivolta al suo maestro fosse una «vera iniquità», poiché egli al contrario era stato una figura per anni</p><p rend="quotation_b">osteggiata e sistematicamente boicottata da gerarchi e gerarchetti per la sua coraggiosa opera di educatore dei giovani ai sensi di libertà e di critica spregiudicata. La conosco da quasi vent’anni, professore, [continuava la Fasolo] e devo anch’io a lei, come tanti altri miei compagni di studi, la sveglia dal sonno dogmatico, e l’avviamento all’antifascismo. So quanto lei ha operato efficacemente contro il fascismo […] Penso sempre con commozione, alla semplicità e naturalezza con cui lei, uomo di studio e di pensiero, passò senza tentennamenti all’azione, collaborando con noi giovani (non più tanto giovani) anche nell’organizzazione militare delle nostre gap e formazioni partigiane: più volte ho consegnato a lei le rivoltelle e i caricatori che avevo trovato per mezzo di altri collaboratori, più volte nel trasmetterle le armi destinate alla nostra lotta di liberazione ho pensato con angoscia al grave pericolo che lei correva poiché la sua persona aveva già troppo attirato l’attenzione degli occhiuti aguzzini. Una volta le consegnai anche due o tre bombe a mano che lei mise nella sua borsa di pelle con la massima naturalezza, insieme alla stampa clandestina. Dopo aver tanto sofferto ed operato per la causa comune, nei lunghi anni dell’attesa e preparazione prima, nei lunghi mesi della guerra clandestina poi<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-020-backlink"><ref target="_26.html#footnote-020">2</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">Pur considerando la stima e la dedizione riservata al suo Maestro, crediamo nell’autenticità di questa testimonianza privata, il cui contenuto è del resto comprovato da altre coraggiose e pubbliche iniziative di Codignola, prima della caduta del fascismo. Comunque su Margherita Fasolo torneremo, pur ribadendo che, dato il rapporto particolare che intercorreva fra l’allieva e il suo Maestro, non può certo una sola fonte rispondere ad una domanda storica di simile portata.</p><p rend="h2">2. Un aiuto fattivo e illuminato</p><p rend="text">Come accennato, Scuola-Città Pestalozzi rappresenta un caso assai significativo per mettere a fuoco e cercare di raccontare l’intreccio fra l’Ateneo e il mondo della scuola, perché essa è nata e cresciuta in quel laboratorio di idee nutrito dalla sinergia fra gli ambienti culturali, politici e pedagogici della città, specialmente quelli vicini al liberal-socialismo e quelli analoghi dell’Università. </p><p rend="text">Inoltre Scuola-Città fu un simbolo esemplare della rinascita del Paese con un carattere programmatico in netta antitesi al Fascismo, grazie anche all’apertura verso le innovazioni pedagogiche e democratiche, tanto da divenire presto una delle esperienze scolastiche più apprezzate in Europa e anche negli USA. Carleton Washburne, seguace di Dewey, prima capo della sottocommissione della Commissione militare alleata in Italia e poi commissario alleato per l’istruzione in Italia (Santoni 1987, 665), nonché conoscitore delle più importati esperienze scolastiche innovative nel mondo, nel 1947 non esitò a definirla «tra le migliori di tutti i paesi» per «il genere di spirito e di atmosfera che rappresenta la miglior pratica della moderna educazione», una scuola con un’eccellente organizzazione degli studenti «basata sul senso della responsabilità», dunque «il genere di scuola che prepara i migliori cittadini di domani» (Codignola 1969, 223).</p><p rend="text">Scuola-Città mosse quindi i primi passi nel gennaio del 1945, prima della Liberazione definitiva del Paese, in via S. Giuseppe nel rione di Santa Croce, sostenuta in prima battuta finanziariamente dalla Fratellanza popolare della sezione fiorentina del Partito d’ Azione e da un gruppo di industriali fra cui la vedova dell’industriale pratese Giulio Gori, partigiano combattente delle brigate di Giustizia e Libertà, attraverso un Patronato scolastico, poi trasformato in Fondazione, che la signora Gori volle fosse dedicato alla memoria del marito, caduto nell’agosto del 1944; Fondazione che divenne l’ente gestore della scuola (Codignola 1969, 229).</p><p rend="text">Come accennato, la scuola non intendeva limitare il suo scopo all’accoglienza dei giovani diseredati, perché si fece subito promotrice di innovazioni didattiche e educative rispetto alle scuole tradizionali. In sostanza nacque come scuola elementare privata quinquennale, seguita poco dopo da un ciclo post-elementare triennale, entrambi a tempo pieno (dalle 8.30 alle 17.30), in cui i programmi ministeriali ufficiali erano integrati da una serie di attività laboratoriali di studio e manuali (falegnameria, giardinaggio, stamperia, calzoleria…) e dotata di particolare autonomia in quanto riconosciuta, dal 1946 in via provvisoria e nel 1953 in via definitiva, come «scuola di differenziazione didattica» dal ministero della p. i. (Codignola 1969, 228). </p><p rend="text">Organizzata come una comunità dove ognuno aveva un ruolo (portinaio, cuoco, telefonista, infermiere, etc), ne erano parte integrante vari organi elettivi degli alunni fra cui una Giunta cittadina, formata quindi dagli assessori e presieduta da un sindaco, un tribunale (Corte d’Onore) e una mutua per l’assistenza sanitaria degli studenti. Gli alunni si occupavano inoltre della redazione giornalistica ovvero della pubblicazione di un periodico intitolato <hi rend="italic">Il nostro piccolo mondo</hi>. Si trattava, in breve, di una educazione scolastica fondata come accennato sull’autoistruzione e sull’autogoverno, dunque sulla partecipazione attiva degli insegnanti e degli alunni (Codignola 1969, 49).