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        <title type="main" level="a">La Scuola di Architettura protagonista del progetto della città e delle sue trasformazioni</title>
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          <resp>This is a section of <title>Firenze e l’Università</title>(DOI: <idno type="DOI">10.36253/979-12-215-0282-4</idno>) by </resp>
          <name>Fulvio Conti, Emanuela Ferretti, Donatella Lippi, Antonella Salvini, Bernardo Sordi, Andrea Zorzi</name>
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        <publisher>Firenze University Press</publisher>
        <pubPlace>Florence</pubPlace>
        <date when="2024">2024</date>
        <idno type="DOI">https://doi.org/10.36253/979-12-215-0282-4.35</idno>
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        <p>This is original content, published for academic research purposes</p>
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      <abstract xml:lang="en">
        <p>This chapter is intended to bring attention back to the role of the University School of Architecture -  after its establishment in the 1930s - in the process underlying Florence's urban development policies. Indeed, Architecture faculty have contributed on several occasions to the debate that has been created around strategies for the growth and re-functionalization of the city during crucial moments in Florence's political and social history. The role of university buildings - with particular regard to Architecture campuses - in the revitalization of significant parts of the historic center is also analyzed, a complex process that once again had the faculty of Architecture as a protagonist.</p>
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            <item>Urban development policies</item>
            <item>Department of Architecture</item>
            <item>strategies for Florence's urban development</item>
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      <p>It is available online at https://doi.org/10.36253/979-12-215-0282-4.35<ref target="https://doi.org/10.36253/979-12-215-0282-4.35" /></p>
      
      
      <p rend="h1_chapter">La Scuola di Architettura protagonista del progetto della città e delle sue trasformazioni</p><p rend="h1_author ParaOverride-1">Giuseppe De Luca, Emanuela Ferretti<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-012-backlink"><ref target="_35.html#footnote-012">1</ref></hi></hi></p><p rend="h2 ParaOverride-2">1. Il contesto di partenza</p><p rend="text">L’avvio di una Scuola di Architettura risale ad un periodo di grande fermento innovatore per la città e si inserisce in più ampio dibattito nazionale, che affonda le proprie radici nelle trasformazioni economiche di fine Ottocento (Marconi, Gabetti 1969; De Stefani 1992; Bini, Corsani 2007), e che è stato animato da una inquietudine sopita dallo scoppio della Prima guerra mondiale e fortemente germogliata negli anni a seguire. Lo richiamiamo in sintesi qui proprio per capire lo sfondo economico, politico e culturale entro cui prende corpo la richiesta di una Facoltà di Architettura, considerata elemento fondamentale per la vita culturale e lo sviluppo di Firenze. La città era davvero piccola «nonostante gli ingrandimenti e gli sventramenti, aveva mantenuto la sua tendenza centripeta e il nucleo storico era andato assumendo la chiara funzione direzionale. Anche la crescita edilizia, che agli inizi del Novecento si sviluppò al di fuori di qualunque schema, piano e disegno, non provocò alcun mutamento» (Zoppi 1993, 79). Firenze era compressa ancora dentro la cinta muraria, benché il Piano Poggi del 1865, che doveva accompagnare la sua elevazione a Capitale d’Italia, avesse delineato delle chiare direttrici, prevedendo l’estensione del territorio da 4,3 a 43 kmq. Il piano era fondato sull’abbattimento delle mura e la loro sostituzione con un anello di viali alberati e, nella parte collinare, dove la cinta difensiva veniva mantenuta, era prevista la realizzazione di un grande viale (il Viale dei Colli), ideato come una lunga ‘passeggiata’ paesaggisticamente suggestiva e panoramica da Porta Romana al ponte San Niccolò. Questa avrebbe chiuso l’anello, saldando così la città esistente con i nuovi quartieri che dovevano nascere lungo una parte della nuova arteria (Maccabruni, Marchi 2015). Il nuovo percorso diventava anche l’occasione per progettare un nuovo spazio urbano e delineare così una nuova immagine della città, in linea con il ruolo nazionale assunto da Firenze. A causa del trasferimento della capitale a Roma, il 20 settembre 1870 i lavori venivano interrotti, e riavviati, con grande lentezza, ad inizio Novecento (1901), attraverso un semplice Regolamento comunale sull’apertura di nuove strade, emanato dall’amministrazione comunale (le informazioni e i dati qui di seguito presentati sono tratti da Bortolotti, De Luca 2000).</p><p rend="text">Di un nuovo piano regolatore di sviluppo si comincia a parlare a partire dal 1913, ma diventerà operativo solo quindici anni dopo. Il piano aveva lo scopo di rimettere ordine, a seguito di una serie di decisioni che avevano portato a localizzare fuori dal centro cittadino una serie di servizi (oggi diremmo, di natura intercomunale): il nuovo Ospedale a Careggi, in un’area di 79 ettari, l’Ospedale psichiatrico provinciale localizzato nel convento di San Salvi, l’Istituto ortopedico toscano, sul viale dei Colli. </p><p rend="text">Altri servizi vengono localizzati in città, anche in considerazione della disponibilità di diversi complessi conventuali e monastici, in seguito alla liquidazione dell’asse ecclesiastico nel 1866. Uno dei casi più eclatanti di questa scelta urbana è la localizzazione di un servizio impattante come la Scuola allievi sottufficiali Carabinieri (circa mille allievi) sistemata nel Monastero della Santissima Concezione di Maria, contiguo al convento di Santa Maria Novella, nell’area che di lì a qualche decennio sarebbe divenuto lo snodo più importante per la città, in conseguenza della collocazione, nelle vicinanze, della moderna stazione ferroviaria.</p><p rend="text">Il piano urbanistico comunale, più volte discusso, fermato e ripreso, viene finalmente approvato con legge 473 del 1925. Lo strumento aveva un duplice scopo. Innanzitutto, porre finalmente fine alla distribuzione casuale delle imprese industriali, che vengono localizzate in un nuovo ‘quartiere industriale’, ubicato in una zona a ponente della città; tale scelta avrebbe compromesso lo sviluppo urbanistico cittadino verso la pianura, influenzando fino ai nostri tempi l’ubicazione di grandi attrezzature, come lo stesso Polo scientifico e tecnologico dell’Università di Firenze. L’altro obiettivo è quello di ridisegnare la viabilità di accesso esterno alla città per collegarla ai nuovi viali di circonvallazione, nonché riordinare quella interna.