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        <title type="main" level="a">I mondi dell’economia, del diritto e delle professioni</title>
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          <resp>This is a section of <title>Firenze e l’Università</title>(DOI: <idno type="DOI">10.36253/979-12-215-0282-4</idno>) by </resp>
          <name>Fulvio Conti, Emanuela Ferretti, Donatella Lippi, Antonella Salvini, Bernardo Sordi, Andrea Zorzi</name>
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        <publisher>Firenze University Press</publisher>
        <pubPlace>Florence</pubPlace>
        <date when="2024">2024</date>
        <idno type="DOI">https://doi.org/10.36253/979-12-215-0282-4.37</idno>
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      <abstract xml:lang="en">
        <p>The demand for higher education and research in economic, commercial, and legal fields for corporate, professional, and institutional activities between Florence, Prato and Pistoia was already intense when the Faculties of Economy and Management and of Law started their activity in Florence in the 1920s. Such demand has been growing in the following decades till the present-days. This chapter discusses how opportunities and difficulties for fruitful exchanges have evolved in these fields: first, considering the changing didactic offers of the two faculties, with their possible contribution to operative skills and bases of cultural progress for the local systems; and then, moving on to a deeper discussion based on leading figures of the two Faculties in the second half of the 20th century.</p>
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            <item>Didactic offer</item>
            <item>Professional skills and cultural progress</item>
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            <item>Faculty of Law</item>
            <item>Leading academic figures</item>
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      <p>It is available online at https://doi.org/10.36253/979-12-215-0282-4.37<ref target="https://doi.org/10.36253/979-12-215-0282-4.37" /></p>
      
      
      <p rend="h1_chapter">I mondi dell’economia, del diritto e delle professioni</p><p rend="h1_author">Marco Bellandi, Giampiero Nigro, Andrea Paci, Irene Stolzi<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-000-backlink"><ref target="_37.html#footnote-000">1</ref></hi></hi></p><p rend="h2 ParaOverride-1">1. Introduzione</p><p rend="text">Dopo che Lorenzo il Magnifico nel 1472 trasferì lo <hi rend="italic">Studium </hi>generale da Firenze a Pisa, lo spazio regionale dell’istruzione universitaria fu presidiato dalle Università di Pisa e di Siena. A Firenze non mancarono Accademie prestigiose che radicarono forti capacità di ricerca. L’istruzione universitaria pubblica tornò a Firenze con l’istituzione del Regio Istituto di studi superiori, pratici e di perfezionamento<hi rend="italic"> </hi>che nel 1859 nacque con una forte impronta di autonomia dallo Stato (Rogari 1991), e fu cofinanziato dal Comune e poi anche dalla Provincia di Firenze (estesa allora a Pistoia e Prato). L’Istituto, insieme a Filosofia, Filologia, Scienze naturali, Medicina e Chirurgia comprendeva anche Studi legali ma non Economia e Commercio. Nel 1875, separatamente dal primo, fu istituito il Regio Istituto di Scienze sociali e politiche “Cesare Alfieri”, al quale fu associata nel 1926 una Regia Facoltà di discipline economiche e commerciali che acquisì autonomia nel 1928 col nome di Regio Istituto superiore di scienze economiche e commerciali. Nel 1924, con la riforma Gentile il primo Regio Istituto fu trasformato in Università degli studi di Firenze (Lotti 1984). Comprendeva anche l’istituzione della Facoltà di Giurisprudenza. Ne rimasero fuori il “Cesare Alfieri” (fino al 1938) e l’Istituto di Economia (fino al 1936).</p><p rend="text">Le vicende dei rapporti di economia e giurisprudenza coi territori di insediamento e il mondo delle imprese, delle professioni, e delle istituzioni sono oggetto principale di questo capitolo. Prima di entrare nei dettagli, richiamiamo il contesto economico degli stessi territori nell’arco temporale che copre più di un secolo.</p><p rend="text">Fra la fine del Ottocento e l’inizio del Novecento, la Toscana era la terza regione industriale italiana, dopo Lombardia e Piemonte. Al tradizionale blocco agrario-minerario, si erano affiancati investimenti di grande impresa nel manifatturiero e nell’energia, a volte con capitali e imprenditoria estera. Il settore finanziario e assicurativo era molto sviluppato, con attori di rilevanza nazionale come Monte dei Paschi di Siena e Fondiaria. Vi era poi un diffuso insediamento di attività artigiane e di piccola impresa, anche con specializzazioni ben radicate. Il turismo era ai primi posti in Italia con tre centri di attrazione nazionale e internazionale, Firenze, Montecatini, Viareggio. L’agricoltura, anche se in gran parte organizzata nella conduzione mezzadrile, aveva elementi di specializzazione quali il floro-vivaismo e l’industria vinicola (Preti 1986). Fra le due guerre i settori di grande impresa e di industria pesante e dell’incipiente produzione di massa pur non arretrando in Toscana non vi si rafforzano quanto nel nord. Tuttavia, proprio in Toscana si manifestarono presto, dagli anni Cinquanta del Novecento, nuovi percorsi di industrializzazione, leggera, a base di sistemi di piccole e medie imprese, nei distretti industriali e nella campagna urbanizzata (Becattini 2004, 74-9). </p><p rend="text">Entro la regione, malgrado un tradizionale assetto economico e politico policentrico, resistente alla dipendenza dall’antica ‘signoria fiorentina’, i territori di riferimento dell’Università di Firenze, rispetto a quelli di Pisa e di Siena, presentano tradizionalmente la maggiore concentrazione e differenziazione di settori produttivi (Preti 1986). Questo spiega come la domanda di formazione e ricerca in ambito economico, commerciale e giuridico per le istituzioni e le organizzazioni aziendali e professionali fra Firenze, Prato e Pistoia possa essere stata relativamente intensa fin dall’inizio.