</p><p rend="text">Senza dubbio aperta all’attivismo e contraria agli emblemi della scuola tradizionale («il banco, per esempio è il simbolo di una filosofia dell’educazione che dobbiamo ripudiare»), Scuola-Città fu comunque ferma nel rifiuto di «sostituire metodi a metodi» e di «scientificizzare» la didattica coerentemente ad alcuni principi fondamentali del neoidealismo. Una scuola, insomma, dove accanto alla promozione delle competenze manuali e della salute fisica, attraverso una alimentazione adeguata e un’altrettanta cura igienica, si rispettavano scrupolosamente il «tatto morale e religioso, il gusto dell’arte, lo spirito scientifico, la penetrazione filosofica». In sintesi si mirava ad «una formazione armonica della persona» idealisticamente orientata da un’educazione «disinteressata, liberale, umanistica» (Codignola 1969, 46-8). </p><p rend="text">Dopo questo sintetico quadro di insieme su Scuola-Città Pestalozzi, si delineerà di seguito per sommi capi il dialogo con l’Ateneo, entrando nel merito degli snodi principali di tale rapporto, evidenziando il ruolo svolto al riguardo da alcune accreditate figure di docenti appartenenti all’università locale. Al riguardo occorre fare una premessa, ovvero che una delle principali preoccupazioni del Direttore di Scuola-Città e dei suoi fondatori, quella per così dire incombente, fu la ricerca di finanziamenti e di adeguati riconoscimenti istituzionali, affinché essa potesse esser «economicamente autonoma e indipendente dalle fluttuazioni della politica» (Codignola 1969, 60) e poter così «condurre a termine» l’esperimento e diffonderlo in Italia e all’estero<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi xml:id="footnote-019-backlink"><ref target="_26.html#footnote-019">3</ref></hi></hi>. Un’intensa e alacre attività nella quale Codignola, affiancato dalla moglie, non esitò ad infondere tutte le proprie energie per sollecitare enti, fondazioni e istituzioni, fra cui appunto anche l’Università di Firenze, affinché potessero fornire un fattivo sostegno nonché, più prosaicamente, contribuissero ad intercettare donazioni da far confluire nella Fondazione Gori, l’ente gestore della scuola, al fine di coprire i bilanci o poter organizzare le colonie estive, oppure ottenere attrezzature didattiche o risorse di altra natura.</p><p rend="text">Dalle carte giacenti nell’archivio di Ernesto e Anna Maria Codignola, di cui mi sono principalmente avvalso per ricostruire il quadro qui di seguito delineato, emerge infatti un’evidente opera di tessitura attuata dal pedagogista e dalla moglie, consistente in incessanti scambi con parecchi interlocutori nazionali e internazionali, pubblici e privati, che vanno, a titolo esemplificativo, dall’Ufficio del Turismo cittadino alla Olivetti, dalle donazioni liberali dei singoli cittadini a quelle della Confederazione elvetica, per non parlare delle agenzie internazionali come la Fao o l’Unesco.</p><p rend="text">Altrettanto fitto, sempre per garantire la sopravvivenza della scuola, risulta lo scambio epistolare con gli uffici ministeriali centrali e periferici. Una attività che oggi chiameremmo di networking e di fundraising sicuramente fondamentale per ogni scuola di quella natura, ma che, nel caso specifico di Scuola-Città – nata come scuola privata, aspirante però al riconoscimento della amministrazione pubblica, conservando una propria autonomia decisionale – divenne propriamente e assai presto indispensabile.</p><p rend="text">L’esperimento dei Codignola incontrò infatti fin dal suo esordio svariati ostacoli procedurali dovuti anche ad una certa diffidenza delle autorità scolastiche centrali e periferiche. Ad esempio, per ottenere la qualifica di Ente Morale, la Fondazione Giulio Gori, l’ente gestore della scuola, dovette intraprendere una lunga trafila burocratica conclusasi solo nel 1953, per poi incontrare altrettante difficoltà nella stipula della convezione fra la Fondazione e il ministero della pubblica istruzione, che si concluse solo il 25 marzo del 1958 (Codignola 1969, 237). D’altro canto, entrambi gli obiettivi erano di vitale importanza per la scuola in quanto requisiti necessari per mantenere formalmente l’autonomia didattica. Dalle carte dell’Archivio emergono pure altre battaglie quotidiane dei fondatori, fra cui ricorrenti trattative con il ministero o con i singoli provveditorati per garantire a Scuola-Città un adeguato numero di maestri comandati, tali da assicurare il funzionamento annuale, che prevedeva numerose e non comuni attività didattiche e educative.</p><p rend="text">Nella complessa trama di fili intrecciata dai coniugi Codignola, ovviamente privilegeremo qui quelli che riconducono all’ambiente accademico fiorentino o all’Università di Firenze come istituzione. Infatti se l’Ateneo come laboratorio di ricerca, lo abbiamo accennato, era all’origine e poi alla base della crescita di Scuola-Città, in seguito Ernesto Codignola, nella sua veste di Direttore della Pestalozzi, cercò di avvalersene al fine di risolvere alcuni problemi di gestione e funzionamento ordinari della scuola stessa, come si vedrà di seguito.