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        <title type="main" level="a">Docenti e studenti dell’Università di Firenze: una lettura di genere</title>
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            <forename>Annalisa</forename>
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          <resp>This is a section of <title>Firenze e l’Università</title>(DOI: <idno type="DOI">10.36253/979-12-215-0282-4</idno>) by </resp>
          <name>Fulvio Conti, Emanuela Ferretti, Donatella Lippi, Antonella Salvini, Bernardo Sordi, Andrea Zorzi</name>
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        <publisher>Firenze University Press</publisher>
        <pubPlace>Florence</pubPlace>
        <date when="2024">2024</date>
        <idno type="DOI">https://doi.org/10.36253/979-12-215-0282-4.39</idno>
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          <p>Available for academic research purposes</p>
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        <p>The chapter investigates the issue of the feminization of the University of Florence by looking at both the teaching and student populations. Starting from a synthesis of previous research works we focus more specifically in last 20-year, a  period characterized by some important legislative-institutional changes regarding access to university careers that potentially affect women's representation. As far as students are concerned, moreover, starting from 2003 allows the transition to the 3+2 system introduced with the 1999 reform to be taken as complete, thus enabling us to reason about a more homogeneous universe of enrolled and graduated.</p>
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      <p>It is available online at https://doi.org/10.36253/979-12-215-0282-4.39<ref target="https://doi.org/10.36253/979-12-215-0282-4.39" /></p>
      
      
      <p rend="h1_chapter">Docenti e studenti dell’Università di Firenze: <lb/>una lettura di genere</p><p rend="h1_author ParaOverride-1">Annalisa Tonarelli </p><p rend="h2 ParaOverride-2">1. Introduzione</p><p rend="text">Il processo di femminilizzazione del corpo docente, nei termini di un costante e graduale aumento della presenza delle donne, si presenta in Italia, più di quanto non avvenga in altri paesi, lento e non privo di stagnazioni (Rossi 2015a; Gaiaschi, Falcinelli e Semenza 2018). Ricerche, anche recenti (Gaiaschi 2022; Naldini e Poggio 2023), mostrano chiaramente la persistenza di meccanismi di segregazione, sia verticale che orizzontale, che vedono le donne concentrate tendenzialmente nei livelli più bassi della scala gerarchica e nelle discipline umanistiche a scapito di quelle tecnico-scientifiche. Sul versante studentesco, se la componente femminile è da tempo maggioritaria, i diversi ambiti disciplinari mantengono una certa connotazione di genere mentre il valore sul mercato del lavoro del titolo acquisito resta differente per laureati e laureate. Da tali meccanismi non risulta indenne nemmeno l’Ateneo fiorentino che pure, nei cento anni dalla sua nascita, ha visto crescere l’incidenza percentuale delle donne sia tra i docenti che tra gli studenti, portandole ad essere, come ricordava Soldani in un volume curato dal Comitato Unico di Garanzia (Soldani 2010), da ospiti in un mondo maschile, a protagoniste<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-004-backlink"><ref target="_39.html#footnote-004">1</ref></hi></hi>. È proprio Simonetta Soldani, storica e docente dell’Università di Firenze, che con i suoi lavori di ricerca ha avuto il merito di porre al centro della ricostruzione delle vicende che hanno caratterizzato la storia del nostro Ateneo la prospettiva di genere (Soldani 2023). Ponendosi in continuità con questi primi studi, il presente capitolo si propone di indagare il tema della femminilizzazione guardando tanto alla popolazione docente che a quella studentesca. Partendo da una sintesi delle principali evidenze emerse dai lavori appena richiamati che coprono il periodo che va dalla nascita dell’Ateneo fino al nuovo millennio, la riflessione si concentrerà soprattutto sugli anni più recenti proponendo un’analisi delle serie storiche presenti sul datawarehouse di Ateneo oltre che di quelli prodotti dal Consorzio Almalaurea relativamente al profilo dei laureati e alle loro condizioni occupazionali. L’arco temporale sul quale ci si soffermerà in modo più specifico è quello che va dal 2003 al 2023. Si tratta di un ventennio sostanzialmente inesplorato dai contributi precedentemente citati che, invece, è caratterizzato da alcuni importanti cambiamenti di tipo legislativo-istituzionale riguardo all’accesso alla carriera universitaria che si ripercuotono potenzialmente sulla rappresentanza femminile. Per quanto riguarda gli studenti, inoltre, partire dal 2003 consente di dare per compiuta la transizione al sistema 3+2 introdotta con la riforma del 1999 consentendo, quindi, di ragionare su un universo di iscritti e laureati più omogeneo. Le dimensioni analizzate, tanto per la componente studentesca che per il corpo docente, saranno la femminilizzazione (ovvero la percentuale di donne sul totale, che sta ad indicare come è cambiata nel tempo la parità di genere sul piano quantitativo) e la distribuzione delle donne nei diversi ambiti disciplinari che dà conto della segregazione orizzontale, ovvero la tendenza di uomini e donne a collocarsi, sulla base di preferenze, di aspettative e di meccanismi più o meno espliciti di selezione, in alcune specifiche branche del sapere. Riguardo al corpo docente si considererà inoltre la distribuzione per genere all’interno delle diverse componenti (prima fascia, seconda fascia e ricercatori) in modo da evidenziare come i meccanismi di segregazione di tipo verticale, che limitano le chances di carriera delle donne, si siano trasformati nel corso del tempo. Nel caso degli studenti, si prenderanno in considerazione invece le aspettative occupazionali e le opportunità che si aprono a laureati e laureate nel momento in cui si affacciano sul mercato del lavoro.