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      <titleStmt>
        <title type="main" level="a">Utopie del lavoro manuale e ozio in Omero</title>
        <author>
          <persName n="1" ref="https://orcid.org/0000-0001-6045-968X" type="ORCID">
            <forename>Giovanni</forename>
            <surname>Mari</surname>
            <placeName type="affiliation">University of Florence, Italy</placeName>
          </persName>
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          <resp>This is a section of <title>Idee di lavoro e di ozio per la nostra civiltà</title>(DOI: <idno type="DOI">10.36253/979-12-215-0319-7</idno>) by </resp>
          <name>Giovanni Mari, Francesco Ammannati, Brogi Stefano, Tiziana Faitini, Arianna Fermani, Francesco Seghezzi, Annalisa Tonarelli</name>
        </respStmt>
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        <publisher>Firenze University Press</publisher>
        <pubPlace>Florence</pubPlace>
        <date when="2024">2024</date>
        <idno type="DOI">https://doi.org/10.36253/979-12-215-0319-7.04</idno>
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          <p>Available for academic research purposes</p>
          <p>Open Access</p>
          <p>Copyright Author(s)</p>
          <licence source="text" target="https://creativecommons.org/licenses/by/4.0/legalcode">
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            <p>Metadata licence CC0 1.0</p>
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        <p>This is original content, published for academic research purposes</p>
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          <desc>Digital edition XML powered by Booksflow</desc>
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      <abstract xml:lang="en">
        <p>In Homer the virtuous and profitable activities are war, robbery, piracy, the physical suppression of the vanquished who cannot be reduced to slavery. Work is not in itself despised, but it has a lower value and belongs to another dimension of life. In this picture, two utopias relating to manual labor stand out and a story that introduces the idea of leisure. The first is in the Iliad and concerns the automatons that help Hephaestus in his blacksmith activity which Aristotle will transform into machines capable of replacing slaves. The second is embodied by Odysseus who carries out manual labor almost, to use Finley's words, if he were doing "sport". But in the Odyssey we also find the idea of a time removed from military, work and political activities dedicated to personal growth represented by the story that Odysseus tells, accompanied by the sound of the lyre, during the banquet promoted in his honor by Alcinous, king of the Phaeacians.</p>
      </abstract>
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        <keywords>
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            <item>Homer</item>
            <item>activity</item>
            <item>labor</item>
            <item>leisure</item>
          </list>
        </keywords>
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      <p>It is available online at https://doi.org/10.36253/979-12-215-0319-7.04<ref target="https://doi.org/10.36253/979-12-215-0319-7.04" /></p>
      
      <p rend="h1_chapter">Utopie del lavoro manuale e ozio in Omero</p><p rend="h1_author ParaOverride-1" ><hi rend="CharOverride-1">Giovanni Mari</hi></p><p rend="text_top" ><hi rend="CharOverride-1">1. Come è noto, le notizie sulla biografia di Omero, a cominciare dallo stesso nome e dalla stessa esistenza del poeta, non sono solo incerte, ma avvolte dalla leggenda. Tra i luoghi in cui si ritiene sia nato, la regione della Troade è tra i più probabili. Quanto alla data della stesura dell’</hi><hi rend="italic CharOverride-1">Iliade</hi><hi rend="CharOverride-1"> e dell’</hi><hi rend="italic CharOverride-1">Odissea</hi><hi rend="CharOverride-1">, poemi che non è certo appartengano allo stesso autore, si pensa di collocarla tra la fine dell’VIII e l</hi><hi rend="CharOverride-1">’inizio del VII secolo a.C. A fronte di queste incertezze sta la sicurezza della ineguagliata importanza dei poemi omerici per la formazione della cultura greca e quindi per la nostra stessa civiltà, oltreché del loro continuo impiego nei secoli ai fini dell’educazione.