</p><p rend="text">Nel primo decennio del Novecento la città era un importante centro culturale, economico e finanziario. Vi erano attive 47 tipografie, delle quali 4 meccanizzate, alcune grandi industrie come le <hi rend="italic">Officine</hi> <hi rend="italic">Galileo</hi>, la fabbrica automobilistica <hi rend="italic">Fiorenza.</hi> Era sede di 15 Società finanziarie con oltre due milioni di capitale versato – tra queste <hi rend="italic">la Fondiaria –</hi>,<hi rend="italic"> </hi>11 case editrici di livello nazionale presso le quali si stampavano 4 quotidiani di livello nazionale e 5 riviste. Vi era, inoltre, uno straordinario (per il tempo) numero di istituzioni culturali (Adorno 1983)<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-011-backlink"><ref target="_35.html#footnote-011">2</ref></hi></hi> che avevano da tempo instaurato un particolare rapporto con diverse discipline, compresa l’arte, il disegno e l’architettura. Per quest’ultima e il suo insegnamento, il contesto fiorentino era particolarmente fertile: fin dal 1563 era attiva l’Accademia delle Arti del Disegno (proposta da Giorgio Vasari e istituita da Cosimo I dei Medici), dalle cui costole nel 1774 sarebbe nata l’Accademia di Belle Arti di Firenze, che ha trovato sede in quello che era stato l’Ospedale di San Matteo, in pieno centro storico.</p><p rend="text">In città era attivo un gruppo di architetti organizzato intorno all’Associazione Artistica dei Cultori di Architettura di Firenze, cui si affianca nel 1905 la Federazione Architetti Italiani: un sodalizio corporativo che riuniva i cosiddetti professori di disegno architettonico. Nonostante il grande impegno e i diversi tentativi, solo nell’aprile del 1926, accogliendo il voto espresso dal Sindacato Regionale degli Architetti, viene istituita una Scuola di Architettura, provvisoria, presso la sede dell’Accademia di Belle Arti di Firenze. Il primo anno accademico è il 1927-28, con la contemporanea iscrizione agli anni primo, secondo e terzo della Scuola, e inaugurazione delle lezioni nell’aula della Minerva, dove erano conservati i calchi dei fregi del Partenone e di altri grandi gruppi scultorei della classicità. Si deve, tuttavia, attendere ancora fino al 22 maggio 1930 (quattro giorni dopo la visita di Benito Mussolini al Campo di Marte di Firenze) per la firma della Convenzione<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-010-backlink"><ref target="_35.html#footnote-010">3</ref></hi></hi>, grazie alla quale viene legalmente istituita la Regia Scuola Superiore con i suoi cinque anni di corso; e aspettare ancora il 1936, per la trasformazione della Scuola in vera e propria Facoltà aggregata all’Università degli studi di Firenze<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-009-backlink"><ref target="_35.html#footnote-009">4</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">La discussione intorno all’istituzione di una Facoltà di Architettura incrocia una più larga e partecipata discussione politica e culturale sulla cosiddetta ‘Grande Firenze’, che porta ad una revisione delle circoscrizioni comunali, per l’annessione dei Comuni di Brozzi, Casellina e Torri e parti dei territori di Bagno a Ripoli e Sesto Fiorentino, così da raggiungere la dimensione dell’area metropolitana che oggi conosciamo.</p><p rend="text">È in questo periodo che si comincia a progettare un nuovo volto della città – classificata dal Governo come <hi rend="italic">Stazione turistica internazionale e centro di sperimentazione culturale</hi> – con l’inaugurazione delle cosiddette ‘Primavere fiorentine’. Si trattava di manifestazioni organizzate da Alessandro Pavolini, con programmi densi di manifestazioni artistico-culturali: dai concerti di musica classica del Politeama a quelli della Società degli Amici della Musica, dall’Esposizione regionale di arte toscana, alla Mostra canina al Concorso ippico internazionale alle Cascine. Tali manifestazioni aprono la strada alla Fiera nazionale dell’Artigianato presso il palazzo delle Esposizioni del Parterre, alla reinvenzione dell’antico Gioco del calcio storico fiorentino, fino all’inaugurazione del Maggio musicale. In questo nuovo disegno urbano nascono, in parte definite all’interno degli studi del Piano regolatore, alcune infrastrutture rilevanti per la città: lo Stadio di calcio “Berta”, il Campo da gioco Militare, il completamento dei lavori della Biblioteca nazionale, l’Accademia aeronautica alla Cascine, la Stazione ferroviaria. Mancavano però ancora le sedi dell’Università e, di conseguenza della Facoltà di Architettura, che rimaneva conchiusa all’interno dell’Accademia di Belle Arti.</p><p rend="h2">2. Innovar facendo (o pianificar andando)</p><p rend="text">Raggiunto lo scopo dell’avvio di una nuova Facoltà di Architettura, la questione del luogo dove la didattica potesse svilupparsi diventò la preoccupazione principale di docenti e studiosi. I primi anni di convivenza con l’Accademia di Belle Arti avevano permesso il primo radicamento istituzionale: entrare a far parte di una grande Università generalista, seppur giovane, richiedeva altre strategie e altre forme organizzative. Forme e necessità che pervadono gli anni successivi alla fondazione e, purtroppo, non ancora concluse nel suo assetto definitivo.</p><p rend="text">Ma torniamo indietro.