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        <title type="main" level="a">Le concezioni del lavoro nel Tanakh e nell’Antico Testamento</title>
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            <forename>Massimo</forename>
            <surname>Giuliani</surname>
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          <resp>This is a section of <title>Idee di lavoro e di ozio per la nostra civiltà</title>(DOI: <idno type="DOI">10.36253/979-12-215-0319-7</idno>) by </resp>
          <name>Giovanni Mari, Francesco Ammannati, Brogi Stefano, Tiziana Faitini, Arianna Fermani, Francesco Seghezzi, Annalisa Tonarelli</name>
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        <publisher>Firenze University Press</publisher>
        <pubPlace>Florence</pubPlace>
        <date when="2024">2024</date>
        <idno type="DOI">https://doi.org/10.36253/979-12-215-0319-7.19</idno>
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          <p>Available for academic research purposes</p>
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          <p>Copyright Author(s)</p>
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        <p>This is original content, published for academic research purposes</p>
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        <p>In the Jewish Bible as well as in the Christian Old Testament books agriculture was the mainstay of the Israelite economy both in villages and cities. Working the land and herding was an anthropological given; nevertheless it was conceived on the one hand as a very positive value, in so far as it was imitation of the Divine work of creation; on the other hand, for its difficulties and risks, it was thought of as a sort of punishment for the transgression of the first human couple. The Books of Moses approach the many fatigues on the fields in a quite pragmatic way, fixing social rules and ethical norms, e.g.: a severe law concerning the payment of the workers’ salary, without any delay. Other books such as Psalms, Proverbs, Qohelet, and Ben Sira are full of more traditional sentences and moralistic admonitions about human working; overall, despite of the pessimistic tune of Qohelet, their attitudes remain positive and appreciative regarding the value of human effort, although through pain, to make a living out the struggle with nature.</p>
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            <item>working</item>
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      <p>It is available online at https://doi.org/10.36253/979-12-215-0319-7.19<ref target="https://doi.org/10.36253/979-12-215-0319-7.19" /></p>
      
      <p rend="h1_chapter">Le concezioni del lavoro nel <hi rend="italic">Tanakh</hi> e nell’Antico Testamento</p><p rend="h1_author ParaOverride-1" ><hi rend="CharOverride-1">Massimo</hi><hi rend="CharOverride-1"> Giuliani</hi></p><p rend="h2" ><hi>1. Introduzione</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Per comprendere appieno le concezioni del lavoro nell’antico</hi><hi rend="CharOverride-1"> mondo ebraico, così come emergono da un’analisi esegetica ed</hi><hi rend="CharOverride-1"> ermeneutica dei testi biblici canonici (le collezioni del </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Tanakh</hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="CharOverride-1">e dell’Antico Testamento, pur nella consapevolezza che queste non</hi><hi rend="CharOverride-1"> esauriscono l’assai più vasta letteratura cosiddetta ‘intertestamentaria non</hi><hi rend="CharOverride-1"> canonica’, rotoli di Qumran inclusi), occorre inquadrarle nella </hi><hi rend="CharOverride-1">struttura delle istituzioni socio-politiche e, in esse, dell’economia </hi><hi rend="CharOverride-1">quotidiana degli israeliti ai tempi e nei luoghi della Bibbia</hi><hi rend="CharOverride-1">, ovviamente lungo lo spettro temporale, sia esso mitico </hi><hi rend="CharOverride-1">o reale, che essa copre. Pur nel variare, infatti, </hi><hi rend="CharOverride-1">di quelle forme istituzionali (patriarcato seminomade, alleanze tribali, monarchia), </hi><hi rend="CharOverride-1">l’economia restava essenzialmente agricola, ancorata da un lato alla </hi><hi rend="CharOverride-1">coltivazione della terra e dall’altro all’allevamento del bestiame </hi><hi rend="CharOverride-1">minuto. La vita lavorativa si differenziava solo nei due ambiti</hi><hi rend="CharOverride-1"> abitativi del villaggio e dell’insediamento urbano, unificata e ritmata</hi><hi rend="CharOverride-1"> per tutti dal regime di osservanza delle feste religiose, le</hi><hi rend="CharOverride-1"> quali erano strettamente connesse al lavoro agricolo. Si pensi </hi><hi rend="CharOverride-1">alle tre feste di pellegrinaggio a Gerusalemme dette di </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Pesach</hi><hi rend="CharOverride-1">/Pasqua, </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Shavu’ot</hi><hi rend="CharOverride-1">/settimane (Pentecoste) e </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Sukkot</hi><hi rend="CharOverride-1">/capanne; esse</hi><hi rend="CharOverride-1"> corrispondevano rispettivamente alla fine del raccolto dell’orzo, del</hi><hi rend="CharOverride-1">la mietitura del grano (o altri cereali) e </hi><hi rend="CharOverride-1">delle vendemmia, celebrazioni collettive di ringraziamento religioso e di riposo</hi><hi rend="CharOverride-1"> dalle fatiche del lavoro. Se nei villaggi le attività lavorati</hi><hi rend="CharOverride-1">ve ruotavano quasi interamente su agricoltura e pastorizia, nelle ‘</hi><hi rend="CharOverride-1">città’ troviamo le più diverse occupazioni artigianali e commerciali, </hi><hi rend="CharOverride-1">oltre alle mansioni svolte dalla classe sacerdotale addetta al Tempio </hi><hi rend="CharOverride-1">e dal ceto amministrativo, allorché si sviluppò una corte regal</hi><hi rend="CharOverride-1">-militare. La narrativa identitaria del mondo ebraico antico si sviluppa</hi><hi rend="CharOverride-1"> in tale contesto, applicandovi tanto il dettaglio legislativo quanto il</hi><hi rend="CharOverride-1"> suo codice etico, e solo in tale ottica è possibile</hi><hi rend="CharOverride-1"> illuminare anche le sue concezioni di lavoro.