</p><p rend="h2">2. La femminilizzazione del corpo studentesco: una ‘rivoluzione’, con qualche sfida ancora aperta</p><p rend="text">Come ricorda Simonetta Soldani (2010) parlare di rivoluzione guardando al modo in cui le studentesse hanno visto crescere la loro presenza nell’Ateneo di Firenze durante i cento anni trascorsi dalla sua fondazione rischia di suonare come un’iperbole; è tuttavia indubbio che, se confrontiamo i numeri di partenza con quelli dei nostri giorni il termine, soprattutto con riferimento ad alcuni momenti di accelerazione, appare quanto mai pertinente. Da questa rivoluzione, evidentemente non solo fiorentina, emergono in filigrana i più ampi processi di trasformazione che hanno interessato la nostra società sul piano giuridico, economico, e culturale nel corso di un secolo e che si riflettono sulle aspettative, le preferenze e i comportamenti delle giovani donne delle diverse generazioni. </p><p rend="text">All’apertura del primo anno accademico, l’Università di Firenze contava 185 iscritte, pari al 17% del totale. Nonostante l’esiguità dei numeri si trattava di una percentuale nettamente superiore alla media del paese (12%); tale divario si amplierà ancora nel decennio successivo, quando le iscritte presso l’Ateneo fiorentino erano salite al 23% contro il 13% a livello italiano. </p><p rend="text">La presenza femminile a Firenze era tuttavia fortemente polarizzata nei Corsi di Lettere, Scienze (soprattutto quelle naturali) oltre che a Magistero relegando le donne ad una sparuta minoranza negli altri ambiti (compreso quello della medicina che pure nei primissimi anni di storia dell’Ateneo aveva attratto molte pioniere). Per tutti gli anni Trenta il numero complessivo delle iscrizioni subisce un forte incremento tanto a livello nazionale che locale; a tale crescita contribuisce in modo significativo anche la componente femminile. In questo quadro espansivo, quello fiorentino, con una percentuale d’iscritte che nel 1939 era pari al 30,6%, contro il 23,1% nazionale, si confermava un Ateneo particolarmente accogliente nei confronti delle donne. Tale primato comincia a vacillare a partire dagli anni Quaranta e, ancor più negli anni Cinquanta quando la crescita degli iscritti è più debole e la presenza femminile registra addirittura una flessione, portandosi al 28,3% nel 1957. </p><p rend="text">È nel decennio successivo, e fino all’inizio degli anni Settanta, che si assiste ad un aumento travolgente delle iscrizioni: «di quella rivoluzione, destinata a sconvolgere – con gli spazi e le strutture – i contenuti e i metodi, le gerarchie di valore e di giudizio dell’insegnamento e dello studio, le studentesse furono protagoniste» (Soldani 2010, 17). Se a livello nazionale la percentuale di studentesse aumentò di 11 punti percentuali tra il 1959 e il 1972, portandosi al 37,3%, a Firenze, dove pure l’incremento fu imponente in termini assoluti, l’incidenza percentuale crebbe meno, portandosi ,comunque, al 39,5%. L’importante espansione numerica non era stata, tuttavia, accompagnata da un netto cambiamento negli orientamenti; anzi, gli squilibri relativi alla presenza nelle singole Facoltà erano aumentati e andavano da un minimo del 2,7% nelle Scienze agrarie e forestali a un massimo di 84,1% a Magistero. </p><p rend="text">Dalla metà degli anni Settanta fino ai primi anni del nuovo Millennio la corsa alle iscrizioni comincia a rallentare; i numeri crescono, ma più lentamente, soprattutto tra la componente maschile che sarà anche quella che contribuirà maggiormente alla flessione successiva alla crisi del 2008. </p><p rend="text">Bisogna attendere una nuova crisi, quella pandemica del 2020, per vedere le iscrizioni tonare a salire, anche grazie a una ritrovata dinamicità maschile. Le studentesse, pur con qualche momento di caduta, continueranno invece a crescere sia in termini assoluti che percentuali, superando la soglia simbolica del 50% a partire dal 1988-89 e attestandosi, nel 2023 al 58%. Nel corso del tempo si attenuerà, almeno in parte, la tendenza delle donne a rimanere segregate all’interno di alcune filiere di studio, aprendosi a progetti di vita in cui la formazione e l’impegno professionale trovavano uno spazio ben maggiore che in passato anche in campi dai quali erano state fino ad allora di fatto escluse (Soldani 2010, 20). Nel 1984/85 le ragazze diventarono maggioranza (51,5%) nella Facoltà di Giurisprudenza – dove ancora nel 1974/75 rappresentavano solo il 33% degli iscritti – aprendosi la strada a quel processo di femminilizzazione dell’avvocatura e della magistratura che prende avvio a partire dalla fine degli anni Ottanta; due anni dopo si assiste al sorpasso anche a Medicina, con un incremento di 17 punti percentuali rispetto alla metà degli anni Settanta, mentre, a Scienze Politiche, dove la presenza delle donne si era sempre attestata al disopra del 45%, la soglia del 50% viene superata nell’anno accademico 90/91. Per vedere il raggiungimento della parità ad Architettura, dove fino agli anni Ottanta le iscritte si attestavano al disotto del 30%, si deve attendere l’inizio del nuovo Millennio, mentre ancora più tardivo (2004/2005) è il superamento della componente maschile ad Economia. In alcuni di questi casi, come ad Architettura e a Scienze Politiche, il ribaltamento nella composizione di genere ha un carattere permanente e ad oggi la quota di donne si attesta attorno al 62%; in altri, come a Economia, a partire dalla metà del primo decennio degli anni Duemila si verifica un nuovo ribaltamento che porta le donne a tornare al 46% mentre, nel caso di Giurisprudenza, dopo un culmine di presenza femminile, pari al 64%, nell’anno accademico 2013/2014, la percentuale torna