</p><p rend="text">Ristrutturazione e adeguamento del patrimonio edilizio esistente, innesto e/o aggiunte di nuovi elementi, compresi i servizi e gli spazi a questi collegati, sono da sempre decisioni politiche che si territorializzano nei contesti urbani e in quelli territoriali, con azioni tecniche che hanno delle precise connessioni con la gestione della ‘cosa’ pubblica, e che, dunque, si intrecciano inevitabilmente con diverse questioni di natura istituzionale e politica, economica, sociale, ma anche propriamente culturale. Si intrecciano, ma hanno bisogno di culture esperte e di tecnici indipendenti, che trovano proprio nei percorsi accademici universitari i loro principali attori. La presenza di studi superiori di Architettura facilita questo collegamento. Numerosi, infatti, sono stati i docenti della Facoltà di Architettura impegnati come tecnici – così come i professori di altre Facoltà (in primis la “Cesare Alfieri”) protagonisti nella vita politica fiorentina e della Repubblica –, che hanno preso parte – direttamente o indirettamente –, alla pianificazione dello sviluppo urbano di Firenze e al dibattito che ne è scaturito, portando un contributo concettuale e fattuale di grande spessore. Tutto ciò rivela la piena partecipazione dell’istituzione universitaria e dei suoi professori a queste complesse e articolate vicende, lungo tutto l’arco del secondo Novecento e oltre. I nomi che spiccano sono quelli di Giovanni Michelucci, Roberto Papini, Raffaello Fagnoni, Edoardo Detti, Leonardo Ricci, Italo Gamberini, Leonardo Savioli, Giuseppe Gori, Gianfranco Di Pietro, Romano Del Nord, Mariella Zoppi, Alberto Magnaghi e più di recente Alberto Breschi, solo per citarne alcuni. Ma molti altri sono stati coloro che hanno svolto un ruolo di primo piano in questo significativo versante della storia di Firenze che, una attenta storiografia interdisciplinare, ha ben restituito negli ultimi cinquant’anni.</p><p rend="h2">3. Dall’istituzione della Regia Scuola di Architettura alla Liberazione</p><p rend="text">Lo storico dell’arte Mario Tinti (1885-1938) in un articolo del 1933 sulle pagine di <hi rend="italic">Casabella</hi> usava sferzanti parole per commentare «il fatto dello scandalo beota, della polemica grulla, della baggiana ironia suscitati dal progetto per la nuova stazione del Gruppo Toscano», ovvero la diatriba suscitata dalla scelta del progetto per Santa Maria Novella elaborato dal gruppo guidato da Giovanni Michelucci, docente presso la Scuola Superiore di Architettura e dei suoi allievi e collaboratori. Tinti sottolineava, inoltre, come </p><p rend="quotation_b">i Fiorentini non sanno riconoscere nel moderno funzionalismo di questo progetto i caratteri della loro più pura tradizione architettonica, funzionalissima da Palazzo Vecchio alla Cupola e a Palazzo Pitti […] da potersi indicare come precorrimenti dell’odierno razionalismo. Le cose sono a questo punto in Firenze, in fatto di architettura. E, nonostante, c’è tutto da sperare: le nuove generazioni sono propense alla nuova architettura; alla Scuola Superiore di Architettura si è decisamente moderni, si studia e si lavora secondo le tendenze funzionaliste: il Gruppo Toscano è uscito di lì (Tinti 1933, 5).</p><p rend="text">Nella seconda metà degli anni Trenta, nonostante l’entusiastica fiducia di Tinti sulla qualità e l’innovatività della cultura architettonica, coltivata e trasmessa nella Scuola di Architettura – di cui l’ideazione e la realizzazione del nuovo fabbricato viaggiatori della Stazione di Santa Maria Novella veniva percepita e presentata come la punta di diamante –, solo alcuni fra i docenti e i neo-laureati riuscivano a declinare proficuamente le nuove istanze dell’architettura moderna (Cresti 2001, 27). Quanto alla progettazione a scala urbana, dal 1932-33 esisteva un insegnamento di Urbanistica (che però avrà un docente di ruolo solo dal 1941), anche se i professori di altre discipline compositive si impegnavano con continuità in tale ambito progettuale. Un gruppo di docenti, in particolare, entra a far parte nel 1934, della Commissione incaricata per delineare i criteri per l’elaborazione di un nuovo piano regolatore di Firenze, presieduta da Ardengo Soffici. Gli studi prodotti dai professori dell’Istituto, fra cui Raffello Brizzi e Raffaello Fagnoni, vengono pubblicati nel libro <hi rend="italic">Per la Firenze futura</hi><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-008-backlink"><ref target="_35.html#footnote-008">5</ref></hi></hi><hi rend="italic"> </hi>(SNFPA 1934; Cancellieri 1985, 160-1). Lo sviluppo della città, prefigurato nelle pagine di questo volume, propone un modello insediativo policentrico che avrebbe interessato anche il territorio dei comuni limitrofi, con osservazioni sulla necessità di adeguare il sistema infrastrutturale di collegamento fra il centro storico e i nuovi insediamenti (Corsani 2007). </p><p rend="text">Dieci anni dopo, in un contesto completamente diverso e sconvolto dalle tragedie del secondo conflitto mondiale (Belli, Belluzzi 2013), la Facoltà di Architettura avrebbe fornito un contributo decisivo e ancora più importante, da molteplici punti di vista: non si trattava solo di introdurre a Firenze le nuove istanze dell’architettura moderna o elaborare innovative strategie di sviluppo urbano, ma di ricostruire interi brani del centro storico distrutti dalle mine tedesche. All’indomani del <hi rend="italic">Feuerzauber</hi> (incantesimo di fuoco), il Comitato Toscano di Liberazione Nazionale – presieduto da Carlo Ludovico Ragghianti – nomina la Commissione per il centro Distrutto o delle Macerie, composta – fra gli altri – da Edoardo Detti, Carlo Maggiora e Giovanni Michelucci, professori dell’Ateneo fiorentino. Detti e Maggiora faranno parte anche del Comitato Provinciale per la ricostruzione, creato in quello stesso anno per delineare un piano generale per la ricostruzione, con lo scopo di censire i danni bellici, definire i contenuti tecnici dei piani di ricostruzione, elaborare i piani di finanziamento, garantire che l’esecuzione dei lavori non diventasse oggetto di speculazione privata. Nonostante le oggettive difficoltà connesse al contesto emergenziale, sembrano crearsi dunque le premesse per un lavoro corale e interdisciplinare, basato su un fruttuoso confronto fra le diverse sensibilità e gli specifici ambiti culturali di appartenenza. Il 1945, infatti, è stato definito da Mariella Zoppi una sorta di «anno grande» per Firenze (Zoppi 1982, 7-9; Marcetti 2016). Grazie al dibattito che si sviluppa intorno a questi temi, e a cui partecipano personalità di grande rilievo del mondo della cultura e dell’università, i valori dell’<hi rend="italic">urbs</hi> tornano a coincidere pienamente con quelli della <hi rend="italic">civitas</hi>: prende corpo così l’idea che far rinascere le architetture e i ponti (strutture fisiche di collegamento, ma anche metafore architettoniche significanti) distrutti dalla furia nazista possa essere il giusto viatico per creare una città nuova, sul piano sociale, politico ed economico. Nel discorso di riapertura dell’Università (14 settembre 1944), il rettore Piero Calamandrei avrebbe usato queste parole: </p><p rend="quotation_b">Ma quello che più ci ha offeso è stato l’assassinio premeditato delle nostre città, delle nostre campagne, perfino del nostro paesaggio. Voi lo sapete che in Italia e specialmente in Toscana ogni borgo, ogni svolta di