</p><p rend="h2">3. Sul filo di Borghi</p><p rend="text">Il filo forse più significativo da seguire è quello che conduce a Lamberto Borghi con il quale Codignola stabilì un contatto, per questioni tuttavia non solo inerenti a Scuola-Città, fin dalla seconda metà degli anni Quaranta, ovvero fin dagli anni in cui il pedagogista livornese faceva ancora la spola fra l’Italia e gli Stati Uniti dove era migrato (e rimasto per anni) per sfuggire alle leggi razziali del 1938. Fra il 1946 e il 1948 i due si scambiarono infatti alcune lettere dalle quali affiora senza ombra di dubbio una collaborazione costante e affatto sporadica di Borghi a sostegno della scuola fiorentina e pure all’allestimento delle colonie di cui egli sembra aver curato in prima persona molti particolari operativi e logistici direttamente sui vari territori in cui furono dislocate. Dagli Usa invece fece da tramite per una fornitura di strumenti sanitari indispensabili per il gabinetto medico avviato in via San Giuseppe con il quale rispondere ai bisogni igienico-assistenziali degli alunni, finalità primaria di Scuola-Città (Codignola 1969, 234), mentre sul versante culturale e scientifico si adoperò per diffondere negli ambienti pedagogici newyorkesi informazioni e approfondimenti sull’esperimento didattico-educativo di Santa Croce/Codignola<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-018-backlink"><ref target="_26.html#footnote-018">4</ref></hi></hi>. </p><p rend="text">Fra uno scambio e l’altro, Borghi approfittò poi per prendere accordi circa la pratica sulla sua libera docenza in Pedagogia che avrebbe acquisito successivamente con l’intermediazione appunto di Codignola<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi xml:id="footnote-017-backlink"><ref target="_26.html#footnote-017">5</ref></hi></hi>. In quel periodo, siamo alla fine degli anni Quaranta, Borghi infatti non era ancora docente universitario ma da lì a qualche anno farà parte dell’Ateneo fiorentino e in particolare del Magistero, che era nel frattempo diventato – in gran parte grazie ai vasti rapporti esteri di Codignola – un punto di rifermento internazionale nel panorama scolastico e pedagogico. Dall’a.a. 1955/1956 Lamberto Borghi coprì poi la cattedra di pedagogia lasciata per ragioni di quiescenza da Codignola, ma già da diversi anni in stretto contatto con lui e con il gruppo di studiosi che gravitava intorno alla casa editrice di famiglia, La Nuova Italia, gruppo definito non a caso la ‘Scuola di Firenze’, di cui fra l’altro divenne l’esponente più autorevole. E infatti, passò proprio a lui la direzione della rivista pedagogica fondata nel 1950 da Codignola, allorché questi, per ragioni di salute, fu costretto nel 1956 a farsi dapprima ufficiosamente e in seguito ufficialmente da parte (Cambi 1982; Mariuzzo 2016; Oliviero 2023).</p><p rend="text">Dopo poco il suo insediamento a Firenze, esattamente nel 1955-56, stando alle fonti presenti nell’Archivio dei coniugi Codignola, ubicato a Pisa, Borghi ebbe un ruolo, come docente dell’Ateneo, per dirimere l’annosa questione, già accennata, della convenzione fra la Fondazione Gori e il Ministero della Pubblica istruzione, convezione, giova ricordarlo, irrinunciabile per il corretto funzionamento di Scuola-Città. Dopo ripetuti e accorati appelli di Codignola, il ministro p.i. Paolo Rossi, il 25 luglio del 1956, concesse infatti il proseguimento della sperimentazione ma negò la convenzione e con essa tutti i benefici ad essa legati come il sussidio economico e la gestione autonoma degli insegnanti. </p><p rend="text">Il diniego di Rossi parrebbe aver orientato Codignola, e il suo entourage, a cambiare i piani e ad optare per una soluzione differente ovvero per una sorta di annessione di Scuola-Città alla Facoltà di Magistero, trattativa della quale pare avessero discusso a più riprese al loro interno e di cui appunto avrebbe dovuto farsi carico proprio Borghi. L’idea, esposta in una lettera di Margherita Fasolo dell’agosto 1956 ad Anna Maria Codignola, prevedeva infatti una convenzione fra l’Università e l’Ente Morale, ovvero la Fondazione Gori, da sottoporre al Ministero, eludendo dunque la convenzione diretta tra Fondazione Gori e M.P.I.</p><p rend="text">Tuttavia, pare di evincere che Borghi non condividesse il progetto, stando sempre alla citata lettera della Fasolo, la quale giungeva a consigliare di «metterlo con le spalle al muro».<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-016-backlink"><ref target="_26.html#footnote-016">6</ref></hi></hi> Al di là delle incertezze di Borghi il progetto di annessione, con tutta probabilità, subì una battuta d’arresto a causa di un evento infausto che colpì il gruppo di Scuola-Città. Nell’ottobre del 1956, meno di due mesi dopo aver scritto la lettera citata, Margherita Fasolo infatti morì prematuramente, aveva cinquantuno anni, e improvvisamente. Peraltro, con lei venne meno anche un importante tramite fra Scuola-Città e gli ambienti del magistero fiorentino. Un ruolo che andrebbe meglio approfondito, rispetto a quanto già fatto, insieme a quanto qui delineato piuttosto velocemente (Cambi 2014).