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        <title type="main" level="a">Il lavoro agricolo tra ideologia e realtà: Columella</title>
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            <forename>Jesper</forename>
            <surname>Carlsen</surname>
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          <resp>This is a section of <title>Idee di lavoro e di ozio per la nostra civiltà</title>(DOI: <idno type="DOI">10.36253/979-12-215-0319-7</idno>) by </resp>
          <name>Giovanni Mari, Francesco Ammannati, Brogi Stefano, Tiziana Faitini, Arianna Fermani, Francesco Seghezzi, Annalisa Tonarelli</name>
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        <publisher>Firenze University Press</publisher>
        <pubPlace>Florence</pubPlace>
        <date when="2024">2024</date>
        <idno type="DOI">https://doi.org/10.36253/979-12-215-0319-7.15</idno>
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          <p>Copyright Author(s)</p>
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        <p>The point of departure of this paper is the most comprehensive introduction to Roman farming of the four preserved Latin agricultural writers from antiquity. It is written by Columella, and the article presents a short biography of him before an analysis of his manual. Columella emphasizes the importance of the owner’s personal participation in the running of the estate, but it is also implied that the owner normally did not live permanently on the estates described by in the agricultural handbook. The labour force was slave under supervision of a bailiff, who him self was a slave. The handbook contain instructions for almost all tasks on a farm, including management and receipts. The most interesting part is in many respects the advices concerning the exploitation and intensification of the slaves and their work.</p>
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      <p>It is available online at https://doi.org/10.36253/979-12-215-0319-7.15<ref target="https://doi.org/10.36253/979-12-215-0319-7.15" /></p>
      
      
      <p rend="h1_chapter">Il lavoro agricolo tra ideologia e realtà: Columella<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi><ref target="OP08885_int_online_chapter_21_115-123.html#footnote-000">1</ref></hi></hi></p><p rend="h1_author ParaOverride-1" ><hi rend="CharOverride-1">Jesper Carlsen</hi></p><p rend="h2" ><hi>1. Introduzione</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Dei quattro trattati latini che ci sono pervenuti, scritti da Catone il Vecchio, da Varrone, da Columella e da Palladio tra la metà del II secolo a.C. e il V secolo d.C., </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Il De re rustica </hi><hi rend="CharOverride-1">di Columella, che risale al 60 d.C., offre l’introduzione più completa e sistematica all’agricoltura romana. Altri agronomi latini sono citati nelle fonti conservate, ma la maggior parte di essi è solo nominata e sono stati tramandati solo pochi frammenti pertinenti a quei nomi. Catone fu il primo scrittore latino che scrisse di agricoltura; sono noti manuali di agricoltura in greco e l’opera di Mago, un agronomo punico, fu tradotta prima in greco e poi anche in latino nel II secolo a.C. (Martin 1971; Diedrich 2007). </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">I manuali agricoli latini che sono giunti sino a noi variano molto in lunghezza, estensione e stile. Quello di Catone è costituito da un solo volume (Sciarrino 2011, 141-56), mentre Varrone scrisse nel 37 a.C. tre libri nella forma di dialoghi tra proprietari terrieri esperti (Skydsgaard 1968; Nelsestuen 2015). Il primo libro tratta dell’agricoltura in generale, mentre