</hi></p><p rend="text_top" ><hi rend="CharOverride-1">2. In Omero le attività fondamentali, maggiormente virtuose e redditizie, sono la guerra, la rapina, la pirateria, la soppressione fisica dei vinti, che non possono essere ridotti in schiavitù, oppure dell’avversario sfidato in mortale duello. Il lavoro non è in sé disprezzato, ma ha un valore inferiore e appartiene ad un</hi><hi rend="CharOverride-1">’altra dimensione delle attività. Ad illustrazione di tutto questo, esemplare è la narrazione di Achille, in presenza di «Odisseo ingegnoso», quando racconta che per accrescere il bottino dell’esercito comandato da Agamennone «molte notti senza sogno ho vegliato, e giornate di sangue trascorso combattendo», finché «dodici castelli distrussi con le mie navi, e undici, aggiungo, per terra nella Troade feconda» e «molti tesori e belli da tutte queste ho rapito» (Omero, </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Iliade</hi><hi rend="CharOverride-1"> 9, 307 sgg.). Ma anche il racconto di Odisseo falso mendicate ad Eumeo contiene elementi di questa cultura della guerra e della sua preminenza su quella del lavoro. Da un lato, quando Odisseo narra di azioni simili a quelle di Achille: «Prima che arrivassimo a Troia noi figli di Achei, guidai nove volte gli armati e le navi veloci contro uomini d’</hi><hi rend="CharOverride-1">altri paesi, e mi ebbi molto bottino» (Omero, </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Odissea</hi><hi rend="CharOverride-1"> 14, 230-31). Dall’altro, quando riferisce la scelta delle attività di guerra come di un tipo di vita separato e preferibile a quello imperniato sul lavoro: «Così ero in guerra: non amavo (</hi><hi rend="italic CharOverride-1">ou</hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="italic CharOverride-1">philon</hi><hi rend="CharOverride-1">) il lavoro (</hi><hi rend="italic CharOverride-1">ergon</hi><hi rend="CharOverride-1">) o il governo di casa, che cresce splendidi figli; ma amavo sempre le navi coi remi e le guerre e le aste polite e le frecce, cose funeste che danno i brividi agli altri» (Omero,</hi><hi rend="italic CharOverride-1"> Odissea</hi><hi rend="CharOverride-1"> 14</hi><hi rend="CharOverride-1">, 222-26). </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Di questo mondo di eroi della guerra e della morte, i due poemi sono una cultura generale, l’approfondimento simbolico e religioso del suo significato, attraverso cui la ferinità istintiva dell’uomo, tuttora discendente dallo stato primitivo dell’umanità, viene presieduta e elaborata. In particolare il poema trasforma un’attività crudele e distruttiva, volta alla razzia delle ricchezze altrui e alla riduzione in schiavitù, cioè in ricchezza privata, delle persone non uccise, in un’</hi><hi rend="CharOverride-1">attività dal significato non solo accettabile, ma elevato. Un’attività di cui si celebrano i valori richiesi per il successo in essa: coraggio, nobiltà, desiderio di vendetta, determinatezza nell’uccisione, alleanza con le divinità ecc. Per certi versi, considerando che gli dèi partecipano direttamente alle distruzioni e alle uccisioni, i poemi sono una sorta di teologia della guerra in cui la soppressione della</hi><hi rend="CharOverride-1"> vita e la rapina si intrecciano con nobiltà e valori elevati: non casualmente Atena è dea della guerra e della saggezza. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">In questo quadro, composto dal punto di vista dell’aristocrazia, il lavoro costituisce una attività di valore inferiore, ausiliaria o sostitutiva di quella predatoria, svolta al fine della creazione dei beni necessari e della ricchezza non sottratta al lavoro altrui. Un’attività attuata da una umanità che non appartiene ai «migliori», la quale, non essendo in grado di organizzare rapine e guerre</hi><hi rend="CharOverride-1">, era costretta a lavorare, oltreché cercare di difendere ciò che aveva prodotto. Per sé stessa, e per i signori, sia in rapporti di servitù, sia liberamente. Tra chi lavorava autonomamente, i piccoli proprietari di terra, gli artigiani possessori di un mestiere specialistico e i liberi privi di proprietà e di mestiere (</hi><hi rend="italic CharOverride-1">tetes</hi><hi rend="CharOverride-1">), questi ultimi rappresentavano l’anello più basso della società, più in basso degli stessi schiavi la cui esistenza, appartenendo al signore, era meno incerta ed esposta alla violenza altrui.</hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi></p><p rend="text_top" ><hi rend="CharOverride-1">3. Ebbene in questo quadro composto di eroi, di specialisti manuali (</hi><hi rend="italic CharOverride-1">demiourgoi</hi><hi rend="CharOverride-1">), servitù e precarietà sotto-servile, spiccano due utopie del lavoro manuale. Una, famosa, nell’</hi><hi rend="italic CharOverride-1">Iliade</hi><hi rend="CharOverride-1">, che sarà ripresa e trasfigurata da Aristotele nella </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Politica</hi><hi rend="CharOverride-1">; e una nell’</hi><hi rend="italic CharOverride-1">Odissea</hi><hi rend="CharOverride-1"> incarnata da Odisseo stesso. Partiamo dall’</hi><hi rend="italic CharOverride-1">Iliade</hi><hi rend="CharOverride-1">. Tutto inizia con la visita della dea Teti, madre di Achille, a Efesto, lo «zoppo» fabbro degli dèi, incontrato nella sua fucina e ricercato dalla dea perché costruisse lo scudo con cui Achille avrebbe affrontato e ucciso Ettore. Mentre Teti è nella «casa» dell’«inclito fabbro», si sorprende di vedere tripodi e macchine di somiglianza umana che si muovono autonomamente nel laboratorio del fabbro: </hi></p><p rend="quotation_b" ><hi rend="CharOverride-1">E Teti piedi d’argento giunse alla casa d’Efesto […] E lo trovò sudante, che girava tra i mantici, indaffarato; venti tripodi in una volta faceva […] ruote d’oro poneva sotto ciascun piedistallo, perché da soli entrassero nell’assemblea divina, poi tornassero a casa, meraviglia a vedersi […] il mostro ansante si scostò dall’incudine zoppicando […] si asciugò il viso e le mani e il collo robusto e il petto peloso, vestì la tunica, prese il suo grosso bastone e venne fuori zoppicando; due ancelle si affaticavano a sostenere il signore, auree, simili a fanciulle vive; avevano mente nel petto e avevano voce e forza, sapevano </hi><hi rend="CharOverride-1">l’opere per dono dei numi immortali; queste si affaticavano a sostenere il signore (Omero, </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Iliade</hi><hi rend="CharOverride-1"> 18, 369 sgg.). </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">A partire da questa scena popolata da automi, e ricordando anche la statua semovente di Dedalo, Aristotele nel primo libro della </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Politica </hi><hi rend="CharOverride-1">elabora l’idea di un mondo in cui le macchine sé moventi e capaci di attività umane sostituiscono gli schiavi e i «subordinati»</hi><hi rend="CharOverride-1">: </hi></p><p rend="quotation_b" ><hi rend="CharOverride-1">Se ogni strumento riuscisse a compiere la sua funzione o dietro un comando o rivedendolo in anticipo e, come dicono che fanno le statue di Dedalo o i tripodi di Efesto i quali a sentire il poeta “entran di proprio impulso nel consesso divino”, così anche le spole tessessero da sé e i plettri toccassero la cetra, i capi artigiani non avrebbero davvero bisogno di subordinati, né i padroni di schiavi (Aristotele, </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Politica</hi><hi rend="CharOverride-1"> I, 1233b). </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Quindi un’utopia di liberazione dal lavoro manuale subordinato (servile e artigianale), sostituito dalle macchine, ma anche del lavoro intellettuale dell</hi><hi rend="CharOverride-1">’aedo, che comunque canta agli ordini del signore. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">La seconda utopia, contenuta nell’</hi><hi rend="italic CharOverride-1">Odissea</hi><hi rend="CharOverride-1">, è altrettanto interessante, anche se di natura diversa. In questo poema il protagonista viene descritto come costruttore di zattere, del letto nuziale, coltivatore di campi, bovaro e allevatore di pecore, oltreché nocchiero (Omero, </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Odissea</hi><hi rend="CharOverride-1"> rispettivamente 5, 228-61; 23, 189-201; 18, 366-75). Tutte attività specialistiche in cui naturalmente Odisseo eccelle. Emerge, così, improvvisamente, un modello di lavoro manuale specialistico di carattere poliedrico, quindi non da </hi><hi rend="italic CharOverride-1">thes</hi><hi rend="CharOverride-1">,</hi><hi rend="italic CharOverride-1"> </hi><hi rend="CharOverride-1">che faceva lavori diversi perché non specialistici; un lavoro svolto dall’eroe aristocratico che anche potrebbe non svolgere, ma farlo realizzare da coloro che sono al suo comando, e che si capisce che egli compie con piacere e liberamente. Si potrebbe dire per hobby, o comunque non per necessità. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Moses Finley, sulla base di un passaggio della </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Retorica </hi><hi rend="CharOverride-1">di Aristotele («non praticare alcuna professione artigianale, perché è proprio dell’uomo libero non vivere in dipendenza di altri»: Aristotele</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Retorica</hi><hi rend="CharOverride-1">, 1366a 32), fornisce una chiave per l’interpretazione di questa seconda utopia, come l’abbiamo chiamata: </hi></p><p rend="quotation_b ParaOverride-2" ><hi rend="CharOverride-1">Pastori e contadini, compresi i </hi><hi rend="italic CharOverride-1">tetes </hi><hi rend="CharOverride-1">[…]</hi><hi rend="italic CharOverride-1"> </hi><hi rend="CharOverride-1">potevano lavorare. Come per il commercio, così per il lavoro il giudizio morale della società non era volto all’</hi><hi rend="CharOverride-1">atto in sé, quanto alla persona o alla circostanza […] Odisseo non aveva bisogno di arare per poter vivere: sebbene sapesse lavorare la terra, guidare i greggi al pascolo e costruire una zattera, è certo che raramente lavorava nella sua proprietà se non per divertirsi (</hi><hi rend="italic CharOverride-1">except in sport</hi><hi rend="CharOverride-1">). Era questa la grande linea che divideva chi era costretto a lavorare da chi poteva farne a meno […] la prova era questa, che la condizione dell’uomo libero è di vivere non sottoposto a un altro. Perciò vi era una netta distinzione tra coloro che, pur lavorando, rimanevano padroni di sé, come i pastori e gli agricoltori indipendenti, e i </hi><hi rend="italic CharOverride-1">tetes </hi><hi rend="CharOverride-1">e gli schiavi che lavoravano per gli altri, e non erano indipendenti. Gli schiavi, almeno, erano di solito vittime del caso: il </hi><hi rend="italic CharOverride-1">tes </hi><hi rend="CharOverride-1">in quel senso stava peggio di tutti: volontariamente rinunciava ad essere padrone del proprio lavoro, in altre parole, della propria libertà (Finley 2014, 83-4). </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Odisseo svolgeva lavori manuali tipici del servo, come del lavoratore indipendente, ma siccome non è l’attività in sé che determina la libertà o meno della persona, ma l’autonomia in cui viene o non viene svolta, egli, che è un nobile, può svolgere qualsiasi lavoro, ed anche interromperlo o non svolgerlo affatto, come preferisce quasi, per usare le parole di Finley, se facesse dello «sport</hi><hi rend="CharOverride-1">». </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Ma in questa maniera Omero pone il problema fondamentale della possibilità del lavoro come </hi><hi rend="italic CharOverride-1">attività libera</hi><hi rend="CharOverride-1">, anche se nel caso in cui esemplifica questo concetto, limita questa possibilità alle condizioni di privilegio sociale di chi lavora, alla condizione aristocratica del lavoratore, oppure a quelle delle </hi><hi rend="italic CharOverride-1">élites</hi><hi rend="CharOverride-1"> manuali (come coltivatori autonomi e maestri artigiani). In ogni caso, ponendo la distinzione tra l’</hi><hi rend="italic CharOverride-1">attività</hi><hi rend="CharOverride-1"> del lavoro e le </hi><hi rend="italic CharOverride-1">condizioni</hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="CharOverride-1">umano-sociali del suo svolgimento, cioè facendo dipendere la differenza tra libertà e illibertà del lavoro dai rapporti sociali in cui il lavoro accade – in Omero immodificabili -, pone i</hi><hi rend="CharOverride-1">n linea di principio, e in generale, l’idea di una attività di lavoro manuale libera, anche se deve immaginarla svolta da un eroe, nella forma utopica della poliedricità dei lavori manuali di Odisseo. Il fatto che questa libertà sia fondata sulla libertà del nobile ed eroico guerriero</hi><hi rend="CharOverride-1"> niente toglie all’importanza e originalità dell’idea. L’idea della libertà del lavoro manuale che la poesia di Omero offre alla nostra cultura.