</p><p rend="text">Pare tuttavia di poter sostenere, stando ai successivi sviluppi, che il lavoro per stabilire un legame formale fra Scuola-Città e l’Ateneo continuò a fare il proprio corso, tant’è che nel 1957 Borghi fu nominato prima membro consultore della Fondazione Gori, in rappresentanza della Facoltà di Magistero e poi membro effettivo del Consiglio di amministrazione<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi xml:id="footnote-015-backlink"><ref target="_26.html#footnote-015">7</ref></hi></hi>. D’altra parte, a Codignola premeva suggellare il suddetto rapporto con l’Università, spinto senza dubbio dalla possibilità, prospettata dalla Fasolo, di raggiungere la sospirata convenzione fra Fondazione Gori e il ministero della pubblica istruzione. Ma a convincerlo furono pure altri fattori. Alla fine del 1957 emerse infatti l’opportunità per Scuola-Città di ottenere cospicui finanziamenti dalla Carnegie Foundation for the Advancement of Teaching, destinati però solamente alle Università<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi xml:id="footnote-014-backlink"><ref target="_26.html#footnote-014">8</ref></hi></hi>. Quindi se la scuola di Santa Croce fosse stata organica all’Ateneo ne avrebbe potuto usufruire, come vedremo presto.</p><p rend="text">Per tornare invece alla questione da dirimere con il ministro p. i., Paolo Rossi, va sottolineato che nel contempo Codignola aveva esplorato pure la strada del ricorso al Consiglio di Stato per poi inclinare per la «confutazione giuridica delle tesi del ministro», il quale, a parere del pedagogista, aveva «tutto il diritto di opporsi alla continuazione dell’esperimento, se crede, ma – aggiungeva – non può pretendere, tutto d’un tratto, che io gli imprima una fisionomia tutta diversa dalla originaria concordata fra le parti»<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-013-backlink"><ref target="_26.html#footnote-013">9</ref></hi></hi>. Della confutazione si fece volontariamente carico, probabilmente ai primi di settembre del 1956, un altro autorevole esponente del contesto liberal-socialista fiorentino, amico e regolare finanziatore di Scuola-Città<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-012-backlink"><ref target="_26.html#footnote-012">10</ref></hi></hi>, ovvero Piero Calamandrei. </p><p rend="text">Fra questi e i Codignola c’erano fra l’altro da tempo interlocuzioni e scambi di vario genere. Ad esempio Tristano o Pippo – figlio come già detto di Ernesto Codignola – lo aveva prescelto alla facoltà di giurisprudenza come suo maestro e tale era stato per lui anche politicamente. Il noto giurista fiorentino era stato infatti fra gli ispiratori e poi promotori del movimento liberalsocialista. Nell’aprile del 1945 egli aveva inoltre fondato presso la Le Monnier editrice di Firenze la rivista <hi rend="italic">Il Ponte</hi>, trasferita però dopo un anno o poco più presso la casa editrice della famiglia Codignola, per volontà di Tristano, tramite il suo intimo amico Enzo Enriques Agnoletti, membro del consiglio di amministrazione de La Nuova Italia. Non è dunque un caso che fosse proprio Tristano Codignola il primo a raccogliere la disponibilità del giurista<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-011-backlink"><ref target="_26.html#footnote-011">11</ref></hi></hi>. Dal canto suo, Ernesto Codignola era stato fra i docenti che avevano proposto e poi sostenuto il nome di Calamandrei per l’incarico di Rettore nel luglio del 1943, incarico poi coperto dal giurista durante il cosiddetto governo dei quaranta giorni dal 26 luglio all’8 settembre del 1943 (Sordi 2005) e poi ripreso l’anno successivo dopo la liberazione della città. </p><p rend="text">Tornando alla pratica del ricorso, va sottolineato per inciso che non era la prima volta che Calamandrei si prodigava per Scuola-Città. Fra le carte dell’archivio Calamandrei, conservate a Firenze, e fra quelle dell’archivio di Ernesto e Anna Maria Codignola, è infatti reperibile un dattiloscritto non datato ma collocabile fra il 1954 e il 1955, in cui il giurista in nome del «comitato pro Scuola-Città Pestalozzi» tesseva le lodi dell’esperimento fiorentino incoraggiando elargizioni di offerte economiche o di «suggerimenti»<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-010-backlink"><ref target="_26.html#footnote-010">12</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">Quanto alla suddetta pratica, che esaminò insieme al suo allievo Paolo Barile, Calamandrei consigliò Codignola di non procedere attraverso la via del ricorso al Consiglio di Stato, in quanto a suo parere avrebbe avuto scarse chance di successo e soprattutto avrebbe precluso una eventuale soluzione amichevole o politica. Egli suggerì semmai di percorrere «la via del ricorso amministrativo per via gerarchica, cioè un esposto ufficiale della Scuola al ministero», al fine di prospettare la questione giuridica ma unitamente a quella didattico-pedagogica. In questo modo si sarebbe salvaguardata la possibilità di tutela giurisdizionale contro la decisone del ministero sul ricorso guadagnando il tempo necessario per tentare ancora la soluzione politica con l’intermediazione dello stesso