</p><p rend="text">Nei prossimi paragrafi proveremo a discutere se e come il potenziale di intrecci fruttuosi si sia sviluppato. Vedremo prima alcuni elementi di struttura circa l’offerta formativa; passeremo poi a un approfondimento basato su figure di riferimento nella seconda metà del Novecento. Le conclusioni richiameranno qualche considerazione di ordine generale.</p><p rend="h2">2. Rapporti fra l’offerta formativa di economia e diritto e i territori delle facoltà</p><p rend="h3 ParaOverride-1">2.1. Insegnare l’economia</p><p rend="text">Il primo Commissario dell’Istituto di economia, Guido Chierichetti, anche commissario straordinario della Camera di Commercio di Firenze e «figura di spicco della vita economica cittadina», nel suo discorso inaugurale del 1926 richiamò cosa ci si aspettava dal nuovo istituto: «raccogliere istanze e necessità della comunità economica, soddisfarle e favorire, attraverso la formazione e la ricerca, lo sviluppo della città stessa»<hi rend="italic"> </hi>(Roggi 2004, 620-1). In effetti, la genesi e la vita dell’Istituto beneficiarono di cospicui finanziamenti di enti comunali e provinciali (ricordiamo, non solo Firenze) e di un certo numero di imprese, associazioni imprenditoriali e corporative, e collegi professionali. Lo stesso insediamento dal 1928-29 presso la storica sede di Villa Favard, sul Lungarno Vespucci, fu sostenuto da finanziamenti locali. Ciò che seguì, per Roggi (2004 620)<hi rend="italic"> </hi>«fu cosa assai più complessa» rispetto a quanto auspicato da Chierichetti, a cominciare nei primi anni dalla mancata attivazione di indirizzi assicurativi e bancari e di una cattedra di economia turistica, richiesti dagli enti locali. Con la trasformazione in Facoltà di Economia e Commercio entro l’Ateneo fiorentino dal 1936, nel corpo docente prevalse, pur con eccezioni, una postura di accademia che stava nella città ma non era della città. Dopo la guerra le spinte contradditorie nei rapporti coi territori e i mondi professionali e dell’impresa continuarono. In questo paragrafo osserviamo la questione dal lato dell’offerta formativa.</p><p rend="text">Nel 1926-27, l’unico corso di laurea, quadriennale, comprendeva un solo curriculum, meno di trenta insegnamenti per una ventina di docenti, fra economie generali e applicate, statistiche e matematiche, ragionerie e tecniche aziendali, istituzioni e diritti di impresa e mercati, e lingue straniere. L’offerta formativa non cambiò molto nei tre decenni successivi (Roggi 2004). </p><p rend="text">A fronte delle sfide del miracolo economico e all’aumento di studenti e (parzialmente) di docenti, Alberto Bertolino, professore di Economia Politica e Preside della Facoltà dal 1951 al 1968 (<ref target="http://Aa.Vv">Aa.Vv</ref>. 1990), si fece promotore nel 1959 di un’articolazione del percorso di studio in cinque indirizzi, fra economici e aziendali (Roggi 2004, 641-3). Bertolino allargava il compito ordinario del docente universitario, di arricchire l’insegnamento coi risultati della ricerca, non solo al <hi rend="italic">public engagement</hi> (fu artefice dell’incontro di La Pira con un keynesismo di stampo sociale), ma anche all’innovazione dell’offerta formativa, per profili professionali e culturali al passo coi cambiamenti della società (<ref target="http://Aa.Vv">Aa.Vv</ref>. 1990). Le sue proposte su Economia e Commercio non sfondarono. Bertolino vi vide il prevalere di una chiusura a difesa di impianti disciplinari e teorici consolidati. Tuttavia, mantenne i rapporti con la Camera di Commercio e, grazie a finanziamenti e donazioni, attivò un Centro di Cultura economica e il Corso di perfezionamento in economia del turismo che diresse affiancandolo al seminario e alla Scuola di Statistica diretti da Giuseppe Parenti.</p><p rend="text">Dagli anni Settanta, il numero di studenti iscritti ha proseguito nella crescita pur fra oscillazioni, con provenienza prevalente dalle province di Firenze, Pistoia, Prato, e anche Arezzo. Il numero di immatricolati ha raggiunto le 1400 unità (15% di Ateneo) nel 2021-22; i laureati (primo e secondo livello) sono fra 900 e 1100 annui dal 2007, con sbocchi sul mercato del lavoro ampi e articolati. Nel 2003-04 si era attuato un indispensabile cambiamento logistico con lo spostamento della Facoltà (Scuola di Economia e Management dal 2013) da Villa Favard al nuovo Polo delle Scienze Sociali di Novoli, insieme alle Facoltà di Giurisprudenza e di Scienze politiche. Furono potenziate aule e servizi per gli studenti e garantita maggiore interazione coi portatori di interesse del mondo delle imprese e delle professioni. Rilevante è stato l’aumento di insegnamenti insieme a cambiamenti dell’assetto formativo, numerosi e complessi a cavallo fra gli anni Novanta e Duemila. Dal 2001-02, applicando una riforma nazionale, si era introdotto il doppio livello, con laurea triennale per il primo e biennale (specialistica, poi magistrale) per il secondo. Il numero delle lauree aumentò fino a un massimo nel 2007-08 di 9 di primo livello e 14 di secondo, più le articolazioni interne. Una normativa più vincolante indusse un assestamento dal 2008-09, le lauree triennali sono scese prima a 6, poi a 4, e dal 2022-23 sono 5, mentre le magistrali sono 7.</p><p rend="text">Si può dire, <hi rend="italic">ex post</hi>, che la grande espansione dell’offerta formativa sia venuta incontro all’idea espressa da Bertolino a fine anni Cinquanta, di una maggiore aderenza ai bisogni di un mondo dell’impresa, delle professioni e del lavoro in grande cambiamento e differenziazione nei territori di insediamento? In effetti, i percorsi di formazione per le professioni di commercialista e in parte di tributarista sono stati conservati e qualificati, le professioni statistiche hanno avuto presto un’offerta propria, la ragioneria e le discipline dell’economia e gestione delle imprese sono ancora oggi al centro delle lauree di maggiore successo, anche con uno specifico curriculum presso il Polo di Prato, le professioni collegate alla finanza hanno insegnamenti e percorsi dedicati, sono pure curate le competenze economiche per enti pubblici e intermedi, nazionali e internazionali, e per terzo settore, innovazione sociale e sostenibilità ambientale. L’attenzione alla didattica in lingua inglese (tre lauree di secondo livello, una di primo) risponde alla crescente apertura internazionale dei nostri sistemi produttivi e sociali. Si aggiungono a tutto ciò i laboratori dedicati alle cosiddette <hi rend="italic">soft-skills</hi>, e ancora master e dottorati.