</hi></p><p rend="h2" ><hi>2. L’</hi><hi>uomo è creato per creare: il lavoro nell’</hi><hi rend="italic">incipit</hi><hi> della </hi><hi>Bibbia</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Tra gli </hi><hi rend="italic CharOverride-1">incipit</hi><hi rend="CharOverride-1"> più famosi della letteratura mondiale, la creazione</hi><hi rend="CharOverride-1"> del mondo da parte del Dio biblico, in </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Bereshit</hi><hi rend="CharOverride-1">/Ge</hi><hi rend="CharOverride-1">n 1, si presenta come un lavoro [</hi><hi rend="italic CharOverride-1">melakhà</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic CharOverride-1">‘avodà</hi><hi rend="CharOverride-1">]. È detto tre volte esplicitamente in due versetti al</hi><hi rend="CharOverride-1"> termine di quel racconto mitico: </hi></p><p rend="quotation_b" ><hi rend="CharOverride-1">Allora Dio, nel settimo </hi><hi rend="CharOverride-1">giorno, portò a compimento il lavoro che aveva fatto e </hi><hi rend="CharOverride-1">cessò nel settimo giorno da ogni suo lavoro; e benedisse </hi><hi rend="CharOverride-1">Dio il settimo giorno e lo consacrò, perché in esso </hi><hi rend="CharOverride-1">aveva cessato da ogni lavoro che aveva fatto creando (2, </hi><hi rend="CharOverride-1">2-3). </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Se la creazione divina è, in assoluto, la prima </hi><hi rend="CharOverride-1">rappresentazione di lavoro che compare nella Bibbia, non sorprende che </hi><hi rend="CharOverride-1">l’uomo, creato a immagine del suo Creatore, sia stato </hi><hi rend="CharOverride-1">forgiato affinché lavorasse, ossia a sua volta fosse, in </hi><hi rend="CharOverride-1">piccolo, un creatore. Ciò è esplicitato nel secondo racconto </hi><hi rend="CharOverride-1">mitico della creazione del mondo dove si legge: «Il Signore</hi><hi rend="CharOverride-1"> Dio prese l’uomo e lo pose nel giardino di</hi><hi rend="CharOverride-1"> Eden, perché lo coltivasse e lo custodisse» (2, 15). </hi><hi rend="CharOverride-1">La prima lezione che si ricava da queste due miti </hi><hi rend="CharOverride-1">iniziali è che il lavoro è prerogativa divina, nobile e </hi><hi rend="CharOverride-1">positiva, e che l’essere umano deve imitare Dio </hi><hi rend="CharOverride-1">‘coltivando e custodendo’ il metaforico giardino del mondo.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Nulla</hi><hi rend="CharOverride-1"> di romantico in questa visione, che può dirsi un </hi><hi rend="CharOverride-1">antropomorfismo quando riferito a Dio più che un teomorfismo, quando</hi><hi rend="CharOverride-1"> riferito all’uomo. Essa è il riflesso del valore positivo</hi><hi rend="CharOverride-1"> che va attribuito alla normale attività lavorativa, senza la </hi><hi rend="CharOverride-1">quale la vita umana sarebbe ancora più precaria e grama</hi><hi rend="CharOverride-1"> di quello che è. Il fatto che ‘bisogna lavorare’</hi><hi rend="CharOverride-1"> per vivere è un dato antropologico assodato in tutta l</hi><hi rend="CharOverride-1">’antica letteratura ebraica; cionondimeno, alla fatica del lavoro può </hi><hi rend="CharOverride-1">essere data una valenza ora positiva ora negativa a seconda</hi><hi rend="CharOverride-1"> delle circostanze e delle finalità di cui si carica la</hi><hi rend="CharOverride-1"> vita quotidiana, segno di benedizione quando produce benessere oppure </hi><hi rend="CharOverride-1">di maledizione quando il frutto dell’operato umano (cfr. </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Tehillim</hi><hi rend="CharOverride-1">/</hi><hi rend="CharOverride-1">Sal 128) viene rovinato dagli elementi naturali o sperperato dall</hi><hi rend="CharOverride-1">’uomo stesso. Molta riflessione sapienziale ruota attorno a questa </hi><hi rend="CharOverride-1">doppia possibilità sull’esito dei lavori agricoli, che dipendono dalla </hi><hi rend="CharOverride-1">giusta quantità delle piogge, sempre in bilico tra il troppo </hi><hi rend="CharOverride-1">(alluvioni, diluvi) e il troppo poco (siccità, dunque carestie)</hi><hi rend="CharOverride-1">, estremi in entrambi i casi visti come segni di </hi><hi rend="CharOverride-1">maledizione o punizione divina.