strada, ogni collina, ha un volto, come quello di una persona viva; non vi è curva di poggi o campanile di pieve che non si affacci nel nostro cuore col nome di un poeta o di un pittore, il ricordo di un evento storico che conta per noi quanto le gioie o i lutti della nostra famiglia. Non si tratta di letteratura, ma si tratta di vita. Mai come in questi mesi in cui sui bollettini di guerra cominciavamo a leggere con tremito i luoghi della Toscana, abbiamo sentito che questi paesi sono carne della nostra carne, e che per la sorte di un quadro o di una statua o di una cupola si può stare in pena come per la sorte del congiunto o dell’amico più caro (Calamandrei 1966, 58). </p><p rend="text">Secondo Norberto Bobbio, inoltre, Calamandrei «avrebbe tratto proprio dalla pena per i ponti di Firenze distrutti dai tedeschi in fuga» il titolo della rivista <hi rend="italic">Il Ponte</hi> (Bobbio 1975, 348)<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi xml:id="footnote-007-backlink"><ref target="_35.html#footnote-007">6</ref></hi></hi>, il cui primo numero sarebbe stato pubblicato nell’aprile del 1945. Proprio nei primi due numeri de <hi rend="italic">Il Ponte</hi> vengono accolti gli articoli dello storico dell’arte Bernard Berenson e dell’archeologo Ranuccio Bianchi Bandinelli, che incarnano due posizioni diverse sul tema della ricostruzione: la prima intendeva promuovere la riedificazione con criteri filologici, declinando la linea del restauro «dove era com’era»; la seconda, invece, sosteneva un processo di ricostruzione in sintonia con il proprio tempo e, soprattutto, non informato dai criteri dell’ambientismo e del ‘pittoresco’ (Paolini 2005, 32).</p><p rend="text">Per dare avvio alla rinascita della città, le autorità decidono di percorre la strada dei concorsi, strumenti ritenuti più idonei dal punto di vista del metodo democratico, al fine di selezionare le proposte progettuali per intraprendere la riedificazione dei ponti distrutti (a partire dal Ponte alla Vittoria), e per trovare le soluzioni funzionali alla ricomposizione della vasta area intorno al Ponte Vecchio, sulle due sponde del fiume, seppure in mancanza di un Piano Regolatore Generale. I docenti della Facoltà di Architettura sono in prima fila in entrambe le iniziative ed il portato culturale e tecnico delle varie proposte – che riflette, sul piano concettuale, differenti linee da seguire per la ricostruzione –, si offre come un significativo spaccato della vitalità culturale fiorentina, che è stato oggetto di numerosi approfondimenti (Koenig 1968; Manetti 1985; Gioli 1995). È opportuno, in questa sede, soffermarci, seppur per sommi capi, sulla questione del risarcimento della ferita intorno a Ponte Vecchio. Il concorso si apre il 31 dicembre 1945, con scadenza 30 giugno dell’anno successivo (poi prorogato al 30 settembre). La competizione è aperta ad artisti, architetti, ingegneri e urbanisti, e i mesi di preparazione delle proposte vedono svilupparsi un ampio dibattito su quotidiani e periodici (Fabbrizzi 1993, 133). Vengono presentati 22 progetti e risultano cinque gruppi vincitori <hi rend="italic">ex-aequo</hi> e due gruppi al secondo posto<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-006-backlink"><ref target="_35.html#footnote-006">7</ref></hi></hi>. La presenza dei docenti della Facoltà di Architettura, strutturati o incaricati, è trasversale ai vari gruppi: Italo Gamberini e Lando Bartoli con Mario Focacci si presentano nel gruppo I Ciompi (prima fascia dei classificati); Raffaello Brizzi, Giuseppe Giorgio Gori, Leonardo Ricci e Leonardo Savioli (gli assistenti di Michelucci), raccolgono la propria proposta sotto il motto «Firenze sul fiume» (seconda fascia dei classificati). La giuria composta da personaggi di alto profilo – tra gli altri, Carlo Ludovico Ragghianti, Roberto Papini (docente di Caratteri stilistici e costruttivi dei monumenti alla Facoltà di Architettura), Luigi Piccinato (docente di Urbanistica a Napoli) e Giovanni Muzio (docente al Politecnico di Milano) – conferisce ai rappresentanti di ciascuno di questi cinque gruppi l’incarico di redigere collegialmente un nuovo piano urbanistico per le aree distrutte: tuttavia, questo strumento non giunge a precisare dettagliatamente i criteri e i caratteri dei nuovi edifici, né dal punto di vista tecnico, né espressivo. La mancanza di tale definizione porterà alla ricostruzione di questi brani di città attraverso interventi puntuali, senza una organica visione d’insieme (Detti 1953). Nonostante tutta la vicenda rimanga una occasione mancata per Firenze, la qualità dei progetti e il dibattito che si è sviluppato intorno a questi temi costituiscono una eredità di grande valore. Ne sono viva testimonianza, oltre ai numerosi contributi comparsi sui quotidiani e sui periodici (Godoli 2012, 64-5)<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-005-backlink"><ref target="_35.html#footnote-005">8</ref></hi></hi>, i disegni che Giovanni Michelucci ha realizzato in quegli anni, accompagnati anche da declinazioni sia sul piano teorico che fattuale (Zoppi 1985, 4)<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-004-backlink"><ref target="_35.html#footnote-004">9</ref></hi></hi>, che a sua volta si riverberano nelle proposte dei suoi allievi (Ricci e Savioli) presentate al concorso. Gli orientamenti alla base delle riflessioni di Michelucci<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-003-backlink"><ref target="_35.html#footnote-003">10</ref></hi></hi> sono il «riordino urbano», mediante operazioni di decongestionamento e risanamento, informato dal «concetto ‘popolare’ di partecipazione»: </p><p rend="quotations_quotation_b1">la creazione di zone pedonali o ‘umane dove l’uomo possa, a suo agio, passeggiare liberamente: il nuovo centro deve conquistare l’aria, la luce e il contatto col fiume, che per troppi secoli gli si erano nascosti. […] Le sponde dell’Arno non debbono diventare un museo di gloriose memorie, ma un centro ricco di risorse per una nuova vita sera che dal Ponte Vecchio scenda al fiume, salga a Boboli e ai viali e filtri, seguendo Por S. Maria, verso il centro monumentale e quello commerciale. Io mi auguro comunque che a questa ricostruzione si interessino molti cittadini, non tanto per esprimere idee e preferenze sul gusto delle facciate e sul colore ambientale, quanto per ragionare di quegli elementi pratici che sono indispensabili per rendere viva, quanto più viva possibile, la zona stessa, perché è bene ripeterlo all’infinito, è la vita vivente che conta e che deve essere considerata e amata prima e più delle testimonianze della vita passata (Michelucci 1946).