Calamandrei, che avrebbe interpellato Antonio Segni (sottoscrittore nel 1953, da ministro, della qualifica di Ente morale alla Fondazione Gori), e di Pippo Codignola, che, nella sua veste di parlamentare, avrebbe potuto tentare di raggiungere il Presidente della Repubblica, Giovanni Gronchi<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-009-backlink"><ref target="_26.html#footnote-009">13</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">Il consiglio di Calamandrei fu accolto integralmente dal direttore di Scuola-Città ed esso ebbe esito positivo, se pur non nell’immediato, probabilmente grazie ad un lavoro corale di sostegno politico dell’istanza in diverse sedi. Intanto, nel mese di settembre del 1956, Calamandrei scompariva, lasciando a Firenze e non solo, un grande vuoto. Quanto alla agognata convenzione fra la Fondazione Gori e il ministero della pubblica istruzione, essa si fece ancora attendere in quanto fu firmata solo dal successore di Paolo Rossi, Aldo Moro, il 25 marzo del 1958. </p><p rend="h2">4. Il protocollo con il Magistero</p><p rend="text">La firma della convenzione con il ministero non fece però tramontare l’intenzione di stabilire un rapporto formale istituzionalizzato, oltre a quello da sempre operante nei fatti, di Scuola-Città con l’Ateneo. Già alla fine del 1957, lo abbiamo visto, sollecitato dalla prospettiva di accedere ad importanti sovvenzioni, Codignola tornò a fare una certa pressione su Lamberto Borghi. </p><p rend="text">«Posso confermare che il professore Lapalombara» scriveva infatti a Borghi:</p><p rend="quotation_b">specie dopo avere visitato la scuola, si è mostrato molto disposto a favorire il nostro piano di affiancare la Scuola-Città all’università. Il Lapalombara e i suoi amici hanno l’occhio alla Fondazione Carnegie; però questa Fondazione ricchissima vuole circoscrivere i suoi aiuti, anche cospicui, a favore delle università e pare inutile interessarla ad altro. Nel febbraio il decano della Michigan University verrà a Firenze, e occorre fargli trovare il terreno preparato se no non otterremo nulla né ora né mai. Ci siamo sentiti dire che gli italiani devono provvedere da sé ai fatti propri, ed è giusto. Dobbiamo dunque lavorare col Rettore e con il ministero nel senso da noi voluto e non mi pare che ci sia tempo da aspettare tantomeno che altri possa fare per lei che è il titolare della cattedra di pedagogia<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi xml:id="footnote-008-backlink"><ref target="_26.html#footnote-008">14</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">Al di là dell’esito finale di questa opportunità e dei rapporti con Joseph Lapalombara, che meritano anch’essi ulteriori approfondimenti, Borghi effettivamente si adoperò in tal senso, tant’è che il Consiglio della Facoltà di Magistero affrontò il tema del protocollo in almeno due sedute nell’estate del 1958. Nel consiglio di Facoltà del 12 giugno fu infatti sempre Lamberto Borghi ad esporre ai colleghi l’idea di «utilizzare» Scuola-Città «ai fini dell’addestramento alla sperimentazione didattica e scientifica, nel campo, pedagogico, degli studenti del Magistero» soddisfacendo peraltro un’esigenza avvertita, sosteneva sempre Borghi, in Italia e rilevata dall’Istituto di pedagogia fiorentino (parte integrante della Facoltà), di offrire occasioni di tirocinio presso le scuole. Il Consiglio, oltre a condividere le osservazioni con cui Borghi aveva corredato la presentazione, concordò sulla rilevanza e sulla opportunità di siglare l’accordo la cui attività avrebbe dovuto esser poi coordinata dal titolare della cattedra di pedagogia. Deliberò inoltre la necessità dell’intervento diretto della Facoltà nella «scelta del personale insegnante e direttivo» della scuola<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-007-backlink"><ref target="_26.html#footnote-007">15</ref></hi></hi>. </p><p rend="text">Ernesto Codignola dal canto suo espresse al preside Nencioni viva soddisfazione, allertandolo però sui meccanismi di cui tener conto per dare impulso al protocollo, ovvero dello Statuto dell’ente gestore della scuola, la Fondazione Gori, e della convenzione da poco chiusa con il ministero della pubblica istruzione. Dopo ulteriori trattative fra Nencioni, Codignola e Alessandro Setti, diventato nel frattempo presidente della Fondazione ma anch’egli docente incardinato nell’Ateneo, il 26 giugno il Consiglio di Facoltà approvò il via libera ad un accordo a condizione che la Fondazione Gori avesse modificato lo Statuto in modo da consentire la partecipazione della Facoltà nella scelta del direttore generale di Scuola-Città, presupposto sul quale le parti si erano già accordate informalmente<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-006-backlink"><ref target="_26.html#footnote-006">16</ref></hi></hi>. Da lì in poi, come scrisse Nencioni a Codignola, stava a «il buon Borghi» darsi «da fare per vincere le inerzie amministrative: giacché non resta[va] che stendere la convenzione tra il Rettore e la Fondazione Gori»<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-005-backlink"><ref target="_26.html#footnote-005">17</ref></hi></hi>. Insomma, come ribadì Nencioni in un’ulteriore lettera pochi giorni dopo, adesso competeva a «l’ottimo Borghi mettere in