</p><p rend="text">Rimane però anche un senso di eccesso nella grande varietà di proposte e tentativi che si sono succeduti. È come se la chiusura nel corpo disciplinare della tradizione di Economia e Commercio, di cui parlava Bertolino, si fosse a un certo punto ribaltata nel suo contrario. Questo non si può escludere considerando il gioco degli interessi accademici. L’attribuzione di risorse docenti alla Facoltà ha avuto un cronico ritardo nel seguire l’aumento della popolazione studentesca mentre la distribuzione interna ha seguito la differenziazione dei corsi su base disciplinare. Il conflitto distributivo è stato poi accentuato dal crescente ruolo dei Dipartimenti universitari, istituiti dal 1980 pure su impianti fortemente disciplinari (Marinelli 2004). Come si diceva, comunque, dal moto espansivo della differenziazione negli ultimi anni si è passati a una fase di maturazione e affinamento, che permette di verificare ed eventualmente migliorare, anche sulla base delle tante sperimentazioni precedenti, il bilanciamento delle varie esigenze collegate all’offerta formativa dell’attuale Scuola di Economia e Management, fra quelle del corpo accademico e quelle espresse dai portatori di interesse esterni-interni, gli studenti e le loro famiglie, il mondo delle imprese, delle professioni, degli enti pubblici e collettivi.</p><p rend="h3">2.2. Insegnare il diritto</p><p rend="text">Sotto il profilo della didattica, fin dalla nascita, la Facoltà di Giurisprudenza (1924) concepisce il diritto quale strumento di una cittadinanza attiva, costitutivamente protesa verso il mondo professionale e istituzionale circostante. Non a caso, la facoltà si dotò subito di una Scuola di applicazione forense dedicata ai laureati e ispirata a un «progetto di laboratorio messo a punto da Piero Calamandrei e lucidamente indirizzato verso una comprensione della realtà del fenomeno giuridico quale vive nella pratica giudiziaria» (Sordi 2004, 166). Ne è stata erede, a partire dall’inizio degli anni Duemila fino al 2022, la Scuola di specializzazione per le professioni legali, ugualmente rivolta ai laureati e impegnata ad avviarli alla carriera forense, giudiziaria e nelle pubbliche amministrazioni.</p><p rend="text">Questa visione fu chiaramente fissata da Piero Calamandrei, per il quale era importante dare spazio alle «esercitazioni», senza che questo valesse a trasformare le aule universitarie in luoghi di «tirocinio professionale»: «l’oggetto e il fine dell’insegnamento universitario» doveva rimanere «il diritto studiato scientificamente»; al contempo, era necessario «sostituire un metodo d’insegnamento che condanna[va] gli scolari alla inerzia e alla paralisi mentale con un metodo che stimol[asse] le loro iniziative, che d[esse] loro il senso dell’indipendenza e della responsabilità nel lavoro» (Calamandrei 1923, 232-3). </p><p rend="text">Se è vero che è sempre rischioso collegare disinvoltamente tempi differenti, in questo caso non sembra forzato riconoscere la straordinaria attualità delle parole di Calamandrei, con riferimento a un presente, come quello in cui viviamo, nel quale la richiesta di un legame più forte tra sapere e saper fare si fa particolarmente pressante. Ad apparire necessario è, certo, un serrato confronto con la ricchezza dell’esperienza, spesso refrattaria a essere contenuta nelle categorie nelle quali il diritto pretenderebbe di inquadrarla; ma non meno necessaria appare la coltivazione di un sapere squisitamente teorico, di un sapere, cioè, capace di (e chiamato a) fornire le categorie per leggere, interpretare, progettare ed eventualmente contestare l’esperienza stessa. Anzi, la buona salute dei saperi teorici si presenta – in modo solo apparentemente contraddittorio – tanto più necessaria in un mondo, come l’odierno, che corre veloce e che sembra condannare tutto, anche gli assetti regolativi, a una precoce obsolescenza. Ipertrofia, contraddittorietà, esasperazione della dimensione del divieto e della sanzione nell’attuale tessuto normativo, costituiscono altrettante occasioni per rileggere le coordinate del giuridico e anche per valutare criticamente visioni non capaci di farsi carico delle complesse esigenze regolative delle società odierne. Sotto questo profilo, e senza tirare fili troppo lunghi che dal passato arrivano al presente, la didattica innovativa e le cliniche legali che da qualche anno sono entrate stabilmente nell’offerta formativa della Scuola di Giurisprudenza, erede della Facoltà dal 2013, sono nate proprio sotto questo segno, come strumenti, cioè, che intendono raccordare i saperi teorici alla dimensione dell’esperienza, come strumenti chiamati a favorire negli studenti la maturazione di qualità – intuito, versatilità, <hi rend="italic">problem solving</hi> se si vuole usare una terminologia in voga – che appaiono essenziali ad abitare una realtà complessa e sfuggente come quella odierna. Istituzioni pubbliche, avvocatura, notariato, mondo delle imprese sono importanti compagni di viaggio, interlocutori stabili che hanno accettato con convinzione di essere coinvolti in simili attività. </p><p rend="text">L’offerta formativa della Facoltà si è storicamente articolata intorno alla Laurea in Giurisprudenza, con un impianto relativamente stabile e lineare. Attualmente, la Scuola di Giurisprudenza ospita la laurea a ciclo unico (cinque anni) in Giurisprudenza, erede dell’impianto tradizionale, e due sue filiazioni in lauree congiunte italo-francese e italo-tedesca, due lauree triennali e una magistrale. Le due filiazioni testimoniano l’orizzonte internazionale della formazione giuridica, le ultime tre l’apertura delle scienze giuridiche a figure professionali diverse da quelle tradizionali di avvocato, notaio, magistrato, accademico. Negli ultimi anni, gli studenti immatricolati (al primo anno) sono complessivamente circa 1000 all’anno e i laureati (di tutti i livelli) circa 900. Si aggiungono corsi di perfezionamento e aggiornamento professionale.