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Nel primo libro della Bibbia si registrano</hi><hi rend="CharOverride-1"> racconti connessi a un grande diluvio e una carestia, </hi><hi rend="CharOverride-1">ma già in </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Bereshit</hi><hi rend="CharOverride-1">/Gen 3, 16-9 del lavoro umano</hi><hi rend="CharOverride-1"> è rimarcata la fatica e della terra lavorata da Adam</hi><hi rend="CharOverride-1">o l’ambiguità: «Maledetto sia il suolo… con dolore</hi><hi rend="CharOverride-1"> ne trarrai il cibo per tutti i giorni della </hi><hi rend="CharOverride-1">tua vita, spine e cardi produrrà per te. Con il</hi><hi rend="CharOverride-1"> dolore della tua fronte mangerai il pane». In quest</hi><hi rend="CharOverride-1">’ottica il lavoro diviene una punizione divina alla prima tra</hi><hi rend="CharOverride-1">sgressione umana, che nell’interpretazione cristiana ha offerto base testuale</hi><hi rend="CharOverride-1"> alla dottrina del peccato originale (sistematizzata da Agostino di Ippona</hi><hi rend="CharOverride-1"> all’inizio del V secolo), una concezione negativa che viene</hi><hi rend="CharOverride-1"> a bilanciare quella positiva dell’</hi><hi rend="italic CharOverride-1">homo creator </hi><hi rend="CharOverride-1">vista sopra, ma</hi><hi rend="CharOverride-1"> che va intesa come uno sforzo di realismo: portare la</hi><hi rend="CharOverride-1"> terra a produrre fonti di sostentamento viene al prezzo di</hi><hi rend="CharOverride-1"> dura fatica, di dolore e consunzione, che alla fine </hi><hi rend="CharOverride-1">portano alla morte, intesa a sua volta come castigo ultimo:</hi><hi rend="CharOverride-1"> «… finché tornerai alla terra [</hi><hi rend="italic CharOverride-1">adamà</hi><hi rend="CharOverride-1">], perché da </hi><hi rend="CharOverride-1">essa [tu, Adamo] sei stato tratto». L’equivalente </hi><hi rend="CharOverride-1">punitivo, ambiguo o non certo meno rischioso, per la donna </hi><hi rend="CharOverride-1">è il partorire figli con dolore; non a caso il </hi><hi rend="CharOverride-1">processo del parto ha mantenuto in molte lingue moderne lo </hi><hi rend="CharOverride-1">stesso etimo di lavoro, ossia il travaglio, il </hi><hi rend="italic CharOverride-1">labour</hi><hi rend="CharOverride-1">, le</hi><hi rend="CharOverride-1"> doglie. Le più antiche concezioni bibliche di lavoro oscillano dunque</hi><hi rend="CharOverride-1"> tra queste due accezione estreme, in positivo e in negativo,</hi><hi rend="CharOverride-1"> seppur sempre attenuate da un senso di realismo antropologico e</hi><hi rend="CharOverride-1"> persino di pragmatismo, di cui si fa carico soprattutto la</hi><hi rend="CharOverride-1"> successiva tradizione rabbinica.</hi></p><p rend="h2" ><hi>3. Caino e la sua discendenza </hi><hi>di ingegnosi inventori di ‘arti e mestieri’</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">I brani genealogici</hi><hi rend="CharOverride-1"> iniziali della Bibbia sembrano molto interessati a trovare i capostipiti</hi><hi rend="CharOverride-1"> almeno di alcune professioni, per così dire. Il dettaglio, nella</hi><hi rend="CharOverride-1"> trama di queste narrative mitopoieutiche, colpisce subito: Abele era pastore</hi><hi rend="CharOverride-1"> di greggi, mentre Caino era lavoratore del suolo (</hi><hi rend="italic CharOverride-1">Bereshit</hi><hi rend="CharOverride-1">/G</hi><hi rend="CharOverride-1">en 4, 2). A lungo il conflitto tra i due</hi><hi rend="CharOverride-1"> fratelli fu riportato nell’alveo della contrapposizione pastorizia/nomadismo ver</hi><hi rend="CharOverride-1">sus agricoltura/sedentarietà, un conflitto quasi tipologico, ma anche del </hi><hi rend="CharOverride-1">contrasto tra ruralità e urbanità; infatti il sopravvissuto Caino diviene </hi><hi rend="CharOverride-1">costruttore di una città (4, 17) che porta il nome </hi><hi rend="CharOverride-1">stesso di suo figlio ossia Enoch, da cui vengono tre </hi><hi rend="CharOverride-1">distinti gruppi di professionisti: da Iabal discendono gli allevatori di </hi><hi rend="CharOverride-1">bestiame (quella pastorizia sedentaria sottratta ad Abele), da </hi><hi rend="CharOverride-1">Iubal «i suonatori di cetra e di flauto» (le </hi><hi rend="CharOverride-1">arti in generale); da Tubalkain, che era fabbro, «quanti</hi><hi rend="CharOverride-1"> lavorano il rame e il ferro» (la metallurgia). </hi><hi rend="CharOverride-1">Il cap. 5 ci narra della genealogia adamica attraverso il </hi><hi rend="CharOverride-1">terzo figlio della protocoppia, Set, giù giù fino </hi><hi rend="CharOverride-1">alla storia di Noè (ai capp. 6-9) il cui albero genealogico</hi><hi rend="CharOverride-1"> è ricostruito nei due successivi capitoli (10-11) giungendo così alla</hi><hi rend="CharOverride-1"> saga di Abramo. Questa meticolosa ricostruzione, soprattutto per la </hi><hi rend="CharOverride-1">discendenza di Caino, ha lo scopo di spiegare, scrive il</hi><hi rend="CharOverride-1"> semitista Gian Luigi Prato (2013, 115), «come sia gradualmente nata</hi><hi rend="CharOverride-1"> la storia con i beni di civiltà, necessari ma ambigui,</hi><hi rend="CharOverride-1"> di cui l’umanità deve disporre per la sua esi</hi><hi rend="CharOverride-1">stenza concreta, complessa ma anche contraddittoria»</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="OP08885_int_online_chapter_27_151-158.html#footnote-000">1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. In altre </hi><hi rend="CharOverride-1">parole, </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Bereshit</hi><hi rend="CharOverride-1">/Gen 4 sembra fissare il sorgere di </hi><hi rend="CharOverride-1">‘arti e mestieri’, vere e proprie scoperte o almeno</hi><hi rend="CharOverride-1"> conquiste che </hi></p><p rend="quotation_b" ><hi rend="CharOverride-1">segnano un progresso che si pone in movimento</hi><hi rend="CharOverride-1"> già alle origini del mondo… Inoltre è evidente </hi><hi rend="CharOverride-1">che le istituzioni e i mestieri, e i generi di</hi><hi rend="CharOverride-1"> vita che si suppongono dietro di essi, non possono essere</hi><hi rend="CharOverride-1"> contrapposti tra di loro (Prato 2013, 