moto la macchina, d’intesa col non meno bravo Laporta»<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-004-backlink"><ref target="_26.html#footnote-004">18</ref></hi></hi>, ovvero il nuovo direttore di Scuola-Città subentrato a Codignola proprio in quel periodo e inserito di lì a poco nell’organico stesso come docente dell’Ateneo fiorentino grazie all’intermediazione dello stesso Codignola<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-003-backlink"><ref target="_26.html#footnote-003">19</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">Per quanto in dirittura di arrivo, l’operazione tuttavia non andò in porto. Ciò fu dovuto a un motivo non certo di poco conto. In sintesi, Alessandro Setti provvide sì a prendere accordi con la Facoltà e a stendere un testo di convenzione che sottopose all’attenzione del Rettore, Piero Lamanna<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-002-backlink"><ref target="_26.html#footnote-002">20</ref></hi></hi>. È che quel testo divergeva dai contenuti di massima deliberati dal Consiglio di Facoltà a cui abbiamo fatto cenno, i quali però erano già passati dagli organi di Ateneo. In particolare, a balzare agli occhi di Lamanna, fu un articolo della convenzione per il quale la Facoltà, e dunque l’Università, avrebbe garantito un eventuale sostegno economico ai piani annuali della sperimentazione con Scuola-Città, clausola decisamente respinta da Lamanna<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-001-backlink"><ref target="_26.html#footnote-001">21</ref></hi></hi>. E a nulla valse un intervento chiarificatore di Setti, cosicché l’atto si arenò<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-000-backlink"><ref target="_26.html#footnote-000">22</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">Tornando invece a Laporta, che negli anni fiorentini fu anche lui parte della cosiddetta ‘Scuola di Firenze’ e della pedagogia progressista italiana, si può dire che la sua direzione della scuola di Santa Croce (dal 1958 al 1963) garantì di per sé la condivisone di intenti e una naturale osmosi fra l’università e Scuola-Città, scuola al cui funzionamento aveva contribuito e grazie alla quale, oltre che per i propri meriti scientifici, era in sostanza entrato a far parte anch’egli dell’organico di Ateneo. Con Laporta si aprì una nuova fase per Scuola-Città in cui venne progressivamente meno la presenza di Ernesto Codignola, ormai anziano e malato, mentre emerse con maggiore nitidezza, seppur lavorando sempre dietro le quinte, quella della moglie Anna Maria Melli. Ma è un’evoluzione della storia di Scuola-Città che qui non può essere approfondita per ovvie ragioni di spazio. </p><p rend="text">Prima di concludere questa breve ma densa e significativa ricostruzione, in quanto evidenzia aspetti mai o quasi mai richiamati, vorrei però fare almeno cenno ad un altro tentativo di dialogo fra l’Ateneo e la scuola fiorentina di cui fu protagonista proprio Raffaele Laporta. O per meglio dire fra l’Ateneo e un’altra particolare esperienza scolastica, quella della Scuola di Barbiana, con la quale invero, nel corso della sua attività, l’Università non ebbe né rapporti formali né informali, per ferma volontà del priore che aveva avviato quel singolare e conosciuto esperimento. Fu tuttavia Laporta, nel 1960, a fare il tentativo di avviare un dialogo, incontrando don Milani il quale come è noto non aveva alcuna simpatia, per usare un eufemismo, per i docenti universitari. Grazie al fratello del priore, Adriano, che collaborava anche con Scuola-Città, Laporta ottenne un breve colloquio nella casa fiorentina della madre, Alice Weiss, dove il giovane sacerdote, già malato, si trovava, per sottoporsi ad alcune visite mediche. </p><p rend="text">Laporta, nel suo diario, racconta che don Milani gli comunicò subito brutalmente, appena si incontrarono, che il giorno precedente era stato informato di esser condannato a morte. Non era tuttavia una forma di condivisione del suo grave problema di salute ma un modo per mettere subito dei paletti alla comunicazione. Racconta poi che passò bruscamente a parlagli della sua scuola e dei suoi ragazzi con una «febbre violenta di vita». Laporta annotò poi, in modo asciutto nel suo diario, che non si era instaurata alcuna sintonia fra lui e il priore in quel fugace incontro (Santoni 2004, 61). Parlandone in seguito con il collega e amico Antonio Santoni Rugiu, non nascose la sua ingenua delusione, in quanto credeva di poter avere uno scambio di opinioni sulle due esperienze di scuola da loro condotte, fra cui egli giudicava esistessero molti punti in comune. «C’è oggi in Italia», disse Laporta a Santoni, «solo un vero innovatore pedagogico, don Milani, e lui mi ha cortesemente ma fermamente liquidato. E pensare che ci ero andato con la speranza di farlo aderire al Movimento di Cooperazione educativa» (Santoni 2002, 194).