</p><p rend="text">Gli stessi due progetti di eccellenza (2018-22 e 2023-27) di cui il Dipartimento di Scienze giuridiche, nel quale operano gran parte dei docenti della Scuola, è risultato assegnatario, riflettono in maniera esaustiva le molte anime di una comunità che intende coniugare qualità della ricerca, innovazione didattica e relazioni stabili con la realtà circostante.</p><p rend="h2">3. L’università e il contesto economico e sociale: figure di riferimento a Economia e Giurisprudenza nella seconda metà del Novecento</p><p rend="text">Intendiamo alimentare la riflessione sulle questioni poste nel paragrafo precedente, considerando alcune grandi personalità di Economia e Giurisprudenza attive principalmente nella seconda metà del Novecento, e in particolare il rapporto più diretto della loro azione e del loro pensiero coi mondi delle imprese, delle professioni, delle istituzioni pubbliche. Questi esempi, estratti da un cumulo di pratiche e vicende di interazione che ha una grande e inesplorata (e non esplorabile in questo capitolo) ricchezza, permettono di dare un’idea di alcuni dei fondamenti di tale interazione.</p><p rend="h3">3.1. Figure di riferimento delle Economie generali e applicate</p><p rend="text">Nel periodo centrale della vita della Facoltà di Economia e Commercio, nella seconda metà del Novecento, numerosi professori hanno illustrato i campi delle economie generali e applicate. Ricordiamo pochi nomi per tutti: Alberto Bertolino, Giacomo Becattini e Antonio Gay per l’Economia politica e applicata, Piero Barucci per la storia del pensiero economico, Armando Sapori e Federigo Melis per la Storia economica, Bruno Nice per la Geografia economica, Carlo Emilio Bonferroni e Dario Fürst per la Matematica generale e finanziaria, Giuseppe Parenti e Massimo Livi Bacci per Statistica e Demografia. Alcuni di loro hanno ricoperto anche importanti incarichi pubblici. Ci concentriamo su Melis e Becattini, seguendo un filo di impatto su uno dei territori di insediamento della Facoltà. Rimandiamo per Bertolino ad <ref target="http://Aa.Vv">Aa.Vv</ref>. (1990) che comprende anche saggi di allievi professori della Facoltà, cioè Becattini, Barucci, e Gay. Per Parenti rinviamo al ricordo scritto da Livi Bacci (2005).</p><p rend="text">Partiamo da Federigo Melis (Firenze 1914-73). Dopo il suo primo incarico a professore di Storia Economica, a Pisa, Melis giunse alla Facoltà di Economia e Commercio di Firenze nel 1963, studioso già affermato che animava il dibattito della storiografia internazionale, a partire dalle ricerche sulle forme contabili dall’Antichità al Medioevo attraverso l’analisi di fonti poco conosciute ai ricercatori del tempo. Docente entusiasta e splendido conferenziere (Del Treppo 1978, 9), morì a cinquantanove anni, lasciando una poderosa produzione scientifica e ben sette lauree <hi rend="italic">honoris causa</hi> ricevute dalle maggiori Università europee. Melis introdusse una riflessione di tipo euristico e metodologico che rifiutava l’idealismo crociano. La storia, ancor più quella dei fatti economici, doveva fare riferimento alle persone e al loro vissuto concreto, all’uomo di affari espressione del suo tempo e del modello aziendale che aveva creato, secondo prospettive lontane anche da quelle dei romantici come Armando Sapori e ai loro riferimenti a figure come il mercante demiurgo (Nigro 2010, XI-XV). </p><p rend="text">Dunque, Melis contrastò con grande determinazione le interpretazioni storiche idealistiche e romantiche e rivendicò la necessità di indagini rigorosamente economiche che non erano, come diceva Ernesto Sestan «un sobborgo spesso inameno della grande Storia». Le sue idee furono inizialmente accolte con sussiego; gli si rimproverava un eccesso di tecnicismo dovuto alla presenza di analisi quantitative e all’uso di documenti inconsueti, diversi da quelli di origine pubblica, giuridica e letteraria, cui si era abituati. Ma seppe gradualmente imporre le sue convinzioni. Già nel 1955 aveva organizzato a Prato una mostra documentaria di respiro internazionale fondata sulle carte del fondo Datini, inaugurata da Luigi Einaudi e Giovanni Gronchi. Pietra miliare fu il volume <hi rend="italic">Aspetti della vita economia medievale</hi> (Melis 1962), che mostra ancora oggi il senso del nuovo statuto scientifico della Storia economica e di quella che definiva la Storia interna aziendale, anticipando con ciò la odierna Business History.</p><p rend="text">Studioso e divulgatore instancabile, si metteva a disposizione di tutti gli ambienti economici e istituzionali. Tra gli innumerevoli risultati di questo impegno ricordiamo la celeberrima mostra in palazzo Piccolomini a Siena (1972) che dimostrò come il Monte dei Paschi fosse nato cinquecento anni prima. Altro esempio indimenticato furono le sue lezioni in Palazzo Vecchio a Firenze, destinate semplicemente alla formazione di operatori turistici. Nel 1968, aveva dato vita all’attuale Fondazione Istituto Internazionale di Storia Economica “Francesco Datini” a Prato, e lo fece con l’aiuto di Fernand Braudel e dei più autorevoli storici europei. Quella Fondazione è oggi il più importante centro di storia economica del mondo occidentale.