119). </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Scrive ancora </hi><hi rend="CharOverride-1">Prato, la cultura urbana, benché fondata da Caino l’omicida, </hi><hi rend="CharOverride-1">raccoglie in positivo questa progressione di ‘invenzioni’, come</hi><hi rend="CharOverride-1"> si evince dal testo greco del </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Ben Sira</hi><hi rend="CharOverride-1">, il </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Siracide </hi><hi rend="CharOverride-1">(Sir 38, 24 sgg.) che parla del confluire in</hi><hi rend="CharOverride-1"> città </hi></p><p rend="quotation_b" ><hi rend="CharOverride-1">dei mestieri manuali, alcuni dei quali simili </hi><hi rend="CharOverride-1">a quelli della genealogia di Gen 4: il contadino, l</hi><hi rend="CharOverride-1">’artigiano, il fabbro e il vasaio che “hanno fiducia </hi><hi rend="CharOverride-1">nelle proprie mani” e “senza di loro sarebbe impossibile </hi><hi rend="CharOverride-1">costruire una città”, anche se tutti insieme non possono </hi><hi rend="CharOverride-1">stare alla pari con il sapiente descritto lungamente al vertice </hi><hi rend="CharOverride-1">di questo climax (Prato 2013, 120). </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Qui infatti si apre</hi><hi rend="CharOverride-1"> la grande riflessione dei testi biblici sapienziali, che </hi><hi rend="CharOverride-1">sono in vero un esteso commento alla Torà di </hi><hi rend="CharOverride-1">Mosè, ossia al nucleo più antico della Bibbia ebraica.</hi></p><p rend="h2" ><hi>4. </hi><hi>Il lavoro nelle due versioni dei Dieci Comandamenti</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Poco si riflette</hi><hi rend="CharOverride-1"> sul fatto che il realismo biblico in materia di lavoro</hi><hi rend="CharOverride-1"> è ‘scritto su pietra’ nel più antico manifesto dei</hi><hi rend="CharOverride-1"> doveri dell’uomo, ossia nelle due tavole dei cosiddetti </hi><hi rend="CharOverride-1">Dieci Comandamenti [</hi><hi rend="italic CharOverride-1">aseret ha-devarim</hi><hi rend="CharOverride-1">] e segnatamente nel quarto comandamento </hi><hi rend="CharOverride-1">dell’elenco biblico-rabbinico (il terzo delle versioni cristiane), in </hi><hi rend="CharOverride-1">cui leggiamo: </hi></p><p rend="quotation_b" ><hi rend="CharOverride-1">Sei giorni lavorerai [altra traduzione: faticherai] e farai </hi><hi rend="CharOverride-1">ogni tuo lavoro, ma il settimo giorno è </hi><hi rend="italic CharOverride-1">shabbat</hi><hi rend="CharOverride-1"> in </hi><hi rend="CharOverride-1">onore del Signore tuo Iddio: tu non farai alcun lavoro, </hi><hi rend="CharOverride-1">né tu né tuo figlio né tua figlia né il </hi><hi rend="CharOverride-1">tuo schiavo né la tua schiava né il tuo bestiame </hi><hi rend="CharOverride-1">né il forestiero che dimora presso di te (</hi><hi rend="italic CharOverride-1">Shemot</hi><hi rend="CharOverride-1">/Es</hi><hi rend="CharOverride-1"> 20, 9-10). </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">E poco si elabora sul fatto che questo</hi><hi rend="CharOverride-1"> precetto ordina sì l’astensione da ogni lavoro nel</hi><hi rend="CharOverride-1"> giorno di sabato ma ordina prima e soprattutto il </hi><hi rend="CharOverride-1">lavoro: il verbo al futuro, ripetuto, non è un ottativo</hi><hi rend="CharOverride-1"> ma un imperativo. Il dovere di lavorare è de-enfatizzato allorché</hi><hi rend="CharOverride-1"> quel verbo è tradotto come fosse un indicativo, una modalità</hi><hi rend="CharOverride-1"> temporale che indica la fattualità del reale, più che </hi><hi rend="CharOverride-1">come un imperativo. Che l’accento ricada poi sulle restrizioni</hi><hi rend="CharOverride-1"> ai tempi lavorativi con la pausa temporale del sabato, si</hi><hi rend="CharOverride-1"> comprende alla luce della novità teologica che il precetto introduce:</hi><hi rend="CharOverride-1"> primo, la sua finalità: la cessazione dal lavoro è in</hi><hi rend="CharOverride-1"> onore del Signore; secondo, la sua motivazione: nel settimo </hi><hi rend="CharOverride-1">giorno Iddio cessò da ogni lavoro ed esso venne consacrato,</hi><hi rend="CharOverride-1"> messo a parte, rispetto ai sei giorni lavorativi. Questa motivazione</hi><hi rend="CharOverride-1"> si trova nel quarto comandamento secondo la versione di </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Shemot</hi><hi rend="CharOverride-1">/</hi><hi rend="italic CharOverride-1">Esodo</hi><hi rend="CharOverride-1">, ma cambia nella versione di </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Devarim</hi><hi rend="CharOverride-1">/</hi><hi rend="italic CharOverride-1">Deuteronomio</hi><hi rend="CharOverride-1">, dove</hi><hi rend="CharOverride-1"> si dice che lo </hi><hi rend="italic CharOverride-1">shabbat</hi><hi rend="CharOverride-1"> è un ricordo dell’</hi><hi rend="CharOverride-1">uscita dall’Egitto, intesa come terra di schiavitù, e </hi><hi rend="CharOverride-1">dunque di </hi><hi rend="italic CharOverride-1">shabbat</hi><hi rend="CharOverride-1"> occorre che «il tuo schiavo e la</hi><hi rend="CharOverride-1"> tua schiava si riposino come te» (Dt 5, 13-5);</hi><hi rend="CharOverride-1"> e non soltanto la tua servitù, dato che il testo</hi><hi rend="CharOverride-1"> cita espressamente che non dovranno lavorare «né il tuo </hi><hi rend="CharOverride-1">bue né il tuo asino né alcuna delle tue bestie»</hi><hi rend="CharOverride-1">. Evidente la radicale novità storico-teologica di questo precetto sul</hi><hi rend="CharOverride-1"> lavoro nel contesto del vicino oriente antico, un precetto che</hi><hi rend="CharOverride-1"> dà riposo a ogni categoria di lavoratori e lavoratrici, e</hi><hi rend="CharOverride-1"> che si estende agli stranieri e anche agli animali che</hi><hi rend="CharOverride-1"> aiutano l’essere umano nelle fatiche dei campi.