<?xml version="1.0" encoding="utf-8" standalone="yes"?>
<TEI xmlns="http://www.tei-c.org/ns/1.0">
  <teiHeader>
    <fileDesc>
      <titleStmt>
        <title type="main" level="a">Lavoro individuale, lavoro sociale, nuovo senso del lavoro. Teologie del lavoro e cultura economica</title>
        <author>
          <persName n="1" ref="https://orcid.org/0000-0001-6045-968X" type="ORCID">
            <forename>Giovanni</forename>
            <surname>Mari</surname>
            <placeName type="affiliation">University of Florence, Italy</placeName>
          </persName>
        </author>
        <respStmt>
          <resp>This is a section of <title>Idee di lavoro e di ozio per la nostra civiltà</title>(DOI: <idno type="DOI">10.36253/979-12-215-0319-7</idno>) by </resp>
          <name>Giovanni Mari, Francesco Ammannati, Brogi Stefano, Tiziana Faitini, Arianna Fermani, Francesco Seghezzi, Annalisa Tonarelli</name>
        </respStmt>
      </titleStmt>
      <publicationStmt>
        <publisher>Firenze University Press</publisher>
        <pubPlace>Florence</pubPlace>
        <date when="2024">2024</date>
        <idno type="DOI">https://doi.org/10.36253/979-12-215-0319-7.01</idno>
        <availability>
          <p>Available for academic research purposes</p>
          <p>Open Access</p>
          <p>Copyright Author(s)</p>
          <licence source="text" target="https://creativecommons.org/licenses/by/4.0/legalcode">
            <p>Content licence CC BY 4.0</p>
          </licence>
          <licence source="metadata" target="https://creativecommons.org/publicdomain/zero/1.0/legalcode">
            <p>Metadata licence CC0 1.0</p>
          </licence>
        </availability>
      </publicationStmt>
      <sourceDesc>
        <p>This is original content, published for academic research purposes</p>
      </sourceDesc>
    </fileDesc>
    <encodingDesc>
      <appInfo>
        <application version="2.2" ident="Booksflow">
          <desc>Digital edition XML powered by Booksflow</desc>
        </application>
      </appInfo>
    </encodingDesc>
    <profileDesc>
      <abstract xml:lang="en">
        <p>The introduction proposes an interpretation of the ideas of work of our civilization that problematizes the question of the sociality of work. Remembering that for Karl Marx the novelty of the capitalist mode of production consists in the organization of a large number of workers under the "despotic" command of capital, that is, in the organization of an "collective worker" (Gesamtarbeiter), and that this sociality is abstract because it leads to cooperate abstract work   ("work force") and not autonomous persons, the author poses the problem of the conditions that can transform this abstract sociality into a concrete sociality capable of contributing to the quality of work and having a weight in the overall organization of the company.</p>
      </abstract>
      <textClass>
        <keywords>
          <list>
            <item>individual work</item>
            <item>social work</item>
            <item>Gesamtarbeiter</item>
          </list>
        </keywords>
      </textClass>
    </profileDesc>
  </teiHeader>
  <text>
    <body>
      <p>It is available online at https://doi.org/10.36253/979-12-215-0319-7.01<ref target="https://doi.org/10.36253/979-12-215-0319-7.01" /></p>
      
      <p rend="h1_section">Introduzione generale</p><p rend="h1_chapter">Lavoro individuale, lavoro sociale, nuovo senso del lavoro. Teologie del lavoro e cultura economica</p><p rend="h1_author ParaOverride-1" ><hi rend="CharOverride-1">Giovanni Mari</hi></p><p rend="text_top" ><hi rend="CharOverride-1">1. </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Idee di lavoro e di ozio per</hi><hi rend="italic CharOverride-1"> la nostra civiltà </hi><hi rend="CharOverride-1">è suddiviso in sei sezioni, ognuna delle</hi><hi rend="CharOverride-1"> quali presenta delle introduzioni, anzi una sezione ne presenta due</hi><hi rend="CharOverride-1">. L’autore della presente introduzione generale innanzitutto ringrazia A. </hi><hi rend="CharOverride-1">Fermani, T. Faitini, F. Ammannati, S. Brogi, F. Seghezzi e </hi><hi rend="CharOverride-1">A. Tonarelli per il coordinamento scientifico e editoriale delle sezioni</hi><hi rend="CharOverride-1"> che hanno seguito e per le introduzioni composte, alle quali</hi><hi rend="CharOverride-1"> la presente si allinea. Nelle introduzioni vengono citati e </hi><hi rend="CharOverride-1">considerati i singoli contributi che compongono le sei parti e</hi><hi rend="CharOverride-1"> questo mi permette di non soffermarmi su tali </hi><hi rend="CharOverride-1">contributi, i quali, tra l’altro, essendo numerosi, avrebbero </hi><hi rend="CharOverride-1">richiesto una selezione, sempre imbarazzante e discutibile. Preferisco quindi presentare come introduzione una interpretazione della vicenda culturale e storica del lavoro intercorsa nei circa 2500 anni coperti dal libro; la quale, ovviamente, non ha la pretesa di rappresentare una sintesi dell’opera in cui sono presenti differenti orientamenti di fondo, ma solo offrire una chiave personale di lettura, che cerchi anche di gettare luce sulle trasformazioni che attualmente sta attraversando il lavoro</hi><hi rend="CharOverride-1">. Perché </hi><hi rend="CharOverride-1">solo riuscendo a comparare le differenze del passato al</hi><hi rend="CharOverride-1"> presente, queste fanno emergere l’autonomo significato delle questioni </hi><hi rend="CharOverride-1">attuali – che è ciò che andiamo ricercando. Questo, in ultima</hi><hi rend="CharOverride-1"> analisi, è il principale vantaggio della storia delle idee rispetto</hi><hi rend="CharOverride-1"> ad altre conoscenze storiografiche. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">In ogni caso la tesi, che</hi><hi rend="CharOverride-1"> naturalmente va anticipata, si basa sull’idea che </hi><hi rend="CharOverride-1">il lavoratore, in linea di principio, cerca il senso del</hi><hi rend="CharOverride-1"> proprio lavoro nel </hi><hi rend="italic CharOverride-1">controllo</hi><hi rend="CharOverride-1"> della propria attività e nella idea</hi><hi rend="CharOverride-1">zione, creazione e gestione autonoma dello </hi><hi rend="italic CharOverride-1">scopo</hi><hi rend="CharOverride-1"> di essa, </hi><hi rend="CharOverride-1">che egli aspira a conformare a tale scopo. Nel quadro</hi><hi rend="CharOverride-1"> della cultura preindustriale, in cui prevale il senso </hi><hi rend="italic CharOverride-1">individuale</hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="CharOverride-1">del lavoro manuale e intellettuale, il capitalismo introduce una </hi><hi rend="italic CharOverride-1">frattura</hi><hi rend="CharOverride-1">, organizzando la produzione attraverso quello che Karl Marx chiama </hi><hi rend="CharOverride-1">il «lavoratore complessivo» (</hi><hi rend="italic CharOverride-1">Gesamtarbeiter</hi><hi rend="CharOverride-1">). Cioè mediante la</hi><hi rend="italic CharOverride-1"> </hi><hi rend="CharOverride-1">«cooperazione» di </hi><hi rend="CharOverride-1">un numero elevato di operai che erogano ciascuno del lavoro </hi><hi rend="italic CharOverride-1">astratto individuale </hi><hi rend="CharOverride-1">(«forza-lavoro») sotto la </hi><hi rend="italic CharOverride-1">direzione</hi><hi rend="CharOverride-1"> «dispotica» del capitale. </hi><hi rend="CharOverride-1">In questa organizzazione della produzione il tradizionale senso del lavoro</hi><hi rend="CharOverride-1"> (manuale, artigianale) entra in crisi di fronte alla maggiore produttività</hi><hi rend="CharOverride-1"> del lavoro collettivo, senza che un </hi><hi rend="italic CharOverride-1">nuovo</hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="italic CharOverride-1">senso</hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="italic CharOverride-1">sociale</hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="CharOverride-1">del lavoro venga creato. Infatti, come vedremo, il </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Gesamtarbeiter</hi><hi rend="CharOverride-1"> è </hi><hi rend="CharOverride-1">un «operaio collettivo» </hi><hi rend="italic CharOverride-1">astratto</hi><hi rend="CharOverride-1"> che fa venir meno il senso </hi><hi rend="CharOverride-1">individuale del lavoro senza sostituirlo con un nuovo senso. Tutto</hi><hi rend="CharOverride-1"> ciò determina una situazione di transizione che, iniziata con </hi><hi rend="CharOverride-1">la rivoluzione industriale settecentesca, non si è ancora conchiusa, e</hi><hi rend="CharOverride-1"> quindi attraversa anche le attuali trasformazioni del lavoro. La </hi><hi rend="CharOverride-1">tesi che presentiamo è che soltanto l’affermazione di un </hi><hi rend="CharOverride-1">nuovo senso </hi><hi rend="italic CharOverride-1">sociale</hi><hi rend="CharOverride-1"> del lavoro, sostenuto dalla realizzazione di nuove </hi><hi rend="CharOverride-1">condizioni materiali di lavoro sociale che vadano oltre l’astrattezza </hi><hi rend="CharOverride-1">del </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Gesamtarbeiter</hi><hi rend="CharOverride-1">, può permettere, sia di superare tale transizione, </hi><hi rend="CharOverride-1">sia di recuperare un nuovo e più ricco senso </hi><hi rend="italic CharOverride-1">individuale</hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="CharOverride-1">del lavoro, da cui nessun lavoratore può prescindere nello svolgimento</hi><hi rend="CharOverride-1"> della propria attività.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Alla determinazione del senso personale del lavoro</hi><hi rend="CharOverride-1"> concorrono, congiuntamente, l’attività e il risultato del </hi><hi rend="CharOverride-1">lavoro, la </hi><hi rend="italic CharOverride-1">libertà</hi><hi rend="CharOverride-1"> nella attività e il valore </hi><hi rend="italic CharOverride-1">individuale</hi><hi rend="CharOverride-1"> e </hi><hi rend="italic CharOverride-1">sociale</hi><hi rend="CharOverride-1"> dello scopo, in una fase, la nostra, in cui </hi><hi rend="CharOverride-1">il lato della socialità del risultato appare cruciale (‘sostenibilità’</hi><hi rend="CharOverride-1">) per la realizzazione di tale senso. Il rapporto del </hi><hi rend="CharOverride-1">lavoratore con il risultato è mutato nel passaggio dall’utensile </hi><hi rend="CharOverride-1">alla macchina – in cui il lavoratore ha trasferito prima il</hi><hi rend="CharOverride-1"> corpo e poi il pensiero ‘predittivo’ (AI) – quando</hi><hi rend="CharOverride-1"> è entrato in crisi il processo classico (artigianale) di </hi><hi rend="italic CharOverride-1">oggettivazione</hi><hi rend="CharOverride-1"> del lavoro manuale (Hegel 1972, Autocoscienza, A e Hegel, </hi><hi rend="CharOverride-1">1965, 187; Marx 1964, vol. I, 5), che legava </hi><hi rend="CharOverride-1">in maniera diretta la coscienza del lavoratore (anche per la</hi><hi rend="CharOverride-1"> sua crescita) alla trasformazione della materia prima sulla base </hi><hi rend="CharOverride-1">dello scopo pensato. L’innovazione digitale, dal lato dell’attività,</hi><hi rend="CharOverride-1"> ha posto la questione di un risultato che è </hi><hi rend="CharOverride-1">l’oggettivazione di una comunicazione che avviene tra uomini, tra </hi><hi rend="CharOverride-1">uomini e macchine e tra macchine e macchine (Mari 2019</hi><hi rend="CharOverride-1">, cap. 1), in un processo produttivo in cui </hi><hi rend="CharOverride-1">il lavoratore è </hi><hi rend="italic CharOverride-1">separato</hi><hi rend="CharOverride-1"> da ciò che costituisce il risultato </hi><hi rend="CharOverride-1">della trasformazione, e che riduce, dal punto di vista soggettivo, </hi><hi rend="CharOverride-1">l’oggettivazione ad una </hi><hi rend="italic CharOverride-1">trasformazione simbolica</hi><hi rend="CharOverride-1">, comando alla macchina che </hi><hi rend="CharOverride-1">fabbrica. Mentre, dal lato del risultato, la stessa innovazione è</hi><hi rend="CharOverride-1"> in grado di legare in maniera inedita consumo e produzione,</hi><hi rend="CharOverride-1"> mercato e risultato offerto, sollevando, in termini di sostenibilità ambientale</hi><hi rend="CharOverride-1"> e sociale, il problema di una responsabilità proattiva dell’impresa.</hi><hi rend="CharOverride-1"> A partire dalla fine del XIX secolo il modello di</hi><hi rend="CharOverride-1"> sviluppo neoliberale conosce una crisi che si coagula nella </hi><hi rend="CharOverride-1">caduta di senso e di motivazione dell’idea borghese di </hi><hi rend="CharOverride-1">lavoro introdotta dalle rivoluzioni industriale e politica settecentesche che</hi><hi rend="CharOverride-1"> avevano fondato sul </hi><hi rend="italic CharOverride-1">prodotto</hi><hi rend="CharOverride-1"> il senso del lavoro, il suo</hi><hi rend="CharOverride-1"> valore sociale e la sua dignità personale (Foucault 1967, vol. </hi><hi rend="CharOverride-1">II, 2). Nella società industriale otto-novecentesca la vita </hi><hi rend="CharOverride-1">individuale e sociale è costruita sul prodotto, a spese di</hi><hi rend="CharOverride-1"> una attività lavorativa coercitiva, degradante e noiosa priva di reale</hi><hi rend="CharOverride-1"> socialità nel lavoro. L’estensione accelerata dei lavori </hi><hi rend="CharOverride-1">cognitivi, insieme a quelli rivolti alla persona (Reich 2003, 203-11</hi><hi rend="CharOverride-1">), pone all’ordine del giorno, in maniera non </hi><hi rend="CharOverride-1">utopica, l’affermazione di un lavoro socialmente e creativamente più</hi><hi rend="CharOverride-1"> ricco, organizzato sulla comunicazione e i rapporti personali, distante </hi><hi rend="CharOverride-1">dalla fatica, coercizione e noiosità delle attività lavorative otto-novecentesche,</hi><hi rend="CharOverride-1"> che </hi><hi rend="italic CharOverride-1">può</hi><hi rend="CharOverride-1"> essere socialmente ricomposto, sia nei processi materiali </hi><hi rend="CharOverride-1">di produzione, sia nel senso soggettivo del per che cosa</hi><hi rend="CharOverride-1"> si lavora, a partire dalla conquista di libertà e </hi><hi rend="CharOverride-1">partecipazione </hi><hi rend="italic CharOverride-1">nel</hi><hi rend="CharOverride-1"> lavoro. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Quanto all’ozio, quale attività distinta </hi><hi rend="CharOverride-1">dal riposo, esso è sempre esistito in tensione col lavoro,</hi><hi rend="CharOverride-1"> e quindi va approfondito innanzitutto in relazione con questo,</hi><hi rend="CharOverride-1"> in una concezione dell’autonomia dell’</hi><hi rend="italic CharOverride-1">azione</hi><hi rend="CharOverride-1"> rispetto all’autonomia</hi><hi rend="CharOverride-1"> della </hi><hi rend="italic CharOverride-1">contemplazione</hi><hi rend="CharOverride-1">, e della vita buona come </hi><hi rend="italic CharOverride-1">equilibrio</hi><hi rend="CharOverride-1"> tra </hi><hi rend="CharOverride-1">queste due dimensioni e le loro articolazioni (cfr. Ingrao 2017).