</p><p rend="text">L’attenzione per le vicende pratesi e gli impatti concreti su quel territorio si trovano anche nel percorso di Giacomo Becattini (Firenze 1927 - Scandicci 2017). Assistente di Bertolino dal 1953, Becattini fu ordinario di Economia politica nella Facoltà di Economia e Commercio dal 1968 al 1998. Co-fondatore di istituti di ricerca (IRPET, IRIS) e riviste, presidente della Società Italiana degli Economisti, e membro di prestigiose accademie, fu premiato con numerose onorificenze nazionali e internazionali. Anche se Becattini profuse sempre energia nell’insegnamento e fu motivo di ispirazione per molti docenti, le questioni dell’offerta formativa di Facoltà non lo appassionarono: forse un’occasione persa, rispetto alla linea dell’innovazione didattica che era stata di Bertolino. Invece, si dedicò molto al confronto economico, culturale, politico su varie tribune locali e nazionali, come <hi rend="italic">Il Ponte</hi> e <hi rend="italic">Il Sole 24ore</hi>. Però il terreno concreto che più lo impegnò fu, appunto, Prato e il distretto tessile. Una ricerca in profondità negli anni 1980 e 1990, entro il progetto su La Storia di Prato coordinato all’inizio proprio da Fernand Braudel (Nigro 2017; Dei Ottati 2018), permise a Becattini di trovare conferma solida della possibilità di intrecci non effimeri di forze locali con lo sviluppo socioeconomico. Becattini non si addentrò in collaborazioni specifiche con professionisti, imprese ed enti pubblici per consulenze o incarichi, però promosse per molti anni gli Incontri di Artimino sullo Sviluppo Locale, attività formativa specifica per giovani ricercatori, imprenditori e amministratori e di confronto di ricerca, a livello locale e nazionale, fuori delle mura accademiche, svolti materialmente e intellettualmente con vista Prato e distretto (Becattini, Sforzi 2002).</p><p rend="text">I suoi studi su distretti industriali, sviluppo locale, e nuove vie di industrializzazione hanno avuto grande risonanza in Italia e nel mondo, stimolando filoni di ricerca collegati ed entrando nel linguaggio accademico e comune, anche come oggetto di politiche, metodologie di enti statistici nazionali, e pratiche imprenditoriali (Bellanca, Dardi 2018). Nella sua città di elezione, Prato, tutto ciò ebbe un riflesso particolare: l’essere diventati laboratorio riconosciuto di dibattiti scientifici e su politiche industriali fu motivo di orgoglio per la città e il distretto, con l’acquisizione locale di una consapevolezza maggiore che un sistema di piccola impresa non è un incidente povero di prospettive in mondi produttivi dominati da altri modelli (Nigro 2017). Non a caso il Comune di Prato assegnò a Becattini la cittadinanza onoraria nel 2001, e quando è scomparso nel gennaio del 2017 gli sono state tributate esequie funebri nella Sala Maggiore del Consiglio Comunale di Prato.</p><p rend="h3">3.2. Figure di riferimento delle discipline Economico-aziendali e nei rapporti con imprese e professioni</p><p rend="text">Le origini dell’insegnamento delle discipline economico aziendali nell’Università di Firenze richiamano alla memoria i nomi di alcune importanti figure che ne hanno segnato lo sviluppo, spesso più per l’impatto dei loro insegnamenti, dei numerosi allievi e della rete di rapporti professionali che per la diffusione delle loro pubblicazioni.</p><p rend="text">Della prima stagione, segnata dalla prolusione di Gino Zappa a Cà Foscari nel 1926 con la proposta di ridefinizione degli studi dell’economia aziendale, si ricorda in particolare Alberto Ceccherelli (Firenze 1885-1958), titolare di Ragioneria generale ed applicata a Firenze per quasi trenta anni, fino al 1955. Allievo di Fabio Besta, anticipò alcuni aspetti degli indirizzi dottrinali proposti da Zappa. Nei suoi scritti Ceccherelli cercò di cogliere la complessità della dinamica aziendale, aprendo il campo all’interpretazione dei bilanci e delle prospettive economico-finanziarie delle imprese (Ceccherelli 1939). Con profonda cultura della disciplina contabile ricostruì le prime scritture nei «libri di mercatura» del Trecento, e sempre cercò di emancipare lo studio della Ragioneria «dagli angusti confini della pura metodologia contabile» (Riparbelli 1960). Per lui l’analisi contabile doveva essere iscritta nel quadro della complessa attività di amministrazione degli affari (Ceccherelli 1948). La sua dottrina fu sollecitata dalle relazioni con il mondo delle imprese e della pubblica amministrazione e da importanti incarichi professionali. Fu presidente per molti anni di quello che oggi è l’Ordine dei Dottori Commercialisti e degli Esperti Contabili della Provincia di Firenze, ricoprendo anche la carica di Consigliere Nazionale. Animato da grande passione per l’insegnamento e per il valore delle relazioni con studenti e allievi, fra cui Alberto Riparbelli e Sergio Terzani, poi docenti della Facoltà, fu attivo interlocutore del Preside Bertolino perché l’insegnamento delle discipline aziendali non fosse confinato in indirizzi di natura professionalizzante.</p><p rend="text">Nelle discipline della Tecnica Economica, si ricorda in primo luogo Ugo Caprara (Lodi 1894 - Milano 1990), chiamato dalla Facoltà (cioè, il Regio Istituto di allora) nel 1926. Tenne l’insegnamento di Tecnica commerciale, industriale, professionale e bancaria fino al 1938, per passare successivamente all’Università di Torino e poi alla Bocconi. Caprara lasciò un’impronta profonda nello studio della Tecnica bancaria con un libro che «traccia le linee di quello che la banca di deposito dovrebbe essere quando ben gestita» (Bianchi 2021). In quel libro che ha formato generazioni di operatori del mondo finanziario, Caprara enunciò il principio che la capacità di credito trova origine nella capacità di reddito (Caprara 1946). Pur non essendo «un uomo di potere» (Guatri 2016), ricoprì importanti ruoli professionali, tra i quali venti anni come presidente del Collegio sindacale del Credito Italiano.</p><p rend="text">Successore di Caprara sulla cattedra ridenominata successivamente Tecnica industriale e commerciale fu, dal 1938, Gaetano Corsani (Prato 1893 - Firenze 1962), dopo un primo periodo a Trieste. Nei suoi lavori approfondì i problemi gestionali delle diverse categorie di imprese. Anche Corsani trovò nella vita professionale l’occasione per intrecciare tra loro dottrina e problemi reali e la sua dedizione agli studenti e alla vita della Facoltà è dimostrata dalle numerose edizioni dei suoi lavori con finalità didattica, con l’ultimo rimasto incompiuto in tema di gestione delle imprese alberghiere per il Corso superiore di Economia del turismo patrocinato dal Preside Bertolino.