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">L’esegeta </hi><hi rend="CharOverride-1">francese André Chouraqui (2001, 102) commenta questa norma osservando che essa</hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi></p><p rend="quotation_b" ><hi rend="CharOverride-1">cancella le barriere discriminatorie tra uomini e donne, vecchi </hi><hi rend="CharOverride-1">e giovani, servi e padroni, genitori e figli, stranieri residenti</hi><hi rend="CharOverride-1"> e autoctoni, esseri umani e bestie: per tutti e </hi><hi rend="CharOverride-1">tutte è obbligatorio interrompere qualsiasi lavoro prima del tramonto del</hi><hi rend="CharOverride-1"> sole del sesto giorno per riprendere l’attività solo </hi><hi rend="CharOverride-1">la sera del giorno successivo, il settimo, </hi></p><p rend="text_NOindent" ><hi rend="CharOverride-1">che è </hi><hi rend="italic CharOverride-1">shabbat</hi><hi rend="CharOverride-1">. Conclude più avanti Chouraqui: «Tale obbligo rende possibile l’alleanza</hi><hi rend="CharOverride-1"> in uno stesso riposo di tutto ciò che è animato</hi><hi rend="CharOverride-1"> dal soffio vitale, e in quanto tale lo </hi><hi rend="italic CharOverride-1">shabbat</hi><hi rend="CharOverride-1"> è</hi><hi rend="CharOverride-1"> la festa più universale che si possa concepire». </hi><hi rend="CharOverride-1">Come è obbligo per tutti lavorare – in quanto in</hi><hi rend="CharOverride-1"> tal modo si esprime la corresponsabilità di ogni vivente nella</hi><hi rend="CharOverride-1"> creazione – così è obbligo onorare la libertà e </hi><hi rend="CharOverride-1">l’eguaglianza di tutto il creato dinanzi al Creatore imitandolo</hi><hi rend="CharOverride-1"> nel cessare il settimo giorno da ogni attività </hi><hi rend="CharOverride-1">produttiva. Il lavoro prende così senso dal suo compimento, ossia </hi><hi rend="CharOverride-1">dal suo terminare o cessare in quanto tale, vissuto nel</hi><hi rend="CharOverride-1"> riposo [</hi><hi rend="italic CharOverride-1">menuchà</hi><hi rend="CharOverride-1">] in chiave teologica, al di là </hi><hi rend="CharOverride-1">di ogni utilitarismo meccanicistico che vedeva nel riposo – se </hi><hi rend="CharOverride-1">lo prevedeva presso greci e romani – solo la condizione </hi><hi rend="CharOverride-1">di ricarica per lavorare di più subito dopo.</hi></p><p rend="h2" ><hi>5. Le </hi><hi>leggi bibliche sul giusto salario da darsi al lavoratore</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Un’importante</hi><hi rend="CharOverride-1"> capitolo socio-economico nel mondo antico, anche ebraico, poggia sull’esistenza</hi><hi rend="CharOverride-1"> della schiavitù, intesa come status individuale di dipendenza da persona</hi><hi rend="CharOverride-1"> libera. Poiché il mito di fondazione di Israele </hi><hi rend="CharOverride-1">è l’uscita dalla condizione di ‘schiavi di Faraone in</hi><hi rend="CharOverride-1"> Egitto’ (è il nucleo della storia di </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Shemot</hi><hi rend="CharOverride-1">/</hi><hi rend="italic CharOverride-1">Esodo</hi><hi rend="CharOverride-1">), di conseguenza la legislazione mosaica resta in bilico tra </hi><hi rend="CharOverride-1">un’ideale società senza schiavi e una realtà storica nella </hi><hi rend="CharOverride-1">quale gli schiavi esistono, sia ebrei sia non ebrei, quasi </hi><hi rend="CharOverride-1">sempre tali per indebitamento o conquista militare. Questa situazione si</hi><hi rend="CharOverride-1"> riflette sulle norme connesse al lavoro e alla sua remunerazione,</hi><hi rend="CharOverride-1"> come si evince da alcune ‘leggi sugli schiavi’ (</hi><hi rend="italic CharOverride-1">Shemot</hi><hi rend="CharOverride-1">/Es 21, 2-11; </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Devarim</hi><hi rend="CharOverride-1">/Dt 21, 10-4) ma soprattutto dal </hi><hi rend="CharOverride-1">‘codice di santità’ di </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Wayqrà</hi><hi rend="CharOverride-1">/</hi><hi rend="italic CharOverride-1">Levitico</hi><hi rend="CharOverride-1">, dove si specific</hi><hi rend="CharOverride-1">ano alcuni dei Dieci Comandamenti (in cui si fa esplicita </hi><hi rend="CharOverride-1">menzione di schiavi e schiave) e dove si legge: «Il</hi><hi rend="CharOverride-1"> salario del bracciante al tuo servizio non resti la notte</hi><hi rend="CharOverride-1"> presso di te fino al mattino dopo» (Lv 19, </hi><hi rend="CharOverride-1">13). Che si tratti di un operaio libero o schiavo, </hi><hi rend="CharOverride-1">entrambi salariati, non fa differenza, come si dettaglia ulteriormente in </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Devarim</hi><hi rend="CharOverride-1">/</hi><hi rend="italic CharOverride-1">Deuteronomio</hi><hi rend="CharOverride-1">: </hi></p><p rend="quotation_b" ><hi rend="CharOverride-1">Non defrauderai il salariato povero e bisognoso, sia</hi><hi rend="CharOverride-1"> egli uno dei tuoi fratelli [un ebreo] oppure uno dei</hi><hi rend="CharOverride-1"> forestieri [un non ebreo] che stanno nel tuo paese, nelle</hi><hi rend="CharOverride-1"> tue città; gli darai il suo salario il giorno</hi><hi rend="CharOverride-1"> stesso, prima che tramonti il sole, poiché egli è povero</hi><hi rend="CharOverride-1"> e