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        <title type="main" level="a">Il lavoro come aretè di Esiodo</title>
        <author>
          <persName n="1" ref="https://orcid.org/0000-0001-6045-968X" type="ORCID">
            <forename>Giovanni</forename>
            <surname>Mari</surname>
            <placeName type="affiliation">University of Florence, Italy</placeName>
          </persName>
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          <resp>This is a section of <title>Idee di lavoro e di ozio per la nostra civiltà</title>(DOI: <idno type="DOI">10.36253/979-12-215-0319-7</idno>) by </resp>
          <name>Giovanni Mari, Francesco Ammannati, Brogi Stefano, Tiziana Faitini, Arianna Fermani, Francesco Seghezzi, Annalisa Tonarelli</name>
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        <publisher>Firenze University Press</publisher>
        <pubPlace>Florence</pubPlace>
        <date when="2024">2024</date>
        <idno type="DOI">https://doi.org/10.36253/979-12-215-0319-7.05</idno>
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          <p>Available for academic research purposes</p>
          <p>Open Access</p>
          <p>Copyright Author(s)</p>
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            <p>Content licence CC BY 4.0</p>
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        <p>This is original content, published for academic research purposes</p>
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        <p>The Works and Days represent the first complete self-awareness of (manual) work in our culture. Since it is impossible to write a poem without interrupting the work activity it speaks of, the Works and Days are also the first case, perhaps the most illustrious in our history, of a literary leisure that tells, in a unit of manual work and intellectual work, the object of one's leisure. According to Hesiod's theology, work is a necessity caused by Zeus' decision to put an end to the golden age. Work is both prosperity and human excellence (aretè), a source of security and a right relationship with life, an activity that requires knowledge and effort, the ability to sustain "good" competition: but all this is unachievable without justice , which only the gods can guarantee, because only it allows us to work without theft of the fruits of labor taking place.</p>
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            <item>Hesiod</item>
            <item>labor</item>
            <item>leisure</item>
            <item>excellence</item>
            <item>justice</item>
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      <p>It is available online at https://doi.org/10.36253/979-12-215-0319-7.05<ref target="https://doi.org/10.36253/979-12-215-0319-7.05" /></p>
      
      <p rend="h1_chapter">Il lavoro come <hi rend="italic">aretè</hi> di Esiodo</p><p rend="h1_author ParaOverride-1" ><hi rend="CharOverride-1">Giovanni Mari</hi></p><p rend="text_top" ><hi rend="CharOverride-1">1. Incerte e frammentarie sono le notizie sulla vita di Esiodo e quelle certe sono tratte direttamente dalle sue opere. Nasce verso la metà dell</hi><hi rend="CharOverride-1">’VIII secolo a.C. ad Ascra, a sud dell’Elicone, in Beozia, un villaggio che egli descrive come «brutto d’inverno, penoso d’estate, favorevole mai». Il padre era un commerciante che proveniva dalla città eolica di Cuma spinto da avverse vicende a trasferirsi ad Ascra. Alla morte del padre una disputa sull’eredità lo contrappone al fratello Perse che sopraffece Esiodo attraverso la corruzione dei signori della contrada. </hi><hi rend="CharOverride-1">Un episodio che influenzò significativamente la vita di Esiodo come attesta il poema </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Le opere e i giorni</hi><hi rend="CharOverride-1">, in gran parte scritto rivolgendosi direttamente al fratello. Esiodo fu anche un aedo e non solo un piccolo coltivatore e allevatore autonomo. Il </hi><hi rend="italic CharOverride-1">corpus </hi><hi rend="CharOverride-1">esiodeo, trasmesso dalla tradizione medievale bizantina, ci ha consegnato tre principali opere in buono stato: la </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Teogonia</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Le opere e i giorni</hi><hi rend="CharOverride-1">, lo </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Scudo </hi><hi rend="CharOverride-1">seguite dal </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Catalogo delle donne</hi><hi rend="CharOverride-1">. Ma appare certo che Esiodo abbia scritto altre opere oramai perdute. Appartengono sicuramente ad Esiodo la </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Teogonia</hi><hi rend="CharOverride-1">,</hi><hi rend="italic CharOverride-1"> Le opere e i giorni</hi><hi rend="CharOverride-1"> e parti del </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Catalogo</hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi><hi rend="italic CharOverride-1"> </hi><hi rend="CharOverride-1">Nel presente articolo ci soffermeremo esclusivamente sulle </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Opere e i giorni</hi><hi rend="CharOverride-1">, l’opera più importante e nota di Esiodo, che egli dedica al lavoro raccontato a partire dalla propria esperienza di contadino.</hi></p><p rend="text_top" ><hi rend="CharOverride-1">2. </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Le opere e i giorni</hi><hi rend="CharOverride-1"> ha come oggetto il lavoro agricolo e rappresentano la prima compiuta autocoscienza del lavoro</hi><hi rend="CharOverride-1"> (manuale) della cultura ufficiale della nostra civiltà. Siccome però è impossibile scrivere un poema senza interrompere in qualche misura l’attività lavorativa, </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Le opere e i giorni </hi><hi rend="CharOverride-1">rappresenta anche il primo caso, forse il più illustre della nostra storia, di un ozio letterario liberamente scelto che racconta, in un’</hi><hi rend="CharOverride-1">unità di lavoro manuale e lavoro intellettuale, l’oggetto del proprio ozio, cioè il lavoro svolto dal poeta, da cui l’autore si distacca per scrivere il poema. Per tutti questi motivi è difficile sottovalutare l’importanza di Esiodo, la cui idea di lavoro si </hi><hi rend="CharOverride-1">ritrova alla base della nostra cultura. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Che cosa caratterizza questa idea? che, rileviamolo subito, è presentata da un lavoratore libero e proprietario dei mezzi di produzione, non sottoposto ad altri, cioè autonomo nella organizzazione e nelle finalità della sua produzione. In sintesi, il fatto che il lavoro, che non per scelta degli uomini è un’attività </hi><hi rend="italic CharOverride-1">necessaria</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="CharOverride-1">è comunque un’attività che può essere </hi><hi rend="italic CharOverride-1">liberamente </hi><hi rend="CharOverride-1">scelta, in nome del benessere materiale e spirituale del lavoratore, in accordo con la Giustizia universale e</hi><hi rend="CharOverride-1"> finalizzata alla realizzazione della vita eccellente. Il lavoro non è un’invenzione umana, ma interamente umane sono la motivazione a svolgerlo e la forma del rapporto che ciascuno può intrattenere con esso, una forma basata sulla conoscenza delle condizioni e dei mezzi </hi><hi rend="CharOverride-1">per svolgerla, nonché del valore dei risultati. In questo senso il lavoro agricolo presentato da Esiodo è un’attività che garantisce la sicurezza e il benessere materiali e, insieme, comportare una formazione umana, morale e culturale, che può arrivare, come nel caso dell’</hi><hi rend="CharOverride-1">autore del poema, alla consapevolezza culturale del proprio lavoro tradotto in poesia.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Letterariamente </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Le opere e i giorni</hi><hi rend="CharOverride-1"> è una teologia del lavoro, una teologia che anticipa di circa due secoli quella della </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Genesi</hi><hi rend="CharOverride-1">, che nella nostra cultura avrà un peso evidentemente maggiore. In questo senso, </hi><hi rend="CharOverride-1">la concezione del lavoro di Esiodo rimane, per così dire, schiacciata tra la </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Bibbia</hi><hi rend="CharOverride-1"> e l’idea del lavoro intellettuale, contrapposto a quello manuale, di Aristotele. Per cui alla fine Esiodo, sempre citato ed elogiato, risulta un caso isolato, e la sua idea di lavoro di piccolo coltivatore autonomo, rimane espressione di valori agricoli che saranno sempre presenti nella cultura antica, ma senza rappresentare un paradigma su cui costruire le forme di vita culturalmente più ricercate. </hi></p><p rend="text_top" ><hi rend="CharOverride-1">3.</hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Le opere e i giorni </hi><hi rend="CharOverride-1">è suddiviso, dopo il proemio,</hi><hi rend="italic CharOverride-1"> </hi><hi rend="CharOverride-1">in due parti principali, una teologica e gnomica fino al v. 382 e una seconda, dedicata al lavoro dei campi, dal </hi><hi rend="CharOverride-1">v. 383 alla fine del poema. Nell’introduzione a </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Esiodo. Tutte le opere e i frammenti</hi><hi rend="CharOverride-1">, Cesare Cassanmagnago (2009, 42-5) suddivide gli 828 versi dell’opera in quindici </hi><hi rend="CharOverride-1">sotto parti: proemio (1-10); le due Erides (11-26); la lite con Perse (27-41); la vicenda di Prometeo e Pandora (42-105); il mito delle cinque età (106-201); l</hi><hi rend="CharOverride-1">’apologo dell’usignolo e dello sparviero (202-12); giustizia e tracotanza (213-47); invettiva contro i re (248-73); la legge che Zeus impose all’uomo (247-85); ammonimento a Perse (286-98); l</hi><hi rend="CharOverride-1">’imperativo del lavoro (299-382); il calendario agricolo (383-617); la navigazione e il commercio (618-89); consigli pratici (695-764); i giorni fausti e infausti per i lavori (764-828). </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Per capire quale sia l’idea di lavoro di Esiodo sono necessarie entrambi le parti anche se la prima contiene gli elementi culturali essenziali di tale concezione, mentre la seconda è utile soprattutto per comprendere gli aspetti tecnici del mestiere ed il lato di unità, insieme armonica e conflittuale</hi><hi rend="CharOverride-1">, che il lavoro dei campi intrattiene con la natura, aspetti interessanti, ma su cui non ci soffermeremo. L’elemento culturale fondamentale è l’idea, come già ricordato, della </hi><hi rend="italic CharOverride-1">necessità</hi><hi rend="CharOverride-1"> del lavoro, che nelle pagine del poema diviene un’attività liberamente, scelta ai fini della costruzione di una esistenza materialmente sicura e moralmente giusta. La tesi è elaborata sul filo della polemica col fratello Perse, prototipo della persona che anziché lavorare deruba i frutti del lavoro altrui, ma che per questo si pone in linea di opposizione alla Giustizia di</hi><hi rend="CharOverride-1"> Zeus e alla moralità umana che il poema</hi><hi rend="italic CharOverride-1"> </hi><hi rend="CharOverride-1">intende contribuire a costruire. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">L’uomo non ha scelto la necessità del lavoro, la quale è </hi><hi rend="CharOverride-1">la conseguenza, a) di una decisione di Zeus, precisamente di una disputa tra gli dei, in particolare tra Zeus e Prometeo, a causa della quale i mezzi per vivere (</hi><hi rend="italic CharOverride-1">bion</hi><hi rend="CharOverride-1">) sono il risultato di una faticosa attività: «Il fatto è che gli dè</hi><hi rend="CharOverride-1">i hanno nascosto agli uomini i mezzi di vita (</hi><hi rend="italic CharOverride-1">bion</hi><hi rend="CharOverride-1">)</hi><hi rend="italic CharOverride-1"> </hi><hi rend="CharOverride-1">[…] Zeus li nascose, in collera nell’animo suo, perché lo ingannò Prometeo […] perciò agli uomini tramò penose angustie e nascose il fuoco»</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP08885_int_online_chapter_7_37-42.html#footnote-000">1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">; b) la necessità del lavoro non è solo il risultato</hi><hi rend="CharOverride-1"> del conflitto meta-umano tra gli dèi, ma è anche causata da un motivo interamente umano, la «tracotanza» (</hi><hi rend="italic CharOverride-1">hybris</hi><hi rend="CharOverride-1">), che segna e