</hi></p><p rend="text_top ParaOverride-3" ><hi rend="CharOverride-1">4. Ma in Omero, straordinariamente, riveniamo anche un’altra idea essenziale</hi><hi rend="CharOverride-1"> della nostra cultura, che sarà poi interpretata e trasformata in termini filosofici da Aristotele. Mi riferisco all’idea di un tempo sottratto alle attività militari, lavorative e politiche, e dedicato alla crescita personale disinteressata, quello che i greci chiameranno </hi><hi rend="italic CharOverride-1">schole</hi><hi rend="CharOverride-1"> e i latini </hi><hi rend="italic CharOverride-1">otium</hi><hi rend="CharOverride-1">. Che cosa se non la prima forma di </hi><hi rend="italic CharOverride-1">otium</hi><hi rend="CharOverride-1"> rinvenibile nella nostra cultura è il racconto del proprio viaggio che Odisseo svolge durante il banchetto promosso in suo onore da Alcinoo re dei Feaci (Omero, </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Odissea</hi><hi rend="CharOverride-1"> 8-12)? Una narrazione compiuta nella silenziosa e rapita attenzione dei commensali, accompagnata dalla musica del rapsod</hi><hi rend="CharOverride-1">o, in cui i fatti narrati si legano indissolubilmente ai valori del coraggio, del rischio, della nobiltà e fraternità dei compagni di tante sventure, per cui la narrazione diventa atto di educazione morale: «Disse così [Odisseo]: immobili erano tutti, in silenzio; da incantesimo erano presi nella sala ombrosa» (Omero, </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Odissea</hi><hi rend="CharOverride-1"> 11, 333-34). Tensione emotiva, allegria conviviale, narrazione di fatti inauditi, formazione morale al suono della cetra, in uno spazio aperto</hi><hi rend="CharOverride-1"> alle gare di ginnastica, costituiscono un quadro di tempo libero di elevazione spirituale, non privo di agonismo morale e fisico (reale e raccontato), fine a sé stesso capace di rappresentano uno stupendo esempio di </hi><hi rend="italic CharOverride-1">otium</hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi></p><p rend="text_top" ><hi rend="CharOverride-1">5</hi><hi rend="CharOverride-1">. Le due utopie hanno significati molto diversi. La prima parla di una possibile libertà tecnologica </hi><hi rend="italic CharOverride-1">dal </hi><hi rend="CharOverride-1">lavoro coercitivo, la seconda della libertà </hi><hi rend="italic CharOverride-1">nel </hi><hi rend="CharOverride-1">lavoro non subordinato. La seconda, tra l’altro, sembra voler offrire un’immagine più completa, più ‘umana’ dell</hi><hi rend="CharOverride-1">’eroe, che è in grado di svolgere anche lavori manuali, senza rinunziare alla propria autonomia. Quindi un duplice rifiuto del lavoro subordinato che rivaluta il lavoro autonomo, quello che permane oltre la sostituzione tecnologica del lavoro degli schiavi e quello che riesce a conquistare rapporti sociali di lavoro che garantiscano l’autonomia nel lavoro, come nel caso di quelli aristocratici di Odisseo. Si tratta di due idee che hanno attraversato tutta la nostra civiltà e che sono tuttora vive e determinanti. Possiamo dire che sono parte integrante della nostra cultura del lavoro. Lo stesso possiamo dire dell’immagine di </hi><hi rend="italic CharOverride-1">otium </hi><hi rend="CharOverride-1">rappresentato dall’episodio del banchetto svolto alla corte di Alcinoo. Ed il fatto che tutte e tre queste idee siano presenti</hi><hi rend="CharOverride-1"> all’origine della nostra cultura scritta testimonia l’essenzialità che per la nostra civiltà hanno il lavoro e l’ozio. Nonché l’incredibile forza dell’immaginazione poetica, in questo caso di Omero, nel tracciare prospettive di lunga durata. E quindi la presenza determinante di queste </hi><hi rend="CharOverride-1">prospettive al di là dei superficiali storicismi e delle diverse apologie del presente.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Più precisamente. Le due utopie del lavoro pongono la questione, che nella nostra cultura si rivela subito centrale, del rapporto tra libertà e lavoro. Una questione che si intreccia, da un lato, con quella del </hi><hi rend="italic CharOverride-1">senso personale </hi><hi rend="CharOverride-1">del lavoro, e, dall’altro, col suo </hi><hi rend="italic CharOverride-1">significato sociale</hi><hi rend="CharOverride-1">. </hi><hi rend="CharOverride-1">Le due soluzioni avanzate da Omero, quella tecnologica e quella ‘sportiva’, non prevedono una </hi><hi rend="italic CharOverride-1">trasformazione</hi><hi rend="CharOverride-1"> del modo di lavorare subalterno. Ma, alternativamente, o una sua sostituzione con le macchine, cioè la sua eliminazione tecnologica, oppure un mutamento dei rapporti sociali in cui l’attività subalterna accadeva e da cui appare determinata. In ogni caso non si ricerca la </hi><hi rend="italic CharOverride-1">fine</hi><hi rend="CharOverride-1"> del lavoro, ma la fine della sua forma </hi><hi rend="italic CharOverride-1">subordinata</hi><hi rend="CharOverride-1">. Le macchine sostituiscono gli schiavi e i subalterni, </hi><hi rend="CharOverride-1">non le altre forme di lavoro (autonome). E Odisseo rappresenta l’idea di un lavoro manuale libero, e anche se la sua libertà non cancella la necessità di tutti gli altri lavori, essa indica comunque la possibilità di un lavoro scelto e piacevole. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">E la nostra cultura non sta forse tuttora dibattendo le questioni del lavoro entro questi limiti? Quello rappresentato</hi><hi rend="CharOverride-1"> da una </hi><hi rend="italic CharOverride-1">sostituzione</hi><hi rend="CharOverride-1"> con le macchine del lavoro più ripetitivo e dequalificato, da un lato, e quello di allargare gli spazi di libertà </hi><hi rend="italic CharOverride-1">nel</hi><hi rend="CharOverride-1"> lavoro per una maggiore autorealizzazione della persona e, insieme, una maggiore e più qualificata produttività, dall’altro? Ovviamente sorge anche l’interrogativo se sia finalmente possibile andare oltre</hi><hi rend="CharOverride-1"> l’immaginazione di Omero e pensare ad un </hi><hi rend="italic CharOverride-1">mutamento</hi><hi rend="CharOverride-1"> del lavoro e non solo dei rapporti sociali o delle tecnologie impiegate, le quali non cambiano comunque i termini essenziali in cui accadono il lavoro e la sua natura.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Quanto all’idea di ozio, ancorché elaborata entro la cultura aristocratica del tempo, pone la questione universale della </hi><hi rend="italic CharOverride-1">necessità</hi><hi rend="CharOverride-1"> di un tempo sottratto agli impegni ed al lavoro quotidiani in cui costruire l</hi><hi rend="CharOverride-1">’identità e la forma del sé in esperienze e rapporti personali di qualità finalizzati al piacere spirituale che essi possono determinare per se stessi.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Insomma le vicende umane narrate da chiunque si celi dietro il nome di Omero non ci propongono solo l’eroismo e la forza impietosa</hi><hi rend="CharOverride-1"> degli eroi e degli dèi del poema, ma anche gli elementi essenziali di una cultura assai più complessa e nella quale, per fortuna, siamo ancora dentro.</hi></p><p rend="h2" ><hi>Riferimenti bibliografici</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Aristotele. 1996. </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Retorica</hi><hi rend="CharOverride-1">, a cura di M. Dorati. Milano: Mondadori.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Aristotele. 2000. </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Politica</hi><hi rend="CharOverride-1">, a cura di R. Laurenti. Roma-Bari: Laterza.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Finley, M. I. 2014. </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Il mondo di Omero</hi><hi rend="CharOverride-1">. Milano: PGRECO.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Mari, G. 2019. </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Libertà nel lavoro</hi><hi rend="CharOverride-1">. </hi><hi rend="italic CharOverride-1">La sfida della rivoluzione digitale.</hi><hi rend="CharOverride-1"> Bologna:</hi><hi rend="CharOverride-1"> il Mulino.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Negri, A. 1986. </hi><hi rend="italic CharOverride-1">I tripodi di Efesto</hi><hi rend="CharOverride-1">. Milano: Sugarco Edizioni.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Omero. 1990. </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Iliade</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="CharOverride-1">trad. di R. Calzecchi Onesti. Torino: Einaudi.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Omero. 1991. </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Odissea</hi><hi rend="CharOverride-1">, trad. di G. A. Privitera. Milano: Mondadori.</hi></p>  
      
      
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          <head>References</head>
          <bibl n="147403">Aristotele. 1996. Retorica, a cura di M. Dorati. Milano: Mondadori.</bibl>
          <bibl n="147335">Aristotele. 2000. Politica, a cura di R. Laurenti. Roma-Bari: Laterza.</bibl>
          <bibl n="147662">Finley, M. I. 2014. Il mondo di Omero. Milano: PGRECO.</bibl>
          <bibl n="146771">Mari, G. 2019. Libert&amp;#224; nel lavoro.La sfida della rivoluzione digitale. Bologna: il Mulino.</bibl>
          <bibl n="147526">Negri, A. 1986. I tripodi di Efesto. Milano: Sugarco Edizioni.</bibl>
          <bibl n="147404">Omero. 1990. Iliade, trad. di R. Calzecchi Onesti. Torino: Einaudi.</bibl>
          <bibl n="147432">Omero. 1991. Odissea, trad. di G. A. Privitera. Milano: Mondadori.</bibl>
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