in quella mercede ripone ogni sua speranza, in modo</hi><hi rend="CharOverride-1"> che egli non imprechi contro di te mentre vi è</hi><hi rend="CharOverride-1"> in te un peccato (Dt 24, 14-5). </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Trattenere anche </hi><hi rend="CharOverride-1">solo per poche ore, ad esempio nottetempo, il salario che </hi><hi rend="CharOverride-1">un operaio si è meritato è considerato un peccato, ossia </hi><hi rend="CharOverride-1">una trasgressione contro la giustizia secondo la Torà di Mosè, </hi><hi rend="CharOverride-1">la quale fa pesare l’implicazione ‘soggettiva’ della condizione </hi><hi rend="CharOverride-1">‘oggettiva’ di povertà, poiché il povero nutre speranza nel</hi><hi rend="CharOverride-1"> salario che gli spetta di diritto e svilupperebbe odio verso</hi><hi rend="CharOverride-1"> chi glielo nega. Garante di questa specie di contratto sociale</hi><hi rend="CharOverride-1"> sembra essere Dio stesso, che attraverso il precetto equipara </hi><hi rend="CharOverride-1">la mancata retribuzione immediata della giusta mercede all’operaio, libero </hi><hi rend="CharOverride-1">o schiavo, ebreo o non ebreo, al furto che è</hi><hi rend="CharOverride-1"> espressamente vietato dal settimo dei Dieci Comandamenti biblici. Il </hi><hi rend="CharOverride-1">fondamento, per così dire, di queste norme come dell’intera</hi><hi rend="CharOverride-1"> moralità della Legge è il ricordo della schiavitù patita in</hi><hi rend="CharOverride-1"> Egitto: «Ti ricorderai che sei stato schiavo nel paese</hi><hi rend="CharOverride-1"> d’Egitto: perciò ti comando di fare questa cosa» </hi><hi rend="CharOverride-1">(</hi><hi rend="italic CharOverride-1">Devarim</hi><hi rend="CharOverride-1">/Dt 24, 18, 22). Nella legislazione mosaica giustizia e</hi><hi rend="CharOverride-1"> santità non sono mai concetti religiosi in senso moderno, ma</hi><hi rend="CharOverride-1"> si realizzano attraverso l’osservanza di precise norme etico-sociali che</hi><hi rend="CharOverride-1"> riguardano i rapporti tra individuo e comunità.</hi></p><p rend="h2" ><hi>6. La riflessione</hi><hi> sapienziale sull’(in)utilità del lavoro e di tutta la </hi><hi>fatica umana</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Tra tutti i testi biblici sono soprattutto i </hi><hi rend="CharOverride-1">cosiddetti sapienziali a raccogliere le più ricche riflessioni antico-semitiche sul</hi><hi rend="CharOverride-1"> lavoro umano inteso come lo sforzo di guadagnarsi il pane</hi><hi rend="CharOverride-1"> quotidiano, spesso sfidando le avverse condizioni dell’ambiente naturale. </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Tehillim</hi><hi rend="CharOverride-1">/Sal 127, 2, ad esempio, celebra la Provvidenza divina dichiarando</hi><hi rend="CharOverride-1"> che l’operaio «invano si alzerebbe di buon mattino </hi><hi rend="CharOverride-1">e tardi andrebbe a riposare, mangiando pane di sudore</hi><hi rend="CharOverride-1">» se il Signore Iddio non vegliasse e provvedesse di </hi><hi rend="CharOverride-1">persona su quella fatica diuturna dell’essere umano. Ancora più</hi><hi rend="CharOverride-1"> abbondanti sono tali temi nel libro dei </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Mishlè</hi><hi rend="CharOverride-1">/Pr, </hi><hi rend="CharOverride-1">attribuiti al re Salomone: «Nulla aggiunge la fatica [si </hi><hi rend="CharOverride-1">intende, del lavoro]» (10, 22) alla benedizione divina, poiché </hi><hi rend="CharOverride-1">questa non comporta pene o sofferenze, che sono il correlato</hi><hi rend="CharOverride-1"> degli sforzi umani nel produrre qualcosa; e in positivo va</hi><hi rend="CharOverride-1"> inteso il proverbio secondo il quale «in ogni fatica </hi><hi rend="CharOverride-1">c’è profitto, mentre la logorrea produce solo miseria» </hi><hi rend="CharOverride-1">(Pr 14, 23), e qui, come spiega Dante Lattes (1954, </hi><hi rend="CharOverride-1">70, nel capitolo </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Il lavoro</hi><hi rend="CharOverride-1">), «il termine ebraico è </hi><hi rend="italic CharOverride-1">‘ezev</hi><hi rend="CharOverride-1"> che </hi><hi rend="CharOverride-1">sta per dolore e pena, ma significa per metonimia lavoro, </hi><hi rend="CharOverride-1">fatica». Con questo tipo di letteratura il senso di </hi><hi rend="CharOverride-1">condanna e di punizione dell’</hi><hi rend="italic CharOverride-1">incipit</hi><hi rend="CharOverride-1"> mitico dell’umanità in </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Bereshit</hi><hi rend="CharOverride-1">/Gen 3 viene attenuato e progressivamente muta di</hi><hi rend="CharOverride-1"> segno; infatti, spiega Lattes (1954, 71), </hi></p><p rend="quotation_b" ><hi rend="CharOverride-1">la disistima e il </hi><hi rend="CharOverride-1">giogo del lavoro, che aveva accompagnato le prime fatiche umane </hi><hi rend="CharOverride-1">esercitate contro la natura vergine e rude che doveva essere </hi><hi rend="CharOverride-1">affrontata senza strumenti adeguati, si era poi attenuata con l</hi><hi rend="CharOverride-1">’abitudine e con l’affinarsi dell’industre intelletto umano. E</hi><hi rend="CharOverride-1"> il lavoro, dopo le prime lotte, era diventato anche fonte</hi><hi rend="CharOverride-1"> di soddisfazioni e mezzo di ascesa e di più comoda</hi><hi rend="CharOverride-1"> e civile convivenza.