il secondo è dedicato al pascolo e all’allevamento, e il terzo riguarda la produzione zootecnica specializzata, la </hi><hi rend="italic CharOverride-1">pastio villatica</hi><hi rend="CharOverride-1">. Il trattato di Columella è composto da dodici libri, mentre Palladio ne scrisse dieci, organizzati come un calendario annuale dei lavori agricoli (Vera 1999; Bartoldus 2014). Ad eccezione di Palladio, i manuali forniscono istruzioni dettagliate sia sui metodi di coltivazione sia sulla gestione, con lunghi passaggi sul personale e sulla forza lavoro, in particolare sugli schiavi, in quelle tenute i cui proprietari erano spesso assenti (Gummerus 1906; Kaltenstadler 1978; Carlsen 2016). Questi trattati, di per sé destinati ad altri membri di quella élite, si basano sull’esperienza personale degli autori e di quella di agronomi precedenti, ma il loro valore come fonti per il lavoro e l’ozio è problematico. È spesso difficile distinguere tra gli elementi normativi e quelli descrittivi che contengono, come risulterà chiaro da questa analisi dell’</hi><hi rend="italic CharOverride-1">opus </hi><hi rend="CharOverride-1">e dell’</hi><hi rend="italic CharOverride-1">otium </hi><hi rend="CharOverride-1">nel </hi><hi rend="italic CharOverride-1">De re rustica </hi><hi rend="CharOverride-1">di Columella, che negli ultimi decenni non ha avuto la stessa attenzione da parte degli studiosi di Varrone e di Palladio (Fögen 2016 è un’eccezione). </hi></p><p rend="h2" ><hi>2. Columella e il suo </hi><hi rend="italic">De re rustica</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Ciò che sappiamo di Columella (4-70 d.C. ca.) deriva soprattutto dalle informazioni contenute nello stesso </hi><hi rend="italic CharOverride-1">De re rustica</hi><hi rend="CharOverride-1">. Era nato a Gades, l’odierna Cadice, in Spagna, e in una discussione sul sesamo nel libro secondo racconta di essere stato in Cilicia e in Siria: «In Cilicia e in Siria ho visto seminare questo seme in giugno o luglio e raccoglierlo d’autunno, quando era giunto a piena maturazione» (</hi><hi rend="italic CharOverride-1">RR</hi><hi rend="CharOverride-1">. 2, 10, 18; traduzione di Rosa Calzecchi Onesti, Cossarini 1980, 104-5, per una possibile visita in Gallia con riferimento a Colum. </hi><hi rend="italic CharOverride-1">RR</hi><hi rend="CharOverride-1">. 5, 7, 1-2). Un’iscrizione rinvenuta nel 1685, durante la costruzione di una cappella nella cattedrale di Taranto, ma non più conservata, menziona un tribuno militare della VI Legione di nome Lucius Iunius Columella Moderatus, della tribù di Galeria: </hi><hi rend="italic CharOverride-1">L(ucio). Iunio L(uci) f(ilio) Gal(eria)/ Moderato/ Columella(e)/ trib(uno) mil(itum) leg(ionis) VI Ferratae </hi><hi rend="CharOverride-1">(</hi><hi rend="italic CharOverride-1">CIL </hi><hi rend="CharOverride-1">IX 235 = </hi><hi rend="italic CharOverride-1">ILS </hi><hi rend="CharOverride-1">2923 = EDR 136312; Gasperini 1968, 389-90). </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Gades apparteneva alla tribù di Galeria e, siccome la </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Legio VI Ferrata </hi><hi rend="CharOverride-1">era di stanza in Siria dal 23 d.C., questo Columella, il tribuno, va probabilmente identificato con l’agronomo latino (Hentz 1980, 151-52; Richter 1983, 588-602; Martin 1985, 1960-62; Reitz 2013, 276). Si è pensato che l’iscrizione indichi che Columella fu sepolto a </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Tarentum</hi><hi rend="CharOverride-1">, ma non si tratta di un epitaffio. Probabilmente faceva parte di un’iscrizione onoraria e indica solo che forse Columella aveva posseduto terreni nella regione, dove si erano insediati i veterani nel 60 d.C. (Tac. </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Ann</hi><hi rend="CharOverride-1">. 