</p><p rend="text">In breve, forte fu il rammarico di Laporta per quel dialogo mancato fra la Scuola di Barbiana e l’Università di Firenze, un rammarico e una perdita da sottolineare e da condividere ancora oggi. D’altro canto don Milani, di cui mentre scrivo ricorre il centenario della nascita, era in un momento personale di grande difficoltà e c’è da credere che volesse sottrarsi a una sorta di interrogatorio pedagogico, visti fra l’altro i continui travisamenti del suo pensiero. Proprio per questa ragione si tenne sempre lontano dalle istituzioni laiche e pubbliche, pur condividendo il comune obiettivo dell’istruzione, nello spirito della Costituzione Repubblicana. D’altro canto, l’esperimento cui aveva dato vita era troppo singolare e alternativo per non suscitare disagio nell’interlocutore e dunque, spesso, dar luogo a facili conclusioni e dietrologie. </p><p rend="text">In ultima analisi, non solo Laporta ma l’intera pedagogia dell’Ateneo fiorentino perdette un’occasione per meglio riflettere su quella esperienza di cui ancora oggi si discute diffusamente e su cui ci si divide sempre. Scuola-Città ha invece rappresentato una sorta di file rouge per gli studi pedagogici dell’Ateneo fiorentino e costanti sono stati i richiami a quella esperienza nei corsi di Pedagogia o di Storia della Pedagogia lì tenuti. Per quanto riguarda don Milani desidero però ricordare brevemente un significativo evento organizzato nell’Ateneo, ovvero l’importante convegno internazionale che ebbe luogo nella Facoltà di Scienze della formazione nel 2007, in occasione dei quarant’anni della scomparsa dell’indomito priore di Barbiana, che ebbe un grande successo di pubblico e di cui io stesso fui fra gli organizzatori a fianco della direttrice scientifica dell’evento Carmen Betti (2009). </p><p rend="h2">Riferimenti bibliografici</p><p rend="bib_indx_bib">Betti, Carmen (a cura di). 2009. <hi rend="italic">Don Milani fra storia e memoria. La sua eredità quarant’anni dopo</hi>. Milano: Unicopli.</p><p rend="bib_indx_bib">Betti, Carmen. 2022.<hi rend="italic"> </hi>“Itinerari e proposte di rinnovamento pedagogico e culturale nel sistema formativo italiano nel secondo dopoguerra: l’area laica.” In <hi rend="italic">L’innovazione pedagogica e didattica nel sistema formativo italiano dall’unità al secondo dopoguerra</hi>, a cura di A. Ascenzi, R. Sani. Roma: Studium.</p><p rend="bib_indx_bib">Calamandrei, Piero. 2008. “Discorso pronunciato al III Congresso dell’Associazione a difesa della scuola nazionale (ADSN), Roma, 11 febbraio 1950.” <hi rend="italic">Scuola democratica. periodico di battaglia per una nuova scuola</hi>, IV, 2: 1-5. Ora in Calamandrei, Piero. <hi rend="italic">Per la scuola</hi>. Palermo: Sellerio. </p><p rend="bib_indx_bib">Cambi, Franco. 1982. <hi rend="italic">La scuola di Firenze. Da Codignola a Laporta 1950-1975</hi>. 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La scuola media unica nelle pagine di «Scuola e Città» 1 / Dalle origini del dibattito ai primi passi della rivista (1865-1952).</hi> Pisa: Astarte Edizioni.</p><p rend="bib_indx_bib">Santoni Rugiu, Antonio. 1987. <hi rend="italic">Storia sociale dell’educazione</hi>. Milano: Principato.</p><p rend="bib_indx_bib">Santoni Rugiu, Antonio (a cura di). 2004. <hi rend="italic">Raffaele Laporta. Epitome. Vicende biografiche e formazione</hi>. Roma: Anicia. </p><p rend="bib_indx_bib">Santoni Rugiu, Antonio. 2002. <hi rend="italic">Il buio della libertà. Storia di don Milani</hi>. Roma: De Donato-Lerici.</p><p rend="bib_indx_bib">Sordi, Bernardo. 2005. “Piero Calamandrei rettore.” in <hi rend="italic">Piero Calamandrei rettore dell’Università di Firenze. La democrazia, la cultura, il diritto</hi>, a cura di Stefano Merlini, 1-20. Milano: Giuffré. </p><p rend="bib_indx_bib">Tassinari, Gastone, e Dario Ragazzini (a cura di). 2003. <hi rend="italic">Ernesto Codignola pedagogista e promotore di cultura</hi>. Roma: Carocci.</p><p rend="bib_indx_bib">Tomasi, Tina. 1976. <hi rend="italic">La scuola italiana dalla dittatura alla repubblica</hi>. Roma: Editori Riuniti.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="_26.html#footnote-021-backlink">1</ref></hi>	Tina Tomasi nel 1976 descrisse efficacemente in poche righe la transizione di Ernesto Codigonla: «in sintesi Codignola rappresenta la rottura col fascismo e le sue collusioni clericali ed insieme la continuità di una tradizione tutt’altro che spenta, anello di congiunzione tra il vecchio e nuovo, tra la pedagogia italiana e quella europea ed americana : posizione che sostenuta da un’indiscutibile rinomanza di eccellenze studioso e capace organizzatore virgola di procura, insieme a qualche attacco anche violento, guardi consensi. Infatti non è sgradito ai conservatori intelligenti i quali capiscono che nonostante le aperture democratiche ed attivisti virgola non ha rifiutato la concezione idealistica il liberale in sostanza gentiliana della cultura e della scuola; piace virgola in quanto uomo d’ordine non insensibile al nuovo, ai moderati; Ed è apprezzato anche a sinistra quale strenuo difensore della scuola laica statale» (Tomasi 1976, 258).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="_26.html#footnote-020-backlink">2</ref></hi>	Archivio Ernesto e Anna Maria Codignola (da ora Archivio Codignola), Lettera di Margherita Fasolo a Ernesto Codignola, Firenze, 8 luglio 1945.