</p><p rend="text">Roberto Fazzi (Firenze 1912-1995) successe a Corsani, prima a Trieste, poi a Bologna e infine a Firenze nel 1962, sulla cattedra di Tecnica industriale e commerciale. Legato da profonde relazioni di consuetudine e stima con i tre maestri fin qui ricordati, fu l’interprete più importante delle discipline aziendali nell’Università di Firenze. Da grande professionista, Fazzi affiancò l’imprenditoria fiorentina e toscana nella stagione di maggiore sviluppo del capitalismo italiano. Le sue esperienze negli organi di governo di società industriali e bancarie e quella di studioso si sono fecondate reciprocamente. Per molti anni, a partire dal 1967, presiedette il Consiglio di amministrazione di La Magona d’Italia S.p.A., con l’acciaieria a Piombino e la sede legale a Firenze. Si ricordi, come esempio della capacità di combinare pratica e dottrina, la scelta di contenere gli stock di magazzino dei coils trasferendoli nei depositi dei maggiori acquirenti per aumentare la rotazione del capitale investito e diminuire il fabbisogno finanziario, e l’introduzione di un analitico sistema di valutazione del merito creditizio delle imprese clienti. D’altra parte, sollecitava i suoi allievi universitari ad approfondire le tematiche tecniche che nascevano da quelle esperienze, come le responsabilità connesse alle comunicazioni agli azionisti di una società quotata (Vallini 1988). Con i suoi studi ha contribuito al superamento dell’approccio descrittivo-negoziale degli studi di Tecnica economica, per adottare la prospettiva del governo d’impresa e dei comportamenti imprenditoriali. Pur pubblicando gran parte dei suoi lavori con editori minori fiorentini, è stato riconosciuto come un autentico caposcuola della disciplina, oggi ridenominata Economia e gestione delle imprese (Paci 1998; Golinelli, Gatti 2007).</p><p rend="text">Grande fu la sua dedizione all’attività didattica nel corso degli oltre 40 anni di insegnamento universitario, con molti allievi. Fra quelli diretti che hanno insegnato a Firenze, si ricordano Pier Giovanni Marzili che ha dato inizio al filone degli studi di Marketing e Ivano Paci che ha tenuto la prima cattedra di Finanza aziendale dell’Ateneo. Entrambi hanno continuato il fruttuoso legame tra didattica e vita professionale, con l’attività dei loro studi di commercialista e per Paci anche con la presidenza, prima della Cassa di Risparmio di Pistoia e Pescia e poi, per quasi 25 anni, della Fondazione della stessa Cassa.</p><p rend="text">È opportuno inoltre richiamare la proficua complementarità fra discipline economiche e aziendali e quelle del diritto per imprese e mercati che, come già accennato, sono state radicate anche in Economia e Commercio fin dai tempi del Regio Istituto. All’incrocio fra insegnamento e mondi di commercialisti e tributaristi ricordiamo, ad esempio, Diritto Tributario, con il contributo di docenti quali Luigi Rastello, Mario Alberto Galeotti Flori ed Enrico Fazzini, in successione dal 1961 al 2019. </p><p rend="text">Torniamo infine alle recenti riforme didattiche, che hanno offerto l’occasione per una specializzazione dei contenuti formativi nelle discipline economico-aziendali cui ha corrisposto una grande preferenza accordata dagli studenti. Anche per questo, rimane la convinzione che, al di là del valore scientifico delle figure sopra richiamate, l’impatto economico-sociale dell’insegnamento di queste discipline sia soprattutto da riconoscere nelle migliaia di imprenditori, dirigenti, manager, impiegati e professionisti, in particolare commercialisti e tributaristi, che hanno formato la loro percezione e sensibilità verso i complessi processi decisionali delle imprese e delle amministrazioni pubbliche seguendo i corsi di quella che oggi è la Scuola di Economia e Management.</p><p rend="h3">3.3. Figure di riferimento di Giurisprudenza </p><p rend="text">La Facoltà di Giurisprudenza nata nel 1924 appare figlia del proprio tempo ma anche espressione di una storia più risalente (Grossi 1986, 3-84), che ha vissuto l’istruzione superiore e in generale le sedi cittadine del sapere, a partire dalle Accademie, quali espressioni di una cultura che pensa sé stessa e si sviluppa attraverso un legame forte, fondativo, fra «teoresi e prassi» (Rogari 1991, 15), «non concepite quali dimensioni diversamente collocate (in alto la teoria, in basso la pratica), ma come dimensioni ugualmente necessarie a strutturare tanto la realtà quanto il pensiero» (Stolzi 2020, 26). La stessa commissione «incaricata di costituire la nuova facoltà giuridica fiorentina» riflette, in maniera plastica, questo legame: ne furono infatti membri Federico Cammeo e Piero Calamandrei, un avvocato e professore «di gran nome nel diritto pubblico», il primo; «un giovane processualcivilista trentacinquenne» (Sordi 2004, 165), brillantemente avviato a entrambe le carriere, il secondo. Passando in rassegna l’elenco dei docenti dei primi anni e degli anni avvenire, l’impressione che si ricava è identica. Da Enrico Finzi (che sarà preside nel decennio 1947-1956) a Gian Gastone Bolla, da Paolo Barile ad Alberto Predieri, che, allievo di Calamandrei, insegnò però a Scienze politiche, a emergere è una foto di gruppo che conferma questo legame, né episodico né casuale, tra la riflessione scientifica sul diritto e le sue proiezioni professionali e istituzionali (Morbidelli 2021, 65-7). Ci sia consentito qualche rapidissimo cenno a tre profili diversi ma rilevanti anche in questa prospettiva: Enrico Finzi, Piero Calamandrei, Paolo Barile.