a scendere fino al 54%. Restano invece caratterizzate da una forte, e pervicace diseguaglianza di genere Agraria, Ingegneria, Psicologia e Studi umanistici e della formazione. Le prime due si profilano ancora oggi come ambiti formativi a forte vocazione maschile, anche se nell’arco di tempo che va dal 1974 al 2023 la quota di donne iscritte è cresciuta in modo molto significativo ad Agraria (da 9,7% a 37,1%) così come ad Ingegneria (da 2% a 26%). Al contrario, Psicologia e Studi umanistici e della formazione, che nascono già come filiere fortemente femminilizzate, mantengono sostanzialmente intatta la loro connotazione con percentuali di donne stabilmente superiori al 75%. Un caso a parte è quello della Facoltà di Scienze che a metà degli anni Settanta, con il 63% di iscritte, si presentava come la più femminilizzata dopo Magistero ormai del tutto parificata alle altre facoltà universitarie. Il dato complessivo non tiene tuttavia conto della forte sperequazione tra le diverse discipline con una nettissima prevalenza maschile in Fisica, Matematica, Geologia e, parzialmente, in Chimica, e una maggiore presenza di studentesse in Biologia e, soprattutto in Scienze naturali. </p><p rend="text">Riguardo all’universo dei laureati l’articolazione per genere tende a riflettere in larga parte quanto già visto per gli iscritti, sia a livello complessivo che per le singole aree disciplinari. In linea generale i dati evidenziano una lieve sovra rappresentazione delle donne, che si fa più elevata nei settori STEM (Science, Technology, Engineering and Mathematics), o comunque in quelle filiere, e in quelle fasi storiche, in cui costituiscono una minoranza. L’impressione che si ricava è che ‘ospiti’ in un mondo ancora largamente maschile le ragazze STEM ricerchino una piena legittimazione anche attraverso una maggiore (e migliore) riuscita negli studi. Questo aspetto sembra confermato anche dai dati Almalaurea che, relativamente agli anni recenti (2004/2022) consentono di esplorare più in dettaglio il profilo dei laureati fiorentini mettendolo sistematicamente a confronto con gli andamenti a livello nazionale. Focalizzandosi proprio sulle filiere STEM i dati confermano come la componente delle ragazze che optano per questi percorsi, anche grazie ad una serie di misure che hanno incentivato le iscrizioni femminili, sia cresciuta più di quanto non avvenuto per i colleghi maschi. A livello nazionale, a fronte delle 100 laureate del 2004 nel 2022 ce ne sono 273 (223 per i maschi); a Firenze grazie ad un incremento di 7 punti, il dato si porta al 47,5, ovvero sensibilmente al disopra della media italiana (41%). In un contesto in cui la riforma del 1999 ha determinato un generale abbassamento dell’età alla laurea, i percorsi STEM mostrano una percentuale di laureati al disotto dei ventitré anni, maggiore rispetto al dato medio, con differenze di genere che progressivamente si attenuano, mentre si riduce drasticamente la quota di chi conclude il percorso a ventisette anni o più; in questo caso le ragazze che studiano a Firenze sovraperformano sia rispetto ai colleghi maschi che rispetto al dato nazionale. Un differenziale positivo a favore delle laureate STEM fiorentine riguarda anche il voto alla laurea che si attesta a 106,8%, contro il 104,7 dei maschi e degli altri atenei italiani. </p><p rend="text">Uno spunto di riflessione interessante emerge guardando all’origine sociale misurata in termini di livello d’istruzione dei genitori. Com’è ampiamente noto, la dotazione di capitale culturale a livello familiare rappresenta una risorsa fondamentale sia per la definizione delle strategie formative dei ragazzi che per la loro riuscita negli studi. Da questo punto di vista i dati mostrano come a livello di Ateneo persistano significativi disequilibri che riflettono gli andamenti nazionali: nel 2022 i ragazzi che hanno almeno un genitore laureato si attestano al 36,2% contro un 30,6% per le ragazze. Se però andiamo a disarticolare i dati vediamo che le laureate che hanno optato per percorsi STEM provengono in misura maggiore da famiglie con elevato capitale culturale: il 39,3% di quelle che escono da Ingegneria e il 36,0% delle laureate in Scienze hanno almeno un genitore laureato. In sostanza sembra che per «trasgredire» rispetto a norme culturali che vogliono le donne meno «naturalmente» portate per le materie tecnico scientifiche facendosi valere all’interno di contesti ancora molto maschili il capitale culturale ereditato dalla famiglia, con tutto ciò che ne consegue in termini di valori, relazioni, risorse economiche ecc., rivesta un ruolo particolarmente significativo<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-003-backlink"><ref target="_39.html#footnote-003">2</ref></hi></hi>. Questa lettura trova una conferma guardando alle ragazze che scelgono percorsi più tradizionalmente femminili, o che si sono più femminilizzati (Scienze della formazione, Scienze politiche, Scienze della salute umana e Psicologia) e per le quali il dato sulle credenziali educative dei genitori si attesta, anche sensibilmente, al disotto della media. Evidentemente nella scelta dei percorsi di studio, l’importanza dell’origine sociale si intreccia con quella delle prospettive di carriera cui il titolo conseguito può dare accesso. Non c’è spazio di esplorare più a fondo questo tema ma può essere utile, prima di andare a guardare gli esiti occupazionali dei laureati fiorentini, con qual aspettative professionali questi escano dall’università. Va detto, in primo luogo, che rispetto al 2004 cresce il numero di coloro che non hanno mai avuto esperienze lavorative durante il percorso di studi; i dati si riallineano se guardiamo ai soli laureati magistrali, mentre permangono differenze di genere che vedono le ragazze coniugare più spesso studio e lavoro. Questa tendenza si spiega largamente con la maggiore concentrazione delle