spiega la decadenza della storia umana, determinando</hi><hi rend="CharOverride-1">, dopo l’abbandono dell’età dell’«oro», il trapasso cruciale dall’età d’«argento» a quella di «bronzo» e poi – dopo l’età intermedia degli «eroi» – all’età del «ferro»: </hi></p><p rend="quotation_b" ><hi rend="CharOverride-1">D</hi><hi rend="CharOverride-1">’oro primamente la stirpe degli uomini mortali fecero gli immortali […] Come dèi vivevano, il cuore sgombro da pena, distanti ed esenti da fatica e pianto […] ogni cosa buona essi avevano, e frutti produceva la terra ricca di biade spontaneamente […] benevoli e pacifici vivevano dei loro lavori (</hi><hi rend="italic CharOverride-1">erga</hi><hi rend="CharOverride-1">) tra molti beni, ricchi di greggi, cari agli dèi felici […] Volesse il cielo che io non vivessi nella quinta stirpe […] Ora infatti è la stirpe di ferro, né mai di giorno né di notte smetteranno da fatica e dolore di venir consumati […] Gente per cui il diritto sarà la forza delle mani […] e la tracotanza fatta uomo apprezzeranno; la giustizia sarà nelle mani e il pudore non esisterà […] la competitività invidiosa tutti quanti i poveri umani, col suo sguardo sinistro, accompagnerà […] al male non ci sarà riparo (Esiodo, </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Le opere e i giorni</hi><hi rend="CharOverride-1">, 109-201)</hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Il lavoro, quindi, essendo presente anche nell’età dell’oro, non è stato inventato da Zeus o dalla «tracotanza», ma l’uno e l’altra lo hanno </hi><hi rend="italic CharOverride-1">trasformato </hi><hi rend="CharOverride-1">da una attività svolta da uomini «esenti da fatica» che vivevano «pacifici», tra «molti beni, ricchi di greggi» e «felici», nell’attività necessaria che conosciamo, svolta nel contesto in cui «al male non ci sarà riparo». La frattura quindi non è tra non lavoro e lavoro (necessario), ma tra lavoro svolto in pace e felicità e lavoro svolto in «competitività invidiosa» e senza rispetto della giustizia, cioè in uno stato di </hi><hi rend="CharOverride-1">«tracotanza». In questo senso Zeus e la stoltizia umana hanno ugualmente concorso alla trasformazione del lavoro. Ma il discorso non finisce qui. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Zeus, e la tracotanza «fatta uomo» hanno creato questo contesto apparentemente senza uscita, ma il lavoro necessario, trasformato insieme al mondo, non è soltanto un risultato negativo</hi><hi rend="CharOverride-1"> di questa tragedia, cosmica ed umana insieme, esso è anche l’</hi><hi rend="italic CharOverride-1">occasione</hi><hi rend="CharOverride-1"> di un possibile riscatto. Inserito nel mondo del «male», trasformato, da questo stesso «male»</hi><hi rend="CharOverride-1">, da attività felice in fatica indispensabile per vivere, esso, in un rovesciamento dialettico, può essere anche lo strumento della «prosperità» (</hi><hi rend="italic CharOverride-1">aretè</hi><hi rend="CharOverride-1">) umana, cioè della relativa uscita da questo «male»</hi><hi rend="CharOverride-1">. A questo fine esso ha bisogno, prima di tutto, che Zeus faccia rispettare la Giustizia (</hi><hi rend="italic CharOverride-1">dike</hi><hi rend="CharOverride-1">): «Zeus, porgimi orecchio, guarda, ascolta, dirigi secondo giustizia le leggi, tu; io, per parte mia, comunicherò a Perse cose vere» (Esiodo, </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Le opere e i</hi><hi rend="italic CharOverride-1"> giorni</hi><hi rend="CharOverride-1">, 9-10), cioè scriverò </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Le opere e i giorni</hi><hi rend="CharOverride-1">. Ed è una certa idea di lavoro a dare a Esiodo la forza di rivolgersi direttamente a Zeus – la stessa forza che, come Esiodo racconta all</hi><hi rend="CharOverride-1">’inizio della </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Teogonia</hi><hi rend="CharOverride-1">, le «Muse eliconie», cioè una energia divina, strappandolo dal suo lavoro in nome dell’ozio (il «bel canto» a cui lo «ammaestrarono») che gli hanno donato</hi><hi rend="CharOverride-1"> perché scrivesse (Esiodo, </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Teogonia</hi><hi