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Ancora in </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Tehillim</hi><hi rend="CharOverride-1">/Sal 128, 1-3 il</hi><hi rend="CharOverride-1"> lavoro e la prosperità familiare sono celebrati insieme: </hi><hi rend="CharOverride-1">«Beato l’uomo che teme il Signore… vivrai del </hi><hi rend="CharOverride-1">lavoro delle tue mani, sarai felice e godrai di ogni </hi><hi rend="CharOverride-1">bene; la tua sposa come vite feconda nell’intimità della </hi><hi rend="CharOverride-1">tua casa». Da qui la ripetuta riprovazione morale per </hi><hi rend="CharOverride-1">il fannullone: «Fino a quando, pigro, te ne starai a</hi><hi rend="CharOverride-1"> dormire? Quando ti scuoterai dal sonno? Un po’ dormire, </hi><hi rend="CharOverride-1">un po’ sonnecchiare, un po’ incrociare le braccia per </hi><hi rend="CharOverride-1">riposare e intanto giunge a te la miseria» (</hi><hi rend="italic CharOverride-1">Mishlè</hi><hi rend="CharOverride-1">/Pr</hi><hi rend="CharOverride-1"> 6, 9-11; ribadito in 24, 30-4). «Chi lavora </hi><hi rend="CharOverride-1">la sua terra si sazierà di pane, chi va dietro</hi><hi rend="CharOverride-1"> ai perdigiorno si sazia di miseria» (</hi><hi rend="italic CharOverride-1">Mishlè</hi><hi rend="CharOverride-1">/Pr</hi><hi rend="italic CharOverride-1"> </hi><hi rend="CharOverride-1">28, </hi><hi rend="CharOverride-1">19). Questa sapienza tradizionale esalta poi la donna laboriosa e </hi><hi rend="CharOverride-1">virtuosa, il cui valore è superiore a quello di perle </hi><hi rend="CharOverride-1">preziose: </hi></p><p rend="quotation_b" ><hi rend="CharOverride-1">Ella si procaccia lana e lino, e li l</hi><hi rend="CharOverride-1">avora con le sue solerti mani. È come le navi </hi><hi rend="CharOverride-1">di un mercante, che fa venire da lontano il vitto. </hi><hi rend="CharOverride-1">Si alza mentre è ancora notte, prepara il cibo per</hi><hi rend="CharOverride-1"> la sua famiglia e assegna compiti alle sue ancelle. Pensa</hi><hi rend="CharOverride-1"> a un podere e lo compra, con il frutto delle</hi><hi rend="CharOverride-1"> sue mani pianta una vigna… Tende la mano alla</hi><hi rend="CharOverride-1"> canocchia e le sue braccia sostengono il fuso… Lavora </hi><hi rend="CharOverride-1">tuniche e le vende, fornisce cinture al mercante… Sorveglia </hi><hi rend="CharOverride-1">gli andamenti della sua famiglia e non mangia il pane </hi><hi rend="CharOverride-1">della pigrizia (</hi><hi rend="italic CharOverride-1">Mishlè</hi><hi rend="CharOverride-1">/Pr 31, 10-31).</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Ma in questo quadro </hi><hi rend="CharOverride-1">moralizzante fa capolino lo sguardo disincantato del ‘rotolo di</hi><hi rend="CharOverride-1"> Qohelet’, che insinua più di un dubbio sulla</hi><hi rend="CharOverride-1"> effettiva utilità di tutte le fatiche delle opere che l</hi><hi rend="CharOverride-1">’essere umano compie in questo mondo. Partendo dalla convinzione</hi><hi rend="CharOverride-1"> che tutto è vacuità e soffio che passa, «quale </hi><hi rend="CharOverride-1">utilità ricava l’uomo da tutto l’affanno per cui</hi><hi rend="CharOverride-1"> fatica sotto il sole?» (Qo 1, 1-2). Questa domanda</hi><hi rend="CharOverride-1"> è in realtà un mantra, che risuona in continuazione</hi><hi rend="CharOverride-1"> nei dodici capitoli che compongono questa antica meditazione, segnata da</hi><hi rend="CharOverride-1"> pessimismo, sul senso complessivo dell’esistenza umana. Tuttavia, anche in</hi><hi rend="CharOverride-1"> questo scenario di dichiarata ‘vanità’ di ogni attività umana</hi><hi rend="CharOverride-1"> e di ogni bene che essa produca, destinati entrambi </hi><hi rend="CharOverride-1">all’oblio dopo la morte, il saggio re di Gerusalemme </hi><hi rend="CharOverride-1">– indentificato idealmente con il solito re Salomone – deve </hi><hi rend="CharOverride-1">riconoscere che «dolce è il sonno del lavoratore, poco o</hi><hi rend="CharOverride-1"> molto che mangi» (5, 11) mentre la ricchezza accumulata </hi><hi rend="CharOverride-1">dal ricco è solo fonte di affanno e preoccupazione; dunque </hi><hi rend="CharOverride-1">meglio godere del poco che si ottiene con il proprio </hi><hi rend="CharOverride-1">lavoro quotidiano piuttosto che affannarsi dietro un molto che spesso </hi><hi rend="CharOverride-1">verrà goduto da un estraneo. In tal senso va interpretata </hi><hi rend="CharOverride-1">la metafora qoheletiana che invita a «gettare il proprio </hi><hi rend="CharOverride-1">pane sulle acque, perché con il tempo lo si ritrova»</hi><hi rend="CharOverride-1"> (11, 1): nella sua enigmaticità, l’antico detto potrebbe </hi><hi rend="CharOverride-1">alludere al necessario rischiare nel mettersi per mare onde fare </hi><hi rend="CharOverride-1">commerci, perché senza un po’ di rischio non si </hi><hi rend="CharOverride-1">intraprende nulla e solo investendo si può sperare di guadagnare.</hi><hi rend="CharOverride-1"> A questo detto fa eco un versetto successivo, che ne</hi><hi rend="CharOverride-1"> esplicita forse la morale: «Al mattino getta la tua </hi><hi rend="CharOverride-1">semenza e alla sera non dare riposo alle tue mani, </hi><hi rend="CharOverride-1">poiché non sai quale attecchirà, se questo [seme] o quello, </hi><hi rend="CharOverride-1">e se tutti e due saranno egualmente produttivi» (11, 6).</hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi></p><p rend="h2" ><hi>7. Conclusioni</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Che il lavoro sia un valore positivo nella</hi><hi rend="CharOverride-1"> vita quotidiana dell’uomo e della donna dei tempi biblici</hi><hi rend="CharOverride-1"> è un fatto così assodato che persino i ‘tempi</hi><hi rend="CharOverride-1"> futuri’ o messianici – sebbene l’idea di messia </hi><hi rend="CharOverride-1">giunga a maturazione in epoca più tarda – sono immaginati </hi><hi rend="CharOverride-1">dai profeti come un’età di riunione del popolo con </hi><hi rend="CharOverride-1">la sua terra, di attività lavorative benedette dal Cielo e</hi><hi rend="CharOverride-1"> di benessere economico frutto di tali attività: «Costruiranno </hi><hi rend="CharOverride-1">case e le abiteranno, pianteranno vigne e ne godranno il </hi><hi rend="CharOverride-1">frutto» afferma </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Isaia</hi><hi rend="CharOverride-1"> (65, 21); per </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Geremia</hi><hi rend="CharOverride-1">, la Giudea </hi><hi rend="CharOverride-1">sarà ripopolata dopo l’esilio e nelle sua città confluiranno</hi><hi rend="CharOverride-1"> insieme agricoltori e allevatori di greggi (31, 23) mentre sui</hi><hi rend="CharOverride-1"> colli di Samaria verranno di nuovo piantate vigne che </hi><hi rend="CharOverride-1">danno raccolti (31, 4); secondo il profeta </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Amos</hi><hi rend="CharOverride-1">, «verranno </hi><hi rend="CharOverride-1">giorni in cui chi ara si incontrerà con chi miete </hi><hi rend="CharOverride-1">e chi pigia l’uva con chi getta il seme»</hi><hi rend="CharOverride-1"> (9, 13-4). Il sogno dei più grandi profeti di Israele</hi><hi rend="CharOverride-1"> è un idillio rurale ma anche urbano, ispirato alla felicità</hi><hi rend="CharOverride-1"> di chi, come scrive Lattes (1954, 80), «vive del sudore</hi><hi rend="CharOverride-1"> della propria fronte e non sfrutta le fatiche dei poveri</hi><hi rend="CharOverride-1"> o il lavoro dell’operaio».</hi></p><p rend="h2" ><hi>Riferimenti bibliografici</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="italic CharOverride-1">Bibbia ebraica</hi><hi rend="CharOverride-1"> (</hi><hi rend="italic CharOverride-1">Tanakh</hi><hi rend="CharOverride-1">). 2010. a cura di Dario Disegni, 4 voll. Firenze: </hi><hi rend="CharOverride-1">Giuntina.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Brown, William P. 2012. </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Qohelet</hi><hi rend="CharOverride-1">. Torino: Claudiana.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Bruni, Luigino. 2019. </hi><hi rend="italic CharOverride-1">L’arca e i talenti. Quel che dice la Bibbia sul lavoro</hi><hi rend="CharOverride-1">. Cinisello Balsamo: San Paolo</hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Chouraqui, André. 2001. </hi><hi rend="italic CharOverride-1">I Dieci Comandamenti</hi><hi rend="CharOverride-1">. Milano: Mondadori.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">de Surgy, Paul, e Jacques Guillet. 1984. “Lavoro.” In </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Dizionario di teologia biblica</hi><hi rend="CharOverride-1">, a cura di Xavier Leon-Dufour, coll. 581-87. Casale Monferrato: Marietti.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Lattes, Dante. 1954. </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Aspetti e problemi dell’ebraismo</hi><hi rend="CharOverride-1">. Roma: Unione delle comunità israelitiche italiane.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Lepore, Leonardo. 2021. </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Custodia e co-creazione. Il lavoro nella Bibbia</hi><hi rend="CharOverride-1">. Villa Verucchio: Pazzini.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Prato, </hi><hi rend="CharOverride-1">Gian Luigi. 2013. </hi><hi rend="italic CharOverride-1">Gli inizi e la storia. Le origini della civiltà nei testi biblici</hi><hi rend="CharOverride-1">. Roma: Carocci.</hi></p><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="OP08885_int_online_chapter_27_151-158.html#footnote-000-backlink">1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1">	Il collega, </hi><hi rend="CharOverride-1">maestro e amico Gian Luigi Prato (1940-2022) avrebbe dovuto scrivere </hi><hi rend="CharOverride-1">su questo tema in questa sede, ma ci ha lasciato </hi><hi rend="CharOverride-1">anzitempo: a lui questo saggio è dedicato, con affetto e gratitudine.</hi></p></item>
				</list>  
      
      
      <div>
        <listBibl>
          <head>References</head>
          <bibl n="147006">Bibbia ebraica (Tanakh). 2010. a cura di Dario Disegni, 4 voll. Firenze: Giuntina.</bibl>
          <bibl n="147687">Brown, William P. 2012. Qohelet. Torino: Claudiana.</bibl>
          <bibl n="146204">Bruni, Luigino. 2019. L’arca e i talenti. Quel che dice la Bibbia sul lavoro. Cinisello Balsamo: San Paolo.</bibl>
          <bibl n="147480">Chouraqui, Andr&amp;#233;. 2001. I Dieci Comandamenti. Milano: Mondadori.</bibl>
          <bibl n="144905">de Surgy, Paul, e Jacques Guillet. 1984. “Lavoro.” In Dizionario di teologia biblica, a cura di Xavier Leon-Dufour, coll. 581-87. Casale Monferrato: Marietti.</bibl>
          <bibl n="146269">Lattes, Dante. 1954. Aspetti e problemi dell’ebraismo. Roma: Unione delle comunit&amp;#224; israelitiche italiane.</bibl>
          <bibl n="146504">Lepore, Leonardo. 2021. Custodia e co-creazione. Il lavoro nella Bibbia. Villa Verucchio: Pazzini.</bibl>
          <bibl n="146242">Prato, Gian Luigi. 2013. Gli inizi e la storia. Le origini della civilt&amp;#224; nei testi biblici. Roma: Carocci.</bibl>
        </listBibl>
      </div>
    </body>
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