14, 27; Gasperini 1968, 389-97). Dagli scritti dello stesso Columella, sappiamo che possedeva o aveva posseduto proprietà in varie località nel raggio di 25-70 km da Roma: Ardea, Carseoli e Alba, oltre a un cosiddetto </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Ceretanum </hi><hi rend="CharOverride-1">situato vicino a Caere, in Etruria (</hi><hi rend="italic CharOverride-1">RR</hi><hi rend="CharOverride-1">. 3, 3, 3; 3, 9, 2. Etienne 1978-1979, 208; Marcone 1997, 26-7). </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">A differenza di Varrone – «l’uomo più erudito dei Romani» (Quint. </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Inst</hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi><hi rend="italic CharOverride-1"> </hi><hi rend="CharOverride-1">10, 1, 95; traduzione di Rino Faranda) – Columella non è un autore di spicco. Conosciamo solo un’altra opera da lui stesso citata (11, 1, 31), </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Contro gli astronomi </hi><hi rend="CharOverride-1">o </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Adversus astrologos</hi><hi rend="CharOverride-1">, che non si è conservata. Il suo </hi><hi rend="italic CharOverride-1">De re rustica </hi><hi rend="CharOverride-1">è composto da dodici libri ed è stato definito «il più importante trattato di economia rurale» (Martin 1985, 1963). Il libro 1 è un’introduzione generale e Columella cita 45 autori greci e 10 scrittori latini di agricoltura, tra cui Catone il Vecchio e Varrone, che sono anche i più citati (Baldwin 1963; Martin 1985, 1966-67). Il primo libro riguarda l’acquisizione di un podere e i doveri del proprietario terriero tendenzialmente assenteista durante le sue visite poco frequenti in tenute caratterizzate da una produzione orientata al mercato di vino, olive, grano e talvolta anche di ortaggi e prodotti animali. I libri 2-5 trattano dell’agricoltura, mentre i libri 6-9 sono dedicati agli animali. Il libro 10 è un poema sull’orticoltura e il giardinaggio in 436 esametri (Henderson 2002). I libri 11 e 12, che riguardano i doveri del fattore e della sua controparte femminile, il </hi><hi rend="italic CharOverride-1">vilicus </hi><hi rend="CharOverride-1">e la </hi><hi rend="italic CharOverride-1">vilica</hi><hi rend="CharOverride-1">, sono probabilmente aggiunte successive (Hentz 1980, 152-53; Carlsen 1995, 16-9; Marcone 1997, 26-30). </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Columella cita più volte suo zio, Marco Columella, che era un «dottissimo e attivissimo agricoltore» (2, 15, 4) e un </hi><hi rend="italic CharOverride-1">illustris agricola </hi><hi rend="CharOverride-1">(7, 2, 4; 12, 21, 4), ma indirizza la sua opera a un certo Publio Silvino, presumibilmente un vicino di casa di Columella che viene citato più di 25 volte. È tuttavia evidente che Silvino sia una persona fittizia; rappresenta il modo di fare agricoltura che Columella osteggiava e cercava di migliorare con il suo trattato (Caroll 1976, ma si veda anche Martin 1985, 1963). Già nella prefazione, Columella si oppone con forza al discredito ingiustificato dell’agricoltura e alla teoria a lui contemporanea di un disastro ecologico con terreni esausti e infruttuosi, e clima sfavorevole (Noè 2002, 75-6). Tutto questo si ripete nel primo capitolo del Libro secondo: a parere di Columella, i modesti rendimenti della produzione agricola in Italia sono dovuti a una cattiva gestione, e il suo obiettivo dichiarato con il </hi><hi rend="italic CharOverride-1">De re rustica </hi><hi rend="CharOverride-1">è quello di ricreare un’agricoltura efficiente