</hi><hi rend="CharOverride-1"> La frattura ricordata introdotta dal </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Gesamtarbeiter</hi><hi rend="CharOverride-1"> non instaura solo</hi><hi rend="CharOverride-1"> un lavoro collettivo astratto, ma anche un tempo di </hi><hi rend="CharOverride-1">non lavoro astratto, cioè non connesso col lavoro concreto (capacità, </hi><hi rend="CharOverride-1">libertà, creatività ecc. individuale e sociale), il cosiddetto </hi><hi rend="italic CharOverride-1">tempo libero</hi><hi rend="CharOverride-1">, in cui la separazione dal lavoro (astratto) avrebbe </hi><hi rend="CharOverride-1">dovuto far ritrovare se stessi. La produttività del lavoro frantumato</hi><hi rend="CharOverride-1"> ha comunque determinato un aumento dell’esperienza del tempo di</hi><hi rend="CharOverride-1"> non lavoro, anche se la ‘libertà’ di questo </hi><hi rend="CharOverride-1">tempo è prefigurata dalle offerte dell’industria e dalle identità </hi><hi rend="CharOverride-1">che fuoriescono dalla socialità astratta del lavoro. Su questo piano </hi><hi rend="CharOverride-1">si pone dunque il problema del superamento del ‘tempo libero</hi><hi rend="CharOverride-1">’, della conquista di una nuova socialità e di </hi><hi rend="CharOverride-1">una nuova creatività nel tempo di non lavoro in relazione </hi><hi rend="CharOverride-1">alla socialità e creatività conquistate nel lavoro. Processi che trasformano</hi><hi rend="CharOverride-1"> profondamente i reciproci rapporti tra lavoro e ozio, rendendo </hi><hi rend="CharOverride-1">il lavoro «meccanico e ripetitivo più vicino al </hi><hi rend="italic CharOverride-1">non lavoro</hi><hi rend="CharOverride-1">»</hi><hi rend="CharOverride-1"> di quanto non lo sia un «hobby praticato con impegno</hi><hi rend="CharOverride-1"> e creatività» (Trentin 1985)</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP08885_int_online_chapter_1_1-19.html#footnote-001">1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. </hi></p><p rend="text_top" ><hi rend="CharOverride-1">2. La presenza costante del</hi><hi rend="CharOverride-1"> tema del lavoro in tutta la cultura della nostra civiltà</hi><hi rend="CharOverride-1"> è provata dalla mera lettura dell’indice della presente opera.</hi><hi rend="CharOverride-1"> Contadini, artigiani, operai, poeti, narratori, biografi, filosofi, teologi, giuristi, </hi><hi rend="CharOverride-1">economisti, sociologi, psicologi, sindacalisti, politici, ed altre figure, hanno ininterrottamente</hi><hi rend="CharOverride-1"> espresso le loro idee sul lavoro nel corso </hi><hi rend="CharOverride-1">dei più che 2500 anni di cui il libro si </hi><hi rend="CharOverride-1">occupa. Al punto che è possibile affermare che tali idee</hi><hi rend="CharOverride-1">, nelle loro diversità, sono </hi><hi rend="italic CharOverride-1">costitutive del carattere </hi><hi rend="italic CharOverride-1">di questa civiltà</hi><hi rend="CharOverride-1">. E se incrociamo queste constatazioni con</hi><hi rend="CharOverride-1"> l’affermazione che le due principali fratture della nostra storia</hi><hi rend="CharOverride-1"> sono rappresentate dalla «Rivoluzione agricola» neolitica e dalla «</hi><hi rend="CharOverride-1">Rivoluzione industriale» settecentesca (Cipolla 2019), e quindi dall’affermazione </hi><hi rend="CharOverride-1">del lavoro agricolo e dell’allevamento e, con la </hi><hi rend="CharOverride-1">seconda, dalla invenzione di un lavoro organizzato in maniera cooperativa </hi><hi rend="CharOverride-1">in grado di moltiplicare la produzione della ricchezza, dobbiamo </hi><hi rend="CharOverride-1">concludere che le due fratture hanno coinciso con rivolgimenti nel </hi><hi rend="CharOverride-1">modo di produrre e di vivere il lavoro che hanno </hi><hi rend="CharOverride-1">essenzialmente contribuito a costruire quella storia. E se dalla</hi><hi rend="CharOverride-1"> rivoluzione industriale passiamo all’altra rivoluzione settecentesca, quella politica,</hi><hi rend="CharOverride-1"> che ha abbattuto il privilegio di poter vivere a spese</hi><hi rend="CharOverride-1"> del lavoro altrui (Seyes 2020), l’era moderna si </hi><hi rend="CharOverride-1">apre con l’idea del lavoro quale moltiplicatore di </hi><hi rend="italic CharOverride-1">ricchezza</hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="CharOverride-1">e criterio di </hi><hi rend="italic CharOverride-1">uguaglianza</hi><hi rend="CharOverride-1"> politica. Sappiamo quanta sofferenza ed esclusione </hi><hi rend="CharOverride-1">sociale, insieme alla crescita economica ed elevazione delle condizioni generali</hi><hi rend="CharOverride-1"> di vita, abbia prodotto la società borghese uscita da tali</hi><hi rend="CharOverride-1"> rivoluzioni, una società, in ogni caso da riconoscere, che</hi><hi rend="CharOverride-1"> «tra i molti tentativi compiuti dal genere umano per organizzare</hi><hi rend="CharOverride-1"> la vita […] resta una […] delle meglio “riuscite”» (Groethuysen</hi><hi rend="CharOverride-1"> 2017, 12). </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Le profonde trasformazioni nel modo di organizzare </hi><hi rend="CharOverride-1">la produzione e di lavorare che stiamo attraversando mettono in</hi><hi rend="CharOverride-1"> gioco lo stesso significato del lavoro. È impossibile prevedere </hi><hi rend="CharOverride-1">se stiamo andando verso una frattura della nostra storia del</hi><hi rend="CharOverride-1"> tipo di quelle ricordate. In ogni caso le incessanti</hi><hi rend="CharOverride-1"> innovazioni condurranno il lavoro a nuovi traguardi produttivi e ad</hi><hi rend="CharOverride-1"> un incremento, ancorché non uniforme, delle attività creative </hi><hi rend="CharOverride-1">e linguistiche del lavoro, oggettivamente in contraddizione con le concezioni </hi><hi rend="CharOverride-1">organizzative ancora prevalenti. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Il volume illustra e approfondisce in massima </hi><hi rend="CharOverride-1">parte idee </hi><hi rend="italic CharOverride-1">generali</hi><hi rend="CharOverride-1"> di lavoro, anche quando, dopo la prima </hi><hi rend="CharOverride-1">rivoluzione industriale, alla cultura si presenta il problematico protagonismo del </hi><hi rend="italic CharOverride-1">lavoro subalterno</hi><hi rend="CharOverride-1"> che per la prima volta nella storia, a </hi><hi rend="CharOverride-1">parte singoli episodi, rende socialmente trasparente e culturalmente inaggirabile la </hi><hi rend="CharOverride-1">dialettica tra dominio e sottomissione cui è perennemente sottoposto </hi><hi rend="CharOverride-1">il lavoro non autonomo (Bodei 2019). Ma anche l</hi><hi rend="CharOverride-1">’idea del lavoro dipendente non è affrontabile indipendentemente dal lavoro</hi><hi rend="CharOverride-1"> in generale, di cui quello subalterno è una versione (Marx</hi><hi rend="CharOverride-1"> 1964, vol. I, 5). Quindi, la cultura del lavoro</hi><hi rend="CharOverride-1"> in generale tende a rappresentare una visione unitaria della società</hi><hi rend="CharOverride-1"> al di là delle profonde divisioni, ed anche le </hi><hi rend="CharOverride-1">versioni critiche del lavoro subalterno affidano la soluzione dei problemi </hi><hi rend="CharOverride-1">ad una visione d’insieme dei processi sociali. Parallela a</hi><hi rend="CharOverride-1"> questa dimensione sociale, rimane naturalmente la centralità della dimensione </hi><hi rend="CharOverride-1">personale del lavoro, il rapporto del lavoratore con la propria </hi><hi rend="CharOverride-1">attività, in dialettica con le forme della divisione sociale e </hi><hi rend="CharOverride-1">della integrazione collettiva del lavoro connesse al valore del risultato.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">In questo quadro, in cui ho già richiamato la doppia </hi><hi rend="CharOverride-1">frattura delle rivoluzioni neolitica e industriale, è possibile sottolineare una </hi><hi rend="CharOverride-1">frattura più specificatamente culturale, rilevando che l’avvento della moderna</hi><hi rend="CharOverride-1"> società industriale coincide, per quanto riguarda la cultura del lavoro,</hi><hi rend="CharOverride-1"> con la fine dell’egemonia delle </hi><hi rend="italic CharOverride-1">teologie del lavoro</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="CharOverride-1">prima pagana e poi biblica e cristiana. Il fatto che</hi><hi rend="CharOverride-1"> quest’ultima, a cominciare dalla fine dell’Ottocento con la</hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Rerum Novarum</hi><hi rend="CharOverride-1"> (1891) (Leone XIII 2010), abbia profondamente rinnovato </hi><hi rend="CharOverride-1">la propria riflessione nel quadro di una risposta autonoma alle </hi><hi rend="CharOverride-1">questioni sollevate dal socialismo, conferma la crisi di tale egemonia,</hi><hi rend="CharOverride-1"> nelle due versioni cattolica e protestante. Il cristianesimo ha contribuito</hi><hi rend="CharOverride-1"> alla costruzione della nostra civiltà introducendo un’idea della </hi><hi rend="italic CharOverride-1">necessità</hi><hi rend="CharOverride-1"> e della </hi><hi rend="italic CharOverride-1">libertà</hi><hi rend="CharOverride-1"> del lavoro che ha promosso una concezione</hi><hi rend="CharOverride-1"> del lavoro come </hi><hi rend="italic CharOverride-1">mezzo </hi><hi rend="CharOverride-1">e come </hi><hi rend="italic CharOverride-1">bisogno</hi><hi rend="CharOverride-1"> della vita e</hi><hi rend="CharOverride-1"> dell’identità umane; della necessità come una dimensione </hi><hi rend="CharOverride-1">a cui dare senso e non semplicemente da accettare; e</hi><hi rend="CharOverride-1"> della libertà esistente solo di fronte ad un limite a</hi><hi rend="CharOverride-1"> lei esterno. Una complessa costruzione articolata attorno al lavoro,</hi><hi rend="CharOverride-1"> e alla contemplazione come attività fondamentale dell’essere umano, </hi><hi rend="CharOverride-1">che vive ancora in forme variamente secolarizzate. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">A partire dal</hi><hi rend="CharOverride-1"> Settecento il lavoro diviene oggetto dell’economia politica che subentra</hi><hi rend="CharOverride-1"> alla teologia quale cultura egemone del suo problema.</hi><hi rend="CharOverride-1"> In questa cultura il lavoro, dopo essere stato inizialmente trattato</hi><hi rend="CharOverride-1"> in connessione con la proprietà privata e la libertà individuali</hi><hi rend="CharOverride-1"> (Locke 2004), viene studiato essenzialmente in relazione al </hi><hi rend="italic CharOverride-1">risultato</hi><hi rend="CharOverride-1">, quindi come fattore economico, oggetto del mercato del lavoro </hi><hi rend="CharOverride-1">e, dal punto di vista dei lavoratori, come problema di</hi><hi rend="CharOverride-1"> un diritto al lavoro e all’occupazione. La caduta </hi><hi rend="CharOverride-1">della motivazione religiosa del lavoro determinata dalla rivoluzione industriale lascia</hi><hi rend="CharOverride-1"> il lavoro senza il suo tradizionale senso al cui posto</hi><hi rend="CharOverride-1"> rinveniamo una ricerca «egoistica» della ricchezza in grado di</hi><hi rend="CharOverride-1"> convertirsi «nel contributo all’appagamento dei bisogni di tutti gli</hi><hi rend="CharOverride-1"> altri» (Hegel 1965, par. 199). In questa maniera l’</hi><hi rend="CharOverride-1">universale dimensione umana del lavoro non è più incardinata nella </hi><hi rend="CharOverride-1">maniera in cui il mondo e l’umanità sono stati</hi><hi rend="CharOverride-1"> creati (Genesi), ma nel funzionamento dello scambio.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">In questo quadro di</hi><hi rend="CharOverride-1"> trasformazioni culturali e di drammatici problemi sociali sollevati dalla </hi><hi rend="CharOverride-1">rivoluzione industriale, e nel clima della rivoluzione politica del</hi><hi rend="CharOverride-1"> 1789, il lavoro, quale principale posta delle trasformazioni sociali</hi><hi rend="CharOverride-1">, acquista un </hi><hi rend="italic CharOverride-1">inedito</hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="italic CharOverride-1">significato politico</hi><hi rend="CharOverride-1">. Prima, tra sette</hi><hi rend="CharOverride-1"> e ottocento nel cosiddetto socialismo utopico e poi nel marxismo</hi><hi rend="CharOverride-1"> e nel comunismo. In queste culture il lavoro si </hi><hi rend="CharOverride-1">afferma come una nuova soggettività sociale e politica: il «</hi><hi rend="CharOverride-1">terzo stato» si pone realmente la questione di essere, da </hi><hi rend="CharOverride-1">«nulla», «tutto» in modo da promuovere una nuova e più </hi><hi rend="CharOverride-1">giusta società.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Sulla scia dell’economia politica si sviluppano le </hi><hi rend="CharOverride-1">altre scienze sociali, tra le quali emergono la politica e </hi><hi rend="CharOverride-1">la sociologia, indispensabili strumenti per il governo della società investita </hi><hi rend="CharOverride-1">dalla questione dirompente del lavoro salariato. Insieme a queste </hi><hi rend="CharOverride-1">si affermano la scienza dell’organizzazione del lavoro e la </hi><hi rend="CharOverride-1">tecnica, le cui continue innovazioni si presentano come la nuova </hi><hi rend="CharOverride-1">dimensione della necessità lasciata vuota dalla teologia (Iacci e Galimberti </hi><hi rend="CharOverride-1">2021). </hi></p><p rend="text_top" ><hi rend="CharOverride-1">3. Per approfondire la linea rossa che abbiamo</hi><hi rend="CharOverride-1"> cercato di delineare nei due paragrafi precedenti considereremo, molto</hi><hi rend="CharOverride-1"> sinteticamente, i seguenti autori, tutti scrittori di attività lavorative svolte</hi><hi rend="CharOverride-1"> in prima persona: Esiodo, Aristotele, Benvenuto Cellini, Henry Ford, Harry</hi><hi rend="CharOverride-1"> Braverman. Nei testi di questi autori – un contadino (poeta),</hi><hi rend="CharOverride-1"> un filosofo, un artigiano, un imprenditore, un operaio metalmeccanico –</hi><hi rend="CharOverride-1"> mi sembra possibile rinvenire delle testimonianze ed autocoscienze del </hi><hi rend="CharOverride-1">lavoro svolto nella nostra civiltà non prive di un senso</hi><hi rend="CharOverride-1"> a partire dal quale sia possibile considerare le attuale </hi><hi rend="CharOverride-1">trasformazioni del lavoro.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">In Esiodo rinveniamo tutti gli elementi essenziali che</hi><hi rend="CharOverride-1"> costituiscono l’idea del lavoro manuale libero e individuale </hi><hi rend="CharOverride-1">nell’epoca dell’egemonia della teologia, oltreché un modello di</hi><hi rend="CharOverride-1"> lavoro autonomo ancora largamente vivo. La necessità del duro lavoro è una conseguenza delle decisioni degli dèi che «hanno nascosto agli uomini i mezzi di vita» (</hi><hi rend="italic CharOverride-1">Opere e giorni,</hi><hi rend="CharOverride-1"> 42)</hi><hi rend="CharOverride-1">. E l’uomo può lavorare solo</hi><hi rend="CharOverride-1"> in base ad un patto con la divinità secondo cui</hi><hi rend="CharOverride-1"> Zeus garantisce la giustizia (</hi><hi rend="italic CharOverride-1">dike</hi><hi rend="CharOverride-1">) nel mondo, senza </hi><hi rend="CharOverride-1">la quale chi lavora potrà essere rapinato della ricchezza </hi><hi rend="CharOverride-1">prodotta da parte di chi non lavora, come è </hi><hi rend="CharOverride-1">accaduto a Esiodo derubato dal fratello Perse. Il lavoro si </hi><hi rend="CharOverride-1">afferma in tensione con la volontà di non lavorare grazie </hi><hi rend="CharOverride-1">alla «buona» competizione (</hi><hi rend="italic CharOverride-1">Eris</hi><hi rend="CharOverride-1">) che «anche l’indolente sveglia </hi><hi rend="CharOverride-1">ugualmente all’azione» (</hi><hi rend="italic CharOverride-1">Opere e giorni</hi><hi rend="CharOverride-1">, 20). Ma per lavorare </hi><hi rend="CharOverride-1">non occorre solo la giustizia occorrono anche abilità, conoscenze </hi><hi rend="CharOverride-1">e concentrazione, che il poeta elenca minuziosamente come da chi </hi><hi rend="CharOverride-1">ben le conosce. Giustizia, capacità, resistenza, competizione, oltreché ovviamente </hi><hi rend="CharOverride-1">il possesso dei mezzi di lavoro, fanno del lavoro una</hi><hi rend="CharOverride-1"> fonte di soddisfazione e di sicurezza, contro la natura e</hi><hi rend="CharOverride-1"> la miseria, e così il duro lavoro dei campi </hi><hi rend="CharOverride-1">permette di trascorrere tra la vegetazione in compagnia ore gioiose. </hi><hi rend="CharOverride-1">Non solo, ma il lavoro non impedisce, ad Esiodo</hi><hi rend="CharOverride-1"> cui è toccata in sorte la fortuna di incontrare le</hi><hi rend="CharOverride-1"> Muse alle pendici del monte sacro Elicona, di cantare </hi><hi rend="CharOverride-1">il lavoro stesso. In questo caso il lavoro non si</hi><hi rend="CharOverride-1"> alternerà solo al riposo e alla compagnia conviviale</hi><hi rend="CharOverride-1"> nella serenità del benessere materiale, ma anche alla composizione </hi><hi rend="CharOverride-1">poetica, un’attività che presuppone la sospensione dell’attività di</hi><hi rend="CharOverride-1"> contadino. La poesia è la forma più alta del </hi><hi rend="CharOverride-1">tempo di non lavoro contadino di Esiodo, una sorta di </hi><hi rend="CharOverride-1">ozio di chi lavora manualmente, un ozio attivo non separato</hi><hi rend="CharOverride-1"> o contrapposto al lavoro dei campi. Il paradigma del </hi><hi rend="CharOverride-1">lavoro di Esiodo si presenta completo in maniera straordinaria: </hi><hi rend="CharOverride-1">il lavoro che è una necessità diviene </hi><hi rend="italic CharOverride-1">aretè </hi><hi rend="CharOverride-1">(</hi><hi rend="italic CharOverride-1">Opere e giorni</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="CharOverride-1">274-382), virtù, fatica in sé soddisfacente e dal risultato utile,</hi><hi rend="CharOverride-1"> «prosperità», ed insieme oggetto della poesia dell’attività di ozio</hi><hi rend="CharOverride-1">, in un quadro di giustizia cosmologica. È difficile </hi><hi rend="CharOverride-1">aggiungere qualcosa all’</hi><hi rend="italic CharOverride-1">equilibro </hi><hi rend="CharOverride-1">di questa idea di lavoro, che</hi><hi rend="CharOverride-1"> l’umanità conquista dopo la fine del neolitico, come </hi><hi rend="CharOverride-1">autoconsapevolezza ed elaborazione culturale della condizione lavorativa della nuova vita</hi><hi rend="CharOverride-1"> agricola sedentaria.