donne in percorsi di studio che, per l’organizzazione didattica e le attività laboratoriali (ma forse anche per la minore competizione interna), rendono più conciliabili le due esperienze: quando sono inserite in percorsi meno femminilizzati (le STEM, ma anche Economia) le donne lavorano, infatti, sensibilmente meno rispetto ai colleghi. </p><p rend="text">I laureati di oggi, rispetto a quelli di vent’anni fa, si affacciano sul mercato del lavoro con un carico di aspettative molto più elevato. Se la speranza di svolgere un’occupazione che consente di acquisire professionalità riguarda poco meno dell’80% (con una variazione minima rispetto al 2004) percentuali non molto distanti (e questa volta significativamente cresciute negli ultimi vent’anni) riguardano altri aspetti del lavoro, come le opportunità di carriera (66%), di guadagno (67%) e di stabilità (71%). Altre dimensioni intrinseche del lavoro, come la coerenza con gli studi fatti e l’autonomia presentano percentuali lievemente inferiori (rispettivamente il 58% e il 64%) ma in fortissima crescita (+13% e più 22%) nel tempo. Lo scarto tra il dato del 2004 e quello del 2022 è particolarmente alto anche nel caso della possibilità di disporre di tempo libero (46%), a dimostrazione di come cresca tra le giovani generazioni l’attenzione verso questo aspetto che non vedono compensativo, ma integrativo rispetto a una piena realizzazione professionale. Questi dati riflettono un cambiamento generale che si riscontra anche nei dati Almalaurea relativi alla totalità degli atenei italiani anche se, per Firenze si rivela più significativo lo scostamento rispetto al 2004. Ciò riguarda soprattutto la componente femminile che, sia a livello complessivo ma soprattutto fiorentino, evidenza un progressivo allinearsi delle aspettative delle donne a quelle maschili, spesso superandole. Se, ad esempio, nel 2004 solo il 47% delle donne (contro il 56% dei maschi) vedeva nelle prospettive di carriera una priorità, questa percentuale sale al 65% allineandosi a quella maschile; discorso simile vale anche per le possibilità di guadagno, indicate come prioritarie dal 67% (il 50% nel 2004) delle donne, ovvero 4 punti sopra il dato dei colleghi. Ancora più accentuata la crescita d’interesse verso la possibilità di godere di autonomia e indipendenza nello svolgimento del lavoro che con il 69% (era il 41,6%) sembra connotarsi come un’aspettativa prettamente femminile (il dato per gli uomini si ferma al 56,8%). </p><p rend="text">In sintesi, aldilà della crescita in termini quantitativi e l’attenuazione per quanto riguarda la segregazione orizzontale, la femminilizzazione del corpo studentesco si esplicita oggi anche in termini di riallineamento delle aspettative tra le due componenti di genere: se di rivoluzione possiamo parlare, questa non ha interessato solo i numeri ma anche, e soprattutto, i valori. Per quanto permangano alcune differenze tra le diverse aree disciplinari, che non è qui possibile approfondire, la tendenza si manifesta in modo assolutamente trasversale a tutti i corsi di studio. </p><p rend="text">Dove stanno, allora, le ombre? Qualche elemento di criticità emerge guardando sempre all’indagine Almalaurea sul profilo dei laureati. Tra le prospettive post-laurea, la percentuale di quanti affermano di pensare al dottorato, che pure si è ridotta riportandosi su livelli in linea con il dato nazionale (5%, era 8,1% nel 2004), resta significativamente più bassa tra le ragazze (4,3% contro 6,3%), mentre il dato abbastanza sorprendente è che la differenza risulta particolarmente significativa proprio nei settori più femminilizzati come l’area umanistica e quella delle scienze sociali. Con gli anni è generalmente aumentata la tendenza dei laureati a proiettare le prospettive di carriera al difuori dei confini nazionali: il 39% sarebbe disposto a trasferirsi in un paese europeo e il 25,6% in un paese extraeuropeo. Su questo versante le differenze di genere, per quanto si siano significativamente ridotte nel tempo, persistono soprattutto nell’area umanistica e in quella delle scienze sociali mentre nelle STEM il divario si è sostanzialmente annullato. </p><p rend="text">Le ombre si ispessiscono se ci spostiamo a considerare i dati sulla condizione occupazionale che riflettono persistenti divari di genere sul mercato del lavoro. Tra il 2008 e il 2022 la possibilità di trovare un lavoro a un anno dal conseguimento del titolo sono aumentate per i laureati fiorentini, sia per quelli triennali (dal 55,5% al 62,3%) che, soprattutto, per quelli magistrali (dal 60,9% al 78,7%) permangono pressoché intatte le differenze di genere. Lo stesso accade per le retribuzioni che per le donne continuano ad essere invariabilmente del 20% inferiori a quelle degli uomini, una percentuale che si riduce al 15% per le laureate magistrali che, però svolgono in misura inferiore occupazioni che valorizzano in modo elevato le competenze acquisite durante il percorso formativo. Per quanto, dunque, nel corso della sua storia l’Ateneo di Firenze abbia visto modificarsi, sia per quantità che per qualità, il profilo di genere della sua componente studentesca, permangono significative differenze per quanto riguarda le opportunità che laureati e laureate hanno di veder valorizzato il titolo conseguito una volta che si affacciano sul mercato del lavoro; da queste diseguaglianze, come vedremo adesso, non è immune nemmeno lo stesso contesto accademico all’interno del quale queste generazioni di giovani si sono formati.