rend="CharOverride-1">, 22). </hi></p><p rend="text_top" ><hi rend="CharOverride-1">4. Ed è in questo straordinario gioco teologico che si annuncia l’idea di lavoro di Esiodo, la quale sorregge interamente il suo appello alla divinità</hi><hi rend="CharOverride-1">. Perché il lavoro, sia attraverso l’attività, sia attraverso i risultati, determina il tipo di vita in cui la Giustizia può esistere e che la Giustizia appare indispensabile perché possa esistere. Purché le persone non seguano l’esempio di Perse, ma che vogliano lavorare, e lo facciano prima di tutto per la propria esistenza, perché la vita migliore di ciascuno dipende prima di tutto dalla propria capacità di lavorare. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Il lavoro – anche sotto la spinta della buona «invidia» che «l’</hi><hi rend="CharOverride-1">indolente sveglia ugualmente all’azione» (Esiodo, </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Le opere e i giorni</hi><hi rend="CharOverride-1">, 20) – produce </hi><hi rend="italic CharOverride-1">aretè</hi><hi rend="CharOverride-1">, cioè un’eccellenza materiale («prosperità») che è anche spirituale</hi><hi rend="CharOverride-1">, secondo una visione molto realistica della vita in cui solo la sicurezza economica permette ogni altra soddisfazione. Ma anche con la consapevolezza che è impossibile aprirsi al lavoro se non si è un «uomo giusto», se non ci si rifiuta di «divorarsi reciprocamente» come gli animali e di</hi><hi rend="CharOverride-1"> sopraffare gli altri con la «violenza». Al punto che per Esiodo Giustizia e lavoro sembrano implicarsi necessariamente: che solo l’uomo giusto può aspirare a costruirsi, col «sudore», una vita virtuosa («operando, molto più caro agli dèi immortali sarai, come ai mortali») (Esiodo, </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Le opere e i giorni</hi><hi rend="CharOverride-1">, 309), e che solo la giustizia universale di Zeus può garantire a chi lavora la possibilità di costruirsi la vita che il lavoro gli permette di realizzar</hi><hi rend="CharOverride-1">e. In questo senso Esiodo rivolge al fratello, intendendo parlare a tutti coloro che si comportano come Prese: </hi></p><p rend="quotation_b" ><hi rend="CharOverride-1">O Perse, tu tutto questo mettiti bene in testa, e dunque ascolta la giustizia, dimentica la violenza […] a costui Zeus dalla vasta voce concede prosperità (</hi><hi rend="italic CharOverride-1">aretè</hi><hi rend="CharOverride-1">) […] Tu dunque […] orsù lavora, Perse […] La fame infatti è certo, in ogni caso, compagna dell’uomo inoperoso […] Nessun lavoro è biasimevole, l’inoperosità è biasimevole; se lavori, presto l’ozioso ti invidierà perché diventi ricco; e alla ricchezza s’accompagnano virtù (</hi><hi rend="italic CharOverride-1">aretè</hi><hi rend="CharOverride-1">) e fama […] Vergogna non buona accompagna il bisognoso […] la vergogna si collega alla povertà, l</hi><hi rend="CharOverride-1">’audacia alla prosperità. La ricchezza non è da rapinare […] Se alla ricchezza il tuo cuore aspira nel petto, agisci in tal modo e accumula lavoro su lavoro (Esiodo, </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Le opere e i giorni</hi><hi rend="CharOverride-1">, 274-382).</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Laddove occorre rilevare che l’uso di Esiodo di un </hi><hi rend="CharOverride-1">termine cruciale come </hi><hi rend="italic CharOverride-1">aretè</hi><hi rend="CharOverride-1">, che rimanda a contenuti sia morali (virtù), sia materiali (prosperità), – che giustamente il traduttore traduce talvolta in un senso e talvolta in un altro, sottolineando il lato materiale oppure spirituale del significato dello stesso lemma a seconda del contesto</hi><hi rend="CharOverride-1"> -, contribuisce a sottolineare che per il poeta il senso del lavoro non si identifica con il fine della produzione, ma che dipende dal modo in cui la persona vive tale produzione. In altre parole, l’ambiguità sem</hi><hi rend="CharOverride-1">antica, necessaria in mancanza di termini distinti e più precisi, indica chiaramente che per Esiodo il fine del lavoro non è la ricchezza, ma il benessere morale della persona, a cui naturalmente