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Riassumiamo, il lavoro in Esiodo è: </hi><hi rend="italic CharOverride-1">condizione</hi><hi rend="CharOverride-1"> di </hi><hi rend="CharOverride-1">un patto diretto con la divinità, cui si richiede giustizia </hi><hi rend="CharOverride-1">in cambio della difesa della verità circa il nesso tra </hi><hi rend="CharOverride-1">lavoro e vita che il poeta canterà («Zeus […] porgimi </hi><hi rend="CharOverride-1">orecchio […] dirigi secondo giustizia le leggi, tu; io, </hi><hi rend="CharOverride-1">per parte mia, comunicherò a Perse cose vere» (</hi><hi rend="italic CharOverride-1">Opere e giorni</hi><hi rend="CharOverride-1">,</hi><hi rend="CharOverride-1"> 9-10); </hi><hi rend="italic CharOverride-1">occasione </hi><hi rend="CharOverride-1">di ozio creativo come composizione poetica che ha</hi><hi rend="CharOverride-1"> per oggetto il lavoro manuale di chi compone la poesia</hi><hi rend="CharOverride-1">; </hi><hi rend="italic CharOverride-1">idea</hi><hi rend="CharOverride-1"> di lavoro in quanto, operosità che conduce </hi><hi rend="CharOverride-1">all’</hi><hi rend="italic CharOverride-1">aretè</hi><hi rend="CharOverride-1">, cioè al valore e alla prosperità umana (</hi><hi rend="italic CharOverride-1">Opere e giorni</hi><hi rend="CharOverride-1">, 289) a fronte di cui occorre condannare l’inoperosità;</hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="italic CharOverride-1">utilità</hi><hi rend="CharOverride-1"> in quanto benessere cui esso conduce; </hi><hi rend="italic CharOverride-1">conoscenza</hi><hi rend="CharOverride-1"> della natura,</hi><hi rend="CharOverride-1"> delle stagioni e del mestiere necessaria per il successo grazie</hi><hi rend="CharOverride-1"> a cui si vince la battaglia con la natura e</hi><hi rend="CharOverride-1"> si vive in sicurezza; infine </hi><hi rend="italic CharOverride-1">ricompensa sociale</hi><hi rend="CharOverride-1">, ricavata dal </hi><hi rend="CharOverride-1">lavoro ed intessuta di esso, quando d’estate la «cicala</hi><hi rend="CharOverride-1"> canora il suo canto riversa» ed «è bello avere </hi><hi rend="CharOverride-1">una roccia ombrosa» e una «focaccia», «quando il vino è </hi><hi rend="CharOverride-1">migliore, le donne più ardenti», sedere all’ombra, con la</hi><hi rend="CharOverride-1"> «faccia volta incontro al veloce Zefiro (</hi><hi rend="italic CharOverride-1">Opere e giorni</hi><hi rend="CharOverride-1">, 582-94). Un</hi><hi rend="CharOverride-1"> equilibrio tra lavoro, vita, ozio, valori universali e perenni che</hi><hi rend="CharOverride-1"> la nostra civiltà non ha mai più ritrovato nella stessa</hi><hi rend="CharOverride-1"> maniera. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Il lavoro intellettuale di Aristotele (</hi><hi rend="italic CharOverride-1">bios theoretikos</hi><hi rend="CharOverride-1">) </hi><hi rend="CharOverride-1">(Aristotele 2001, X) non ha l’equilibrio di materialità e</hi><hi rend="CharOverride-1"> spiritualità di Esiodo. Ha una unilateralità quasi drammatica e forse</hi><hi rend="CharOverride-1"> potremmo dire mistica. È frutto di una decisione di </hi><hi rend="CharOverride-1">allontanamento dal mondo e dalla sua </hi><hi rend="italic CharOverride-1">ascholia</hi><hi rend="CharOverride-1"> (</hi><hi rend="italic CharOverride-1">negotium</hi><hi rend="CharOverride-1">, fastidi </hi><hi rend="CharOverride-1">e affari quotidiani), al fine di conquistare la </hi><hi rend="CharOverride-1">tranquillità e la concentrazione d’animo necessari alla conoscenza </hi><hi rend="CharOverride-1">del mondo delle idee. La verità richiede la negazione del </hi><hi rend="CharOverride-1">mondo quotidiano per essere conquistata e offerta al mondo per </hi><hi rend="CharOverride-1">il raggiungimento del senso più elevato della vita. Se Esiodo</hi><hi rend="CharOverride-1"> trovava la sicurezza e l’</hi><hi rend="italic CharOverride-1">areté</hi><hi rend="CharOverride-1"> nella trasformazione della </hi><hi rend="CharOverride-1">terra, Aristotele trova la vera felicità (</hi><hi rend="italic CharOverride-1">eudaimonia</hi><hi rend="CharOverride-1">)</hi><hi rend="CharOverride-1"> nella trasformazione simbolico linguistica che egli ritiene avvicini l’uomo</hi><hi rend="CharOverride-1"> alla divinità. Se Esiodo non si separa dal lavoro manuale</hi><hi rend="CharOverride-1"> neppure quando lo trasforma in oggetto del linguaggio poetico, </hi><hi rend="CharOverride-1">ed il lavoro lo unisce alla natura, alle stagioni e,</hi><hi rend="CharOverride-1"> nella giustizia e competizione, agli altri, in una dialettica di</hi><hi rend="CharOverride-1"> trasformazione e ricompensa, Aristotele ritiene necessario allontanarsi dal mondo quotidiano</hi><hi rend="CharOverride-1"> per educare alla vita della </hi><hi rend="italic CharOverride-1">polis</hi><hi rend="CharOverride-1">. Perché è nel</hi><hi rend="CharOverride-1"> mondo </hi><hi rend="italic CharOverride-1">separato</hi><hi rend="CharOverride-1"> della scuola che il lavoro intellettuale riviene la</hi><hi rend="CharOverride-1"> dimensione più adatta ed efficace al suo esercizio. In fondo</hi><hi rend="CharOverride-1"> due idee di conoscenza, quelle di Esiodo e di Aristotele,</hi><hi rend="CharOverride-1"> che dovremmo sapere non essere alternative. Invece in Aristotele il</hi><hi rend="CharOverride-1"> lavoro intellettuale è anche fondato su una separazione </hi><hi rend="italic CharOverride-1">naturale</hi><hi rend="CharOverride-1"> tra umanità destinata alla manualità e umanità destinata all’intel</hi><hi rend="CharOverride-1">lettualità. La quale rinviene nella comunità linguistica dei saggi una</hi><hi rend="CharOverride-1"> forma di socialità fondata sull’ozio (</hi><hi rend="italic CharOverride-1">schole</hi><hi rend="CharOverride-1">), in cui</hi><hi rend="CharOverride-1"> superare l’unilateralità della felicità teoretica e contemplativa. Aristotele sfugge</hi><hi rend="CharOverride-1"> alla necessità del lavoro manuale pensando </hi><hi rend="italic CharOverride-1">la necessità e la</hi><hi rend="italic CharOverride-1"> collegialità della contemplazione.</hi><hi rend="CharOverride-1"> Opposti per tanti aspetti, Esiodo e Aristotele</hi><hi rend="CharOverride-1"> elaborano un’idea di vita ugualmente centrata su una attività</hi><hi rend="CharOverride-1"> trasformatrice fondata sulla libertà: per il primo si tratta </hi><hi rend="CharOverride-1">della libertà garantita dalla giustizia, dalla abilità e dal possesso</hi><hi rend="CharOverride-1"> dei mezzi di produzione materiali e spirituali; per il </hi><hi rend="CharOverride-1">secondo di quella garantita dalla separazione dal mondo e </hi><hi rend="CharOverride-1">dal possesso dei mezzi di conoscenza indispensabili per la trasformazion</hi><hi rend="CharOverride-1">e simbolico-linguistica. Diversa infine l’esperienza della felicità </hi><hi rend="CharOverride-1">che ciascuno di essi rinviene nell’esercizio del proprio lavoro: </hi><hi rend="CharOverride-1">sostanzialmente individuale ma non individualistica quella di Esiodo, individuale ma </hi><hi rend="CharOverride-1">fortemente comunitaria, ancorché socialmente separata, ma non a-politica, quella di</hi><hi rend="CharOverride-1"> Aristotele. Ovvero improntata ad una ricerca individuale aperta all</hi><hi rend="CharOverride-1">’universalità discorsiva.</hi></p><p rend="text_top" ><hi rend="CharOverride-1">4. Quanto all’altra area del lavoro</hi><hi rend="CharOverride-1"> indipendente, quella delle attività artigianali, sin dall’antichità abbiamo </hi><hi rend="CharOverride-1">testimonianze che sottolineano il suo costante progresso, anche senza ignorarne le contraddizioni</hi><hi rend="CharOverride-1">: ad esempio quella ricordata da Lucrezio,</hi><hi rend="CharOverride-1"> quando sottolinea che gli uomini «con le arti raggiunsero la</hi><hi rend="CharOverride-1"> vetta suprema» (Lucrezio, </hi><hi rend="italic CharOverride-1">La natura delle cose </hi><hi rend="CharOverride-1">5, 1457), ancorché privi </hi><hi rend="CharOverride-1">della verità della filosofia (Epicuro); o di Seneca, secondo cui </hi><hi rend="CharOverride-1">qualsiasi cosa, anche non necessaria e di «lusso», quindi senza</hi><hi rend="CharOverride-1"> «sapienza», possiamo ottenere attraverso le «molti e difficili arti» (</hi><hi rend="CharOverride-1">Seneca, </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Lettere a Lucilio</hi><hi rend="CharOverride-1">, 695). È una forma di lavoro </hi><hi rend="CharOverride-1">che possiamo approfondire attraverso la </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Vita </hi><hi rend="CharOverride-1">di Benvenuto Cellini, orafo </hi><hi rend="CharOverride-1">e scultore del Cinquecento. Un secolo in cui l’artigianato,</hi><hi rend="CharOverride-1"> dopo l’accelerazione iniziata nel XIII secolo, perviene alla</hi><hi rend="CharOverride-1"> piena consapevolezza del significato della propria attività, prima di </hi><hi rend="CharOverride-1">declinare rapidamente nei due secoli successivi (Kristeller 2005). La </hi><hi rend="italic CharOverride-1">V</hi><hi rend="italic CharOverride-1">ita</hi><hi rend="CharOverride-1">, che Cellini scrive tra il 1558 e il 1567,</hi><hi rend="CharOverride-1"> rimane inedita fino al 1728. Goethe ne ha</hi><hi rend="CharOverride-1"> conoscenza alla fine del secolo e ne farà, nel </hi><hi rend="CharOverride-1">1796, una traduzione in tedesco scrivendo che Cellini «potrebbe a </hi><hi rend="CharOverride-1">buon diritto essere eletto a rappresentante del suo secolo e </hi><hi rend="CharOverride-1">forse dell’intera umanità» (Goethe 1994, 74). </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">La </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Vita </hi><hi rend="CharOverride-1">può</hi><hi rend="CharOverride-1"> essere letta da diversi punto di vista (cfr. Mari 2019,</hi><hi rend="CharOverride-1"> 85 sgg.). A noi interessa quello del lavoro, precisamente </hi><hi rend="CharOverride-1">dell’amore per il lavoro che Cellini dimostra di </hi><hi rend="CharOverride-1">possedere nei confronti della propria attività: «quella mia bella </hi><hi rend="CharOverride-1">arte di gioielliere»; oppure, «con grandissima sollecitudine giorno e notte</hi><hi rend="CharOverride-1"> non restavo mai di lavorare»; o, «risposi a sua </hi><hi rend="CharOverride-1">Maestà [Francesco I] che subito io mi ammalerei se io </hi><hi rend="CharOverride-1">non lavorassi» (Cellini 1999, 129, 442-43). Questa passione </hi><hi rend="CharOverride-1">per il lavoro è strettamente legata alla </hi><hi rend="italic CharOverride-1">libertà</hi><hi rend="CharOverride-1"> nel concepire </hi><hi rend="CharOverride-1">e realizzare l’idea degli oggetti da fabbricare. In </hi><hi rend="CharOverride-1">questo senso Cellini rappresenta un esempio particolarmente evidente dell’</hi><hi rend="italic CharOverride-1">autorealizzazione</hi><hi rend="CharOverride-1"> ottenuta nel lavoro attraverso l’</hi><hi rend="italic CharOverride-1">oggettivazione</hi><hi rend="CharOverride-1"> di un’idea liberamente</hi><hi rend="CharOverride-1"> progettata, in questo caso ben disegnata. Perché «chi disegniava</hi><hi rend="CharOverride-1"> bene e’ non poteva operar mai male» (che è </hi><hi rend="CharOverride-1">anche una confutazione della estraneità del fine della </hi><hi rend="italic CharOverride-1">poiesis</hi><hi rend="CharOverride-1"> sostenuta </hi><hi rend="CharOverride-1">da Aristotele). Al punto che Cellini non ha mai accettato </hi><hi rend="CharOverride-1">di realizzare oggetti disegnati da altri. Si tratta di un </hi><hi rend="CharOverride-1">paradigma lavorativo ben chiaro e nei suoi termini anche ‘puro</hi><hi rend="CharOverride-1">’. Il committente esprime un desiderio, ma solo colui che</hi><hi rend="CharOverride-1"> lo realizza lo interpreta e progetta, per cui il lavoro</hi><hi rend="CharOverride-1"> realizza l’idea del fabbricatore. Come è libertà del maestro</hi><hi rend="CharOverride-1"> artigiano scegliere l’organizzazione del proprio lavoro, e in gran</hi><hi rend="CharOverride-1"> parte anche i materiali da trasformare. Un’idea ben </hi><hi rend="CharOverride-1">precisa di attività libera, di oggetto da produrre concepito autonomamente, </hi><hi rend="CharOverride-1">del valore economico dei risultati incassati dal produttore. Con un</hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="italic CharOverride-1">limite</hi><hi rend="CharOverride-1"> assai forte, tipico del lavoro artigiano, non solo artistico</hi><hi rend="CharOverride-1">. Il carattere fortemente </hi><hi rend="italic CharOverride-1">individualistico</hi><hi rend="CharOverride-1"> del lavoro cui è possibile</hi><hi rend="CharOverride-1"> connettere la sua </hi><hi rend="italic CharOverride-1">unilateralità</hi><hi rend="CharOverride-1"> nei confronti della vita del</hi><hi rend="CharOverride-1">lo stesso artigiano. Cellini nella </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Vita </hi><hi rend="CharOverride-1">appare vivere in massima </hi><hi rend="CharOverride-1">parte per il lavoro. Tempo libero, amicizie, relazioni e </hi><hi rend="CharOverride-1">conoscenze sociali, amori, avventure sessuali e sociali, collocazione sociale, sapere, </hi><hi rend="CharOverride-1">tutto è strettamente connesso all’attività del lavoro. Il </hi><hi rend="CharOverride-1">quale amato, e non vissuto come una condanna o mera</hi><hi rend="CharOverride-1"> necessità, finisce per occupare uno spazio eccessivo nella vita di</hi><hi rend="CharOverride-1"> Benvenuto. Perché il lavoro è l’attività di gran </hi><hi rend="CharOverride-1">lunga ritenuta più interessante, e le altre dimensioni della vita</hi><hi rend="CharOverride-1"> non riescono ad appassionarlo altrettanto. È con questo tipo</hi><hi rend="CharOverride-1"> di lavoro che il </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Gesamtarbeiter</hi><hi rend="CharOverride-1"> del capitalista dovrà fare i</hi><hi rend="CharOverride-1"> conti.