</p><p rend="h2">3. La femminilizzazione del corpo docente: avanti con lentezza</p><p rend="text">Si deve sempre a Simonetta Soldani (2010) l’aver posto in evidenza come quello delle docenti dentro l’Università di Firenze sia stato un cammino lento, contrastato e tardivo, segnato da un inizio difficile: per quanto la comparazione sia resa problematica dalla scarsa disponibilità di dati e da un patrimonio di ricerca sul tema ancora relativamente scarso, nei primi decenni dalla sua fondazione l’Ateneo fiorentino sembra connotarsi per un’accentuata, e persistente, misoginia. Le presenze femminili, prevalentemente nella posizione di libere docenti e assistenti volontarie sono sparute e si concentrano esclusivamente nell’area delle scienze della vita – Zoologia, Chimica, Anatomia, Neurologia – dove si aprono alle donne spazi che però stentano a concretizzarsi in posizioni stabili. Il contesto delle scienze sperimentali, fortemente contraddistinto dall’attività laboratoriale, rappresentava – è questa la tesi di Soldani – un ambito nel quale poteva trovare legittimazione e valorizzazione un saper fare pratico, visto come tipicamente femminile, che si contrapponeva al pensiero astratto e creativo, ancora in quegli anni visto come una capacità tipicamente maschile. Restano pertanto appannaggio quasi esclusivo degli uomini tutti i settori umanistici dove pure le donne si fanno notare come autrici e divulgatrici, ma fuori dall’accademia, e dove ormai sono significativamente presenti come studentesse. </p><p rend="text">Oltre ai numeri estremamente esigui la presenza delle donne in quei primi decenni si caratterizza per un sostanziale immobilismo dei loro percorsi accademici che, come alcuni indizi fanno presupporre, era, e rimarrà a lungo, a Firenze più forte che altrove. Molte delle pioniere che hanno mosso qui i primi passi sono costrette a spostarsi in altri Atenei per riuscire ad ottenere una cattedra o per dare una svolta alla propria carriera. Quelle che non vogliono o non possono spostarsi sono condannate a ricoprire ruoli ancillari, oppure escono definitivamente dal mondo della ricerca accademica e dall’insegnamento. Visto nella prospettiva delle donne, dunque, quello che si può trarre da questi primi decenni di vita dell’Università di Firenze è un bilancio contraddistinto da più ombre che luci: alla vigilia della Seconda guerra mondiale</p><p rend="quotation_b">la barriera invisibile che rendeva arduo l’accesso alla carriera universitaria alle molte giovani desiderose di fare della ricerca organizzata e ‘professionale’ un baricentro della propria vita restava non solo intatta, ma più compatta di quanto non fosse alle soglie della guerra precedente (Soldani 2010, 15).</p><p rend="text">Sarà solo nel 1951 che una donna, Luisa Banti, verrà chiamata a ricoprire un posto come professore ordinario in Etruscologia. Non si tratta, tuttavia, del segnale di un contesto in mutamento: non solo Banti resterà per un decennio la sola ad aver raggiunto il vertice della piramide, ma la presenza femminile nel corpo docente rimarrà, anche per gli anni Cinquanta e Sessanta<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-002-backlink"><ref target="_39.html#footnote-002">3</ref></hi></hi>, esigua, percentualmente inferiore al dato nazionale e fortemente appiattita su posizioni ancillari, e spesso non remunerate, come quelle di assistenti straordinarie, assistenti volontarie, e libere docenti. </p><p rend="text">Nei loro percorsi di carriera le donne si trovano sfavorite dalle logiche di cooptazione, dalla loro minore produttività scientifica in fasi cruciali per la carriera coincidenti con l’età riproduttiva, ma anche dalla difficoltà «ad accettare l’idea di una piena legittimità femminile a ricoprire tali ruoli» (Soldani 2010, 25). È solo a partire gli anni Settanta che, complici i meccanismi di reclutamento «straordinari» messi in atto per far fronte all’impennata delle iscrizioni, venne a costituirsi un nucleo di docenti e ricercatrici abbastanza strutturato da favorire una loro piena legittimazione all’interno dell’immaginario collettivo (Soldani 2010, 19). Detto questo, ancora nel 1975 il peso percentuale delle donne sulla fascia degli ordinari era pari all’1%, vale a dire la metà rispetto al dato nazionale; questo dato salirà all’ 8% nel 1989 per superare di poco il 10% nel 1997 quando la presenza femminile nella prima fascia interessava ormai una larga parte dei settori disciplinari presenti in Ateneo. Alla soglia del nuovo millennio, dietro a questa élite, sostiene ancora Soldani, «covava una schiera assai più robusta di giovani e meno giovani donne decise ad entrare da protagoniste nell’arena com’era successo trent’anni prima alle studentesse» (Soldani 2010, 27). </p><p rend="text">Questo nuovo protagonismo comincia a rendersi più evidente con il passaggio del millennio. Nel 2003, su un corpo docente che a Firenze contava 2.324 unità, le donne erano salite al 30,5% del totale, una percentuale che, tuttavia, restava ancora molto distante dalla media nazionale (44%). Il dato complessivo non dà inoltre conto di una sottorappresentazione femminile nella prima fascia (14,4%) e di una sovra rappresentazione in quella dei ricercatori (45,4%) in linea, questa volta, con il dato italiano. La stratificazione interna alla componente femminile ha assunto quella forma piramidale (16% PO; 34% PA e 49% RUI) che le sarà propria anche negli anni successivi. Nel caso degli uomini, invece, la piramide si presenta rovesciata con una quota di ordinari pari al 43% del totale, 30,7% di associati e 26% di ricercatori. Nei dieci anni successivi il numero complessivo degli strutturati si riduce del 24% grazie soprattutto a una contrazione della componente maschile (-31,5%) e di quella degli ordinari (38,3%). Anche il gruppo già minoritario delle donne si ridimensiona, ma di meno (-6%) e soprattutto, rispetto al 2003, vede crescere, sia in termini assoluti che relativi, la componente degli ordinari (6%). Dunque, se il nuovo millennio segna una più netta femminilizzazione del corpo docente fiorentino, questa trasformazione resta più blanda che altrove e si deve più all’assottigliamento dei ranghi maschili a causa dei pensionamenti che non a un reale incremento delle donne. Un passo più