la sicurezza economica è indispensabile. La ricchezza è un mezzo non il fine del lavoro: «la ricchezza è la vita per i miseri mortali» (Esiodo, </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Le opere e i giorni</hi><hi rend="CharOverride-1">, 686)</hi><hi rend="CharOverride-1">. L’autocoscienza iniziale del lavoro si presenta dunque nella nostra cultura come idea di un’attività complessa, non ridotta agli aspetti economici, ma con questi intrecciata al fine della costruzione di una vita equilibrata e moralmente sana. In questo intreccio di </hi><hi rend="CharOverride-1">elementi materiali, psicologici e culturali (sicurezza, giustizia, fama ecc.), Esiodo rappresenta l’incarnazione dei suoi concetti: egli è un contadino economicamente benestante e un poeta, un poeta che senza quella sicurezza economica non avrebbe potuto essere tale. Notando che in entrambi i casi, come lavoratore agricolo e come poeta, la sua vita rimane all’</hi><hi rend="CharOverride-1">insegna dell’attività perché in Esiodo l’«inoperosità» (</hi><hi rend="italic CharOverride-1">aergin</hi><hi rend="CharOverride-1">) è il male. Ed il lavoro insieme all’ozio appaiono essere le attività essenziali su cui costruire l’esistenza di ciascuno.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Un esempio di come la ricchezza non sia il fine, ma il mezzo per ricercare la sicurezza </hi><hi rend="CharOverride-1">necessaria contro il «male» determinato dagli uomini e dalla natura sono i vv. 582-96, in cui il Esiodo elogia il benessere del riposo in cui si consumano, in compagnia, con soddisfazione e in un rapporto pacificato con la natura, i prodotti del proprio lavoro: </hi></p><p rend="quotation_b" ><hi rend="CharOverride-1">Quando il cardo è in fiore e la rumorosa cicala su un albero seduta spande il suo stridulo canto […], allora molto grasse le capre e il vino ottimo, le donne ardentissime, gli uomini debolissimi si fanno […] Allora sì ci fosse l’ombra di una roccia e vino di Biblo e una focaccia morbida di latte e farina […] e la carne di una vacca […] e di capretti di prima figliata; e bevici sopra vino scintillante, seduto all’ombra, il cuore sazio di cibo col viso rivolto al soffio favorevole di Zefiro: attingendo da una fonte perenne e corrente e che niente ha intorpidito, versa tre parti di acqua e aggiungi una quarta di vino.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Occorre infine ricordare</hi><hi rend="CharOverride-1"> di nuovo, come la seconda parte dell’opera contenga le notizie metereologiche e la descrizione degli attrezzi necessari per il successo del lavoro agricolo, in molti casi con precisi consigli di come costruire gli attrezzi e di come sfruttare il trascorrere delle stagioni. Insomma un quadro di precise conoscenze finalizzate alla trasformazione ed allo sfruttamento della natura che dimostrano come il lavoro di cui parla Esiodo sia un’attività fondata su di un solido sapere ed una esperienza personali: in altre parole </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Le opere e i giorni</hi><hi rend="italic CharOverride-1"> </hi><hi rend="CharOverride-1">rappresenta anche la trasmissione di un mestiere al fine di lavorare bene.</hi></p><p rend="text_top" ><hi rend="CharOverride-1">5. A me sembra che il poema, </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Le opere e i giorni</hi><hi rend="CharOverride-1">,</hi><hi rend="italic CharOverride-1"> </hi><hi rend="CharOverride-1">vada letto a partire dall’inusuale proemio in cui Esiodo, nei versi 9-10 che abbiamo riportato, si rivolge perentoriamente a Zeus perché instauri nel mondo la legge della Giustizia, mentre il poeta da parte sua racconterà </hi><hi rend="CharOverride-1">«cose vere», nel suo rapporto letterario con Perse. Ma queste «cose vere» sono essenzialmente la verità del lavoro. Quindi la richiesta a Zeus si basa su di uno scambio tra Giustizia e lavoro. Lo svolgimento del poema chiarirà questo patto, nel senso che il lavoro richiede la Giustizia, sia perché solo un uomo giusto può lavorare bene, sia perché solo se c’è giustizia il lavoro può produrre tutti i suoi effetti. L’ingiustizia annichila il valore del lavoro. Questa è la verità che Esiodo narra