</hi></p><p rend="text_top" ><hi rend="CharOverride-1">5. Cellini è un cattolico e il rapporto tra</hi><hi rend="CharOverride-1"> il suo lavoro e la sua religiosità rientra nel</hi><hi rend="CharOverride-1"> paradigma dell’uomo che si ispira al Dio creatore, </hi><hi rend="CharOverride-1">e quindi dell’artigiano come imitatore del ‘Dio vasaio’</hi><hi rend="CharOverride-1"> che ha creato l’uomo dando forma alla terra. Nella</hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Genesi</hi><hi rend="CharOverride-1"> rinveniamo altri due paradigmi, quello dell’uomo che </hi><hi rend="CharOverride-1">domina il mondo a «immagine di Dio», il quale «è</hi><hi rend="CharOverride-1"> una persona […] capace di agire in modo programmato e</hi><hi rend="CharOverride-1"> razionale, capace di decidere di sé e tendere a realizzare</hi><hi rend="CharOverride-1"> se stesso» (Giovanni Paolo II 2010, 491-92), cioè un </hi><hi rend="CharOverride-1">uomo libero. E quello del lavoro come condanna per il</hi><hi rend="CharOverride-1"> peccato originale commesso. Nel Medioevo l’artigiano è </hi><hi rend="CharOverride-1">creatore come lo è stato Dio. Scrive a questo </hi><hi rend="CharOverride-1">proposito Teofilo Monaco, orafo monaco benedettino del XII secolo, che</hi><hi rend="CharOverride-1"> i discendenti di Adamo hanno avuto dal Signore, in </hi><hi rend="CharOverride-1">cambio della perdita dell’immortalità e «quasi per diritto ereditario», </hi><hi rend="CharOverride-1">la capacità di «ogni arte e talento»; e l’uomo</hi><hi rend="CharOverride-1"> deve imparare «quanto sia dolce e dilettevole operare nelle diverse</hi><hi rend="CharOverride-1"> e utili arti» con cui proclamare il Creatore «meraviglioso nelle</hi><hi rend="CharOverride-1"> sue opere» (Teofilo 2000, cfr. i tre prologhi).</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Rispetto</hi><hi rend="CharOverride-1"> a questi tre paradigmi Gesù, ne introduce un </hi><hi rend="italic CharOverride-1">quarto</hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="CharOverride-1">secondo il quale, il lavoro, che pure richiede concentrazione e </hi><hi rend="CharOverride-1">dedizione volontaria, non deve assorbire oltre un certo limite, </hi><hi rend="CharOverride-1">ovvero la </hi><hi rend="italic CharOverride-1">coscienza</hi><hi rend="CharOverride-1"> del credente deve – diversamente da Aristotele – </hi><hi rend="CharOverride-1">sapersi liberare dal lavoro </hi><hi rend="italic CharOverride-1">senza negarlo</hi><hi rend="CharOverride-1">,</hi><hi rend="italic CharOverride-1"> </hi><hi rend="CharOverride-1">al fine di </hi><hi rend="CharOverride-1">dedicarsi al Signore </hi><hi rend="italic CharOverride-1">nel mondo</hi><hi rend="CharOverride-1">: </hi></p><p rend="quotation_b" ><hi rend="CharOverride-1">Che mangeremo? Che berremo? Oppure:</hi><hi rend="CharOverride-1"> Di che ci vestiremo? […] Il Padre vostro celeste sa</hi><hi rend="CharOverride-1"> che avete bisogno di tutte queste cose. Cercate </hi><hi rend="italic CharOverride-1">prima</hi><hi rend="CharOverride-1"> (</hi><hi rend="italic CharOverride-1">primum</hi><hi rend="CharOverride-1">) [sott. mia] il regno di Dio e la sua</hi><hi rend="CharOverride-1"> giustizia, e tutte queste altre cose vi saranno date in</hi><hi rend="CharOverride-1"> sovrappiù (</hi><hi rend="italic CharOverride-1">adicientur</hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="italic CharOverride-1">vobis</hi><hi rend="CharOverride-1">) (Mt 6, 31-3, in Beretta 2005). </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Questa intuizione </hi><hi rend="CharOverride-1">della libertà di coscienza </hi><hi rend="italic CharOverride-1">nel</hi><hi rend="CharOverride-1"> lavoro </hi><hi rend="italic CharOverride-1">in atto</hi><hi rend="CharOverride-1"> è sviluppata </hi><hi rend="CharOverride-1">da Martin Lutero in cui il </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Beruf</hi><hi rend="CharOverride-1"> costituisce, sia la</hi><hi rend="CharOverride-1"> vocazione secolare per un lavoro e per lo stato sociale</hi><hi rend="CharOverride-1"> in cui esso viene svolto, sia la grazia della</hi><hi rend="CharOverride-1"> chiamata di Dio per la felicità eterna. In questo modo</hi><hi rend="CharOverride-1"> ogni lavoro, che coincide col </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Beruf</hi><hi rend="CharOverride-1">, è insie</hi><hi rend="CharOverride-1">me un’attività libera, </hi><hi rend="italic CharOverride-1">nella coscienza</hi><hi rend="CharOverride-1">, e una attività compiuta</hi><hi rend="CharOverride-1"> in nome e per la gloria di Dio, </hi><hi rend="italic CharOverride-1">in un mondo</hi><hi rend="CharOverride-1"> di cui contribuisce a mantenere l’</hi><hi rend="italic CharOverride-1">ordine</hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi><hi rend="CharOverride-1"> Mentre in Cellini la </hi><hi rend="italic CharOverride-1">libertà</hi><hi rend="CharOverride-1"> nel lavoro è la </hi><hi rend="CharOverride-1">condizione per una creazione di cui gloriarsi davanti a Dio,</hi><hi rend="CharOverride-1"> chiamato a riconoscere, e anche ad aiutare l’artigiano </hi><hi rend="CharOverride-1">nel successo (Cellini 2015, XLI), in un mondo in cui</hi><hi rend="CharOverride-1"> valgono solo le capacità individuali; in Lutero il lavoro </hi><hi rend="CharOverride-1">è espressione </hi><hi rend="italic CharOverride-1">prima</hi><hi rend="CharOverride-1"> del </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Beruf</hi><hi rend="CharOverride-1"> che della libertà individuale, </hi><hi rend="CharOverride-1">ed il suo successo è una conseguenza di tale grazia. </hi><hi rend="CharOverride-1">In entrambi il prodotto del lavoro è in gloria </hi><hi rend="CharOverride-1">di Dio, ma in Cellini grazie alla libertà </hi><hi rend="italic CharOverride-1">umana</hi><hi rend="CharOverride-1"> e</hi><hi rend="CharOverride-1"> in Lutero grazie alla libertà della </hi><hi rend="italic CharOverride-1">grazia</hi><hi rend="CharOverride-1">. Anche la </hi><hi rend="CharOverride-1">rivalutazione e la spiritualizzazione dell’attività del lavoro operata dal </hi><hi rend="CharOverride-1">calvinismo, che trasforma il significato della natura del lavoro da </hi><hi rend="CharOverride-1">mero </hi><hi rend="italic CharOverride-1">mezzo</hi><hi rend="CharOverride-1"> per la necessità della via ad </hi><hi rend="italic CharOverride-1">attività apprezzabile </hi><hi rend="italic CharOverride-1">in sé</hi><hi rend="CharOverride-1"> (McGrath 2009, 275), nel lavoro esalta la </hi><hi rend="italic CharOverride-1">servitù</hi><hi rend="CharOverride-1"> dell’uomo nei confronti di Dio piuttosto che la </hi><hi rend="italic CharOverride-1">libertà</hi><hi rend="CharOverride-1"> del soggetto. Finché la secolarizzata «teologia della prosperità» puritana porrà</hi><hi rend="CharOverride-1"> l’accento sul risultato (l’utile) anziché sull’attività </hi><hi rend="CharOverride-1">(McGrath 2009, 283; Weber 2002).</hi></p><p rend="text_top" ><hi rend="CharOverride-1">6. Con le </hi><hi rend="CharOverride-1">corporazioni l’artigianato costruisce un mondo sociale e politico centrato </hi><hi rend="CharOverride-1">e organizzato sul lavoro. Un mondo che la borghesia dovrà </hi><hi rend="CharOverride-1">cancellare per poter trionfare. Nelle corporazione non rinveniamo solo </hi><hi rend="CharOverride-1">il mondo del lavoro manuale ma anche quelli delle professioni</hi><hi rend="CharOverride-1"> liberali e dei mercanti. Questi ultimi, soprattutto a partire </hi><hi rend="CharOverride-1">dal XIV secolo, rappresentano un ceto sociale particolarmente</hi><hi rend="CharOverride-1"> attivo e moderno che romperà con la cultura religiosa di</hi><hi rend="CharOverride-1"> condanna del guadagno senza smarrire il senso di appartenenza, </hi><hi rend="CharOverride-1">anche religioso, con la comunità di origine: esemplare la vicenda</hi><hi rend="CharOverride-1"> del mercate di Prato Francesco Datini (Nigro 2010). Più</hi><hi rend="CharOverride-1"> in generale, tra il XIV e il XVIII secolo si</hi><hi rend="CharOverride-1"> realizza una congiuntura sociale e culturale che approderà ad un</hi><hi rend="CharOverride-1">’idea realistica e utilitarista di individuo i cui «vizi»,</hi><hi rend="CharOverride-1"> in determinate circostanze, divengono «virtù» sociali (Mandeville 1987). </hi><hi rend="CharOverride-1">In questa congiuntura confluiscono una serie di elementi che favoriscono</hi><hi rend="CharOverride-1"> l’accelerazione e la valorizzazione dell’attivismo personale e</hi><hi rend="CharOverride-1"> delle capacità di innovazione sul piano delle attività lavorative</hi><hi rend="CharOverride-1"> ed economiche, tra i quali rinveniamo: la crisi dell</hi><hi rend="CharOverride-1">’aristotelismo, determinata dalla nuova filosofia e scienza sperimentale;</hi><hi rend="CharOverride-1"> le scoperte meccaniche (stampa, polvere da sparo, bussola)</hi><hi rend="CharOverride-1">; le navigazioni e i commerci indotti dalle scoperte geografiche; </hi><hi rend="CharOverride-1">lo sviluppo dell’«arte di mercatura» e poi del mercantilismo;</hi><hi rend="CharOverride-1"> un nuovo dinamismo delle attività favorito dall’idea che </hi><hi rend="CharOverride-1">il lavoro sia una «merce» («Anche il lavoro umano è </hi><hi rend="CharOverride-1">una merce (</hi><hi rend="italic CharOverride-1">commodity</hi><hi rend="CharOverride-1">) scambiabile con un beneficio, così come </hi><hi rend="CharOverride-1">qualsiasi altra cosa», Hobbes 2006, 171; Macpherson 1982, 3,</hi><hi rend="CharOverride-1"> 4); l’avvento di ceti imprenditoriali portatori di </hi><hi rend="CharOverride-1">nuove forme di organizzazione e razionalizzazione del lavoro. Il </hi><hi rend="CharOverride-1">tutto sorretto da una cultura, anche economica, in cui </hi><hi rend="CharOverride-1">l’utile </hi><hi rend="italic CharOverride-1">sociale</hi><hi rend="CharOverride-1"> viene interpretato in chiave di interesse </hi><hi rend="italic CharOverride-1">individuale</hi><hi rend="CharOverride-1"> collegandosi direttamente alla rivoluzione industriale (proverbiale la citazione</hi><hi rend="CharOverride-1"> dell’egoismo come molla dello sviluppo sociale di Adam Smith</hi><hi rend="CharOverride-1"> 1996, vol. I, 2).</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Di questa cultura interessa sottolineare </hi><hi rend="CharOverride-1">l’apologia del lavoro, inteso utilitaristicamente come il mezzo </hi><hi rend="CharOverride-1">con cui procurare la ricchezza necessaria al benessere sociale e</hi><hi rend="CharOverride-1"> al successo personale, alla felicità mondana socialmente apprezzabile. </hi><hi rend="CharOverride-1">Una cultura utilitarista che supera, anche con l ‘ausilio </hi><hi rend="CharOverride-1">del protestantesimo, i vincoli cristiani nei confronti della ricchezza e</hi><hi rend="CharOverride-1"> che costruisce una società organizzata sempre di più sulla crescita</hi><hi rend="CharOverride-1"> economica e non sulle ricchezze semplicemente ereditarie e terri</hi><hi rend="CharOverride-1">ere (Groethuysen 2017). In questo quadro la dimensione sociale è</hi><hi rend="CharOverride-1"> tutelata, in linea di principio, attraverso il mercato che dovrebbe</hi><hi rend="CharOverride-1"> distribuire spontaneamente la ricchezza prodotta (Smith 1996, vol. I </hi><hi rend="CharOverride-1">e 583-84). Massimo teorico dell’utilitarismo liberale è Jeremy </hi><hi rend="CharOverride-1">Bentham per il quale il sentimento della «benevolenza» – l’unico </hi><hi rend="CharOverride-1">sentimento «riferito ad altri» in maniera positiva, cioè non solo</hi><hi rend="CharOverride-1"> «a se stessi», né in «malevolenza» – non presuppone alcuna </hi><hi rend="italic CharOverride-1">azione</hi><hi rend="CharOverride-1"> nei confronti «degli altri», ma solo la «simpatia», ovvero la</hi><hi rend="CharOverride-1"> «</hi><hi rend="italic CharOverride-1">vista </hi><hi rend="CharOverride-1">[sott. mia] di piaceri che si suppone siano </hi><hi rend="CharOverride-1">goduti da quelli che possono essere oggetti di benevolenza» (Bentham </hi><hi rend="CharOverride-1">1998, 129 e 135). Una concezione in cui il lavoro,</hi><hi rend="CharOverride-1"> dal punto di vista personale, viene fortemente rivalutato, ma </hi><hi rend="CharOverride-1">nello stesso tempo </hi><hi rend="italic CharOverride-1">ristretto</hi><hi rend="CharOverride-1"> a fattore della «condizione pecuniaria» di </hi><hi rend="CharOverride-1">ciascuno, indipendentemente dal tipo e dalla qualità dell’attività: </hi><hi rend="CharOverride-1">«Il lavoro può essere principalmente fisico o principalmente mentale, o </hi><hi rend="CharOverride-1">entrambi indifferentemente, e non importa in qual modo o in </hi><hi rend="CharOverride-1">quale campo venga applicato così da produrre profitto» (Bentham 1988,</hi><hi rend="CharOverride-1"> 147). </hi></p><p rend="text_top" ><hi rend="CharOverride-1">7. Per Marx il successo della borghesia è </hi><hi rend="CharOverride-1">dipeso essenzialmente dalla originale </hi><hi rend="italic CharOverride-1">organizzazione del lavoro</hi><hi rend="CharOverride-1"> che essa ha</hi><hi rend="CharOverride-1"> saputo promuovere, non tanto dalla ricchezza, dal potere politico, </hi><hi rend="CharOverride-1">dalla tecnologia o da altri elementi. Questa organizzazione ha</hi><hi rend="CharOverride-1"> un nome: </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Gesamtarbeiter </hi><hi rend="CharOverride-1">(«lavoratore complessivo»). Essa costituisce la </hi><hi rend="CharOverride-1">nuova socialità realizzata nei processi di produzione che il capitale </hi><hi rend="CharOverride-1">mette in campo nella società individualistica e utilitaristica che si </hi><hi rend="CharOverride-1">sta affermando. Una socialità in cui tuttavia i soggetti </hi><hi rend="CharOverride-1">non entrano in autentici rapporti personali: </hi></p><p rend="quotation_b" ><hi rend="CharOverride-1">La produzione capitalistica comincia</hi><hi rend="CharOverride-1"> realmente […] solo quando </hi><hi rend="italic CharOverride-1">il</hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="italic CharOverride-1">medesimo</hi><hi rend="CharOverride-1"> capitale individuale impiega allo</hi><hi rend="CharOverride-1"> stesso tempo un numero piuttosto considerevole di operai […] </hi><hi rend="italic CharOverride-1">La</hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="italic CharOverride-1">forma</hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="italic CharOverride-1">del</hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="italic CharOverride-1">lavoro</hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="italic CharOverride-1">di</hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="italic CharOverride-1">molte</hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="italic CharOverride-1">persone</hi><hi rend="CharOverride-1"> che lavorano l’una</hi><hi rend="CharOverride-1"> accanto all’altra e l’una assieme all’altra secondo</hi><hi rend="CharOverride-1"> un piano […] si chiama </hi><hi rend="italic CharOverride-1">cooperazione</hi><hi rend="CharOverride-1"> […] L’operaio combinato</hi><hi rend="CharOverride-1"> o </hi><hi rend="italic CharOverride-1">operaio</hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="italic CharOverride-1">complessivo</hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="italic CharOverride-1">(Gesamtarbeiter)</hi><hi rend="CharOverride-1"> ha occhi e mani davanti e</hi><hi rend="CharOverride-1"> di dietro, e possiede fino a un certo punto la</hi><hi rend="CharOverride-1"> dote dell’ubiquità, [… ] Ora