e soprattutto la viticoltura. Ciò rende in molti casi quello di Columella il più ideologico e retorico dei quattro trattati di agricoltura conservati, come risulta molto chiaro dai suoi calcoli sulle spese di gestione di una vigna di sette </hi><hi rend="italic CharOverride-1">iugeri </hi><hi rend="CharOverride-1">e dalle sue discutibili argomentazioni sulla sua alta redditività (3, 3, 7. Carl 1926, 38-9; Cossarini 1978, 39; per un’analisi critica delle ricerche precedenti e dei calcoli di Columella, si veda Duncan-Jones 1982</hi><hi rend="superscript CharOverride-2">2</hi><hi rend="CharOverride-1">, 33-59; Carandini 1983; Carandini 1988, 235-65; Dumont 2000). </hi></p><p rend="h2" ><hi>3. La gestione del lavoro agricolo</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">La ben nota concezione romana secondo cui la terra era la forma di investimento più rispettabile è ben evidente in Columella, il quale sostiene che «non rimane dunque loro, come dicevo, che un solo modo onesto e nobile di aumentare il patrimonio: l’agricoltura» (1,</hi><hi rend="italic CharOverride-1"> praef</hi><hi rend="CharOverride-1">. 10. Cossarini 1978, 36-8; Noè 2002, 61-2. Il più famoso è Cic. </hi><hi rend="italic CharOverride-1">De off</hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi><hi rend="italic CharOverride-1"> </hi><hi rend="CharOverride-1">1, 150-51). Pochi passaggi dopo, tuttavia, è chiaro che l’ideale tradizionale del cittadino romano come agricoltore e soldato, come gli eroi repubblicani, Q. Cincinnato, M. Curio Dentato e C. Fabrizio, è da tempo tramontato: «Invece, noi non ci degniamo di coltivare personalmente i nostri campi» (1, </hi><hi rend="italic CharOverride-1">praef</hi><hi rend="CharOverride-1">. 12). In teoria, un ricco proprietario terriero romano poteva scegliere di occuparsi della gestione quotidiana, e Columella sottolinea nel Libro 1 l’importanza della partecipazione personale del proprietario alla gestione della tenuta. Tuttavia, è anche implicito che il proprietario normalmente non viveva in modo permanente nelle tenute descritte dall’agronomo: </hi></p><p rend="quotation_b" ><hi rend="CharOverride-1">Ma dove c’è salubrità d’aria e fertilità di suolo, le cure dirette del padrone hanno sempre fatto produrre la terra molto più di quelle dell’affittuario; qualche volta si è anche dimostrata buona la direzione del massaro, purché non fosse uno schiavo di incredibile pigrizia o rapacità. Ma ricordiamoci che tali difetti dei servi o sono causati o sono favoriti dal padrone: sta a lui non mettere le cose in mano a un uomo disonesto o toglierlo dal posto, se ce l</hi><hi rend="CharOverride-1">’avesse messo (1, 7, 5.; per interpretazioni diverse, cfr. Scheidel 1994a, 100-8, e Kehoe 1997, 156-57). </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">In generale, Columella sembra preferire un fattore agli affittuari, ma nelle fattorie lontane e produttrici di grano sostiene di seguito che gli affittuari siano preferibili a un </hi><hi rend="italic CharOverride-1">vilicus </hi><hi rend="CharOverride-1">(sulla produzione di grano, si veda Spurr 1986; Scheidel 1994b). Secondo Columella (1, 7, 1-2), gli schiavi senza una regolare supervisione potevano arrecare danni enormi alle viti, alle olive e al bestiame, su cui il proprietario aveva investito un capitale considerevole, mentre i cereali richiedono poco capitale e poca manodopera, tranne che per il raccolto. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Il reclutamento e la nomina del </hi><hi rend="italic CharOverride-1">vilicus </hi><hi rend="CharOverride-1">era questione importante e difficile, su cui Columella si sofferma più volte e con particolare attenzione. È, infatti, l’unico degli scrittori agricoli di cui abbiamo documenti che discute seriamente della formazione del fattore. Nella prefazione, Columella si lamenta del fatto che esistono scuole di formazione per retori, matematici, musicisti, parrucchieri e anche «scuole delle cose più sciocche e inutili» (1, </hi><hi rend="italic CharOverride-1">praef</hi><hi rend="CharOverride-1">. 5), ma non per l’agricoltura, sebbene sia un mestiere che dovrebbe essere appreso come le altre professioni. Nel Libro 11 (11, 1, 12; Cossarini 1978, 36), Columella elabora le sue lamentele e dà istruzioni «dei quali potrai alla fine istruire perfettamente il massaro». Secondo Columella (1, 8, 3), il </hi><hi rend="italic CharOverride-1">vilicus </hi><hi rend="CharOverride-1">«sia un uomo non troppo giovane e nemmeno vecchio». Nel Libro 11, 1, 3, specifica che tale età è compresa tra i 35 e i 65 anni, e sottolinea che il </hi><hi rend="italic CharOverride-1">vilicus </hi><hi rend="CharOverride-1">non deve essere scelto né tra le persone di bell’aspetto né tra gli ex schiavi urbani. Questi passaggi sono buoni esempi di elementi normativi nel </hi><hi rend="italic CharOverride-1">De re rustica </hi><hi rend="CharOverride-1">e si ha l’impressione che Columella stia lottando invano contro una pratica comune, ma è impossibile stabilire quanto fosse usuale la nomina di uno schiavo urbano alla carica di fattore (Carlsen 2013, 87-101). Prove indiziarie delle fonti letterarie suggeriscono fortemente che il numero di schiavi nati in campagna non deve essere sottovalutato, e che alcuni di questi potrebbero essere stati promossi alla carica di fattore: l’osservazione di Columella secondo cui il </hi><hi rend="italic CharOverride-1">vilicus </hi><hi rend="CharOverride-1">doveva essere temprato fin dall’infanzia al lavoro agricolo avrebbe altrimenti poco senso nel contesto altrimenti piuttosto polemico e normativo sulla formazione del fattore. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Un’altra possibilità è che Columella avesse ragione quando si lamentava della mancanza di scuole di formazione agricola e delle nomine casuali di fattore. Se le sue affermazioni rispecchiano la prassi normale, allora la formazione dei fattori e degli schiavi agricoli specializzati potrebbe essere stata in qualche modo informale e basata su una sorta di autoformazione. Alcuni passaggi del primo capitolo del libro 11 del </hi><hi rend="italic CharOverride-1">De re rustica </hi><hi rend="CharOverride-1">vanno in questa direzione: il futuro fattore dovrebbe essere istruito da lavoratori diversamente qualificati in ogni operazione, in modo da essere in grado di valutare tutti i tipi di lavoro svolto. Dovrebbe inoltre essere messo alla prova più volte per dimostrare di aver appreso i vari compiti e la necessaria gestione del personale, oltre a dimostrare la sua lealtà (Carlsen 2013, 98).</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Il compito più importante del fattore era quello di dirigere e distribuire il lavoro nella fattoria secondo le istruzioni del proprietario. Sia Catone sia Columella richiedono che il fattore sia il primo ad alzarsi al mattino e l’ultimo ad andare a letto (Catone, </hi><hi rend="italic CharOverride-1">agr</hi><hi rend="CharOverride-1">. 5, 2-5; Colum. </hi><hi rend="italic CharOverride-1">RR</hi><hi rend="CharOverride-1">. 