</p><p rend="h2">4. Lo Studio preparatorio per il Piano Regolatore: il Piano programmatico del 1951</p><p rend="text">Nel marzo del 1949, la giunta comunale guidata dal sindaco comunista Mario Fabiani incarica gli architetti Lando Bartoli, Edoardo Detti, Sirio Pastorini, Giuseppe Sagrestani e Leonardo Savioli<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi xml:id="footnote-002-backlink"><ref target="_35.html#footnote-002">11</ref></hi></hi> di redigere il nuovo piano regolatore, in collaborazione con l’ufficio tecnico comunale diretto da Alessandro Giuntoli. L’amministrazione comunale, dunque, ancora una volta guarda ai docenti della Facoltà di Architettura dell’Ateneo fiorentino per la stesura dello strumento pianificatorio che avrebbe dovuto sostituire quello approvato nel 1925. Michelucci, trasferitosi all’Università di Bologna l’anno prima, è nella commissione di 19 esperti che affianca l’équipe tecnica. I progettisti redigono un piano programmatico che, con una visione a lungo termine, non si limita a determinare le linee di crescita della città, ma si occupa anche dello sviluppo dell’intero territorio fiorentino e dei suoi comuni limitrofi – come un vero e proprio piano intercomunale, seppur <hi rend="italic">in nuce </hi>–, lasciando il compito di definire lo sviluppo delle singole aree attraverso piani particolareggiati. Tra gli obiettivi più rilevanti del piano, troviamo un grande attenzione nei confronti del territorio collinare e della piana (Detti 1978, 10), con l’obiettivo di salvaguardare e valorizzare il sistema paesistico nell’ottica di una organica connessione fra il centro costruito e la plastica orografia dell’intorno periurbano. Per salvaguardare tali aree dalle nuove costruzioni, i progettisti prevedono un ampio anello stradale esterno, che serva al tempo stesso sia da strada panoramica, sia da collegamento tra i vari centri residenziali collinari. Un altro significativo obiettivo del piano è far sì che la crescita della città si sviluppi decisamente verso la piana, così da tentare di governare i primi e tumultuosi segnali di urbanizzazione (Savioli 1953; Detti 1954a; Papini 1957, 6-8). Fin dal 1947, alcuni docenti della Facoltà di Architettura avanzano ipotesi sulla unitarietà di questa sub-area della piana, tanto che Carlo Maggiora propone al Comune l’adozione di uno «schema policentrico lineare» (Maggiora 1956: 94)<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-001-backlink"><ref target="_35.html#footnote-001">12</ref></hi></hi>. Questa ipotesi, tuttavia, viene lasciata cadere e si opta per la proposta dei docenti di Urbanistica, volta a definire un piano ristretto ai confini comunali.</p><p rend="text">Il piano viene presentato e adottato ad aprile del 1951 dall’Amministrazione di Mario Fabiani, a ridosso delle elezioni amministrative che nel mese di giugno di quell’anno stesso portano al governo della città una coalizione centrista guidata da Giorgio La Pira (Paolini 2005, 50). Il nuovo sindaco non condivide la visione del piano, determinandone il blocco e decretandone così la sua fine. La priorità di La Pira, infatti, era costruire alloggi popolari, secondo un piano ambizioso che troverà però concretizzazione solo nell’area sulla sponda sinistra dell’Arno, nella zona davanti alle Cascine, ovvero il quartiere dell’Isolotto (Poli 2004). </p><p rend="text">Nel maggio del 1954, sulla base della legge urbanistica del 1942, il Ministero dei Lavori Pubblici pubblica la lista dei comuni italiani obbligati a redigere un PRG entro il 1956, e Firenze si trova in quell’elenco. Nell’estate del 1954, la giunta si trova dunque costretta a istituire un ufficio speciale per il piano regolatore, che nomina una commissione urbanistica presieduta da Giovanni Michelucci e composta da un gruppo di tecnici, fra cui Lando Bartoli e Aurelio Cetica, docenti della Facoltà di Architettura. La volontà dell’amministrazione è di procedere allo studio di un piano che sia più permissivo riguardo alle aree edificabili rispetto al progetto urbanistico precedente, cercando di mediare al contempo con le istanze di tutela delle Soprintendenza ai Monumenti, che aveva bloccato in quegli anni varie iniziative edilizie, colmando così le lacune legislative comunali su questo aspetto (Detti 1954b; Fagnoni 1957). </p><p rend="text">La prima parte della annosa vicenda del quartiere di edilizia popolare di Sorgane si snoda fra il secondo mandato di La Pira come Sindaco – che nell’elezioni del maggio del 1956 ha la meglio su due personalità di spicco nella storia dell’ateneo fiorentino, quali sono Piero Calamandrei e Raffaello Ramat (esponente del partito socialista e docente di Letteratura italiana alla Facoltà di Magistero) –, e i quattro anni del commissariamento del Comune di Firenze, con la guida di Lorenzo Salazar. Nel luglio 1956, La Pira incarica Michelucci (che stava lavorando al nuovo piano regolatore) di coordinare un gruppo di architetti e ingegneri per la progettazione di un nuovo quartiere satellite nella zona del Piano di Ripoli, Sorgane appunto. Tra questi tecnici, si trovano i suoi allievi prediletti Giuseppe Giorgio Gori, Leonardo Ricci e Leonardo Savioli, a quella data in servizio alla Facoltà di Architettura. Nell’arco di cinque mesi, le linee guida del progetto urbanistico sono pronte. Da subito il progetto appare a Edoardo Detti, consigliere comunale e docente della Facoltà di Architettura, una grande violenza al piano del 1951 e Sorgane diventa così il simbolo di una battaglia ideologica: non solo per la sua collocazione in un’area che si trovava in direzione opposta alla naturale linea di espansione della città verso la piana fiorentina, ma soprattutto per l’occupazione di una vasta area collinare (Ricco 2011). Il dibattito si accende sia a livello locale che nazionale e, per ostacolare il progetto, nel giugno del 1957 Detti e Ragghianti organizzano il convegno <hi rend="italic">Firenze, Sorgane e il Piano Regolatore</hi>, chiamando diversi architetti protagonisti del dibattito nazionale: Zevi, Astengo, Labò e tanti altri (Mingardi 2020, 65). Anche grazie all’impegno di Detti, che porta la questione negli incontri dell’Istituto nazionale di Urbanistica, il piano per il quartiere di Sorgane verrà profondamente rivisto rispetto alle dimensioni iniziali, riducendone così drasticamente l’impatto sul contesto paesaggistico.