l’ordine del capitalista</hi><hi rend="CharOverride-1"> sul luogo di produzione diventa indispensabile come l’ordine del</hi><hi rend="CharOverride-1"> generale sul campo di battaglia […] Questa funzione di direzione,</hi><hi rend="CharOverride-1"> sorveglianza, coordinamento, diventa funzione del capitale appena il lavoro ad</hi><hi rend="CharOverride-1"> esso subordinato diventa cooperativo […] quanto alla forma è </hi><hi rend="italic CharOverride-1">dispotico</hi><hi rend="CharOverride-1"> […] Come persone indipendenti gli operai sono dei </hi><hi rend="italic CharOverride-1">singoli</hi><hi rend="CharOverride-1"> i</hi><hi rend="CharOverride-1"> quali entrano in rapporto con lo stesso capitale, ma </hi><hi rend="italic CharOverride-1">non</hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="italic CharOverride-1">in</hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="italic CharOverride-1">rapporto</hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="italic CharOverride-1">reciproco</hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="italic CharOverride-1">fra</hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="italic CharOverride-1">di</hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="italic CharOverride-1">loro</hi><hi rend="CharOverride-1"> [sott. mia]. La </hi><hi rend="CharOverride-1">loro cooperazione comincia soltanto nel processo lavorativo, ma nel processo </hi><hi rend="CharOverride-1">lavorativo hanno già cessato d’appartenere a se stessi […] </hi><hi rend="CharOverride-1">sono essi stessi soltanto un modo particolare d’esistenza del </hi><hi rend="CharOverride-1">capitale» (Marx 1964, 364, 367, 368, 372-74). </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">In questa </hi><hi rend="CharOverride-1">socialità cooperativa, che potremmo chiamare </hi><hi rend="italic CharOverride-1">astratta</hi><hi rend="CharOverride-1"> perché composta di lavoro </hi><hi rend="CharOverride-1">astratto e non di persone – le quali, prive di</hi><hi rend="CharOverride-1"> libertà, come iniziano a lavorare sotto il dispotismo del capitale</hi><hi rend="CharOverride-1"> «hanno già cessato di appartenere a se stesse» – Marx individua</hi><hi rend="CharOverride-1"> anche un fatto altamente positivo: «Nella cooperazione pianificata con</hi><hi rend="CharOverride-1"> altri l’operaio si spoglia dei suoi limiti individuali e</hi><hi rend="CharOverride-1"> sviluppa la facoltà della sua specie» (Marx 1964, 371).</hi><hi rend="CharOverride-1"> Quindi una socialità astratta che rompe con i «limiti individuali»</hi><hi rend="CharOverride-1"> del lavoro artigiano, anche se per Marx solo nel </hi><hi rend="CharOverride-1">comunismo questa potenzialità potrà pienamente svilupparsi, sino a fare del</hi><hi rend="CharOverride-1"> lavoro «il primo bisogno della vita» (Marx 2008, 53).</hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">In questo modo Marx rileva una </hi><hi rend="italic CharOverride-1">contraddizione</hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="italic CharOverride-1">originaria</hi><hi rend="CharOverride-1"> del nuovo</hi><hi rend="CharOverride-1"> modo di produzione e di lavorare del capitalismo. Una</hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="italic CharOverride-1">contraddizione</hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="italic CharOverride-1">organizzativa</hi><hi rend="CharOverride-1">, non propriamente economica né tecnologica, che è </hi><hi rend="CharOverride-1">alla base del successo storico del capitalismo: la negazione della </hi><hi rend="CharOverride-1">crescita umana del lavoratore nella decisione stessa che realizza la </hi><hi rend="CharOverride-1">possibilità di tale crescita. Il </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Gesamtarbeiter</hi><hi rend="CharOverride-1"> rappresenta un superamento dei</hi><hi rend="CharOverride-1"> limiti del lavoro individuale, ma la negazione della persona </hi><hi rend="CharOverride-1">che lavora, ridotta a forza lavoro astratta, impedisce la</hi><hi rend="CharOverride-1"> costituzione del soggetto che dovrebbe attivare e accumulare di tale</hi><hi rend="CharOverride-1"> crescita. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Quindi, indipendentemente dalla soluzione comunista, e indipendentemente </hi><hi rend="CharOverride-1">dall’idea, direi di origine hegeliana, che l’imposizione di </hi><hi rend="CharOverride-1">una astrattezza sociale possa prefigurare un avanzamento spirituale della </hi><hi rend="CharOverride-1">persona, rimane la questione che Marx ci lascia in eredità: </hi><hi rend="CharOverride-1">l’organizzazione cooperativa del lavoro capitalista, da un lato, non</hi><hi rend="CharOverride-1"> supera i «limiti individuali» del lavoro – i quali anzi si</hi><hi rend="CharOverride-1"> accordano con l’atomismo utilitaristico -, perché per funzionare </hi><hi rend="CharOverride-1">deve negare la persona nel lavoro collettivo; ma, dall’</hi><hi rend="CharOverride-1">altro, tale organizzazione pone la questione del superamento dei «limiti </hi><hi rend="CharOverride-1">individuali» del lavoro che potrebbero essere realizzata nel </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Gesamtarbeiter</hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi><hi rend="CharOverride-1"> Mi sembra che il superamento della contraddizione non possa che</hi><hi rend="CharOverride-1"> essere pensato attraverso la trasformazione della socialità astratta della «cooperazione»</hi><hi rend="CharOverride-1"> in una </hi><hi rend="italic CharOverride-1">solidarietà concreta nel lavoro</hi><hi rend="CharOverride-1">. Questo richiede di </hi><hi rend="CharOverride-1">scartare l’interpretazione del </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Gesamtarbeiter</hi><hi rend="CharOverride-1"> quale «classe operaia»,</hi><hi rend="CharOverride-1"> come il leninismo, e talvolta lo stesso Marx (</hi><hi rend="CharOverride-1">1964, 269), hanno inteso. Secondo cui una socialità concreta</hi><hi rend="CharOverride-1">, ma </hi><hi rend="italic CharOverride-1">esterna</hi><hi rend="CharOverride-1"> al processo produttivo, avrebbe dovuto riscattare politicamente</hi><hi rend="CharOverride-1"> il lavoro, mantenendo il lavoro astratto, prima e dopo</hi><hi rend="CharOverride-1"> la presa del potere, per quello che è: un lavoro</hi><hi rend="CharOverride-1"> subordinato. Conosciamo il risultato di questa strategia: l’espropriazione</hi><hi rend="CharOverride-1"> da parte delle élites politiche e sociali della ricchezza prodotta</hi><hi rend="CharOverride-1"> dal lavoro subalterno. Rimane quindi il problema della costituzione di</hi><hi rend="CharOverride-1"> una </hi><hi rend="italic CharOverride-1">socialità reale nel lavoro</hi><hi rend="CharOverride-1">,</hi><hi rend="italic CharOverride-1"> </hi><hi rend="CharOverride-1">che parta dal senso</hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="italic CharOverride-1">personale</hi><hi rend="CharOverride-1"> del lavoro, capace di costruire un proprio protagonismo </hi><hi rend="italic CharOverride-1">sociale</hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi></p><p rend="text_top" ><hi rend="CharOverride-1">8. Che la questione del rapporto tra capitale e</hi><hi rend="CharOverride-1"> lavoro si svolga crucialmente su questo terreno è compreso da</hi><hi rend="CharOverride-1"> Henry Ford. Il quale, accettato il piano di confronto </hi><hi rend="CharOverride-1">esterno alla produzione proposto dalla «classe», avanza una soluzione</hi><hi rend="CharOverride-1"> della contraddizione tra socialità astratta nel lavoro (la catena </hi><hi rend="CharOverride-1">di montaggio) e potenzialità emancipativa del lavoro collettivo, proponendo</hi><hi rend="CharOverride-1"> una socialità dei consumi e del tempo libero promossa </hi><hi rend="CharOverride-1">da un’occupazione </hi><hi rend="italic CharOverride-1">certa</hi><hi rend="CharOverride-1"> e da un </hi><hi rend="italic CharOverride-1">salario più equo</hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi><hi rend="CharOverride-1"> Cose in sé ovviamente molto positive, ma che mantengo</hi><hi rend="CharOverride-1">no la totale subalternità dell’operaio nel lavoro. Più precisamente,</hi><hi rend="CharOverride-1"> facendo di questa socialità esterna un mercato della produzione del</hi><hi rend="CharOverride-1"> lavoro astratto, Ford elabora una strategia complessiva e durevole:</hi><hi rend="CharOverride-1"> «Le persone che consumano la massa delle merci – scrive</hi><hi rend="CharOverride-1"> Ford – sono le stesse che le hanno fabbricate. Questo è</hi><hi rend="CharOverride-1"> un fatto che non dobbiamo mai scordare – è il</hi><hi rend="CharOverride-1"> segreto del nostro successo» (Ford 2018, 678-79). La costruzione </hi><hi rend="CharOverride-1">di questa socialità </hi><hi rend="italic CharOverride-1">fuori</hi><hi rend="CharOverride-1"> dalla fabbrica in grado di compensare </hi><hi rend="CharOverride-1">l’assenza di socialità e di crescita personale del </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Gesamtarbeiter</hi><hi rend="italic CharOverride-1"> </hi><hi rend="CharOverride-1">fordista </hi><hi rend="italic CharOverride-1">in </hi><hi rend="CharOverride-1">fabbrica, si chiama, come sappiamo, società industriale. </hi><hi rend="CharOverride-1">In questa, dopo la seconda guerra mondiale, anche per iniziativa </hi><hi rend="CharOverride-1">del liberalismo democratico (Beveridge 1948), il lavoro astratto conquista </hi><hi rend="CharOverride-1">una centralità, in cui l’astrattezza del lavoro, da un</hi><hi rend="CharOverride-1"> lato, si traduce in conflittualità, e, dall’altro, in</hi><hi rend="CharOverride-1"> conquista di diritti e Welfare. Conquiste essenziali ed inedite, ma</hi><hi rend="CharOverride-1"> che non cambiato i termini essenziali della subalternità nel lavoro</hi><hi rend="CharOverride-1"> sancita dalla cooperazione astratta svolta sotto il comando militaresco</hi><hi rend="CharOverride-1"> del capitale. Successi socio economici del lavoro e sconfitte </hi><hi rend="CharOverride-1">politiche strategiche che, come sappiamo, hanno reso fragili e</hi><hi rend="CharOverride-1"> revocabili anche i primi.</hi></p><p rend="text_top" ><hi rend="CharOverride-1">9. La questione posta da </hi><hi rend="CharOverride-1">Marx viene direttamente approfondita da Harry Braverman (1920-1976), che</hi><hi rend="CharOverride-1"> nelle ultime pagine di </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Lavoro e capitale monopolistico </hi><hi rend="CharOverride-1">(1974) p</hi><hi rend="CharOverride-1">ropone una soluzione relativa all’astrattezza del </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Gesamtarbeiter</hi><hi rend="CharOverride-1"> la cui </hi><hi rend="CharOverride-1">attuazione, secondo Braverman, avrebbe rappresentato un significativo passo in avanti </hi><hi rend="CharOverride-1">nella socializzazione reale del lavoro. Braverman è stato un operaio</hi><hi rend="CharOverride-1"> metalmeccanico nel periodo d’oro del taylorismo-fordismo e ha sperimentato</hi><hi rend="CharOverride-1"> personalmente il carattere astratto della socialità alla catena di montaggio.</hi><hi rend="CharOverride-1"> Egli scrive che un «nuovo e autentico modo di produzione</hi><hi rend="CharOverride-1"> collettivo» può accadere soltanto se vengono «superati gli antagonismi nel</hi><hi rend="CharOverride-1"> processo lavorativo fra chi controlla e chi lavora, fra ideazione</hi><hi rend="CharOverride-1"> ed esecuzione, fra lavoro intellettuale e lavoro manuale». Cioè, </hi><hi rend="CharOverride-1">se si supera il «dispotismo» (Marx) della direzione capitalistica che </hi><hi rend="CharOverride-1">impedisce ai lavoratori di appartenere, nel lavoro, «a se stessi», </hi><hi rend="CharOverride-1">e quindi anche, come persone, ad una dimensione sociale. Nel </hi><hi rend="CharOverride-1">lavoro subalterno, la coercizione non impedisce solo l’autorealizzazione, ma </hi><hi rend="CharOverride-1">anche la socialità. Qualora tali «antagonismi» venissero superati – essenzialmente attraverso </hi><hi rend="CharOverride-1">il «recupero della necessaria conoscenza tecnica da parte della massa </hi><hi rend="CharOverride-1">dei lavoratori e la ristrutturazione dell’organizzazione del lavoro» – allora, </hi><hi rend="CharOverride-1">nota Braverman, il «processo lavorativo» risulterebbe «unito nel corpo collettivo </hi><hi rend="CharOverride-1">che lo compie». Accadrebbe cioè che il </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Gesamtarbeiter</hi><hi rend="CharOverride-1"> – l’</hi><hi rend="CharOverride-1">«operaio complessivo» che compie il «processo lavorativo» astratto – si </hi><hi rend="CharOverride-1">trasformerebbe in concreto «corpo» vivo e collettivo dei lavoratori </hi><hi rend="CharOverride-1">che producono (Braverman 1978, 448-49 e nota 2).</hi></p><p rend="text_top" ><hi rend="CharOverride-1">10</hi><hi rend="CharOverride-1">. Nel 1942, in piena guerra mondiale oltreché in pieno </hi><hi rend="CharOverride-1">fordismo, il domenicano Marie-Dominique Chenu pubblica </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Pour être heureux travaillons</hi><hi rend="italic CharOverride-1"> ensemble</hi><hi rend="CharOverride-1">, in cui, gettando per così dire il cuore </hi><hi rend="CharOverride-1">oltre l’ostacolo del </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Gesamtarbeiter</hi><hi rend="CharOverride-1">, ed evitando di parlare di</hi><hi rend="CharOverride-1"> «classe» («Noi non abbiamo pronunziato la parola </hi><hi rend="italic CharOverride-1">classe</hi><hi rend="CharOverride-1">», Chenu </hi><hi rend="CharOverride-1">1942 51), pone la questione della «socialità» e della «fraternità» </hi><hi rend="CharOverride-1">del lavoro: </hi></p><p rend="quotation_b" ><hi rend="italic CharOverride-1">Lavorare</hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="italic CharOverride-1">insieme</hi><hi rend="CharOverride-1">: espressione banale di una esperienza </hi><hi rend="CharOverride-1">del tutto banale […] Vantaggi, dispute, sconfitte ci invitano, oggi </hi><hi rend="CharOverride-1">più di sempre, ad osservare attentamente la legge interiore di </hi><hi rend="CharOverride-1">questa comunione del lavoro; perché il lavoro è divenuto per </hi><hi rend="CharOverride-1">le nostre generazioni uno dei punti di aggregazione più rappresentativi </hi><hi rend="CharOverride-1">ed efficaci di una solidarietà umana senza la quale ognuno </hi><hi rend="CharOverride-1">perirebbe (Chenu 1942, 3). </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">La concezione aristotelica del lavoro </hi><hi rend="CharOverride-1">– il lavoro</hi></p><p rend="quotation_b" ><hi rend="CharOverride-1">è solo uno strumento dell’uomo, perché l’uomo è</hi><hi rend="CharOverride-1"> fatto, in quanto tale, per conoscere e amare […] la</hi><hi rend="CharOverride-1"> contemplazione è più degna che l’azione; è un bene</hi><hi rend="CharOverride-1"> assoluto, il bene per eccellenza e la felicità dell’uomo;</hi><hi rend="CharOverride-1"> l’azione è a suo servizio (Chenu 1942, 32-4</hi><hi rend="CharOverride-1">) – </hi></p><p rend="text_NOindent" ><hi rend="CharOverride-1">impedisce a Chenu di rilevare la crucialità, per la</hi><hi rend="CharOverride-1"> socialità del lavoro, della sua </hi><hi rend="italic CharOverride-1">autonomia</hi><hi rend="CharOverride-1">. L’autonomia è</hi><hi rend="CharOverride-1"> solo nella contemplazione, per cui il </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Gesamtarbeiter</hi><hi rend="CharOverride-1">, non potendo </hi><hi rend="CharOverride-1">limitare ciò che non sussisterebbe, costituisce </hi><hi rend="italic CharOverride-1">già</hi><hi rend="CharOverride-1"> una effettiva </hi><hi rend="CharOverride-1">esperienza di socialità. Per la «fraternità» non c’è </hi><hi rend="CharOverride-1">bisogno di un’ulteriore libertà nel lavoro. La libertà,</hi><hi rend="CharOverride-1"> la felicità, l’eccellenza umana, sono in senso «assoluto»,</hi><hi rend="CharOverride-1"> cioè esclusivo, realizzabili nella contemplazione e nell’amore, non nel</hi><hi rend="CharOverride-1"> lavoro. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Vedendo già nell’«operaio complessivo» (ancorché senza </hi><hi rend="CharOverride-1">la persona negata dal fordismo) una socialità realizzata, Chenu </hi><hi rend="CharOverride-1">può sostenere una importante </hi><hi rend="italic CharOverride-1">tesi generale</hi><hi rend="CharOverride-1">, dal valore politico, sul</hi><hi rend="CharOverride-1"> rapporto tra lavoro e società. Egli scrive che nella </hi><hi rend="CharOverride-1">socialità del lavoro risiede uno dei momenti «più efficaci e</hi><hi rend="CharOverride-1"> potenti per la crescita della vita collettiva dell’umanità» e</hi><hi rend="CharOverride-1"> per il «suo equilibrio», «un principio di crescita della </hi><hi rend="CharOverride-1">coesione sociale, un valore di comunione» (Chenu 1942, </hi><hi rend="CharOverride-1">37). Nella socialità del lavoro confluiscono essenziali valori personali e</hi><hi rend="CharOverride-1"> politici della condizione umana: </hi></p><p rend="quotation_b" ><hi rend="CharOverride-1">Gioia del lavoro ben fatto, </hi><hi rend="CharOverride-1">gioia della natura dominata, gioia della creazione continua, gioia della </hi><hi rend="CharOverride-1">disciplina e della rinuncia: si, tutto questo; ma tutto ciò </hi><hi rend="CharOverride-1">acquista concretezza e valore solo attraverso le due risorse che </hi><hi rend="CharOverride-1">costituiscono il clima di questa rinuncia, di questa disciplina, di </hi><hi rend="CharOverride-1">questa creazione, di questa intensa produzione: la libertà e la </hi><hi rend="CharOverride-1">fraternità […] l’impegno del lavoratore si realizza in una </hi><hi rend="CharOverride-1">amicizia sociale, in cui i legami sono personali, in cui </hi><hi rend="CharOverride-1">l’altro è tanto più amato quanto è più autonomo, </hi><hi rend="CharOverride-1">in cui la comunione si realizza nell’indipendenza irriducibile dei </hi><hi rend="CharOverride-1">partner […] Fraternità, libertà: come sempre la vocazione della Francia </hi><hi rend="CharOverride-1">[…] valori universali della condizione umana (Chenu 1942, 63-4). </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Insomma una indicazione netta del carattere emancipativo, per la persona </hi><hi rend="CharOverride-1">e la società, del lavoro, del suo valore collettivo </hi><hi rend="CharOverride-1">(«fraternità») e personale («gioia del lavoro») per una vita che </hi><hi rend="CharOverride-1">sappia intrecciare azione e contemplazione</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP08885_int_online_chapter_1_1-19.html#footnote-000">2</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Ma anche un fraintendimento completo tra socialità reale e socialità astratta del lavoro che presuppone come scontata e acquisita la socialità nel lavoro.</hi></p><p rend="text_top" ><hi rend="CharOverride-1">11. La crisi </hi><hi rend="CharOverride-1">del fordismo, cioè della forma più avanzata del </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Gesamtarbeiter</hi><hi rend="CharOverride-1">, ha</hi><hi rend="CharOverride-1"> messo in moto processi di costruzione di una </hi><hi rend="italic CharOverride-1">nuova</hi><hi rend="CharOverride-1"> socialità </hi><hi rend="italic CharOverride-1">nel</hi><hi rend="CharOverride-1"> lavoro, una transizione, iniziata negli ultimi due</hi><hi rend="CharOverride-1"> decenni del XX secolo, di cui non è possibile </hi><hi rend="CharOverride-1">prevedere gli esiti. La crisi del </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Gesamtarbeiter</hi><hi rend="CharOverride-1"> – determinata prima </hi><hi rend="CharOverride-1">di tutto dal fatto che la produzione ha sempre di </hi><hi rend="CharOverride-1">più bisogno di lavoro </hi><hi rend="italic CharOverride-1">concreto</hi><hi rend="CharOverride-1"> –, coincide con la «</hi><hi rend="CharOverride-1">crisi della società del lavoro» (Dahrendorf 1988, cap. 11)</hi><hi rend="CharOverride-1">. La situazione attuale si caratterizza, cioè, per la</hi><hi rend="CharOverride-1"> contemporanea crisi della socialità </hi><hi rend="italic CharOverride-1">astratta</hi><hi rend="CharOverride-1"> nei luoghi di lavoro </hi><hi rend="CharOverride-1">e dell’organizzazione della società industriale costruita sull’«operaio </hi><hi rend="CharOverride-1">complessivo» e la sua cosiddetta centralità. Questa situazione, anche per </hi><hi rend="CharOverride-1">l’identificazione del </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Gesamtarbeiter</hi><hi rend="CharOverride-1"> con la classe operaia, è </hi><hi rend="CharOverride-1">stata interpretata come un </hi><hi rend="italic CharOverride-1">mero</hi><hi rend="CharOverride-1"> arretramento rispetto alla conquiste novecentesche – </hi><hi rend="CharOverride-1">oltreché come la crisi della centralità, se non con la</hi><hi rend="CharOverride-1"> ‘fine’, del lavoro. E non, </hi><hi rend="italic CharOverride-1">anche</hi><hi rend="CharOverride-1">, come</hi><hi rend="CharOverride-1"> un’occasione e una sfida per conquistare, dopo il fordismo,</hi><hi rend="CharOverride-1"> una nuova e concreta libertà e quindi una socialità reale</hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="italic CharOverride-1">nel</hi><hi rend="CharOverride-1"> lavoro, a partire dalle quali pensare a </hi><hi rend="CharOverride-1">un nuovo </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Welfare</hi><hi rend="CharOverride-1">, a nuovi diritti e in generale</hi><hi rend="CharOverride-1"> ad un nuovo nesso tra socialità reale nel lavoro e</hi><hi rend="CharOverride-1"> organizzazione sociale e politica della società. Un nesso che precedentemente</hi><hi rend="CharOverride-1">, come si è visto, era stato realizzato in termini </hi><hi rend="CharOverride-1">di consumo e di tempo libero, oppure, criticamente, pensato in</hi><hi rend="CharOverride-1"> termini ideologici. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Rispetto al </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Gesamtarbeiter</hi><hi rend="CharOverride-1"> del fordismo, l’atomismo</hi><hi rend="CharOverride-1"> sociale, l’individualismo neoliberista, i processi di «individualizzazione» </hi><hi rend="CharOverride-1">di Ulrich Beck (2000, vol. IV, 8), non sono semplicemente</hi><hi rend="CharOverride-1"> fatti negativi. Rappresentano anche un rifiuto della passività (Sen 2001</hi><hi rend="CharOverride-1">) da parte di una soggettività pure incapace di costruire </hi><hi rend="CharOverride-1">nuove forme di socialità. Della quale, comunque, dopo la </hi><hi rend="CharOverride-1">crisi delle grandi ideologie e la secolarizzazione spinta della collettività </hi><hi rend="CharOverride-1">occidentale, in nessun luogo sociale esiste un modello dalle chance </hi><hi rend="CharOverride-1">egemoniche. Quindi una soggettività in ritardo rispetto agli stessi sviluppi,</hi><hi rend="CharOverride-1"> pure insoddisfacenti, della libertà nel lavoro.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">In altre parole e</hi><hi rend="CharOverride-1"> con tutti questi limiti, è possibile sostenere che la </hi><hi rend="CharOverride-1">crisi del fordismo e l’affermarsi del lavoro concreto, rendano </hi><hi rend="CharOverride-1">attuale l’intuizione di Marx che nella produzione compiuta da</hi><hi rend="CharOverride-1">ll’«operaio complessivo» il singolo lavoratore «si spoglia dei suoi </hi><hi rend="CharOverride-1">limiti individuali e sviluppa la facoltà della sua specie»? Che</hi><hi rend="CharOverride-1"> ai lavoratori sia data l’occasione di superare </hi><hi rend="italic CharOverride-1">nel </hi><hi rend="italic CharOverride-1">lavoro</hi><hi rend="CharOverride-1">, non ideologicamente, ma positivamente, l’astrattezza della cooperazione </hi><hi rend="CharOverride-1">tra soggetti che «non appartengono a sé stessi»? </hi><hi rend="CharOverride-1">Ed in quali termini è possibile pensare questi processi in </hi><hi rend="CharOverride-1">maniera da coniugare la </hi><hi rend="italic CharOverride-1">solidarietà</hi><hi rend="CharOverride-1"> con i nuovi livelli di </hi><hi rend="CharOverride-1">affermazione della </hi><hi rend="italic CharOverride-1">soggettività</hi><hi rend="CharOverride-1"> personale che certamente non possono essere costretti </hi><hi rend="CharOverride-1">in forme comunitarie ormai improponibili?</hi></p><p rend="text_top" ><hi rend="CharOverride-1">12. È noto l’impegno teorico</hi><hi rend="CharOverride-1"> e sindacale profuso da Bruno Trentin per accreditare l’idea</hi><hi rend="CharOverride-1"> che la crisi del fordismo, e il nuovo intreccio </hi><hi rend="CharOverride-1">tra lavoro e conoscenza richiesto dal lavoro concreto, abbiano aperto</hi><hi rend="CharOverride-1"> inediti e percorribili spazi alla libertà nel lavoro (Trentin 2002)</hi><hi rend="CharOverride-1">. Si tratta di una posizione fondata essenzialmente su quattro </hi><hi rend="CharOverride-1">idee. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Prima, nei luoghi di lavoro il dipendente deve </hi><hi rend="CharOverride-1">essere messo in grado di codeterminare l’organizzazione dell’attività</hi><hi rend="CharOverride-1"> e di conoscere le finalità della produzione. Attraverso questa </hi><hi rend="CharOverride-1">duplice forma di partecipazione egli realizza una forma di </hi><hi rend="italic CharOverride-1">democrazia </hi><hi rend="italic CharOverride-1">industriale</hi><hi rend="CharOverride-1"> che contrasta la subordinazione fordista realizzando i diritti di </hi><hi rend="CharOverride-1">cittadinanza anche nel lavoro. La crisi del fordismo apre nuovi</hi><hi rend="CharOverride-1"> spazi e opportunità per questa democrazia negata nel lavoro parcellizzato.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Seconda, le trasformazioni di cui stiamo parlando ripropongono la </hi><hi rend="italic CharOverride-1">persona</hi><hi rend="CharOverride-1"> nelle attività lavorative. Se il fordismo era una negazione</hi><hi rend="CharOverride-1"> della persona, dell’autonomia e libertà del lavoratore, che </hi><hi rend="CharOverride-1">doveva solo ubbidire e sottomettersi ai parametri prestabiliti della performance</hi><hi rend="CharOverride-1"> lavorativa, ora assistiamo all’«entrata in campo non della</hi><hi rend="CharOverride-1"> classe o della massa ma della persona, quella che lavora</hi><hi rend="CharOverride-1"> sotto altri» (Trentin 2021, 227). Se nel lavoro </hi><hi rend="CharOverride-1">dipendente ricompare la persona questo costituisce la premessa perché il </hi><hi rend="CharOverride-1">lavoro «cooperativo» che contraddistingue il capitalismo divenga effettivamente un lavoro </hi><hi rend="CharOverride-1">sociale. Finché il lavoratore è forza lavoro astratta la cooperazione </hi><hi rend="CharOverride-1">non realizzerà una reale collaborazione. I lavoratori superano astrattamente,</hi><hi rend="CharOverride-1"> cioè senza alternativa, l’unilateralità del lavoro artigiano rimanendo dei</hi><hi rend="CharOverride-1"> «singoli» che non entrano «in rapporto reciproco fra loro». La</hi><hi rend="CharOverride-1"> persona costituisce la soggettività che può affermare la libertà nel</hi><hi rend="CharOverride-1"> lavoro e realizzare una socialità, che presuppone democrazia e lavoro</hi><hi rend="CharOverride-1"> concreto. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Terzo, la democrazia e la libertà nel lavoro, cioè</hi><hi rend="CharOverride-1"> la trasformazione post-fordista dell’attività astratta in lavoro concreto </hi><hi rend="CharOverride-1">svolto da una persona, attestano l’idea del lavoro come</hi><hi rend="CharOverride-1"> attività creativa e responsabile, cioè come un «bisogno» e «un</hi><hi rend="CharOverride-1"> fattore di identità», in confronto a cui -come già menzionato</hi><hi rend="CharOverride-1"> – il lavoro «meccanico e ripetitivo» noioso del fordismo risulta «più</hi><hi rend="CharOverride-1"> vicino al non lavoro» di quanto non lo sia un</hi><hi rend="CharOverride-1"> «hobby praticato con impegno e creatività» (Trentin 1985).</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Quarto, occorre</hi><hi rend="CharOverride-1"> riscoprire e rinnovare gli ideali di fraternità, di rapporto </hi><hi rend="CharOverride-1">tra libertà e uguaglianza, affermati dalla rivoluzione francese sostenendo,</hi><hi rend="CharOverride-1"> contro l’individualismo neoliberale, una «solidarietà delle diversità» (Trentin 2017</hi><hi rend="CharOverride-1">, anno 1989 e Venerdì 4 ottobre 1991), capace</hi><hi rend="CharOverride-1"> di arricchire l’individualità e la socialità della persona,</hi><hi rend="CharOverride-1"> fuoriuscendo dalla contrapposizione, composta di sottomissione ed esclusioni social</hi><hi rend="CharOverride-1">i, tra individuo e collettività astratta inaugurata dal capitalismo. Una</hi><hi rend="CharOverride-1"> contrapposizione, che è anche una contraddizione, rinvenibile alla base dell</hi><hi rend="CharOverride-1">’incapacità storica della nostra società di permettere alle persone di</hi><hi rend="CharOverride-1"> realizzare le proprie capacità (Nussbaum e Sen 1993).