</p><p rend="text">L’intera produzione scientifica di Enrico Finzi segnala la predilezione per osservatori chiamati a colmare la distanza, talora scavata dal diritto ufficiale, tra forma e sostanza (Grossi 2013, 870-3) a favore del compiuto recupero della capacità della <hi rend="italic">regula iuris</hi> di farsi interprete delle esigenze del proprio tempo e del nuovo panorama di intersezioni tra privato e pubblico, diritto ed economia tipico della realtà novecentesca (Finzi, 1923). Anche la posizione – del tutto minoritaria – sui codici promulgati negli anni del fascismo può essere ricondotta alla stessa esigenza. Ne chiese l’abrogazione in blocco rifiutando la presunta apoliticità del discorso giuridico che avrebbe condannato i giuristi a essere i custodi di una dimensione appartata, non rilevante per i destini collettivi di una comunità (Finzi 1945). Non sorprende allora che Finzi sia stato anche uno dei pochi, all’inizio degli anni Cinquanta, a sottolineare l’impatto che la nuova Costituzione democratica avrebbe dovuto avere sul diritto privato, non voce astratta di una razionalità eterna, ma espressione del tempo apertosi all’indomani della Liberazione. Finzi (1950) consegnò queste sue riflessioni alle pagine del primo Commentario alla Costituzione, che comprende contributi anche di Barile, Bertolino e Miele, e che fu curato da due colleghi di Facoltà: Alessandro Levi e Piero Calamandrei.</p><p rend="text">È quest’ultimo un personaggio a tutti noto; del suo percorso ci si limita a richiamare un’unica, ma emblematica, vicenda: la difesa di Danilo Dolci del 1956. Figlio della piccola borghesia triestina, Danilo Dolci entrò in contatto con la disumana condizione di povertà in cui versavano gli abitanti di alcuni villaggi, per lo più di pescatori, della Sicilia. Dimenticati dalle istituzioni e oggetto di angherie da parte di signorotti locali, questi vinti sollecitarono l’impegno di Dolci che iniziò a organizzare, insieme a loro, proteste pacifiche. Una di esse – la riparazione di una strada dissestata insieme ad alcuni disoccupati – costò a Dolci una serie di imputazioni sulla base del disposto del T.U. di pubblica sicurezza del 1931. Il caso occupa un posto emblematico all’interno dell’itinerario intellettuale di Calamandrei: è la sua ultima difesa e restituisce una mirabile saldatura tra riflessione scientifica e impegno forense, su un fronte, come quello della legalità, che aveva costituito, per Calamandrei, un campo aperto (e tormentato) di riflessione per un quindicennio (Sordi 2004). La questione della legalità si sposa, nel 1956, alla centralità della Costituzione e del progetto di democrazia in essa annunciato: è la contrapposizione eterna tra Antigone e Creonte, tra il rispetto acritico tributato a una norma ingiusta e la consapevole adesione alle regole rispondenti a un principio di giustizia, il riferimento che consente a Calamandrei di invitare i giudici a lasciarsi consapevolmente alle spalle la «legalità decrepita» espressa dal TU di p.s. del 1931 (Calamandrei 1956, 63-4).</p><p rend="text">Si è di fronte a un approdo tutt’altro che scontato: non solo per la distanza dalle posizioni precedenti, ma soprattutto per il complesso di significati che quella distanza porta con sé. Era stato un altro collega della facoltà fiorentina, Giovanni Miele, a usare, nel 1945, parole severe nei confronti dei molti giuristi che, negli anni del fascismo, avevano continuato a identificare il perimetro del proprio lavoro nell’ossequio formale alla legge: «che cosa è mai» notava Miele «questa scienza giuridica, che è autoritaria sotto i regimi autoritari e democratica nei regimi democratici»? (Miele 1945, 104). Non più raffigurabile, al modo della modernità giuridica continentale successiva alla Rivoluzione francese, come la migliore custodia cui deputare la tutela di diritti e libertà, la legge aveva assunto, sotto il regime, contenuti persecutori (si ricordi anche il caso di Giulio Paoli, docente della Facoltà vittima di pesanti ritorsioni fasciste; Sordi 2004, 173) e liberticidi, fino all’aberrazione delle norme di discriminazione razziale del 1938. </p><p rend="text">Si trattò di norme che scossero «come un maglio la struttura universitaria fiorentina» che «sino a questo momento» aveva vissuto «in sostanziale indipendenza dal potere politico», se si esclude «la coloritura di alcune etichette didattiche (per giurisprudenza, diritto corporativo; economia politica corporativa) o l’apertura della stessa università ad alcune, modeste, pratiche del culto littorio» (Sordi, 2004, 177-8). Malgrado questo, a Firenze, operò un circuito culturale antifascista che, prostrato dalla stretta dittatoriale del 1925, radunò intorno a sé sensibilità differenti. Tra i nomi di spicco vi si trovano quelli di Carlo e Nello Rosselli, Ernesto Rossi, Gaetano Salvemini, e appunto di Calamandrei e Finzi. Nel 1925, poi, il Manifesto degli intellettuali antifascisti, proposto da Benedetto Croce fu firmato da sette docenti della neonata facoltà giuridica (Sordi 2004, 171). Di nuovo, a emergere è il profilo di personaggi vocati a vivere attivamente il tessuto politico e culturale cittadino, oltre il perimetro delle proprie competenze professionali.</p><p rend="text">In questo solco si colloca anche la figura di Paolo Barile. Allievo di Calamandrei, antifascista, partigiano nelle file degli azionisti, uomo delle istituzioni (fu, tra le altre cose, Ministro per i rapporti col Parlamento nel 1993 sotto il Governo Ciampi) quello di Paolo Barile è un profilo che riflette in maniera esemplare il legame virtuoso tra uomo di scienza, impegno civile e dimensione professionale.</p><p rend="quotation_b">Nella visione di Barile – è stato detto – lo studio e la pratica del diritto non erano […] fine a sé stessi ma uno strumento di intervento attivo nella società. Questa sua concezione etica e realistica insieme del diritto spiega il costante parallelismo che accompagnò il suo impiego impegno scientifico e la sua professione di avvocato (Merlini 2017).