al fratello e quindi anche a Zeus. </hi><hi rend="CharOverride-1">Il quale, evidentemente, anche per ciò che il poema racconta, se ha determinato o non impedito che il lavoro si affermasse come necessità, niente ha fatto perché si realizzassero le giuste condizioni di lavoro. In ogni caso l’umanità rappresentata da Esiodo pone la questione della Giustizia come la principale conseguenza dell’idea di lavoro che il poema illustra. Un’idea a cui, evidentemente, per Esiodo</hi><hi rend="CharOverride-1"> non corrispondono le condizioni culturale e sociali di cui invece ha bisogno. Infatti è impossibile lavorare in condizioni di sopraffazione e violenza, le quali possono annullare i risultati del lavoro di una vita. La Giustizia invece, come legge e coscienza di ciascuno, determina le condizioni che il lavoro</hi><hi rend="CharOverride-1"> dell’età di Esiodo richiede; le quali sono assai diverse da quelle di altri tempi, ad esempio di quelli di Omero in cui, invece, la rapina e l’espropr</hi><hi rend="CharOverride-1">io violento attuati dagli eroi fanno parte dei valori difesi, tempi nei cui confronti l’autocoscienza del lavoro di Esiodo pone una frattura (cfr. Finley 2014).</hi></p><p rend="h2" ><hi>Riferimenti bibliografici</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Cassanmagnago, C. 2009. Introduzione a Esiodo, </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Tutte le opere e i frammenti. Con la prima traduzione degli scolii</hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi><hi rend="CharOverride-1"> Milano: Bompiani.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Esiodo. 1983. </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Opere</hi><hi rend="CharOverride-1">, a cura di A. Colonna. Torino: Tea.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Esiodo.</hi><hi rend="CharOverride-1"> 2004. </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Le opere e i giorni</hi><hi rend="CharOverride-1">, trad. di L. Magugliani. Milano: BUR.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Finley, M. I. 2014. </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Il mondo di Omero</hi><hi rend="CharOverride-1">. Milano:</hi><hi rend="CharOverride-1"> PGRECO.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Jaeger, W. 2004. Introduzione a Esiodo, </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Le opere e i giorni</hi><hi rend="CharOverride-1">, trad. di L. Magugliani. Milano: BUR.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Mari, G. 2019. </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Liberta nel lavoro. La sfida della rivoluzione digitale</hi><hi rend="CharOverride-1">. Bologna: il Mulino.</hi></p><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP08885_int_online_chapter_7_37-42.html#footnote-000-backlink">1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Nuovamente ingannato da Prometeo Zeus attua una seconda vendetta nei confronti degli uomini cui Prometeo era riuscito di nuovo a donare il fuoco: crea Pandora la quale scoperchia il vaso contenente tutti i male che da allora affliggono l’umanità. Il lavoro e i mali ricevuti attraverso un atto femminile sono quindi il risultato della vendetta di Zeus. In questo modo Esiodo stabilisce un nesso problematico e misogino tra lavoro, donna e disgrazie.</hi></p></item>
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        <listBibl>
          <head>References</head>
          <bibl n="145445">Cassanmagnago, C. 2009. Introduzione a Esiodo, Tutte le opere e i frammenti. Con la prima traduzione degli scolii. Milano: Bompiani.</bibl>
          <bibl n="147649">Esiodo. 1983. Opere, a cura di A. Colonna. Torino: Tea.</bibl>
          <bibl n="147309">Esiodo. 2004. Le opere e i giorni, trad. di L. Magugliani. Milano: BUR.</bibl>
          <bibl n="147663">Finley, M. I. 2014. Il mondo di Omero. Milano: PGRECO.</bibl>
          <bibl n="146549">Jaeger, W. 2004. Introduzione a Esiodo, Le opere e i giorni, trad. di L. Magugliani. Milano: BUR.</bibl>
          <bibl n="146729">Mari, G. 2019. Liberta nel lavoro. La sfida della rivoluzione digitale. Bologna: il Mulino.</bibl>
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