</hi></p><p rend="text_top" ><hi rend="CharOverride-1">13. Ma</hi><hi rend="CharOverride-1"> questi processi di liberazione e socializzazione del lavoro aperti dalla</hi><hi rend="CharOverride-1"> crisi del fordismo sono effettivamente andati avanti nella direzione auspicata</hi><hi rend="CharOverride-1"> da Trentin? Il lavoro ha potuto e saputo rinnovare </hi><hi rend="CharOverride-1">la propria azione e sfruttare le nuove </hi><hi rend="italic CharOverride-1">opportunità</hi><hi rend="CharOverride-1"> offerte da </hi><hi rend="CharOverride-1">una produzione che ha bisogno di impiegare professionalità elevate, formate</hi><hi rend="CharOverride-1"> di continuo, persone creative e concentrate nel lavoro, di organizzare</hi><hi rend="CharOverride-1"> il lavoro senza gerarchie dispotiche e mediante team e «comunità</hi><hi rend="CharOverride-1"> di lavoro», nuclei importanti di socialità concreta (Butera 2023), di</hi><hi rend="CharOverride-1"> valorizzare i processi che hanno abbattuto le separazioni tradizionali tra</hi><hi rend="CharOverride-1"> lavoro manuale e intellettuale e portato un numero sempre maggiore</hi><hi rend="CharOverride-1"> di lavori al livello di attività linguistica e di collaborazione</hi><hi rend="CharOverride-1"> tra uomini, uomini e macchine e macchine e macchine, </hi><hi rend="CharOverride-1">in una socialità interagente e di connessioni a rete, fino </hi><hi rend="CharOverride-1">a mettere in discussione non solo il disegno dell’impresa </hi><hi rend="CharOverride-1">ma anche quello della città ecc.? E le imprese hanno </hi><hi rend="CharOverride-1">saputo, impiegando quella che Ford definiva una «visione larga dei </hi><hi rend="CharOverride-1">problemi», valorizzare sotto tutti i punti di vista, queste opportunità </hi><hi rend="CharOverride-1">(cfr. Hamel 2007)? O, invece, la produzione tende </hi><hi rend="CharOverride-1">a ripiegarsi su una nuova forma di «operaio complessivo», fatto </hi><hi rend="CharOverride-1">di una socialità concreta ma a ‘macchie di leopardo’,</hi><hi rend="CharOverride-1"> mettendo in atto una nuova separazione, governata digitalmente, tra </hi><hi rend="CharOverride-1">‘cervello’, parti (filiera) e dipendenti dell’azienda? Magari con</hi><hi rend="CharOverride-1"> una direzione d’impresa che risponde in termini di meri</hi><hi rend="CharOverride-1"> tassi di rendimento, meri flussi elettronici di dati, del </hi><hi rend="CharOverride-1">capitale investito a proprietari lontani e soggettivamente anonimi? </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">A questi </hi><hi rend="CharOverride-1">interrogativi è evidentemente impossibile fornire qualsiasi risposta univoca, sia per </hi><hi rend="CharOverride-1">la transizione e trasformazione continua in cui ci troviamo, sia </hi><hi rend="CharOverride-1">per le differenziazioni tra le aree di produzione e dei </hi><hi rend="CharOverride-1">servizi, nonché dei corrispettivi mercati del lavoro, scomponibili in due </hi><hi rend="CharOverride-1">o tre grandi aree secondo l’oggetto della produzione o </hi><hi rend="CharOverride-1">le forme dei contratti di lavoro (Reich 2003; Caruso, </hi><hi rend="CharOverride-1">Del Punta, e Treu 2020). </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Una situazione in cui </hi><hi rend="CharOverride-1">il lavoro di fronte, come mai nella storia, alla </hi><hi rend="italic CharOverride-1">mancanza</hi><hi rend="italic CharOverride-1"> di una idea di lavoro</hi><hi rend="CharOverride-1"> per cui lavorare reagisce alla</hi><hi rend="CharOverride-1"> conseguente </hi><hi rend="italic CharOverride-1">caduta di senso</hi><hi rend="CharOverride-1"> con una serie di atti e</hi><hi rend="CharOverride-1"> di richieste sacrosanti da cui però è difficile capire </hi><hi rend="CharOverride-1">se scaturirà mai una nuova idea ed un nuovo lavoro:</hi><hi rend="CharOverride-1"> le ‘grandi dimissioni’, il </hi><hi rend="italic CharOverride-1">quiet quitting</hi><hi rend="CharOverride-1">, la</hi><hi rend="CharOverride-1"> richiesta di riduzione dell’orario, una maggiore flessibilità della</hi><hi rend="CharOverride-1"> prestazione, un maggiore equilibrio tra vita e lavoro, l</hi><hi rend="CharOverride-1">’abbattimento delle disuguaglianze di genere e di età, una maggiore</hi><hi rend="CharOverride-1"> qualità dell’attività, salari più equi, e altro, richieste </hi><hi rend="CharOverride-1">che l’attuale organizzazione delle attività è in grado di </hi><hi rend="CharOverride-1">soddisfare in minima parte, sollevando quindi la questione di un</hi><hi rend="CharOverride-1"> «nuovo disegno dell’Italia» (Butera 2023). Ma senza un’idea</hi><hi rend="CharOverride-1"> strategica, pensando che il lavoro sia solo un mezzo per</hi><hi rend="CharOverride-1"> avere un salario, si alimenta il circolo vizioso tra </hi><hi rend="CharOverride-1">non senso e caduta di produttività, in una economia che</hi><hi rend="CharOverride-1"> ha sempre più bisogno di lavoro concreto, di inclusione </hi><hi rend="CharOverride-1">e di crescita, questioni cui occorrerà rispondere con una nuova </hi><hi rend="CharOverride-1">organizzazione delle attività e non semplicemente, in un’ottica polarizzante,</hi><hi rend="CharOverride-1"> con l’impiego delle AI, da una parte, e </hi><hi rend="CharOverride-1">con strategie sociali illiberali finalizzate ad accrescere la necessità del </hi><hi rend="CharOverride-1">lavoro, dall’altra.</hi></p><p rend="text_top" ><hi rend="CharOverride-1">14. Detto tutto questo mi sembr</hi><hi rend="CharOverride-1">a possibile porre una questione, che potrebbe essere assunta anche </hi><hi rend="CharOverride-1">come un criterio di giudizio (e di azione). Il </hi><hi rend="CharOverride-1">lavoro è sempre un’</hi><hi rend="italic CharOverride-1">attività</hi><hi rend="CharOverride-1"> che produce determinati </hi><hi rend="italic CharOverride-1">risultati</hi><hi rend="CharOverride-1">. Occorre</hi><hi rend="CharOverride-1"> mantenere la distinzione tra questi due momenti, ma evitando la</hi><hi rend="CharOverride-1"> loro separazione. A causa della quale l’attività diviene astratta</hi><hi rend="CharOverride-1"> e il risultato estraniato. L’artigiano realizza l’unità di</hi><hi rend="CharOverride-1"> un lavoro individuale. Perché il lavoro collettivo abbia senso, la</hi><hi rend="CharOverride-1"> libertà non può arrestarsi all’attività (</hi><hi rend="italic CharOverride-1">codeterminazione</hi><hi rend="CharOverride-1">, come lavorare)</hi><hi rend="CharOverride-1">, deve coinvolgere anche il risultato (</hi><hi rend="italic CharOverride-1">partecipazione</hi><hi rend="CharOverride-1">, che cosa </hi><hi rend="CharOverride-1">produrre). Questa </hi><hi rend="italic CharOverride-1">congiunzione</hi><hi rend="CharOverride-1"> può essere pensata, sia, dal lato dell</hi><hi rend="CharOverride-1">’</hi><hi rend="italic CharOverride-1">attività</hi><hi rend="CharOverride-1">, intendendo la libertà e creatività della </hi><hi rend="italic CharOverride-1">persona </hi><hi rend="CharOverride-1">che </hi><hi rend="CharOverride-1">lavora come premessa di una </hi><hi rend="italic CharOverride-1">socialità</hi><hi rend="CharOverride-1"> nel lavoro in grado </hi><hi rend="CharOverride-1">di porre </hi><hi rend="italic CharOverride-1">anche</hi><hi rend="CharOverride-1"> la questione dello scopo dell’attività stessa,</hi><hi rend="CharOverride-1"> come suggeriscono Braverman e Trentin, quando pongono la questione della</hi><hi rend="CharOverride-1"> partecipazione a partire dall’impresa. Sia dal lato del </hi><hi rend="italic CharOverride-1">risultato</hi><hi rend="CharOverride-1">, grazie ad una socialità che dia senso all’</hi><hi rend="CharOverride-1">attività della persona attraverso una </hi><hi rend="italic CharOverride-1">diretta</hi><hi rend="CharOverride-1"> socializzazione degli scopi, in</hi><hi rend="CharOverride-1"> cui affermare i bisogni sociali, innanzitutto quelli connessi alla sostenibilità</hi><hi rend="CharOverride-1"> ecologica. Una coniugazione in cui viene anche approfondito e generalizzato,</hi><hi rend="CharOverride-1"> modulandone i necessari termini economici, il </hi><hi rend="italic CharOverride-1">senso</hi><hi rend="CharOverride-1"> del lavoro </hi><hi rend="CharOverride-1">di cura, del volontariato e del terzo settore. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Ma l’</hi><hi rend="CharOverride-1">idea di questa </hi><hi rend="italic CharOverride-1">nuova </hi><hi rend="CharOverride-1">coniugazione tra attività e risultato del </hi><hi rend="CharOverride-1">lavoro, in grado di connettere senso personale e sociale del </hi><hi rend="CharOverride-1">lavoro, e quindi di riformulare il significato del lavoro rispondendo</hi><hi rend="CharOverride-1"> alla sua attuale caduta di senso, è utopistica o </hi><hi rend="CharOverride-1">concreta? La risposta dipende, ovviamente, dai diversi punti di vista,</hi><hi rend="CharOverride-1"> però alla crisi del fordismo e della società industriale non</hi><hi rend="CharOverride-1"> si può rispondere ripensando solo l’</hi><hi rend="italic CharOverride-1">attività</hi><hi rend="CharOverride-1"> del lavoro, occorre</hi><hi rend="CharOverride-1"> rispondere con un’altra idea di società che difficilmente potrà</hi><hi rend="CharOverride-1"> essere ricercata senza porsi la questione della </hi><hi rend="italic CharOverride-1">legittimità</hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="italic CharOverride-1">sociale</hi><hi rend="CharOverride-1"> dei</hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="italic CharOverride-1">prodotti</hi><hi rend="CharOverride-1"> del lavoro. Una legittimità che il lavoro, per</hi><hi rend="CharOverride-1"> la sua parte, deve contribuire a costituire, a cominciare </hi><hi rend="CharOverride-1">dai luoghi in cui si lavora, per rinvenire anche il </hi><hi rend="CharOverride-1">senso </hi><hi rend="italic CharOverride-1">personale</hi><hi rend="CharOverride-1"> della propria attività.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Un’idea che permetterebbe, se non</hi><hi rend="CharOverride-1"> utopica, di superare l’esclusività del lavoro di Aristotele </hi><hi rend="CharOverride-1">conservandone la passione intellettuale, l’unilateralità di quello di Cellini </hi><hi rend="CharOverride-1">conservandone l’amore per la creazione e, soprattutto, di rinnova</hi><hi rend="CharOverride-1">re l’equilibrio del lavoro di Esiodo. Un’idea anche</hi><hi rend="CharOverride-1"> per affermare un nuovo valore </hi><hi rend="italic CharOverride-1">politico</hi><hi rend="CharOverride-1"> del lavoro, indispensabile </hi><hi rend="CharOverride-1">a colmare il vuoto di senso determinatosi con la fine </hi><hi rend="CharOverride-1">delle teologie e del comunismo. Un vuoto che il capitalismo</hi><hi rend="CharOverride-1"> dimostra ogni giorno di non essere in grado, o </hi><hi rend="CharOverride-1">di non volere, superare, determinando l’affacciarsi di una società </hi><hi rend="CharOverride-1">«non sociale» (Touraine 2012) di fronte ad un lavoro che </hi><hi rend="CharOverride-1">invece crea socialità. </hi></p><p rend="h2" ><hi>Riferimenti bibliografici</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Aristotele. 2001. </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Etica Nicomachea</hi><hi rend="CharOverride-1">. Roma-Bari: Laterza.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Beck, U. 2000. </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Il lavoro nell’epoca della fine del lavoro</hi><hi rend="CharOverride-1">. Torino: Einaudi.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Bentham, J. 1998. </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Introduzione ai principi della morale e della legislazione</hi><hi rend="CharOverride-1">. Torino: UTET.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Beretta, P. a cura. 2005. </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Vangeli e Atti degli Apostoli</hi><hi rend="CharOverride-1">. Interlineare. Cinisello Balsamo: San Paolo.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Beveridge, W. H. 1948. </hi><hi rend="italic CharOverride-1">L’impiego integrale del lavoro</hi><hi rend="CharOverride-1">. Torino: Einaudi.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Bodei, R. 2019. </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Dominio e sottomissione</hi><hi rend="CharOverride-1">. Bologna: il Mulino.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Braverman, H. 1978. </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Lavoro e capitale monopolistico</hi><hi rend="CharOverride-1">. Torino: Einaudi.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Butera, F. 2023. </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Disegnare l’Italia</hi><hi rend="CharOverride-1">. Milano: Egea.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Caruso, B., Del Punta, R., e T. Treu. 2020. “Manifesto per un diritto del lavoro sostenibile.” </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Lavoro,</hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Diritti,</hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Europa</hi><hi rend="CharOverride-1">, 20 Ottobre.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Cellini, B. 1999. </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Vita</hi><hi rend="CharOverride-1">. Milano</hi><hi rend="CharOverride-1">: Rizzoli.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Chenu, M.-D. 1942. </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Pour être heureux travaillons ensemble</hi><hi rend="CharOverride-1">. Paris: P.U.F.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Chenu, M.-D. 1964. </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Per una teologia del lavoro</hi><hi rend="CharOverride-1">. Torino</hi><hi rend="CharOverride-1">: Borla.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Cipolla, C. M. 2019. </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Uomini, tecniche, economie</hi><hi rend="CharOverride-1">. Milano: Feltrinelli.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Dahrendorf, R., 1988, </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Per un nuovo liberalismo</hi><hi rend="CharOverride-1">. Roma-Bari: Laterza.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Esiodo.</hi><hi rend="CharOverride-1"> 2009. </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Le opere e giorni. </hi><hi rend="CharOverride-1">In</hi><hi rend="italic CharOverride-1"> Tutte le opere e i frammenti. Con la prima traduzione degli scolii</hi><hi rend="CharOverride-1">, Milano: Bompiani.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Fadini, U. 2023. “Accrescere le possibilità di scelta per un agire differente.” In U. </hi><hi rend="CharOverride-1">Fadini, e A. Zanini, </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Postfordismo e oltre</hi><hi rend="CharOverride-1">, Firenze: Clinamen.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Fadini, U., e A. Zanini</hi><hi rend="CharOverride-1">. 2023. </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Postfordismo e oltre</hi><hi rend="CharOverride-1">. Firenze: Clinamen.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Ford, H. 2018. “Moving Forward.”</hi><hi rend="italic CharOverride-1"> </hi><hi rend="CharOverride-1">In </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Henry</hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Ford</hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Collection</hi><hi rend="CharOverride-1">, edited by S. Crowther, and F. L. Faurote. </hi><hi rend="CharOverride-1">s.l.: CreateSpace Indipendent P. P.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Foucault, M. 1967. </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Le Parole e le cose</hi><hi rend="CharOverride-1">. Milano: Rizzoli.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Giovanni Paolo II. 2010.</hi><hi rend="CharOverride-1"> “Laborem exercens.” In </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Le encicliche sociali</hi><hi rend="CharOverride-1">. Milano: Paoline.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Goethe, J. W. 1994. </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Vita di Benvenuto Cellini. </hi><hi rend="CharOverride-1">Bergamo</hi><hi rend="CharOverride-1">: Moretti &amp; Vitali.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Groethuysen, B. 2017. </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Le origini dello spirito borghese in Francia</hi><hi rend="CharOverride-1">. Milano: Res Gestae.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Hamel, G. 2007. </hi><hi rend="italic CharOverride-1">The future of management</hi><hi rend="CharOverride-1">. Boston (MS): Harvard B.</hi><hi rend="CharOverride-1"> S. P.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Hegel, G. W. F. 1965. </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Lineamenti di filosofia del diritto</hi><hi rend="CharOverride-1">. Roma-Bari: Laterza.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Hegel, G. W. F. 1972. </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Fenomenologia dello spirito</hi><hi rend="CharOverride-1">, I:</hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Autocoscienza</hi><hi rend="CharOverride-1">, A. Firenze: La Nuova Italia.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Hobbes, T. 2006. </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Leviathan</hi><hi rend="CharOverride-1">. Cambridge: Cambridge University Press. </hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Iacci, P., e U. Galimbert</hi><hi rend="CharOverride-1">i. 2021. </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Dialogo sul lavoro e la felicità</hi><hi rend="CharOverride-1">. Milano: Egea.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Ingrao, P. 2017. </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Il valore della contemplazione</hi><hi rend="CharOverride-1">. Roma: Castelvecchi Editore.