</p><p rend="text">L’essere costituzionalista, in tale quadro, significava, anzitutto, spendersi perché i contenuti della Costituzione non rimanessero lettera morta; non solo: significava fare in modo che l’impianto democratico della Carta riuscisse a effondersi anche su nuove zone della vita sociale e politica, come testimoniano i suoi pioneristici studi su informazione e mass media (Merlini 2017; Grassi 2018). Barile ha attraversato il secondo Novecento facendo sentire la sua voce in alcuni degli snodi cruciali della vita repubblicana, dalle battaglie per i diritti alla laicità dell’istruzione, dalla difesa della forma di governo parlamentare al pluralismo informativo. Ed è stata una voce che ha inciso in profondità tanto nella riflessione scientifica quanto negli orientamenti normativi (pur con qualche cocente delusione) e giurisprudenziali (Merlini 2010). Non desta dunque sorpresa che, nel 1965, sia stato tra i fondatori, insieme a colleghi di Scienze Politiche, Giovanni Spadolini, Alberto Predieri e Silvano Tosi, del tuttora esistente<hi rend="italic"> </hi>Seminario di studi e ricerche parlamentari «dedicato alla […] formazione degli aspiranti consiglieri parlamentari» (Merlini 2017). Ancora un ponte tra l’università e il contesto esterno, tra il riconoscimento di una specifica e indeclinabile capacità formativa dell’università e la proiezione di quella capacità nella vita istituzionale. </p><p rend="text">È stato (ed è tuttora) quest’ultimo un altro dei tipici campi di relazione tra la facoltà giuridica e il contesto esterno. Guardando indietro, il primo nome a venire in mente è probabilmente quello di Giorgio La Pira, approdato a Firenze a metà degli anni Venti al seguito di Emilio Betti e profondamente radicatosi nel contesto cittadino di cui non è stato solo un indimenticato sindaco, ma una personalità assai significativa su molti e differenti fronti. E anche andando avanti negli anni è possibile registrare la presenza di numerosi laureati e docenti della facoltà giuridica fiorentina su incarichi politici e istituzionali di assoluto rilievo, a conferma di una vocazione all’arte del pubblico governo tra gli esiti specifici e auspicabili della preparazione giuridica.</p><p rend="h2">4. Conclusioni </p><p rend="text">Si è tentato di tracciare, sia pure in maniera stringata e cursoria, un percorso che ha messo in luce la ricchezza e la varietà delle relazioni che tanto la facoltà di economia quanto quella di giurisprudenza hanno intrattenuto coi mondi di imprese, professioni, istituzioni. È un elemento genetico e tuttora distintivo delle due realtà universitarie, e questo sembra confermare quanto osservato, anni addietro, da Paolo Grossi, in un volume dedicato alla storia degli studi giuridici nella Firenze otto-novecentesca, ma in realtà volto a restituire uno spaccato più ampio della cultura cittadina e del suo impegno su molti e differenti fronti della vita politica, sociale ed economica. Grossi osservava – e ci sentiamo di sottoscrivere queste osservazioni – come la «storia universitaria» non debba essere concepita come una storia appartata – una mera «concatenazione di chiamate» e cattedre (Grossi 1986, XIII) – ma come storia di una presenza culturale e scientifica che, in quanto tale, è legata al contesto nel quale sorge e si sviluppa, che quel contesto nutre e dal quale è, al tempo stesso, nutrita nel segno di una partecipazione attiva alla vita della comunità cittadina e non solo (Grossi 1986, 9).</p><p rend="text">Le due storie specifiche, di economia e giurisprudenza, condividono dunque questo segno di interazione col contesto anche locale, in particolare dei mondi di imprese, professioni, e istituzioni, con composizioni differenti di approcci che possono essere adottati sotto tale segno comune. Abbiamo incontrato approcci riconducibili a tre categorie. La prima è l’innovazione nella didattica volta a garantire che studenti, laureati, allievi, cioè i canali di impatto più costanti e consistenti con quei mondi, abbiano una formazione adeguata. Di quest’ultima sembra emergere anche un senso condiviso, pur fra interpretazioni differenti, come quella che permette non solo un’immissione robusta in mercati del lavoro segnati dall’evoluzione delle esigenze dei mondi economici e istituzionali, ma anche un contributo attivo, competente, e di responsabilità sociale. I tentativi di innovazione nella didattica non sono facili, come ci hanno indicato alcune vicende; esiti positivi sono però aiutati, nei proponenti, da radicamento nei contesti operativi, orizzonte culturale e dottrinale alto, comprensione della natura di sistema dell’offerta formativa, e tensione civile. La seconda categoria riguarda i rapporti diretti degli accademici con gli stessi mondi, anche nei territori di insediamento di Firenze, Prato, Pistoia, nella forma di attività professionale e consulenziale, partecipazione a commissioni e consigli di governo di enti privati e pubblici, interventi su varie tribune pubbliche. Tali rapporti possono avere significati minori o problematici; negli esempi di alcune figure emblematiche di economia e giurisprudenza, che abbiamo presentato, emergono tuttavia impatti riconoscibili e fruttuosi, ancora da ricondurre alla capacità di combinare radicamento, orizzonte alto, tensione civile. La terza categoria attiene a quella ricerca universitaria, di cui abbiamo pure visto esempi emblematici, che penetrando nell’intimo delle contraddizioni e dei cambiamenti dei mondi produttivi, professionali e istituzionali, dei fondamenti storici e delle sfide contemporanee, estrae interpretazioni nuove e visioni, che poi si confrontano e diffondono nei processi di tali mondi, nei sensi di identità, nelle capacità di agire e investire per il futuro.</p><p rend="text">I paragrafi precedenti pure suggeriscono tracce di nessi fra le tre categorie, ma ne rimandiamo l’approfondimento ad altra occasione.</p><p rend="h2">Riferimenti bibliografici </p><p rend="bib_indx_bib"><ref target="http://Aa.Vv">Aa.Vv</ref>. 1990. <hi rend="italic">Economia e società in Alberto Bertolino</hi>. Firenze: Studi e Informazioni.</p><p rend="bib_indx_bib"><hi >Becattini, Giacomo. 2004. </hi><hi rend="italic" >Industrial Districts. 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