11, 1, 25). Columella sottolinea che il </hi><hi rend="italic CharOverride-1">vilicus </hi><hi rend="CharOverride-1">doveva sorvegliare personalmente il lavoro nei campi per tutto il giorno, perché questo incoraggiava i lavoratori. Gli era richiesta una vigilanza costante: Columella specifica il potere del </hi><hi rend="italic CharOverride-1">vilicus </hi><hi rend="CharOverride-1">in questo ruolo disciplinare. Doveva essere severo ma non spietato o brutale e Columella ripete nei libri 1 e 11 che il miglior fattore mantiene la disciplina e l’ordine nella tenuta con rigore e rispetto invece che con la violenza (1, 8, 9-17; 11, 1, 22; 11, 1, 25; Bradley 1994, 72). Questa enfasi sul controllo e sulla sorveglianza deve essere vista come parte degli sforzi degli scrittori agricoli per aumentare l’efficienza della villa tramite schiavi, ma le dettagliate prescrizioni di Columella indicano anche che il tipo brutale di fattore era più diffuso di quello severo (Carlsen 1995, 77-8).</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Columella (1, 8, 8; 11, 1, 20) raccomanda che il numero degli attrezzi sia doppio rispetto a quello degli schiavi da campo: non solo ciò rende superfluo il prestito, ma evita anche la sospensione del lavoro che è più costosa del prezzo di tali articoli. Columella sostiene più volte che la negligenza è uno dei maggiori problemi della fattoria portata avanti da schiavi. Tutti gli scrittori di agricoltura sottolineano l’importanza delle frequenti e inaspettate visite del proprietario nella tenuta, e i commenti di Columella indicano che molti proprietari terrieri sembravano dare al loro </hi><hi rend="italic CharOverride-1">otium </hi><hi rend="CharOverride-1">una priorità maggiore rispetto al controllo del </hi><hi rend="italic CharOverride-1">vilicus </hi><hi rend="CharOverride-1">e alla supervisione della villa durante le loro sporadiche visite (Carlsen 1995, 85-92). </hi></p><p rend="h2" ><hi>4. Il lavoro agricolo per Columella</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Nel suo manuale di agricoltura, Columella elenca non meno di 37 diversi lavori di schiavi rurali, mentre Catone nei suoi inventari menziona non solo diversi schiavi con funzioni specializzate come gli armentari dei suini, i mulattieri e gli </hi><hi rend="CharOverride-1">addetti agli ovini, i lavoratori di squadre e di salici, ma anche i manovali, gli </hi><hi rend="italic CharOverride-1">operarii</hi><hi rend="CharOverride-1">, in generale (Bradley 1994, 60, con una tabella dei titoli di lavoro in Columella. Marcone 2009, 116, sulla lista di Catone; Martin 1974, 281-84). Alcuni ruoli lavorativi, come </hi><hi rend="italic CharOverride-1">actor </hi><hi rend="CharOverride-1">e </hi><hi rend="italic CharOverride-1">vilicus</hi><hi rend="CharOverride-1">,</hi><hi rend="italic CharOverride-1"> </hi><hi rend="CharOverride-1">potrebbero essere sinonimi, ma le diverse denominazioni riflettono anche un alto grado di specializzazione tra gli schiavi rurali, documentato anche nelle ville imperiali di Anzio in Campania e nelle famiglie senatorie e imperiali urbane di Roma e di Cartagine (Antium: </hi><hi rend="italic CharOverride-1">CIL </hi><hi rend="CharOverride-1">X 6637 = </hi><hi rend="italic CharOverride-1">EDR </hi><hi rend="CharOverride-1">1035658; </hi><hi rend="italic CharOverride-1">CIL </hi><hi rend="CharOverride-1">X 6638; Treggiari 1975; Carlsen 2019 e Carlsen 2020 con ulteriori riferimenti). </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">I braccianti comuni, noti anche come </hi><hi rend="italic CharOverride-1">mediastini</hi><hi rend="CharOverride-1">, costituivano la maggior parte degli schiavi rurali, ma sono anche – a parte le donne e i lavoratori salariati – i gruppi più silenziosi della manodopera nell’agricoltura romana (Scheidel 1989; Roth 2007). Lo storico moderno deve mettere insieme pezzi provenienti da fonti di diverso tipo per descrivere il loro lavoro e le condizioni in cui operavano, ed è molto difficile generalizzare. Non solo i raccolti e la tradizione locale influivano sull’organizzazione del lavoro, ma erano importanti anche le decisioni del proprietario terriero e il carattere del fattore. Tuttavia, Columella fornisce un elenco dei requisiti fisici e intellettuali di alcuni dei numerosi lavori, elenco che è molto interessante per la sua visione del lavoro. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Il lavoro nei campi comprende molti compiti diversi, tra cui l’aratura, lo scavo, la coltivazione e il raccolto, che richiedevano forza e abilità (White 1970). Columella considerava l’aratura un lavoro particolare e raccomandava di distinguere gli aratori dai vignaioli ed entrambi dagli schiavi comuni che erano dei tuttofare. Gli schiavi comuni avrebbero dovuto essere in grado di sopportare un lavoro duro, mentre gli aratori avrebbero dovuto essere alti e forti per gestire i buoi: </hi></p><p rend="quotation_b ParaOverride-2" ><hi rend="CharOverride-1">Manderemo all</hi><hi rend="CharOverride-1">’aratro i più alti, sia per le ragioni che ho detto, sia perché fra i lavori agricoli questo è il meno faticoso per loro: arando infatti si sta appoggiati alla stiva in posizione quasi retta» (1, 9, 3). </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">I vignaioli dovevano essere muscolosi e di spalle larghe, perché questo tipo di uomini era ritenuto più adatto a lavori di scavo e di potatura, per i quali era necessaria meno forza, ma più abilità. Secondo Columella (3, 3, 8) il prezzo di un vignaiolo esperto, </hi><hi rend="italic CharOverride-1">vinitor</hi><hi rend="CharOverride-1">, in grado di lavorare sette </hi><hi rend="italic CharOverride-1">iugera</hi><hi rend="CharOverride-1"> era di 1500-2000 denari, ovvero il triplo o il quadruplo del prezzo di un normale schiavo maschio nel I secolo d.C. (Duncan-Jones 1982</hi><hi rend="superscript CharOverride-2">2</hi><hi rend="CharOverride-1">, 348-59, per i prezzi degli schiavi in Italia). </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Quando gli schiavi lavoravano nei campi, lasciavano la tenuta all’alba e vi facevano ritorno al tramonto. Columella descrive dettagliatamente come doveva essere organizzato il lavoro nei campi per essere più efficiente. Questa descrizione, che merita di essere citata per intero, non lascia dubbi sul fatto che il numero di schiavi fosse aumentato dalla forza lavoro di dieci a quindici uomini rispetto alle</hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="italic CharOverride-1">villae rusticae </hi><hi rend="CharOverride-1">catoniane: </hi></p><p rend="quotation_b ParaOverride-3" ><hi rend="CharOverride-1">Si dividono dunque gli aratori dai vignaioli e dai braccianti. E si fanno squadre di non più di dieci uomini: gli antichi le chiamarono decurie e le considerarono molto utili, perché il gruppo non troppo numeroso si può mantenere unito sul lavoro, e non sorpassa la possibilità di sorveglianza del caposquadra, che sta davanti. Se il campo è molto vasto, si condurranno le squadre nei vari appezzamenti e si distribuirà il lavoro in modo da non lasciare mai lavoratori isolati, o a due a due, perché è meno facile sorvegliarli quando sono sparpagliati. Non si permette però che si formino raggruppamenti più numerosi di dieci individui, appunto perché non avviene, come dicevo, che, dove sono molti a lavorare, nessuno prenda a cuore quel lavoro come cosa sua propria. Tale ordinamento non solo eccita l’emulazione, ma dà modo si scoprire i pigri; e quando il lavoro diventa una specie di gara, la punizione contro i lenti sembrer</hi><hi rend="CharOverride-1">à giusta e non solleverà lamentele (1, 9, 7-8. Heitland 1921, 261-62). </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Columella raccomanda che il padrone interroghi gli schiavi comuni sulle loro condizioni di vita e dia loro la possibilità