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Kristeller, P. O. 2005</hi><hi rend="CharOverride-1">. </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Il pensiero e le arti nel Rinascimento</hi><hi rend="CharOverride-1">. Roma: Donzelli.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Leone XIII. 2010. </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Le encicliche sociali</hi><hi rend="CharOverride-1">. Torino: Edizioni Paoline.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Locke, J. 2004</hi><hi rend="CharOverride-1">. </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Il secondo trattato sul governo</hi><hi rend="CharOverride-1">. Milano: Rizzoli.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Lucrezio. 2021. </hi><hi rend="italic CharOverride-1">La natura delle cose</hi><hi rend="CharOverride-1">. Milano: Rizzoli.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Macpherson, C. B. 1982</hi><hi rend="CharOverride-1">. </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Libertà e proprietà alle origini del pensiero borghese</hi><hi rend="CharOverride-1">. Milano: Mondadori.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Mandeville, B. 1987. </hi><hi rend="italic CharOverride-1">La favola delle api</hi><hi rend="CharOverride-1">. Roma-Bari: Laterza.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Mari, G. 2019. </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Libertà nel lavoro</hi><hi rend="CharOverride-1">. </hi><hi rend="italic CharOverride-1">La sfida della rivoluzione digitale</hi><hi rend="CharOverride-1">. Bologna: il Mulino.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Marx, K. 1964. </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Il capitale</hi><hi rend="CharOverride-1">. Roma: Editori Riuniti.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Marx, K. 2008. </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Critica al programma di Gotha</hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi><hi rend="CharOverride-1"> Bolsena: Massari.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">McGrath, A. E. 2009. </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Giovanni Calvino</hi><hi rend="CharOverride-1">. Torino: Claudiana.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Nigro, G. 2010. </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Francesco</hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="italic CharOverride-1">di</hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Marco</hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Datini.</hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="italic CharOverride-1">L’uomo</hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="italic CharOverride-1">il</hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="italic CharOverride-1">mercante</hi><hi rend="CharOverride-1">. Firenze: Firenze University Press. </hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Nussbaum, M., and A. Sen. 1993. </hi><hi rend="italic CharOverride-1">The Quality of Life</hi><hi rend="CharOverride-1">. Oxford: Clarendon Press.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Reich, R. 2003. </hi><hi rend="italic CharOverride-1">L’economia delle nazioni</hi><hi rend="CharOverride-1">. Milano: il Sole24 ore.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Sen, A. 2001</hi><hi rend="CharOverride-1">. </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Lo sviluppo è libertà</hi><hi rend="CharOverride-1">. Milano: Mondadori.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Seneca, L. A. 2009. </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Lettere a Lucilio</hi><hi rend="CharOverride-1">. Milano: Rizzoli.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Sennett, R. 2012</hi><hi rend="CharOverride-1">. </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Insieme. Rituali, piaceri, politiche della collaborazione</hi><hi rend="CharOverride-1">. Milano: Feltrinelli.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Seyes, E.-J. 2020. </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Che cos’è il terzo stato?</hi><hi rend="CharOverride-1"> Roma: Editori Riuniti.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Smith, A. 1996. </hi><hi rend="italic CharOverride-1">La ricchezza delle nazioni</hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi><hi rend="italic CharOverride-1"> </hi><hi rend="CharOverride-1">Torino: UTET.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Teofilo Monaco. 2000. </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Le varie arti</hi><hi rend="CharOverride-1">. Salerno: Palladio.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Touraine, A. 2012.</hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="italic CharOverride-1">La globalizzazione e la fine del sociale</hi><hi rend="CharOverride-1">. Milano: il Saggiatore.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Trentin, B. 1985. </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Quaderni di appunti inediti</hi><hi rend="CharOverride-1">. Fondazione Di Vittorio.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Trentin, B. 2017. </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Diari 1988-1994</hi><hi rend="CharOverride-1">. Roma: EDIESSE.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Trentin, B. 2021. “La partecipazione dei lavoratori nella Costituzione italiana” (1999); “Lavoro e conoscenza” (2002). In </hi><hi rend="italic CharOverride-1">La libertà viene prima</hi><hi rend="CharOverride-1">, 115 sgg.; 85 sgg. Firenze: Firenze University Press. </hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Trentin, B., 2021. </hi><hi rend="italic CharOverride-1">La libertà viene prima</hi><hi rend="CharOverride-1">. Firenze: Firenze University Press. </hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="italic CharOverride-1">Vangeli e atti degli apostoli</hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi><hi rend="CharOverride-1"> 2005. Cinisello Balsamo (MI): San Paolo.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Weber, M. 2002. “L’etica protestante e lo spirito del capitalismo.” In </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Sociologia della religione</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="CharOverride-1">vol. I. Milano: Edizioni di Comunità.</hi></p><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP08885_int_online_chapter_1_1-19.html#footnote-001-backlink">1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Siccome la citazione di Trentin è</hi><hi rend="CharOverride-1"> tratta da una pagina inedita dei </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Quaderni di appunti</hi><hi rend="CharOverride-1">, riportiamo l’intero testo per informazione del lettore: «Il</hi><hi rend="CharOverride-1"> lavoro e i suoi contenuti, come i suoi </hi><hi rend="italic CharOverride-1">confini,</hi><hi rend="CharOverride-1"> sempre</hi><hi rend="CharOverride-1"> complessi e ambigui: il lavoro è una </hi><hi rend="italic CharOverride-1">attività</hi><hi rend="CharOverride-1">, un </hi><hi rend="CharOverride-1">impegno attivo, uno spazio fisico e psichico (in proporzioni varie) </hi><hi rend="CharOverride-1">volto a produrre determinati </hi><hi rend="italic CharOverride-1">effetti</hi><hi rend="CharOverride-1"> (merci, servizi, opere, apprendimento) per </hi><hi rend="CharOverride-1">sé e per gli altri. In tutti i lavori vi </hi><hi rend="CharOverride-1">è una </hi><hi rend="italic CharOverride-1">aspirazione-tensione</hi><hi rend="CharOverride-1"> verso l’autogoverno del proprio tempo, l’</hi><hi rend="CharOverride-1">aumento degli spazi di decisione e la creatività, l’invenzione, </hi><hi rend="CharOverride-1">la soluzione originale di problemi. Il lavoro diventa così un </hi><hi rend="CharOverride-1">bisogno e per questo diventa un bisogno e un fattore </hi><hi rend="CharOverride-1">di identità. Solo il tempo libero </hi><hi rend="italic CharOverride-1">passivo</hi><hi rend="CharOverride-1"> (trasporto, tv, l’</hi><hi rend="CharOverride-1">immobilità fisica nel riposo) è non lavoro. Tramonta la separazione </hi><hi rend="CharOverride-1">di Hannah Arendt fra lavoro, opera, attività. In ogni lavoro </hi><hi rend="CharOverride-1">come in ogni attività c’è aspirazione all’opera – alla </hi><hi rend="CharOverride-1">creazione, al ‘bricollaggio’ (anche nella lettura </hi><hi rend="italic CharOverride-1">impegnata</hi><hi rend="CharOverride-1"> di un </hi><hi rend="CharOverride-1">libro o in uno sport praticato con impegno). Paradossalmente il </hi><hi rend="CharOverride-1">lavoro meccanico e ripetitivo è più vicino al </hi><hi rend="italic CharOverride-1">non lavoro</hi><hi rend="CharOverride-1">,</hi><hi rend="CharOverride-1"> perché </hi><hi rend="italic CharOverride-1">fatica disimpegnata</hi><hi rend="CharOverride-1">, di quanto non lo sia un’</hi><hi rend="CharOverride-1">attività creativa fuori da un rapporto di subordinazione o da </hi><hi rend="CharOverride-1">un hobby praticato con impegno e creatività».</hi></p></item>
				</list><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP08885_int_online_chapter_1_1-19.html#footnote-000-backlink">2</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Su questi temi, più recentemente Sennet 2019 e Fadini 2023.</hi></p></item>
				</list>
      
      
      <div>
        <listBibl>
          <head>References</head>
          <bibl n="147645">Aristotele. 2001. Etica Nicomachea. Roma-Bari: Laterza.</bibl>
          <bibl n="147207">Beck, U. 2000. Il lavoro nell’epoca della fine del lavoro. Torino: Einaudi.</bibl>
          <bibl n="146726">Bentham, J. 1998. Introduzione ai principi della morale e della legislazione. Torino: UTET.</bibl>
          <bibl n="146441">Beretta, P. a cura. 2005. Vangeli e Atti degli Apostoli. Interlineare. Cinisello Balsamo: San Paolo.</bibl>
          <bibl n="147305">Beveridge, W. H. 1948. L’impiego integrale del lavoro. Torino: Einaudi.</bibl>
          <bibl n="147561">Bodei, R. 2019. Dominio e sottomissione. Bologna: il Mulino.</bibl>
          <bibl n="147357">Braverman, H. 1978. Lavoro e capitale monopolistico. Torino: Einaudi.</bibl>
          <bibl n="147694">Butera, F. 2023. Disegnare l’Italia. Milano: Egea.</bibl>
          <bibl n="145467">Caruso, B., Del Punta, R., e T. Treu. 2020. “Manifesto per un diritto del lavoro sostenibile.” Lavoro, Diritti, Europa, 20 Ottobre.</bibl>
          <bibl n="147721">Cellini, B. 1999. Vita. Milano: Rizzoli.</bibl>
          <bibl n="147283">Chenu, M.-D. 1942. Pour &amp;#234;tre heureux travaillons ensemble. Paris: P.U.F.</bibl>
          <bibl n="147525">Chenu, M.-D. 1964. Per una teologia del lavoro. Torino: Borla.</bibl>
          <bibl n="147358">Cipolla, C. M. 2019. Uomini, tecniche, economie. Milano: Feltrinelli.</bibl>
          <bibl n="147401">Dahrendorf, R., 1988, Per un nuovo liberalismo. Roma-Bari: Laterza.</bibl>
          <bibl n="145757">Esiodo. 2009. Le opere e giorni. In Tutte le opere e i frammenti. Con la prima traduzione degli scolii, Milano: Bompiani.</bibl>
          <bibl n="145122">Fadini, U. 2023. “Accrescere le possibilit&amp;#224; di scelta per un agire differente.” In U. Fadini, e A. Zanini, Postfordismo e oltre, Firenze: Clinamen.</bibl>
          <bibl n="147306">Fadini, U., e A. Zanini. 2023. Postfordismo e oltre. Firenze: Clinamen.</bibl>
          <bibl n="145341">Ford, H. 2018. “Moving Forward.” In Henry Ford Collection, edited by S. Crowther, and F. L. Faurote. s.l.: CreateSpace Indipendent P. P.</bibl>
          <bibl n="147628">Foucault, M. 1967. Le Parole e le cose. Milano: Rizzoli.</bibl>
          <bibl n="146869">Giovanni Paolo II. 2010. “Laborem exercens.” In Le encicliche sociali. Milano: Paoline.</bibl>
          <bibl n="147257">Goethe, J. W. 1994. Vita di Benvenuto Cellini. Bergamo: Moretti &amp;amp; Vitali.</bibl>
          <bibl n="146870">Groethuysen, B. 2017. Le origini dello spirito borghese in Francia. Milano: Res Gestae.</bibl>
          <bibl n="147307">Hamel, G. 2007. The future of management. Boston (MS): Harvard B. S. P.</bibl>
          <bibl n="147120">Hegel, G. W. F. 1965. Lineamenti di filosofia del diritto. Roma-Bari: Laterza.</bibl>
          <bibl n="146546">Hegel, G. W. F. 1972. Fenomenologia dello spirito, I: Autocoscienza, A. Firenze: La Nuova Italia.</bibl>
          <bibl n="147430">Hobbes, T. 2006. Leviathan. Cambridge: Cambridge University Press.</bibl>
          <bibl n="147022">Iacci, P., e U. Galimberti. 2021. Dialogo sul lavoro e la felicit&amp;#224;. Milano: Egea.</bibl>
          <bibl n="147179">Ingrao, P. 2017. Il valore della contemplazione. Roma: Castelvecchi Editore.</bibl>
          <bibl n="147089">Kristeller, P. O. 2005. Il pensiero e le arti nel Rinascimento. Roma: Donzelli.</bibl>
          <bibl n="147431">Leone XIII. 2010. Le encicliche sociali. Torino: Edizioni Paoline.</bibl>
          <bibl n="147452">Locke, J. 2004. Il secondo trattato sul governo. Milano: Rizzoli.</bibl>
          <bibl n="147661">Lucrezio. 2021. La natura delle cose. Milano: Rizzoli.</bibl>
          <bibl n="146503">Macpherson, C. B. 1982. Libert&amp;#224; e propriet&amp;#224; alle origini del pensiero borghese. Milano: Mondadori.</bibl>
          <bibl n="147545">Mandeville, B. 1987. La favola delle api. Roma-Bari: Laterza.</bibl>
          <bibl n="146727">Mari, G. 2019. Libert&amp;#224; nel lavoro. La sfida della rivoluzione digitale. Bologna: il Mulino.</bibl>
          <bibl n="147695">Marx, K. 1964. Il capitale. Roma: Editori Riuniti.</bibl>
          <bibl n="147499">Marx, K. 2008. Critica al programma di Gotha. Bolsena: Massari.</bibl>
          <bibl n="147614">McGrath, A. E. 2009. Giovanni Calvino. Torino: Claudiana.</bibl>
          <bibl n="146547">Nigro, G. 2010. Francesco di Marco Datini. L’uomo il mercante. Firenze: Firenze University Press.</bibl>
          <bibl n="147156">Nussbaum, M., and A. Sen. 1993. The Quality of Life. Oxford: Clarendon Press.</bibl>
          <bibl n="147479">Reich, R. 2003. L’economia delle nazioni. Milano: il Sole24 ore.</bibl>
          <bibl n="147646">Sen, A. 2001. Lo sviluppo &amp;#232; libert&amp;#224;. Milano: Mondadori.</bibl>
          <bibl n="147647">Seneca, L. A. 2009. Lettere a Lucilio. Milano: Rizzoli.</bibl>
          <bibl n="146548">Sennett, R. 2012. Insieme. Rituali, piaceri, politiche della collaborazione. Milano: Feltrinelli.</bibl>
          <bibl n="147402">Seyes, E.-J. 2020. Che cos’&amp;#232; il terzo stato? Roma: Editori Riuniti.</bibl>
          <bibl n="147615">Smith, A. 1996. La ricchezza delle nazioni. Torino: UTET.</bibl>
          <bibl n="147648">Teofilo Monaco. 2000. Le varie arti. Salerno: Palladio.</bibl>
          <bibl n="146978">Touraine, A. 2012. La globalizzazione e la fine del sociale. Milano: il Saggiatore.</bibl>
          <bibl n="147334">Trentin, B. 1985. Quaderni di appunti inediti. Fondazione Di Vittorio.</bibl>
          <bibl n="147702">Trentin, B. 2017. Diari 1988-1994. Roma: EDIESSE.</bibl>
          <bibl n="144436">Trentin, B. 2021. “La partecipazione dei lavoratori nella Costituzione italiana” (1999); “Lavoro e conoscenza” (2002). In La libert&amp;#224; viene prima, 115 sgg.; 85 sgg. Firenze: Firenze University Press.</bibl>
          <bibl n="147157">Trentin, B., 2021. La libert&amp;#224; viene prima. Firenze: Firenze University Press.</bibl>
          <bibl n="147308">Vangeli e atti degli apostoli. 2005. Cinisello Balsamo (MI): San Paolo.</bibl>
          <bibl n="145342">Weber, M. 2002. “L’etica protestante e lo spirito del capitalismo.” In Sociologia della religione, vol. I. Milano: Edizioni di Comunit&amp;#224;.</bibl>
        </listBibl>
      </div>
    </body>
  </text>
</TEI>