deciso in avanti si registra nel decennio successivo, quello che porta fino ai nostri giorni. </p><p rend="text">Nel 2023, venuti meno i blocchi sul <hi rend="italic">turn over</hi> introdotti con la legge di stabilità del 2008 (ed efficaci fino al 2018) che hanno impedito di sostituire l’elevato numero di professori uscenti con un egual numero di ingressi, l’organico è tornato a salire, portandosi a quota 1.905, con un incremento del 7,5% rispetto al 2013. A questo saldo positivo contribuiscono in particolar modo le donne, che crescono di 13 punti percentuali, arrivando così a rappresentare il 39,4% dell’intero corpo docente, un dato ormai non lontano dalla media nazionale (40,1%). Nonostante che le donne ordinario aumentino sia in termini assoluti che relativi, è la fascia delle associate a subire la variazione più importante: piani straordinari di reclutamento, uniti al nuovo sistema delle abilitazioni scientifiche nazionali, favoriscono l’accesso alla seconda fascia (che cresce del 55% rispetto al 2013) soprattutto per la componente femminile (+76%). A distanza di cento anni dalla nascita dell’Ateneo le donne restano, dunque, minoranza in tutte le fasce, ad esclusione di quella dei ricercatori a tempo indeterminato dove sembrano più intrappolate rispetto agli uomini: rappresentano, infatti il 58,7% del totale anche se, va detto si tratta di numeri ormai abbastanza contenuti (73 unità). Se persiste un meccanismo di segregazione verticale, alcuni cambiamenti prodottisi a livello delle norme, delle prassi e dei valori, tanto a livello nazionale che locale, hanno consentito di contenere almeno in parte il peso di quei fattori che lungo le varie tappe del percorso di carriera impediscono alle donne di accedere all’accademia e raggiungere le posizioni apicali. </p><p rend="text">Il futuro si annuncia più roseo di quanto non lo sia stato il passato? Alcuni dati fin qui esaminati sembrano spingere a un moderato ottimismo, almeno per quanto riguarda una riduzione della distanza che da sempre ha segnato Firenze rispetto al dato nazionale; altri non possono, tuttavia, non destare una certa preoccupazione. Il primo riguarda la fascia dei ricercatori a tempo determinato. Se guardiamo alla composizione dello «stock» per genere emerge come le donne siano percentualmente di più rispetto al dato complessivo, ed in particolare il 45,7% del totale, un dato perfettamente in linea con quello nazionale riferito al 2021 (ultimo dato disponibile). Sembra dunque presente anche nell’università di Firenze, ma solo in minima parte, un fenomeno nuovo, di anticipazione della selezione dal livello degli associati a quello degli RTD evidenziato da Rossi (2017) e riscontrato anche in altri Atenei (Gaiaschi, Falcinelli e Semenza 2018). Se, infatti, storicamente la fascia del ricercatore a tempo indeterminato garantiva una buona rappresentanza femminile, con una forte intensificazione degli ostacoli all’accesso solo a partire dalla fascia degli associati, oggi l’inasprimento della barriera di accesso, per le donne, rischia di essere anticipato a livello dei ricercatori a tempo determinato, e in particolare a livello degli RTD di tipo B, il cui costo – in termini di punti organico – è equiparato a quello degli associati e sui quali già si opera la selezione per i futuri docenti strutturati. Un aspetto preoccupante emerge, tuttavia, se andiamo a considerare l’articolazione per fascia d’età. Se nel 2003 poco meno della metà dei ricercatori, indipendentemente dal genere (47,6% per le donne e 46,9% per gli uomini) aveva meno di quarantacinque anni, nel 2023 gli RTD che rientrano in questa fascia di età sono solo il 16% tra le donne e il 22,9% tra gli uomini. Se per entrambe le componenti la quota maggioritaria si colloca nella fascia successiva, quella tra i quarantasei e i cinquantacinque anni va rilevato come il 28% delle donne contro il 18% degli uomini abbia più di cinquantacinque anni. In sintesi, i dati evidenziano come anche a Firenze, nel contesto caratterizzato da un generalizzato prolungarsi del precariato accademico, la componente femminile si trovi maggiormente penalizzata, riuscendo a raggiungere una stabilità (relativa) più tardi rispetto ai colleghi maschi. In particolare, sembra che ciò avvenga solo dopo che le donne si sono lasciate alle spalle le fasi cruciali della vita riproduttiva e del carico di cura, accorciando (e spesso ipotecando) la loro carriera accademica ed erodendo, in prospettiva, i benefici previdenziali di cui potranno godere. Più in generale, nel corso degli ultimi vent’anni si assiste a un tendenziale innalzamento dell’età media del corpo docente che, pur interessando entrambe le componenti di genere, risulta più significativo per le donne. </p><p rend="text">Nel 2003, il profilo anagrafico rifletteva il processo di femminilizzazione in atto, caratterizzato da una crescita della quota di donne nelle coorti più giovani: il 33,7% del personale femminile (contro il 22,5% degli uomini) aveva quarantacinque anni, o meno, e solo il 3,1% sessantasei anni e più. A distanza di vent’anni, la prima percentuale è scesa al 10% (contro il 12,2% degli uomini) mentre l’effetto complessivo è stato quello di riequilibrare i due gruppi che presentano oggi un profilo per età più omogeneo. Rispetto alle diverse fasce va, infine, rilevata una forte contrazione, sia in termini assoluti che percentuali, della quota di ordinari al disotto dei cinquantacinque anni, che è stata, anche in questo caso, più rilevante per le donne (-22,2% contro -14,4%). Nel più ampio contesto di una professione a cui si accede e in cui si fa carriera, soprattutto se si è donna, con tempi sempre più lunghi, il processo di femminilizzazione sembra, dunque, aver perso, nel corso di questi ultimi vent’anni, una parte della spinta che aveva caratterizzato il primo scorcio del nuovo millennio. Ciò accade a Firenze in una misura del tutto