</p><p rend="text">La vicenda di Sorgane evidenza una netta distanza fra il pensiero di Michelucci e Detti sulla città, che traspare anche nel dibattito che si genera subito dopo l’approvazione del nuovo piano regolatore (17 maggio 1958) redatto, come ricordato, dal gruppo guidato dallo stesso Michelucci.</p><p rend="text">Nel piano, infatti, sono preponderanti le previsioni di sviluppo intensivo della città nella pianura, ma anche nella zona collinare, lasciando il centro storico privo di un’efficacia normativa di tutela, e interessandosi esclusivamente dei confini comunali, in mancanza di qualsiasi respiro territoriale (Zoppi 1985, 74-8; Paolini 2005, 62-8; Innocenti 2013).</p><p rend="text">In questo dibattito intorno alla pianificazione cittadina, la questione dell’organizzazione definitiva dell’Università di Firenze rimane aperta. Risolta la questione su dove ospitare il Rettorato e i primi fondamentali Istituti universitari, localizzati in una parte del convento della Santissima Annunziata, insieme alla sede dell’Istituto Geografico Militare (Belluzzi, Ferretti, 2009), le altre rimanevano sullo sfondo o in attesa di una sede definitiva.</p><p rend="text">Alla conclusione della gestione commissariale della municipalità fiorentina, cambia il clima politico e muta il contesto generale: le elezioni del novembre 1960 portano al governo della città un’amministrazione di centro-sinistra, guidata da La Pira. Le maggiori distanze fra il gruppo democristiano e i socialisti insistono proprio nell’ambito delle scelte urbanistiche, ma l’assessorato deputato a queste materie è affidato a Edoardo Detti, che porta la sua visione già nell’accordo programmatico, provocando – per la sua fermezza – una battuta d’arresto nelle trattative per la costituzione della giunta. Detti, in particolare, si batte fermamente per un deciso cambiamento di rotta rispetto alle politiche urbanistiche delle giunte precedenti e, in particolare, per una revisione radicale del progetto di Sorgane, ponendo la drastica riduzione di tale intervento come <hi rend="italic">conditio sine qua non</hi> della sua partecipazione alla giunta stessa. La linea di Detti passa integralmente, ed entra in giunta anche il già ricordato Raffaello Ramat, con l’incarico di assessore alla Cultura. L’azione di Detti pone le basi per una nuova stagione che avrà esito nel Piano Regolatore Generale. Il dibattito su Sorgane, del resto, ha rafforzato in una larga parte dell’opinione pubblica la convinzione che occorra cambiare prospettiva nella pianificazione dello sviluppo urbano: meno improvvisazione e più programmazione. Il 29 dicembre 1962 viene adottato in consiglio comunale il piano regolatore di Detti che ripropone, riviste e corrette, numerose ipotesi già presenti nel piano del 1951, con una progettazione che prevede anche lo studio di un piano intercomunale e la redazione di piani particolareggiati per le zone di sviluppo urbano. In campo urbanistico, proprio in relazione al dibattito che si genera, anche tra i docenti della Facoltà di Architettura (segnato da profonde divisioni interne), prende forma una prospettiva nuova, ovvero come è stato notato, si delinea</p><p rend="quotation_b">una politica del doppio binario: da una parte gli studi e gli sforzi che porteranno – dopo i fallimenti dei piani predisposti nel 1951 e nel 1958 al primo piano regolatore di Firenze di questo secondo dopoguerra, il cosiddetto “Piano Detti” […]; dall’altro gli studi e gli sforzi per la definizione – in quegli stessi anni – di un piano intercomunale per l’area fiorentino-pratese, dove tuttavia le diversità di vedute e i conflitti di interesse tra i Comuni dell’area e tra le due città cardine, Firenze e Prato, prenderanno il sopravvento fino a rendere inutile l’iniziativa di coordinamento (Bortolotti, De Luca 2000, 146).</p><p rend="text">Alcuni anni dopo, Detti avrebbe così commentato questi convulsi anni di lavoro, fra impegno politico e docenza universitaria, con queste parole:</p><p rend="quotation_b">Si può osservare che questo periodo di oltre due anni, pur fra diverse difficoltà, ottenne la collaborazione delle componenti politiche del consiglio comunale, di esperti, di enti, di forze universitarie e di giovani, e rese agili i rapporti con gli organi del ministero dei <ref target="http://LL.PP">LL.PP</ref>. e di altri uffici. Ci fu uno sforzo per definire un indirizzo preciso, nel quale risolvere problemi parziali: erano anni di tensione politica nel clima delle riforme (Detti 1978, 10).</p><p rend="text">Gli anni successivi vedranno una progressiva erosione della portata innovativa del Piano Regolatore di Detti, fatto oggetto di attacchi da più parti, e il fragile contesto politico – segnato dall’aspra conflittualità nella giunta di centro-sinistra – porterà al sostanziale accantonamento di tale significativo strumento urbanistico. Le elezioni del giugno 1966 avrebbero delineato uno scenario molto diverso, con l’uscita di scena sia di Detti, sia di Ramat.</p><p rend="h2">5. Dopo l’alluvione: architettura, città e territorio</p><p rend="text">Il piano, approvato dal Ministero nel 1966, rimane però in essere con le sue scelte qualificanti: l’individuazione di due direzioni di espansione della città nella piana, una preferenziale verso Sesto Fiorentino e una secondaria verso Scandicci; una politica edilizia concentrata, coniugata ad una attiva tutela delle aree collinari che, da allora, divengono gli ambiti paesaggistici privilegiati per l’intera area; la localizzazione di un grande centro direzionale chiamato Porto, insieme al nuovo polo universitario cittadino e ad un complesso di attrezzature sportive; ed infine una nuova strada veloce, chiamata ‘asse di scorrimento’, pensata sia come infrastruttura veloce di attraversamento della città, che come asse di collegamento con la piana (Innocenti 2013).</p><p rend="text">Il piano, tuttavia, subisce diversi aggiustamenti e trasformazioni. Per quanto qui interessa, il caso più emblematico è quello dell’Università. Nel 1970 viene bandito un concorso internazionale per la sistemazione del nuovo polo dell’Università di Firenze. Vince la proposta contraddistinta con il motto «Amalassunta»<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-000-backlink"><ref target="_35.html#footnote-000">13</ref></hi></hi> che proponeva la riorganizzazione degli insediamenti universitari in tre grandi aree: quella del centro storico, riservato alle Facoltà umanistiche e ad architettura, alle biblioteche centrali, agli Istituti culturali e ai centri di ricerca ‘leggeri’; quella di Careggi, riservate alla Facoltà di Medicina e al comparto sanitario; quella del polo universitario di Castello-Sesto Fiorentino per le Facoltà scientifiche. Nel 1978, con apposita variante agli strumenti urbanistici dei Comuni interessati, si decide lo spostamento del polo universitario più a ovest, nella piana di Sesto Fiorentino (dove effettivamente verrà realizzato), aggregando anche le sedi del Consiglio Nazionale delle Ricerche. Nel 1997, a questi tre nuclei, ne viene aggregato un quarto: il polo delle Scienze sociali a Novoli, per ospitare le Facoltà di Giurisprudenza, di Economia e delle Scienze sociali.