di lamentarsi contro chi li tratta in modo crudele o disonesto. La sua descrizione di come il padrone dovrebbe anche rendere questi ultimi più interessati al loro lavoro, parlando loro gentilmente e consultandoli su nuove iniziative, sembra un libro di testo per studenti universitari di management, ma è meno esplicito sulle ricompense agli schiavi diligenti ed energici sul campo. La gerarchia di schiavi fidati con compiti definiti è pienamente sviluppata da Columella. Menziona i </hi><hi rend="italic CharOverride-1">monitores</hi><hi rend="CharOverride-1">, chiamati anche </hi><hi rend="italic CharOverride-1">operum magistri</hi><hi rend="CharOverride-1">, che supervisionavano le squadre, le </hi><hi rend="italic CharOverride-1">decuriae</hi><hi rend="CharOverride-1">, in cui raccomandava – come già richiamato – di dividere gli schiavi in termini del loro lavoro sul campo. Altri schiavi, tra cui </hi><hi rend="italic CharOverride-1">atrienses </hi><hi rend="CharOverride-1">ed </hi><hi rend="italic CharOverride-1">ergastularii</hi><hi rend="CharOverride-1">, avevano compiti nella fattoria. Tutti gli schiavi lavoravano sotto la supervisione del </hi><hi rend="italic CharOverride-1">vilicus </hi><hi rend="CharOverride-1">e della </hi><hi rend="italic CharOverride-1">vilica</hi><hi rend="CharOverride-1">. Questo sistema di gestione aveva sia lo scopo di aumentare la produttività del lavoro sia di rafforzare la sicurezza (1, 8, 16-7; 1, 9, 4; Martin 1974, 278-81). </hi></p><p rend="h2" ><hi>5. Epilogo</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Columella usa la parola </hi><hi rend="italic CharOverride-1">otium </hi><hi rend="CharOverride-1">sette volte e </hi><hi rend="italic CharOverride-1">opus </hi><hi rend="CharOverride-1">quasi cento volte nel suo </hi><hi rend="italic CharOverride-1">De re rustica </hi><hi rend="CharOverride-1">(Betts e Ashworth 1971, 389 e 386), a cui si possono aggiungere sinonimi e parole che descrivono compiti agricoli come l’aratura, il raccolto e la concimazione. Questa enfasi sul lavoro nei 12 libri di Columella non è una sorpresa: scrisse un manuale agricolo contenente istruzioni per quasi tutti i compiti di una fattoria, compresa la gestione e le ricevute, ma la parte più interessante è per molti aspetti costituita dai consigli relativi allo sfruttamento e all’intensificazione degli schiavi e del loro lavoro. Keith Bradley ha descritto questo aspetto in modo molto chiaro: </hi></p><p rend="quotation_b" ><hi rend="CharOverride-1">Columella si preoccupava di estrarre un alto rendimento da una forza lavoro che non aveva alcun interesse intrinseco nella qualità o nel ritmo del lavoro svolto; il suo obiettivo era quello di assicurarsi un reddito dalla terra coltivata quanto più sostanziale possibile (Bradley 1994, 73). </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Columella cercò anche di incentivare gli schiavi a lavorare in modo efficiente, ma era il </hi><hi rend="italic CharOverride-1">vilicus</hi><hi rend="CharOverride-1"> – egli stesso uno schiavo – la figura chiave nelle tenute descritte nel </hi><hi rend="italic CharOverride-1">De re rustica</hi><hi rend="CharOverride-1">, con un proprietario assenteista che faceva visite poco frequenti.</hi></p><p rend="h2" ><hi>Riferimenti bibliografici</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Baldwin, Barry. 1963. “Columella’s Sources and how he used them.” </hi><hi rend="italic CharOverride-1" >Latomus </hi><hi rend="CharOverride-1" >22: 785-91.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1" >Bartoldus, Marco Johannes. 2014. </hi><hi rend="italic CharOverride-1" >Palladius Rutilius Taurus Aemilianus. 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