simile a quanto avviene in molti altri atenei italiani (Naldini e Poggio 2023). </p><p rend="text">Accanto agli aspetti fin qui considerati è importante aggiungerne un altro ampiamente esplorato dalla letteratura su genere e carriere accademiche, vale a dire il persistere di meccanismi di segregazione orizzontale (Reskin e Ross 1990; England 1992) che vedono le donne prevalere nelle discipline umanistiche a scapito di quelle tecnico-scientifiche (Frattini e Rossi 2012). Se, tuttavia, l’analisi della composizione di genere delle diverse aree disciplinari può fornire indicazioni utili per comprendere il processo di femminilizzazione di determinate aree, non dice molto, sull’avvenuta, o meno, parità di genere all’interno di ciascuna disciplina. Un’elevata percentuale di donne è infatti compatibile con la loro concentrazione ai livelli più bassi della carriera. Per restituire un’idea più completa del modo in cui si è trasformato lo stato di parità all’interno di ciascuna area disciplinare, i dati sulla segregazione orizzontale (ovvero come si distribuiscono le donne nelle diverse aree disciplinari) chiedono, dunque, di essere interpretati alla luce della segregazione verticale (in che posizione gerarchica si collocano). </p><p rend="text">Al 2003, quando la componente femminile era ancora ferma al 30,5%, le donne risultavano maggioritarie solo in alcuni settori dell’area umanistica, con punte particolarmente alte in quello delle Lingue e letterature neolatine (80,9%), della Filologia (71,4) e della Linguistica (64,7%) della Storia (41,5%) e delle Scienze dell’antichità (54,3%); qui la quota era particolarmente elevata anche in prima fascia (44,3%). Anche la Psicologia si confermava un ambito abbastanza paritario (45,5) contrariamente a quello delle Scienze della formazione che, come giù rilevato da Soldani, confermava la non corrispondenza tra un bacino di studenti estremamente femminilizzato e un corpo docente ancora prevalentemente maschile (64,6%) soprattutto nella fascia degli ordinari (72,7%). Le cose andavano meglio in alcuni settori della medicina (dove, peraltro, le donne sono sempre state significativamente presenti fin dalla nascita dell’Ateneo), ed in particolare nei dipartimenti di Patologia e Oncologia sperimentale (67%), di Sanità pubblica (55%), di Farmacologia (52%) dove, tuttavia, queste prevalevano soprattutto tra i ricercatori, rimanendo invece ancora largamente escluse dalla prima fascia. Si presentavano, invece, come ambiti ancora prettamente maschili anche le Scienze agrarie e forestali<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-001-backlink"><ref target="_39.html#footnote-001">4</ref></hi></hi> – ad eccezione di quelle zootecniche (46,6%) e, in parte, della Biologia vegetale (33,3) – e i settori STEM con un’area scientifica che, nel suo complesso non superava il 27% di donne in organico (con solo il 6,7% di ordinarie) e quella tecnologica, che rimaneva al disotto del 20% (e dove quelle in prima fascia erano appena il 7,8%). Parzialmente anomale in questo quadro, la Matematica applicata (38%), la Chimica organica (35%), la Statistica (32%) e, soprattutto, le Scienze farmaceutiche (62,8%), l’unico settore tra quelli appena citati a vedere le donne sovra rappresentate anche tra gli ordinari (30%). Incrociando il genere con la qualifica e l’età si può vedere come negli ambiti STEM maggiormente femminilizzati emerge un aumento particolarmente marcato della quota di donne tra i ricercatori con meno di quarantacinque anni ad indicare, almeno in potenza, la presenza di un cambiamento in atto. Nel resto dei settori STEM, ed in particolare la fisica e le diverse branche dell’ingegneria la percentuale di donne si attestava al disotto del 15% riducendosi alla metà tra gli ordinari. Piuttosto debole si presentava, invece la femminilizzazione all’interno dell’area delle Scienze giuridiche, economiche e sociali (26%) dove pure le studentesse costituivano in quegli anni una componente importante e, soprattutto, in crescita: in questo ambito, settori come Diritto dell’economia (9%), Matematica per le decisioni (16%), Teoria e storia del diritto (19%) Diritto pubblico (19%) si presentano come ancora tanto poco accoglienti per le donne quanto le filiere STEM. </p><p rend="text">Nel 2013 la situazione appariva abbastanza mutata. Le aree con una percentuale di donne superiore alla media (37,6%) erano nove: ai primi posti si trovavano le Neuroscienze e la Psicologia (63,9) e le Scienze della formazione (59,1%) che vantavano anche la quota più elevata di ordinarie (rispettivamente il 47,1% e il 50%), seguite da storia Archeologia e Geografia (56,4%) Scienze della salute umana (54,7%) e Scienze biomediche sperimentali (52,6%). Con livelli di femminilizzazione superiori alla media anche due settori STEM, Chimica (45,7%) e Statistica (44,9%) dove, a fronte di un numero di ordinarie lievemente superiore alla media (26% contro 24%), risultava particolarmente alta la quota delle associate: rispettivamente 51,9% e 55,5%. Il resto delle filiere STEM, con parziale eccezione della Biologia (33,3%) si caratterizzavano per livelli di femminilizzazione bassi e sostanzialmente invariati rispetto al 2003, soprattutto nelle diverse branche dell’Ingegneria (tra il 22 e il 13%) e in Fisica (12,3%). In questi settori restava inoltre particolarmente esigua, o assente, la componente di donne in prima fascia. Complessivamente, è interessante notare, anche per Firenze, la presenza di un «doppio primato» delle STEM riguardo alla composizione di genere (Gaiaschi, Falcinelli e Semenza 2018): accanto alla recente femminilizzazione di alcune sotto-aree che hanno a che fare con le Scienze della vita (che in senso stretto comprenderebbe non solo la Biologia ma anche una parte della Chimica, e più in particolare quella organica, le Neuroscienze e le Scienze biomediche), quelle tecniche, e più