</p><p rend="text">Ritornando alla Facoltà di Architettura – che per il numero degli studenti e dei docenti rappresentava una comunità molto rilevante, con specifiche esigenze didattiche e di ricerca – e alle sue sedi (Lamberini 1996) una volta cristallizzata la scelta di mantenerne l’ubicazione entro il centro storico, si pone la questione di trovare i contenitori adatti. Negli studi a valle della discussione intorno alla <hi rend="italic">Grande Firenze</hi> degli anni Trenta, uno dei complessi individuati per rispondere alle esigenze dell’università era stato il monastero di S. Maria degli Angeli (De Benedictis, Milloschi, Tigler 2022). Il complesso era stato oggetto di un intervento di rifacimento e riorganizzazione nel biennio 1935-36, con la demolizione della porzione di fabbricato conventuale che si addossava al lato sud della Rotonda del Brunelleschi e la distruzione degli edifici lungo via del Castellaccio per la rettifica della strada, con la conseguente realizzazione di una nuova piazza (che sarà poi via via completata nei decenni successivi). Il complesso, ristrutturato con lo scopo iniziale di ospitare una parte dell’Arcispedale di Santa Maria Nuova, viene ceduto all’Università nel 1940. All’inizio degli anni Sessanta, vi viene trasferita la Facoltà di Lettere e una parte di quella di Architettura (Aula Magna, Aula Anfiteatro), nonché la biblioteca e le aree di Disegno e Rilievo e di Composizione Architettonica, mentre nella nuova palazzina – costruita per chiudere lo spazio pubblico della nuova piazza e per collegare il lato est del chiostro grande – l’Istituto di Costruzioni.</p><p rend="text">Rafforzandosi, inoltre, l’idea di base che tutta l’area umanistica e quella di architettura dovessero rimanere nel tessuto del centro storico, altri contenitori si aggiungono a questo raggruppamento: il più prestigioso dei quali è rappresentato dal Palazzo di San Clemente (acquisito direttamente dall’Università nel 1967), dove verrà trasferita la presidenza di Facoltà, la Biblioteca, nonché le aree di Restauro, Storia dell’architettura e Urbanistica. Si tratta di una operazione che incide fortemente sulla dimensione culturale, sociale e di pianificazione della vita e delle prospettive di sviluppo del centro storico. </p><p rend="text">Una grande occasione di rigenerazione urbana si presenta ad inizio anni Ottanta con il trasferimento degli istituti carcerari fino ad allora localizzati nel quartiere di Santa Croce. Proprio su questo un articolato dibattito è presente ad Architettura, dove si sviluppa un serrato confronto. Diverse tesi e ricerche sono state via via sviluppate sul tema e più volte l’argomento è trattato nell’arena politica pubblica. Riabitare il centro storico è lo slogan più usato, che si affianca alle richieste dell’Ateneo di avere più spazi all’interno della città storica. Per dirimere la questione, nel 1986 il Comune bandisce il Concorso internazionale di idee per il recupero, al quartiere e alla città, degli immobili destinati a istituti penitenziari (Murate, Santa Verdiana, Santa Teresa). Gli esiti sono stati esposti in una grande mostra al piano terra di Santa Verdiana tra settembre e ottobre del 1988. L’anno prima, in via provvisoria, una parte del complesso era stata concessa all’Università di Firenze per l’inizio dell’anno accademico 1986-87, con i primi adeguamenti tecnico-funzionale su progetto di Roberto Maestro (docente di Disegno ad Architettura) in collaborazione con l’Ufficio Tecnico dell’Università. A questa prima sistemazione, è seguito un successivo e organico progetto, per il recupero e la rifunzionalizzazione dell’intero complesso (Pisani 2017).</p><p rend="text">La scelta urbanistica di localizzare in quel quadrante urbano le sedi di Architettura è definito nel Piano regolatore generale di Marcello Vittorini, adottato dal Comune nel 1993 (Innocenti, Clemente 1994), che delinea una strategia più generale per il recupero di contenitori lasciati liberi per lo spostamento di grandi funzioni urbane nel territorio della piana fiorentina. Una di queste strategie era indirizzata alla riorganizzazione logistica dell’Università di Firenze, alla quale viene legata anche la ridefinizione del sistema dei trasporti e di gran parte dei servizi urbani.</p><p rend="text">Si delinea così la possibilità concreta, dopo più di settant’anni dalla nascita dell’Università, di predisporre un ampio e organico piano e programma di riorganizzazione delle strutture universitarie nel centro storico e, contemporaneamente, un programma di edilizia universitaria di nuovo impianto in un’ottica di rigenerazione urbana. Prende così corpo, finalmente, un vero e proprio piano edilizio di rigenerazione di parti della città (Del Nord, Fialà, Zaffi 2005) e con esso anche un impegno diretto da parte di diversi docenti della Facoltà di Architettura, che firmano alcuni interventi di riqualificazione e rigenerazione. Tra questi, quello più importante per la Facoltà e per la rivitalizzazione di una parte importante della città, è il recupero del complesso carcerario di Santa Teresa con un progetto (Breschi 2016), non a caso definito di “rigenerazione urbana”, firmato da Alberto Breschi (docente di composizione architettonica e urbana) e che avvia, dal lato funzionale, il cosiddetto ‘polo delle architetture’. Elemento nodale del progetto è la realizzazione di un nuovo corpo di fabbrica (distinguibile nel contesto per la struttura, per la tecnica costruttiva e la scelta dei materiali) concepito ‘a talea’, ovvero come innesto nel corpo storico della struttura esistente, e organizzato come spina distributiva principale dei singoli edifici costituenti il complesso, e subito diventato icona delle sedi di architettura.</p><p rend="text">Gli interventi di recupero dei plessi non sono tuttavia completati, ma l’assetto è delineato e chiaro: concentrare nei complessi di Santa Verdiana e di Santa Teresa l’intera offerta formativa delle Architetture, i Laboratori, i servizi, la biblioteca, con l’eccezione di Design localizzato nella sede di Calenzano e di Urbanistica, ubicata per ora presso il PIN di Prato.