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="_26.html#footnote-019-backlink">3</ref></hi>	«Invochiamo quindi l’aiuto fattivo e illuminato di tutti coloro che hanno a cuore le sorti della nostra civiltà seriamente minacciate da più parti, soprattutto dalla ottusità delle passioni e dalla rozzezza degli animi, cioè da un’educazione che non riesce a trasformare gli animali in uomini punto ci mettano a grado di condurre a termine il nostro esperimento di diffondere i nostri procedimenti In Italia e all’estero. Essi si riveleranno un fecondo strumento di educazione umana e di riavvicinamento fra i popoli. Essi sono pure più atti a riguardo riguadagnare sollecitamente alla vita normale migliaia di bambini e di giovinetti che le sofferenze della guerra e del dopoguerra hanno illuminato, profanando il loro corpo e spegnendo il loro cuore la fiamma dell’amore e la fiaccola della speranza» (Codignola 1969, 60).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="_26.html#footnote-018-backlink">4</ref></hi>	Archivio Codignola, Lettere di: Lamberto Borghi a Ernesto Codignola, New York (US), 8 ottobre 1946; L. Borghi a E. Codignola, New York (US), 8 febbraio 1947; L.Borghi a E. Codignola, Vidiciatico, s.a. ago 9; L. Borghi a E. Codignola, New York (US), 17 novembre 1947; L. Borghi a E. Codignola, Livorno, 23 maggio 1948. L. Borghi a E. Codignola, Quercianella (Livorno), 3 settembre 1948.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="_26.html#footnote-017-backlink">5</ref></hi>	Archivio Codignola, Lettera di L. Borghi, a E. Codignola, s.l., 12 luglio 1948.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="_26.html#footnote-016-backlink">6</ref></hi>	Archivio Codignola, Lettera di M. Fasolo ad Anna Maria Codignola, Firenze, 26 agosto 1956.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="_26.html#footnote-015-backlink">7</ref></hi>	Archivio Codignola, Lettera di E. Codignola a L. Borghi, Firenze 8 gennaio 1957; lettera di L. Borghi a E. Codignola, Livorno, 15 gennaio 1957.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="_26.html#footnote-014-backlink">8</ref></hi>	Archivio Codignola, lettera di E.Codignola a L. Borghi, Firenze, 9 dicembre 1957.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="_26.html#footnote-013-backlink">9</ref></hi>	Archivio Codignola, lettera di E.Codignola a Piero Calamandrei, Forte dei Marmi, 13 settembre 1956.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="_26.html#footnote-012-backlink">10</ref></hi>	Archivio Calamandrei, lettera di P. Calamandrei a E. Codignola, Firenze, 9 gennaio 1955.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="_26.html#footnote-011-backlink">11</ref></hi>	Archivio Codignola, Lettera di E. Codignola a P. Calamandrei, Forte dei Marmi, 12 settembre 1956.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="_26.html#footnote-010-backlink">12</ref></hi>	Archivio Calamandrei, Scritto: «È trascorso quasi un decennio dalla fondazione in Firenze della Scuola - Città Pestalozzi…», s.l., [1955].</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="_26.html#footnote-009-backlink">13</ref></hi>	Archivio Codignola, Lettera di Pippo (Tristano) Codignola a E. e Anna Maria Codignola, 10 settembre 1956.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="_26.html#footnote-008-backlink">14</ref></hi>	Archivio Codignola, Lettera di E. Codignola a L. Borghi, Firenze, 9 dicembre 1957.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="_26.html#footnote-007-backlink">15</ref></hi>	Stralcio del verbale contenuto nella lettera di E. Codignola a Giuseppe Nencioni s.d ma fra il 12 e il 26 giugno 1958</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="_26.html#footnote-006-backlink">16</ref></hi>	Archivio Codignola, Verbale Consiglio di Facoltà di Magistero del 26 giugno 1958.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="_26.html#footnote-005-backlink">17</ref></hi>	Archivio Codignola, Lettera di G.Nencioni a E. Codignola, Firenze, 20 dicembre 1958.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="_26.html#footnote-004-backlink">18</ref></hi>	Archivio Codignola, Lettera di G. Nencioni a E. Codignola, Firenze, 3 gennaio 1959.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="_26.html#footnote-003-backlink">19</ref></hi>	Sul trasferimento all’Università di Firenze di Laporta cfr. Archivio Codignola, Lettere di E. Codignola a P. Lamanna, Firenze, 20 aprile 1959; E. Codignola a Eugenio Garin, Firenze 24 aprile 1959; E. Codignola a Gaetano Chiavacci, Firenze, 7 maggio 1959.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="_26.html#footnote-002-backlink">20</ref></hi>	Archivio Codignola, Lettera di Alessandro Setti a Piero Lamanna, Firenze, 17 aprile 1959.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="_26.html#footnote-001-backlink">21</ref></hi>	Archivio Codignola, Lettera di P. Lamanna a A. Setti, Firenze, 18 maggio 1959.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="_26.html#footnote-000-backlink">22</ref></hi>	Archivio Codignola, Lettera di A. Setti a P. Lamanna, Firenze, 19 giungo 1959.</p>
      
      
      
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          <bibl n="131870">Betti, Carmen. 2022. “Itinerari e proposte di rinnovamento pedagogico e culturale nel sistema formativo italiano nel secondo dopoguerra: l’area laica.” in L&amp;#39;innovazione pedagogica e didattica nel sistema formativo italiano dall&amp;#39;unit&amp;#224; al secondo dopoguerra, a cura di Anna Ascenzi e Roberto Sani. Roma: Studium.</bibl>
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