astratte, continuavano a rimanere saldamente appannaggio quasi esclusivamente maschile. Questo doppio primato si conferma, accentuandosi, anche a dieci anni di distanza. Per quanto riguarda le Scienze sociali, infine, il livello di femminilizzazione del corpo docente (33,9%) restava al disotto del dato medio di Ateneo con una percentuale di donne ordinarie nettamente più elevata per le Scienze giuridiche (20%) rispetto a quelle economiche e politiche (13%). </p><p rend="text">Arriviamo ai nostri giorni. Come si è detto, nel 2023 gli squilibri di genere si presentano ridotti rispetto a dieci anni prima. Il dato complessivo si riflette sulle performance della maggior parte dei settori disciplinari che vedono aumentare, sia in termini assoluti che percentuali, la quota di donne in tutte le diverse componenti. Le poche eccezioni riguardano sia settori molto femminilizzati come le Neuroscienze e la Psicologia (che passano da 63,9 a 56,4) che quelli che lo sono tradizionalmente meno come l’Ingegneria industriale (da 22,4 al 12,7)<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi xml:id="footnote-000-backlink"><ref target="_39.html#footnote-000">5</ref></hi></hi>. Sono le Scienze della formazione, con il 64% di donne in organico ad aggiudicarsi il primato del settore più femminilizzato dell’Ateneo sanando così quella discrepanza di genere tra corpo docente e corpo studentesco precedentemente ricordata. Per quanto riguarda le discipline STEM, quelle con livelli di femminilizzazione superiori alla media passano da due a tre, grazie al grande balzo in avanti della Biologia (da 33,3% a 51% di donne in organico) che si aggiunge alla Chimica (49,4%) e alla Statistica (55,2) anch’esse in forte crescita rispetto al 2003 tanto sul dato complessivo che per il numero delle donne in posizione apicale: il peso delle ordinarie, già in precedenza superiore alla media, cresce infatti rispettivamente di 21 e 31 punti percentuali. La componente più tecnico astratta delle discipline STEM persiste nelle parti basse della classifica con livelli di femminilizzazione che restano stabilmente molto più bassi rispetto alla media di Ateneo. Nel contesto delle Scienze sociali, deludenti invece le Scienze politiche e quelle economiche, mentre le Scienze giuridiche fanno segnare un significativo incremento femminile, sia in termini assoluti che percentuali (dal 35 al 45%) soprattutto nella seconda fascia.</p><p rend="text">Possiamo concludere evidenziando come, pur nel persistere di alcune zone d’ombra, nel corso di questi cento anni di storia dell’Ateneo il corpo docente abbia visto ridurre le distanze di genere riflettendo sempre più armonicamente quel processo di femminilizzazione che in modo netto e anticipato ha interessato, come si è visto, la componente studentesca. Se restano in sospeso domande attorno alle quali la letteratura sul tema continua a dibattere – <hi rend="italic">why so few?</hi> (Gaiaschi 2022), <hi rend="italic">why so slow?</hi> (Valian 1999) – il fatto che la governance di questa comunità sia oggi in mano ad una donna e che la squadra che la supporta veda un’ampia rappresentanza femminile fa ben sperare rispetto al fatto di non dover attendere un altro centenario per festeggiare il raggiungimento di una piena parità di genere.</p><p rend="h2">Riferimenti bibliografici</p><p rend="bib_indx_bib"><hi >England, Paula. 1992. </hi><hi rend="italic" >Comparable Worth: Theories and Evidence</hi><hi >. New York: Aldine de Gruyter. </hi></p><p rend="bib_indx_bib">Frattini, Romana e Paolo Rossi. 2012. “Report sulle donne nell’Università Italiana.” <hi rend="italic">Menodizero</hi> 3: 8-9. </p><p rend="bib_indx_bib">Gaiaschi, Camilla, Falcinelli Daniela e Renata Semenza. 2018. “Genere e carriere all’Università degli Studi di Milano. 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Va da sé che resta mia la responsabilità di quanto scritto nelle pagine che seguono. </p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="_39.html#footnote-003-backlink">2</ref></hi>	Questo aspetto emerge anche per i maschi ma in misura molto più attenuata: tra i laureati in Ingegneria il 38,7% e il 37,5% di quelli in Scienze ha almeno un genitore laureato a fronte di un dato medio del 36,2%. I dati sui ragazzi sembrano inoltre confermare come il capitale culturale familiare sia fondamentale per ‘trasgredire’ rispetto alle norme di genere: la percentuale di genitori laureati tra quelli che hanno optato per filiere tipicamente femminili, come ad esempio Psicologia (40,2%) o Studi umanistici e della formazione (37,2%) è più alta della media.</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="_39.html#footnote-002-backlink">3</ref></hi>	Al pensionamento di Luisa Banti nel 1964 la componente degli ordinari ospitava solo un’altra donna, Eleonora Francini Corti, vincitrice nel 1942 di una cattedra di Botanica e arrivata a Firenze nel 1961. Nel 1971 venne inoltre affiancata da un’altra donna, Franca Buffoni, ordinaria di Farmacologia. </p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="_39.html#footnote-001-backlink">4</ref></hi>	Considerando tutti i Dipartimenti che afferivano al Polo Centro Storico/Agraria il dato medio si attestava al 19,8% con punte particolarmente basse nei dipartimenti di Scienze Tecnologie Ambientali e Forestali (10%) e Ingegneria agraria e forestale (11,1%).</p><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="_39.html#footnote-000-backlink">5</ref></hi>	Va richiamato il fatto che l’amplissimo reclutamento di RTD/A operato negli ultimi anni grazie alle risorse del PNRR può aver contribuito a creare qualche temporaneo squilibrio tra le due componenti di genere i cui effetti sulla composizione dell’organico stabilizzato e dei percorsi di carriera non potrà essere valutato che nel medio/lungo periodo.</p>
      
      
      
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  </text>
</TEI>