</p><p rend="text">Per chiudere, ricordiamo che nel lontano 1457, un ingegnere veronese, chiedendo alla Repubblica di poter esercitare la propria professione a Firenze, apriva la sua supplica, con una frase che suona come una vera e propria <hi rend="italic">captatio benevolentiae,</hi> ma che ben descrive la considerazione di cui godevano i fiorentini nella penisola, proprio per il contributo che l’architettura – in tutte le sue componenti, tecniche e estetiche – aveva dato (e stava dando) all’immagine della città e alla sua struttura:</p><p rend="quotation_b">Et perché innamorato della gloriosa et magnifica città di Firenze, dove le grandi cose sono extimate, arebbe vagheza venire a dimostrare et far notitia del suo ingegno et della sua peritia et arte in onore di essa città di Firenze (Lamberini 1998, 267). </p><p rend="text">Una eredità difficile da portare avanti, ma che i docenti della Facoltà (poi Scuola, e ora Dipartimento), di Architettura hanno cercato di valorizzare al meglio, soprattutto nell’impegno di delineare scenari adeguati ad uno sviluppo sincretico e organico della comunità cittadina e universitaria, di cui sono testimonianza oggettiva sia la partecipazione alla pianificazione urbanistica, sia gli interventi connessi al recupero di significativi brani di città, di cui fa parte integrante anche l’edilizia universitaria.</p><p rend="h2">Riferimenti bibliografici</p><p rend="bib_indx_bib">Belli, Gianluca, Amedeo Belluzzi. 2013. <hi rend="italic">Una notte d’estate del 1944. 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Milano: Touring Club Italiano.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="_35.html#footnote-012-backlink">1</ref></hi>	Nel presente saggio, frutto di una elaborazione comune, sono da ascrivere a Giuseppe De Luca i parr. 1, 2 e 5, mentre a Emanuela Ferretti i parr. 3 e 4.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="_35.html#footnote-011-backlink">2</ref></hi>	Ci limitiamo a ricordarne alcune: Archivio Alinari, Accademia dei Georgofili, Società italiana di Orticoltura, British Institute, Institut Français de Florence, Kunsthistorisches Institut in Florenz, Villa I Tatti-The Harward University Center for Italian Renaissance Studies, Istituto forestale.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="_35.html#footnote-010-backlink">3</ref></hi>	Il RD del 26 giugno 1930, pubblicato nella G.U. del 22 agosto successivo, stabiliva, fra l’altro, che per i primi tre anni le funzioni di Direttore fossero assolte dal Preside della Accademia di Belle Arti di Firenze e che la sede della Scuola fosse provvisoriamente posta in alcuni locali della stessa, in attesa della concessione della sede definitiva. L’8 ottobre 1931 la G.U. pubblicava il decreto con cui si stabiliva che le Scuole Superiori di Architettura, dipendenti dalla Direzione delle Antichità e Belle Arti, passavano alle dipendenze della Direzione Generale della Istruzione Superiore, in aggiunta alle Università e agli Istituti Superiori compresi nella tabella B dell’ordinamento universitario. </p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="_35.html#footnote-009-backlink">4</ref></hi>	Nel 1933 in seguito alle disposizioni contenute nel T.U. delle Leggi sulla Istruzione Superiore (approvate con R.D. 21 agosto 1933, n. 1592) la Scuola Superiore di Architettura veniva denominato Istituto Superiore; con questa ultima qualifica sarà aggregata quale Facoltà di Architettura all’Università di Firenze con R.D. del 26 marzo 1936, n. 657.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="_35.html#footnote-008-backlink">5</ref></hi>	Soffici firma il saggio di chiusura <hi rend="italic">I dintorni di Firenze. Valori artistici, storici e paesistici</hi> in quel volume.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="_35.html#footnote-007-backlink">6</ref></hi>	I due articoli di Berenson (<hi rend="italic">Il Ponte </hi>1, 1945) e Bianchi Bandinelli (<hi rend="italic">Il Ponte </hi>2, 1945) vengono ripubblicati da Edoardo Detti nella sezione<hi rend="italic"> Opinioni e proposte per la ricostruzione. Rassegna di articoli da riviste e quotidiani 1945-1946</hi>, <hi rend="italic">Urbanistica</hi><hi rend="italic"> </hi>12, 1953: 67-70.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="_35.html#footnote-006-backlink">7</ref></hi>	I primi classificati sono: Detti, Gizdulich, Pagnini, Santi col progetto Città sul Fiume;<hi rend="italic"> </hi>Bartoli, Gamberini, Foccaci col progetto I Ciompi; Rossi e Tonelli con David ‘46. Secondi classificati: Doni, Dori, Morozzi, Pastorini, Pellegrini col progetto Santa Felicita e il gruppo Firenze sul fiume. </p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="_35.html#footnote-005-backlink">8</ref></hi>	Per esempio: Giovanni Michelucci, “Difendiamo la vita,” <hi rend="italic">La Nazione del Popolo</hi>, 13 ottobre 1946: 8.<hi rend="italic"> </hi></p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="_35.html#footnote-004-backlink">9</ref></hi>	Michelucci, come ricordato, è membro della Commissione per il Centro distrutto.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="_35.html#footnote-003-backlink">10</ref></hi>	Per Michelucci e il suo ruolo, in quegli anni, all’Istituto Superiore Regio Istituto Superiore di Architettura, si veda Conforti 2007.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="_35.html#footnote-002-backlink">11</ref></hi>	Bartoli era il direttore Ufficio delle Pietre dure; Detti e Savioli docenti alla Facoltà di Architettura, gli altri affermati architetti.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="_35.html#footnote-001-backlink">12</ref></hi>	Carlo Maggiora può essere considerato uno degli studiosi che hanno maggiormente dato una impronta alla Facoltà di Architettura, dove ha insegnato fin dalla fondazione, inizialmente come assistente dell’allora preside Raffaello Brizzi e in seguito come docente, prima di Rilievo e poi nella cattedra di Disegno dal vero.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="_35.html#footnote-000-backlink">13</ref></hi>	Proposto da E. Detti, con alcuni dei suoi più vicini collaboratori universitari (G. F. Di Pietro, G. Fanelli, T. Gobbò, M. Massa, P. Sica, R. Innocenti, M. Zoppi, questi due ultimi saranno poi anche Presidi della Facoltà), e un gruppo di progettisti architetti coordinati da Vittorio Gregotti.</p>
      
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